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LIRICHE
DI
GUIDO GOZZANO
I colloqui
......reduce dall’Amore e dalla Morte gli hanno mentito le due cose belle......
Venticinqu’anni!... Sono vecchio, sono vecchio! Passò la giovinezza prima, 3il dono mi lasciò dell’abbandono!
Un libro di passato, ov’io reprima il mio singhiozzo e il pallido vestigio 6riconosca di lei, tra rima e rima.
Venticinqu’anni! Medito il prodigio biblico.... guardo il sole che declina 9già lentamente sul mio cielo grigio.
Venticinqu’anni!... Ed ecco la trentina inquietante, torbida d’istinti 12moribondi.... ecco poi la quarantina
spaventosa, l’età cupa dei vinti, poi la vecchiezza, l’orrida vecchiezza 15dai denti finti e dai capelli tinti.
O non assai goduta giovinezza, oggi ti vedo quale fosti, vedo 18il tuo sorriso, amante che s’apprezza
solo nell’ora triste del congedo! Venticinqu’anni!... Come più m’avanzo 21all’altra meta, gioventù, m’avvedo
che fosti bella come un bel romanzo!
Ma un bel romanzo che non fu vissuto da me, ch’io vidi vivere da quello che mi seguì, dal mio fratello muto.
Io piansi e risi per quel mio fratello che pianse e rise, e fu come lo spetro ideale di me, giovine e bello.
A ciascun passo mi rivolsi indietro, curioso di lui, con occhi fissi spiando il suo pensiero, or gaio or tetro.
Egli pensò le cose ch’io ridissi, confortò la mia pena in sè romita, e visse quella vita che non vissi.
Egli ama e vive la sua dolce vita; non io che, solo nei miei sogni d’arte, narrai la bella favola compita.
Non vissi. Muto sulle mute carte ritrassi lui, meravigliando spesso. Non vivo. Solo, gelido, in disparte,
sorrido e guardo vivere me stesso.
L'ultima infedeltà
Dolce tristezza, pur t’aveva seco non è molt’anni, il pallido bambino sbocconcellante la merenda, chino sul tedioso compito di greco....
Più tardi seco t’ebbe in suo cammino sentimentale, adolescente cieco di desiderio, se giungeva l’eco d’una voce, d’un passo femminino.
Oggi pur la tristezza si dilegua per sempre da quest’anima corrosa dove un riso amarissimo persiste,
un riso che mi torce senza tregua la bocca.... Ah! veramente non so cosa più triste che non più essere triste!
Le due strade
Tra bande verdigialle d’innumeri ginestre la bella strada alpestre scendeva nella valle.
Ecco, nel lento oblio, rapidamente in vista, 4apparve una ciclista a sommo del pendio.
Ci venne incontro: scese. «Signora: sono Grazia!» Sorrise nella grazia dell’abito scozzese.
«Tu? Grazia? la bambina?» - «Mi riconosce ancora?» 8«Ma certo!» E la Signora baciò la Signorina.
«La bimba Graziella! Diciott’anni? Di già? La mamma come sta? E ti sei fatta bella!
La bimba Graziella: così cattiva e ingorda!...» 12«Signora, si ricorda quelli anni?» - «E così bella
vai senza cavalieri in bicicletta?...» - «Vede!...» «Ci segui un tratto a piede?» - «Signora, volentieri.»
«Ah! Ti presento, aspetta, l’avvocato: un amico 16caro di mio marito. Dagli la bicicletta....»
Sorrise e non rispose. Condussi nell’ascesa la bicicletta accesa d’un gran mazzo di rose.
E la Signora scaltra e la bambina ardita 20si mossero: la vita una allacciò dell’altra.
Adolescente l’una nelle gonnelle corte, eppur già donna: forte bella vivace bruna
e balda nel solino dritto, nella cravatta, 4la gran chioma disfatta nel tocco da fantino.
Ed io godevo, senza parlare, con l’aroma degli abeti l’aroma di quell’adolescenza.
- O via della salute, o vergine apparita, 8o via tutta fiorita di gioie non mietute,
forse la buona via saresti al mio passaggio, un dolce beveraggio alla malinconia!
O bimba nelle palme tu chiudi la mia sorte; 12discendere alla Morte come per rive calme,
discendere al Niente pel mio sentiero umano, ma avere te per mano, o dolcesorridente!
Così dicevo senza parola. E l’altra intanto 16vedevo: triste accanto a quell’adolescenza!
Da troppo tempo bella, non più bella tra poco colei che vide al gioco la bimba Graziella.
