Front matter
ct ct ct
Indice
Argomento
ct Ezio, capitano dell’armi imperiali sotto Valentiniano terzo, ritornando dalla celebre vittoria de’ Campi catalaunici, dove fugò Attila re degli unni, fu accusato ingiustamente d’infedeltá all’imperatore, e dal medesimo condannato a morire.
Massimo, patrizio romano, offeso giá da Valentiniano per avergli tentata l’onestá della consorte, procurò l’aiuto d’Ezio per uccidere l’odiato imperatore; ma, non riuscendogli, fece crederlo reo, e ne sollecitò la morte, per sollevar poi, come fece, il popolo, che lo amava, contro Valentiniano. Tutto ciò è istorico: il resto è verisimile (, De occidentali imperio; , Chron., ecc.).
Interlocutori
ct
Valentiniano terzo, imperatore, amante di
Fulvia, figlia di Massimo, patrizio romano, amante e promessa sposa di
Ezio, generale dell’armi cesaree, amante di Fulvia.
Onoria, sorella di Valentiniano, amante occulta d’Ezio.
Massimo, patrizio romano, padre di Fulvia, confidente e nemico occulto di Valentiniano.
Varo, prefetto de’ pretoriani, amico d’Ezio.
ct
Atto primo
ct ct Parte del fòro romano con trono imperiale da un lato. Vista di Roma illuminata in tempo di notte, con archi trionfali ed altri apparati festivi, apprestati per celebrare le feste decennali e per onorare il ritorno d’Ezio. vincitore d’Attila. ct
Signor, mai con piú fasto la prole di Quirino non celebrò d’ogni secondo lustro l’ultimo dí. Di tante faci il lume, l’applauso popolar turba alla notte l’ombre e i silenzi; e Roma al secolo vetusto piú non invidia il suo felice Augusto. Godo ascoltando i voti che a mio favor sino alle stelle invia il popolo fedel; le pompe ammiro; attendo il vincitor: tutte cagioni di gioia a me. Ma la piú grande è quella, ch’io possa offrir con la mia destra in dono ricco di palme alla tua figlia il trono. Dall’umiltá del padre apprese Fulvia a non bramare il soglio, e a non sdegnarlo apprese dall’istessa umiltá. Cesare imponga: la figlia eseguirá.
Fulvia io vorrei amante piú, men rispettosa. È vano temer ch’ella non ami que’ pregi in te che l’universo ammira. (Il mio rispetto alla vendetta aspira.) Ezio s’avanza. Io giá le prime insegne veggo appressarsi. Il vincitor s’ascolti; e sia Massimo a parte de’ doni che mi fa la sorte amica. (Valentiniano va sul trono, servito da Varo) (Io però non obblio l’ingiuria antica.)
ct ct
Signor, vincemmo. Ai gelidi trioni il terror de’ mortali fuggitivo ritorna. Il primo io sono, che mirasse finora Attila impallidir. Non vide il sole piú numerosa strage. A tante morti era angusto il terreno. Il sangue corse in torbidi torrenti; le minacce, i lamenti s’udian confusi; e fra i timori e l’ire erravano indistinti i forti, i vili, i vincitori, i vinti. Né gran tempo dubbiosa la vittoria ondeggiò. Teme, dispera, fugge il tiranno e cede di tante ingiuste prede,
impacci al suo fuggir, l’acquisto a noi. Se una prova ne vuoi, mira le vinte schiere: ecco l’armi, le insegne e le bandiere. Ezio, tu non trionfi d’Attila sol: nel debellarlo, ancora vincesti i voti miei. Tu rassicuri su la mia fronte il vacillante alloro; tu il marzial decoro rendesti al Tebro; e deve alla tua mente, alla tua destra audace l’Italia tutta e libertade e pace. L’Italia i suoi riposi tutta non deve a me; v’è chi li deve solo al proprio valore. All’Adria in seno un popolo d’eroi s’aduna, e cangia in asilo di pace l’instabile elemento. Con cento ponti e cento le sparse isole unisce; con le moli impedisce all’Oceán la libertá dell’onde. E intanto su le sponde stupido resta il pellegrin, che vede, di marmi adorne e gravi, sorger le mura ove ondeggiâr le navi. Chi mai non sa qual sia d’Antenore la prole? È noto a noi che, piú saggia d’ogni altro, alle prime scintille dell’incendio crudel ch’Attila accese, lasciò i campi e le ville, e in grembo al mar la libertá difese. So giá quant’aria ingombra la novella cittade; e volgo in mente qual può sperarsi adulta, se nascente è cosí.
