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Discorsi di guerra

Paolo Boselli · 1917 · Free in the US

63,544 words · about 4 h 27 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Paolo Boselli
Language
Italian
Published
1917
Length
63,544 words · about 4 h 27 min
Sections
11 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (11)
  1. Front matter under 1 min
  2. Profilo di Paolo Boselli about 6 min
  3. Capitolo I about 19 min
  4. Capitolo II about 39 min
  5. Capitolo III about 34 min
  6. Capitolo IV about 47 min
  7. Capitolo V about 3 min
  8. Capitolo VI about 24 min
  9. Capitolo VII about 22 min
  10. Capitolo VIII about 50 min
  11. Capitolo IX about 23 min

Continue:

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Profilo di Paolo Boselli

Emerson avrebbe classificato, senza alcun dubbio, Paolo Boselli, nella categoria degli uomini rappresentativi. Infatti, egli rappresenta, in grado eminente, nell’attuale momento storico, il popolo italiano, non solo perchè ne dirige il Governo, ma anche, e ben di più, perchè incarna, in se stesso, le qualità del nostro recente passato, le aspirazioni e le determinazioni nazionali, in quest’ora, sublime e decisiva, della nostra esistenza futura.

Ma, anche in un senso storicamente più esteso, Paolo Boselli, può qualificarsi un uomo rappresentativo della personalità italiana. Noi abbiamo sempre contemperato e fuso il culto dell’ideale col giudizio e coll’esperimento pratico della vita, la sollecitudine ardente del buono con la costante visione del vero. Perciò, la nostra rivoluzione s’è alimentata, fino nei suoi più remoti incunaboli, s’è svolta e compiuta, senza patiboli, senza rappresaglie, senza stendardi terribili o utopistici. E con la saviezza di prudenti e apparenti rinuncie e di necessarie dilazioni, oppure di affermazioni superbe, proclamate da , sotto l’ëgida di un gran Re, coll’ausilio miracoloso di e , eterni, nella quadruplice ed eguale gloria, l’Italia ha risalito il Campidoglio, attraverso difficoltà, battaglie, congiure, capestri, affrontando un problema che forse nessun popolo avrebbe potuto condurre a tale meravigliosa, feconda e soluzione.

Perciò, la nostra azione, in pace e in guerra, ha potuto e può svolgersi, con vigorosa efficacia e sacrifici enormi, senza precipitare, per tirannia di logica rigidità, negli orribili abusi del diritto di guerra, che hanno fatto stendere, attorno ai nostri nemici, una barriera infrangibile, dall’intero mondo civile.

A questa armonia di doti, d’animo e d’intelletto, corrispondono, in Paolo Boselli, tutte le manifestazioni della mente e tutta l’opera svolta nel Parlamento e nel Governo. L’acume e la precisione del giurista e dell’economista gli hanno conferito, fin dai giovani anni, autorità indiscussa, in materia di finanza e di diritto marittimo.

Nella discussione di innumerevoli progetti di legge e nella difesa dei rispettivi bilanci, come Ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio, delle Finanze, del Tesoro, dell’Istruzione, nessun angolo, pur remoto, delle più gravi questioni lo colse mai impreparato o incerto. Tutto aveva sempre previsto e frugato in ante- cedenza, con acuta indagine e tutto fu egualmente pronto a discutere con parola illuminatrice. E quando fu posto a capo di una Associazione, nobilitata da una altissima idea patriottica, come la Dante Alighieri, l’opera di Paolo Boselli, si svolse e si affermò, così rapida e feconda, come se ciascuna delle sue qualità antecedenti di parlamentare e di Ministro si fossero riassunte in quest’anima, prudente e vigile, per tener accesa la fiamma della Patria, completa e immortale.

Tanta armonia di facoltà, sempre più rara ormai nelle Assemblee elettive, conferisce nobiltà di arte anche ai suoi discorsi di materia finanziaria, commerciale e marittima, mentre i saggi storici e biografici, dedicati da lui agli eroi del nostro Risorgimento, si elevano ad altezza di vera poesia. Nessuno può leggere la , senza ammirare la fedele evocazione storica d’un epoca eroica e del poeta soldato che ne impersonava la virtù, passando dalle speranze della giovinezza al Pantheon dell’immortalità. E nessuno ha potuto ascoltare il discorso pronunciato da Paolo Boselli in Campidoglio, presiedendo alla commemorazione di Giovanni Bettolo, alla vigilia di assumere la direzione del Governo, senza pensare con profondo cordoglio alla tragica sorte dell’Ammiraglio, che tutta la marina aveva, per tanti anni, considerato come l’uomo destinato a guidarla alla vit- toria e che, nato troppo tardi per poter affermarsi come capo nelle guerre dell’indipendenza, e troppo presto per poter partecipare a questa guerra di definitiva redenzione, non ha potuto dividere con la sua marina, durante gli ultimi giorni della vita, i perigli di questo grande cimento.

