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Catone in Utica

Pietro Metastasio · 1912 · Free in the US

12,459 words · about 52 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1912 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Catone_in_Utica&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Pietro Metastasio
Language
Italian
Published
1912
Length
12,459 words · about 52 min
Sections
7 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (7)
  1. Front matter under 1 min
  2. Argomento about 1 min
  3. Personaggi under 1 min
  4. Atto primo about 16 min
  5. Atto secondo about 17 min
  6. Atto terzo about 11 min
  7. Varianti about 7 min

Continue:

Front matter

ct ct ct

Indice

Argomento

ct Dopo la morte di Pompeo, il di lui contraddittore Giulio Cesare, fattosi perpetuo dittatore, si vide render omaggio non solo da Roma e dal senato, ma da tutto il resto del mondo, fuorché da Catone il minore, senator romano, poi detto «uticense» dal luogo di sua morte, uomo venerato come padre della patria non men per l’austera integritá de’ costumi che pel valore, grande amico di Pompeo ed acerbissimo difensore della libertá. Questi, avendo raccolti in Utica i pochi avanzi delle disperse milizie pompeiane, coll’aiuto di Iuba re de’ numidi, fedelissimo alla repubblica, ebbe costanza di opporsi alla felicitá del vincitore. Cesare vi accorse con esercito numeroso, e, benché, in tanta disparitá di forze, fosse sicuro di opprimerlo, pur, invece di minacciarlo, innamorato della virtú di lui, non trascurò offerta o preghiera per farselo amico. Ma quegli, ricusando aspramente ogni condizione, quando vide disperata la difesa di Roma, volle almeno, uccidendosi, morir libero. Cesare a tal morte die’ segni di altissimo dolore, lasciando in dubbio alla posteritá se fosse piú ammirabile la generositá di lui, che venerò a sí alto segno la virtú ne’ suoi nemici, o la costanza dell’altro, che non volle sopravvivere alla libertá della patria. Tutto ciò si ha dagli storici: il resto è verisimile.

Personaggi

ct Catone.

Casare.

Marzia, figlia di Catone ed amante occulta di Cesare.

Arbace, principe reale di Numidia, amico di Catone ed amante di Marzia.

Emilia, vedova di Pompeo.

Fulvio, legato del senato romano a Catone, del partito di Cesare, ed amante di Emilia.

Per comodo della musica cambieremo il nome di Cornelia, vedova di Pompeo, in Emilia; e quello del giovane Iuba, figlio dell’altro Iuba re di Numidia, in Arbace.

ct

Atto primo

ct ct ct ct

Perché sí mesto, o padre? Oppressa è Roma, se giunge a vacillar la tua costanza. Parla: al cor d’una figlia la sventura maggiore di tutte le sventure è il tuo dolore. Signor, che pensi? In quel silenzio appena riconosco Catone. Ov’è lo sdegno figlio di tua virtú? dov’è il coraggio? dove l’anima intrepida e feroce? Ah! se del tuo gran core l’ardir primiero è in qualche parte estinto, non v’è piú libertá, Cesare ha vinto. Figlia, amico, non sempre la mestizia, il silenzio è segno di viltade; e agli occhi altrui si confondon sovente la prudenza e il timor. Se penso e taccio, taccio e penso a ragion. Tutto ha sconvolto di Cesare il furor. Per lui Farsaglia è di sangue civil tepida ancora; per lui piú non si adora Roma, il senato, al di cui cenno un giorno tremava il Parto, impallidia lo Scita;

da barbara ferita per lui sugli occhi al traditor d’Egitto cadde Pompeo trafitto; e solo in queste d’Utica anguste mura, mal sicuro riparo, trova alla sua ruina la fuggitiva libertá latina. Cesare abbiamo a fronte, che d’assedio ne stringe; i nostri armati pochi sono e mal fidi. In me ripone la speme, che le avanza, Roma, che geme al suo tiranno in braccio; e chiedete ragion s’io penso e taccio? Ma non viene a momenti Cesare a te? Di favellarti ei chiede: dunque pace vorrá. Sperate invano che abbandoni una volta il desio di regnar. Troppo gli costa, per deporlo in un punto. Chi sa? Figlio è di Roma Cesare ancor. Ma un dispietato figlio, che serva la desia; ma un figlio ingrato, che, per domarla appieno, non sente orror nel lacerarle il seno. Tutta Roma non vinse Cesare ancora. A superar gli resta il riparo piú forte al suo furore. E che gli resta mai? Resta il tuo core. Forse piú timoroso verrá dinanzi al tuo severo ciglio, che all’Asia tutta ed all’Europa armata: e, se dal tuo consiglio