Belli i belli occhi strani della bellezza ancora 20d’un fiore che disfiora, e non avrà domani.
Sotto l’aperto cielo, presso l’adolescente come terribilmente m’apparve lo sfacelo!
Nulla fu più sinistro che la bocca vermiglia 24troppo, le tinte ciglia e l’opera del bistro
intorno all’occhio stanco, la piega di quei labri, l’inganno dei cinabri sul volto troppo bianco,
gli accesi dal veleno biondissimi capelli: 28in altro tempo belli d’un bel biondo sereno.
Da troppo tempo bella, non più bella tra poco, colei che vide al gioco la bimba Graziella!
- O mio cuore che valse la luce mattutina 32raggiante sulla china tutte le strade false?
Cuore che non fioristi, è vano che t’affretti verso miraggi schietti in orti meno tristi;
tu senti che non giova all’uomo soffermarsi, 36gettare i sogni sparsi, per una vita nuova.
Discenderai al Niente pel tuo sentiere umano e non avrai per mano la dolcesorridente,
ma l’altro beveraggio avrai fino alla morte: 40il tempo è già più forte di tutto il tuo coraggio. -
Queste pensavo cose, guidando nell’ascesa la bicicletta accesa d’un gran mazzo di rose.
Erano folti intorno gli abeti nell’assalto dei greppi fino all’alto nevaio disadorno.
I greggi, sparsi a picco, in lenti beli e mugli, 4brucavano ai cespugli di menta il latte ricco;
e prossimi e lontani univan sonnolenti al ritmo dei torrenti un ritmo di campani.
Lungi i pensieri foschi! Se non verrà l’amore 8che importa? Giunge al cuore il buon odor dei boschi.
Di quali aromi opimo odore non si sa: di resina? di timo? o di serenità?...
Sostammo accanto a un prato e la Signora, china, baciò la Signorina, ridendo nel commiato.
«Bada che aspetterò, che aspetteremo te; 4si prende un po’ di the, si cicaleccia un po’....»
«Verrò, Signora; grazie!» Dalle mie mani, in fretta, tolse la bicicletta. E non mi disse grazie.
Non mi parlò. D’un balzo salì, prese l’avvio; 8la macchina il fruscìo ebbe d’un piede scalzo,
d’un batter d’ali ignote, come seguita a lato da un non so che d’alato volgente con le rote.
Restammo alle sue spalle. La strada, come un nastro 12sottile d’alabastro, scendeva nella valle.
«Signora!... Arrivederla!...» gridò di lungi, ai venti. Di lungi ebbero i denti un balenio di perla.
Tra la verzura folta disparve, apparve ancora. 16Ancor s’udì: «...Signora!...» E fu l’ultima volta.
Grazia è scomparsa. Vola - dove? - la bicicletta.... «Amica, e non m’ha detta una parola sola!»
«Te ne duole?» - «Chi sa!» - «Fu taciturna, amore, 20per te, come il Dolore....» - «O la Felicità....»
Elogio degli amori ancillari
Allor che viene con novelle sue, ghermir mi piace l’agile fantesca che secretaria antica è fra noi due.
M’accende il riso della bocca fresca, l’attesa vana, il motto arguto, l’ora, e il profumo d’istoria boccaccesca....
Ella m’irride, si dibatte, implora, invoca il nome della sua padrona: «Ah! Che vergogna! Povera Signora!
Ah! Povera Signora!...» E s’abbandona.
Gaie figure di decamerone le cameriste dan, senza tormento, più sana voluttà che le padrone.
Non la scaltrezza del martirio lento, non da morbosità polsi riarsi, e non il tedioso sentimento
che fa le notti lunghe e i sonni scarsi, non dopo voluttà l’anima triste: ma un più sereno e maschio sollazzarsi.
Lodo l’amore delle cameriste!
Il gioco del silenzio
Non so se veramente fu vissuto quel giorno della prima primavera. Ricordo - o sogno? - un prato di velluto, ricordo - o sogno? - un cielo che s’annera, e il tuo sgomento e i lampi e la bufera livida sul paese sconosciuto....
Poi la cascina rustica del colle e la corsa e le grida e la massaia e il rifugio notturno e l’ora folle e te giuliva come una crestaia, e l’aurora ed i canti in mezzo all’aia e il ritorno in un velo di corolle....
- Parla! - Salivi per la bella strada primaverile, tra pescheti rosa, mandorli bianchi, molli di rugiada.... - Parla! - Tacevi, rigida pensosa della cosa carpita, della cosa che accade e non si sa mai come accada....