Nell’uno e nell’altro caso, la evocazione della personalità del commemorato rivelava nell’oratore quella intuizione psicologica, che è dote essenziale del vero storico, come dell’uomo di governo. Dello storico, al quale, dati e fatti, relativamente alla realtà poco numerosi, bastano per ricostruire, come se fosse rievocato alla vita, il carattere di un uomo o di un’epoca; dell’uomo di governo, che da scarse notizie e da poche manifestazioni, riesce a comprendere, in un momento critico, le tendenze e la volontà della nazione.

Ma, in questi discorsi, come in quelli parlamentari, una gran parte dell’efficacia dell’oratore è anche dovuta all’altezza del suo carattere. , parlando di , giustamente pone in rilievo, che il risultato dell’eloquenza dipende in gran parte dalla tempra dell’oratore.

Questo si impone all’uditorio con un dominio cui pochi possono sottrarsi, quando loda in altri e ad altri raccomanda le virtù delle quali la sua vita possa essere esempio. E di Paolo Boselli come di Gugliemo Pitt, può a buon diritto affermarsi che, dalla scrupolosa irreprensibilità della vita privata, molta intensità di efficacia è derivata alla sua attività politica. Nella casa, esempio di virtù famigliari, nel Parlamento e nel Governo, modello di disinteresse austero, nei rapporti sociali prodigo con tutti di una amabilità semplice, che non apparisce indulgenza artificiosa, rivelando sempre un’armonia di virtù e di energie, che ne avvicina il carattere a quei tipi dell’antichità classica che ha nutrito i suoi studi e confortato i suoi ozi in ogni età della vita.

Completa l’ascendente dell’uomo, la giovanile freschezza dell’intelletto. Ogni famiglia ama il suo capo. Ogni Assemblea, ed in particolare ogni Assemblea legislativa, ama il suo decano. Ma tanto più una famiglia è orgogliosa del padre, quanto più questi, nel guidarla, specialmente negli ardui cimenti, possa gareggiare con i figli e perfino superarli nella energia del pensiero e nella vigoria dell’azione. Come , superato l’ottantesimo anno, sosteneva la più ardua delle battaglie parlamentari; come che, ad 89 anni, difende con mirabile forza d’argomenti e di stile, il suo sistema filosofico, così, Paolo Boselli, fondendo il prestigio della vecchiaia con la energia della giovinezza, ha parlato all’Italia ed ha operato e opera per l’Italia, in queste ore solenni.

Oggi, a Roma, a presiedere il Consiglio dei Ministri, a conferire con i rappresentanti degli Stati alleati o neutrali, a discutere con i meno conciliativi rappresentanti, del meno governabile dei partiti; domani, a , per ardui dibattiti e provvidi accordi con i governi degli Stati alleati; un giorno, a Milano, dove, a dieci riprese, nel corso della giornata, arringa le moltitudini più diverse, dovunque prodigando, con la stessa efficacia, una eloquenza nutrita di argomentazioni chiare e di fatti precisi, vibrante d’ardore patriottico e di quell’entusiasmo sincero che ad ogni gruppo di uditori si comunica e si impone; un’altro giorno, in Parlamento, dopo una serie di sedute tempestose, coordinando le forze degli amici, rintuzzando gli assalti degli avversari, conduce, intatta, nel porto di un voto di fiducia, una nave che pareva condannata ad infrangersi contro gli scogli dell’opposizione; ancora, un’altro dì, nel Consiglio Provinciale di Torino, che presiede da 36 anni, a dirigere con l’usata maestrìa la discussione; ma, occorrendo, pronto a respingere, con signorile sobrietà le affermazioni degli avversari, sferzando con severità classicamente aristocratica, i deficienti di patriottismo.

