Front matter
ct
ct ct ct ct
ct ct ct
Due parole ai miei elettori di Monza
ct ct
Voi mi avete dato già due volte il battesimo di vostro rappresentante; ed io finora ho fatto ben poco per meritarmi questo onore.
Cinque o sei discorsi, molte votazioni coraggiose, sia che il coraggio fosse contro i ministri o (cosa più difficile) contro le opinioni popolari; molte assenze dalla Camera; nessun gallone, neppur quello di caporale, all’uniforme di deputato. Ecco, per parlarvi la lingua di moda, il bilancio attivo e passivo del vostro rappresentante.
Io però ho sempre creduto che l’ufficio di deputato abbia una vita ben più larga che quella che corre fra l’urna elettorale e il decreto regio che scioglie la Camera; ho sempre pensato che l’orizzonte, in cui si deve muovere la vita pubblica, è ben più ampio della stretta atmosferica che si agita e bolle sotto le vôlte della Sala dei Cinquecento. Poveri noi, se i nostri figliuoli dovessero trovare che l’opera dei primi deputati del Regno d’Italia andò tutta consumata nel fare delle mozioni sospensive, degli ordini del giorno puri e semplici e delle quistioni pregiudiziali. Poveretti noi, se tutta la vita d’una generazione dovesse andar consunta nel rattoppare i nostri cenci, nel puntellare le Casse dell’erario, nel lasciare ai futuri della carta e dei debiti. Ognuno di noi deve aprire un solco in quella terra in cui i figli hanno a seminare il pane dell’avvenire. Questa terra bagnata di sangue l’abbiamo a fecondare del nostro sudore; e chi ebbe dagli elettori la più alta missione che si possa affidare ad un cittadino, ha maggiori doveri degli altri di preparare la terra per una Italia migliore.
E quando dico un’Italia migliore, voglio dire degli Italiani più sani e più onesti prima di tutto, poi più operosi e più sapienti, che è quanto dire più ricchi e più potenti.
A quest’opera io dedico modestamente il meglio del mio sangue, il meglio del mio tempo. Forse, quando la finanza e gli ordini del giorno non formeranno tutta la politica italiana, anche in Palazzo Vecchio sarò meno indegno del vostro mandato.
Ho fatto questo libro con questi intendimenti, e ho voluto scrivere sulla prima pagina il vostro nome, e per mostrarvi quanto io senta il pregio dell’onore conferitomi e perchè voglio dedicare a voi uno scritto, in cui mi adopero con tutte le mie forze a far sì che gli Italiani abbiano ad essere più robusti e più onesti; perchè abbiano ad edificare sulla base tetragona della salute e dell’onestà un edifizio splendidissimo di ricchezza e di gloria.
Vorrei essere un grande artista della penna per potervi dire: ho scritto il vostro nome e il benefizio vostro sopra un libro forse che non morrà; ma invece mi accontento di dirvi che l’ho scritto sopra un libro utile e morale.
Vivete sani e amatemi.
San Terencio (Lerici). 27 Luglio 1868
I. In mare
ct ct
La mattina del 9 giugno 185..., alle undici precise io mi imbarcava nel golfo di Southampton Water sopra un piccolo vaporetto che doveva portarmi sul Thames, grosso steamer postale, che coi fuochi accesi e le àncore levate, stava aspettando con impazienza i passeggieri per il Brasile e il Rio de la Plata.
In quel vaporetto c’era tal folla che non poteva muovermi, e i parenti e gli amici si accalcavano intorno ai viaggiatori, stringendoli per le mani, accarezzandoli, piangendo con essi. Quante passioni, quante speranze, quanti dolori accalcati in quel luogo! e le passioni e le speranze e i dolori si espandevano senza Riguardi in mezzo all’andare e al venire dei marinaj avvinazzati dall’orgia notturna, e le parole d’amore, e i sospiri si perdevano fra il fracassio dei bauli, delle casse, fra lo strepito del vapore, che immobile a tanta poesia buttava fuori i suoi buffi regolari di fumo nero e di fumo bianco e immobile a tanto strazio incomposto di sentimenti umani, faceva girare le sue ruote con matematica regolarità. In tanto urto, in tanto tramestio cercai una nicchia fra le catene dell’àn- cora e una piramide di bauli, e là, dando le spalle alla prora, salutai l’Europa, dove lasciava tanto tesoro di affetti; salutai il campanile di San Michele, ultimo quadro della terra inglese che stava per lasciare per molti anni.
