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Alessandro nell’Indie

Pietro Metastasio · 1912 · Free in the US

13,907 words · about 58 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1912 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Alessandro_nell'Indie&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Pietro Metastasio
Language
Italian
Published
1912
Length
13,907 words · about 58 min
Sections
7 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (7)
  1. Front matter under 1 min
  2. Argomento under 1 min
  3. Interlocutori under 1 min
  4. Atto primo about 12 min
  5. Atto secondo about 10 min
  6. Atto terzo about 9 min
  7. Varianti about 27 min

Continue:

Front matter

ct ct ct

Indice

Argomento

ct La nota generositá usata da Alessandro il grande verso Poro, re di una parte dell’Indie, a cui, piú volte vinto, rese i regni e la libertá, è l’azione principale del dramma; alla quale servono d’episodi e il costante amore di Cleofide, regina d’altra parte dell’Indie, pel geloso suo Poro, e la destrezza con cui procurò ella d’approfittarsi dell’inclinazione d’Alessandro a vantaggio dell’amante e di se stessa.

Comincia la rappresentazione dalla seconda disfatta di Poro.

Interlocutori

ct Alessandro.

Poro, re di una parte dell’Indie, amante di Cleofide.

Cleofide, regina d’altra parte dell’Indie, amante di Poro.

Erissena, sorella di Poro.

Gandarte, generale dell’armi di Poro, amante di Erissena.

Timagene, confidente d’Alessandro e nemico occulto del medesimo.

La scena è su le sponde dell’Idaspe, in una delle quali è il campo d’Alessandro, e nell’altra la reggia di Cleofide.

Atto primo

ct ct

ct

Fermatevi, codardi! Ah! con la fuga mal si compra una vita. A chi ragiono? Non ha legge il timor. La mia sventura i piú forti avvilisce. È dunque in cielo sí temuto Alessandro, che a suo favor può fare ingiusti i numi? Ah! si mora, e si scemi della spoglia piú grande il trionfo a costui... Ma la mia sposa lascio in preda al rival? No, si contrasti (ripone la spada nel fodero) l’acquisto di quel core sino all’ultimo dí. Prendi, signore, (frettoloso e porgendo il proprio elmo a Poro) prendi, e il real tuo serto sollecito mi porgi. Oh Dio! s’avanza la schiera ostil. Deh! non tardar. S’inganni il nemico cosí. Ma il tuo periglio?

È periglio privato. In me non perde l’India il suo difensor. Porgi, t’affretta: non abbiam che un istante. Ecco, o mio fido, (si leva il proprio cimiero e lo pone sul capo a Gandarte) sul tuo crine il mio serto. Ah! sia presagio di grandezze future. E vengano con lui le tue sventure. (parte)

ct ct

Invano, empia fortuna, il mio coraggio indebolir tu credi. (in atto di partire) Guerrier, t’arresta, e cedi quell’inutile acciaro. È piú sicuro col vincitor pietoso inerme il vinto. Pria di vincermi, oh quanto e di periglio e di sudor ti resta! Su, macedoni, a forza l’audace si disarmi. (volendo difendersi, gli cade la spada). Ah Stelle ingrate! Il ferro m’abbandona. Olà! fermate. Abbastanza finora versò d’indico sangue il greco acciaro. Macchia la sua vittoria vincitor che ne abusa. (a Timagene) I miei seguaci abbian virtude alla fortuna eguale. Fia legge il tuo voler. (parte) (Questi è il rivale.) Guerrier, dimmi chi sei?

Nacqui sul Gange; vissi fra l’armi; Asbite ho nome; ancora non so che sia timor; piú della vita amar la gloria è mio costume antico; son di Poro seguace e tuo nemico. (Oh ardire! oh fedeltá!) Qual è di Poro l’indole, il genio? È degno d’un guerriero e d’un re. La tua fortuna l’irrita e non l’abbatte; e spera un giorno d’involar quegli allori alle tue chiome colá su l’are istesse, che il timor de’ mortali offre al tuo nome. In India eroe sí grande è germoglio straniero. In greca cuna d’esser nato il tuo re degno saria. Credi dunque che sia il ciel di Macedonia sol fecondo d’eroi? Pur su l’Idaspe la gloria è cara e la virtú s’onora: ha gli Alessandri suoi l’Idaspe ancora. Valoroso guerriero, al tuo signore libero torna, e digli che sol vinto si chiami dalla sorte o da me. L’antica pace poi torni a’ regni sui: altra ragion non mi riserbo in lui. «Vinto si chiami»! E ambasciador mi vuoi di simili proposte? Poco opportuno ambasciador scegliesti. Ma degno assai. (a greci) Si lasci libero il varco al prigionier. Ma inerme partir non dee. Questa, ch’io cingo, accetta (si toglie dal fianco la spada per darla a Poro) di Dario illustre spoglia, che la man d’Alessandro a te presenta;