Cesare, io veggo i semi in lei delle future imprese: giá s’avvezza a regnar. Sudditi i mari temeranno i suoi cenni. Argine all’ire sará de’ regi; e porterá felice, con mille vele e mille aperte al vento, ai tiranni dell’Asia alto spavento. Gli augúri fortunati secondi il ciel. Fra queste braccia intanto (scende dal trono) tu, del cadente impero e mio sostegno, prendi d’amore un pegno. A te non posso offrir che i doni tuoi. Serbami, amico quei doni istessi; e sappi che, fra gli acquisti miei, il piú nobile acquisto, Ezio, tu sei. Se tu la reggi al volo su la tarpea pendice, l’aquila vincitrice sempre tornar vedrò. Breve sará per lei tutto il cammin del sole; e allora i regni miei col ciel dividerò. (parte con Varo e pretoriani)
ct ct
Ezio, donasti assai alla gloria e al dover: qualche momento concedi all’amistá. Lascia ch’io stringa quella man vincitrice. (Massimo prende per mano Ezio) Io godo, amico, nel rivederti, e caro
m’è l’amor tuo de’ miei trionfi al paro. Ma Fulvia ove si cela? Che fa? Dov’è? Quando ciascun s’affretta su le mie pompe ad appagar le ciglia, la tua figlia non viene? Ecco la figlia. Cara, di te piú degno (a Fulvia, nell’uscire) torna il tuo sposo, e al volto tuo gran parte deve de’ suoi trofei. Fra l’armi e l’ire mi fu sprone egualmente e la gloria e l’amor: né vinto avrei, se premio a’ miei sudori erano solo i trionfali allori. Ma come! A’ dolci nomi e di sposo e d’amante ti veggo impallidir! Dopo la nostra lontananza crudel, cosí m’accogli, mi consoli cosí? (Che pena!) Io vengo... signor... Tanto rispetto, Fulvia, con me! Perché non dirmi «fido»? Perché «sposo» non dirmi? Ah! tu non sei per me quella che fosti. Oh Dio! son quella; ma senti... Ah! genitor, per me favella. Massimo, non tacer. Tacqui finora, perché co’ nostri mali a te non volli le gioie avvelenar. Si vive, amico, sotto un giogo crudel. Anche i pensieri imparano a servir. La tua vittoria, Ezio, ci toglie alle straniere offese: le domestiche accresce. Era il timore in qualche parte almeno a Cesare di freno: or che vincesti,
i popoli dovranno piú superbo soffrirlo e piú tiranno. Io tal nol credo. Almeno la tirannide sua mi fu nascosa. Che pretende? che vuol? Vuol la tua sposa. La sposa mia! Massimo, Fulvia, e voi consentite a tradirmi? Aimè! Qual arte, qual consiglio adoprar? Vuoi che l’esponga, negandola al suo trono, d’un tiranno al piacer? Vuoi che su l’orme di Virginio io rinnovi, per serbarla pudica, l’esempio in lei della tragedia antica? Ah! tu solo potresti frangere i nostri ceppi, vendicare i tuoi torti. Arbitro sei del popolo e dell’armi. A Roma oppressa, all’amor tuo tradito dovresti una vendetta. Alfin tu sai che non si svena al cielo vittima piú gradita d’un empio re. Che dici mai? L’affanno vince la tua virtú. Giudice ingiusto delle cose è il dolor. Sono i monarchi arbitri della terra; di loro è il cielo. Ogni altra via si tenti, ma non l’infedeltade. (abbraccia Ezio) Anima grande, al par del tuo valore ammiro la tua fé, che piú costante nelle offese diviene. (Cangiar favella e simular conviene.)
