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Elementi di economia pubblica

Cesare Beccaria · 1854 · Free in the US

84,489 words · about 5 h 55 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Cesare Beccaria
Language
Italian
Published
1854
Length
84,489 words · about 5 h 55 min
Sections
33 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (33)
  1. Front matter under 1 min
  2. Parte prima - Principj e viste generali under 1 min
  3. Parte prima - Principj e viste generali Introduzione about 3 min
  4. Parte prima - Principj e viste generali Capitolo I - Principio generale about 8 min
  5. Parte prima - Principj e viste generali Capitolo II - Della natura del travaglio e della consumazione about 12 min
  6. Parte prima - Principj e viste generali Capitolo III - Della popolazione about 48 min
  7. Parte seconda - Dell'agricoltura politica under 1 min
  8. Parte seconda - Dell'agricoltura politica Introduzione about 3 min
  9. Parte seconda - Dell'agricoltura politica Capitolo I - Degli ostacoli che si oppongono alla perversione dell'agricoltura, e dei mezzi di levarli about 14 min
  10. Parte seconda - Dell'agricoltura politica Capitolo II - Della piccola e grande coltura delle terre about 7 min
  11. Parte seconda - Dell'agricoltura politica Capitolo III - Piano per i progressi dell'agricoltura about 6 min
  12. Parte seconda - Dell'agricoltura politica Capitolo IV - Della proporzione fra le differenti colture delle terre about 11 min
  13. Parte seconda - Dell'agricoltura politica Capitolo V - Del regolamento dell'annona about 33 min
  14. Parte seconda - Dell'agricoltura politica Capitolo VI - Della coltura di altri generi di derrate about 12 min
  15. Parte seconda - Dell'agricoltura politica Capitolo VII - Della pastorale about 6 min
  16. Parte seconda - Dell'agricoltura politica Capitolo VII - Della metallurgia, pesca e caccia about 4 min
  17. Parte terza - Delle arti e manifatture under 1 min
  18. Parte terza - Delle arti e manifatture Introduzione about 1 min
  19. Parte terza - Delle arti e manifatture Capitolo I - Differenti divisioni ed aspetti delle arti e manifatture about 10 min
  20. Capitolo II - Per quali cagioni le arti si indeboliscono e si perdono, e per quali mezzi si rinvigoriscono about 26 min
  21. Capitolo III - Della preferenza e distribuzione delle diverse arti e manifatture about 9 min
  22. Capitolo IV - Della disciplina con cui le arti devono essere tenute about 7 min
  23. Parte quarta - Del commercio under 1 min
  24. Introduzione about 6 min
  25. Capitolo I - Del valore e del prezzo delle cose about 10 min
  26. Capitolo II - Della moneta about 46 min
  27. Capitolo III - Della circolazione e concorrenza about 8 min
  28. Capitolo IV - Del commercio about 13 min
  29. Capitolo V - Del lusso about 13 min
  30. Capitolo VI - Degl'interessi del danaro about 4 min
  31. Capitolo VII - Teoria del cambio about 16 min
  32. Capitolo VIII - De' banchi pubblici, e delle monete di conto e credito about 10 min
  33. Capitolo IX - Del credito pubblico about 6 min

Continue:

Front matter

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Indice

Parte prima - Principj e viste generali

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Parte prima - Principj e viste generali Introduzione

1. L’economia pubblica è stata definita l’arte di conservare ed accrescere le ricchezze in una nazione, e di farne il miglior uso. Le ricchezze altro non sono che l’abbondanza delle cose necessarie non solo, ma comode eziandio ed aggradevoli. Le nazioni sono una moltitudine d’uomini mossi a vivere in società per difendersi reciprocamente da ogni forza esteriore, e contribuire nell’interno al bene comune procurando il ben proprio. Dunque l’economia pubblica sarà l’arte di fornire con pace e sicurezza non solamente le cose necessarie, ma ancora le comode alla moltitudine riunita.

2. Tutto ciò che serve all’alimento, all’alloggio, al vestirsi degli uomini, ci viene fornito dalla terra per mezzo dei vegetabili che vi crescono, dei minerali che vi si nascondono, degli animali che vi pascolano. L’arte dunque di dirigere ed incoraggire gli uomini, acciò cavino il miglior partito possibile dalle terre, sarà la base fondamentale d’ogni operazione economica; quest’arte chiamasi agricoltura politica: primo oggetto d’economia pubblica.