Per l’armonia delle doti migliori, rispettivamente prevalenti, in vari tipi di uomini di Stato, Paolo Boselli, ha potuto combinare, nelle circostanze più diverse, la efficacia della propria opera con la popolarità della propria persona. Ecco perchè, se i timori di un tepido cittadino o lo scherno di un cinico cosmopolita rivelano davanti a lui un sintomo di sfiducia, oppure un pericolo di fellonìa, l’anima sempre giovane del grande vegliardo sa rispondere al primo, con la convinzione più suggestiva, ribadendo l’assoluta certezza della vittoria, e sa battere il secondo, con fieri accenti che sembrano la rampogna di quattro generazioni di apostoli e di martiri del pensiero italiano.

Se, volgendo la mente all’avvenire, oltre la guerra, taluno si mostra davanti a lui sgomento dalla grandiosità delle possibili conseguenze economiche; oppure se altri, scambiando per aurora d’una vita nuova dell’umanità la presente ora delle alleanze, invoca, fin da adesso, stabili assetti federativi, che non potrebbero essere senza pericolo, per le individualità di molte nazioni, il timore degli uni è dissipato dal sapere del giurista e dell’economista che conosce e valuta le energie della economia nazionale e non ne ignora le più valide difese, e il temerario semplicismo degli altri è ammonito e frenato dal patriottismo pratico dell’uomo di Stato al quale la storia e la intuizione hanno insegnato quanto sia pericoloso pregiudicare, con anticipazione troppa copiosa d’impegni, la completa libertà delle iniziative future.

Mentre Paolo Boselli parlava, con paterna eloquenza, agli operai di Milano, pareva l’araldo di una nuova civiltà e di una nuova armonia di convivenza fra le classi sociali; armonia fondata, come ha detto testé ai laburisti inglesi il primo Ministro d’Australia, non sull’equilibrio meccanico derivante dal contrasto di interessi diversi, ma sul risultato della loro cooperazione ispirata e governata dalla giustizia.

Fervido, così nell’evocare davanti un commosso uditorio di cittadini, quelle recenti glorie della nazione delle quali è stato testimonio, come nell’additare alla nazione la mèta alla quale devono giungere la lotta degli eserciti e il sacrificio dei cittadini non combattenti; guida conciliatrice d’elementi diversi, lealmente fusi in questo divino sforzo della Patria, Paolo Boselli, può bene considerarsi come l’uomo rappresentativo della nostra antica razza, rinverdita e ringagliardita dai nuovi germogli, che ci rendono degni dell’ammirazione degli stessi nemici e ci esaltano, legittimamente, davanti al mondo intero.

Roma, ottobre 1917.

Capitolo I

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Non rientra nel compito di modeste note illustrative l’esposizione di quell’intreccio di avvenimenti, di quell’insieme di ragioni, di quel complesso di sentimenti che determinarono l’Italia a prendere il suo posto nella guerra mondiale.

Ci limitiamo perciò a notare soltanto i dati di fatto degli eventi grandiosi e mirabili ai quali si riconnette il periodo più fulgido della vita politica di Paolo Boselli.

Siamo nel Maggio 1915.

Volontà di popolo, sapienza di Governo, necessità di cose indussero il Gabinetto Salandra a denunziare il 4 maggio il trattato della triplice alleanza.

Gli avvenimenti precipitarono. La dichiarazione di guerra all’Austria appariva, ogni giorno di più, fatale e prossima.

Nella ripresa dei lavori parlamentari, il 20 maggio 1915, il Presidente del Consiglio, On. , nelle brevi, incisive comunicazioni del Governo presentava alla Camera dei Deputati un disegno di legge per il conferimento al Governo del Re di poteri straordinari in caso di guerra.

Egli chiedeva che il disegno di legge fosse deferito all’esame di una Commissione da nominarsi dal Presidente della Camera e che la Commissione si radunasse e riferisse in quello stesso giorno.

Il Presidente della Camera On. , dopo che la Camera ebbe approvato la proposta del Presidente del Consiglio, annunziò che la Commissione era composta di 18 membri e cioè degli On. Boselli, Luigi Luzzatti, Guido Baccelli, Coccu-Ortu, Compans, Camillo Finocchiaro-Aprile, Guicciardini, Barzilai, Bettolo, Pantano, Aguglia, Leonardo Bianchi, Credaro, Dari, Turati, Arlotta, Bissolati e Meda.

Intanto il Ministro degli Esteri, On. Sonnino, presentava, in quella seduta, i documenti diplomatici riguardanti i rapporti fra l’Italia e l’Austria Ungheria dal 9 dicembre 1914 al 4 maggio 1915 (libro verde).

Subito dopo il Presidente della Camera poneva in votazione la proposta del Presidente del Consiglio, che, qualora la Commissione riferisse oralmente, la Camera avesse ad esaminare e discutere in quello stesso giorno l’accennato disegno di legge.