e, lei trattando, il donator rammenta. (Poro prende la spada da Alessandro, al quale una comparsa ne presenta subito un’altra) Vedrai con tuo periglio di questa spada il lampo, come baleni in campo sul ciglio al donator. Conoscerai chi sono: ti pentirai del dono; ma sará tardi allor. (parte)

ct ct

Oh ammirabile sempre, anche in fronte a’ nemici, carattere d’onor! Quel core audace, perché fido al suo re, minaccia e piace. Questa, che ad Alessandro prigioniera donzella offre la sorte, germana è a Poro. (Oh dèi! D’Erissena che fia!) Chi di quei lacci l’innocente aggravò? Questi di Poro sudditi per natura, per genio a te. Fu lor disegno offrirti un mezzo alla vittoria. Indegni! Il ciglio rasciuga, o principessa. Ad Alessandro persuade rispetto il tuo sembiante. (Che dolce favellar!) (Son quasi amante.)

Agli empi, o Timagene, si raddoppino i lacci, che si tolgono a lei. Tornino a Poro gl’infidi ed Erissena: questa alla libertá, quelli alla pena. (due comparse sciolgono Erissena ed incatenano gl’indiani) Generosa pietá! Signor, perdona: se Alessandro foss’io, direi che molto giova se resta in servitú costei. S’io fossi Timagene, anche il direi. Vil trofeo d’un’alma imbelle è quel ciglio allor che piange: io non venni insino al Gange le donzelle a debellar. Ho rossor di quegli allori, che non han fra’ miei sudori cominciato a germogliar. (parte)

ct ct

(Oh rimprovero acerbo, che irrita l’odio mio!) Questo è Alessandro? È questo. Io mi credea che avessero i nemici piú rigido l’aspetto, piú fiero il cor. Ma sono tutti i greci così? (Semplice!) Appunto. Quanto invidio la sorte delle greche donzelle! Almen fra loro fossi nata ancor io!

Che aver potresti di piú vago, nascendo in altra arena? Avrebbe un Alessandro anche Erissena. Se le greche sembianze ti son grate cosí, l’affetto mio posso offrirti, se vuoi: son greco anch’io. Tu greco ancor? Sotto un istesso cielo spuntò la prima aurora a’ giorni d’Alessandro, a’ giorni miei. Non è greco Alessandro, o tu nol sei. Dimmi almen qual ragione sí diverso da me lo rende mai. Ha in volto un non so che, che tu non hai. (Che pena!) Ah! giá per lui fra gli amorosi affanni dunque vive Erissena? Io? Sí. T’inganni. Chi vive amante, sai che delira; spesso si lagna, sempre sospira, né d’altro parla che di morir. Io non mi affanno, non mi querelo; giammai tiranno non chiamo il cielo: dunque il mio core d’amor non pena, o pur l’amore non è martir. (parte coi due prigionieri indiani, accompagnata dal séguito di Timagene)

ct ct

Ma qual sorte è la mia! Nacque Alessandro per offendermi sempre. Anche in amore m’oltraggia il merto suo: picciola offesa, che rammenta le grandi. Eh! l’odio mio si appaghi alfine. Irriterò le squadre, solleverò di Poro le cadenti speranze: alla vendetta qualche via troverò; ché il vendicarsi d’un ingiusto potere persuade natura anche alle fiere. O su gli estivi ardori placida al sol riposa, o sta fra l’erbe e i fiori la pigra serpe ascosa, se non la preme il piede di ninfa o di pastor. Ma, se calcar si sente, a vendicarsi aspira; e su l’acuto dente il suo veleno e l’ira tutta raccoglie allor. (parte)

ct Recinto di palme e cipressi con picciolo tempio nel mezzo, dedicato a Bacco, nella reggia di Cleofide. ct