- Parla! - seguivo l’odorosa traccia della tua gonna.... Tuttavia rivedo quel tuo sottile corpo di cinedo, quella tua muta corrugata faccia che par sogni l’inganno od il congedo e che piacere a me par che le spiaccia....
E ancora mi negasti la tua voce in treno. Supplicai, chino rimasi su te, nel rombo ritmico e veloce.... Ti scossi, ti parlai con rudi frasi, ti feci male, ti percossi quasi, e ancora mi negasti la tua voce.
Giocosa amica, il Tempo vola, invola ogni promessa. Dissipò coi baci le tue parole tenere fugaci.... Non quel silenzio. Nel ricordo, sola restò la bocca che non diè parola, la bocca che tacendo disse: Taci!....
Il buon compagno
Non fu l’Amore, no. Furono i sensi curiosi di noi, nati pel culto del sogno.... E l’atto rapido, inconsulto ci parve fonte di misteri immensi.
Ma poi che nel tuo bacio ultimo spensi l’ultimo bacio e l’ultimo sussulto, non udii che quell’arido singulto di te, perduta nei capelli densi.
E fu vano accostare i nostri cuori già riarsi dal sogno e dal pensiero; Amor non lega troppo eguali tempre.
Scenda l’oblio; immuni da languori si prosegua più forti pel sentiero, buoni compagni ed alleati: sempre.
Invernale
«.... cri.... i.... i.... i.... icch.... l’incrinatura il ghiaccio rabescò, stridula e viva. 3«A riva!» Ognuno guadagnò la riva disertando la crosta malsicura. «A riva! A riva!...» Un soffio di paura 6disperse la brigata fuggitiva.
«Resta!» Ella chiuse il mio braccio conserto, le sue dita intrecciò, vivi legami, 9alle mie dita. «Resta, se tu m’ami!» E sullo specchio subdolo e deserto soli restammo, in largo volo aperto, 12ebbri d’immensità, sordi ai richiami.
Fatto lieve così come uno spetro, senza passato più, senza ricordo, 15m’abbandonai con lei, nel folle accordo, di larghe rote disegnando il vetro. Dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più tetro.... 18dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più sordo...
Rabbrividii così, come chi ascolti lo stridulo sogghigno della Morte, 21e mi chinai, con le pupille assorte, e trasparire vidi i nostri volti già risupini lividi sepolti.... 24Dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più forte....
Oh! Come, come, a quelle dita avvinto, rimpiansi il mondo e la mia dolce vita! 27O voce imperïosa dell’istinto! O voluttà di vivere infinita! Le dita liberai da quelle dita, 30e guadagnai la ripa, ansante, vinto....
Ella sola restò, sorda al suo nome, rotando a lungo nel suo regno solo.
33Le piacque, alfine, ritoccare il suolo; e ridendo approdò, sfatta le chiome, e bella ardita palpitante come 36la procellaria che raccoglie il volo.
Non curante l’affanno e le riprese dello stuolo gaietto femminile, 39mi cercò, mi raggiunse tra le file degli amici con ridere cortese: «Signor mio caro, grazie!» E mi protese 42la mano breve, sibilando: - Vile! -
L'assenza
Un bacio. Ed è lungi. Dispare giù in fondo, là dove si perde la strada boschiva che pare 4un gran corridoio nel verde.
Risalgo qui dove dianzi vestiva il bell’abito grigio: rivedo l’uncino, i romanzi 8ed ogni sottile vestigio....
Mi piego al balcone. Abbandono la gota sopra la ringhiera. E non sono triste. Non sono 12più triste. Ritorna stasera.
E intorno declina l’estate. E sopra un geranio vermiglio, fremendo le ali caudate 16si libra un enorme Papilio....
L’azzurro infinito del giorno è come una seta ben tesa; ma sulla serena distesa 20la luna già pensa al ritorno.
Lo stagno risplende. Si tace la rana. Ma guizza un bagliore d’acceso smeraldo, di brace 24azzurra: il martin pescatore....
E non sono triste. Ma sono stupito se guardo il giardino.... stupito di che? non mi sono 28sentito mai tanto bambino....
Stupito di che? Delle cose. I fiori mi paiono strani; ci sono pur sempre le rose, 32ci sono pur sempre i gerani....
Convito
M’è dolce cosa nel tramonto, chino sopra gli alari dalle braci roche, m’è dolce cosa convitar le poche 4donne che mi sorrisero in cammino.
