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Didone abbandonata

Pietro Metastasio · 1912 · Free in the US

12,690 words · about 53 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1912 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Didone_abbandonata&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Pietro Metastasio
Language
Italian
Published
1912
Length
12,690 words · about 53 min
Sections
8 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (8)
  1. Front matter under 1 min
  2. Argomento about 1 min
  3. Interlocutori under 1 min
  4. Atto primo about 14 min
  5. Atto secondo about 11 min
  6. Atto terzo about 11 min
  7. Intermezzi about 8 min
  8. Varianti about 8 min

Continue:

Front matter

ct ct ct

Indice

Argomento

ct Didone, vedova di Sicheo, uccisole il marito da Pigmalione re di Tiro, di lei fratello, fuggí con ampie ricchezze in Africa, dove edificò Cartagine. Fu ivi richiesta in moglie da molti, e soprattutto da Iarba re de’ mori, e ricusò sempre, per serbar fede alle ceneri dell’estinto consorte. Intanto, portato Enea da una tempesta alle sponde dell’Africa, fu ricevuto e ristorato da Didone, la quale ardentemente se ne invaghí. Mentr’egli, compiacendosi di tale affetto, si trattenea presso lei, gli fu dagli dèi comandato che proseguisse il suo cammino verso Italia, dove gli promettevano una nuova Troia. Partí Enea; e Didone disperatamente si uccise.

Tutto ciò si ha da , il quale con un felice anacronismo unisce il tempo della fondazion di Cartagine agli errori di Enea. , libro iii de’ Fasti, dice che Iarba s’impadronisse di Cartagine dopo la morte di Didone, e che Anna, di lei sorella (che sará da noi chiamata Selene), fosse anch’essa occultamente invaghita d’Enea.

Per comodo della scena si finge che Iarba, curioso di veder Didone, s’introduca in Cartagine come ambasciadore di se stesso, sotto nome d’Arbace.

Interlocutori

ct Didone, regina di Cartagine, amante di

Enea.

Iarba, re de’ mori, sotto nome d’Arbace.

Selene, sorella di Didone ed amante occulta di Enea.

Araspe, confidente di Iarba ed amante di Selene.

Osmida, confidente di Didone.

ct

Atto primo

ct ct Luogo magnifico destinato per le pubbliche udienze, con trono da un lato. Veduta in prospetto della cittá di Cartagine, che sta edificandosi. ct

No, principessa, amico: sdegno non è, non è timor che move le frigie vele e mi trasporta altrove. So che m’ama Didone; pur troppo il so; né di sua fé pavento. L’adoro, e mi rammento quanto fece per me: non sono ingrato. Ma ch’io di nuovo esponga all’arbitrio dell’onde i giorni miei mi prescrive il destin, voglion gli dèi; e son sí sventurato, che sembra colpa mia quella del fato. Se cerchi a lungo error riposo e nido, te l’offre in questo lido la germana, il tuo merto e il nostro zelo. Riposo ancor non mi concede il cielo. Perché? Con qual favella il lor voler ti palesâro i numi?

Osmida, a questi lumi non porta il sonno mai suo dolce obblio, che il rigido sembiante del genitor non mi dipinga innante. — Figlio — ei dice, e l’ascolto, — ingrato figlio, questo è d’Italia il regno che acquistar ti commise Apollo ed io? L’Asia infelice aspetta che in un altro terreno, opra del tuo valor, Troia rinasca. Tu il promettesti; io nel momento estremo del viver mio la tua promessa intesi, allor che ti piegasti a baciar questa destra e mel giurasti. E tu frattanto, ingrato alla patria, a te stesso, al genitore, qui nell’ozio ti perdi e nell’amore? Sorgi: de’ legni tuoi tronca il canape reo, sciogli le sarte. — Mi guarda poi con torvo ciglio e parte. Gelo d’orror! (dal fondo della scena comparisce Didone con séguito). (Quasi felice io sono. Se parte Enea, manca un rivale al trono.) Se abbandoni il tuo bene, morrá Didone (e non vivrá Selene.) La regina s’appressa. (Che mai dirò?) (Non posso scoprire il mio tormento.) (Difenditi, mio core: ecco il cimento.)

