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Appendice all'introduzione
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Raccontano che un usignuolo, in un giardino, aveva il nido sui rami di una rosa. Per caso, una povera formica sotto quell’albero aveva posto la sua stanza e, per mezzo di certe sue astinenze, vi aveva fatto il soggiorno suo poveretto. L’usignuolo notte e giorno, volando attorno per il roseto, faceva risuonare il liuto dei suoi gorgheggi ingannatori dei cuori. Ma la formica, all’opposto, la notte e il giorno era in faccende, laddove colui, dai suoi mille gorgheggi, per le aiuole del giardino andavasi inebbriando dei suoi dolci canti. L’usignuolo andava dicendo i suoi segreti alla rosa e faceva confidente fra sé e lei la brezza del mattino. Quando la povera formica ebbe veduto i vezzi della rosa e l’affannarai dell’usignuolo per lei, con linguaggio appropriato al caso disse: Qual cosa verrà poi da cotesto cicalare, sí vedrà in altro tempo!
Quando stagion di primavera fu passata, sottentrato il tempo dell’autunno, le spine occuparono il luogo delle rose e i corvi si appollaiarono nell’ostello degli usignuoli. Cominciò allora a spirare il rovaio autunnale e le foglie a cadere dagli alberi; la gota delle foglia impallidí e lo spirar dell’aria si fece freddo, dai lembi delle nuvole caddero perle, e dal crivello dell’aria si vagliarono granelli di canfora. L’usignuolo allora entrò d’un tratto nel giardino. Non vide color di rose; non sentí fragranze di spigonardi; la lingua sua dalle mille melodie rimase muta; non c’era rosa di cui potesse ammirar la vista, non verzura di cui potesse contemplar la bellezza.
La spina allora disse all’usignuolo: O usignuolo, e fino a quando cercherai tu il connubio tuo con la rosa? Quest’ora è pur quel tempo in cui, per l’assenza dell’amica tua, tu dovrai far moine alla pungente spina! L’usignuolo girò attorno uno sguardo. Non vide esca che gli venisse all’uopo. La costanza gli venne meno per mance di prospero stato, ed egli mancò di maladia per manco di sostentamento.
Gli venne allora in mente che nei giorni andati una formica aveva la casa sotto quell’albero, già stata tutta intenta a radunar grano. Oggi, egli disse, rappresenterò a lei il mio bisogno. Per ragione di vicinanza e per di- ritto di amicizia, la dimanderò di qualche cosa. Forse avverrà che senta compassione, e mi faccia toccare qualche soccorso!
L’usignuolo affamato venne per elemosina nella presenza della formica e disse: Generosità è segno di fortuna e capitale di contentezza. Io, la mia dolce vita, la passai nella spensieratezza, ma tu naasti del senno e radunasti provvigione. Che sarebbe mai se oggi per un poco tu me ne facessi larghezza? — Disse la formica: Tu notte e giorno fosti in discorsi, e io in faccende; tu ora andavi pensando alla freschezza della rosa, ora sei affascinato dall’ammirazione per la primavera, e non sapevi intanto che ad ogni primavera sta dietro l’autunno e ad ogni via un termine?
Ascoltate, o cari, la storia dell’usignuolo e comparate il nostro stato a quello di lui, e sappiate intanto che ad ogni vita sta dietro la morte, che ad ogni connubio sta dietro la separazione! Non è senza fecola il liquor della vita, e anche il raso ha le sue strie.
Bibliografia
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Per chi volesse conoscere quante edizioni, quanti commenti, quante traduzioni, non solo in lingue europee; ma anche in lingue orientali, siano state fatte delle opere di Saadi e in particolare del Gulistan, o Roseto, che è anche l’opera di lui piú conosciuta e apprezzata, sarà utile consultare l’erudita dissertazione del Prof. Ermanno Ethè: Die mystische und didaktische Poesie, sezione V della: Neupersische Litteratur, dello stesso Autore, inserita nell’opera: Grundriss der iranischen Philologie, del Geiger e del Kuhn, edita a Strasburgo dal Trübner, 2° vol., 1896. — Si possono consultare anche le seguenti opere:
Bacher. Sa’ di-Studien (nella Zeitschrift der Deut. Morg. Gesellschaft. Leipzig. XXX. 81-106),
Barbier De Meynard. La poèsie en Perse, Paris 1877.
