Indice
Facezie
Introduzione
Volle lo stesso messer da Terranova di Valdarno rivelarci il luogo e il tempo ne’ quali raccolse la sue Facetiæ che intitolò Liber facetiarum. Dice dunque nella “Conclusio” (seguo la edizione di Basilea, ex ædibus Henrici Petri, mense augusto, anno mdxxxviii, che fu adoperata dal traduttore), a pag. 491 delle Opere, qualmente il luogo ove esse furon dette, come in teatro, fu il Bugiale; e continua: “Fu il nostro Bugiale, sorta di officina di menzogne, che fu da’ segretari [papali] fondata per ridere. Sin dal tempo di papa Martino avevan l’abitudine di scegliere un luogo appartato, ove ci comunicavamo a vicenda le notizie, e dove parlavasi di cose varie, sia sul serio, sia a svago dello spirito. Ivi non si perdonava ad anima viva, e dicevasi male di quanto ne dispiaceva; e spesso il papa medesimo dava materia alle critiche nostre; onde molti venivano in quel luogo per paura di non essere i primi colpiti. E fra i narratori primo era Razello da Bologna, dal quale ho raccolto molte fra le storie raccontate. E anche Antonio Lusco, del quale spesso si parla, era uomo molto arguto; e altresí Cesare Romano, dedito anche lui alle burle. E pure alcuna delle mie vi aggiunsi, che non sono sciocche del tutto. Ora i miei amici son morti e il Bugiale non è piú, e per colpa de’ tempi e degli uomini si va perdendo il buon uso dello scherzo e del conversare...” Omnisque jocandi, confabulandique consuetudo sublata. Cosí il Poggio, forse con malinconica ricordanza viva della Curia vaticana e della vita operosa ivi menata per quasi cinquant’anni. Allora egli aveva sorpassata la settantina. Era nato l’11 febraio 1380, e mercé di , che lo aveva conosciuto giovinetto, a Firenze, fu accolto prima, nel 1403, tra i familiari del vescovo barese Landolfo Maramaldo, e l’anno dopo eletto scrittore apostolico sotto . Andato con la Curia nel Concilio di Costanza (1414), schivo delle disquisizioni teologiche, che pur menarono al supplizio, ch’ei vide, di Gerolamo da Praga e di , “il quale gli parve morisse come ,” ascoltò invece la voce degli antichi padri che da’ chiostri circostanti imploravan la liberazione dalle secolari prigioni (Epist. I, 5); e, appena poté, eccolo in sacro pellegrinaggio al monastero di Sangallo, ove, di tra muffa, polvere, immondizie, liberò davvero la Institutio Oratoria di , tre libri e mezzo degli Argonautica di , i comenti di ed otto orazioni di , del quale già nove altre orazioni aveva portate via da’ conventi di Cluny e di Langres. E sempre avidamente cercando, insieme con amici, trasse in luce De rerum natura di , le Puniche di , le Selve di , l’Astronomicon di , De re rustica di ; e cosí lo si vide nelle badie benedettine di Reicheunau e di Weingarten, nel convento di Einsiedeln, ove trovò l’Itinerario, edito poi dal Malbillon; in Monte Cassino, ove scopri il Trattato degli aquedotti di . E trovando, copiava e faceva copiare, in quella elegante maiuscola romana, rimasta insuperata; e comunicava esultante le sue scoperte all’Italia, al mondo, fra la gioia e forse l’invidia del Niccoli, del , del , del , del Manetti, del Biondo, di , di Enea Silvio, di tutta quella schiera di umanisti della prima metà del Quattrocento, che si distinsero per la universalità e che ebbero il “furore dell’inedito,” onde vennero dal Landiani il Brutus, dal card. Orsini le venti Comedie di , dal stesso i Mathescos libri. Meno i tristi quattr’anni passati in Inghilterra, dal 1423 alla morte, egli visse sempre in perenne attività di ricerche, nel culto delle cose belle, nella febre di resuscitare l’antichità, “fonte di ogni civiltà e grandezza.” A Roma, profittò del suo posto di segretario apostolico per imporre come taglia il ritrovamento di codici: era come una letteraria simonia, sempre famelica, sempre sognante scoperte novelle. A Firenze, o meglio, nella sua ridente villa