Ma queste materie somministrateci dal terreno hanno bisogno d’essere dalla mano industriosa ed imitatrice dell’uomo alternate e modificate, perchè possano adattarsi ai differenti usi a cui sono destinate. Finchè si trovano nello stato nel quale le abbiamo ricevute dalla terra, si chiamano materie prime; lavorate poi per i molteplici usi degli uomini chiamansi manifatture: secondo oggetto di pubblica economia.

Gli uomini hanno sovente abbondanza di alcune cose di cui altri sono bisognosi, e scarsezza di alcune altre di cui altri abbondano. Ciò accade sì nelle materie prime per la differente natura del terreno e delle coltivazioni, come nelle lavorate per le differenti inclinazioni degli uomini non abili ugualmente a fare tutte le cose. Si permutano dunque reciprocamente, siano le produzioni del suolo, siano le opere della loro industria; una tale permutazione chiamasi commercio: terzo oggetto d’economia pubblica.

3. Il travaglio degli uomini, sia sulla terra genitrice delle materie prime, sia sulle cose da quella prodotte, e le vicendevoli permute non possono esser fatte con pace e tranquillità, se la moltitudine che opera e che si affatica non sia difesa e protetta contro la forza esteriore, che potrebbe disturbarla, ed usurparsi il frutto degli altrui sudori; nè le operazioni degli uomini potrebbero giammai esser conformi al bene della maggior parte, se le genti senza freno e senza direzioni fossero lasciate puramente in preda alla loro avidità personale; o si getterebbero in braccio ad una improvvida inerzia, se mancassero d’uno stimolo che li obbligasse alla sempre odiata fatica. Sono dunque necessarj supremi direttori che colle armi e colle leggi dirigano le interne operazioni della società, la difendano dagli esterni assalti, ed eccitino nella giornaliera indolenza degli uomini il moto e l’attività. La moltitudine deve dunque fornire a questi supremi direttori i mezzi onde possano adempiere un tale oggetto. Questi mezzi chiamansi tributi, e l’arte di percepirli, acciocchè siano utili alla moltitudine che li fornisce, e non siano rovinosi, nè per il modo con cui sono levati, nè per l’uso che se ne faccia, chiamasi finanze: quarto oggetto di pubblica economia.

4. Ma nè i prodotti delle terre, nè le opere della mano, nè gli scambievoli commerci, nè i pubblici tributi si potranno giammai ottenere dagli uomini con perfezione e costanza, se essi non conoscono le leggi morali e fisiche delle cose sulle quali agiscono; se al crescere de’ corpi proporzionatamente non crescono le abitudini sociali; se tra la moltiplicità degli individui, delle opere e dei prodotti non si vegga ad ogni passo scintillare la luce dell’ordine, che rende facili e sicure le operazioni tutte. Dunque le scienze, l’educazione, il buon ordine, la sicurezza e tranquillità pubblica, oggetti tutti compresi sotto il nome di polizia, formeranno il quinto ed ultimo oggetto di pubblica economia.

5. Questi cinque primarii oggetti racchiudono molteplici diramazioni e dettagli complicati, i quali variano colle differenze di clima, di popolazione, di governo di ciascun paese.

Per non perderci in questo labirinto è necessario ricercare un punto fisso ed invariabile, il quale non si alteri giammai nè per le circostanze di luogo e di tempo, nè per le diverse modificazioni della società; e che anzi sia esso un punto di vista altrettanto semplice che luminoso, il quale diffonda la sua luce sugl’intricati rapporti e combinazioni politiche. Tutte le scienze hanno sempre questo canone fondamentale, questa proporzione universale, che non è altro che l’enunciazione del legame comune di tutte le proposizioni particolari costituenti il corpo d’una scienza. Per ritrovarlo è necessario rimontare all’origine delle cose stesse, ove solo si può rinvenire qualche primitiva e primaria combinazione, che è stata come il nucleo o punto d’appoggio, intorno al quale si sono raggruppati ed avvolti i molteplici e diversi dettagli d’una scienza.

Parte prima - Principj e viste generali Capitolo I - Principio generale

ct 6. Supponiamo un numero di famiglie qualunque, per una qualunque cagione senza arti e senza altri aiuti, fuori che quelli che la naturale facoltà dell’umana natura posson loro somministrare, gettate in un paese incolto e ancora intatto dalla mano dell’uomo.

Queste famiglie per lungo spazio di tempo vivranno della distruzione degli animali, dell’acqua, dell’aria e della terra, dei frutti selvatici, degli alberi e delle radici spontanee del campo, coprendosi le ignude carni delle sanguigne spoglie degli uccisi animali, e dando loro le caverne aspro ricovero.