Ouseley. Biographical Notices of Persian Poets. London. 1846.
The Gulistan (Rose-Garden) edited by E. B. Eastewick. Herthford. 1858
Il Gulistân, ossia il Roseto, prima versione italiana per Gherardo De Vincentiis. Napoli; 1873 (soltanto della prefazione e di due novelle).
Gulistan, ou le Parterre de roses, trad, per Ch. Defrémery. Paris, 1858
I. Pizzi. Storia della Poesia persiana, vol. I, cap. IV. (Torino, 1894).
I. Pizzi. Letteratura persiana, cap. III, & IV. (Milano, Hoepli).
Bibliografia - 1. Lodi di Dio
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Omaggio a Dio possente e glorioso! L’obbedirgli è cagione di avvisinamento a Lui; nell’animo grato inverso a Lui è aumento di favore. Ogni alito che discende in noi è prolungamento di vita, e quando ne ascende, è cagione di gaudio all’esistenza. Poiché in ogni alito due favori si trovano, per ogni favore un rendimento di grazie è necessario.
Con man, con lingua, chi potría la soglia attingere di grazie a Lui dovute?
O gente di David, rendi grazie! Scarso veramente, da parte dei servi mici, è il rendimento di grazie!
Meglio è che scusa del difetto suo porti lo schiavo dell’Eterno al trono: Se no, di sua grandezza alcun non fia che degna cosa mai rechigli in dono. Ma la pioggia di sua misericordia, senza confin, tocca ad ognun, la mensa della sua grazia che non ha rancura, è dovunque imbandita. Egli non squarcia, per rio peccato, della legge il manto proteggitor de’ servi suoi, né toglie, per colpa iniqua, d’ogni giorno il cibo.
O Generoso che del pane il frusto da un ascoso tesor porgi a colui che ha fede in Cristo e a chi Guebro si dice, come potresti i fidi tuoi far privi, Tu che a’ nemici tuoi volgi lo sguardo?
Al vento orientale, quale a tappezziere, Egli ha detto di stendere il tappeto color di smeraldo, e alla nube primaverile, quale a nutrice, ha comandato di nutrir nella cuna della terra i germogli delle erbe. Agli alberi Egli ha fatto un ammanto di foglie verdi qual vestimento pomposo per il dí primo dell’anno, e ai teneri rami, al sopravvenir determinato della primavera, ha posto sul capo una corona di fiori. Il succo della canna, per la possanza di Lui, è diventato miele eletto, e il seme del dattero, per la cura di lui, si è fatto palma eccelsa.
Le nubi e i venti, il sole e il cielo attendono all’opra si perché in tua man ti rechi il pane tuo né per ignavia il gusti. Tutto per te si muove e obbedienza prestando va; né, se obbedir non vuoi, conforme ciò sarà di servo a legge.
Fra le tradizioni del Principe delle creature, l’eccelso tra le cose esistenti, la misericordia dei mortali, la purità degli uomini, il compimento dei tempi, Maometto l’eletto (che su lui siano la benedizione e la pace!),
intercessor, profeta celebrato, esaudito dal ciel, che a noi sorride, aitante, leggiadro, designato,
qual rancura avrem noi per gli ardui spaldi di nostra fè, se le sei tu sostegno? qual de’ flutti del mar sgomento avrai, se Noè timonier fia del tuo legno?,
in sua perfezïon giunse ad altezza, le ombre disperse con la sua bellezza, tutti leggiadri son li pregi suoi, per lui, per la sua gente orate voi!,
tra quelle tradizioni adunque si trova che ogni qualvolta uno dei servi peccatori, la cui ventura è andata a male, alla soglia di Dio possente e grande leva la mano del pentimento nella speranza di essere ascoltato, Iddio altissimo non riguarda a lui, e quegli chiama di nuovo. Di nuovo Iddio si volge a lui, e quegli di nuovo chiama con umile preghiera e con pianto. Allora Iddio altissimo (che sia lodato!) dice: O angeli miei, io già mi vergogno di questo mio servo; ma perché egli non ha altro signore fuori di me, io gli perdono. E n’è il significato: Io ho già esaudito la sua preghiera e ho rilevato il suo bisogno poiché io ho vergogna al molto pregare e al molto piangere del servo mio.