L’uomo avvezzo a consumar la vita giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, portato sopra una corrente che mai non posa, si arresta con voluttà crudele in quei rari momenti, nei quali vi è rottura improvvisa del filo che lo ha trascinato lungo l’orbita della vita; si compiace di quell’istante in cui l’arresto brusco delle abitudini più care, il mutar violento di paese, di uomini, di cose, l’abbandona solo a se stesso, in mezzo a un gran vuoto, quasi nascesse una seconda volta.
In quei momenti l’uomo guarda, contempla con gelosia avara tutte le cose che sta per abbandonare; e l’ultimo quadro della scena che scompare rimane eterna fotografia nella sua anima.
Così avveniva anche di me in quella mattina: ed io salutavo con immenso amore il paese delle nebbie e del carbon fossile; dei bei prati verdeggianti e dei branchi innumerevoli di montoni affumicati; delle case grige e piccine e dei turriti camini delle manifatture. Salutava quella terra da cui la musica che per caso vi aveva posto il piede, fuggì per sempre, chiudendosi le orecchie, quasi non volesse udire lo strepito incessante delle macchine e il bisbigliare disarmonico degli uomini. Salutava quella terra dove gli uomini sono rozzi, ma infaticabili e virtuosi; innamorati delle cose difficili e nuove; quella terra dove ogni uomo è un individuo, ogni pensiero una conquista.
Intanto il nano del nostro vaporetto aveva raggiunto il Thames e lo aveva abbordato; e quel gigante smisurato sembrava piegarsi a riceverlo fra le sue braccia. Convenne far passare sul gigante tutti gli ospiti animati di quel nano. Era una scena infernale. Peggio fu poi quando gli amici e i parenti dovettero discendere dal Thames e lasciar soli i loro cari. Quanto strazio nella vita umana! Di quanti dolori può mai impregnarsi quella spugna che chiamiamo cuore! Gli stewards, gli ufficiali pregavano i parenti e gli amici a voler scendere, ed i marinaj con minor cortesia li spingevano giù dalle scale; ma cedendo all’ammonizione facevano pochi passi addietro e rigiravano poi nel labirinto dei bauli e dei cordami per ritornare ad un saluto più lungo, ad un bacio più ardente; e sulle fragili scale del Thames una catena di braccia e di corpi che si stringevano e si facean violenza crudele per distaccarsi, si componeva e si riannodava fra gli spintoni brutali dei marinaj. Convenne che la campana secca e inesorabile toccasse alla partenza; convenne che il Thames, indispettito per tanta indisciplina, muovesse le sue ruote, perchè l’amaro distacco avesse luogo, perchè si vedesse sui due vapori, così disuguali di mole e così vicini, una plejade di braccia e di moccichini che si cercavano, si salutavano, si rimandavano col pianto e colle grida mille saluti, mille affetti, mille desiderii.
Il vaporetto ci accompagnò ancora, volendo gareggiare col Thames: pareva che tutto quel pianto e quell’agitar di braccia e quei tenerissimi saluti facessero raddoppiare la forza dei suoi movimenti, e scivolava e correva nel solco glauco e spumeggiante che il nostro vapore apriva nelle onde del mare inglese. E finchè ognuno potè riconoscere il volto dei suoi cari in mezzo a quel tramestio di gente; e finchè più lontano ancora il cuore potè discernere qual fosse il cuore che agitava il moccichino, il nano accompagnò il gigante, e poi virò di poppa e si diresse verso la costa. Allora un grido lontano, un’armonia straziante di singhiozzi e di angoscia si sentì per l’ultima volta e si perdette nel ciclopico martellar della macchina, che andava conquistando l’oceano colle sue ruote smisurate.