Valdarnina, ove fra il verdeggiar degli alberi, biancheggiavano la sua casa, la libreria, il museo e le statue, i torsi, i busti all’aperto, venutigli di Grecia, non cercò tregua dall’amor suo primo; ma pace domestica e studio; onde il libertino che aveva avuto undici figli illegittimi da Lucia Pannelli, prese a 55 anni in moglie la nobile diciottenne bellissima Veggia de’ Buondelmonti, che fu la sua beatitudine domestica, e che nel 1450 gli donò il sesto figliuolo. Ma dopo il ritorno a Roma, nel 1443, con Eugenio IV, fra gli agi, i guadagni e la fama che le opere sue, abilmente dedicate, gli fruttavano, si sentí troppo solo, quasi nel cimitero degli amici che frattanto eran morti, e abbandonò l’Urbe nel 1453 per tornare alla sua Fiorenza, come cancelliere della repubblica. E nella sua villa morí il 2 novembre del 1459; ebbe tomba in Santa Croce e fu dipinto nella Sala del Proconsolo dal Pollaiolo. Uomo gioviale e astuto, avido di fama, scopritore appassionato, acerrimo a’ nemici, ebbe spirito e fibra degna de’ tempi; riempí della propria vigorosa azione gran parte del sec. XV; conobbe per tanto moltissima gente d’ogni condizione, e finí col credersi in esilio nel tempo, quand’egli dall’esilio richiamava i grandi romani. Non lasciò capolavori: ma in ogni opera mise coscienza, originalità, forma disinvolta, se non elegantissima. Certo egli vinse parecchi della generazione che gli succedette, e che, datasi alla filologia, alla filosofia, alla poesia fu quasi indifferente alle indagini che infiammarono : il , il , il , , il . Epigrafista, dopo , fu il primo a dare un Corpus che serví bene anche al De Rossi; numismatico, fu pur tra i primi a rendersi conto dello svolgersi della moneta presso i romani; archeologo, oltre a restituirci , , , , , Filostrato, descrisse magistralmente i monumenti di Roma con critica oculata e scrupolosa, distruggendo leggende medievali, verificando documenti, dando gli autentici nomi alle venerande rovine. Leggete De varietate fortunæ, e vi vedrete al cospetto della antica maestà di fronte allo squallore presente: quadro vivo, eloquente, doloroso. Fu altresí il primo fra gli epistolografi del tempo, le cui lettere son preziose per notizie e dottrina, originalissime per lo stile agile e pronto. Scorrendo quelle lettere par di rivedere la imagine di lui scolpita dal Donatello; sarcastico, ameno, sicuro di sé e di quel che dice bene e certo. Né i suoi dialoghi sono inferiori, pieni di libera filosofia, con ritratti vigorosamente sbozzati, con fioriture di aneddoti mordaci, con vena satirica flagel- latrice del clero. Le orazioni di furon fiere “invettive;” era la sua l’eloquenza del gladiatore che atterra e sgozza senza pietà col fiele nel cuore e il ghigno sulle labra; si sa come conciasse il , il Valla, il Moroni da Rieti: un grandinar di contumelie verrine, con fraseggiare ciceroniano negli altri, con virulenza plautina nel Poggio, che sparge il ridicolo a piene mani, e non risparmia neppure l’antipapa Felice V. Ma negli otto libri della sua Historia fiorentina (1350-1455), ultima opera di lui, egli prende la cosa sul serio, organizza il racconto ed evita il vieto costume di infarcir la narrazione con sperticate concioni. Poggio dunque, al contrario del , del Barzizza e degli altri frondosi ciceroneggianti, seppe dominar il latino sí che il suo ebbe singolare pieghevolezza, spigliatezza disinvolta, limpidezza pittorica, frutto succoso della sagacia divinatoria onde aveva esemplato i testi, del lungo studio, del grande amore, e dell’esercizio continuo nella varietà delle sue scritture.
Or quest’uomo, che dalle angustie paterne, era giunto con tenacia prodigiosa non solo a formar la sua fortuna, ma ad essere il primo restauratore e maestro del mondo classico, ben si sentiva dominatore di cose grandi e irrisor delle piccole. Era il genio dell’umanesimo.