Vedi grazia e bontà del tuo Signore! Peccava il servo, ed Egli ne ha rossore.
I devoti della Kaaba della sua gloria, per difetto in lor devozione, attestano cosí: Noi non abbiam potuto adorarti come tu meriti di essere adorato! — e quelli che descrivono lo splendore della sua bellezza, son confusi e vanno dicendo: Noi non abbiam potuto conoscerti cosí come tu meriti d’essere conosciuto!
Se chiede alcuno ch'io descriva Iddio, di Tal che non ha traccia, oh! che dir mai potrà colui che non ha core e vita? Sono uccisi gli amanti dall'amore, e mai da estinti non è voce uscita!
Racconto. — Un uom di senno stavasi un giorno col capo chino nel grembo della contemplazione, immerso nel mare della speculazione. Quando da quello stato di estasi ritornò in sé, uno dei suoi conoscenti, per farsi beffe di lui, gli disse: "Da quel giardino nel quale tu ti sei dimorato, qual magnifico dono hai recato per noi?" "Io aveva in mente," rispose, "di colmarmi di rose, come ne fossi giunto presso un cespo, il lembo della veste per recarle in dono agli amici. Quando fui giunto, la fragranza delle rose tanto m'inebbriò che il lembo mi sfuggí di mano."
O augel dei lochi solitari, apprendi dalla farfalla che mai sia l'amore!. incenerita muore, e non se n'ha sentore. E questi che di Lui alla ricerca andar presuntüosi, or nulla sanno. Mai non redía novella di tal ch'ebbe di Lui certa novella! E Tu vinci, o Signor, computo e norma, tu vinci fantasia, pensiero, idea, tutto superi Tu che noi leggermo o udimmo già che altri di Te dicea! Terminò l'assemblea. Nostra giornata l'estrema ora toccava, e noi cosí restammo come allora che a dir dell'esser tuo s'incominciava.
Bibliografia - Proemio dell'autore
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Indice
Bibliografia - 2. Lodi del Principe
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Lodi del Sire dell'Islam (che Iddio illumini il suo attestare nel dí del giudizio!) Abu Bekr ibn Saad Zenghi. — La bella fama di Saadi che è sulla bocca di tutti, e il suono del suo dire che si è sparso per la faccia della terra, e l'amabile stile del suo esporre che altri come cibo soave si assaggia, e i fogli di sue composizioni che altrí sì porta attorno come auree carte, non possono riferirsi a perfezione alcuna del merito o dell'eloquenza di lui; sí bene il sire del mondo, pernio della ruota del tempo, successore di Salomone, protettore del popolo della fede musulmana, glorificato re dei re, vicario illustre, Muzaffir ed-din Abu Bekr, ibn Saad, ibn Zenghi, l'ombra di Dio sulla terra (deh! sii contento di lui, o Signore, e lui pure rendi contento!), ha riguardato a Saadi con occhio benigno, e gli ha aggiunto lode copiosa, e gli ha attestato compiacimento sincero. Gli uomini tutti veramente, grandi e piccoli, sono inclinati a portargli amore, poiché si comportano, gli uominî, secondo la religione dei loro sovrani!
Da che tu riguardasti a me meschino, più splendide che il sol son l'opre mie; s'anche fosse nel servo ogni difetto, vizio che il re approvò diventa pregio.
Un giorno, a un bagno, di creta odorosa dalla man della mia donna diletta un frusto cadde in questa mano mia. Ambra o creta sei tu, dissi, ché tutto della fragranza tua che al cor s'affigge, ebbro son fatto? — Dispregiata creta,
rispose, er'io; ma sol per un istante ebbi compagna mia fresca una rosa, e traccia lasciò in me della compagna mia la perfezïon. Se no, rimasta qual era in pria sarei spregiata creta!
Fa, o Signor, che di sua vita longeva s'allieti il musulmano; dell'opre sue benefiche e leggiadre Tu addoppia il guiderdone! Tu degli amici e degli addetti suoi eleva in alto il grado, ma di chi l'odia, ma di chi l'osteggia, umilia la cervice! Per ciò che nel Corano, in fra' suoi versi, legger si suol da noi, rendi sicura la sua terra e guarda, Signore, i figli suoi!