Tale proposta, a termini del regolamento, doveva essere votata a scrutinio segreto e, per essere approvata, doveva riportare 3/4 dei voti favorevoli.

Si procedette alla votazione segreta sulla proposta di discutere immediatamente il disegno di legge e il risultato fu il seguente:

Votanti | 421

Voti favorevoli | 367

Voti contrari | 54

La seduta fu sospesa per dar modo ai Ministri di recarsi in Senato e alla Commissione di compiere il suo esame sul disegno di legge, e fu poi ripresa alle ore 17.

Il Presidente della Camera invitò l’On. Boselli, Presidente e Relatore della Commissione, a recarsi alla Tribuna per dare lettura della sua relazione.

Il resoconto stenografico delle discussioni parlamentari porta la seguente nota: «La Camera applaude vivamente l’On. Presidente della Commissione mentre egli si reca alla tribuna».

E si comprende. In quell’ora storica, nel profondo senso di responsabilità e nel medesimo tempo nel fervido entusiasmo di italianità che pervadeva la Camera, non poteva questa non comprendere tutto il significato ideale del fatto che fosse stato chiamato a riferire su quel disegno di legge l’uomo illustre che, in una vigorosa vecchiezza, dopo 45 anni di ininterrotto mandato parlamentare, prendeva quel giorno la parola a rappresentare i sentimenti non soltanto della Camera dei Deputati ma del popolo italiano.

Parve che in quel giorno tutti i grandi del nostro risorgimento parlassero per bocca dell’On. Boselli.

Egli tra l’attenzione vivissima, come nota il resoconto parlamentare, degli Onorevoli Deputati, tenne il seguente discorso:

BOSELLI, presidente della Commissione e relatore (segni di vivissima attenzione). Onorevoli colleghi! La Commissione, per la quale ho l’onore di riferirvi, vi propone, con voto unanime, (Vivissimi e prolungati applausi) di approvare il disegno di legge presentato dal Governo del Re.

Ne sono palesi le ragioni, ben giustificati i provvedimenti, ed esso concerne quanto occorra in caso di guerra e durante la guerra per i supremi intenti della difesa del paese, per i bisogni urgenti e straordinari dell’economia nazionale e anche, con ogni mezzo necessario e straordinario, per la vita finanziaria dello Stato.

Così questo disegno di legge viene suggellando efficacemente l’opera del Governo, cui fu consiglio la voce della patria, cui fu scorta il sentimento della dignità nazionale. (Vivissimi e prolungati applausi).

In quest’ora fatidica, che ci stringe in un proposito solo, ardente e forte, il vostro voto, onorevoli colleghi, sarà nuova affermazione, incomparabilmente solenne, della fede, invincibile e sicura, nel diritto e nelle glorie, della patria. (Vivissimi applausi).

Di qui muoverà oggi il grido della concordia (Benissimo!) vittoriosa in nome dell’Italia e del Re; e il paese seguirà questo grido, e quando per tutte le terre della Patria si darà ai venti la bandiera «Italia e Vittorio Emanuele», (Vivissime approvazioni) tutto il popolo italiano avrà un solo volere e un solo cuore. (Applausi).

Troppo lungamente al dolore delle genti italiane, divelte dall’Italia per le usurpazioni della forza e per lo strazio delle nazionalità (Vivissimi, entusiastici applausi — La Camera, sorgendo in piedi, grida: Viva Trento e Trieste! Viva l’Italia! Viva il Belgio!), al dolore di quella gente supremamente italiana per i decreti della natura, per la perpetuità della lingua, per il genio del pensiero, per i vincoli della storia, (Applausi) troppo lungamente rispondemmo colla parola delle speranze: e tempo è ormai di rispondere colla promessa della libe- razione. (Vivissimi, prolungati, entusiastici applausi — Grida rinnovate di: Viva l’Italia!).

Sarà gloria di questa Camera, la prima eletta dal suffragio popolarmente esteso, l’aver voluto, coll’entusiasmo e colla sapienza degli ardimenti patriottici, il compimento dei destini nazionali e la difesa del diritto di nazionalità. (Applausi).

Felice la gioventù italiana risorta alle fervide idealità! (Bravo!) E noi vecchi benediciamo Iddio nella commozione di questi giorni, che così potentemente richiamano i giorni di Solferino, di Calafatimi e di Bezzecca (Applausi), e a noi pare che tornino in quest’Aula gli spiriti grandi dei fattori della redenzione e dell’unità nazionale a salutare con noi i tanto invocati e sospirati eventi. (Vive approvazioni).