Ezio cosí tranquillo la sua Fulvia abbandona ad altri in braccio? Tu sei pur d’ogni laccio disciolta ancora. Io parlerò. Vedrai tutto cangiar d’aspetto. Oh Dio! se parli, temo per te. L’imperator finora dunque non sa ch’io t’amo? Il vostro amore per téma io gli celai. Questo è l’errore. Cesare non ha colpa. Al nome mio avria cangiato affetto. Egli conosce quanto mi deve, e sa ch’opra da saggio l’irritarmi non è. Tanto ti fidi? Ezio, mille timori mi turban l’alma. È troppo amante Augusto: troppo ardente tu sei. Rifletti, oh Dio! pria di parlar. Qualche funesto evento mi presagisce il cor. Nacqui infelice, e sperar non mi lice che la sorte per me giammai si cangi. Son vincitor, sai che t’adoro, e piangi? Pensa a serbarmi, o cara, i dolci affetti tuoi; amami, e lascia poi ogni altra cura a me. Tu mi vuoi dir col pianto che resti in abbandono: no, cosí vil non sono, e meco ingrato tanto no, Cesare non è. (parte)
ct ct
È tempo, o genitore, che uno sfogo conceda al mio rispetto. Tu pria d’Ezio all’affetto prometti la mia destra; indi m’imponi ch’io soffra, ch’io lusinghi di Cesare l’amore, e m’assicuri che di lui non sarò. Servo al tuo cenno, credo alla tua promessa; e, quando spero d’Ezio stringer la mano, ti sento dir che lo sperarlo è vano. Io d’ingannarti, o figlia, mai non ebbi il pensier. T’accheta. Alfine, non è il peggior de’ mali il talamo d’Augusto. E soffrirai ch’abbia sposa la figlia chi della tua consorte insultò l’onestá? Cosí ti scordi l’offesa dell’onor? Cosí t’abbagli del trono allo splendor? Vieni al mio seno, degna parte di me. Quell’odio illustre merita ch’io ti scopra ciò che dovrei celar. Sappi che ad arte dell’onor mio dissimulai le offese. Perde l’odio palese il luogo alla vendetta. Ora è vicina: eseguirla dobbiam. Sposa al tiranno, tu puoi svenarlo, o almeno agio puoi darmi a trapassargli il seno. Che sento! E con qual fronte posso a Cesare offrirmi
coll’idea di tradirlo? Il reo disegno mi leggerebbe in faccia. A’ gran delitti è compagno il timor. L’alma ripiena tutta della sua colpa teme se stessa. È qualche volta il reo felice sí, non mai sicuro. E poi vindice di sua morte il popolo saria. L’odia ciascuno: vano è il timor. T’inganni; il volgo insano quel tiranno talora, che vivente abborrisce, estinto adora. Tu l’odio mi rammenti, e poi dimostri quell’istessa freddezza, che disapprovi in me! Signor, perdona se libera ti parlo. Un tradimento io non consiglio, allora che una viltá condanno. Io ti credea, Fulvia, piú saggia e men soggetta a questi di colpa e di virtú lacci servili, utili all’alme vili, inutili alle grandi. Ah! non son questi que’ semi di virtú, che in me versasti da’ miei primi vagiti infino ad ora. M’inganni adesso o m’ingannasti allora? Ogni diversa etade vuol massime diverse. Altro a’ fanciulli, altro agli adulti è d’insegnar permesso. Allora io t’ingannai. M’inganni adesso. Che l’odio della colpa, che l’amor di virtú nasce con noi,
che da’ principi suoi l’alma ha l’idea di ciò che nuoce o giova, mel dicesti; io lo sento; ognun lo prova. E, se vuoi dirmi il ver, tu stesso, o padre, quando togliermi tenti l’orror d’un tradimento, orror ne senti. Ah! se cara io ti sono, pensa alla gloria tua, pensa che vai... Taci, importuna. Io t’ho sofferto assai. Non dar consigli, o, consigliar se brami, le tue pari consiglia. Rammenta ch’io son padre e tu sei figlia. Caro padre, a me non déi rammentar che padre sei: io lo so; ma in questi accenti non ritrovo il genitor. Non son io chi ti consiglia: è il rispetto d’un regnante, è l’affetto d’una figlia, è il rimorso del tuo cor. (parte)
ct ct