regolati saranno, ultima speme non sono i miei numidi. Hanno altre volte sotto duce minor saputo anch’essi all’aquile latine in questo suolo mostrar la fronte e trattenere il volo. M’è noto; e il piú nascondi, tacendo il tuo valor, l’anima grande, a cui, fuorché la sorte d’esser figlia di Roma, altro non manca. Deh! tu, signor, correggi questa colpa non mia. La tua virtude nel sen di Marzia io da gran tempo adoro. Nuovo legame aggiungi alla nostra amistá; soffri ch’io porga di sposo a lei la mano: non mi sdegni la figlia, e son romano. Come! Allor che paventa la nostra libertá l’ultimo fato, che a’ nostri danni armato arde il mondo di bellici furori, parla Arbace di nozze e chiede amori? Deggion le nozze, o figlia, piú al pubblico riposo che alla scelta servir del genio altrui. Con tal cambio d’affetti si meschiano le cure. Ognun difende parte di sé nell’altro; onde, muniti di nodo sí tenace, crescon gl’imperi e stanno i regni in pace. Felice me, se approva al par di te con men turbate ciglia Marzia gli affetti miei! Marzia è mia figlia. Perché tua figlia io sono e son romana, custodisco gelosa le ragioni, il decoro

della patria e del sangue. E tu vorrai che la tua prole istessa, una che nacque cittadina di Roma e fu nudrita all’aura trionfal del Campidoglio, scenda al nodo d’un re? (Che bell’orgoglio!) Come cangia la sorte, si cangiano i costumi. In ogni tempo tanto fasto non giova: e a te non lice esaminar la volontá del padre. Principe, non temer: fra poco avrai Marzia tua sposa. In queste braccia intanto (Catone abbraccia Arbace) del mio paterno amore prendi il pegno primiero, e ti rammenta ch’oggi Roma è tua patria. Il tuo dovere, or che romano sei, è di salvarla o di cader con lei. Con sí bel nome in fronte, combatterai piú forte; rispetterá la sorte di Roma un figlio in te. Libero vivi; e, quando tel nieghi il fato ancora, almen come si mora apprenderai da me. (parte)

ct ct

Poveri affetti miei, se non sanno impetrar dal tuo bel core pietá, se non amore! M’ami, Arbace?

Se t’amo! E cosí poco si spiegano i miei sguardi, che, se il labbro nol dice, ancor nol sai? Ma qual prova finora ebbi dell’amor tuo? Nulla chiedesti. E s’io chiedessi, o prence, questa prova or da te? Fuorché lasciarti, tutto farò. Giá sai qual di eseguir necessitá ti stringa, se mi sproni a parlar. Parla. Ne brami sicurezza maggior? Su la mia fede, sul mio onor t’assicuro, il giuro ai numi, a que’ begli occhi il giuro. Che mai chieder mi puoi? La vita? il soglio? Imponi, eseguirò. Tanto non voglio. Bramo che in questo giorno non si parli di nozze: a tua richiesta il padre vi acconsenta; non sappia ch’io l’imposi, e son contenta. Perché voler ch’io stesso la mia felicitá tanto allontani? Il merto di ubbidir perde chi chiede la ragion del comando. Ah! so ben io qual ne sia la cagion. Cesare ancora è la tua fiamma. All’amor mio perdona un libero parlar. So che l’amasti; oggi in Utica ei viene; oggi ti spiace che si parli di nozze; i miei sponsali oggi ricusi al genitore in faccia: e vuoi da me che t’ubbidisca e taccia?

