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Galateo ovvero de' costumi

Giovanni Della Casa · 1855 · Free in the US

24,370 words · about 1 h 42 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1855 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Galateo_ovvero_de'_costumi&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Giovanni Della Casa
Language
Italian
Published
1855
Length
24,370 words · about 1 h 42 min
Sections
33 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (33)
  1. Front matter under 1 min
  2. Capitolo II about 1 min
  3. Capitolo III about 4 min
  4. Capitolo IV about 3 min
  5. Capitolo VI about 2 min
  6. Capitolo VII about 2 min
  7. Capitolo VIII about 4 min
  8. Capitolo IX about 2 min
  9. Capitolo XI about 3 min
  10. Capitolo XII about 2 min
  11. Capitolo XIII about 4 min
  12. Capitolo XIV about 3 min
  13. Capitolo XV about 1 min
  14. Capitolo XVI about 8 min
  15. Capitolo XVII about 2 min
  16. Capitolo XVIII about 4 min
  17. Capitolo XIX about 4 min
  18. Capitolo XX about 3 min
  19. Capitolo XXI about 3 min
  20. Capitolo XXII about 7 min
  21. Capitolo XXIII about 4 min
  22. Capitolo XXIV about 4 min
  23. Capitolo XXV about 6 min
  24. Capitolo XXVI about 2 min
  25. Capitolo XXVII about 1 min
  26. Capitolo XXVIII about 6 min
  27. Capitolo XXIX about 5 min
  28. Capitolo XXX about 3 min
  29. Capitolo I about 3 min
  30. Lettere dedicatoria di Erasmo Gemini a Girolamo Quirino about 3 min
  31. Lettera dedicatoria di Erasmo Gemini ai lettori about 3 min
  32. Capitolo V about 2 min
  33. Capitolo X about 1 min

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Indice

Capitolo II

Cap. II. In che consista l’essere scostumato: quali atti sieno spiacevoli a que’ co’ quali si usa. Si dividono questi secondo il numero delle potenze dell’anima, alle quali si può render noia.

7. Il che acciocchè tu più agevolmente apprenda di fare, dèi sapere, che a te convien temperare e ordinare i tuoi modi, non secondo il tuo arbitrio, ma secondo il piacer di coloro co’ quali tu usi, ed a quello indirizzargli; e ciò si vuol fare mezzanamente: perciocchè chi si diletta di troppo secondare il piacere altrui nella conversazione e nella usanza, pare piuttosto buffone o giocolare, o per avven- tura lusinghiero, che costumato gentiluomo; siccome per lo contrario chi di piacere o di dispiacere altrui non si dà alcuno pensiero, è zotico e scostumato e disavvenente.

8. Adunque conciossiachè le nostre maniere sieno allora dilettevoli, quando noi abbiamo risguardo allo altrui e non al nostro diletto; se noi investigheremo quali sono quelle cose che dilettano generalmente il più degli uomini, e quali quelle che noiano; potremo agevolmente trovare quali modi sieno da schifarsi nel vivere con esso loro, e quali sieno da eleggersi.

9. Diciamo adunque, che ciascuno atto che è di noia ad alcuno de’ sensi, e ciò che è contrario all’appetito, ed oltre a ciò quello che rappresenta alla immaginazione cose male da lei gradite, e similmente ciò che lo ’ntelletto ave a schifo, spiace e non si dee fare.

Capitolo III

Cap. III. Si principia a trattare di ciò che rende noia a’ sensi, e per mezzo loro alla immaginazione, ed alcuna cosa anche all’appetito.

10. Perciocchè non solamente non sono da fare in presenza degli uomini le cose laide o fetide o schife o stomachevoli, ma il nominarle anco si disdice; e non pure il farle e il ricordarle dispiace, ma eziandio il ridurle nella immaginazione altrui con alcun atto, suol forte noiar le persone. 11. E perciò sconcio costume è quello di alcuni che in palese si pongono le mani in qual parte del corpo vien loro voglia.

12. Similmente non si conviene a gentiluomo costumato apparecchiarsi alle necessità naturali nel conspetto degli uomini; nè quelle finite, rivestirsi nella loro presenza. Nè pure quindi tornando, si laverà egli, per mio consiglio, le mani dinanzi ad onesta brigata; conciossiachè la cagione, per la quale egli se le lava, rappresenti nella immaginazione di coloro alcuna bruttura.