Per lui felice è questa terra. Intanto eterna duri a lui felicità! Oh! l'aiti il Signor con lo stendardo che a chi l'afferra la vittoria dà! Cresce cosí quel ramoscel di palma, quel sí che in lui ha la radice prima, Ché sol per seme generoso e forte vigore ha l'erba nella terra opima.
Che Iddio altissimo santissimo guardi, fino al tempo della risurrezion dei morti, sotto la salvaguardia della pace la regione bella di Sciraz con l'autorità de' suoi giusti reggitori, con la cura de' suoi sapienti che operano il bene!
Perché in straniera terra dimorai lungá stagion, tu forse, amico mio, tu forse anche non sai?
Via mi fuggii dall'oppression turchesca quando sconvolto il mondo qual d'Etiópe il crine io dinotai. Figli eran tutti dell'antico Adamo, ma, come lupi, aguzzi sangue a versar avean gli artigli assai. Umano il core, angelica natura, ma guerresco l'aspetto qual di fere belligere avvisai. Quando redii, tutta in pace la terra, lor natura ferina deposta pur le tigri io ritrovai. Tale fu il mondo, di tumulti pieno, di crucci e di rancura, nel primo istante ch'io vi riguardai. E si fe' tale ai dí del giusto sire, Abu Bekr il vicario. figlio di Saad Zenghí, che or or lodai!
Mai della sorte non teme il rigore la Persia fin che tu sovrasti a lei, ombra di Dio signore! Asil, per tutto il mondo, che conforta, pari alla soglia oggi non segna alcuno, signor, della tua porta. Guardar la vita ai miseri, è tua parte! Di noi renderti grazie; a Dio, creatore del mondo, il compensarte! Dal nembo guarda dell'interna guerra, signor, la Persia fin che co'suoi nembi si rimarrà la terra!
Bibliografia - 3. Perche fu composto il libro del Roseto
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Una notte io pensava ai giorni trascorsi, e sospirava sulla mia vita perduta, e col diamante aguzzo delle mie lagrime traforava la selce del ricettacolo del mio cuore. Dissi allora queste strofe appropriate al mio stato:
Va un alito di vita ad ogni istante, né resta molto s'io mi guardo avante. O tu che hai cinquant'anni e dormi ancora, lucra esti cinque giorni alla buon'ora! Oh! vergogna a chi parte dalla vita, e nessun'opra in terra ebbe compita, che suo fardel pronto non ebbe quando l'andar suon di timballi iva annunziando. D'un viaggio al mattin, dolce dormire dal calle il pellegrin suole impedire. Ognun che giunse, albergo fe' novello, morí, e per altri abbandonò l'ostello; ma l'altro si cuocea parî desío, e nessun d'essi la magion finío. D'infedel sozio non farti amatore, ché non merta amicizia il traditore. Poi che muor chi fa bene e muor chi falla, beato chi del ben toccò la palla! Al tuo sepolcro le provviste invía; niun dietro a te le manda, e tu fa in pria. Ghiaccio è la vita, e il sol di Luglio fiede. Poco n'è ancor; chi n'ha, fiacco si siede. Tu che, vuote le mani isti al mercato, temo pieno il mantil non hai recato.
Ognun che in erba mangiasi il frumento, spigola, al tempo dei covoni, a stento, Di Saadi, nell'alma, odi il pensiero: "Uom ti dimostra e va! Questo è il sentiero."
Dopo una considerazione di questa sorta, vidi che era ottimo consiglio che io posassi nell'ostello del ritiro, e il lembo mio ritraessi dalla compagnia degli uomini, e cancellassi il libro delle mie parole inconsulte, e in avvenire non parlassi piú da sconsigliato.
Il muto, il sordo e chi la lingua ha tronca e chi siede in disparte, son migliori di tal, di cui la lingua non ha di senno parte.