Trasumanate già, senza persone, sorgono tutte.... E quelle più lontane, 3e le compagne di speranze buone e le piccole, ancora, e le più vane: mime crestaie fanti cortigiane 6argute come in un decamerone....
Tra le faville e il crepitio dei ceppi sorgono tutte, pallida falange.... 9Amore no! Amore no! non seppi il vero Amor per cui si ride e piange; Amore non mi tanse e non mi tange; 12invan m’offersi alle catene e ai ceppi.
O non amate che mi amaste, a Lui invan proffersi il cuor che non s’appaga. 15Amor non mi piagò di quella piaga che mi parve dolcissima in altrui.... A quale gelo condannato fui? 18Non varrà succo d’erbe o l’arte maga?
- Un maleficio fu dalla tua culla, nè varrà l’arte maga, o sognatore! 3Fino alla tomba il tuo gelido cuore porterai con la tua sete fanciulla, fanciullo triste che sapesti nulla, 6chè ben sa nulla chi non sa l’Amore.
Una ti bacierà con la sua bocca, forzando il chiuso cuore che resiste; 9e quell’una verrà, fratello triste, forse l’uscio picchiò con la sua nocca, forse alle spalle già ti sta, ti tocca; 12già ti cinge di sue chiome non viste....
Si dilegua con occhi di sorella 14indi ciascuna. E si riprende il cuore.
«Fratello triste, cui mentì l’Amore, 16che non ti menta l’altra cosa bella!»
Alle soglie
Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto, mio cuore, bambino che è tanto felice d’esistere al mondo,
pur chiuso nella tua nicchia, ti pare sentire di fuori 4sovente qualcuno che picchia, che picchia.... Sono i dottori.
Mi picchiano in vario lor metro spiando non so quali segni, m’auscultano con li ordegni il petto davanti e di dietro.
E senton chi sa quali tarli i vecchi saputi.... A che scopo? 8Sorriderei quasi, se dopo non bisognasse pagarli....
«Appena un lieve sussurro all’apice.... qui.... la clavicola....» E con la matita ridicola disegnano un circolo azzurro.
«Nutrirsi.... non fare più versi... nessuna notte più insonne.... 12non più sigarette.... non donne.... tentare bei cieli più tersi:
Nervi.... Rapallo.... San Remo.... cacciare la malinconia; e se permette faremo qualche radioscopia....»
O cuore non forse che avvisi solcarti, con grande paura, 16la casa ben chiusa ed oscura, di gelidi raggi improvvisi?
Un fluido investe il torace, frugando il men peggio e il peggiore, trascorre, e senza dolore disegna su sfondo di brace
e l’ossa e gli organi grami, al modo che un lampo nel fosco 20disegna il profilo d’un bosco, coi minimi intrichi dei rami.
E vedon chi sa quali tarli i vecchi saputi.... A che scopo? Sorriderei quasi, se dopo non fosse mestieri pagarli.
Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto, 24mio cuore, bambino che è tanto felice d’esistere al mondo,
mio cuore dubito forte - ma per te solo m’accora - che venga quella Signora dall’uomo detta la Morte.
(Dall’uomo: chè l’acqua la pietra l’erba l’insetto l’aedo 28le danno un nome, che, credo, esprima una cosa non tetra)
È una Signora vestita di nulla e che non ha forma. Protende su tutto le dita, e tutto che tocca trasforma.
Tu senti un benessere come un incubo senza dolori; 32ti svegli mutato di fuori, nel volto nel pelo nel nome.
Ti svegli dagl’incubi innocui, diverso ti senti, lontano; nè più ti ricordi i colloqui tenuti con guidogozzano.
Or taci nel petto corroso, mio cuore! Io resto al supplizio, 36sereno come uno sposo e placido come un novizio.
Il più atto
Adolescente forte, quadre le spalle e il busto, irride al mio tramonto con chiari occhi sereni; sdegna i pensieri torpidi, gli studi vani, i freni; 4tempra in cimenti rudi il bel corpo robusto.
Il ramo è che rallevi già sullo stesso fusto accanto al ramo spoglio, Morte che sopravvieni.... A lui vada la vita! A lui le rose, i beni, 8le donne ed i piaceri! Madre Natura è giusto.
Ed egli sia quell’uno felice ch’io non fui! Questa speranza sola m’addolcirà lo strazio del Nulla.... Sulle soglie del Tempo e dello Spazio 12è pur dolce conforto rivivere in altrui.