13. E per la medesima cagione non è dicevol costume, quando ad alcuno vien veduto per via (come occorre alle volte) cosa stomachevole, il rivolgersi a’ compagni e mostrarla loro. E molto meno il porgere altrui a fiutare. alcuna cosa puzzolente, come alcuni sogliono fare con grandissima instanza, pure accostandocela al naso, e dicendo: Deh sentite di grazia, come questo pute! anzi dovrebbon dire: Non lo fiutate perciocchè pute.

14. E come questi e simili modi noiano quei sensi a’ quali appartengono, così il dirugginare i denti, il sufolare, lo stridere, e lo stropicciar pietre aspre, e il fregar ferro, spiace agli orecchi, e deesene l’uomo astenere più che può. E non sol questo, ma deesi l’uomo guardare di cantare, specialmente solo, se egli ha la voce discordata e difforme; dalla qual cosa pochi sono che si riguardino: anzi pare, che chi meno è a ciò atto naturalmente più spesso il faccia.

15. Sono ancora di quelli che tossendo o starnutendo fanno sì fatto lo strepito, che assordano altrui; e di quelli che in simili atti, poco discretamente usandoli, spruzzano nel viso a’ circostanti.

16. E truovasi anco tale che, sbadigliando, urla o ragghia come asino. E tale con la bocca tuttavia aperta vuol pur dire e seguitare suo ragionamento; e manda fuori quella voce, o piuttosto quel romore che fa il mutolo, quando egli si sforza di favellare: le quali sconce maniere si voglion fuggire, come noiose allo udire e al vedere.

17. Anzi dee l’uomo costumato astenersi dal molto sbadigliare, oltra le predette cose. ancora perciocchè pare che venga da un cotal rincrescimento e da tedio; e che colui, che così spesso sbadiglia, amerebbe di esser piuttosto in altra parte che quivi; e che la brigata ove egli è, ed i ragionamenti ed i modi loro gli rincrescano. E certo, comechè l’uomo sia il più del tempo acconcio a sbadigliare: nondimeno, se egli è soprappreso da alcun diletto, o da alcun pensiero, egli non ha mente di farlo; ma scioperato essendo ed accidioso, facilmente se ne ricorda; e perciò quando altri sbadiglia colà dove sieno persone oziose e senza pensiero, tutti gli altri, come tu puoi aver veduto far molte volte, risbadigliano incontinente; quasi colui abbia loro ridotto a memoria quello che eglino arebbono prima fatto, se essi se ne fossono ricordati. E ho io sentito molte volte dire a savi letterati, che tanto viene a dire in latino sbadigliante, quanto neghittoso e trascurato. Vuolsi adunque fuggire questo costume, spiacevole, come io ho detto, agli occhi ed all’udire ed allo appetito; perciocchè usandolo, non solo facciamo segno che la compagnia, con la qual dimoriamo, ci sia poco a grado, ma diamo ancora alcun indizio cattivo di noi medesimi; cioè di avere addormentato animo e sonnacchioso; la qual cosa ci rende poco amabili a coloro co’ quali usiamo.

18. Non si vuole anco, soffiato che tu ti sarai il naso, aprire il moccichino e guatarvi entro, come se perle o rubini ti dovessero esser discesi dal celabro; chè sono stomachevoli modi, ed atti a fare, non che altri ci ami, ma che se alcuno ci amasse, si disinnamori: siccome testimonia lo spirito del Labirinto (chi che gli si fosse), il quale per ispegnere l’amore onde messer ardea di quella sua male da lui conosciuta donna, gli racconta, com’ella covava la cenere, sedendosi in sulle calcagna, e tossiva ed isputava farfalloni.

19. Sconvenevol costume è anco, quando alcuno mette il naso in sul bicchier del vino che altri ha a bere, o su la vivanda che altri dee mangiare, per cagion di fiutarla: anzi non vorrei io, che egli fiutasse pur quello che egli stesso dee bersi, o mangiarsi; posciachè dal naso possono cader di quelle cose che l’uom ave a schifo, eziandio che allora non caggiano. Nè, per mio consiglio, porgerai tu a bere altrui quel bicchiere di vino al quale tu arai posto bocca, ed assaggiatolo; salvo se egli non fosse teco più che domestico. E molto meno si dee porgere pera, o altro frutto, nel quale tu arai dato di morso. E non guardare, perchè le sopraddette cose ti paiono di picciolo momento; perciocchè anco le leggieri percosse, se elle sono molte, sogliono uccidere.