Forse i sospetti tuoi dileguare io potrei, ma tanto ancora non deggio a te. Servi al mio cenno, e pensa a quanto promettesti, a quanto imposi. Ma poi quegli occhi amati mi saranno pietosi o pur sdegnati? Non ti minaccio sdegno, non ti prometto amor. Dammi di fede un pegno, fidati del mio cor: vedrò se m’ami. E di premiarti poi resti la cura a me: né domandar mercé, se pur la brami. (parte)

ct ct

Che giurai! Che promisi! A qual comando ubbidir mi conviene! E chi mai vide piú misero di me? La mia tiranna quasi sugli occhi miei si vanta infida, ed io l’armi le porgo onde m’uccida. Che legge spietata, che sorte crudele d’un’alma piagata, d’un core fedele, servire, soffrire, tacere e penar! Se poi l’infelice domanda mercede, si sprezza, si dice che troppo richiede, che impari ad amar. (parte)

ct Parte interna delle mura di Utica, con porta della cittá in prospetto, chiusa da un ponte, che poi si abbassa. ct

Dunque, Cesare venga. Io non intendo qual cagion lo conduca. È inganno? è téma? No, d’un romano in petto non giunge a tanto ambizion d’impero, che dia ricetto a cosí vil pensiero. (cala il ponte, e si vede venir Cesare e Fulvio) Con cento squadre e cento, a mia difesa armate, in campo aperto non mi presento a te. Senz’armi e solo, sicuro di tua fede, fra le mura nemiche io porto il piede. Tanto Cesare onora la virtú di Catone, emulo ancora. Mi conosci abbastanza, onde in fidarti nulla piú del dovere a me rendesti. Di che temer potresti? In Egitto non sei. Qui delle genti si serba ancor l’universal ragione; né vi son Tolomei dov’è Catone. È ver: noto mi sei. Giá il tuo gran nome fin da’ prim’anni a venerare appresi: in cento bocche intesi della patria chiamarti padre e sostegno e delle antiche leggi rigido difensor. Fu poi la sorte prodiga all’armi mie del suo favore; ma l’acquisto maggiore, per cui contento ogni altro acquisto io cedo, è l’amicizia tua. Questa ti chiedo.

E il senato la chiede: a voi m’invia nuncio del suo volere. È tempo ormai che da’ privati sdegni la combattuta patria abbia riposo. Scema d’abitatori è giá l’Italia afflitta; alle campagne giá mancano i cultori; manca il ferro agli aratri; in uso d’armi tutto il furor converte; e, mentre Roma con le sue mani il proprio sen divide, gode l’Asia incostante, Africa ride. Chi vuol Catone amico, facilmente l’avrá: sia fido a Roma. Chi piú fido di me? Spargo per lei il sudor da gran tempo e il sangue mio. Son io quegli, son io, che sugli alpestri gioghi del Tauro, ov’è piú al ciel vicino, di Marte e di Quirino fe’ risonar la prima volta il nome. Il gelido Britanno per me le ignote ancora romane insegne a venerare apprese. E dal clima remoto se venni poi... Giá tutto il resto è noto. Di tue famose imprese godiamo i frutti, e in ogni parte abbiamo pegni dell’amor tuo. Dunque mi credi malaccorto cosí, ch’io non ravvisi velato di virtude il tuo disegno? So che il desio di regno, che il tirannico genio, onde infelici tanti hai reso fin qui... Signor, che dici? Di ricomporre i disuniti affetti non son queste le vie: di pace io venni, non di risse ministro.

E ben, si parli. (Udiam che dir potrá.) (Tanta virtude troppo acerbo lo rende. (a Cesare) Io l’ammiro però, se ben m’offende.) (a Fulvio) Pende il mondo diviso dal tuo, dal cenno mio: sol che la nostra amicizia si stringa, il tutto è in pace. Se del sangue latino qualche pietá pur senti, i sensi miei placido ascolterai.