Io contemplava e meditava tristi cose. I miei compagni di viaggio si erano subito divisi in due schiere, quasi invitati da un muto cenno di comando. I più erano a poppa, i meno a prora.
I primi, accalcati dietro il timone sull’ultimo lembo della nave, non potevano distaccarsi dalla terra che poteva chiamar ancor sua. Essi volevano fino all’ultimo momento raccogliere le voci e i profumi del- la patria, dove lasciavano tanta parte di sè stessi. I passeggeri di poppa erano gli infelici strappati alla terra che li aveva veduti nascere dalla bufera delle passioni. Là dove guardavano avevano il cimitero della madre, la culla del proprio bambino, l’albero di quercia dove una sera avevano dato il primo bacio di amore... Era gente che piangeva, o che aveva, le braccia conserte convulsivamente e quasi irrigidite.
A prora invece vi erano i fortunati, col sorriso sulle labbra e il petto gonfio di speranza e di gioia. Essi guardavano verso l’America, a cui ogni colpo di ruota li avvicinava; guardavano al loro nido, vedevano già la loro patria, sentivano le grida dei marinari del Brasile o del Plata, sentivano già precipitarsi giù dalle scale di una casa ben nota qualcuno che li attendeva...
Altri fra quei fortunati di prora non avevano patria o l’avevano maledetta, o temerarii si gettavano in un nuovo mondo per cercarvi l’oro, la gloria o le avventure. Davan le spalle alla miseria, alla noja o al disinganno: e per essi l’aurora della speranza dipingeva di tinte azzurrine e irradianti il lembo bigio e sconfinato dell’Oceano che ci stava dinanzi.
Fra i piangenti di poppa e i gaudenti di prora pochi metri di legno e di ferro; ma un abisso senza confine e senza fondo, tutta intera la storia del cuore umano...
Ed io che ho sempre saputo con mano di ferro abbrancarmi il cuore, farlo tacere o lasciarlo palpitare caldo e ardente, contemplava e meditava.
Era quelli che stavano a prora, fra il gregge volgare e inetto che trovate sempre là dove molti uomini si addensano, spiccava bella e grande una figura che ti faceva guardare e ammirare, sicchè tu dovevi dir subito: Ecco un uomo.
E quell’uomo benchè avesse i capelli neri e un lampo di fuoco negli occhi, era un inglese. Lo diceva il suo naso fine e roseo, lo diceva sopratutto quella bocca rozza ma ardita che non hanno che gli Inglesi; bocca fatta per comandare a sè stesso e agli altri, quella bocca che sembra appoggiarsi sopra un mento di ferro, quasi volesse farsene un saldo punto d’appoggio per spiccare più temerarii i voli nel mondo della volontà. Nelle labbra degli Inglesi vi è tutta la loro ostinazione, la loro ferocia di volontà, la loro inesauribile e instancabile attività.
E quel giovane bello e appassionato aveva di quelle labbra. Gioia più pura non aveva mai veduto dipingersi in volto più bello. Quella gioia, che sembrava una ineffabile speranza, doveva essere pur grande, perchè quell’uomo che non poteva essere egoista, in mezzo a tanto pianto e a tante scene di dolore che doveva aver veduto pochi momenti prima, non nascondeva punto la sua beatitudine.
Appoggiato mollemente col braccio destro ad uno dei cordami dell’antenna, pareva baloccarsi colla ondulazione lenta della nave, e fuori di quel punto di appoggio egli era in cielo, era tutto sollevato fuor di sè stesso da una gioia senza nome. Gli occhi eran larghi, aperti fin dove l’uomo può aprirli: e il volto e il collo e il petto parevano gonfiarsi sotto l’impulso interno di una forza di espansione. Quell’uomo divorava l’Oceano e pareva vedervi il suo paradiso; e la sua gioia lo faceva, sospirare lungamente, profondamente, assaporando il salso aroma della brezza marina. Per certo quel giovane inglese non aveva da un pezzo goduto tanto, nè a quel modo.