Al dunque ultra settantenne dovevan sorridere le Facetiæ, che gli eran fiorite sulle labra o dalla penna, a mano a mano, dal 1438, mandate via nel pubblico a frammenti per compiacenza di amici e voluttà di curiosi; le date più tarde derivate delle Facetiæ stesse sono il 1451 in De prœlio picarum et gracularum e il 1452 in De homine qui per biennium cibum non sumpsit. Sí che, se la compagine del libro fu completa nel ’52 o ’53, le storielle ivi comprese, avevan rallegrato molti anni della vita all’autore. E forse appunto parte della sua vita rivedeva lí dentro in mezzo alla vita intera dell’altra gente. Già delle Facetiæ si trovan tracce nelle Epistole; o se ne raccontano, come la 138 (Epist. III. 8), o se ne fa in qualche modo la storia (Epist. VIII, 4, 35; IX, 1, 14; X, 17, 22); ma ove mostrasi la fantasia beffarda e derisoria del , la smania del novellare lascivo e turpe, la bizzarra voluttà dell’osceno ridicolo, è nelle diatribe contro i nemici. Basterebbe citar per tutte le avventure infernali che addebita al , ove l’odio sprezzante non può concepir niente di più salace. E siccome egli prende inspirazioni da leggende popolaresche, da tradizioni vaganti, e sin dagli antichi, cosí la materia delle Facetiæ si andava accumulando e svolgendo nel suo spirito quasi per continua penetrazione. Probabilmente i giocondi ritrovi del Bugiale furon le cause esteriori che indussero alla raccolta; ma la causa intima è da cercarsi nel carattere stesso, nell’indole medesima del Poggio, temperato alle malizie e alle depravazioni del tempo, conoscitore profondo delle sfere ecclesiastiche e amatore delle letture piacevoli. Alcuni han cercato e cercan tuttora le fonti e i rapporti delle Facetiæ; fatica egregia, che può mostrar lunghezza di ricerche e finezza di raffronti; ma che servono appena a stabilire il corso di alcune novelline popolari o aneddoti tradizionali. Tuttavia, il rifar la storia de’ bons mots, risalendo agli Apotegmi di , alle Piacevolezze di , agli Scherzi di , anzi andando piú in su presso i Greci e i Persi, come fa il Lenfant, ci par troppo. Originali invece sono i ritrovamenti comparativi di Pietro Toldo, il quale (cooperando alle numerose ricer- che antecedenti, sperse ne’ volumi di scienza demopsicologica) trova altri rapporti per esempio co’ Fabliaux, col Pontano, con le Fourberies de Sî Djeh’â, con le Plaisanteries de Nasr-Eddin-Hodia, con le Cent Nouvelles nouvelles e con altre fonti orientali e basche, con lo Speculum exemplorum, ecc. Io ne trovo con , massime nel Libro terzo ove accoglie molti aneddoti, cònti, favole. Vedi fra gli altri l’Anneau de Hans Carvel (III, 28), che è tratto dalla Facetia 133 Visio Francisci Philelphi, cosí elegantemente ripresa poi dall’ nella V satira. Ricerche argute fecero anche su particolari Facetiæ il intorno a Madonna Bambacaia, il Volpi su Pasquino da Siena rimatore, il Flamini, ecc. Il poi può averlo conosciuto, ove si confronti la nov. 68 di con la novella I, 6 del Lasca, e la Facezia 102 con la novella IV della Prima Cena.