ct ct

Che veggio, oh dèi! Questo è dunque l’asilo ch’io sperai da Catone? Un luogo istesso la sventurata accoglie vedova di Pompeo col suo nemico? Ove son le promesse? (a Catone) Ove la mia vendetta? Cosí sveni il tiranno? Cosí d’Emilia il difensor tu sei? Fin di pace si parla in faccia a lei? (In mezzo alle sventure è bella ancor.) Tanto trasporto, Emilia, perdono al tuo dolor. Quando l’obblio delle private offese util si rende al comun bene, è giusto. Qual utile, qual fede sperar si può dall’oppressor di Roma? A Cesare «oppressor»? Chi l’ombra errante

con la funebre pompa placò del gran Pompeo? Forse ti tolsi armi, navi e compagni? A te non resi e libertade e vita? Io non la chiesi; ma, giá che vivo ancor, saprò valermi contro te del tuo don. Finché non vegga la tua testa recisa, e terre e mari scorrerò disperata; in ogni parte lascerò le mie furie; e tanta guerra contro ti desterò, che non rimanga piú nel mondo per te sicura sede. Sai che giá tel promisi: io serbo fede. Modera il tuo furor. Se tanto ancora sei sdegnata con me, sei troppo ingiusta. Ingiusta! E tu non sei la cagion de’ miei mali? Il mio consorte tua vittima non fu? Forse presente non ero allor che dalla nave ei scese sul picciolo del Nilo infido legno? Io con quest’occhi, io vidi splender l’infame acciaro, che il sen gli aperse, e impetuoso il sangue macchiar fuggendo al traditore il volto. Fra’ barbari omicidi non mi gittai; ché questo ancor mi tolse l’onda frapposta e la pietade altrui; né v’era (il credo appena), di tanto giá seguace mondo, un solo che potesse a Pompeo chiuder le ciglia: tanto invidiati gli dèi chi lor somiglia! (Pietá mi desta.) Io non ho parte alcuna di Tolomeo nell’empietade. Assai la vendetta ch'io presi è manifesta;

e sa il ciel, tu lo sai, s’io piansí allor su l’onorata testa. Ma chi sa se piangesti per gioia o per dolor? La gioia ancora ha le lagrime sue. Pompeo felice! invidio il tuo morir, se fu bastante a farti meritar Catone amico. Di sí nobile invidia, no, capace non sei, tu che potesti contro la patria tua rivolger l’armi. Signor, questo non parmi tempo opportuno a favellar di pace. Chiede l’affar piú solitaria parte e mente piú serena. Al mio soggiorno dunque in breve io vi attendo. E tu frattanto pensa, Emilia, che tutto lasciar l’affanno in libertá non déi, giacché ti fe’ la sorte figlia a Scipione ed a Pompeo consorte. Si sgomenti alle sue pene il pensier di donna imbelle, che vil sangue ha nelle vene, che non vanta un nobil cor. Se lo sdegno delle stelle tollerar meglio non sai, arrossir troppo farai e lo sposo e il genitor. (parte)

ct ct

Tu taci, Emilia? In quel silenzio io spero un principio di calma. T’inganni: allor ch’io taccio, medito le vendette. E non ti plachi d’un vincitor sí generoso a fronte? Io placarmi! Anzi sempre in faccia a lui, se fosse ancor di mille squadre cinto, dirò che l’odio e che lo voglio estinto. Nell’ardire che il seno ti accende, cosí bello lo sdegno si rende, che in un punto mi desti nel petto meraviglia, rispetto e pietá. Tu m’insegni con quanta costanza si contrasti alla sorte inumana, e che sono ad un’alma romana nomi ignoti timore e viltá. (parte)

ct ct

Quanto da te diverso io ti riveggo, o Fulvio! E chi ti rese di Cesare seguace, a me nemico? Allor ch’io servo a Roma, non son nemico a te. Troppo ho nell’alma de’ pregi tuoi la bella immago impressa: e s’io men di rispetto avessi al tuo dolor, direi che ancora

Emilia m’innamora; che adesso ardo per lei, qual arsi pria che la sventura mia a Pompeo la donasse; e le direi che è bella anche nel duolo agli occhi miei. Mal si accordano insieme di Cesare l’amico e l’amante d’Emilia. O lui difendi, o vendica il mio sposo: a questo prezzo ti permetto che m’ami. (Ah che mi chiede! Si lusinghi.) Che pensi? Penso che non dovresti dubitar di mia fé. Dunque sarai ministro del mio sdegno? Un tuo comando prova ne faccia. Io voglio Cesare estinto. Or posso di te fidarmi? Ogni altra man sarebbe men fida della mia. Questo per ora da te mi basta. Inosservati altrove i mezzi a vendicarmi sceglier potremo. Intanto potrò spiegarti almeno tutti gli affetti miei. Non è ancor tempo che tu parli d’amore e ch’io t’ascolti: pria s’adempia il disegno, e allor piú lieta forse ti ascolterò. Qual mai può darti speranza un’infelice,