Quando venne l’ora del pranzo, distratto dalle cure dell’acconciarmi nella mia cabina, non sentii il richiamo della campanella e giunsi a tavola dopo tutti gli altri. Corrucciato di non poter sciegliermi i miei vicini, dovetti pigliarmi l’unico posto che rimaneva. Caso strano! Quel posto non era ad una delle estremità, ma era nel mezzo della mensa; e due uomini respinti da una sùbita antipatia, dopo esser venuti vicini, avevan lasciato una sedia vuota fra l’uno e l’altro.
Appena seduto volli scoprire la causa di quel fenomeno di elettricità morale e guardava i miei due vicini. Tino di essi (e ne fui felicissimo) era il mio inglese di prora, l’altro era uno di quegli uomini che si conoscono di dentro e di fuori dopo un’ora; ed io dopo pranzo poteva infatti classificarlo nel mio Sistema hominis con questa breve definizione zoologica:
Negoziante amburghese, d’anni 35, con 32 denti sanissimi e uno stomaco da digerire il lavoro di 320 denti; tutto biondo, tutto rosso; ha sempre fame e trova assai lungo il tempo che corre fra il luncheon (ora 1 pom.) e il pranzo (ore 4.)
Nè quel giorno, nè poi fino a Bahia, dove il mio vicino era diretto, io potei penetrare d’una linea attraverso quei lardelli amburghesi. In qualunque punto si gettasse lo scandaglio, in qualunque piega del suo carattere io facessi penetrare il mio trequarti esploratore, io non trovava che lardelli e gaudio senza fine.
Mi rivolsi dunque all’altro vicino, ma in quel primo giorno non potei averne che monosillabi e mi guardai bene dal perturbare quella felicità sconfinata che non poteva nè voleva occuparsi d’altro. Egli era di una distrazione senza pari, e quando gli domandava il sale mi dava il vino, e a chi da lungi gli reclamava una salsa, dava del pane. Sublime distrazione degli uomini veramente felici: atmosfera impenetrabile che li corazza e li isola dal mondo!
Dopo il pranzo l’onda si fece grossa, e i passaggeri si ritirarono nelle loro cabine a scongiurare quel lucifero che si chiama il mal di mare; ed io, rimasto fino a tarda notte sdraiato sopra un banchetto del cassero, vidi rimaner sempre fermo alla prora il mio inglese, che guardava innanzi a sè, e nella brevissima passeggiata che faceva non sapeva giunger mai fino all’albero maestro e con viva impazienza ritornava, e presto presto, alla sua prora e al suo orizzonte di felicità, che il bujo della notte non poteva nascondergli.
Vi sono curiosità febbrili, ardenti, pruriginose che hanno la forza di una passione, e tale era il mio desiderio di conoscere quell’uomo felice, quell’uomo dalle labbra inglesi e dal capo italiano. Un presentimento mi diceva che quell’uomo sarebbe un giorno mio amico. Io avevo allora ventidue anni, e l’ignoto o il fantastico mi inebriavano in quella prima e calda giovinezza.
Il dì seguente prima della colazione sapeva già che l’inglese si chiamava Willam B... Coll’ingenuità di un fanciullo io credeva con questo di avere scoperto gran cosa. Del resto, nè alla colazione, nè al pranzo, nè nelle lunghe ore di noja marina che ravvicinano tutti i viaggiatori e ne fanno una sola famiglia, io non aveva potuto appiccar discorso con William. Non fuggiva i passaggieri, ma non li cercava, e rispondeva con tanta distrazione a tutte le domande, che davvero avrebbe scoraggiato il più villano e il più sguaiato degli importuni. Sorrideva, sorrideva sempre come fanno gli uomini felici; ma faceva gelare sulle labbra il discorso.
Spesso aveva un sigaro fra le labbra, ma non fumava; spesso aveva un libro fra le mani, ma non leggeva, egli era solo, tutto solo, tutto immerso nel bagno voluttuoso d’una felicità infinita.
Senza merito mio il caso mi diede in mano la chiave per penetrare in quella fortezza.