Perfidi! qual riparo, (alle comparse) qual rimedio adoprar? Mancando ogni altro,

dovevate morir. Tornate in campo, ricercate di Poro. Il vostro sangue, se tardo è alla difesa, se vile è alla vendetta, spargetelo dal seno alla grand’ombra in sacrificio almeno. (partono le comparse) Oh dèi! mi fa spavento piú di Poro il coraggio, l’anima intollerante e le gelose furie, che in sen si facilmente aduna, che il valor d’Alessandro e la fortuna. (Ecco l’infida!) Io vengo, regina, a te di fortunati eventi felice apportator. (con ironia amara) (rasserenandosi) Numi! respiro. Che rechi mai? (come sopra, con ironia) Per Alessandro alfine si dichiarò la sorte. Esulta: avrai dell’Oriente oppresso (Cleofide si turba) a momenti al tuo piè tutti i trofei. Cosí m’insulti? Oh dèi! Dunque saranno eterne le dubbiezze del geloso tuo cor? Fidati, o caro, fidati pur di me. Di te si fida anche Alessandro. E chi può dir qual sia l’ingannato di noi? So ch’ei ritorna, e torna vincitor; so che altre volte coll’armi de’ tuoi vezzi, o finti o veri, hai le sue forze indebolite e dome. E creder deggio? e ho da fidarmi? e come? Ingrato! hai poche prove della mia fedeltá? Comparve appena su l’indico confine dell’Asia il domator, che il tuo periglio

fu il mio primo spavento. Incontro a lui lusinghiera m’offersi, onde con l’armi non passasse a’ tuoi regni. Ad onta mia, seco pugnasti. A te, giá vinto, asilo fu questa reggia; e non è tutto. In campo la seconda fortuna vuoi ritentar: l’armi io ti porgo, e perdo l’amistá d’Alessandro, di mie lusinghe il frutto, de’ miei sudditi il sangue, il regno mio; e non ti basta? e non mi credi? (commosso) (Oh Dio!) Tollerar piú non posso cosí barbari oltraggi. Fuggirò questo cielo; andrò raminga per balze e per foreste spaventose allo sguardo, ignote al sole, mendicando una morte. I miei tormenti, le tue furie una volta finiranno cosí. (in atto di partire disperata) Férmati! Ascolta. Che dir mi puoi? Che a gran ragion t’offende il geloso amor mio. Questo è un amore peggior dell’odio. Io ti prometto, o cara, che mai piú di tua fede dubitar non saprò. Queste promesse mille volte facesti, e mille volte tornasti a vacillar. Se mai di nuovo io ti credo infedel, per mio tormento altra fiamma t’accenda, e vera in te l’infedeltá si renda.

Ancor non m’assicuro: giuralo. A tutti i nostri dèi lo giuro. Se mai piú sarò geloso, mi punisca il sacro nume, che dell’India è domator.

ct ct

Erissena! Che veggo! Come! Tu nella reggia? Un tradimento mi portò fra’ nemici, e un atto illustre del vincitor pietoso a voi mi rende. Che ti disse Alessandro? (Poro si turba) Parlò di me? (si corregge) (Ma questa è innocente richiesta.) I detti suoi ridirti non saprei: so che mi piacque; so che dolce in quel volto fra lo sdegno guerrier sfavilla amore. Di polve e di sudore anche aspersa la fronte serba la sua bellezza, e l’alma grande in ogni sguardo suo tutta si vede. Cleofide da te questo non chiede. (con isdegno ad Erissena) Ma giova questo ancora forse a’ disegni miei. (Ah! non torniamo a dubitar di lei.) Macedoni guerrieri, tornate al vostro re: ditegli quanto anche fra noi la sua virtú s’ammira;

ditegli che al suo piede tra le falangi armate Cleofide verrá. Come! Fermate! (a’ macedoni, con impeto) Tu ad Alessandro? (a Cleofide, turbato) E che per ciò? Non vedo ragion di meraviglia. (come sopra) In questa guisa il tuo decoro, il nome tuo si oscura. L’India che mai dirá? Questa è mia cura. Partite. (a’ macedoni, che partono) (Io smanio.) Ah! non vorrei che fosse il tuo soverchio zelo quel solito timor che t’avvelena. Lo tolga il cielo! (con tranquillitá forzata) (Oh giuramento! oh pena!) Siegui a fidarti: in questa guisa impegni a maggior fedeltá gli affetti miei. Quando Poro mi crede, come tradir potrei sí bella fede? Se mai turbo il tuo riposo, se m’accendo ad altro lume, pace mai non abbia il cor. Fosti sempre il mio bel nume; sei tu solo il mio diletto; e sarai l’ultimo affetto, come fosti il primo amor. (parte)