Che sventura è la mia! Cosí ripiena di malvagi è la terra; e, quando poi un malvagio vogl’io, son tutti eroi. Un oltraggiato amore d’Ezio gli sdegni ad irritar non basta. La figlia mi contrasta... Eh! di riguardi tempo non è. Precipitare omai il colpo converrá: troppo parlai. Pria che sorga l’aurora, mora Cesare, mora! Emilio il braccio
mi presterá. Che può avvenirne? O cade Valentiniano estinto, e pago io sono; o resta in vita, ed io farò che sembri Ezio il fellon. Facile impresa. Augusto, invido alla sua gloria, rivale all’amor suo, senz’opra mia il reo lo crederá. S’altro succede, io saprò dagli eventi prender consiglio. Intanto il commettersi al caso nell’estremo periglio è il consiglio miglior d’ogni consiglio. Il nocchier, che si figura ogni scoglio, ogni tempesta, non si lagni se poi resta un mendico pescator. Darsi in braccio ancor conviene qualche volta alla fortuna; ché sovente in ciò che avviene la fortuna ha parte ancor. (parte)
ct ct ct
Del vincitor ti chiedo, non delle sue vittorie: esse abbastanza note mi son. Con qual sembiante accolse l’applauso popolar? Serbava in volto la guerriera fierezza? Il suo trionfo gli accrebbe fasto, o mansueto il rese? Questo narrami, o Varo, e non le imprese. Onoria, a me perdona se degli acquisti suoi, piú che di lui, la germana d’Augusto
curiosa io credei. Sembrano queste sí minute richieste d’amante piú che di sovrana. È troppa questa del nostro sesso misera servitú. Due volte appena s’ode da’ labbri nostri un nome replicar, che siamo amanti. Parlano tanti e tanti del suo valor, delle sue gesta, e vanno d’Ezio incontro al ritorno: Onoria sola nel soggiorno è rimasta, non v’accòrse, nol vide; e pur non basta. Un soverchio ritegno anche d’amore è segno. Alla tua fede al tuo lungo servir tollero, o Varo, di parlarmi cosí. Ma la distanza, ch’è dal suo grado al mio, teco dovrebbe difendermi abbastanza. Ognuno ammira d’Ezio il valor; Roma l’adora; il mondo pieno è del nome suo; fino i nemici ne parlan con rispetto: ingiustizia saria negargli affetto. Giacché tanto ti mostri ad Ezio amico, il suo poter non devi esagerar cosí. Cesare è troppo d’indole sospettosa. Vantandolo al germano, uffizio grato all’amico non rendi. Chi sa? Potrebbe un dí... Varo, m’intendi. Io, che son d’Ezio amico, piú cauto parlerò; ma tu, se l’ami, mòstrati, o principessa, meno ingegnosa in tormentar te stessa.
Se un bell’ardire può innamorarti, perché arrossire, perché sdegnarti di quello strale che ti piagò? Chi si fe’ chiaro per tante imprese, giá grande al paro di te si rese, giá della sorte si vendicò. (parte)
ct ct
Importuna grandezza, tiranna degli affetti, e perché mai ci neghi, ci contrasti la libertá d’un ineguale amore, se a difender non basti il nostro core? Quanto mai felici siete, innocenti pastorelle, che in amor non conoscete altra legge che l’amor! Ancor io sarei felice se potessi all’idol mio palesar, come a voi lice, il desio — di questo cor. (parte)
ct ct
Ezio sappia ch’io bramo seco parlar, che qui l’attendo. (ad una comparsa che, ricevuto l’ordine, parte) Amico, comincia ad adombrarmi la gloria di costui. Ciascun mi parla delle conquiste sue: Roma lo chiama il suo liberatore: egli se stesso troppo conosce. Assicurarmi io deggio della sua fedeltá. Voglio d’Onoria al talamo innalzarlo, acciò che sia suo premio il nodo e sicurezza mia. Veramente per lui giunge all’eccesso l’idolatria del volgo. Omai si scorda quasi del suo sovrano, e un suo cenno potria... Basta: credo che sia Ezio fedele, e il dubitarne è vano: se però tal non fosse, a me parrebbe mal sicuro riparo tanto innalzarlo. Un sí gran dono ammorza l’ambizion d’un’alma. Anzi l’accende. Quando è vasto l’incendio, è l’onda istessa alimento alla fiamma. E come io spero sicurezza miglior? Vuoi ch’io m’impegni su l’orme de’ tiranni, e ch’io divenga all’odio universale oggetto e segno?