Eravamo giunti a Lisbona il 14 giugno e la sera stessa ne eravamo partiti. La mattina del 15 io mi alzai per tempissimo, e salii sul cassero per respirare l’aria fresca del mattino. William era già in piedi, e stava passeggiando colle sue mani in tasca, io sentii subito il bisogno di mettermi a camminare dalla parte opposta alla sua, volendo rispettare quella sua felice solitudine; ma io intanto lo osservava, dirò anzi lo andava studiando. Ad un tratto, lo vidi fare un gesto energico come di chi piglia una sùbita e forte risoluzione, e, accostatosi al timoniere, gli indirizzò la parola.
Allora dimenticai la mia delicatezza, dimenticai il santo rispetto che ho sempre sentito gagliardo per la libertà altrui, e quasi fossi giunto anch’io involontariamente accanto al timone, stetti ad ascoltare il dialogo di quei due uomini nati e cresciuti così diversamente, e che in quel momento si raccostavano.
— Voi dite dunque, timoniere, che fra due giorni noi saremo a Madera?
— Sì, mio signore, purchè continui il mare ad essere tranquillo come sta ora.
— Dunque, fra quarantott’ore a Madera, disse ad altissima voce William, bravo il mio timoniere, bravissimo, aggiunse fregandosi le mani con una celerità straordinaria e contorcendosi tutto con una vera convulsione di gioia... Dev’essere un paradiso quell’isola.
Non v’era più dubbio, quell’uomo misterioso aveva a Madera una parte di sè stesso. Il suo cuore divampava dinanzi ad un’attrazione affascinatrice; i suoi occhi ardenti, fissi nella nebbia grigia del mattino, cercavano Madera lungamente, beatissimamente.
«Un uomo felice è indulgente» dissi fra me colla rapidità del lampo: e da uomo delicato diventando sfacciato del tutto, risposi io stesso invece del timoniere a quella specie di dimanda che aveagli diretta.
— Sì, mio signore, Madera è un paradiso.
William si voltò bruscamente verso di me, e accorgendosi allora soltanto della mia presenza, mi disse:
— Vi siete stato già altre volte?
— No, ma ho studiata con molto amore quell’isola, ho pensato tante volte di passarvi una parte della mia vita, che mi par di conoscerla, mi sembra di averla già più volte veduta.
— Oh, davvero, davvero! Ditemene qualche cosa; e, ringraziando e salutando con un cenno brusco ma cortese il marinaio che lo aveva fatto felice, William si mise a passeggiare al mio fianco dalla poppa al camino dello steamer.
William era mio. Come avviene cento volte nella vita, il caso di essermi alzato un’ora prima del solito; l'accidente di essermi trovato accanto al timone in un dato momento avevano per sempre legato a me un uomo che io aveva ormai disperato di poter conoscere.
Dissi a William ch’io aveva studiato profondamente il clima di Madera, poichè da un pezzo era perseguitato dall’idea di essere tubercoloso e mi figurava sempre di serbarmi quel paradiso come l’ultima àncora di salvezza, o come una bara fiorita per riposarvi le mie ossa.
Quando il mio nuovo amico seppe che io era medico e che aveva studiato il clima di Madera, la sua espansione non ebbe più confine, o se non avessi letto a chiare note sul suo volto ch’egli non aveva bisogno di mutar clima per guarire i suoi polmoni, avrei potuto figurarmi ch’egli si recasse a Madera per curarvi la propria salute.
Quel giorno, l’ora della colazione ci trovò ancora occupati a parlar di Madera; ed io vuotai il sacco della mia erudizione su quell’isola, felicissimo di averla studiata.
In due giorni William divenne il mio amico, ma io non gli diressi mai la più piccola domanda, nè osai chiedergli lo scopo del suo viaggio. Accanto a lui provava fortissimo quel fascino che le menti superiori e i gagliardi caratteri hanno sempre esercitato sopra di me; accanto a lui sentiva quella potente influenza che fanno sempre provare le grandi passioni. Qual fosse la passione di William, io ignorava, ma era convinto che dovesse essere delle più ardenti che consumano il cuore umano; che possono fare dell’uomo in un’ora un dio o un mostro, un miracolo di felicità o un inferno di dolore.