Dopo avere costrette in ischiavitù le bestie mansuete e frugivore, e ridottele in mandre pascolanti sotto il dispotismo dell’uomo, l’esperienza, l’osservazione di moltissimi avvenimenti, la necessità della nascente popolazione angustiata da fiumi innatabili, da monti altissimi, dal mare ancora intentato, le resero accorte del potersi coll’arte e col lavoro secondare, anzi accrescere le spontanee produzioni della terra.

Io qui racchiudo in brevissimo spazio ciò che si sarebbe potuto lungamente sviluppare, annoverando minutamente ad una ad una tutte le cagioni che l’uomo abbiano potuto condurre dallo stato selvaggio e cacciatore allo stato sociale e agricoltore: ma ciò si può vedere in molti autori, principalmente nell’insigne opera del signor , intitolata: : io devo affrettarmi a ritrovare le tracce maestre del lungo cammino che si deve percorrere.

7. Dunque per moltiplicare questi frutti della terra dovettero gli uomini per lungo tempo vincere molte difficoltà; dovevano disboscare il terreno, mondarlo da’ sassi, muoverlo, irrigarlo, fecondarlo ec., avanti che fosse in istato di ricevere le prime sementi, in quella copia che ora veggiamo atta a nutrire considerabili popolazioni.

Ora tutte queste operazioni esigevano fatica e tempo, e stromenti atti a lavorare la terra, e materie atte a fecondarla, e sementi già da quelle prodotte per rimettervele, onde le riproducesse e le moltiplicasse; ma, durante tutto questo tempo e questa fatica, dovettero gli uomini nutrirsi, vestirsi ed abitare vicino al luogo del loro travaglio, ed avere in proprietà quelle cose che dovevano servire a perpetuare sulla terra la riproduzione.

Dunque noi chiameremo capitale fondatore della coltivazione la somma di tutte queste cose, preliminarmente necessarie a rendere una terra, di incolta, fruttifera, ed osserveremo che senza di questo capitale fondatore la terra sarebbe rimasta inutile e deserta.

8. Dippiù, preparata la terra ad essere coltivabile e fruttifera, era d’uopo conservarla tale, perchè consumati i prodotti di un anno bisognava metterla in istato di riprodurli per il seguente; ma questa riproduzione esige nuova semente da gettare sul terreno, e come prenderla, se non dai prodotti precedenti del passato anno? Esige braccia che coltivino, ed animali che fecondino e che aiutino il lavoro; bisogna nutrirsi, abitare, conservare gli stromenti, e pascere questi animali che contribuiscono al lavoro medesimo. Tutto ciò richiede una spesa continua, ed una ricchezza da non destinarsi ad altro uso fuorchè a quello della riproduzione: e dove prenderla se non appunto dai prodotti precedenti?

Dunque noi chiameremo scorte annue queste ricchezze necessarie a continuare la riproduzione, e osserveremo che scemate queste o tolte del tutto, proporzionalmente si scema e si toglie la riproduzione, e la terra ritorna qual era incolta e deserta.

9. Frattanto che da queste famiglie, ossia, che da questa nostra idea di nazione prosperamente tutte le dette cose si fanno, ecco nascere necessariamente le arti e la diversità delle occupazioni degli uomini. Ciascuno prova coll’esperienza, che applicando la mano e l’ingegno sempre allo stesso genere di opere e di prodotti, egli più facili, più abbondanti e migliori ne trova i risultati, di quello che se ciascuno isolatamente le cose tutte a sè necessarie soltanto facesse: onde altri pascono le pecore, altri ne cardano le lane, altri le tessono; chi coltiva biade, chi ne fa il pane, chi veste, chi fabbrica agli agricoltori e lavoranti, crescendo e concatenandosi le arti, e dividendosi in tal maniera per la comune e privata utilità gli uomini in varie classi e condizioni. Ognuno può vedere nella succennata opera di le diverse gradazioni de’ progressi fatti dal genere umano, dal raccogliere le spontanee produzioni della terra al coltivarle, e dal rozzo uso di quelle al prepararle e modificarle con tanti diversi ed ingegnosi artifizii.