Finché poi uno degli amici miei che m'era famigliare nel palanchino mio e mio compagno di stanza, secondo l'antico suo costume entrò dalla porta. Ma, per quanto egli fosse allegro e scherzasse e dispiegasse il tappeto del desiderio suo, io non gli diedi risposta né levai la fronte di tra le ginocchia nell'atto di adorare Iddio, onde egli, corrucciatosi con me, mi guardò e disse:
Ora che al dir parole è in te potere, parla, o fratel, con gioia ed allegria. Se di morte il corrier giunge domani, per cenno del destin dovrai tacere.
Uno dei miei intimi lo informò allora sul conto di questo fatto, dicendo: " Costui ha fatto questo proponimento e ha preso questa ferma risoluzione di starsi qual contemplante quaggiú nel mondo per il resto della vita, e di serbare il silenzio. Se tu puoi, fuggi anche tu e prenditi la via della solitudine." Ma, l'altro disse: "Per la virtú dell'Altissimo e per l'amicizia antica, io non parlerò, ma non mi torrò di qui se non quando egli avrà detto qualche cosa secondo il suo costume consueto e la maniera sua già conosciuta, poiché l'offendere un amico è cosa stolta, ma è facile l'espiare un giuramento. Ben sarebbe il contrario della giustizia e l'opposto dell'avviso della gente di cuore che la spada di Alí rimanesse nella guaina e la lingua di Saadi nella sua chiostra!"
Che è la lingua, o savio, entro la bocca? Chiave alla porta del tesor d'uom saggio. S'ella è chiusa, oh, chi sa se dentro alberga un gioielliere o un venditor di ciarpe?
Anche se agli occhi di chi è savio è bella cosa il silenzio, in tempo che s'addice miglior consiglio è che in parlar t'adopri. Segni son due di mente sciocca, quando in tempo di parlar tal va tacendo, e in tempo di tacer tal va parlando.
Insomma, io non ebbi forza d'impedir la lingua mia dal parlargli, e non vedeva intanto che fosse cortesia il ritrarmi a dietro dall'intrattenermi con lui, perché era egli compagno socievole e amico sincero.
Se tu sei l'uom del litigio, sol con quel ti risserai di cui tu non abbisogni, o da cui fuggir potrai.
Parlai adunque, secondo necessità; e per passeggiare andammo fuori entrambi in quella stagione di primavera in cui gli stridori del freddo erano cessati, e il tempo era giunto del regnar della rosa.
Verde, ammanto sugli alberi alla vesta è simil de' gaudenti in dí di festa.
Al primo dí d'April, gelàleo mese, sul suggesto dei rami l'usignuol fa il suo canto, e sulle rose porporine intanto cadono perle di rugiada, quali di leggiadro garzon, quand'è in furore, sulle rosate guance gocciole di sudore.
Finché poi, una notte, avvenne il caso di pernottar nel giardino con uno dei miei amici. Era un luogo ameno e giocondo; intrecciati gli alberi suoi, attraenti il cuore. Detto tu avresti che frammenti di smalto erano sparsi sul suolo, che il gruppo delle Pleiadi pendeva dai rami.
Egli è un giardino, e limpida e perenne è l'acqua del suo rio; egli è un verziere, e degli augelli suoi è in ritmo il mormorio;
e quel, di tulipani è tutto pieno che han color diversî; questo, di frutta di diversa specïe. Il vento, all'ombra de' suoi verdi mai, un tappeto gittò di tinte assai.
Al mattino, quando il desiderio del ritornare ebbe il sopravvento sulla voglia del rimanere, vidi che l'amico mio aveva colmato il lembo della veste di rose, di basilico, di spigonardo, di amaranti, e che intanto si avviava alla città. Io dissi allora: "La rosa d'un giardino, come tu sai, non ha vita lunga, e la promessa di un roseto fede non trova. Ora, i savi hanno detto: Ad ogni cosa che lungamente non dura, non si deve avvincere il cuore." Disse l'amico: "Che modo adunque s'ha da tenere?" "Per divertimento di chi ci sta osservando," io risposi, "e per sollievo di chi sta qui con noi, io potrei comporre il libro del Roseto, sulle foglie del quale il vento autunnale non avrà alcun potere, mentre il volgere del tempo non muterà la gaiezza della sua primavera nella tristezza dell'autunno."