Senza querele, o Morte, discendo ai regni bui; di ciò che tu mi desti, o Vita, io ti ringrazio. Sorrido al mio fratello.... Poi, rassegnato e sazio, 16a lui cedo la coppa. E già mi sento lui.
Salvezza
Vivere cinque ore? Vivere cinque età?... Benedetto il sopore 4che m’addormenterà....
Ho goduto il risveglio dell’anima leggiera: meglio dormire, meglio 8prima della mia sera.
Poi che non ha ritorno il riso mattutino. La bellezza del giorno 12è tutta nel mattino.
Paolo e Virginia
Io fui Paolo già. Troppo mi scuote il nome di Virginia. Ebbro e commosso leggo il volume senza fine amaro; chino su quelle pagine remote 5rivivo tempi già vissuti e posso piangere (ancora!) come uno scolaro.... Splende nel sogno chiaro l’isola dove nacqui e dove amai; rivedo gli orizzonti immaginari 10e favolosi come gli scenari, la rada calma dove i marinai trafficavano spezie e legni rari.... Virginia ride al limite del bosco e trepida saluta.... 15Risorge chiara dal passato fosco la patria perduta che non conobbi mai, che riconosco....
O soave contrada! O palme somme erette verso il cielo come dardi, flabelli verdi sibilanti ai venti! Alberi delle manne e delle gomme, 5ebani cupi, sandali gagliardi, liane contorte, felci arborescenti! Virginia ti rammenti di quella sempiterna primavera? Rammenti i campi d’indaco e di the, 10e le Missioni e il Padre e il Vicerè, quel Tropico rammenti, di maniera, un poco falso, come piace a me?... Ti rammenti il colore del Settecento esotico, l’odore 15di pace, filtro di non so che frutto e di non so che fiore, il filtro che dismemora di tutto?...
Ti chiamavo sorella, mi chiamavi fratello. Tutto favoriva intorno le nostre adolescenze ignare e belle. Era la vita semplice degli avi, 5la vita delle origini, il Ritorno sognato da Gian Giacomo ribelle. Di tutto ignari: delle Scienze e dell’Indagine che prostra e della Storia, favola mentita, 10abitavamo l’isola romita senz’altro dove che la terra nostra, senz’altro quando che la nostra vita. Le dolci madri a sera c’insegnavano il Bene, la Pietà, 15la Fede unica e vera; e lenti innalzavamo la preghiera al Padre Nostro che nei cieli sta....
Seduti in coro, nelle sere calme, seguivamo i piròfori che ardeano nella verzura dell’Eremitaggio; fra i dolci intercolunni delle palme 5scintillava la Luna sull’oceano, giungeva un canto flebile e selvaggio. Tra noi sedeva il Saggio e ci ammoniva con forbiti esempi ispirati da e da .... 10L’isola si chiamò per suo consiglio secondo la retorica dei tempi: Rivo dell’Amistà, Colle del Giglio, Fonte dei Casti Accenti.... Era il tempo dei Nestori morali, 15dei saggi ammonimenti era il tempo dei buoni sentimenti, della virtù, dei semplici ideali.
Immuni dalla gara che divampa nel triste mondo, crescevamo paghi dei beni della rete e della freccia; belli e felici come in una stampa 5del tuo romanzo, correvamo i laghi nella svelta piroga di corteccia; sull’ora boschereccia numeravamo l’ora il giorno l’anno: - Quant’anni avrete poi? - Quanti n’avranno 10quei due palmizi dispari, alle soglie.... - - Verrete? - Quando i manghi fioriranno.... - - Sorella, già si chiudono le foglie, trema la prima stella.... - - Il sicomoro ha l’ombra alle radici: 15è mezzodì, sorella.... - Era la nostra vita come quella dei Fauni e delle Driadi felici.
Ma giunse l’ora che non ha conforto. Seco ti volle nei suoi feudi vasti la zia di Francia, perfida in vedetta. Il Vicerè ti fece trarre al porto 5dalle sue genti barbare! E lasciasti lacrimando la terra benedetta, ogni cosa diletta più caramente, per la nave errante! Solo, malcerto della mia sciagura, 10vissi coi negri e le due madri affrante; ti chiamavo; nei sassi e nelle piante rivedevo la tua bianca figura che non avrei rivista.... E volse l’anno disperato.... Un giorno 15il buon Padre Battista annunciò la tua fuga e il tuo ritorno, ed una nave, il San Germano, in vista!