10. Il lavoro degli uomini non vi sarebbe, se non vi fossero cose da lavorare; nè le cose da lavorare vi sarebbero, se la terra non le producesse. La mano dell’uomo modifica e dispone i corpi, cioè ne avvicina o ne allontana in diverse guise le parti; ma un atomo di materia non vi cresce fra le dita, se la terra e quello spirito di vita che circola nelle sue viscere non lo produce. Ma perchè l’uomo lavori, egli deve avere prima di tutto la materia da lavorare, indi vivere e procacciarsi le cose necessarie, anzi fino ad un certo segno le comode all’uso della sua vita durante tutto il tempo del lavoro, senza di che egli non lo farebbe altrimenti, ma invece attenderebbe a procacciarsi quelle cose che altri non gli darebbono. Quindi risulta che ogni valore che si dà ad un lavoro qualunque, sarà composto del valore delle materia prima e del salario che si dà per il comodo sostentamento di quello che lavora questa materia prima. In qual proporzione si valutino queste materie prime e questi salarj, si vedrà a suo luogo.

11. Questi salarj o non siano pagati in danaro, come nella presente supposizione, o lo siano, torna allo stesso, perchè con il danaro le cose tutte si possono avere; dunque il vero salario sarà la somma delle cose necessarie e comode alla vita, date a colui che lavorando per il comodo e necessità altrui, non può sovvenire da sè stesso ai proprii comodi ed alle proprie necessità. Dunque questi salarj o queste cose alla vita comode e necessarie, in qualunque maniera siano modificate, saranno sempre produzioni della terra; dunque l’aumento di queste produzioni della terra è un aumento di salarj da distribuirsi, e l’annientamento di parte di queste produzioni è un annientamento di parte degli stessi salarj.

Di più, quegli uomini che posseggono o lavorano o fanno lavorare terre producenti, o si procurano prodotti che eccedano il loro bisogno, o no: se no, dunque non lavorano che quella porzione di terra, e con niente di più di stento e d’industria, che quanto basta a procurare il preciso loro sostentamento: se lavorano al di là di questa loro esigenza, sarà chiaro che essi pagheranno e faranno queste maggiori fatiche per cambiare l’avanzo con altre cose utili o piacevoli che loro manchino, e per averle più ben disposte e più atte a que’ fini ai quali le destinano. Dunque questi prodotti non cresceranno, se non in quanto saranno atti ad essere permutati reciprocamente; e saranno tanto più atti ad essere permutati, quanto ciascuno potrà esserlo con un maggior numero di cose, perchè allora la spesa e la fatica di chi lavora o fa la- vorare è ben ricompensata. Ma se il numero delle cose, che si possono avere per mezzo di questi prodotti, sarà inferiore alla spesa e fatica dei producenti, cesseranno questi di far produrre; quindi scemerà il numero delle cose utili e contrattabili.

12. Finalmente, come abbiamo veduto al § 3, tutti gl’individui riuniti in società debbono fornire i mezzi necessari a difenderla, proteggerla e governarla con sicurezza e tranquillità. A chi appartengono queste auguste funzioni, è necessario un corredo moltiplice d’uomini esecutori, d’attrezzi e di stipendj; e tutte queste cose non si hanno, e non si mantengono appunto con nient’altro, che colle produzioni della terra, perchè gli uomini nè vivono, nè vestono, nè guerreggiano coll’oro e coll’argento, bensì con questi si procacciano le cose a ciò conducenti, e l’oro e l’argento divengono metalli inutili perfettamente. Dunque anche la terra, qualunque ella sia e dovunque ritrovisi, sarà sempre quella e solo che può dare le cose mantenitrici della forza tutelare della società.

13. Dunque, raccogliendo le cose fin qui dette, primo principio d’ogni operazione economica sarà quello d’eccitare la maggior quantità possibile di prodotto utile e contrattabile, e di togliere di mezzo ciò che diminuisce questa massima quantità di tali prodotti.

14. Ma quelli, i quali le cose dalla terra prodotte modificano per l’uso e per le richieste degli uomini, debbono essere alimentati dai padroni e coltivatori de’ prodotti con parte di questi prodotti medesimi, come abbiamo veduto. Dunque con quanto miglior tempo e minor numero di persone si potrà fare un maggior numero di lavori, tanto meno dei prodotti si consumerà dai lavoratori, e tanto più resterà d’avanzo in mano dei producenti, sia per rimettere sulla terra onde cresca la di lei riproduzione, sia per far fare altre cose e dare altri salarj e guadagni ai medesimi agricoltori, sia per le pubbliche o private spese qualunque. Ma siccome questi lavoratori debbono e vogliono vivere, e le famiglie loro mediocremente sostenere, anzi migliorar, se possono, la propria condizione, così dovranno supplire colla frequenza delle spese al poco salario di ciascheduna in particolare. Si vedrà, in conseguenza di tutto ciò, che il secondo principio d’ogni economica operazione, riguardo alle opere della mano e dell’industria, sarà quello di fare piccoli per volta, ma più spessi guadagni che sia possibile.