Insomma il libro di , composto cogli elementi migranti venuti d’ogni parte, di Francia, di Spagna, di Lamagna, com’egli confessa, e d’Oriente, è il più noto e diffuso fra le opere di lui. Ed è naturale. Esso è un piccolo , ma senza un organismo, un filo, una tela: ogni novella ha un protagonista, e se pure il protagonista torna piú volte, è eroe sempre di un’azione che può star da sola. Sembra rispecchiare il costume di quel periodo complesso, nel quale la rinascita, dando le piú sottili raffinatezze al gusto, lasciava che la vita quotidiana corresse ancor fra la sensualità e l’ascetismo, la gioia del vivere e l’eleganza delle forme, senza intimità di pensiero. Manca non di meno nel libro la personalità del narratore e però la coesione del racconto; ma non cosí che nell’insieme la figura dell’artista non appaia nel profilo di satiro gaudente e burlone. Non è il lette- rato, è il segretario papale osservatore, che gode nel vedersi sfilar dinanzi la moltitudine variopinta; ed ecco marinai e cardinali, barbieri e vescovi, villani, pastori e montanari con cavalieri, monaci e preti, medici, avvocati, notai con cuochi, commedianti, ebrei, fanciulle, mogli, vedove, papi, pazzi, saltimbanchi, confessori, e vecchi, giovani, avari, sciocchi, usurai, meretrici, servi, buffoni, mendicanti, ricchi... quasi tutti presi dalla manía di burlare, di ridere, di godere; quasi tutti colti da erotismo continuo, guazzanti in turpiloquio sfacciato; qui tutto è nudo; e quasi sempre la nudità è laida, è ripugnante. E fra l’immensa tratta di gente volgare, trovi pur papa Martino e Bonifacio, e , e Giannozzo e Bernabò Visconti, Facino Cane, , Ugo da Siena, Nicolò D’Anagni, Antonio Lusco, Ridolfo di Camerino, e con loro Zuccaro e Gonnella. E fra il trescar delle lussurie ecco apparir santi e prodigi, bestie, mostri e diavoli. E la beffa non ha nazione: trovi spagnuoli, inglesi, alemanni, fiorentini, milanesi, veneziani, perugini, genovesi... Ogni grado, ogni classe, ogni lingua, ogni passione, oltre la venerea predominante: l’usura, l’invidia, l’odio, l’ipocrisia, l’idiotaggine... In una parola, una comicità oscena di bassa lega, che non va al di là della caricatura e che talora è più nella qualità del fatto che ne’ colori. È il mondo della sensazione fugace, che non si tramuta mai, purificandosi, nel sentimento.
Le Facetiæ, a non contar la diffusione grandissima orale e manoscritta, che avevan goduto durante la vita dell’autore, ebber presto quella della stampa. Abbiam qui sottocchio molti incunaboli o stampe rarissime e notizie delle Facetiæ. Le più antiche edizioni son tre e senza data e luogo; una ve n’è del 1470; una a Ferrara, dell’agosto del 1471; una a Norimberga del Koburger, del 1472; una del Creussner, pur di Norimberga, del ’75, quando se ne fecero altre tre; una a Parigi insieme con le Facetiæ morales, o l’ tradotto dal , e i De Salibus virorum illustrium del , una a Milano del ’77 dal Valdafer, quattro, pure a Parigi, nel 1480; cinque in vari luoghi nel 1487; due a Venezia nel 1488; una a Lione nel 1497; tre edizioni con le opere complete nel 1510, 11, 13. Argentine, Joh. Koblonchus; e poi via via altre sino a quella di Cracovia del 1592. Ma nel seicento e nel settecento sembra declinare la fortuna dell’opera: troviamo una sola edizione del 1797, e un’altra del 1800. Le traduzioni “in vulgare ornatissimo” non mancano dal sec. XV sino a quella stampata dal Bindon nel 1553; ma da quell’anno, ch’io sappia, altre versioni non venner fuori sino al 1884-85, quando apparve quella pubblicata dal Sommaruga, mentre le versioni francesi si moltiplicavano in buon numero dal 1484 al 1878. Cosí il fortunato libretto corse di terra in terra a rallegrar le brigate, a diffonder letizia e riso ovunque, dalle botteghe alle corti, dai conventi alle caserme, ed ebbe chiosatori, imitatori, plagiari; dette origine alle Buffonerie del Gonnella, alle Facezie del piovano Arlotto e ad altre raccolte, una delle quali fu largamente sfruttata dal Domenichi.