Capitolo IV

Cap. IV. Per far conoscere, quanto non sieno da trascurarsi le minute cose, delle quali ha parlato, racconta l’autore ciò, che fece M. Galateo col conte Riccardo per comando del Vescovo di Verona.

20. E sappi che in Verona ebbe già un vescovo molto savio di scrittura, e di senno naturale, il cui nome fu messer Giovanni Matteo Giberti; il quale, fra gli altri suoi laudevoli costumi, si fu cortese e liberale assai a’ nobili gentiluomini che andavano e venivano a lui, onorandogli in casa sua con magnificenza non soprabbondante, ma mezzana, quale convien a cherico. Avvenne, che passando in quel tempo di là un nobile uomo, nomato conte Riccardo, egli si dimorò più giorni col vescovo, e con la famiglia di lui; la quale era per lo più di costumati uomini e scienziati; e perciocchè gentilissimo cavaliere parea loro, e di bellissime maniere, molto lo commendarono ed apprezzarono, se non che un picciolo difetto avea ne’ suoi modi; del quale essendosi il vescovo, che intendente signore era, avveduto ed avutone consiglio con alcuno de’ suoi domestichi; proposero che fosse da farne avveduto il conte, comecchè temessero di fargliene noia. Per la qual cosa, avendo già il conte preso commiato, e dovendosi partir la mattina vegnente; il vescovo, chiamato un suo discreto famigliare, gl’impose, che montato a cavallo col conte, per modo di accompagnarlo, se ne andasse con essolui alquanto di via; e quando tempo gli paresse, per dolce modo gli venisse dicendo quello che essi aveano proposto tra loro. Era il detto famigliare uomo già pieno d’anni, molto scienziato, e oltre ad ogni credenza piacevole e ben parlante e di grazioso aspetto; e molto avea de’ suoi dì usato alle corti de’ gran signori; il quale fu, e forse ancora è chiamato M. Galateo; a petizion del quale, e per suo consiglio, presi io da prima a dettar questo presente Trattato. Costui ca- valcando col conte, lo ebbe assai tosto messo in piacevoli ragionamenti, e di uno in altro passando, quando tempo gli parve di dover verso Verona tornarsi, pregandonelo il conte ed accomiatandolo, con lieto viso gli venne dolcemente così dicendo: «Signor mio, il vescovo mio signore rende a V. S. infinite grazie dell’onore che egli ha da voi ricevuto; il quale degnato vi siete di entrare e di soggiornar nella sua piccola casa; ed oltre a ciò in riconoscimento di tanta cortesia da voi usata verso di lui, mi ha imposto che io vi faccia un dono per sua parte; e caramente vi manda pregando, che vi piaccia di riceverlo con lieto animo; ed il dono è questo: Voi siete il più leggiadro ed il più accostumato gentiluomo che mai paresse al vescovo di vedere; per la qual cosa avendo egli attentamente risguardato alle vostre maniere, ed esaminatole partitamente, niuna ne ha tra loro trovata che non sia sommamente piacevole e commendabile, fuori solamente un atto difforme che voi fate con le labbra e con la bocca, masticando alla mensa con un nuovo strepito molto spiacevole ad udire: questo vi manda significando il vescovo, e pregandovi, che voi v’ingegniate del tutto di rimanervene; e che voi prendiate in luogo di caro dono la sua amorevole riprensione ed avvertimen- to; perciocchè egli si rende certo, niuno altro al mondo essere che tale presente vi facesse.» Il conte, che del suo difetto non si era ancora mai avveduto, udendoselo rimproverare, arrossò così un poco; ma come valente uomo, assai tosto ripreso cuore, disse: «Direte al vescovo, che se tali fossero tutti i doni che gli uomini si fanno infra di loro, quale il suo è, eglino troppo più ricchi sarebbono, che essi non sono; e di tanta sua cortesia e liberalità verso di me ringraziatelo senza fine, assicurandolo, che io del mio difetto senza dubbio per innanzi bene e diligentemente mi guarderò; ed andatevi con Dio.»