La prima arte del regno è il soffrir l’odio altrui. Giova al regnante piú l’odio che l’amor. Con chi l’offende ha piú ragion d’esercitar l’impero. Massimo, non è vero. Chi fa troppo temersi, teme l’altrui timor. Tutti gli estremi confinano fra loro. Un dí potrebbe il volgo contumace per soverchio timor rendersi audace. Signor, meglio d’ogni altro sai l’arte di regnare. Hanno i monarchi un lume ignoto a noi. Parlai finora per zelo sol del tuo riposo, e volli rammentar che si deve ad un periglio opporsi infin che è lieve. Se povero il ruscello mormora lento e basso, un ramoscello, un sasso quasi arrestar lo fa. Ma se alle sponde poi gonfio d’umor sovrasta, argine oppor non basta, e co’ ripari suoi torbido al mar sen va. (parte)
ct ct
Del ciel felice dono sembra il regno a chi sta lunge dal trono; ma sembra il trono istesso dono infelice a chi vi sta d’appresso. Eccomi al cenno tuo.
Duce, un momento non posso tollerar d’esserti ingrato. Il Tebro vendicato, la mia grandezza, il mio riposo è tutto del senno tuo, del tuo valore è frutto. Se prodigo ti sono anche del soglio mio, rendo e non dono: onde, in tanta ricchezza, allor che bramo ricompensare un vincitore amico, trovo (chi ’l crederia?) ch’io son mendico. Signor, quando fra l'armi a prò di Roma, a prò di te sudai, nell’opra istessa io la mercé trovai. Che mi resta a bramar? L’amor d’Augusto quando ottener poss’io, basta questo al mio cor. Non basta al mio. Vuo’ che il mondo conosca che, se premiarti appieno Cesare non poté, tentollo almeno. Ezio, il cesareo sangue s’unisca al tuo. D’affetto darti pegno maggior non posso mai. Sposo d’Onoria al nuovo dí sarai. (Che ascolto!) Non rispondi? Onor sí grande mi sorprende a ragion. D’Onoria il grado chiede un re, chiede un trono: ed io regni non ho, suddito io sono. Ma un suddito tuo pari è maggior d’ogni re. Se non possiedi, tu doni i regni; e il possederli è caso, il donarli è virtú. La tua germana, signor, deve alla terra
progenie di monarchi; e meco unita vassalli produrrá. Sai che con questi ineguali imenei ella a me scende, io non m’innalzo a lei. Il mondo e la germana nell’illustre imeneo punto non perde: e, se perdesse ancor, quando all’imprese d’un eroe corrispondo, non può lagnarsi e la germana e il mondo. No, consentir non deggio che comparisca Augusto, per esser grato ad uno, a tanti ingiusto. Duce, fra noi si parli con franchezza una volta. Il tuo rispetto è un pretesto al rifiuto. Alfin che brami? Forse è picciolo il dono? o vuoi per sempre Cesare debitor? Superbo al paro di chi troppo richiede è colui che ricusa ogni mercede. E ben, la tua franchezza sia d’esempio alla mia. Signor, tu credi premiarmi, e mi punisci. Io non sapea che a te fosse castigo una sposa germana al tuo regnante. Non è gran premio a chi d’un’altra è amante. Dov’è questa beltá che tanto indietro lascia il merto d’Onoria? È a me soggetta? Onora i regni miei? Stringer vogl’io queste illustri catene. Spiegami il nome suo. Fulvia è il mio bene. Fulvia? Appunto. (Si turba.) (Oh sorte!) Ed ella sa l’amor tuo?
Nol credo. (Contro lei non s’irriti.) Il suo consenso prima ottener procura: vedi se tel contrasta. Quello sará mia cura: il tuo mi basta. Ma potrebbe altro amante ragione aver sopra gli affetti suoi. Dubitarne non puoi. Dov’è chi ardisca involar temerario una mercede alla man che di Roma il giogo scosse? Costui non veggo. E se costui vi fosse? Vedria ch’Ezio difende gli affetti suoi, come gl’imperi altrui: temer dovrebbe... E se foss’io costui? Saria piú grande il dono, se costasse uno sforzo al cor d’Augusto. Ma non chiede un vassallo al suo sovrano uno sforzo in mercede. Ma Cesare è il sovrano: Ezio lo chiede. Ezio che fin ad ora senza premio serví: Cesare, a cui è noto il suo dover, che i suoi riposi sa che gode per me, che al voler mio, quando il soglio abbandona, sa che rende e non dona, e che un momento non prova fortunato per téma sol di comparirmi ingrato. (Temerario!) Credea, nel rammentare io stesso i merti tuoi, di scemartene il peso. Io li rammento, quando in premio pretendo... Non più: dicesti assai; tutto comprendo.