Folle di gioia, con le madri in festa, scesi alla rada: - Giunge la mia sposa, ritorna a me Virginia mia fedele!... - Or ecco sollevarsi la Tempesta, 5una tempesta bella e artificiosa come il Diluvio delle vecchie tele. Appaiono le vele del San Germano al balenar frequente, stridono procellarie gemebonde, 10albàtri cupi. Il mare si confonde col cielo apocalittico. La gente guata la nave tra il furor dell’onde. Tutto l’Oceano Indiano ribolle spaventoso, ulula, scroscia, 15ma sul fragore s’alza un grido umano terribile d’angoscia: - Virginia è là! Salvate il San Germano!...
Il San Germano affonda. I marinai tentano indarno il salvataggio. Tutti balzano in mare, da che vana è l’arte. Rotto ha la nave contro i polipai, 5sovra coperta già fremono i flutti, spezza il vento governi alberi sarte.... Virginia ecco in disparte pallida e sola!... Un marinaio nudo tenta svestirla e seco darsi all’onda; 10si rifiuta Virginia pudibonda (retorica del tempo!) e si fa scudo delle due mani.... Il San Germano affonda, Il San Germano affonda.... Un sciabordare ultimo, cupo, mozzo: 15e non rivedo al chiaro balenare la nave!... Il mio singhiozzo disperde il vasto singhiozzar del mare.
Era l’alba e il tuo bel corpo travolto stava tra l’alghe e le meduse attorte, placido come in placido sopore. Muto mi reclinai sopra quel volto 5dove già le viole della morte mescevansi alle rose del pudore.... Disperato dolore! Dolore senza grido e senza pianto! Morta giacevi col tuo sogno intatto, 10tornavi morta a chi t’amava tanto! Nella destra chiudevi il mio ritratto, con la manca premevi il cuore infranto.... - Virginia! O sogni miei! Virginia! - E ti chiamai, con occhi fissi.... 15Virginia! Amore che ritorni e sei la Morte! Amore.... Morte... - E più non dissi..
Morii d’amore. Oggi rinacqui e vivo, ma più non amo. Il mio sogno è distrutto per sempre e il cuore non fiorisce più. E chiamo invano Amore fuggitivo, 5invano piange questa Musa a lutto che porta il lutto a tutto ciò che fu. Il mio cuore è laggiù, morto con te, nell’isola fiorente, dove i palmizi gemono sommessi 10lungo la Baia della Fede Ardente.... Ah! Se potessi amare! Ah! Se potessi amare, canterei sì novamente! Ma l’anima corrosa sogghigna nelle sue gelide sere.... 15Amanti! Miserere, miserere di questa mia giocosa aridità larvata di chimere!
La signorina Felicita ovvero la Felicità
LA SIGNORINA FELICITA OVVERO LA FELICITÀ.
Signorina Felicita, a quest’ora scende la sera nel giardino antico 3della tua casa. Nel mio cuore amico scende il ricordo. E ti rivedo ancora, e Ivrea rivedo e la cerulea Dora 6e quel dolce paese che non dico.
Signorina Felicita, è il tuo giorno! A quest’ora che fai? Tosti il caffè: 9e il buon aroma si diffonde intorno? O cuci i lini e canti e pensi a me, all’avvocato che non fa ritorno? 12E l’avvocato è qui: che pensa a te.
Pensa i bei giorni d’un autunno addietro, Vill’Amarena a sommo dell’ascesa 15coi suoi ciliegi e con la sua Marchesa dannata, e l'orto dal profumo tetro di busso e i cocci innumeri di vetro 18sulla cinta vetusta, alla difesa....
Vill’Amarena! Dolce la tua casa in quella grande pace settembrina! 21La tua casa che veste una cortina di granoturco fino alla cimasa: come una dama secentista, invasa 24dal Tempo, che vestì da contadina.
Bell’edificio triste inabitato! Grate panciute, logore, contorte! 27Silenzio! Fuga delle stanze morte! Odore d’ombra! Odore di passato! Odore d’abbandono desolato! 30Fiabe defunte delle sovrapporte!
Ercole furibondo ed il Centauro, la gesta dell’eroe navigatore, 33Fetonte e il Po, lo sventurato amore d’Arianna, Minosse, il Minotauro, Dafne rincorsa, trasmutata in lauro 36tra le braccia del Nume ghermitore....
Penso l’arredo - che malinconia! - penso l’arredo squallido e severo, 39antico e nuovo: la pirografia sui divani corinzi dell’Impero, la cartolina della Bella Otero 42alle specchiere.... Che malinconia!