Capitolo VI

Cap. VI. Per passare l’autore a parlare di ciò, che spiace all’appetito, spiega prima cosa appetiscano gli uomini nel comunicare insieme. Quali cose deggiano schivarsi, perchè dinotano poca stima della conversazione.

26. Tu dei sapere, che gli uomini naturalmente appetiscono più cose e varie; perciocchè alcuni vogliono soddisfare all’ira, alcuni alla gola, altri alla voluttà, ed altri alla avarizia, ed altri ad altri appetiti: ma in comunicando solamente infra di loro, non pare che chieggano, nè possano chiedere, nè appetire alcuna delle sopradette cose; conciossiachè elle non consistano nelle maniere, o ne’ modi e nel favellar delle persone, ma in altro. Appetiscono adunque quello che può conceder loro questo atto del comunicare insieme; e ciò pare che sia benevolenza, onore e sollazzo; o alcuna altra cosa a queste simigliante. Perchè non si dee dire, nè fare cosa, per la quale altri dia segno di poco amare o di poco apprezzar coloro co’ quali si dimora. Laonde poco gentil costume pare che sia quello che molti sogliono usare, cioè di volentieri dormirsi colà dove onesta brigata si segga e ragioni; perciocchè così facendo dimostrano, che poco gli apprezzino, e poco lor caglia di loro e de’ loro ragionamenti; senza che, chi dorme, massimamente stando a disagio, come a coloro convien fare, suole il più delle volte fare alcuno atto spiacevole ad udire o a vedere; e bene spesso questi cotali si risentono sudati e bavosi.

27. E per questa cagione medesima il drizzarsi, ove gli altri seggano e favellino, e passeggiare per la camera, pare noiosa usanza. Sono ancora di quelli che così si dimenano e scontorconsi e prostendonsi e sbadigliano, rivolgendosi ora in su l’un lato ed ora in su l’altro, che pare che gli pigli la febbre in quell’ora: segno evidente, che quella brigata, con cui sono, rincresce loro.

28. Male fanno similmente coloro che ad ora ad ora si traggono una lettera della scarsella e la leggono. Peggio ancora fa chi, tratte fuori le forbicine, si dà tutto a tagliarsi le unghie; quasi che egli abbia quella brigata per nulla, e però si procacci d’altro sollazzo per trapassare il tempo.

29. Non si deono anco tener quei modi che alcuni usano; cioè cantarsi fra’ denti, o sonare il tamburino con le dita, o dimenare le gambe; perciocchè questi così fatti modi mostrano, che la persona sia non curante d’altrui.

30. Oltre a ciò non si vuol l’uom recare in guisa, che egli mostri le spalle altrui; nè tenere alto l’una gamba sì, che quelle parti, che i vestimenti ricuoprono, si possano vedere; perciocchè cotali atti non si soglion fare, se non tra quelle persone che l’uom non riverisce. Vero è, che se un signor ciò facesse dinanzi ad alcuno de’ suoi famigliari, o ancora in presenza di un amico di minor condizione di lui, mostrerebbe non superbia, ma amore e dimestichezza.

31. Dee l’uomo recarsi sopra di sè; e non appoggiarsi, nè aggravarsi addosso altrui.

32. E quando favella, non dee punzecchiare altrui col gomito, come molti soglion fare ad ogni parola, dicendo: — Non dissi io vero? eh voi? eh messer tale? e tuttavia vi frugano col gomito.

Capitolo VII

Cap. VII. Come debba ognuno vestire per non mostrare dispregio degli altri.