Che ti giova pien di rose un cestino? Togli un petalo da questo mio giardino! Dura cingue giorni e sei quella rosa, ma gli è sempre il mio verziere vaga cosa!
Come io ebbi detto cotesto, l'amico fe' cader le rose dal lembo suo e si afferrò al lembo mio. "L'uom leale, come ha promesso, mantiene." Cosí, in alquanti giorni, un capitolo o due avvenne che mi cadessero sul quaderno, cioè il capitolo intorno alla eletta compagnia e intorno al bel modo nel conversare, in una veste che gioverà agli oratori, e aggiungerà eloquenza ai compositori di epistole. Insomma, v'era ancora un resto di rose nel giardino, quando il libro del Roseto era già terminato.
E terminato sarà veramente quando sarà stato gradito nella corte di quel Re, protettore del mondo, ombra del Creatore e raggio della grazia di Dio altore, tesoro del nostro secolo, asilo della fede, protetto dal cielo, vincitor dei nemici, braccio dell'impero vittorioso, flaccola della religione splendida, ornamento delle creature umane, gloria dell'Islam, Saad figlio del maggior Vicario regio, illustre re dei re, dominante sulla cervice delle nazioni, signore dei re degli Arabi e dei Persiani sultano della terra e del mare, erede del regno di Salomone, Muzzaffer ed-din Abu Bekr ibn Saad ibn Zenghi (che Iddio altissimo possa eternare la loro fortuna e prosperare ogni loro intento!), e quand’egli, con la grazia sua reale, su di esso avrà gettato uno sguardo.
Se mai l'adornerà reale un guardo, qual dipinto d’Arzèng o qual di Cina pinacoteca sarà il libro mio. Lo spero sí che, per fastidio, il fronte non contrarrà il mio re, ché di tristezza ostel non è questo Roseto mio, e in pria da che il frontispizio dipinto Di Saad nel nome vassene distinto.
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Con questo, il pensier mio, simile ad una sposa novella, per manco di bellezza non solleverà mai la fronte, né per l'avvilimento della vergogna, leverà mai gli occhi orbi di speme, e non si scoprirà mai nel cospetto degli avvenenti garzoni, se non quando sarà adorno dell’adornamento dell’accoglienza del Grande Emiro, di lui, sapiente, giusto, favorito da Dio, vittorioso sui nemici, sostegno al seggio dell’Impero, consigliere del reggimento dello Stato, rifugio dei poverelli, asilo degli stranieri, protettore degli uomini eminenti, amico degli uomini pii, gloria della gente di Persia, mano destra del Regno, sire dei nobili, gloria dell’Impero e della Religione, aita dell’Islam e dei Musulmani, sostegno ai sovrani e ai regnanti, Abu Bekr ibn Abu Nasr (che Iddio gli conceda vita lunga e n’esalti il potere e ne
Bibliografia - 4. Lodi del grande emiro Fakhr Ed-Din
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Con questo, il pensier mio, simile ad una sposa novella, per manco di bellezza non solleverà mai la fronte, né per l'avvilimento della vergogna, leverà mai gli occhi orbi di speme, e non si scoprirà mai nel cospetto degli avvenenti garzoni, se non quando sarà adorno dell’adornamento dell’accoglienza del Grande Emiro, di lui, sapiente, giusto, favorito da Dio, vittorioso sui nemici, sostegno al seggio dell’Impero, consigliere del reggimento dello Stato, rifugio dei poverelli, asilo degli stranieri, protettore degli uomini eminenti, amico degli uomini pii, gloria della gente di Persia, mano destra del Regno, sire dei nobili, gloria dell’Impero e della Religione, aita dell’Islam e dei Musulmani, sostegno ai sovrani e ai regnanti, Abu Bekr ibn Abu Nasr (che Iddio gli conceda vita lunga e n’esalti il potere e ne
consoli il cuore e ne raddoppi nell'altra vita la mercede!), da che egli è il lodato di tutti i grandi dei confini della terra e aduna in sé tutte le qualità piû elette.
Per chi si vive all'ombra di sua grazia, atto di reverenza ogni sua colpa e voltasi in amico ogni inimico.