Antica suppellettile forbita! Armadi immensi pieni di lenzuola 45che tu rammendi pazïente.... Avita semplicità che l’anima consola, semplicità dove tu vivi sola 48con tuo padre la tua semplice vita!
Quel tuo buon padre - in fama d’usuraio - quasi bifolco, m’accoglieva senza 3inquietarsi della mia frequenza, mi parlava dell’uve e del massaio, mi confidava certo antico guaio 6notarile, con somma deferenza.
«Senta, avvocato....» E mi traeva inqueto nel salone, talvolta, con un atto 9che leggeva lentissimo, in segreto. Io l’ascoltavo docile, distratto da quell’odor d’inchiostro putrefatto, 12da quel disegno strano del tappeto,
da quel salone buio e troppo vasto.... «.... la Marchesa fuggì.... Le spese cieche....» 15da quel parato a ghirlandette, a greche.... «dell’ottocento e dieci, ma il catasto....» da quel tic-tac dell’orologio guasto.... 18«....l’ipotecario è morto, e l’ipoteche....»
Capiva poi che non capivo niente e sbigottiva: «Ma l’ipotecario 21è morto, è morto!!...» - «E se l’ipotecario è morto, allora....» Fortunatamente tu comparivi tutta sorridente: 24«Ecco il nostro malato immaginario!»
Sei quasi brutta, priva di lusinga nelle tue vesti quasi campagnole, 3ma la tua faccia buona e casalinga, ma i bei capelli di color di sole, attorti in minutissime trecciuole, 6ti fanno un tipo di beltà fiamminga....
E rivedo la tua bocca vermiglia così larga nel ridere e nel bere, 9e il volto quadro, senza sopracciglia, tutto sparso d’efelidi leggiere e gli occhi fermi, l’iridi sincere 12azzurre d’un azzurro di stoviglia....
Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi rideva una blandizie femminina. 15Tu civettavi con sottili schermi, tu volevi piacermi, Signorina: e più d’ogni conquista cittadina 18mi lusingò quel tuo voler piacermi!
Ogni giorno salivo alla tua volta pel soleggiato ripido sentiero. 21Il farmacista non pensò davvero un’amicizia così bene accolta, quando ti presentò la prima volta 24l’ignoto villeggiante forestiero.
Talora - già la mensa era imbandita - mi trattenevi a cena. Era una cena 27d’altri tempi, col gatto e la falena e la stoviglia semplice e fiorita e il commento dei cibi e Maddalena 30decrepita, e la siesta e la partita....
Per la partita, verso ventun’ore giungeva tutto l’inclito collegio 33politico locale: il molto Regio Notaio, il signor Sindaco, il Dottore; ma - poichè trasognato giocatore - 36quei signori m’avevano in dispregio....
M’era più dolce starmene in cucina tra le stoviglie a vividi colori: 39tu tacevi, tacevo, Signorina: godevo quel silenzio e quegli odori tanto tanto per me consolatori, 42di basilico d’aglio di cedrina....
Maddalena con sordo brontolio disponeva gli arredi ben detersi, 45rigovernava lentamente ed io, già smarrito nei sogni più diversi, accordavo le sillabe dei versi 48sul ritmo eguale dell’acciottolio.
Sotto l’immensa cappa del camino (in me rivive l’anima d’un cuoco 51forse....) godevo il sibilo del fuoco; la canzone d’un grillo canterino mi diceva parole, a poco a poco, 54e vedevo Pinocchio, e il mio destino....
Vedevo questa vita che m’avanza: chiudevo gli occhi nei presagi grevi; 57aprivo gli occhi: tu mi sorridevi, ed ecco rifioriva la speranza!
Giungevano le risa, i motti brevi 60dei giocatori, da quell’altra stanza.
Bellezza riposata dei solai dove il rifiuto secolare dorme! 3In quella tomba, tra le vane forme di ciò ch’è stato e non sarà più mai, bianca bella così che sussultai, 6la Dama apparve nella tela enorme:
«È quella che lasciò, per infortuni, la casa al nonno di mio nonno.... E noi 9la confinammo nel solaio, poi che porta pena.... L’han veduta alcuni lasciare il quadro; in certi noviluni 12s’ode il suo passo lungo i corridoi....»
Il nostro passo diffondeva l’eco tra quei rottami del passato vano, 15e la Marchesa dal profilo greco, altocinta, l’un piede ignudo in mano, si riposava all’ombra d’uno speco 18arcade, sotto un bel cielo pagano.