33. Ben vestito dee andar ciascuno, secondo sua condizione, e secondo sua età; perciocchè, altrimenti facendo, pare che egli sprezzi la gente. E perciò solevano i cittadini di Padova prendersi ad onta, quando alcun gentiluomo viniziano andava per la loro città in saio: quasi gli fosse avviso di essere in contado E non solamente vogliono i vestimenti essere di fini panni; ma si dee l’uomo sforzare di ritrarsi più che può al costume degli altri cittadini, e lasciarsi volgere alle usanze; comecchè forse meno comode o meno leggiadre che le antiche per avventura non erano, o non gli parevano a lui. E se tutta la tua città averà tonduti i capelli, non si vuol portar la zazzera; o dove gli altri cittadini sieno con la barba, tagliarlati tu; perciocchè questo è un contraddire agli altri; la qual cosa, cioè il contraddire nel costumar con le persone, non si dee fare se non in caso di necessità, come noi diremo poco appresso; imperocchè questo, innanzi ad ogni altro cattivo vezzo, ci rende odiosi al più delle persone. Non è adunque da opporsi alle usanze comuni in questi cotali fatti, ma da secondarle mezzanamente; acciocchè tu solo non sii colui che nelle tue contrade abbia la guarnaccia lunga fino in sul tallone, ove tutti gli altri la portino cortissima poco più giù che la cintura: perciocchè, come avviene a chi ha il viso forte ricagnato (che altro non è a dire, che averlo contra l’usanza, secondo la quale la natura gli fa ne’ più), che tutta la gente si rivolge a guatar pur lui; così interviene a coloro che vanno vestiti non secondo l’usanza de’ più, ma secondo l’appetito loro, e con belle zazzere lunghe; o che la barba hanno raccorciata o rasa; o che portano le cuffie, o certi berrettoni grandi alla tedesca, che ciascuno si volge a mirarli, e fassi loro cerchio, come a coloro i quali pare che abbiano preso a vincere la pugna incontro a tutta la contrada ove essi vivono.

34. Vogliono essere ancora le veste asset- tate, e che bene stiano alla persona; perchè coloro che hanno le robe ricche e nobili, ma in maniera sconce che elle non paiono fatte a lor dosso, fanno segno dell’una delle due cose; o che eglino niuna considerazione abbiano di dover piacere, nè dispiacere alle genti, o che non conoscano, che si sia nè grazia, nè misura alcuna. Costoro adunque co’ loro modi generano sospetto negli animi delle persone con le quali usano, che poca stima facciano di loro; e perciò sono mal volentier ricevuti nel più delle brigate, e poco cari avutivi.

Capitolo VIII

Cap. VIII. Di quelli che sconciano ogni compagnia, e dei ritrosi e strani. Quanto sia odiosa la superbia, e come si debba schivare ogni cosa, che a superbia possa attribuirsi.

35. Sono poi certi altri che più oltre procedono che la sospezione; anzi vengono a’ fatti e alle opere sì, che con esso loro non si può durare in guisa alcuna; perciocchè eglino sempre sono l’indugio, lo sconcio e il disagio di tutta la compagnia; i quali non sono mai presti, mai sono in assetto, nè mai a lor senno adagiati: anzi quando ciascuno è per ire a tavola, e sono preste le vivande, e l’acqua data alle mani, essi chieggono che loro sia portato da scrivere o da orinare, o non hanno fatto esercizio; e dicono: — Egli è buon’ora: ben potete indugiare un poco sì: che fretta è questa stamane? — E tengono impacciata tutta la brigata, siccome quelli che hanno riguardo solo a se stessi e all’agio loro, e d’altrui niuna considerazione cade loro nell’animo. Oltre a ciò vogliono in ciascuna cosa essere avvantaggiati dagli altri, e coricarsi ne’ miglior letti e nelle più belle camere, e sedersi ne’ più comodi e più orrevoli luoghi, e prima degli altri essere serviti e adagiati; a’ quali niuna cosa piace giammai, se non quello che essi hanno divisato; a tutte le altre torcono il grifo, e par loro di dover essere attesi a mangiare, a cavalcare, a giucare, a sollazzare.

36. Alcuni altri sono si bizzarri e ritrosi e strani, che niuna cosa a lor modo si può fare, e sempre rispondono con mal viso, che che loro si dica; e mai non rifinano di garrire a’ fanti loro e di sgridargli; e tengono in continua tribolazione tutta la brigata: — A bell’ora mi chiamasti stamane! Guata qui, come tu nettasti bene questa scarpetta! E anco non venisti meco alla chiesa! Bestia: io non so a che io mi tenga, che io non ti rompa cotesto mostaccio. — Modi tutti sconvenevoli e dispettosi, i quali si deono fuggire come la morte; perciocchè quantunque l’uomo avesse l’animo pieno di umiltà, e tenesse questi modi, non per malizia ma per trascuraggine e per cattivo uso; nondimeno perchè egli si mostrerebbe superbo negli atti di fuo- ri, converrebbe ch’egli fosse odiato dalle persone: imperocchè la superbia non è altro che il non istimare altrui; e, come io dissi da principio, ciascuno appetisce di essere stimato, ancora che egli nol vaglia.