cinta di bruno ammanto, con l’odio in petto e su le ciglia il pianto? Piangendo ancora rinascer suole la bella aurora nunzia del sole; e pur conduce sereno il dí. Tal fra le lagrime, fatta serena, può da quest’anima fugar la pena la cara luce che m’invaghí. (parte)

ct ct

Se gli altrui folli amori ascolto e soffro, e s’io respiro ancor dopo il tuo fato, perdona, o sposo amato, perdona: a vendicarmi non mi restano altr’armi. A te gli affetti tutti donai, per te li serbo; e, quando termini il viver mio, saranno ancora al primo nodo avvinti, se è ver ch’oltre la tomba aman gli estinti. O nel sen di qualche stella, o sul margine di Lete se mi attendi, anima bella, non sdegnarti, anch’io verrò. Sí, verrò; ma voglio pria che preceda all’ombra mia l’ombra rea di quel tiranno, che a tuo danno il mondo armò. (parte)

ct ct ct

Giunse dunque a tentarti d’infedeltade Emilia? E tanto spera dall’amor tuo? Sí; ma, per quanto io l’ami, amo piú la mia gloria. Infido a te mi finsi per sicurezza tua. Cosí palesi saranno i suoi disegni. A Fulvio amico tutto fido me stesso. Or, mentre io vado il campo a riveder, qui resta, e siegui il suo core a scoprir. Tu parti? Io deggio prevenire i tumulti, che la tardanza mia destar potrebbe. E Catone? A lui vanne, e l’assicura che pria che giunga a mezzo corso il giorno a lui farò ritorno. Andrò, ma veggo Marzia che viene. In libertá mi lascia un momento con lei: finora invano la ricercai. T’è noto... Io so che l’ami; so che t’adora anch’ella; e so per prova qual piacer si ritrova dopo lunga stagion nel dolce istante che rivede il suo bene un fido amante. (parte)

ct ct

Pur ti riveggo, o Marzia. Agli occhi miei appena il credo, e temo che, per costume a figurarti avvezzo, mi lusinghi il pensiero. Oh, quante volte, fra l’armi e le vicende, in cui m’avvolse l’incostante fortuna, a te pensai! E tu spargesti mai un sospiro per me? Rammenti ancora la nostra fiamma? Al par di tua bellezza crebbe il tuo amore o pur scemò? Qual parte hanno gli affetti miei negli affetti di Marzia? E tu chi sei? Chi sono! E qual richiesta! È scherzo? È sogno? Cosí tu di pensiero, o cosí di sembianza io mi cangiai? Non mi ravvisi? Io non ti vidi mai. Cesare non vedesti? Cesare non ravvisi? Quello che tanto amasti, quello a cui tu giurasti, per volger d’anni o per destin rubello, di non essergli infida? E tu sei quello? No, tu quello non sei; ne usurpi il nome. Un Cesare adorai, nol niego; ed era della patria il sostegno, l’onor del Campidoglio, il terror de’ nemici, la delizia di Roma,

del mondo intier dolce speranza e mia: questo Cesare amai, questo mi piacque, pria che l’avesse il ciel da me diviso: questo Cesare torni, e lo ravviso. Sempre l’istesso io sono; e, se al tuo sguardo piú non sembro l’istesso, o pria l’amore, o t’inganna or lo sdegno. All’armi, all’ire mi spinse a mio dispetto, piú che la scelta mia, l’invidia altrui. Combattei per difesa. A te dovevo conservar questa vita; e, se pugnando scorsi poi vincitor di regno in regno, sperai farmi cosí di te piú degno. Molto ti deggio inver. Se ingiusta offesi il tuo cor generoso, a me perdona. Io, semplice, finora sempre credei che si facesse guerra solamente a’ nemici, e non spiegai come pegni amorosi i tuoi furori; ma in avvenir l’affetto d’un grand’eroe, che viva innamorato, conoscerò cosí. Barbaro! ingrato! Che far di piú dovrei? Supplice io stesso vengo a chiedervi pace, quando potrei... Tu sai... So che con l’armi però la chiedi. E disarmato all’ira de’ nemici ho da espormi? Eh! di’ che il solo impaccio al tuo disegno è il padre mio: di’ che lo brami estinto e che non soffri, nel mondo che vincesti, che sol Catone a soggiogar ti resti. Or m’ascolta e perdona un sincero parlar. Quanto me stesso