ct ct

Enea, d’Asia splendore, di Citerea soave cura e mia, vedi come a momenti, del tuo soggiorno altera, la nascente Cartago alza la fronte. Frutto de’ miei sudori son quegli archi, que’ templi e quelle mura; ma de’ sudori miei l’ornamento piú grande, Enea, tu sei. Tu non mi guardi e taci? In questa guisa con un freddo silenzio Enea m’accoglie? Forse giá dal tuo core di me l’immago ha cancellata Amore? Didone alla mia mente, giuro a tutti gli dèi, sempre è presente; né tempo o lontananza potrá sparger d’obblio, questo ancor giuro ai numi, il foco mio. Che proteste! Io non chiedo giuramenti da te: perch’io ti creda, un tuo sguardo mi basta, un tuo sospiro. (Troppo s’inoltra.) (Ed io parlar non oso.) Se brami il tuo riposo, pensa alla tua grandezza: a me piú non pensar. Che a te non pensi? Io che per te sol vivo? Io che non godo i miei giorni felici, se un momento mi lasci?

Oh Dio, che dici! E qual tempo scegliesti! Ah troppo, troppo generosa tu sei per un ingrato. Ingrato Enea! Perché? Dunque noiosa ti sará la mia fiamma. Anzi giammai con maggior tenerezza io non t’amai. Ma... Che? La patria, il cielo... Parla. Dovrei... ma no... L’amore... oh Dio! la fé... Ah! che parlar non so: (ad Osmida) spiegalo tu per me. (parte)

ct ct

Parte cosí, cosí mi lascia Enea! Che vuol dir quel silenzio? In che son rea? Ei pensa abbandonarti. Contrastano in quel core, né so chi vincerá, gloria ed amore. È gloria abbandonarmi? (Si deluda.) Regina, il cor d’Enea non penetrò Selene. Dalla reggia de’ mori qui giunger dee l’ambasciatore Arbace... Che perciò? Le tue nozze chiederá il re superbo; e teme Enea che tu ceda alla forza e a lui ti doni.

Perciò, cosí partendo, fugge il dolor di rimirarti... Intendo. Vanne, amata germana: dal cor d’Enea sgombra i sospetti, e digli che a lui non mi torrá se non la morte. (A questo ancor tu mi condanni, o sorte!) Dirò che fida sei; su la mia fé riposa: sarò per te pietosa, (per me crudel sarò.) Sapranno i labbri miei scoprirgli il tuo desio. (Ma la mia pena, oh Dio! come nasconderò?) (parte).

ct ct

Venga Arbace qual vuole, supplice o minaccioso; ei viene invano. In faccia a lui, pria che tramonti il sole, ad Enea mi vedrá porger la mano. Solo quel cor mi piace: sappialo Iarba. Ecco s’appressa Arbace.

ct ct Mentre al suono di barbari stromenti si vedono venire da lontano Iarba ed Araspe con séguito di mori e comparse, che conducono tigri, leoni, e recano altri doni da presentare alla regina, Didone, servita da Osmida, va sul trono, alla destra del quale rimane Osmida. Due cartaginesi portano fuori i cuscini per l’ambasciatore africano, e li situano lontano, ma in faccia al trono. Iarba ed Araspe, fermandosi sull’ingresso, non intesi dicono:

(Vedi, mio re... T’accheta: finché dura l’inganno, chiamami Arbace, e non pensare al trono: per ora io non son Iarba, e re non sono.) Didone, il re de’ mori a te de’ cenni suoi me suo fedele apportator destina. Io te l’offro qual vuoi, tuo sostegno in un punto o tua ruina. Queste, che miri intanto, spoglie, gemme, tesori, uomini e fere, che l’Africa soggetta a lui produce, pegni di sua grandezza, in don t’invia. Nel dono impara il donator qual sia. Mentre io ne accetto il dono, larga mercede il tuo signor riceve. Ma, s’ei non è piú saggio, quel, ch’ora è don, può divenire omaggio. (Come altiero è costui!) Siedi e favella. (Qual ti sembra, o signor? (piano a Iarba) (piano ad Araspe) Superba e bella.) Ti rammenta, o Didone, qual da Tiro venisti e qual ti trasse