II. Un giorno a Madera
ct ct Alla vigilia del nostro arrivo a Madera, la gioia di William era piena di agitazione; pareva convulsa. Parlava interrotto, si chiudeva nella sua cabina cento volte al giorno, e cento volte risaliva sul cassero. Molte volte nella giornata consultò il suo orologio, sedette a mensa cogli altri, ma di certo non avrebbe saputo dire ad anima viva con chi avesse bevuto o mangiato. Passò la notte sul cassero.
Alla mattina del 17 tutti i passaggeri erano in piedi, divorati dalla stessa curiosità di veder la terra, di guarire ad un tratto dalla lunga malattia della noia marina. William non c’era; e per quanto poco io lo conoscessi, capii il perchè di quell’assenza. Egli, di sicuro, stava spiando la terra dal finestrello della sua cabina; aveva un orizzonte più ristretto di noi, ma lo
vedeva tutto solo; non sentiva intorno a sè il modesto attrito della turba indifferente, e l’armonia del suo cuore non era turbata dal cicaleccio dei profani.
Al primo apparire, il paradiso di Madera sembrava piuttosto una scena dell’inferno dantesco. Masse gigantesche di basalti neri neri e rupi rugose coi piedi nel mare, lacerate, contorte, senza un ciuffo d’erba, senza una casa, e le onde spumeggianti si rompevano fragorose ai loro piedi. Qua e là presso la costa isolotti neri anch’essi, senz’alberi, senza fiori, corrosi dalle onde, spezzati e frastagliati, quasi rovine di un mondo minato dal fuoco. Si giunse al Ponte Saô Lourenço, si lasciarono alla sinistra le tre isole che portano nel nome la loro storia molto semplice e triste: Desertos: in pochi momenti si raggiunse un promontorio di basalto, più grosso degli altri, il Cabo Garajaò. Quel capo segnava i confini del Paradiso.
Passato il Capo Garajaò un profumo di giardino fiorito ci venne incontro colle brezze della terra, e quella terra era un incanto, era un sorriso di orti e di ville, di campi verdeggianti e di boschi bizzarri; era una ghirlanda di tutti i fiori, uno di quei quadri di tutti i colori, che rallegrano il cuore dell’uomo e gli fanno tirare profondo e riposato il respiro.
Pochi momenti dopo, eravamo dinanzi a Funchal, la capitale dell’Isola, che sembrava mollemente adagiata fra i campi di canne da zucchero e di ignami, fra gli orti più cupi dei nostri alberi europei e i boschetti fantastici della banana dalle foglie gigantesche e vellutate: e intorno intorno si apriva un grande anfiteatro di monti altissimi, vere rupi di giganti: e poi a cornice del quadro due oceani forse troppo grandi per quel nido d’amori: l’oceano del mare e l’oceano del cielo: e in quel momento non avreste saputo dire quale dei due più s’avvicinasse all’oltremare e allo zaffiro.
Io passai ben tre volte dinanzi a Madera e sempre sentii prorompere dal petto dei più volgari viaggiatori un grido dell’anima: perchè non ho io una casuccia in questo paradiso?
Le più grandi voluttà della vita son tutte eguali tro- vate per via come un fiore smarrito allora allora dal seno di una giovane sposa; ci danno l’ebbrezza di un lampo e sen vanno, senza che la nostra mano irrequieta possa arrestarle o richiamarle; sen vanno a perdersi nel mondo dell’infinito, come nuvoletta che si consuma negli spazii del cielo.