io t’amo, è ver; ma la beltá del volto non fu che mi legò: Catone adoro nel sen di Marzia; il tuo bel core ammiro come parte del suo: qua piú mi trasse l’amicizia per lui che il nostro amore: e se (lascia ch’io possa dirti ancor piú) se m’imponesse un nume di perdere un di voi, morir d’affanno nella scelta potrei; ma Catone e non Marzia io salverei. Ecco il Cesare mio. Comincio adesso a ravvisarlo in te. Cosí mi piaci; cosí m’innamorasti. Ama Catone: io non ne son gelosa. Un tal rivale se divide il tuo core, piú degno sei ch’io ti conservi amore. Quest’è troppa vittoria. Ah! mal da tanta generosa virtude io mi difendo. Ti rassicura: io penso al tuo riposo; e, pria che cada il giorno, dall’opre mie vedrai che son Cesare ancora e che t’amai. Chi un dolce amor condanna, vegga la mia nemica; l’ascolti e poi mi dica se è debolezza amor. Quando da sí bel fonte derivano gli affetti, vi son gli eroi soggetti, amano i numi ancor. (parte)

ct ct

Mie perdute speranze, rinascer tutte entro il mio sen vi sento. Chi sa? Gran parte ancora resta di questo dí. Placato il padre, se all’amistá di Cesare si appiglia, non mi avrá forse Arbace. Andiamo, o figlia. Dove? Al tempio, alle nozze del principe numida. (Oh dèi!) Ma come sollecito cosí? Non soffre indugio la nostra sorte. (Arbace infido!) All’ara forse il prence non giunse. Un mio fedele giá corse ad affrettarlo. (in atto di partire) (Ah, che tormento!)

ct ct

Deh! t’arresta, o signor. (piano ad Arbace) (Sarai contento.) Vieni, o principe: andiamo a compir l’imeneo. Potea piú pronto donar quanto promisi? A sí gran dono è poco il sangue mio; ma, se pur vuoi

che si renda piú grato, all’altra aurora differirlo ti piaccia. Oggi si tratta grave affar co’ nemici, e il nuovo giorno tutto al piacer può consacrarsi intero. No; giá fumano l’are, son raccolti i ministri, ed importuna sarebbe ogni dimora. (Marzia, che deggio far? (piano a Marzia) (piano ad Arbace) Mel chiedi ancora?) Il piú, signor, concedi, e mi contendi il meno? E tanto importa a te l’indugio? Oh Dio!... Non sai... (Che pena!) Ma qual freddezza è questa? Io non l’intendo. Fosse Marzia l’audace, che si oppone a’ tuoi voti? (ad Arbace) Io! Parli Arbace. No, son io che ti prego. Ah! qualche arcano qui si nasconde. (da sé) (Ei chiede... poi ricusa la figlia... Il giorno istesso che vien Cesare a noi, tanto si cangia... Sí lento... Sí confuso... Io temo...) Arbace, non ti sarebbe giá tornato in mente che nascesti africano? Io da Catone tutto sopporto, e pure... E pure assai diverso io ti credea. Vedrai... Vidi abbastanza, e nulla ormai piú da veder m’avanza. (parte) Brami di piú, crudele? Ecco adempito il tuo comando, ecco in sospetto il padre, ed eccomi infelice. Altro vi resta per appagarti?

Ad ubbidirmi, Arbace, incominciasti appena, e in faccia mia giá ne fai sí gran pompa? Oh tirannia!

ct ct

In mezzo al mio dolore, a parte anch’io son de’ vostri contenti, illustri sposi. Ecco, acquista in Arbace il suo vindice Roma; e cresceranno generosi nemici al mio tiranno. Riserba ad altro tempo gli augúri, Emilia: è ancor sospeso il nodo. Si cangiò di pensiero Catone o Marzia? Eh! non ha Marzia un core tanto crudele: ella per me sospira tutta costanza e fede: dai guardi suoi, dal suo parlar si vede. Dunque il padre mancò. Né pur. Chi è mai cagion di tanto indugio? Arbace il chiede. Tu, prence? Io, sí. Perché? Perché desio maggior prova d’amor, perché ho diletto di vederla penare. E Marzia il soffre? Che posso far? Di chi ben ama è questa la dura legge.