37. Egli fu, non ha gran tempo, in Roma un valoroso uomo, e dotato di acutissimo ingegno e di profonda scienza, il quale ebbe nome messer Ubaldino Bandinelli. Costui solea dire, che qualora egli andava o veniva da palagio, come che le vie fossero sempre piene di nobili cortigiani e di prelati e di signori, e parimente di poveri uomini, e di molta gente mezzana e minuta; nondimeno a lui non parea d’incontrar mai persona che da più fosse, nè da meno di lui: e senza fallo pochi ne poteva vedere che quello valessero che egli valea; avendo risguardo alla virtù di lui, che fu grande fuor di misura.

38. Ma tuttavia gli uomini non si deono misurare in questi affari con sì fatto braccio; e deonsi piuttosto pesare con la stadera del mugnaio, che con la bilancia dell’orafo: ed è convenevol cosa lo esser presto di accettarli, non per quello che essi veramente vagliono, ma, come si fa delle monete, per quello che corrono. Niuna cosa è adunque da fare nel cospetto delle persone, alle quali noi desideriamo di piacere, che mostri piuttosto signoria che compagnia: anzi vuole ciascun nostro atto avere alcuna significazione di riverenza e di rispetto verso la compagnia nella quale siamo.

39. Per la qual cosa quello che fatto a convenevol tempo non è biasimevole, per rispetto al luogo e alle persone è ripreso: come il dir villania a’ famigliari e lo sgridargli; della qual cosa facemmo di sopra menzione; e molto più il battergli; conciossiachè ciò fare è uno imperiare ed esercitare sua giurisdizione; la qual cosa niuno suol fare dinanzi a coloro ch’egli riverisce, senza che se ne scandalezzi la brigata, e guastisene la conversazione; e maggiormente se altri ciò farà a tavola, che è luogo d’allegrezza e non di scandalo. Sicchè cortesemente fece Currado Gianfigliazzi di non multiplicare in novelle con Chichibio, per non turbare i suoi forestieri, comechè egli grave castigo avesse meritato, avendo piuttosto voluto dispiacere al suo signore che alla Brunetta: e se Currado avesse fatto ancora meno schiamazzo, che non fece, più sarebbe stato da commendare: chè già non conveniva chiamar Domeneddio, che entrasse per lui mallevadore delle sue minacce, siccome egli fece. Ma tornando alla nostra materia, dico, che non istà bene, che altri si adiri a tavola, che che si avvenga; e adirandosi, nol dee mostrare, nè del suo cruccio dee fare alcun segno, per la cagion detta dinanzi: e massimamente se tu arai forestieri a mangiar con esso teco; perciocchè tu gli hai chiamati a letizia ed ora gli attristi; conciossiachè, come gli agrumi, che altri mangia te veggente, allegano i denti anco a te, così il vedere che altri si cruccia, turba noi.

Capitolo IX

Cap. IX. Quanto la ritrosia alieni l’animo altrui: che bisogna mostrare di portare amore agli altri e di curare l’amor loro.

40. Ritrosi sono coloro che vogliono ogni cosa al contrario degli altri: siccome il vocabolo medesimo dimostra; chè tanto è a dire a ritroso, quanto a rovescio. Come sia adunque utile la ritrosia a prendere gli animi delle persone e a farsi ben volere, lo puoi giudicare tu stesso agevolmente; posciachè ella consiste in opporsi al piacere altrui; il che suol fare l’uno inimico all’altro, e non gli amici infra di loro. Perchè sforzinsi di schifar questo vizio coloro che studiano di esser cari alle persone; perciocchè egli genera non piacere ne benivolenza, ma odio e noia: anzi conviensi fare dell’altrui voglia suo piacere, dove non segua danno o vergogna; ed in ciò, fare sempre e dire piuttosto a senno d’altri, che a suo.

41. Non si vuole essere nè rustico, strano, ma piacevole e domestico, perciocchè niuna differenza sarebbe dalla mortine al pugni- topo, se non fosse che l’una è domestica e l’altro salvatico.

42. E sappi che colui è piacevole, i cui modi sono tali nella usanza comune, quali costumano di tenere gli amici infra di loro; laddove chi è strano, pare in ciascun luogo straniero, che tanto viene a dire, come forestiero siccome i domestici uomini per lo contrario pare che sieno ovunque vadano, conoscenti ed amici di ciascuno.