Intorno a quella che rideva illusa nel ricco peplo, e che morì di fame, 21v’era una stirpe logora e confusa: topaie, materassi, vasellame, lucerne, ceste, mobili: ciarpame 24reietto, così caro alla mia Musa!
Tra i materassi logori e le ceste v’erano stampe di persone egregie; 27incoronato delle frondi regie v’era Torquato nei giardini d’Este. «Avvocato, perchè su quelle teste 30buffe si vede un ramo di ciliegie?»
Io risi, tanto che fermammo il passo, e ridendo pensai questo pensiero: 33Oimè! La Gloria! un corridoio basso, tre ceste, un canterano dell’Impero, la brutta effigie incorniciata in nero 36e sotto il nome di !
Allora, quasi a voce che richiama, esplorai la pianura autunnale 39dall’abbaino secentista, ovale, a telaietti fitti, ove la trama del vetro deformava il panorama 42come un antico smalto innaturale.
Non vero (e bello) come in uno smalto a zone quadre, apparve il Canavese: 45Ivrea turrita, i colli di Montalto, la Serra dritta, gli alberi, le chiese; e il mio sogno di pace si protese 48da quel rifugio luminoso ed alto.
Ecco - pensavo - questa è l’Amarena, ma laggiù, oltre i colli dilettosi, 51c’è il Mondo: quella cosa tutta piena di lotte e di commerci turbinosi, la cosa tutta piena di quei «cosi 54con due gambe» che fanno tanta pena....
L’Eguagliatrice numera le fosse, ma quelli vanno, spinti da chimere 57vane, divisi e suddivisi a schiere opposte, intesi all’odio e alle percosse: così come ci son formiche rosse, 60così come ci son formiche nere....
Schierati al sole o all’ombra della Croce, tutti travolge il turbine dell’oro; 63o Musa - oimè - che può giovare loro il ritmo della mia piccola voce? Meglio fuggire dalla guerra atroce 66del piacere, dell’oro, dell’alloro....
L’alloro.... Oh! Bimbo semplice che fui, dal cuore in mano e dalla fronte alta! 69Oggi l’alloro è premio di colui che tra clangor di buccine s’esalta, che sale cerretano alla ribalta 72per far di sé favoleggiar altrui....
«Avvocato, non parla: che cos’ha?» «Oh! Signorina! Penso ai casi miei, 75a piccole miserie, alla città.... Sarebbe dolce restar qui, con Lei!...» «Qui, nel solaio?...» - «Per l’eternità!» 78«Per sempre? accetterebbe?...» - «Accetterei!»
Tacqui. Scorgevo un atropo soletto e prigioniero. Stavasi in riposo 81alla parete: il segno spaventoso chiuso tra l’ali ripiegate a tetto. Come lo vellicai sul corsaletto 84si librò con un ronzo lamentoso.
«Che ronzo triste!» - «È la Marchesa in pianto.... La Dannata sarà, che porta pena....» 87Nulla s’udiva che la sfinge in pena e dalle vigne, ad ora ad ora, un canto: O mio carino tu mi piaci tanto, 90siccome piace al mar una sirena....
Un richiamo s’alzò, querulo e rôco: «È Maddalena inqueta che si tardi: 93scendiamo: è l’ora della cena!» - «Guardi, guardi il tramonto, là.... Com’è di fuoco!... Restiamo ancora un poco!» - «Andiamo, è tardi!» 96«Signorina, restiamo ancora un poco!...»
Le fronti al vetro, chini sulla piana, seguimmo i neri pipistrelli, a frotte; 99giunse col vento un ritmo di campana, disparve il sole fra le nubi rotte; a poco a poco s’annunciò la notte 102sulla serenità canavesana....
«Una stella!...» - «Tre stelle!...» - «Quattro stelle!...» «Cinque stelle!» - «Non sembra di sognare?...» 105Ma ti levasti su quasi ribelle alla perplessità crepuscolare: «Scendiamo! È tardi: possono pensare 108che noi si faccia cose poco belle....»
Ozi beati a mezzo la giornata, nel parco dei Marchesi, ove la traccia 3restava appena dell’età passata! Le Stagioni camuse e senza braccia, fra mucchi di letame e di vinaccia, 6dominavano i porri e l’insalata.
L’insalata, i legumi produttivi deridevano il busso delle aiole; 9volavano le pieridi nel sole e le cetonie e i bombi fuggitivi.... Io ti parlavo, piano, e tu cucivi 12innebriata dalle mie parole.
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The end
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