ct ct

Dèi, che tormento è questo! Va Cleofide al campo, ed io qui resto! No, no! si siegua. A’ suoi novelli amori serva di qualche inciampo la mia presenza. (in atto di partire) Ove, signore? Al campo. Ferma! non è ancor tempo. Io non invano tardai finor. Questo real diadema Timagene ingannò: Poro mi crede; mi parlò: lo scopersi nemico d’Alessandro. Assai da lui noi possiamo sperare. Or non è questa la mia cura maggiore. Al greco duce Cleofide s’invia. Ma che paventi? Che figuri per ciò? Mille figuro immagini crudeli d’infedeltá, vezzi, lusinghe, sguardi. Che posso dir? Ma saran finti. Addio. Fingendo s’incomincia. Ah! non sapete quanto è breve il sentiero, che dal finto in amor conduce al vero. (parte frettoloso)

ct ct

Principessa adorata, allor che intesi te prigioniera, il mio dolor fu estremo: or che sciolta ti vedo, credimi, estremo è il mio piacer. Lo credo. Dimmi: vedesti in su gli opposti iidi dell’Idaspe Alessandro? Ancor nol vidi. E tu provasti mai alcun timor ne’ miei perigli? Assai. Se Alessandro una volta giungi a veder... M’è noto. Ah! piú di lui or non parliam. Dimmi che m’ami; i pegni rinnova di tua fe’; dimmi che anela il tuo bel core all’imeneo promesso. Eh! non è giá l’istesso il vedere Alessandro che udirne ragionar. Qualunque vanto spiegar non può... Ma tanto parlar di lui che mai vuol dir? Pavento, cara (sia con tua pace), che Alessandro ti piaccia. È ver: mi piace. Dunque, cosí tiranna, mi deridi, m’inganni? E chi t’inganna? San gli dèi ch’io non fíngo. Allor fingevi

dunque, o crudel, che del tuo core amante mi giuravi il possesso. Allora io non fingea: non fingo adesso. (parte)

ct ct

Perché senz’opra degli altrui sudori nasceano i frutti, i fiori; perché piú volte l’anno, non dubbio prezzo delle altrui fatiche, biondeggiavan le spiche, e al lupo appresso in un covile istesso il sicuro agnellin prendea ristoro; era bella, cred’io, l’etá dell’oro. Ma, se allor le donzelle, per soverchia innocenza, a’ loro amanti dicean d’esser infide chiaro cosí come Erissena il dice, per me l’etá del ferro è piú felice. Ah, colei che m’arde il seno, se non m’ama, ah, finga almeno! Un inganno è men tiranno d’un sí barbaro candor. Finché sembrami sincera, io mi credo almen felice; se la scopro ingannatrice, cangio in odio almen l’amor. (parte)

ct Gran padiglione d’Alessandro vicino all’Idaspe. Vista della reggia di Cleofide sull’altra sponda del fiume. ct

Pur troppo, amico, è vero: ama Alessandro; e nel suo cor trionfa Cleofide giá vinta. Eccola: a lei offri e dimanda amore. Amor? T’inganni: Alessandro sí presto non si lascia agli affetti in abbandono. Debole a questo segno ancor non sono.

ct Nel tempo d’una breve sinfonia si vedono venire diverse barche pel fiume, dalle quali scendono molti indiani, portando diversi doni; e dalla principale sbarca Cleofide, che viene incontrata da Alessandro. ct

Ciò ch’io t’offro, Alessandro, è quanto di piú raro, o nell’indiche rupi o nella vasta oriental marina, per me nutre e colora il sol vicino e la feconda aurora. Se non mi sdegni amica, eccoti un dono all’amistá dovuto; se suddita mi brami, ecco un tributo.

Da’ sudditi io non chiedo altr’omaggio che fede, e dagli amici prezzo dell’amistade io non ricevo: onde inutili sono le tue ricchezze, o sian tributo o dono. Timagene, alle navi tornino que’ tesori. (Timagene si ritira, dando ordine agl’indiani che tornino su le navi coi doni) Ah! mel predisse il cor. Questo disprezzo giustifica il mio pianto. (piange) L’esserti... odiosa... tanto... Ma non è ver. Sappi... t’inganni... Oh Dio! (M’usci quasi da’ labbri «idolo mio».) Signor, rimanti in pace. A me non lice miglior sorte sperar de’ doni miei: piú di quelli importuna io ti sarei. (in atto di partire) T’arresta. (arrestandola) Ah! mal, regina, interpetri il mio cor. Siedi e ragiona. Ubbidirò. (Che amabile sembianza!) (Mie lusinghe, alla prova!) (siedono) (Alma, costanza!) In faccia ad Alessandro mi perdo, mi confondo; e non so come...

ct ct

Monarca, il duce Asbite chiede a nome di Poro di presentarsi a te. (Numi!) Fra poco verrá: per or con la regina...