L’incanto di quella vista doveva durar poco; un gridare di cento bocche, un pandemonio di cento bestemmie portoghesi, aspre d’accento e più aspre di senso ci richiamarono al bisogno di sbarcare, di trovarci una barchetta fra le tante che impertinenti e schiamazzanti battevano il loro capo contro il Thames. E poi fra gli urli e le grida, appena sbarcati dovetti a forza aprirmi la via fra gente mezzo nuda che mi offriva un cavallo; e gente dalla giubba che mi offriva un albergo; e venditori di bastoni e venditrici di merletti; e un mondo d’altri uomini e d’altre donne che in ottimo portoghese, in pessimo francese, e in cattivo inglese volevano tutti qualcosa da me e senza che io volessi alcuna cosa da loro.
Consummatum est; l’istante della voluttà era consumato, ma io l’aveva scritto in quella parte del cuore dove nulla si cancella. Nel bilancio delle forze della vita otto giorni di navigazione erano stati compensati ad usura dalla rapida fantasmagoria del panorama di Madera: ora la realtà della vita mi chiamava alla difesa personale, allo studio pratico di Funchal; infine la poesia cedeva il posto all’amministrazione della vita. William non era sbarcato con noi.
Un raggio di poesia ebbi anche nella colazione; un bicchiere di antico vino di Madera, di quel vino che in quell’epoca era già morente e che si sorbillava con gelosa avarizia da quei fortunati che lo conservavano nei segreti archivi delle loro cantine; e poi una tazza di caffè, come confesso di non aver bevuto mai in nessuna parte d’Europa, d’Africa o d’America. Mentre lo stava sorbendo con voluttuoso raccoglimento, mi ricordo di aver fatto una serena meditazione sulla efficacia dell’educazione. Quel caffè non era di Moka, non era di Yungas: era modestamente cresciuto nell’orto cittadino del signore che mi offriva la sua cortese ospi- talità, ma egli stesso con amorosa cura ne aveva veduto maturare i grani ad uno ad uno; e ad uno ad uno egli stesso li aveva raccolti, quando la sua lunga esperienza glieli aveva mostrati degni di entrare in quelle sue tazze dorate che venivano dalla China.
Pochi momenti dopo aver sorbito quel caffè e aver fatto quella filosofica meditazione sull’onnipotenza della scuola a migliorare le cose di questo mondo, io mi trovava a cavallo, come parte integrante di una comitiva di passaggieri del Thames che si eran proposti di fare una gita al Palheiro do Ferreiro, villa del conte di Carvalhal, celebre patrizio portoghese che introdusse le prime rane in quell’isola, infelicissima prima di lui di non possederne.
Cavalli e cavalieri impazientissimi si diedero ad attraversare le vie di Funchal, e per quanto il profumo dall’aperta campagna mi attraesse irresistibilmente, dovetti fermarmi dinanzi ad alcune botteguccie pittoresche, nelle quali si vendeva ogni cosa vendibile e dove il popolo si accalcava a comperare pane, vino e ogni cosa necessaria alla vita. Quelle vendas sono il miglior luogo per studiare il popolo minuto di Funchal, e là vedete le vecchie maderese che tutte tiran tabacco, entrare a comperarsi il loro alimento nervoso, a ciangottare confusamente fra una presa e l’altra; là trovate raccolti l’arrieiro, il mulattiere, il contadino, che bevono il loro di aguardente.
Sulla porta d’ogni venda stanno scritte tre iniziali cabalistiche P. A. V. che rappresentano i grandi bisogni della vita umana: Paô, Aguardente, Vinho (pane, acquavite e vino). Altre volte leggete Differentes bebidas.