disperato consiglio a questo lido. Del tuo germano infido alle barbare voglie, al genio avaro ti fu l’Africa sol schermo e riparo. Fu questo, ove s’inalza la superba Cartago, ampio terreno dono del mio signore, e fu... Col dono la vendita confondi... Lascia pria ch’io favelli, e poi rispondi. (Che ardir! (piano ad Osmida) Soffri.) (piano a Didone) Cortese, Iarba, il mio re, le nozze tue richiese: tu ricusasti: ei ne soffrì l’oltraggio, perché giurasti allora che al cener di Sicheo fede serbavi. Or sa l’Africa tutta che dall’Asia distrutta Enea qui venne; sa che tu l'accogliesti e sa che l’ami; né soffrirá che venga a contrastar gli amori un avanzo di Troia al re de’ mori. E gli amori e gli sdegni fian del pari infecondi. Lascia pria ch’io finisca, e poi rispondi. Generoso il mio re, di guerra invece, t’offre pace, se vuoi; e, in ammenda del fallo, brama gli affetti tuoi, chiede il tuo letto, vuol la testa d’Enea. Dicesti? Ho detto. Dalla reggia di Tiro io venni a queste arene libertade cercando e non catene.

Prezzo de’ miei tesori, e non giá del tuo re, Cartago è dono. La mia destra, il mio core quando a Iarba negai, d’esser fida allo sposo allor pensai. Or piú quella non son... Se non sei quella... Lascia pria ch’io risponda, e poi favella. Or piú quella non son. Variano i saggi a seconda de’ casi i lor pensieri. Enea piace al mio cor, giova al mio trono, e mio sposo sará. Ma la sua testa... Non è facil trionfo; anzi potrebbe costar molti sudori questo avanzo di Troia al re de’ mori. Se il mio signore irriti, verranno a farti guerra quanti getuli e quanti numidi e garamanti Africa serra. Purché sia meco Enea, non mi confondo. Vengano a questi lidi garamanti, numidi, Africa e il mondo. Dunque dirò... Dirai che amoroso nol curo, che nol temo sdegnato. Pensa meglio, o Didone. Ho giá pensato, (s’alzano) Son regina e sono amante, e l’impero io sola voglio del mio soglio e del mio cor. Darmi legge invan pretende chi l’arbitrio a me contende della gloria e dell’amor. (parte)

ct ct

Araspe, alla vendetta! (in atto di partire) Mi son scorta i tuoi passi. Arbace, aspetta. (Da me che bramerá?) Posso a mia voglia libero favellar? Parla. Se vuoi, m’offro agli sdegni tuoi compagno e guida. Didone in me confida, Enea mi crede amico, e pendon l'armi tutte dal cenno mio. Molto potrei a’ tuoi disegni agevolar la strada. Ma tu chi sei? Seguace della tiria regina, Osmida io sono. In Cipro ebbi la cuna, e il mio core è maggior di mia fortuna. L’offerta accetto; e, se fedel sarai, tutto in mercé, ciò che domandi, avrai. Sia del tuo re Didone, a me si ceda di Cartago l’impero. Io tel prometto. Ma chi sa se consente il tuo signore alla richiesta audace? Promette il re quando promette Arbace. Dunque... Ogni atto innocente qui sospetto esser può: serba i consigli a piú sicuro loco e piú nascoso. Fidati: Osmida è re, se Iarba è sposo.

Tu mi scorgi al gran disegno; al tuo sdegno, al tuo desio l’ardir mio ti scorgerá. Cosí rende il fiumicello, mentre lento il prato ingombra, alimento all’arboscello, e per l’ombra umor gli dá. (parte)

ct ct

Quanto è stolto, se crede ch’io gli abbia a serbar fede! Il promettesti a lui. Non merta fé chi non la serba altrui. Ma vanne, amato Araspe; ogn’indugio è tormento al mio furore; vanne: le mie vendette un tuo colpo assicuri. Enea s’uccida. Vado: e sará fra poco del suo, del mio valore in aperta tenzone arbitro il fato. No, t’arresta: io non voglio che al caso si commetta l’onor tuo, l’odio mio, la mia vendetta. Improvviso l’assali, usa la frode. Da me frode! Signor, suddito io nacqui, ma non giá traditor. Dimmi ch’io vada nudo in mezzo agl’incendi, incontro all’armi tutto farò. Tu sei signor della mia vita: in tua difesa non ricuso cimento; ma da me non si chieda un tradimento.