Oggi le Facetiæ, non potrebbero dar diletto, se non a chi le leggesse in quel latino pieno di grazia che non è lingua morta o intarsio di erudizione; sotto al quale sentesi lo squisito gusto fiorentino, con la snella disinvoltura, la nativa eleganza, la schietta festività dell’idioma di messer Giovanni e di messer Franco. Sotto la patina arcaica è l’oro del toscano scintillante. Il fauno classico scorrazza per i divini ombrosi poggi del Valdarno. Ma non volle il , oltre il suo bel museo di marmi e libri, comporre un museo umano curioso e prezioso, perché le sparse vestigia delle costumanze non si perdessero? Bene è considerar l’opera cosí, poiché al suo cospetto l’Arte, nel suo immortale candore, si è velata la faccia per nascondere forse il sorriso, forse il disgusto.
Roma, decembre 1912.
Cfr. oltre le storie letterarie, e le opere sul Rinascimento:
Thorschmidt J. C. Dissertatio de F. Poggii Bracciolini vita et meritis in rem litterariam. Wettemberg, 1713.
Lenfant J. Poggiana, ou la vie, le caractère, les sentences et les bons mots de Pogge Florentin. Amsterdam, 1720.
Osservazioni critiche ed apologetiche sopra il libro del signor Jacopo Lenfant intitolato “Poggiana.” Venezia, 1721.
Remarques sur, la “Poggiana.” Paris, 1722..
Shepherd W. Life of Poggio Bracciolini. Liverpool, 1802; London; 1837, tradotto in ital. da Tommaso Tonelli, Firenze, 1825.
Katscher L. Poggio Bracciolini (Nuova rivista intern., 1879-80. 1.)
Sabbatini R. Poggio Bracciolini (Giorn. stor. della lett. ital. 1885. 1.)
Medin A. Documenti per la vita di Poggio Bracciolini (Giorn. st. della lett. ital., 1888. 12.)
Precursori e propugnatori del Rinascimento. Firenze, Sansoni, 1902.
Toldo P. Note poggine (Bracciolini, Facezie) (Giorn. st. della lett. ital. 1904. 44.)
Prefazione
Che per la povertà dello stile gli invidiosi non devono condannare la raccolta delle facezie.
Io penso che saranno molti che daran biasimo a questi discorsi, sia come cose di niun conto ed indegne de la gravità dell’uomo, sia perchè essi vi cercassero maggiore eleganza nel dire e più animato lo stile. Ma se io loro risponda di aver letto che i nostri maggiori, uomini di grandissima prudenza e dottrina, di giuochi, di facezie e di favole si dilettarono e non si ebbero biasimo ma lode, credo che abbastanza avrò fatto per ricuperare la loro stima. Imperocchè chi vorrà credere che io abbia fatta cosa turpe imitandoli in questo, non potendolo nelle altre cose e dando a le cure de lo scrivere quel tempo che gli altri perdono ne le società e ne la conversazione, quando principalmente non sia questo lavoro indecoroso e qualche piacere possa dare al lettore? Ed è cosa onorevole e necessaria anzi, ed ebbero per essa lode i filosofi, sollevare l’animo nostro oppresso da molestie e da pensieri e trarlo alla gioia ed alla allegria con qualche lieta ricreazione. Però ricercare l’alto stile ne le piccole cose, o in queste che si hanno a esprimere con la parola propria e faceta, o per riferire ciò che altri disse, sembra cosa di troppa noia. Poichè vi son certe cose che non amano maggiore ornamento e vogliono invece esser dettate quali vennero da chi parlando le disse.
Ed alcuni forse penseranno che questa scusa che chieggo venga da mancanza di ingegno: ed io stesso lo reputo. Ora coloro che sono di questo avviso ripiglino queste favole, le presentino e le rivestano a loro grado, ed io li esorto a farlo, chè la lingua latina in questa nostra età è fatta ricca anche ne le cose leggiere; e l’esercizio di scrivere quelle cose gioverà sempre a la grande arte del dettare. Io stesso volli fare la prova, se molte cose che si riputava non potessero essere scritte in latino, potessero tuttavolta scriversi senza cader nel vile; e non cercai in questo nè l’eleganza, nè l’ampiezza del dire, ma mi contentai e mi contento che le mie istorie non sembrino malamente narrate.