Già abbiamo attraversato la Rua da Carreira, il corso, il Toledo di Funchal, e già siam fuori della città che coi suoi sedici mila abitanti non ci può trattener di certo molto tempo nelle vie, e qui dove siamo il giardino incomincia, perchè tutta l’isola è un giardino. Io mi sono scostato di pochi passi dai miei compagni, perchè voglio solo, tutto solo godermi i profumi di quella natura ricchissima. Andiamo ascondendo per rapide strade chiuse da muriccioli sconnessi, cavalchia- mo fra campo e campo; ma qualche anima gentile accanto al pane dell’uomo ha seminato i fiori, e di qua e di là cadono scapigliati dai campi cespugli di eliotropii e di geranii, di gelsomini e di rose, tutti fioriti. Spesso il nostro capo è all’ombra di una vôlta intrecciata di coprifogli e di passiflore. Mi rizzo sulle mie staffe e ne mangio i frutti aromatici, mi piego a destra e a manca e a piene mani faccio bottino di rose, di eliotropii, di fiori dai mille colori. L’abbondanza giustifica il furto. I miei compagni, le mie compagne raddoppiano il bottino, nè la natura feconda appare spogliata dalla nostra rapina. Le nostre mani non possono trattenere la preda e ci diamo ad una guerra di fiori, gettando rose contro garofani, e innondando i capelli e le spalle delle signore di gelsomini e di viole. L’ebbrezza del profumo ci inonda; ed io di quando in quando mi rivolgo indietro e guardo l’Oceano, e confondo il profumo dei fiori coll’acre sentore dell’onda marina.
Per lungo tratto la strada che ci conduce al Palheiro è ripida e non si può camminare che al passo; ma appena si fa meno erta, ed io mi sento il bisogno di spronare il mio cavallo, quasi volessi sprofondarmi in quella natura incantevole, in quel mar di delizie, mi accorgo che il mio arrieiro si è attaccato colle sue due mani alla coda del mio cavallo e colle gambe pendenti si fa trascinare nella più buffa maniera del mondo. Mi metto a ridere, e alla signora che mi sta vicina faccio osservare che anche il suo cavallo si trascina dietro la strana appendice di un arrieiro. Si ride insieme, si ride fragorosamente, ma i due arrieiros, benchè portino la loro carabuza, berretto di panno, azzurro di fuori, scarlatto di dentro, con un lungo codino ritto ritto; berretto così piccino, che copre appena l’estremo cocuzzolo del capo, vero solideo buffo che in paese caldissimo sembra il cappello più paradossale del mondo; ad onta di tutto questo, gli arrieiros stanno serii al loro posto d’onore e si fanno portare, sia ch’io vada al trotto o spinga il cavallo al galoppo.
Però poco a poco divento serio anch’io, e tentando di portoghesare il mio italiano, dico a quel signore che mi sta di dietro che vorrei cavaleare solo; ma egli o non capisce il mio portoghese o non vuol capirlo, ciò che conduce allo stesso risultato. Non perdo però la pazienza e mi studio di migliorare il mio portoghese. Inutile fatica! L’arrieiro è sempre penzolante alla coda del mio cavallo. Qui la pazienza si perde, il mio portoghese si smarrisce e bestemmiando in buon italiano, dò mano alla lingua universale, alla lingua che affratella gli uomini o ne fa una sola famiglia, alla lingua dei segni. Dò col mio scudiscio due o tre colpi sulla mano dell’arrieiro, che, bestemmiando alla sua volta, si distacca dalla preda e mi lascia solo col mio cavallo.
Non l’avessi mai fatto! Quell’appendice vivente pare fosse necessaria al buon andamento delle cose, perchè appena se ne fu distaccata, il mio cavallo addentò il freno e via fuggendo fra muri e muriccioli, senza che io lo potessi frenare un momento. La mia posizione era difficile; ma pochi minuti dopo divenne difficilissima. Il cavallo si gettò ad un tratto in un sentiero di traverso che appena appena lo lasciava passare e rasentava l’orlo d’un abisso. I miei piedi si rompevan contro le pietre del muricciolo; i miei occhi si smarrivano entro un abisso di centinaia e centinaia di metri, e il mio cavallo, sbuffando e pieno di schiuma il petto, correva come fosse indiavolato. Fu il lampo d’un minuto; tutta la mia forza era raccolta ad un sol fine: quello di tenermi in sella; ma il mio cervello vagabondo giunse a formulare questo pensiero che non potrò più dimenticare: se le mie ossa fra un minuto si trovassero giù nel profondo di quell’abisso, che cosa proverei? Sentii un freddo profondo, subitaneo, che, come brezza improvvisa sul lago, mi corruscò per tutto il corpo.
The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.
Loading the full text…
The end
You’ve reached the end of Un giorno a Madera.