Sensi d’alma volgare. A me non manca braccio del tuo piú fido. E come, oh dèi! la tua virtude... Eh! che virtú? Nel mondo o virtú non si trova, o è sol virtú quel che diletta e giova. Fra lo splendor del trono belle le colpe sono, perde l’orror l’inganno, tutto si fa virtú. Fuggir con frode il danno può dubitar se lice quell’anima infelice che nacque in servitú. (parte)

ct ct

Empio! L’orror che porta il rimorso d’un fallo anche felice, la pace fra’ disastri che produce virtú, come non senti? O sostegno del mondo, degli uomini ornamento e degli dèi, bella virtú, la scorta mia tu sei! Se dalle stelle tu non sei guida fra le procelle dell’onda infida, mai per quest’alma calma non v’è. Tu m’assicuri ne’ miei perigli, nelle sventure tu mi consigli, e sol contento sento per te. (parte)

ct ct ct

Giá tel dissi, o Selene: male interpetra Osmida i sensi miei. Ah! piacesse agli dèi che Dido fosse infida, o ch’io potessi figurarmela infida un sol momento! Ma saper che m’adora e doverla lasciar, questo è il tormento! Sia qual vuoi la cagione che ti sforza a partir, per pochi istanti t’arresta almeno, e di Nettuno al tempio vanne: la mia germana vuol colá favellarti. Sará pena l’indugio. Odila e parti. Ed a colei che adoro darò l’ultimo addio? (Taccio e non moro!) Piange Selene! E come, quando parli cosí, non vuoi ch’io pianga? Lascia di sospirar. Sola Didone ha ragion di lagnarsi al partir mio. Abbiam l’istesso cor Didone ed io. Tanto per lei t’affliggi? Ella in me cosí vive, io cosí vivo in lei, che tutti i mali suoi son mali miei. Generosa Selene, i tuoi sospiri

tanta pietá mi fanno, che scordo quasi il mio nel vostro affanno. (Se mi vedessi il core, forse la tua pietá saria maggiore.)

ct ct

Tutta ho scorsa la reggia cercando Enea, né ancor m’incontro in lui. Forse quindi partí. (vedendo Enea) Fosse costui? Africano alle vesti ei non mi sembra. Stranier, dimmi chi sei? (ad Enea) (Quanto piace quel volto agli occhi miei!) (vedendo Selene) Troppo, bella Selene... (dopo aver guardato Iarba) (ad Enea) Olá, non odi? ... troppo ad altri pietosa... (come sopra) Che superbo parlar! (guardando Iarba) (Quanto è vezzosa!) (guardando Selene) O palesa il tuo nome o ch’io... (ad Enea) Qual dritto hai tu di domandarne? A te che giova? Ragione è il piacer mio. Fra noi non s’usa di rispondere a stolti. (vuol partire) A questo acciaro... (volendo cavar la spada, Selene lo ferma) Sugli occhi di Selene, nella reggia di Dido, un tanto ardire? Di Iarba al messaggiero sí poco di rispetto?

Il folle orgoglio la regina saprá. Sappialo. Intanto mi vegga ad onta sua troncar quel capo, e, a quel d’Enea congiunto, dell’offeso mio re portarlo a’ piedi. Difficile sará piú che non credi. Tu potrai contrastarlo? o quell’Enea, che per glorie racconta tante perdite sue? Cedono assai, in confronto di glorie, alle perdite sue le tue vittorie. Ma tu chi sei, che tanto meco per lui contrasti? Son un che non ti teme, e ciò ti basti. Quando saprai chi sono sì fiero non sarai, né parlerai così. Brama lasciar le sponde quel passeggiero ardente: fra l'onde poi si pente, se ad onta del nocchiero dal lido si partí. (parte)

ct ct

Non partirá se pria... (volendo seguirlo) (arrestandolo) Da lui che brami? Il suo nome. Il suo nome senza tanto furor da me saprai.