A ciascuno della schiera dei servi e dei famigliari suoi un dato servizio va assegnato, ond'è che, se nell'eseguirlo si permettono alcuna piccola parte di negligenza e di neghittosità, incorrono indubbiamente in qualche rimprovero o rimostranza. Cotesto però non accade a questa compagnia di pie persone alle quali spetta il render grazie dei beneficî dei grandi e s'appartiene il ricordare le opere loro leggiadre e pregare per il loro bene. Ora, l'attendere in segreto a cotesti uffici vale assai piú che l'attendervi in pubblico, poiché questo si avvicina all'artifizio, e quello rifugge dalla finzione e ha probabilità di assentimento.
Questa volta del ciel torta e ricurva dritta si fe' per gioia allor che nato dalla madre dei dí fu cotal figlio. Se di Dio grazia, creator del mondo, diede in pro' di sua gente un cotal servo, questo fu di saggezza alto consiglio. Immortal potestà colui rinvenne che visse integro il nome. Il nome in vita bella ne serberà l'istoria un giorno. Che val se fa di te o non fa l'elogio la gente dotta? Di tal che l'abbelli, d'uopo un viso non ha leggiadro e adorno!
Bibliografia - 5. Scusa per la pochezza dell'omaggio reso al Principe e motivo dell'aver scelto la vita solitaria
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La pochezza e la riluttanza mia nel tenermi ai servigi di questa corte regale sono di quelle che i savi dell'India discorrendo rinvennero nelle virtú eccellenti di Bnzureimir. Essi insomma nessun altro difetto riconobbero in lui se non quello d'essere tardivo nel proferire un discorso, cioè andava molto a rilento nell'incominciare a parlare, onde a chi ascoltava conveniva aspettar molto e molto prima ch'egli pronunciasse parola. Buzuroimir, udito cotesto, disse: "Il riflettere a ciò che ho da dire, è migliore del dovermi poi pentire dell'aver parlato."
L'uom ch'è facondo, allievo d'un provetto dottor, medita prima, indi favella. Nulla dir d'impensato, e non crucciarti di tardiva parola, ove sia bella. Meditato che avrai, parla, ma cessa, cessa prima che alcun: Basta! ti dica. Supera i bruti l'uom per la parola, ma ti supera il bruto ove non giusta ti suoni sulle labbra essa parola.
E come mai, nel cospetto dei grandi di un sovrano (che la vittoria sua possa essere gloriosa!) accolta di gente di cuore, compagnia di sapienti approfonditi nel sapere, ove nella foga del parlare riuscissi troppo ardito, potrei io dire qualche scioccheria o recar nell'inclita corte di lui le derrate mie di assai poco valore? Un pezzetto di vetro non ha alcun pregio nel mer- cato dei gioiellieri, e una lucerna nel cospetto del sole non ha luce, e una torre, anche alta, alle falde del monte Alvend appare tozza e piccina.
Contro chiunque leva alta la testa da ogni parte s'avventa un'oste infesta. Libero, è Saadi ben che umiliato, ché non si rissa alcun con uom prostrato, Prima il pensiero, e poi favellerai, sovra tal base il muro eleverai. Fiori vend'io, ma non sono ortolano; bello son io, ma non in Canaano.
A Loqman il sapiente fu domandato un giorno: "Da chi hai tu appresa la sapienza?" Rispose: "Dai ciechi, i quali, finché non hanno riconosciuto il luogo, non muovono il piede. Prima di entrare, prepàrati l'uscita."
Saggio fa in pria di tuo vigore, e poi piglia in moglie la donna che piú vuoi.
Ben che ardito in giostrar, l'ugne non spiega il gallo mai contro un falcon rubesto. I topi in acciuffar, leone è il gatto, ma fra le tigri un topo egli è piú presto.
Con fiducia, pertanto, nella generosità della natura dei grandi che velano i difetti degl'inferiori e non procacciano di divulgare gli errori dei loro soggetti, ho disposto e ordinato qui, in via come di compendio, alcune parole in questo libro intorno a fatti rari e nuovi, a ricordi, ad aneddoti, a poesie, alla vita dei re antichi, spendendovi parte della dolce vita. Tale fu il motivo della composizione del libro del Roseto, e Iddio vi sia propizio!