15. Il primo principio è il reggitore dell’economia agricola e fondamentale di una nazione; il secondo è il principio dell’economia artista ed industriosa della medesima. Al primo si debbono principalmente applicarsi le nazioni che hanno un territorio, ed avere il secondo per principio subalterno e secondario; a questo, quelle che prive sono di un territorio fertile e riproducente. Ma tali nazioni che campano sulla sola industria ed opera delle loro mani non esisterebbero, se non esistessero terre feconde da nazioni agricole lavorate.

16. Da qui si può di slancio vedere come i confini politici d’uno Stato non siano sempre o quasi mai gli stessi de’ confini economici di quello. La terra di una nazione alimenta l’industria d’un’altra, l’industria di questa feconda la terra di quella: queste due nazioni, quantunque divise di sovranità ed indipendenti reciprocamente dalle rispettive loro leggi politiche, sono però realmente una sola nazione strettamente unita per leggi fisiche, e dipendenti l’una dall’altra per le relazioni economiche.

17. Ora nè il massimo prodotto utile e contrattabile dalle terre si potrà ottenere, nè dalle arti avere piccoli ma pronti profitti, se gli uomini, gli uni a gara degli altri, non faticheranno colla mano e coll’industria sia sulla terra, sia sui prodotti di quella. Dunque, riunendo i due sopra indicati principj in uno, diremo essere fine generale e principio insieme reggitore di tutta la politica economia, di eccitare nella nazione la maggiore quantità possibile di travaglio utile, cioè somministrante la maggior quantità di prodotto contrattabile, e li più piccoli ma più spessi possibili salarj alle opere della mano, e di opporsi a tutto ciò che potrebbe tendere a diminuire questa massima possibile quantità d’utile travaglio.

18. Da quest’analitica deduzione di semplicissime verità tutta quanta l’economia politica si deriva; ed io spero che sviluppando a poco a poco ed applicando agli affari degli uo- mini questi palpabili ed evidenti assiomi, ci condurremo alle più recondite teorie di questa scienza. Chi sa di matematica, non ignora, che il circolo si genera dal movimento d’una linea retta intorno ad un punto fisso; eppure da questa semplicissima nozione quante varie e recondite verità non si sviluppano che formano l’oggetto della beata contemplazione de’ sapienti e la maraviglia degli sciocchi? Così spero di fare, riprendendo successivamente per mano alcune di queste verità di solo buon senso da me esposte. Io spero di dimostrare con esattezza l’arte di render gli uomini e le società ricche e felici di quelle cose che si richieggono, per quanto i limiti dell’umana capacità e l’inesorabile legge del dolore lo possono permettere.

Parte prima - Principj e viste generali Capitolo II - Della natura del travaglio e della consumazione

ct 19. Ho posto per principio generale di tutta la scienza non la massima quantità di travaglio generalmente, ma la massima quantità di travaglio utile, ed ho, cred’io, sufficientemente determinata l’idea di questa utilità. Perchè la terra coltivabile produca, sono necessarie alcune spese, e quanto maggiori sono queste spese in paragone del prodotto totale, tanto meno resta di avanzo sul prodotto medesimo; quanto meno resta di questo avanzo, tanto minor ricchezza si potrà contrattare coi prodotti utili delle altre terre, e darsi in salario all’arti che rendono utili questi prodotti, e tanto meno resta di tributo da darsi al sovrano per le innumerabili e necessarie spese della pubblica sicurezza e tranquillità. Perchè le opere della mano e dell’industria abbiano una continua prosperità, bisogna che molti siano coloro che facciano uso delle opere di quella; perchè molti facciano questo uso, è necessario che ciascun’opera sia fatta nel minor tempo possibile e colla minore spesa possibile: ma non si può far uso di queste opere se non pagandole; e pagare non si possono, se non si danno prodotti delle terre o almeno rappresentazioni in quelli convertibili, il che è lo stesso. Dunque quanto maggior tempo e maggior spesa consuma un’arte, tanto maggior

prodotto di terra si darà per quella, e perciò tanto meno ne resterà da convertirsi in altre arti ed in altre successive opere; dunque generalmente quel travaglio sarà meno utile, che potendo in più breve tempo e da un minor numero di persone essere fatto, lo sarà più lungamente e da più persone.