A questa legge io resto. Quell’Enea, che tu cerchi, appunto è questo. Ah! m’involasti un colpo, che al mio braccio offeriva il ciel cortese. Ma perché tanto sdegno? In che t’offese? Gli affetti di Didone al mio signor contende: t’è noto, e mi domandi in che m’offende? Dunque supponi, Arbace, che scelga a suo talento il caro oggetto un cor che s’innamora? Nella scuola d’amor sei rozzo ancora. (parte)

ct ct

Non è piú tempo, Araspe, di celarmi cosí. Troppa finora sofferenza mi costa. E che farai? I miei guerrier, che nella selva ascosi quindi non lungi al mio venir lasciai, chiamerò nella reggia: distruggerò Cartago, e l’empio core all’indegno rival trarrò... (con fretta) Signore, giá di Nettuno al tempio la regina s’invia. Sugli occhi tuoi al superbo troiano, se tardi a riparar, porge la mano. Tanto ardir! Non è tempo d’inutili querele.

E qual consiglio? Il piú pronto è il migliore. Io ti precedo: ardisci. Ad ogni impresa io sarò tuo sostegno e tua difesa. (parte)

ct ct

Dove corri, o signore? Il rivale a svenar. Come lo speri? Ancora i tuoi guerrieri il tuo voler non sanno. Dove forza non val, giunga l’inganno. E vuoi la tua vendetta con la taccia comprar di traditore? Araspe, il mio favore troppo ardito ti fe’. Piú franco all’opre e men pronto ai consigli io ti vorrei. Chi son io ti rammenta, e chi tu sei. Son quel fiume, che gonfio d’umori, quando il gelo si scioglie in torrenti, selve, armenti, capanne e pastori porta seco e ritegno non ha. Se si vede fra gli argini stretto, sdegna il letto, confonde le sponde, e superbo fremendo sen va. (parte con Araspe)

ct ct ct

Come! Da’ labbri tuoi Dido saprá che abbandonar la vuoi? Ah! taci per pietá, e risparmia al suo cor questo tormento. Il dirlo è crudeltá, ma sarebbe il tacerlo un tradimento. Benché costante, io spero che al pianto suo tu cangerai pensiero. Può togliermi di vita, ma non può il mio dolore far ch’io manchi alla patria e al genitore. Oh generosi detti! Vincere i propri affetti avanza ogni altra gloria. Quanto costa però questa vittoria!

ct ct

Ecco il rival, né seco è alcun de’ suoi seguaci... (piano ad Araspe) Ah! pensa che tu sei... (piano a Iarba) (come sopra) Seguimi e taci. Cosí gli oltraggi miei... (nel voler ferire Enea, trattenuto da Araspe, gli cade il pugnale, ed Araspe lo raccoglie) (a Iarba) Férmati! (ad Araspe) Indegno! Al nemico in aiuto? Che tenti, anima rea? (ad Araspe, vedendogli il pugnale) (Tutto è perduto

ct ct

Siam traditi, o regina. (con affettato spavento) Se piú tarda d’Arbace era l’aita, il valoroso Enea sotto colpo inumano oggi cadea. Il traditor qual è? dove dimora? Miralo! nella destra ha il ferro ancora. (accenna Araspe) Chi ti destò nel seno sí barbaro desio? Del mio signor la gloria e il dover mio. Come! L’istesso Arbace disapprova... Lo so ch’ei mi condanna; il suo sdegno pavento: ma il mio non fu delitto, e non mi pento. E né meno hai rossore del sacrilego eccesso? Tornerei mille volte a far l’istesso. Ti preverrò. Ministri, custodite costui. (Araspe parte tra le guardie) Generoso nemico, in te tanta virtude io non credea. Lascia che a questo sen... (a Iarba) Scostati, Enea. Sappi che il viver tuo d’Araspe è dono; che il tuo sangue vogl’io; che Iarba io sono. Tu Iarba! Il re de’ mori! Un re sensi sí rei non chiude in seno: un mentitor tu sei. Si disarmi.

(snuda la spada) Nessuno avvicinarsi ardisca, o ch’io lo sveno. Cedi per poco almeno, fin ch’io genti raccolga: a me ti fida, (piano a Iarba) E cosí vil sarò? (piano ad Osmida) Fermate, amici. A me tocca il punirlo. Il tuo valore serba ad uopo miglior. Che piú s’aspetta? O si renda, o svenato al piè mi cada. Sérbati alla vendetta. (piano a Iarba) Ecco la spada. (getta la spada, che viene raccolta dalle guardie, e parte fra quelle) Frenar l’alma orgogliosa tua cura sia. (ad Osmida) Sulla mi fé riposa. (parte appresso Iarba)