Del resto, risparmino la lettura di queste conversazioni (è così che le voglio chiamare) tutti coloro che sono troppo rigidi censori e critici troppo acerbi, e come una volta fece Lucilio coi Consentini e i Tarentini io amo che i miei lettori siano d’animo lieto e sereno. Che se essi invece saran troppo incolti, non ricuso lor di pensar come vogliono, purchè non se la prendano con l’autore, che solo per esercitar l’ingegno e sollevar lo spirito scrisse.
I. Di un povero nocchiero da Gaeta
Quelli del popolo di Gaeta vivono quasi tutti sul mare; uno di costoro, il più povero nocchiero del mondo, dopo avere errato per molti luoghi per guadagnare, tornò dopo cinque anni a casa dove aveva lasciata povera masserizia e la moglie giovane. Appena mise piede a terra, corse a veder la sua donna (che disperando intanto che il marito tornasse, con altro uomo viveva.) Entrato in casa e vedendo questa tutta instaurata e ingrandita e abbellita, chiese a sua moglie, come mai quella stamberga, prima tanto brutta, si fosse così mutata. Rispose tosto la moglie, che la era stata la grazia di Dio che dà a tutti gli uomini la ricchezza. “Benediciamo dunque il Signore,” disse l’uomo, “che ci ha fatto così gran beneficio.” Poi, di sopra, vede la stanza da dormire, con un letto più bello, è con tutta la mobilia più elegante di quello che la condizione di sua moglie permettesse; e quando chiese, di dove anche tutto questo fosse venuto, ella gli rispose che anche ciò si dovea alla misericordia di Dio; e ringraziò di nuovo il Signore che così generoso verso di lui si era mostrato. Nello stesso modo, quando vide nella casa tutte le altre novità, che sua moglie diceva provenienti dalla munificenza di Dio, e mentre egli restava ammirato di tanta profusione di grazie, sopravenne un fanciullo di più di tre anni, che corse, come fanno i bambini, ad accarezzare la mamma; allora il marito chiese di chi fosse il marmocchio, e la donna gli rispose esser suo. Meravigliato, l’uomo, che fosse venuto fuori un fanciullo, se egli non c’era entrato, la donna rispose sempre che esso proveniva dalla grazia di Dio. Allora non potè contenere lo sdegno per questa sovrabbondanza di grazia celeste che veniva fino a regalargli dei figli. “Ah sì,” disse, “che lo devo ringraziar molto, il Signore, che si è preso tanto pensiero delle mie faccende!” Gli pareva, povero uomo, che Dio avesse pensato troppo, se gli faceva anche nascere dei fanciulli mentre egli era lontano.
II. Di un medico che curava i matti
Eravamo in molti a discorrere di quella vanità, per non chiamarla stoltezza, che certuni hanno di mantenere cani e falchi per la caccia. Allora saltò su Paolo fiorentino a dire: — Aveva proprio ragione di ridere di loro quel matto di Milano. — E poichè noi lo pregammo di raccontarci la storia: “Fuvvi, una volta,” egli disse, “un cittadino milanese che faceva il dottore a’ dementi ed a’ pazzi e che prendeva a guarire in un certo tempo coloro che erano affidati alla sua cura. Ed ecco in qual modo egli la faceva: aveva in sua casa una corte dove era uno stagno di acqua sporca e fetente, nel quale, legati ad un palo egli immergeva i matti che gli conducevano; e alcuni fino a’ ginocchi, alcuni altri fino alle anche, qualcun altro anche più profondamente, secondo la gravezza del male, e li teneva a macerare nell’acqua e nell’inedia fino a che paressergli risanati. Gli fu tra gli altri una volta condotto un tale, che egli mise in quel bagno fino alle cosce, e che dopo quindici giorni ritornò alla ragione e pregava il medico di toglierlo da quel pantano; e questi lo tolse dal supplizio a patto però che non uscisse dalla corte; e quando ebbe per qualche giorno obbedito, lo lasciò passeggiare per tutta la casa, a condizione che non u- scisse dalla porta sulla via: intanto i colleghi del matto erano sempre nell’acqua, e il matto osservò diligentemente gli ordini del medico.