20. Non occorre che io qui mi dilunghi a sviluppare ciò che chiaramente e diffusamente deve esserlo nelle parti di questi elementi destinate a trattare dell’agricoltura e delle arti, nelle quali saranno tolte di mezzo quelle obbiezioni che si possono fare: la natura di questa scienza, come d’ogni altra che non sia vana ed illusoria, è di formare un tutto talmente riunito, che sia d’uopo di comprenderlo nella sua totale estensione per essere perfettamente convinti delle grandi verità ch’ella contiene. È solamente opportuno di entrare alquanto più addentro nella natura e distribuzione di quelle spese, che essenzialmente sono necessarie per ottenere una qualunque siasi produzione della terra o opera della mano dell’uomo.

21. Il tempo rinnova il bisogno degli uomini, e la vita di quelli non si prolunga che colla distruzione e alterazione de’ corpi che sono atti ad assimiliarsi alla propria loro sostanza. Un uomo non solamente si nutre e propaga la sua stirpe; ma si veste, edifica e cerca di vivere comodamente, e di modificare e di applicare a sè stesso tutte le cose in maniera che gli eccitino sensazione piacevole. Ora non si può ciò ottenere gratuitamente, bensì col mezzo dell’azione del travaglio. Bisogna dunque, durante questo tempo, nutrir sè stesso e gli altri che contribuiscono al soddisfacimento di questi bisogni e comodi. Io ho bisogno, per esempio, di vestirmi; in primo luogo, io debbo fornire al sartore tutte le materie e gl’ingredienti necessari; in secondo luogo, io debbo mantenerlo per quel tempo che egli consuma travagliando; e non solamente io lo nutro, ma gli do una parte, proporzionata al tempo che egli impiega in mio servizio, di vestito, di alloggio o di che altro gli occorre. Egli stesso impiega una parte di quel che gli do a nutrir altri che gli forniscono l’occorrente; così successivamente. Se noi riflettiamo a questa serie di pagamenti, troveremo due elementi distinti che entrano in ogni opera: l’uno sarà la materia prima prodotta dal suolo, la quale è modificata secondo l’uso richiesto; la seconda sarà il nutrimento, che va successivamente consumandosi da tutti quelli che direttamente o indirettamente contribuiscono al travaglio di questa materia prima. Questo nutrimento, in primo luogo, è somministrato anch’esso dalla terra; in secondo luogo, è differente dalla materia prima impiegata al lavoro, in quanto quello immediatamente si consuma, e questa non è consumata ma lavorata, o sia mutatane solamente la forma acciò sia atta all’uso destinato. In ogni pagamento, cioè in ogni passaggio di una produzione da una mano nell’altra, vi è sempre una parte del suo valore, ossia di quanto è stimata, che si ferma per convertirsi in alimento o in immediata consumazione. Onde se dal valore di qualunque opera si sottragga il valore della materia prima, tutto il restante rappresenterà la somma delle cose consumate, ossia degli alimenti di tutte le persone che hanno direttamente o indirettamente contribuito al travaglio. Dunque l’alimento o la consumazione può dirsi il rappresentatore universale d’ogni sorta di travaglio, e la quantità di quello rappresenterà la quantità di questo; dico l’alimento o consumazione, perchè molte cose si consumano che non sono alimento, quantunque vadano sotto la stessa considerazione: per esempio, le legna che si abbruciano.

22. Avendo dunque veduto che fra le persone che entrano nel travaglio d’una cosa qualunque non vi debbono essere compresi solamente i travagliatori di quella ma ancora coloro che forniscono il vitto, il vestito egli altri comodi e necessità della vita ai primi, e così successivamente quelli che li somministrano a quest’ultimi; saranno quindi tanto più numerosi gli alimenti rappresentanti la quantità di travaglio di ciascuna cosa, quanto è più grande la distanza d’una sorta di travaglio dall’ultima classe dei producitori degli alimenti fornitici dalla terra.

L’alimento degli uomini può essere più largo ed abbondante, può essere più ristretto e scarso, può essere mezzo grossolano, può essere più. Le ultime classi degli uomini, prescindendo dai profitti casuali, possono dunque col risparmiare una parte di alimento e accontentarsi del più comune, riserbarsene una porzione del più scelto da contrattare in altri usi. Questa è la prima origine d’ogni profitto, da cui scaturiscono successivamente i primi guadagni onde supplire agli altri bisogni.