ct ct

Enea, salvo giá sei dalla crudel ferita. Per me serban gli dèi sí bella vita. Oh Dio, regina! Ancora forse della mia fede incerto stai? No: piú funeste assai son le sventure mie. Vuole il destino... Chiari i tuoi sensi esponi. Vuol... (mi sento morir) ch’io t’abbandoni. M’abbandoni! Perché? Di Giove il cenno, l’ombra del genitor, la patria, il cielo, la promessa, il dover, l’onor, la fama

alle sponde d’Italia oggi mi chiama. La mia lunga dimora pur troppo degli dèi mosse lo sdegno. E cosí fin ad ora, perfido! mi celasti il tuo disegno? Fu pietá. Che pietá? Mendace il labbro fedeltá mi giurava, e intanto il cor pensava come lunge da me volgere il piede! A chi, misera me! darò piú fede? Vil rifiuto dell’onde, io l’accolgo dal lido; io lo ristoro dalle ingiurie del mar: le navi e l’armi giá disperse io gli rendo, e gli do loco nel mio cor, nel mio regno; e questo è poco. Di cento re per lui, ricusando l’amor, gli sdegni irrito: ecco poi la mercede. A chi, misera me! darò piú fede? Fin ch’io viva, o Didone, dolce memoria al mio pensier sarai; né partirei giammai, se per voler de’ numi io non dovessi consacrare il mio affanno all’impero latino. Veramente non hanno altra cura gli dèi che il tuo destino. Io resterò, se vuoi che si renda spergiuro un infelice. No: sarei debitrice dell’impero del mondo a’ figli tuoi. Va’ pur, siegui il tuo fato; cerca d’Italia il regno; all’onde, ai venti confida pur la speme tua. Ma senti: fará quell’onde istesse

delle vendette mie ministre il cielo; e, tardi allor pentito d’aver creduto all’elemento insano, richiamerai la tua Didone invano. Se mi vedessi il core... Lasciami, traditore! Almen dal labbro mio con volto meno irato prendi l’ultimo addio. Lasciami, ingrato! E pur, con tanto sdegno, non hai ragion di condannarmi. Indegno! Non ha ragione, ingrato! un core abbandonato da chi giurògli fé? Anime innamorate, se lo provaste mai, ditelo voi per me. Perfido! tu lo sai se in premio un tradimento io meritai da te. E qual sará tormento, anime innamorate, se questo mio non è? (parte)

ct ct

E soffrirò che sia sí barbara mercede premio della tua fede, anima mia! Tanto amor, tanti doni... Ah! pria ch’io t’abbandoni,

pèra l’Italia, il mondo, resti in obblio profondo la mia fama sepolta, vada in cenere Troia un’altra volta. Ah! che dissi! Alle mie amorose follie, gran genitor, perdona; io n’ho rossore. Non fu Enea che parlò, lo disse Amore. Si parta... E l’empio moro stringerá il mio tesoro? No... Ma sará frattanto al proprio genitor spergiuro il figlio? Padre, amor, gelosia, numi, consiglio! Se resto sul lido, se sciolgo le vele, infido, crudele mi sento chiamar. E intanto, confuso nel dubbio funesto, non parto, non resto, ma provo il martíre, che avrei nel partire, che avrei nel restar. (parte)

Atto secondo

ct ct ct ct

Chi fu che all’inumano disciolse le catene? A me, bella Selene, il chiedi invano. Io prigioniero e reo, libero ed innocente in un momento, sciolto mi vedo, e sento fra’ lacci il mio signor: il passo muovo a suo pro nella reggia, e vel ritrovo. Ah! contro Enea v’è qualche frode ordita. Difendi la sua vita. È mio nemico. Pur, se brami che Araspe dall’insidie il difenda, tel prometto: sin qui l’onor mio nol contrasta; ma ti basti cosí. Cosí mi basta. (in atto di partire) Ah! non toglier sí tosto Il piacer di mirarti agli occhi miei. Perché? Tacer dovrei ch’io sono amante; ma reo del mio delitto è il tuo sembiante.