È ventura nostra affidare le nostre deliberazioni ai soldati italiani (Vivissimi, prolungati applausi - Grida di: Viva l’esercito!), che sentono l’impazienza dei valorosi e la cui virtù agguaglia ogni cimento; affidare le nostre deliberazioni ai marinai italiani, (Vivissimi, prolungati applausi - grida reiterate di: Viva l’Armata!) più forti delle fortissime navi, i quali anelano di dimostrare come nelle pieghe del vessillo tricolore rifulga ancora e sempre la insegna vittoriosa di San Marco e di San Giorgio. (Applausi).

L’esercito e l’armata guardano al Re (Applausi) e ne traggono esempio di coraggio sereno, saldo, degno della sua stirpe, esempio di patriottismo italiano temperato al genio dei tempi e al sentimento della nazione. (Vivissimi, reiterati applausi — Ministri e deputati sorgono in piedi al grido di: Viva il Re!).

L’esercito e l’armata mirano al Campidoglio fulgente, mirano a Roma, nata a tutte le missioni della civiltà, a Roma, dove dall’epopea sempre viva del Gianicolo alle tombe sempre ispiratrici del Pantheon risplende ed arde la fiamma sacra ed immortale della italianità, auspicatrice di secoli nuovi per tutte le genti civili.

Viva il Re! Viva l’Italia!

(Vivissimi, entusiastici, reiterati applausi. — La Camera, sorgendo in piedi grida ripetutamente: Viva il Re! Viva l’Italia! — Quando l’onorevole presidente della Commissione lascia la tribuna è di nuovo calorosamente applaudito).

Molte voci. Chiediamo l’affissione di questa relazione in tutti i Comuni. (Approvazioni - Commenti).

PRESIDENTE. Come la Camera sa, non vige presso di noi disposizione di legge o di regolamento, che permetta l’affissione obbligatoria di discorsi pronunziati nel Parlamento. Tuttavia farò eccezionalmente tutto quanto mi sarà possibile perchè il desiderio manifestato dai colleghi sia soddisfatto. (Benissimo ).

Iniziata la discussione parlarono, nella memorabile seduta, gli Onorevoli Barzilai, Turati, Ciccotti.

Dopo di che si procedette alla votazione segreta, alla quale in via eccezionale volle prendere parte anche il presidente On. Marcora e si ebbe il seguente risultato:

Presenti | 482

Votanti | 481

Maggioranza | 241

Voti favorevoli | 407

Voti contrari | 74

Astenuti | 1

La Camera fu riconvocata a domicilio ed il Governo, forte del consenso del paese e del Parlamento, dichiarava all’Austria-Ungheria quella guerra che, iniziata il 24 maggio 1915, era diretta a riaffermare il diritto della gente italica ad essere sé stessa anche in quelle regioni sulle quali gravava da secoli la mano rapace e crudele di un ostinato e truce nemico.

I suoi sentimenti circa la guerra italiana l’Onorevole Boselli ebbe a manifestare anche al Consiglio provinciale di Torino del quale fa parte da circa mezzo secolo e del quale da più di trentasei anni è Presidente.

II 14 Giugno 1915 quel consesso deliberò di dare un contributo per l’assistenza civile.

In tale occasione l’Onorevole Boselli pronunziò il seguente discorso nel quale è notevole la stringatezza e la vigoria del ragionamento circa la decadenza della triplice alleanza ed è mirabile lo slancio ideale che lo domina:

Presidente: S. E. BOSELLI. Viene ora in discussione il num. 4 dell’ordine del giorno: Contributo della Provincia per attenuare il disagio economico derivante dalla guerra.

La Commissione di finanza è d’accordo con le conclusioni della Deputazione, la quale propone che il consiglio deliberi di mettere a disposizione un fondo di lire duecentomila allo scopo di attenuare il disagio economico derivante dalla guerra.

Il Comm. Borgesa, per la Deputazione, espose con alto pensiero e con viva eloquenza la proposta, a cui l’on. Frola, per la Commissione di finanza, diede ispirato e vigoroso plauso, ed a cui non falliranno i vostri suffragi per dovere sociale, per patriottico sentimento.

La cifra, si idealizza — secondo lo spirito che la informa — e l’animo nostro si rivolge commosso e plaudente ai soldati italiani che, con tanto entusiasmo, mirabilmente combattono e vincono (Applausi).