23. Questi ultimi producitori rappresentano dunque realmente il travaglio e le fatiche di tutte le altre classi prese insieme; dunque questa classe debb’essere necessariamente la più numerosa. Ma siccome ella medesima per i bisogni più grossolani della vita ha duopo di molte altre, come per esempio di quelle che forniscono il vestito o simili, così dietro la prima, la più numerosa sarà quella che somministra le cose più necessarie agli uomini dopo l’alimento, appunto perchè fu immediata rappresentatrice di quello; e così discorrendo di mano in mano si arriverà a questa non volgare osservazione, che le classi delle persone che travagliano debbano essere tanto meno popolate, quanto è maggiore la loro distanza dalle classi immediatamente alimentatrici. Da qui si vede la mutua dipendenza di tutte le arti, che a guisa di piramide non a disuguali ammucchiamenti debbono essere elevate ed incoraggite dal saggio legislatore. Ben è vero, che essendo fattizia e non stabilita nella natura delle cose la divisione delle nazioni, il travaglio non rappresenta solamente la quantità di cose consumabili prodotta dal proprio paese, ma ancora quella che è prodotta da un altro; onde, consumate le cose del paese proprio, il soverchio delle opere e delle fatiche delle diverse classi rappresenterà la quantità delle cose consumabili che possono fornire le nazioni per le quali si travaglia. Ciò nonostante, se noi considereremo le terre forastiere somministranti l’alimento rappresentatore del soverchio travaglio di una nazione, come facienti realmente un corpo solo colle terre alimentatrici della nazione medesima, noi troveremo sempre la classe producente l’alimento la più numerosa, e la classe lavoratrice la meno numerosa, in proporzione della distanza sua della produzione immediata dell’alimento medesimo. Il soverchio dunque del travaglio sopra del bisogno della propria nazione le sarà tanto più utile, quanto questo soverchio sarà nelle classi sempre più vicine a rappresentar la propria proporzionata quantità di alimento. Primo, perchè essendo queste le più numerose, la distribuzione degli utili cadrà sopra un maggior numero di persone, il che servirà ad incoraggire più immediatamente i lavori più necessarj e più utili. Secondo, perchè l’accrescimento delle arti inferiori, cioè più vicine alla produzione dell’alimento, anima le superiori; ma l’accrescimento di queste non anima egualmente quelle. La superiorità de’ loro guadagni mettendole nel caso di supplire fuori di Stato alla più parte dei bisogni, le classi loro intermedie possono essere forastiere piuttosto che nazionali, ed essere più utili all’altrui che alla propria nazione.

24. Da questi ragionamenti, i quali spero che colla loro fecondità ne compenseranno la astrusità apparente, che coi futuri dettagli svanirà del tutto, da questi, dico, ne nascono due importantissime conseguenze:

i. Che le classi operatrici sono ancora tanto più utili, quanto più sono inanellate l’una dentro l’altra, in quella proporzione che abbiamo già divisata, perchè allora solo producono la massima quantità e varietà di travaglio utile, e perciò la massima e la più giusta distribuzione di alimento. Quindi, fuori di questi casi, le classi che non sono comprese in questa catena non interrotta di opere e di lavori, non sono utili e da proteggersi se non in proporzione della necessità loro, o in quanto contribuiscono ad animare la serie delle classi operatrici ed alimentatrici.

ii. Che l’aumento della popolazione aumenta il travaglio, perchè la sempre presente necessità della sussistenza, e l’abitudine cara e quasi indistruttibile degli uomini al suolo natale gli agita per ogni verso e li stimola a procacciarsi i mezzi più sicuri per vivere, quando viziose cagioni politiche non consacrino l’inerzia e premiino la indolenza, o non irritino gli uomini alle emigrazioni. Con più sicura ragione però si può dire: che la quantità di travaglio aumenta piuttosto la popolazione, che non la popolazione la quantità di travaglio; perchè la maggiore quantità di travaglio rappresenta un maggior numero d’alimenti, e la quantità del po- polo è proporzionata sempre alla quantità dell’alimento: dove questo è facile e sovrabbondante, il popolo v’accorre da tutte le parti al di fuori, e dentro l’invincibile istinto propagatore non trova ostacoli fisici a svilupparsi, quando i morali non si oppongano alle forze perpetuatrici della natura. La soverchia popolazione può essere a carico della nazione quando non sia l’effetto dell’accresciuta quantità di travaglio, perchè l’alimento del soverchio ozioso sarà a spese dell’utile; ma la popolazione, comunque grande si supponga, sarà sempre vantaggiosa a sè medesima quando sia l’effetto dell’aumentata quantità di travaglio, perchè allora col numero crescono i mezzi della sussistenza e felicità di ciascuno.