Una volta che egli stava sulla porta, nè per timore della fossa osava di passarla, vide venire un giovine cavaliere col falco sul pugno, e due di que’ cani che servono per la caccia; e non aveva memoria delle cose avvenute o viste prima della follia, gli parve cosa nuova, e lo chiamò a sè; e il giovine venne: “Ohè tu, gli disse, ascoltami un poco e rispondimi se ti piace: Che è la cosa su cui stai, e per che uso ti serve?” “È un cavallo, rispose, e l’ho per la caccia.” “E l’altra cosa che hai sul pugno come si chiama essa e a che è buona?” “È un falco educato alla caccia delle arzavole e delle pernici.” E il matto: “E quelli che ti accompagnano chi sono e a che ti giovano?” “Sono cani, disse, ammaestrati a snidare la selvaggina.” “Sta bene, ma codesta selvaggina per la quale tu hai pronte tante cose, che prezzo ha quando tu ne abbia cacciato per un anno intero?” “Poco ne so, rispose, ma non credo più di sei ducati.” “E quanto spendi tu nei cani, nel falco e nel cavallo?” “Cinquanta ducati.” Allora meravigliato della pazzia del giovane cavaliere: “Oh! oh! disse, va’ lontano di qui tosto prima che il medico torni a casa; perchè se ti trova qui, come se fossi tu il più stolto fra i viventi, ti getterà nella fossa per curarti cogli altri matti, e come non fa cogli altri ti metterà nell’acqua sino alla gola.” Mostrò così che la passione per la caccia è stoltezza se non è de’ ricchi o per esercizio del corpo. —
III. Di Bonaccio de’ Guasci che s’alzava tardi da letto
Bonaccio de’ Guasci, giovane di animo lieto, mentre eravamo a Costanza, sempre tardi sorgeva dal letto. E
quando gli amici suoi gli rimproveravano questa pigrizia e gli chiedevano che mai nel letto facesse, egli sorridendo rispondea: “Ascolto la contesa di due litiganti; al mattino quando mi sveglio son presso a me due figure di donna, la sollecitudine e la pigrizia: quella m’esorta ad alzarmi, a muovermi, a non passare il mio giorno nel letto; questa la riprende e mi consiglia a non muovermi, poichè fuori è freddo ed è migliore il calore del letto, e il corpo abbisogna di riposo, nè si può lavorare sempre. La prima ripete le sue ragioni; e così, poichè è lungo l’alterco fra loro e la disputa, io, giudice equo, non piego nè dall’una parte nè dall’altra, ascolto i contendenti, aspetto che si pongan d’accordo. Ed è così che m’alzo tardi, aspettando che sia composta la lite.”
IV. Di un Giudeo che si era persuaso di farsi cristiano
Molti erano che esortavano un giudeo a farsi cristiano, ma egli non potea risolversi di staccarsi da’ suoi beni; e lo assicuravano che se e’ gli avesse dati a’ poveri, secondo la sentenza del Vangelo, che è verissima, avrebbe in cambio ricevuto il centuplo. Persuaso egli finalmente, si convertì alla fede e spartì i beni suoi fra poveri, malati e mendichi. Poi per circa un mese fu con molto onore ospitato e ricevuto da diversi cristiani e tutti lo accarezzavano e lo plaudivano per quel che aveva fatto. Egli intanto che viveva alla giornata, aspettava di giorno in giorno il centuplo che gli avean promesso, e poichè molti s’eran già stanchi di dargli a mangiare e gli ospiti si facean sempre più radi, così egli cadde in malattia e venne per questa in fin di vita, per un grande flusso di sangue. Disperava egli omai della vita, ed ancora della promessa del centuplo, quando un giorno, per desiderio di prender fiato, uscì
dal letto e venne per sgombrarsi il ventre sul prato di un vicino; ed ivi vuotatosi, cercava d’intorno delle erbe per detergersi, quando trovò un involto di cenci che molte pietre preziose conteneva. Così si fe’ ricco, chiamò i medici, guarì, comprò case e poderi e visse di poi in grande opulenza. E quando tutti gli ripetevano: “Vedi tu, se ti predicevamo la verità, che Dio t’avrebbe restituiti tutti i tuoi beni centuplicati?” “Sta bene, diceva, egli mi rese il centuplo; ma volle prima ch’io mandassi fuori per disotto sangue fino a morire.” Ciò va detto di coloro che son tardi a compiere o a rendere un beneficio.