Mentre noi affermiamo la concordia civile, mentre noi promuoviamo la cooperazione della fraternità e del lavoro, essi, essi tutti, che sono il fiore del popolo italiano, con una sola idea liberatrice, con un solo intrepido cuore, assicurano la vita del diritto e compiono l’indipendenza nazionale. E sia domestico orgoglio se i figli del Piemonte, sin dai primi cimenti, si mostrarono degni della loro gente e della storia loro (Bene!).

Appare in mezzo alle schiere, nell’ora dei forti, appare, sulle contrastate vette, il Re d’Italia, colla serenità dell’ardimento, colla fede eccelsa ed ispiratrice nei destini della patria, col senso popolare che impronta tutto il suo regno. Da Torino Carlo Alberto portò per la prima volta, con gloria maggiore della fortuna, il tricolore alla Lombardia e alla Venezia; lo porterà Vittorio Emanuele III con gloria vittoriosa da Trieste a Trento, da Fiume a Zara, a tutta la Venezia ricomposta secondo la lingua e la storia; e cadrà per sempre distrutta l’iniqua opera di Campoformio (Applausi).

Credemmo, onorevoli colleghi, credemmo, col senso della civiltà italica, che è romanamente latina e universale, che si instaurasse il regno della ragione tra tutte le genti civili, che si serbasse veramente umano il consorzio fra le Nazioni, che dovunque il diritto di nazionalità fosse sulla via del giusto riconoscimento. Quando altri si levarono a smentire questa nostra fede di civiltà e di progresso, l’Italia non poteva più rimanere al loro fianco: il suo posto era diversamente segnato dai nostri pensatori, dalle nostre tradizioni, dall’anima italiana formata di coscienza giuridica e di idealità inestinguibili. Ogni vincolo di alleanza è disciolto quando ogni virtù di principii, ogni vincolo di diritto è spezzato e disperso (Benissimo!).

Noi confidammo in un’alleanza fatta a guarentigia e a difesa della patria. L’Austria mirò sempre a giovar- sene come di presidio e di argomento a sostegno delle sue imprese di dominazione. Nè frenò una prima volta l’Italia l’impeto conquistatore; ma da che nello scorso anno il cozzo delle armi fu repentinamente voluto, cadde da sè, per rispetto all’Italia, per intrinseca ed effettiva fallacia, l’alleanza sorta a schermo della pace e così tramutata, per arbitrio altrui, in propagazione di guerra (Applausi).

Oh! lo seppe troppe volte il Piemonte come l’Austria formi i patti e li tradisca! e con quante insidie essa avvolse questo paese e i principi suoi.

Tentò l’Austria, sul finire del secolo decimottavo, disfare l’opera italiana della Casa di Savoia ricacciandone la potenza oltre le Alpi, e fu, in quei tempi procellosi e infelici, tarda e perfida alleata.

Intese, or fa un secolo, al Congresso che fe’ scempio delle Nazioni, intese ad umiliare i Sovrani del Piemonte, a restringere i confini del loro regno, e ad assidersi militarmente in queste contrade; volle sconvolgere la successione dinastica per svellere ogni liberale speranza; con Maria Teresa diede alla restaurazione oscuri colori e odiose tendenze; e la tracotanza minacciosa di Radetzki avrebbe oppresso la libertà del Piemonte se il Re Galantuomo non poneva a repentaglio la Corona, anzichè violare le istituzioni giurate: dal che provenne lo splendore del suo regno e la redenzione d’Italia (Applausi).

Qui raffigurò i patimenti che l’Austria suol apprestare a chi pensa per l’Italia; qui nel grido italico di risuonò il «porro unum necessarium», cioè la suprema necessità di liberare compiutamente l’Italia dall’Austria (Benissimo!).

Il momento della compiuta liberazione è ormai giunto; e presto, colla gloria del Diritto e della Patria, tornerà la pace del lavoro, la pace dei domestici focolari.

Oggi dalle più umili case alla reggia vi sono ansie di spose e di madri. Ma sono forti le donne italiane. A tutte il nostro saluto di amore e di augurio: a quelle segnatamente cui è più che raddoppiata la fatica dei campi e reso più scarso il compenso, a quelle che in ogni maniera di lavoro e di disagio più stentano e più soffrono.

Mirino tutte le donne italiane all’augusta Regina, pietosa nelle opere consolatrici, consapevole, per virtù della sua stirpe, delle lotte sublimi onde si suggella l’indipendenza dei popoli: mirino all’augusta Madre, alla figlia del cavalleresco eroe di Peschiera, la quale, perchè sa tutte le ispirazioni del genio italico, sente tutti gl’impulsi delle rivendicazioni nazionali (Approvazioni).