Io non l’intendo, e parmi il vostro amore inusitato e nuovo. Anch’io poco l’intendo, e pur lo provo. È in ogni core diverso amore: chi pena ed ama senza speranza; dell’incostanza chi si compiace; questo vuol guerra, quello vuol pace; v’è fin chi brama la crudeltá. Fra questi miseri se vivo anch’io, ah, non deridere l’affanno mio, ché forse merito la tua pietá! (parte)

ct ct

Se manca Arbace alla promessa fede, è Cesare l’indegno che l’ha sedotto. I tuoi sospetti affrena: è Cesare incapace di cotanta viltá, benché nemico. Tu nol conosci; è un empio: ogni delitto, pur che giovi a regnar, virtú gli sembra. E pur sí fidi e numerosi amici adorano il suo nome. È de’ malvagi il numero maggior. Gli unisce insieme

delle colpe il commercio; indi a vicenda si soffrono tra loro: e i buoni anch’essi si fan rei coll’esempio, o sono oppressi. Queste massime, Emilia, lasciam per ora, e favelliam fra noi. Dimmi: non prese l’armi lo sposo tuo per gelosia d’impero? E a te, palesa il vero, questa idea di regnar forse dispiacque? Se era Cesare il vinto, l’ingiusto era Pompeo. La sorte accusa. È grande il colpo, il veggio anch’io; ma alfine non è reo d’altro errore che d’esser piú felice il vincitore. E ragioni cosí? Che piú diresti Cesare amando? Ah! ch’io ne temo, e parmi che il tuo parlar lo dica. E puoi creder che l’ami una nemica? Un certo non so che veggo negli occhi tuoi: tu vuoi che amor non sia; sdegno però non è. Se fosse amor, l’affetto estingui o cela in petto; l’amar cosí saria troppo delitto in te. (parte)

ct ct

Ah! troppo dissi, e quasi tutto Emilia comprese l’amor mio. Ma chi può mai sí ben dissimular gli affetti sui, che gli asconda per sempre agli occhi altrui?

È follia se nascondete, fidi amanti, il vostro foco; a scoprir quel che tacete un pallor basta improvviso, un rossor che accenda il viso, uno sguardo ed un sospir. E se basta cosí poco a scoprir quel che si tace, perché perder la sua pace con ascondere il martír? (parte)

Atto secondo

ct ct Alloggiamenti militari sulle rive del fiume Bagrada, con varie isole che comunicano fra loro per diversi ponti. ct

Romani, il vostro duce, se mai sperò da voi prove di fede, oggi da voi le spera, oggi le chiede. Nelle nuove difese, che la tua cura aggiunge, io veggio, o padre, segni di guerra; e pur sperai vicina la sospirata pace. In mezzo all’armi non v’è cura che basti. Il solo aspetto di Cesare seduce i miei piú fidi. Signor, giá de’ numidi giunser le schiere: eccoti un nuovo pegno della mia fedeltá. Non basta, Arbace, per togliermi i sospetti. Oh dèi! Tu credi... Sí, poca fede in te. Perché mi taci chi a differir t’induca il richiesto imeneo? Perché ti cangi quando Cesare arriva? Ah, Marzia! al padre ricorda la mia fé. Vedi a qual segno giunge la mia sventura.