Araspe, il tuo valore, il volto tuo, la tua virtú mi piace; ma giá pena il mio cor per altra face. Quanto son sventurato! È piú Selene. Se t’accende il mio volto, narri almen le tue pene, ed io le ascolto. Io l’incendio nascoso tacer non posso e palesar non oso. Soffri almen la mia fede. Sí, ma da me non aspettar mercede. Se può la tua virtude amarmi a questa legge, io tel concedo; ma non chieder di piú. Di piú non chiedo. Ardi per me fedele, serba nel cor lo strale; ma non mi dir crudele. se non avrai mercé. Hanno sventura eguale la tua, la mia costanza: per te non v’è speranza, non v’è pietá per me. (parte)

ct ct

Tu dici ch’io non speri, ma nol dici abbastanza: l’ultima che si perde è la speranza. (parte)

ct ct

Giá so che si nasconde de’ mori il re sotto il mentito Arbace. Ma, sia qual piú gli piace, egli m’offese; e senz’altra dimora, o suddito o sovrano, io vuo’ che mora. Sempre in me de’ tuoi cenni il piú fedele esecutor vedrai. Premio avrá la tua fede. E qual premio, o regina? Adopro invano per te fede e valore: occupa solo Enea tutto il tuo core. Taci, non rammentar quel nome odiato. È un perfido, è un ingrato, è un’alma senza legge e senza fede. Contro me stessa ho sdegno, perché finor l’amai. Se lo torni a mirar, ti placherai. Ritornarlo a mirar? Perfin ch’io viva mai piú non mi vedrá quell’alma rea. Teco vorrebbe Enea parlar, se gliel concedi. Enea! Dov’è? Qui presso, che sospira il piacer di rimirarti. Temerario! Che venga. (Selene parte) Osmida, parti. Io non tel dissi? Enea tutta del cor la libertá t’invola. Non tormentarmi piú: lasciami sola. (Osmida parte)

ct ct

Come! ancor non partisti? Adorna ancora questi barbari lidi il grande Enea? E pure io mi credea che, giá varcato il mar, d’Italia in seno in trionfo traessi popoli debellati e regi oppressi. Quest’amara favella mal conviene al tuo cor, bella regina: del tuo, dell’onor mio sollecito ne vengo. Io so che vuoi del moro il fiero orgoglio con la morte punir. E questo è il foglio. La gloria non consente ch’io vendichi in tal guisa i torti miei: se per me lo condanni... Condannarlo per te! Troppo t’inganni. Passò quel tempo, Enea, che Dido a te pensò. Spenta è la face, è sciolta la catena, e del tuo nome or mi rammento appena. Pensa che il re de’ mori è l’orator fallace. Io non so qual ei sia: lo credo Arbace. Oh Dio! con la sua morte tutta contro di te l’Africa irríti. Consigli or non desio: tu provvedi a’ tuoi regni, io penso al mio. Senza di te finor leggi dettai; sorger senza di te Cartago io vidi.

Felice me, se mai tu non giungevi, ingrato, a questi lidi! Se sprezzi il tuo periglio, donalo a me: grazia per lui ti chieggio. Sí, veramente io deggio il mio regno e me stessa al tuo gran merto. A sí fedele amante, ad eroe sí pietoso, a’ giusti prieghi di tanto intercessor nulla si nieghi. (va al tavolino) Inumano! tiranno! È forse questo l’ultimo dí che rimirar mi déi: vieni sugli occhi miei; sol d’Arbace mi parli, e me non curi! T’avessi pur veduto d’una lagrima sola umido il ciglio! Uno sguardo, un sospiro, un segno di pietade in te non trovo. E poi grazie mi chiedi? Per tanti oltraggi ho da premiarti ancora? Perché tu lo vuoi salvo, io vuo’ che mora. (soscrive)

Quell’Enea tel domanda, che tuo cor, che tuo bene un dí chiamasti; quel che sinora amasti piú della vita tua, piú del tuo soglio; quello... Basta; vincesti: eccoti il foglio. Vedi quanto t’adoro ancora, ingrato!

Con un tuo sguardo solo mi togli ogni difesa e mi disarmi. Ed hai cor di tradirmi? E puoi lasciarmi? Ah! non lasciarmi, no, bell’idol mio: di chi mi fiderò, se tu m’inganni? Di vita mancherei nel dirti addio; ché viver non potrei fra tanti affanni. (parte)

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Io sento vacillar la mia costanza a tanto amore appresso; e, mentre salvo altrui, perdo me stesso. Che fa l’invitto Enea? Gli veggo ancora del passato timore i segni in volto. Iarba da’ lacci è sciolto! Chi ti die’ libertá? Permette Osmida che per entro la reggia io mi raggiri; ma vuol ch’io vada errando, per sicurezza tua, senza il mio brando. Cosí tradisce Osmida il comando real? Dimmi, che temi? Ch’io fuggendo m’involi a queste mura? Troppo vi resterò per tua sventura. La tua sorte presente fa pietá, non timore.