Appunto innanzi a lei di ragionar desia. Venga. (Timagene parte) (Poro l’invia! Chi è mai costui!) (turbata) T’è noto il suo pensiero? Signor, l’ignoro, e non so dirti il vero.

ct ct

(Eccola: oh gelosia!) (Poro!) Perdona, Cleofide, s’io vengo importuno cosí. La tua dimora piú breve io figurai; ma d’Alessandro piacevole è il soggiorno e di te degno. (Giá di nuovo è geloso! Ardo di sdegno.) Parla, Asbite: che chiede Poro da me? Le offerte tue ricusa, né vinto ancor si chiama. E ben, di nuovo tenti la sorte sua. Signor, sospendi la tua credenza: Asbite forse non ben comprese di Poro i detti. Anzi son questi. Eh! taci. No: lo pretendi invan. (Per suo castigo abbia ragion d’ingelosirsi.) Il passo,

amico o vincitor, qual piú ti piace, volgi, signore, alla mia reggia. (Ah, infida!) Piú dell’Idaspe il varco non ti sará conteso, e lá saprai meglio tutti di Poro i sensi e i miei. Non fidarti a costei: è avvezza ad ingannar. Grato a’ tuoi doni, io ti deggio avvertir. (Che soffro!) Asbite, sei troppo audace. Io n’ho ragion: conosco Cleofide e il mio re. Da lei tradito... Non udirlo, o signor; nol merta: i primi oltraggi non son questi, ch’io soffro da costui. (Perfida!) Accetti, Alessandro, l’invito? Qual risposta mi rendi? Che ho da sperar? Verrai? Verrò: m’attendi. (parte)

ct ct

Lode agli dèi! Son persuaso alfine della tua fedeltá. (con ironia) (come sopra) Lode agli dèi! Poro di me si fida, piú geloso non è. Dov’è chi dice che un femminil pensiero dell’aura è piú leggiero?

Ov’è chi dice che piú del mare un sospettoso amante è torbido e incostante? Io non lo credo. Ed io nol posso dir. Mi disinganna assai... Mi convince abbastanza... ...la placidezza tua. ...la tua costanza. Ricordo il giuramento. La promessa rammento. Si conosce... Si vede... Che placido amator! Che bella fede! «Se mai turbo il tuo riposo, se m’accendo ad altro lume, pace mai non abbia il cor». «Se mai piú sarò geloso, mi punisca il sacro nume, che dell’India è domator». Infedel! questo è l’amore? Menzogner! questa è la fede? Chi non crede al mio dolore, che lo possa un dí provar! Per chi perdo, o giusti dèi, il riposo de’ miei giorni! A chi mai gli affetti miei, giusti dèi, serbai finora! Ah! si mora e non si torni {| |per l’ingrata||rowspan=2 valign=middle|||rowspan=2 valign=middle|a sospirar. |- |per l’ingrato |}

Atto secondo

ct ct ct ct

E passerá l’Idaspe l’abborrito rival senza contesa? No, mio re. Per tuo cenno giá radunai gran parte de’ tuoi sparsi guerrieri, e presso al ponte, che unisce dell’Idaspe ambe le rive, cauto gli ascosi. In questo agguato avvolto troverassi Alessandro appena giunto di qua dal fiume; ed il soccorso a lui dell’esercito greco il ponte angusto ritarderá. Benché da lui diviso l’esercito rimanga, avrá difesa. Sai pur che in ogni impresa lo precedono sempre gli argiraspidi suoi. Fra questi appunto seminò Timagene l’odio per lui. Gli avrem compagni, o almeno non ci saran nemici; e, quando ancora gli fossero fedeli, il lor coraggio si perderá nell’improvviso assalto. Tu questi dalle sponde

combattendo disvia. Sul varco angusto io sosterrò del ponte l’impeto ostile. Alle mie spalle intanto diroccheranno i nostri gli archi di quello ed i sostegni, in parte rosi dal tempo e indeboliti ad arte. Cosí lá senza duce resteranno le schiere, e senza schiere qua il duce resterá. Compíto questo, al fato e al tuo valor si fidi il resto. L’unico ben, ma grande, che rimati fra’ disastri agl’infelici, è il distinguer da’ finti i veri amici. Oh, del tuo re, non della sua fortuna, fido seguace! E perché mai del regno, ond’io possa premiarti, il ciel mi priva?

ct ct

Poro, Gandarte, arriva Alessandro a momenti. Un greco messo recò l’avviso. Io dalla regia torre vidi di lá dal fiume sotto diverse piume splender elmi diversi: il suono intesi de’ stranieri metalli; e fra le schiere vidi all’aura ondeggiar mille bandiere. E Cleofide intanto che fa? Corre a incontrarlo. Ingrata! Amico, vanne, vola e m’attendi al destinato loco.