In quella che i nostri alpini rinnovano i miracoli loro, e le nostre artiglierie formidabili incalzano, e i cavalieri di Montebello risalgono in sella, e il nerbo delle milizie indomito si avanza, e i nostri marinai confidano all’Adriatico l’invocazione delle gesta gloriose, sembra, onorevoli colleghi, che una visione di poesia italiana accenda il nostro pensiero. E benedice da Rovereto, e gli echi risvegliano i canti di , e attende in Dalmazia (Benissimo!).

Nè è tutta fantasia, onorevoli colleghi. Sono memorie codeste che significano ed affermano l’italianità perpetua del genio e della stirpe. Sono memorie che si accordano colla felice vocazione dei giorni nostri, nei quali tutta la gente italiana sarà perpetuamente unita nella libertà della Patria (Prolungati applausi).

Sulla guerra l’On Boselli riprese la parola nella prima seduta (9 agosto 1915) della sessione autunnale dello stesso Consiglio, inviando all’Esercito il seguente saluto:

BOSELLI, presidente: Grato, sommamente grato è tutto l’animo mio al rinnovarsi della vostra fiducia, tanto ambita per l’alto ufficio che mi onora, tanto cara per l’affetto vostro prezioso.

E crescono oggi i motivi della mia gratitudine, del compiacimento mio, perchè, eletto da Voi e interprete vostro, mi è dato rivolgere il saluto della Provincia di Torino ai soldati italiani che gloriosamente combattono.

Soldati meravigliosi! Per il patriottico entusiasmo, per l'ardimentoso valore. Meravigliosi soldati! Non misurano i pericoli, spregiano le insidie e compiono i miracoli! Vincono dove parevano inaccessibili le asprissime vette, i formidabili ripari, dove pareva che fosse un sogno la vittoria: meravigliosi soldati! Muoiono intrepidi col nome d’Italia sul labbro, e, feriti, anelano di tornare alle concitate battaglie (Applausi!).

Vengono dessi da ogni contrada della penisola ad affermare la grande unificazione dell’eroismo nazionale, a suggellare sublimemente la unanimità dell’anima italiana per i diritti e per l’avvenire della Patria.

La tempra italiana, la tempra dell’Italia tutta appare e vale nel suo fortissimo vigore, nella generosità dei suoi impavidi impulsi. Si combatte per restituire alla Patria le terre involate, si combatte per la dignità civile e politica dell’Italia nel mondo (Bene!).

La virtù latina passa dal dominio della tradizione classica alla testimonianza di luminosi eventi. La civiltà umana sente che colla nuova Italia, è sorto un nuovo presidio e una nuova forza di idee e di volere, sacrata ad ogni giusta rivendicazione nazionale. L’Italia è superba dei suoi figli: il cuore della Nazione si eleva, e una nuova storia comincia (Vive approvazioni!).

Sia piena la letizia dei forti e fortunata ogni impresa. Onore a chi cadde, a chi cade recando in campo il grido liberatore delle Alpi, delle pianure, dei mari italiani! Onore di domestica gloria e di domestico cordoglio a coloro che, a prezzo del loro sangue, rinnovarono gli ardimenti del Piemonte guerriero! Nei desolati focolari, nelle ore in cui piangono le madri e le spose, irraggia l’immagine della Patria riconoscente e si propaga l’inno che suona immortale sulla tomba degli eroi (Benissimo!).

L’anima di Re Umberto, aleggiando sui futuri destini, esulta tra quelle dei valorosi morti per la grandezza della Patria ed esultano, intorno ad essa, le anime tutte dei martiri e dei combattenti che salendo i patiboli, morendo a Bezzecca, invocarono la liberazione che oggi si compie.

Da questa fatidica città che udì il grido di , donde due Re mossero alla riscossa contro l’oppressore straniero, l’animo nostro segue col sentimento delle invitte tradizioni Sabaude, coll’ardore del sentimento italiano.

Il Re, sempre popolarmente ispirato, saldo e sapiente custode delle pubbliche libertà, auspice dei rinnovamenti sociali, è oggi mirabilmente valoroso fra le schiere dei valorosi, è oggi l’assertore sovrano, l’esempio incitatore alle magnanime gesta. (Prolungati applausi).