E qual soccorso darti poss’io? Tu mi consiglia almeno. Consiglio a me si chiede? Servi al dovere e non mancar di fede. (Che crudeltá!) (ad Arbace) Giá il suo consiglio udisti. Or che risolvi? Ah! se fui degno mai dell’amor tuo, soffri l’indugio. Io giuro per quanto ho di piú caro, ch’è l’onor mio, ch’io ti sarò fedele. Il domandarti alfine che l’imeneo nel nuovo dí succeda, sí gran colpa non è. Via, si conceda: ma dentro a queste mura, finché sposo di lei te non rimiro, Cesare non ritorni. (Oh dèi!) (Respiro.) Ma questo a noi che giova? (a Catone) In simil guisa d’entrambi io m’assicuro. Impegna Arbace con obbligo maggior la propria fede; e Cesare, se il vede piú stretto a noi, non può di lui fidarsi. E dovrá dilungarsi per sí lieve cagione affar sí grande? Marzia, sia con tua pace, ti opponi a torto. Al tuo riposo e al mio saggiamente ei provvide. E tu sí franco soffri che a tuo riguardo un rimedio si scelga, anche dannoso forse alla pace altrui? Né ti sovviene

a chi manchi, se vanno le speranze di tanti in abbandono? Servo al dovere, e mancator non sono. Marzia, t’accheta. Al nuovo giorno, o prence, sieguan le nozze, io tel consento: intanto ad impedir di Cesare il ritorno mi porto in questo punto. (Dèi! che farò?)

ct ct

Signor, Cesare è giunto. (Torno a sperar.) Dov’è? D’Utica appena entrò le mura. (Io son di nuovo in pena.) Vanne, Fulvio; al suo campo digli che rieda. In questo dí non voglio trattar di pace. E perché mai? Non rendo ragione altrui dell’opre mie. Ma questo, in ogni altro che in te, mancar saria alla pubblica fede. Mancò Cesare prima. Al suo ritorno l’ora prefissa è scorsa. E tanto esatto i momenti misuri? Altre cagioni vi sono ancora. E qual cagion? Due volte Cesare in un sol giorno a te sen viene,

e due volte è deluso. Qual disprezzo è mai questo? Alfin dal volgo non si distingue Cesare sí poco, che sia lecito altrui prenderlo a gioco. Fulvio, ammiro il tuo zelo: invero è grande. Ma un buon roman si accenderebbe meno a favor d’un tiranno. Un buon romano difende il giusto; un buon roman si adopra per la pubblica pace, e voi dovreste mostrarvi a me piú grati. A voi la pace piú che ad altri bisogna. Ove son io, pria della pace e dell’istessa vita, si cerca libertá. Chi a voi la toglie? Non piú. Da queste soglie Cesare parta. Io farò noto a lui quando giovi ascoltarlo. Invan lo speri. Sí gran torto non soffro. E che farai? Il mio dover. Ma tu chi sei? Son io il legato di Roma. E ben di Roma parta il legato. Sí, ma leggi pria che contien questo foglio, e chi l’invia. (Fulvio dá a Catone un foglio) (Marzia, perché sí mesta? Eh! non scherzar, ché da sperar mi resta.) (Catone apre il foglio e legge) «Il senato a Catone. È nostra mente render la pace al mondo. Ognun di noi,

i consoli, i tribuni, il popol tutto, Cesare istesso il dittator la vuole. Servi al pubblico voto; e, se ti opponi a cosí giusta brama, suo nemico la patria oggi ti chiama». (Che dirá?) Perché tanto celarmi il foglio? Era rispetto. (Arbace, perché mesto cosí? Lasciami in pace.) «È nostra mente»!... «Il dittator la vuole»!... (rileggendo da sé) «Servi al pubblico voto»!... «Suo nemico la patria»!... E cosí scrive Roma a Catone? Appunto. Io di pensiero dovrò dunque cangiarmi? Un tal comando improvviso ti giunge. È ver. Tu vanne, e a Cesare... Dirò che qui l’attendi; che ormai piú non soggiorni... No; gli dirai che parta e piú non torni. Ma come! (Oh ciel!) Cosí... Cosí mi cangio; cosí servo a un tal cenno. E il foglio... È un foglio infame, che concepí, che scrisse non la ragion, ma la viltade altrui.

E il senato... Il senato non è piú quel di pria; di schiavi è fatto un vilissimo gregge. E Roma... E Roma non sta fra quelle mura. Ella è per tutto, dove ancor non è spento di gloria e libertá l’amor natio; son Roma i fidi miei, Roma son io. Va’, ritorna al tuo tiranno, servi pure al tuo sovrano; ma non dir che sei romano, finché vivi in servitú. Se al tuo cor non reca affanno d’un vil giogo ancor lo scorno, vergognar faratti un giorno qualche resto di virtú. (parte)

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