E tu non vieni? Sí; ma prima all’infida voglio recar sugli occhi de’ tradimenti suoi tutta l’immago. Un’altra volta almeno voglio dirle «infedele», e poi son pago. E tu pensi a costei? L’onor ti chiama a piú degni cimenti. Va’, Gandarte; a momenti raggiungo i passi tuoi. (Oh amor sempre tiranno, anche agli eroi!) (parte)

ct ct

Germano, anch’io vorrei trovarmi in campo d’Alessandro all’arrivo. Invan lo brami. Perché? Non piú. Lasciami solo. E quale ragione il vieta? A una real donzella andar cosí fra l’armi, come lice a un guerrier, non è permesso. Misera servitú del nostro sesso! (parte)

ct ct

No, no, quella incostante non si torni a mirar. Troppo di Poro nell’anima agitata che regna ancor, conosceria l’ingrata.

Miei sdegni, all’opra! Audaci non vi crede Alessandro, e non vi teme. Provi con sua sventura quanto è lieve ingannar chi s’assicura. Senza procelle ancora si perde quel nocchiero, che lento in su la prora passa dormendo il dí. Sognava il suo pensiero forse le amiche sponde; ma si trovò fra l’onde, allor che i lumi aprí. (parte)

ct Campagna sparsa di fabbriche antiche con tende ed alloggiamenti militari preparati da Cleofide per l’esercito greco. Ponte sull’Idaspe. Campo numeroso d’Alessandro, disposto in ordinanza di lá dal fiume, con elefanti, torri, carri coperti e macchine da guerra.

Nell’apertura della scena s’ode sinfonia di strumenti militari, nel tempo della quale passa il ponte una parte de’ soldati greci, ed appresso a loro Alessandro con Timagene: poi sopraggiunge Cleofide ad incontrarlo. ct

Signor, l’India festiva esulta al tuo passaggio, e lieta tanto non fu, cred’io, quando tornar si vide dall’ultimo Oriente, trionfator del Gange, infra l’adorna di pampini frondosi allegra plebe, su le tigri di Nisa il dio di Tebe. Siano accenti cortesi, o sian veraci sensi del cor, di tua gentil favella mi compiaccio, o regina; e solo ho pena che fu all’India funesto il brando mio.

Eh! vadano in obblio le passate vicende: ormai sicuro puoi riposar su le tue palme. (si sente di dentro rumore d’armi) Ascolto, strepito d’armi. Oh stelle! Timagene, che fu? Poro si vede fra non pochi seguaci apparir minaccioso. (Ah, troppo veri voi foste, o miei timori!) E ben, regina, io posso ormai sicuro su le palme posar? Se colpa mia, signor... Di questa colpa si pentirá chi, disperato e folle, tante volte irritò gli sdegni miei. (Alessandro snuda la spada, e seco Timagene, e vanno verso il ponte) L’amato ben voi difendete, o dèi. (parte)

Entrata Cleofide, si vedono uscir con impeto gl’indiani da’ lati della scena vicino al fiume. Questi assalgono i macedoni. Poro assale Alessandro: Gandarte con pochi seguaci corre sul mezzo del ponte ad impedire il passo all’esercito greco. E intanto che siegue la zuffa nel piano, alcuni guastatori vanno diroccando il suddetto ponte. Disviati i combattenti fra le scene, si vede vacillare e poi cadere parte del ponte. Quei macedoni, che combattevano su l’altra sponda, si ritirano intimoriti dalla caduta; e Gandarte rimane con alcuni de’ suoi compagni in cima alle ruine