Risparmia al tuo gran core questa pietá. D’una regina amante tenta pure a mio danno, cerca pur d’irritar gli sdegni insani. Con altr’armi non sanno le offese vendicar gli eroi troiani. Leggi. La regal donna in questo foglio la tua morte segnò di propria mano. Se Enea fosse africano, Iarba estinto saria. Prendi ed impara, barbaro discortese, come vendica Enea le proprie offese. (lacera il foglio e parte)

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Così strane venture io non intendo. Pietá nel mio nemico, infedeltá nel mio seguace io trovo. Ah! forse a danno mio l’uno e l’altro congiura. Ma di lor non ho cura. Pietá finga il rivale, sia l’amico fallace: non sará di timor Iarba capace. Fosca nube il sol ricopra, o si scopra il ciel sereno, non si cangia il cor nel seno, non si turba il mio pensier. Le vicende della sorte imparai con alma forte dalle fasce a non temer. (parte)

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Fra il dovere e l’affetto ancor dubbioso in petto ondeggia il core. Pur troppo il mio valore all’impero serví d’un bel sembiante. Ah! una volta l’eroe vinca l’amante. Di te finora in traccia scorsi la reggia. Amico, vieni fra queste braccia. Allontánati, Enea; son tuo nemico. Snuda, snuda quel ferro: (snuda la spada) guerra con te, non amicizia io voglio. Tu di Iarba all’orgoglio prima m’involi, e poi guerra mi chiedi, ed amistá non vuoi? T’inganni. Allor difesi la gloria del mio re, non la tua vita. Con piú nobil ferita rendergli a me s’aspetta quella, che tolsi a lui, giusta vendetta. Enea stringer l’acciaro contro il suo difensore! Olá! che tardi? La mia vita è tuo dono: prendila pur, se vuoi; contento io sono. Ma ch’io debba a tuo danno armar la mano, generoso guerrier, lo speri invano. Se non impugni il brando, a ragion ti dirò codardo e vile. Questa ad un cor virile

vergognosa minaccia Enea non soffre. Ecco, per soddisfarti, io snudo il ferro; ma prima i sensi miei odan gli uomini tutti, odan gli dèi. Io son d’Araspe amico; io debbo la mia vita al suo valore; ad onta del mio core, discendo al gran cimento, di codardia tacciato; e, per non esser vil, mi rendo ingrato. (in atto di battersi)

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Tanto ardir nella reggia? Olá, fermate! Cosí mi serbi fé? Cosí difendi, Araspe traditor, d’Enea la vita? No, principessa: Araspe non ha di tradimenti il cor capace. Chi di Iarba è seguace esser fido non può. Bella Selene, puoi tu sola avanzarti a tacciarmi così. T’accheta e parti. Tacerò, se tu lo brami; ma fai torto alla mia fede, se mi chiami traditor. Porterò lontano il piede; ma di questi sdegni tuoi so che poi tu avrai rossor. (parte)

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Allorché Araspe a provocar mi venne, del suo signor sostenne le ragioni con me. La sua virtude se condannar pretendi, troppo quel core ingiustamente offendi. Sia qual ei vuole Araspe, or non è tempo di favellar di lui. Brama Didone teco parlar. Poc’anzi dal suo real soggiorno io trassi il piede. Se di nuovo mi chiede ch’io resti in questa arena, invan s’accrescera la nostra pena. Come fra tanti affanni, cor mio, chi t’ama abbandonar potrai? Selene, a me «cor mio»? È Didone che parla, e non son io. Se per la tua germana cosí pietosa sei, non curar piú di me, ritorna a lei. Dille che si consoli, che ceda al fato e rassereni il ciglio. Ah no! Cangia, mio ben, cangia consiglio. Tu mi chiami tuo bene? È Didone che parla, e non Selene. Vieni e l’ascolta. È l’unico conforto ch’ella implora da te. D’un core amante quest’è il solito inganno: va cercando conforto, e trova affanno.

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