Una altra occasiona, nella quale l’On. Boselli fece sentire la sua voce durante il Ministero Salandra, si ebbe nella ripresa dei lavori parlamentari, nel dicembre 1915.

La Camera dei Deputati, dopo aver conferito al Governo i chiesti poteri straordinari in caso di guerra, aveva preso le vacanze.

Come è noto, la guerra all’Austria fu iniziata quattro giorni dopo e fu condotta dai nostri duci e soldati in modo mirabile, tanto che la lotta fu subito portata fuori dei confini della Patria.

La Camera riprese i suoi lavori il 1° dicembre 1915. In quella seduta l’On. Sennino, Ministro degli Affari Esteri, fece importanti dichiarazioni nelle quali annunziò che il 20 agosto avevamo dichiarato la guerra alla Turchia; che avevamo dichiarato guerra alla Bulgaria; che avevamo aderito al patto di Londra.

Nella seduta successiva si iniziò la discussione sulle comunicazioni del Governo. Vi presero parte gli On.li Pantano, Roi, Orlando S., Treves, Micheli, Lucci, Raimondo, Bianchi L., Colajanni, Calisse e Luzzatti.

A tutti rispose, nella seduta del 4 dicembre l’On. Salandra, Presidente del Consiglio e Ministro dell’Interno, che pronunziò un lungo ed elevato discorso.

Dopo di che si passò allo svolgimento degli ordini del giorno.

Tra essi ebbe importanza quello dell’On. Ciceotti così concepito:

«La Camera: udite le dichiarazioni del Governo; facendo eco al nobile sentimento pel quale il Paese non conta i sacrifici dell’arduo conflitto ed elimina ogni dissenso nell’azione; deliberata a secondare ogni idoneo sforzo pel trionfo delle più elevate ragioni di giustizia internazionale e delle più legittime aspirazioni nazionali; passa all’ordine del giorno.

L’On. Ciceotti lo svolse brevemente ma con ispirate parole.

Dopo lo svolgimento dell’ordine del giorno dell’On. Labriola si passò all’ordine del giorno presentato dall On. Boselli così concepito:

«La approva la politica del Governo e passa, all’ordine del giorno».

L’On. Boselli pronunziò allora il seguente, incisivo, nobile discorso.

BOSELLI. (Segni di attenzione). Il mio ordine del giorno ha prevenuto gli applausi coi quali la Camera accolse l’ordine del giorno dell’On. Ciccotti (Applausi), poiché uno stesso concetto, uno stesso sentimento ci ha ispirati: il concetto dell’unione, il sentimento della Patria.

Il mio ordine del giorno chiede e conferma quella concordia di voti la quale, al di sopra e al di fuori delle divisioni parlamentari; al di sopra e al di fuori degli apprezzamenti contingenti, esprime l’anima della nazione che è tutta fortemente e ferventemente unita in un solo intento, in un volere solo (Applausi').

Il mio ordine del giorno si ricongiunge alla deliberazione con la quale questa Camera deliberò la magnanima impresa. Approvando la politica nazionale del Governo, confermando al Governo la nostra fiducia, noi diciamo che l’ha fin qui bene interpretata e che abbiamo fede che continuerà ad esplicare la politica nazionale con la stessa vigoria, con la stessa larghezza di idee, con la stessa decisione di propositi per l’Italia e per la civiltà con le quali ha fin qui proceduto (Approvazioni).

Noi abbiamo inteso le dichiarazioni del Governo, dichiarazioni le quali ci rassicurano che l’Italia proseguirà a sostenere impavidamente e senza fermarsi i diritti di tutte le genti italiane, e che darà all’Adriatico una nuova storia di italianità (Vive approvazioni).

Noi avvalorando questa politica, non solo corrispondiamo al mirabile patriottismo del paese, al patriottismo che tutti ci ispira, tutti ci guida, ma proseguiamo le più splendide, le più eloquenti tradizioni del Risorgimento italiano. Concedete a me, che venni in quest’aula quando era popolata da coloro che avevano, o col pensiero o col valore nell’esercito e nelle file garibaldine, creata l’èra nuova del Risorgimento nazionale, che vi dica che in questi miei vecchi anni sono commosso nel vedere come la fiamma che quegli uomini generosi ed insigni gettarono nel paese, non solo continui inestinguibile ma fu tale che oggi si è vividamente riaccesa e divampa nella Nazione nostra in tal guisa da non affievolirsi, ma da crescere sempre più e più ardente fino al giorno della vittoria per l’Italia e per la civiltà (Vivi applausi).

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