Seguitemi, o compagni; unico scampo è quello ch’io v’addito. (getta la spada ed il cimiero nel fiume) Ah! secondate,

pietosi numi, il mio coraggio. Illeso s’io resterò per lo cammino ignoto, tutti i miei giorni io vi consacro in voto. (si getta dal ponte nel fiume)

ct ct

Ma per pietá, ben mio, non piú sospetti. Io t’amo; non amo altro che te: penso a salvarti, quando soffro Alessandro. Oh Dio! vorrei prestarti fé. Ma per prestarmi fede quai pegni vuoi da me? T’adoro ingrato: fuggitivo or ti sieguo; lascio i paterni lidi; abbandono i miei regni; e non ti fidi? Giusti dèi, che vedete l’interno d’ogni cor, tutti al grand’atto, tutti siate or presenti. Io fida a Poro sposa or mi giuro: il giuramento ascolti, vindice e testimonio il ciel ne sia. Poro, dammi la destra; ecco la mia. Oh destra! oh sposa! oh me felice! Io fui un ingiusto finor: perdono, o cara. (inginocchiandosi) Qualunque fallo antico... Aimè! Sorgi, mia vita; ecco il nemico. (spaventata) Dove? Colá. Quest’altra via... Ma quindi pur s’appressan guerrieri. Agl’infelici son pur brevi i contenti!

Sposo, ah! non v’è piú scampo. A tergo il fiume; Alessandro ci arresta in quella parte, e Timagene in questa. Eccoci prigionieri. Oh dèi! Vedrassi la consorte di Poro preda de’ greci? Agl’impudici sguardi misero oggetto? Alle insolenti squadre scherno servil? Chi sa qual nuovo amante... Qual talamo novello... Ah! ch’io mi sento mille furie nel sen. Poro, è perduta per noi dunque ogni speme? No; ci resta una via: si mora insieme. (Poro snuda uno stile, ed alza il braccio in atto di ferirla)

ct ct

Crudel, t’arresta. (Aita, o stelle!) E donde tanto ardimento e tanta temeritá! (a Poro) Signor, la morte mia di Poro è cenno. Io sono... Egli è di Poro fedele esecutor. (Taci, ben mio.) (piano a Poro) No, piú tempo, o regina, di ritegni or non è. Sappi, Alessandro, che nulla mi sgomenta il tuo potere; sappi...

ct ct

Le greche schiere, signor, vieni a sedar. Chiede ciascuno di Cleofide il sangue: ognun la crede rea dell’insidia. Ella è innocente: ignota le fu la trama. Il primo autor son io: tutto l’onor del gran disegno è mio. (Aimè!) Barbaro, e credi pregio l’infedeltá? Signor, s’io mai... Abbastanza palese per l’insulto d’Asbite è l’innocenza tua. Per me, regina, sará nota alle schiere. Io passo al campo: intanto, o Timagene, tu di congiunte navi altro ponte rinnova; occupa i siti della cittá piú forti. Entro la reggia sia da qualunque insulto Cleofide difesa; e questo altero custodito rimanga e prigioniero. (parte)

ct ct

Macedoni, alla reggia Cleofide si scorga; e intanto Asbite meco rimanga.

(In libertá potessi, senza scoprirlo, almen dargli un addio!) (Potessi all’idol mio libero favellar!) De’ casi miei, Timagene, hai pietá? Piú che non credi. Ah! se Poro mai vedi, digli dunque per me che non si scordi, alle sventure in faccia, la costanza d’un re; ma soffra e taccia. Digli ch’io son fedele, digli ch’è il mio tesoro, che m’ami, ch’io l’adoro, che non disperi ancor. Digli che la mia stella spero placar col pianto, che lo consoli intanto l’immagine di quella che vive nel suo cor. (parte con le guardie)

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(Tenerezze ingegnose!) Amico Asbite, siam pur soli una volta. E con qual fronte mi chiami amico? Al mio signor prometti sedur parte de’ greci, e poi l’inganni! Non l’ingannai. Sedotti gli argiraspidi avea; ma non so dirti se a caso, se avvertito, se protetto dal ciel, gli ordini usati cangiò al campo Alessandro: onde rimase

ultima quella schiera, che doveva al passaggio esser primiera. Dubito di tua fé. Qualunque prova dimandane, e l’avrai. Va’; la mia cura prigionier non t’arresta. Libero sei: la prima prova è questa. Ma come ad Alessandro... Ad Alessandro creder farò che, disperato, a morte volontaria corresti. E di vendetta piú speranza non v’è? Sí: giá inviai un mio foglio al tuo re. Da quello istrutto, a’ reali giardini Poro verrá fra poco: e lá dell’Asia a svenar l’oppressore agio ed aita avrá da me. Ma questo foglio a Poro non pervenne finor. No! Come il sai? Piú non cercar; Poro non l’ebbe: io posso asserirlo per lui. M’avesse mai tradito il messaggier! Tremo. Ah! t’affretta, Asbite, a Poro: ah! s’ei non vien, ruina tutto il disegno mio. Poro verrá: non dubitarne. Addio. (parte) Ricomincio a sperar. Da’ lacci sciolto, l’impeto giá de’ miei furori ascolto. Destrier, che, all’armi usato, fuggi dal chiuso albergo, scorre la selva, il prato, agita il crin sul tergo,