25. Ho detto che nello stimare il travaglio è necessario aver riguardo al tempo in cui dura il travaglio medesimo, perchè l’alimento è un bisogno costante e periodico: bisogna ancora parimenti aver riguardo al tempo del travaglio delle arti inferiori fino all’ultima. Sonovi pure alcune altre considerazioni che entrano nella stima del travaglio; per esempio, la maggiore o minore quantità dell’opera stessa, e la maggiore o minore capacità che vi si richiede; i pericoli e i rischj che si corrono nel travagliarla, sia per la fragilità della materia prima, sia per qualche circostanza estrinseca o intrinseca che la rende mal sana o nociva. Ho detto nello stimare il travaglio, perchè altre considerazioni entrano nella stima delle cose, come l’abbondanza o scarsezza di quelle, la maggiore o minore ricerca, il trasporto, ed altre quantità per le quali si determina il valor relativo, di cui parleremo a suo luogo.

26. Non è dunque possibile il fissar con precisione aritmetica il valore intrinseco delle fatiche degli uomini. Un tal valore varia secondo la varia bontà delle terre, e secondo la varia maniera di vivere di quelli che le lavorano o fanno lavorare, degli artigiani che ne manifatturano i prodotti, dei proprietarj delle terre che fanno valere e le terre e i prodotti medesimi; e queste differenti maniere di vivere dipendono dalle circostanze fisiche e morali d’ogni paese. Perchè un tal calcolo potesse accostarsi alla matematica precisione sarebbe necessario: prima, un esatto catastro di tutte le terre e della quantità media degli annui loro pro- dotti; 2° un numero esatto di tutta la popolazione, distinta e numerata per le di lei diverse classi; 3° il valore del mantenimento e la quantità dell’annuo travaglio di ciascun artigiano. Volendosi, per esempio, sapere il valore adeguato del travaglio d’un agricoltore, bisognerà prima cercare un villaggio ove le terre siano di mezzana bontà; distinguere i lavoratori capaci di lavorare da quelli che non lo sono, come il fanciullo ed il vecchio decrepito che sono dai primi mantenuti; esaminare quanta estensione di terreno lavora ciascheduno d’essi, e la quantità di prodotto d’un tal terreno; separare il di lui alimento, quello delle persone, alla mancanza del lavoro delle quali egli deve supplire, il prezzo dell’alloggio, del vestito di tutte queste persone, e il prezzo di tutte le masserizie più grossolane, siano dimestiche, siano da lavoro, da ciò che egli paga al padrone della terra ed al sovrano. Per valutare il vestito, l’alloggio ec. di questi lavoratori, cioè per sapere a quanto di alimenti o di cose consumabili corrispondano, conviene paragonare la somma dei bisogni secondarj, cioè di quelli che non sono alimento degli agricoltori, colla quantità del lavoro dei manifattori immediati. Il valore del travaglio d’un vestito il più grossolano e rozzo dell’ultimo lavoratore di terra deve rappresentare quelle porzioni d’alimento del pastore delle pecore, del cardatore della lana, quelle del filatore, del tintore, del tessitore del panno, quelle del sartore, che corrispondano al tempo che hanno impiegato a contribuire ad una tale operazione.

Io ho voluto a bella posta entrare in qualche dettaglio su questa interessante discussione, in primo luogo per indicare la necessità e la massima importanza di avere un’esatta notomia di tutte le minute fibre del corpo politico, ed un’analisi esatta della nazione, e che da ciò solo dipende la sicurezza e l’ordine che si deve tenere nelle operazioni politiche destinate ad incoraggire il travaglio degli abitatori; in secondo luogo, per far vedere che alcune teorie non sembrano a taluno troppo metafisiche ed aeree, se non per altro, perchè non hanno l’abitudine di racchiudere sotto nomi generali la folla de’ particolari, mancando di quell’attenzione che si richiede a scorgere le somiglianze e i rapporti occulti delle cose.

27. Dalle precedenti deduzioni noi caveremo due generali corollarj, di cui faremo uso nel progresso. — i. Che le arti fra le nazioni sono ordinariamente proporzionate al bisogno che se ne ha, e che per accrescere queste arti fa duopo accrescere i bisogni corrispondenti ed i mezzi onde nutrirle, sia incoraggiandoli cogli esempj e coi premj, rare volte coi comandi, sia levando gli ostacoli al naturale progresso dei bisogni medesimi.

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