V. D’uno sciocco che credeva che sua moglie avesse due cose
Uno de’ nostri paesani, assai poco furbo, e inesperto nelle faccende d’amore, prese moglie. Ora avvenne che una notte nel letto ella volse la schiena e ’l resto al marito, il quale tuttavia colpì nel segno; onde meravigliato oltre misura si fe’ a chiedere alla donna s’ella mai avesse due di quelle cose; ed avendo ella risposta che due n’aveva: “Oh, oh, disse l’uomo, a me una sola basta; l’altra è di troppo.” Allora la donna, furba, che era amata dal piovano suo: “Possiamo, gli disse, fare con l’altra elemosina; diamola adunque alla chiesa ed al nostro piovano che ne avrà gran piacere, e a te non verrà in danno, poichè una ti basta.” E l’uomo acconsentì e per amor del piovano e per trarsi di dosso quel peso. E così chiamatolo a cena, e narratogli il caso, dopo in tre sul letto si coricarono, la donna nel mezzo e dinanzi il marito e per di dietro il piovano, affinchè si giovasse del dono. Il prete, affamato ed avido di quella pietanza tanto desiderata, attaccò pel primo la sua parte di combattimento, e poichè la donna se la
godeva e lasciava sfuggir qualche rumore, il marito temendo che il prete non passasse nel campo suo: “Bada, gli disse, o amico, di stare a’ patti e servirti della tua parte e lascia stare la mia.” “Che Iddio mi aiuti, rispose il prete, chè la tua non tengo io in gran conto, purchè mi possa godere i beni della chiesa.” Con queste parole si quetò l’uomo sciocco e invitò il piovano a godersi liberamente della parte ch’egli aveva concessa alla chiesa.
VI. Di una vedova accesa di voglia con un mendicante
Sono gli ipocriti la gente peggiore del mondo; e un giorno si parlava di questa genìa in luogo dove io ero presente, e diceasi che essi hanno ogni cosa in grande abbondanza, e che avidi come sono di dignità e di ricchezze, pure simulando e dissimulando pare che gli onori a malincuore ricevano e solo per ubbidienza a’ superiori. E uno degli astanti disse: — Rassomiglian essi ad un certo Paolo, uomo santo, che abitava a Pisa; un di coloro che si chiamano Apostoli e che sogliono sedere alle porte senza nulla domandare; — e a noi che gli chiedevamo chi fosse: — Questo Paolo, disse, che per la santità della vita era detto il Beato, soleva assidersi alla porta di una vedova che gli dava in elemosina il cibo. Essa, vedendo spesso costui che era assai bello, se ne invaghì, e un giorno, dopo averlo cibato gli disse di venir il dì appresso, che gli avrebbe preparato un buon pranzo; e giacchè egli venne spesso, così un giorno ella lo invitò ad entrare a mangiare dentro la casa, e avendo egli aderito, e quando ebbe il ventre pieno di cibo e di vino, la donna, matta di voglia, lo prese ad abbracciare e a baciare, giurando di non lasciarlo partire, prima di aver tutto fatto; ed egli finse di non voler sapere del giuoco, anzi di detestare l’ac-
ceso desiderio della donna, e alla fine, poichè ella più oscenamente insistette, come se cedesse solo all’importunità della vedova: “Dappoichè, disse, tu vuoi far tanto male, chiamo Dio testimonio, che tutta tua è la colpa, e che io non ne ho. Tu stessa prenditi questa carne maledetta, e sèrviti come meglio ti piace, chè io non voglio neanche toccarla.” E così egli fe’ il piacer della donna, e poichè per astinenza non aveva voluto toccare sè stesso, lasciò a lei tutto il peccato. —
VII. Di un prelato a cavallo
Andavo io un giorno al palazzo del papa, e vidi passare a cavallo uno de’ nostri prelati, forse assorto ne’ suoi pensieri, perchè non s’accorse di uno che lo salutava scoprendosi il capo; e questi credendo che ciò provenisse o da superbia o da arroganza: “Ecco là, disse, uno che non ha lasciato a casa la metà del suo asino, ma che lo porta tutto con sè.” Volendo dire che è da asino non rispondere agli atti di riverenza.
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The end
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