So chi t’accese: basta per ora. Cesare intese: risolverá. Ma tu procura d’esser piú saggio. Fra l’armi e l’ire giova il coraggio: pompa d’ardire qui non si fa. (parte)
ct ct
Vedrem se ardisce ancora d’opporsi all’amor mio. Ti leggo in volto, Ezio, l’ire del cor. Forse ad Augusto ragionasti di me? Sí, ma celai a lui che m’ami; onde temer non déi. Che disse alla richiesta e che rispose? Non cedé, non s’oppose: si turbò; me n’avvidi a qualche segno; ma non osò di palesar lo sdegno. Questo è il peggior presagio. A vendicarsi cauto le vie disegna chi ha ragion di sdegnarsi e non si sdegna. Troppo timida sei.
ct ct
Ezio, gli obblighi miei sono immensi con te. Volle il germano avvilir la mia mano sino alla tua; ma tu però, piú giusto, d’esserne indegno hai persuaso Augusto. No, l’obbligo d’Onoria questo non è. L’obbligo grande è quello ch’io fui cagion, nel conservarle il soglio, ch’or mi possa parlar con quest’orgoglio. È ver, ti deggio assai: perciò mi spiace che ad onta mia mi rendano le stelle al tuo amore infelice di funeste novelle apportatrice. Fulvia, ti vuol sua sposa (a Fulvia) Cesare al nuovo dí. Come! Che sento! Di recartene il cenno egli stesso or m’impose. Ezio, dovresti consolartene alfin: veder soggetto tutto il mondo al suo ben pur è diletto. Ah, questo è troppo! A troppo gran cimento d’Ezio la fedeltá Cesare espone. Qual dritto, qual ragione ha sugli affetti miei? Fulvia rapirmi? Disprezzarmi cosí? Forse pretende ch’io lo sopporti? o pure vuol che Roma si faccia di tragedie per lui scena funesta? Ezio minaccia! E la sua fede è questa?
Se fedele mi brama il regnante, non offenda quest’anima amante nella parte piú viva del cor. Non si lagni se in tanta sventura un vassallo non serba misura, se il rispetto diventa furor. (parte)
ct ct
A Cesare nascondi, Onoria, i suoi trasporti. Ezio è fedele: parla cosí da disperato amante. Mostri, Fulvia, al sembiante troppa pietá per lui, troppo timore. Fosse mai la pietá segno d’amore? Princepessa, m’offendi. Assai conosco a chi deggio l'affetto. Non ti sdegnar cosí: questo è un sospetto. Se prestar si dovesse tanta lede ai sospetti, Onoria ancora dubitar ne faria. Ben da’ tuoi sdegni, come soffri un rifiuto, anch’io m’avvedo: dovrei crederti amante, e pur nol credo. Anch’io, quando m’oltraggi con un sospetto al fasto mio nemico, dovrei dirti «arrogante», e pur nol dico. Ancor non premi il soglio, e giá nel tuo sembiante sollecito l’orgoglio comincia a comparir. Cosí tu mi rammenti, che i fortunati eventi son piú d’ogni sventura difficili a soffrir. (parte)
ct ct
Via! per mio danno aduna, o barbara Fortuna, sempre nuovi disastri. Onoria irríta; rendi Augusto geloso, Ezio infelice; toglimi il padre ancor: toglier giammai l’amor non mi potrai; ché a tuo dispetto sará per questo core trionfo di costanza il tuo rigore. Finché un zeffiro soave tien del mar l’ira placata, ogni nave — è fortunata, è felice ogni nocchier. È ben prova di coraggio incontrar l’onde funeste, navigar fra le tempeste, e non perdere il sentier.
Atto secondo
ct ct Orti palatini, corrispondenti agli appartamenti imperiali, con viali, spalliere di fiori e fontane continuate. Nel fondo caduta d’acque, e innanzi grotteschi e statue. ct
Qual silenzio è mai questo! È tutto in pace l’imperiale albergo. In oriente rosseggia il nuovo giorno: e pur ancor d’intorno suon di voci non odo, alcun non miro. Dovrebbe pure Emilio aver compíto il colpo. Ei mi promise nel tiranno punir tutti i miei torti, e pigro... Ah, genitor! Figlia, che porti? Che mai facesti? Io nulla feci. Oh Dio! Fu Cesare assalito. Io giá comprendo donde nasce il pensier. Padre, tu sei che spingi a vendicarti la man che l’assalí. Ma Cesare morí?