Per anni assai, con loro ordine dato, rimarran questi versi, e in terra sparsi gli atomi andranno del cenere mio. Fu intento mio che pinta rimanesse quaggiú immagin di noi da che alla vita immutabil natura non vid'io, perché almen, di pietà con alcun senso, qualche preghiera un uom di cor pietoso reciti un dí pei poveri di Dio.
Quanto al disegno nell'ordinamento del libro e nella disposizione dei capitoli, mi parve che il miglior consiglio fosse quello dell'abbreviar la dizione in modo che questo giardino fiorente, questo verziere rigoglioso fosse, come un giardino di Paradiso, rispettivamente suddiviso in otto capitoli, cioè in modo che, per non riuscire ad annoiare, fosse succinto e breve.
Bibliografia - 6. Ordine dei Capitoli
ct Capitolo primo. — Fatti di regnanti.
Capitolo secondo. — Costumi di asceti.
Capitolo terzo. — Dei pregi dell'accontentarsi del proprio stato.
Capitolo quarto. — Dei pregi del silenzio.
Capitolo quinto. — Degli amori e dell'età giovane.
Capitolo sesto. — Del declinare dell'età e della vecchiaia.
Capitolo settimo. — Del frutto dell'educazione.
Capitolo ottavo. — Delle buone maniere in società.
Bibliografia - 7. Data della composizione del libro
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Fra quel tempo in che stagione lieta per noi volgea, nell'anno seicentesmo oltre cinquanta e sei dopo il Profeta. Fu nostra intenzione ammaestrando di dar consigli. Noi li demmo, e poi di qui partimmo, in Dio ci confidando.
Capitolo ottavo - Delle buone maniere in società
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Capitolo ottavo - Delle buone maniere in società - 1. Chi sia veramente felice
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I denari son fatti per gli agi della vita, e la vita non è stata data per accnmular denari. Un giorno feci questa domanda ad un uom di senno: "Chi è quaggiú felice, e chi infelice?" Rispose: "E felice chi godette e seminò per gli altri, infelice chi morí e abbandonò l'acquistato."
Non pregar per colui che nulla fea, ma in far denari il vivere traea, e nulla nulla intanto, no godea.
Capitolo ottavo - Delle buone maniere in società - 2. Fine infelice degli avari
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Sua Reverenza Mosè (che Iddio gli dia pace!) dava a Core questo consiglio: "Tu devi beneficare altrui come Iddio ti ha beneficato!" Core non volle intendere, ma tu hai inteso quale ne fu la fine!
Quei che con dramme e con denari nulla di bene s'acquistava, fra le dramme e i denari il viver suo misero! terminava.
Dei beni di quaggiú goder tu vuoi ? Mostrati generoso verso la gente come Iddio Signore ver te fu generoso!.
Gli Arabi sogliono dire: Sii generoso, ma non rimproverare ad alcuno la tua generosità, perché certamente ne riverrà a te il frutto! che vuol dire: Sii liberale e fa' dei doni, e non muoverne rimprovero ad alcuno, perché il frutto del tuo donare si ritornerà a te.
Ovunque sia che le radici ponga la pianta del donar piú generoso, ne sorpassano i cieli i sommi rami e il tronco prosperoso. Che se speranza hai tu di côrne i frutti, per rimprocci che fai del favor tuo non accostar la sega al piè del tronco suo.
Ringrazia Iddio ché degno Egli di sua grazia e favor ti rese, né ti volle frustrato, Ei generoso, di suo ben far cortese. Non ti lagnar se d'un Signor tu sei addetto a servitú! Grazie Gli rendi se a' servigi suoi assunto andavi tu.
Capitolo ottavo - Delle buone maniere in società - 3. Inutile fatica!
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Due tali hanno sopportato una fatica inutile e si sono industriati senza frutto: Quei che accumulò molte ric-
chezze, e non ne godette; quei che imparò molte discipline, e nulla ne mise in pratica!
Quanto più di scïenza imparerai nulla sai tu se in opera quel tuo saper non metterai. Dotto non è, non uom d'elezïone, quei che di libri, al pari di giumento, ha un carco sul groppone. Uom privo di cervel che mai saprà, che intenderà, se di libri o di legna un pondo ei sosterrà?
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The end
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