e fa co’ suoi nitriti le valli risonar. Ed ogni suon che ascolta crede che sia la voce del cavalier feroce, che l’anima a pugnar. (parte)

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È ver, tentò svenarmi, ma per soverchio amor. Ma giá che il cielo dall’onde ti salvò, fuggi Gandarte, fuggi da questa reggia. Ah! se Alessandro aggrava anche il tuo piè de’ lacci suoi, nessun rimane in libertá per noi. Ei vien: parti. Non sia mai ver ch’io t’abbandoni. Ah! dal suo ciglio célati per pietá. Numi, consiglio! (si nasconde)

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Per salvarti, o regina, tentai frenar, ma invano, d’un campo vincitor l’impeto insano. Non intende, non ode, non conosce ragion. La rea ti crede,

e, minacciando, il sangue tuo richiede. Ma non temer: mi resta una via di salvarti. In te rispetti ogni schiera orgogliosa una parte di me: sarai mia sposa. Io sposa d’Alessandro! (sorpresa) E qual altro riparo, quando un campo ribelle una vittima chiede? Eccola. (si palesa) (Oh stelle!) Chi sei? Poro son io. Come fra questi custoditi soggiorni giungesti a penetrar? Per via nascosa, che il passaggio assicura dalle sponde del fiume a queste mura. E ben, che vuoi? Domandi pietá, perdono? O ad insultar ritorni l’infelice regina? A che mi vai rimproverando un disperato cenno, fra’ tumulti dell’armi, in mezzo all’ire mal concepito, mal inteso, e forse crudelmente eseguito? È a me palese l’inumana richiesta del campo tuo, che lei vuol morta; e vengo ad offrirmi per lei. Porto all’insana greca barbarie un regio capo in dono. Io la vittima sono, se il reo si chiede; io meditai gl’inganni; in me punir dovete le insidie, i tradimenti: son Cleofide e Asbite ambo innocenti.

(Oh coraggio! oh fortezza!) (Oh fede che innamora!) (Il mio re si difenda, e poi si mora.) (E fia ver che mi vinca un barbaro in virtú? No.) Poro, ascolta: col tuo fedele Asbite ti lascio in libertá. L’istessa via, che fra noi ti condusse, allo sdegno de’ greci anche t’involi. E Cleofide intanto... Cleofide è mia preda: ritenerla potrei, potrei salvarla senza renderla a te; ma, quando vieni ad offrirti in sua vece, la meritasti assai. Dall’atto illustre la tua grandezza e l’amor tuo comprendo; onde a te... (non so dirlo)..., a te la rendo. Oh clemenza! Oh pietá! D’Asbite io volo a disciogliere i lacci. Andate, amici; e serbatevi altrove a’ dí felici. Se è ver che t’accendi (a Gandarte) di nobili ardori, conserva, difendi la bella che adori, e siegui ad amarla, ché è degna d’amor. Di qualche mercede se indegno non sono, la man che lo diede rispetta nel dono: non altro ti chiede il tuo vincitor. (parte)

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Chi sperava, o Gandarte, tanta felicitá fra tanti affanni? Quanto dobbiamo a’ tuoi pietosi inganni! Di vassallo e d’amico ho compiuto il dover. Ma... chi s’appressa? Sará forse lo sposo. Ah, no: giunge Erissena. Oh, come asperso ha di lagrime il volto! Eh! non è tempo di pianto, o principessa. Andremo altrove a respirar con Poro aure felici. Ah! che Poro morí. Come? Che dici! Mi ha tradita Alessandro! Ei di se stesso fu l’uccisor. Quando? Perché? Finisci di trafiggermi il cor. (con affanno e fretta) Sai che rimase, creduto Asbite, a Timagene in cura... E ben? Cinto da’ greci, lungo il fiume alle tende andava prigionier, quando si mosse con impeto improvviso, ed i sorpresi improvidi custodi urtò, divise: fra lor la via s’aperse, si lanciò nell’Idaspe e si sommerse.

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