Pensa a salvarti. Giá di guerrieri e d’armi tutto il soggiorno è cinto. Dimmi se vive o se rimase estinto. Nol so. Nulla di certo compresi nel timor. Sei pur codarda. Vado a chiederlo io stesso. (in atto di partire, s’incontra in Valentiniano)
ct ct
Ogni via custodite ed ogni ingresso. (parlando ad alcuni soldati, che partono) (Egli vive! Oh destin!) Massimo, Fulvia, chi creduto l’avria? Signor, che avvenne? Ah! maggior fellonia mai non s’intese. (Misero genitor!) (Tutto comprese). Di chi deggio fidarmi? I miei piú cari m’insidiano la vita. (Ardir.) Come! E potrebbe un’anima sì rea trovarsi mai? Massimo, e pur si trova; e tu lo sai. Io! Sì; ma il ciel difende le vite de’ monarchi. Emilio invano trafiggermi sperò. Nel sonno immerso credea trovarmi, e s’ingannò. L’intesi del mio notturno albergo l’ingresso penetrare. A’ dubbi passi,
al tentar delle piume, previdi un tradimento. In piè balzai, strinsi un acciar: contro il fellon, che fugge, fra l’ombre i colpi affretto. Accorre al grido stuol di custodi, e delle aperte logge mi veggo, al lume inaspettato e nuovo, sanguigno il ferro: il traditor non trovo. Forse Emilio non fu. La nota voce ben riconobbi al grido, onde si dolse allor che lo piagai. Ma per qual fine un tuo servo arrischiarsi al colpo indegno? Il servo lo tentò: d’altri è il disegno. (Oh Dio!) Lascia ch’io vada in traccia del fellon. (in atto di partire) Cura è di Varo: tu non partire. (Ah, son perduto!) Io forse meglio di lui potrò... Massimo, amico, non lasciarmi così: se tu mi lasci, donde spero consiglio e donde aita? T’ubbidisco. (Io respiro.) (Io torno in vita Ma chi del tradimento tu credi autor? Puoi dubitarne? In esso Ezio non riconosci? Ah! se mai posso convincerlo abbastanza, i giorni suoi l’error mi pagheranno. (Mancava all’alma mia quest’altro affanno!) Io non so figurarmi in Ezio un traditor. D’esserlo almeno non ha ragion. Benignamente accolto...
applaudito da te..., come avria core?... È ben ver che l’amore, l’ambizion, la gelosia, la lode contaminan talor d’altrui la fede. Ezio amato si vede, è pien d’una vittoria, arbitro è delle schiere... e potrebbe scordarsi il suo dovere. Tu lo conosci, ed in tal guisa, o padre, parli di lui? Son d’Ezio amico, è vero, ma suddito d’Augusto. E Fulvia tanto difende un traditore? Ah! che il sospetto del geloso mio cor vero diviene. Credi Fulvia capace d’altro amor che del tuo? T’inganni. In lei è pietá la difesa, e non amore. La minaccia, l’orrore di castigo e di morte la fanno impietosir. Del sesso imbelle la natia debolezza ancor non sai?
ct ct
Cesare, invano il traditor cercai. Ma dove si celò? La nostra cura non poté rinvenirlo. E deggio in questa incertezza restar? Di chi fidarmi? di chi temer? Stato peggior del mio vedeste mai?
Ti rassicura. Un colpo, che a vuoto andò, del traditor scompone tutta la trama. Io cercherò d’Emilio; io veglierò per te. Del tutto ignoto l’insidiator non è. Per tua salvezza d’alcuno intanto assicurar ti puoi. Deh! m’assistete: io mi riposo in voi. Vi fida lo sposo, vi fida il regnante, dubbioso — ed amante, la vita — e l’amor. Tu, amico, prepara (a Massimo) soccorso ed aita: tu serbami, o cara, (a Fulvia) gli affetti del cor. (parte con Varo e pretoriani.)
ct ct
E puoi d’un tuo delitto Ezio incolpar? Chi ti consiglia, o padre? Folle! La sua ruina è riparo alla mia: della vendetta mi agevola il sentier. S’ei resta oppresso, non ha difesa Augusto. Or vedi quanto è necessaria a noi. Troppo maggiore d’un femminil talento questa cura saria: lasciane il peso a chi di te piú visse, e piú saggio è di te. Dunque ti renda l’etá piú giusto ed il saper. Se tento l’onor mio vendicar, non sono ingiusto:
e se lo fossi ancor, presa è la via, ed a ritrarne il piè tardi saria. Non è mai troppo tardi, onde si rieda per le vie di virtú. Torna innocente chi detesta l’error. Posso una volta ottener che non parli? Alfin che brami? Insegnar mi vorresti ciò che da me apprendesti? O vuoi ch’io serva al tuo debole amor? Fulvia, raffrena i tuoi labbri loquaci, e in avvenir non irritarmi e taci. Ch’io taccia e non t’irriti, allor che veggio il monarca assalito, te reo del gran misfatto, Ezio tradito? Lo tolleri chi può. D’ogni rispetto o mi disciogli, o, quando rispettosa mi vuoi, cangia il comando. Ah, perfida! Conosco che vuoi sacrificarmi al tuo desio. Va’! dell’affetto mio, che nulla ti nascose, empia, t’abusa, e, per salvar l’amante, il padre accusa. Va’! dal furor portata, palesa il tradimento; ma ti sovvenga, ingrata! il traditor qual è. Scopri la frode ordita; ma pensa in quel momento ch’io ti donai la vita, che tu la togli a me. (parte)
ct ct
Che fo? Dove mi volgo? Egual delitto è il parlare e il tacer. Se parlo, oh Dio! son parricida, e nel pensarlo io tremo. Se taccio, al giorno estremo giunge il mio bene. Ah! che all’idea funesta s’agghiaccia il sangue e intorno al cor s’arresta! Ah! qual consiglio mai... Ezio, dove t’inoltri? ove ten vai? (vedendo Ezio) In difesa d’Augusto. Intesi... Ah, fuggi! In te del tradimento cade il sospetto. In me! Fulvia, t’inganni. Ha troppe prove il Tebro della mia fedeltá. Chi seppe ogni altro superar con l’imprese, maggior d’ogni calunnia anche si rese. Ma, se Cesare istesso il reo ti chiama, s’io stessa l’ascoltai! Può dirlo Augusto, ma crederlo non può. S’anche un momento giungesse a dubitarne, ove si volga, vede la mia difesa. Italia, il mondo, la sua grandezza, il conservato impero rinfacciar gli saprá che non è vero. So che la tua ruina vendicata saria; ma chi m’accerta d’una pronta difesa? Ah! s’io ti perdo, la piú crudel vendetta della perdita tua non mi consola. Fuggi, se m’ami; al mio timor t’invola.
Tu, per soverchio affetto, ove non sono ti figuri i perigli. E dove fondi questa tua sicurezza? Forse nel tuo valor? Ezio, gli eroi son pur mortali, e il numero gli opprime. Forse nel merto? Ah! che per questo, o caro, sventure io ti predico: il merto appunto è il tuo maggior nemico. La sicurezza mia, Fulvia, è riposta nel cor candido e puro, che rimorsi non ha; nell’innocenza, che paga è di se stessa; in questa mano, necessaria all’impero. Augusto alfine non è barbaro o stolto: e, se perde un mio pari, conosce anche un tiranno qual dura impresa è ristorarne il danno.
ct ct
Varo, che rechi? È salva di Cesare la vita? Al suo riparo può giovar l’opra mia? Che fa? Cesare appunto a te m’invia. A lui dunque si vada. Non vuol questo da te; vuol la tua spada. Come! Il previdi! E qual follia lo mosse? E possibil sará?
Cosí non fosse! La tua compiango, amico, e la sventura mia, che mi riduce un uffizio a compir contrario tanto alla nostra amicizia, al genio antico. Prendi: Augusto compiangi e non l’amico. (gli dá la spada) Recagli quell’acciaro che gli difese il trono: rammentagli chi sono, e vedilo arrossir. E tu serena il ciglio, (a Fulvia) se l’amor mio t’è caro: l’unico mio periglio sarebbe il tuo martír. (parte con guardie)
The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.
Loading the full text…
The end
You’ve reached the end of Ezio.