43. Per la qual cosa conviene che altri si avvezzi a salutare e favellare e rispondere per dolce modo, e dimostrarsi con ognuno quasi terrazzano e conoscente; il che male sanno fare alcuni che a nessuno mai fanno buon viso, e volentieri ad ogni cosa dicon di no; e non prendono in grado nè onore, nè carezza che loro si faccia, a guisa di gente, come detto è straniera e barbara: non sostengono di essere visitati, ed accompagnati; e non si rallegrano dei motti, nè delle piacevolezze, e tutte le profferte rifiutano. — Messer tale m’impose dianzi, che io vi salutassi per sua parte. — Che ho io a fare de’ suoi saluti? — E messer cotale mi dimandò come voi stavate. — Venga, e sì mi cerchi il polso. — Sono adunque costoro meritamente poco cari alle persone.

44. Non istà bene di essere maninconoso, nè astratto laddove tu dimori: e comechè for- se ciò sia da comportare a coloro che per lungo spazio di tempo sono avvezzi nelle speculazioni delle arti che si chiamano, secondo che io ho udito dire, liberali; agli altri senza alcun fallo non si dee consentire: anzi quelli stessi, qualora vogliono pensarvi, farebbon gran senno a fuggirsi dalla gente.

Capitolo XI

Cap. XI. Di quali materie dobbiamo astenerci di favellare per non recar noia.

46. Nel favellare si pecca in molti e vari modi; e primieramente nella materia che si propone, la quale non vuole essere frivola, nè vile: perciocchè gli uditori non vi badano; e perciocchè non ne hanno diletto, anzi scherniscono i ragionamenti ed il ragionatore insieme. Non si dee anco pigliar tema molto sottile, nè troppo isquisito; perciocchè con fatica si intende dai più. Vuolsi diligentemente guardare di far la proposta tale, che niuno della brigata ne arrossisca o ne riceva onta. Nè di alcuna bruttura si dee favellare (comechè piacevole cosa paresse ad udire); perciocchè alle oneste persone non istà bene studiar di piacer altrui, se non nelle oneste cose.

47. Nè contra Dio, nè contra Santi, nè daddovero, nè motteggiando, si dee mai dire alcuna cosa; quantunque per altro fosse leggiadra e piacevole. Il qual peccato assai sovente commise la nobil brigata del nostro messer ne’ suoi ragionamenti sì, che ella merita bene di esserne agramente ripresa da ogni intendente persona. E nota che il parlar di Dio gabbando, non solo è difetto di scellerato uomo ed empio, ma egli è ancora vizio di scostumata persona; ed è cosa spiacevole ad udire: e molti troverai che si fuggiranno di là dove si parli di Dio sconciamente. E non solo di Dio si conviene parlare santamente; ma in ogni ragionamento dee l’uomo schifare quanto può, che le parole non siano testimonio contra la vita e le opere sue; perciocchè gli uomini odiano in altrui eziandio i loro vizi medesimi. Simigliantemente si disdice il favellare delle cose molto contrarie al tempo ed alle persone che stanno ad udire: eziandio di quelle che per sè, ed a suo tempo dette, sarebbono e buone e sante. Non si raccontino adunque le prediche di frate Nastagio alle giovani donne, quando elle hanno voglia di scherzarsi; come quel buon uomo, che abitò non lungi da te vicino a s. Brancazio, faceva.

48. Nè a festa, nè a tavola si raccontino istorie maninconose; nè di piaghe, nè di malattie, nè di morti o di pestilenzie, nè di altra dolorosa materia si faccia menzione o ricordo: anzi se altri in sì fatte rammemorazioni fosse caduto, si dee per acconcio modo e dolce scambiargli quella materia; e mettergli per le mani più lieto e più convenevole soggetto; quantunque, secondo che io udii già dire ad un valente uomo nostro vicino, gli uomini abbiano molte volte bisogno sì di lagrimare, come di ridere. E per tal cagione egli affermava essere state da principio trovate le dolorose favole, che si chiamarono tragedie; acciocchè raccontate ne’ teatri, come in quel tempo si costumava di fare, tirassero le lagrime agli occhi di coloro che avevano di ciò mestiere; e così eglino piangendo, della loro infirmità guarissero. Ma, come ciò sia, a noi non istà bene di contristare gli animi delle persone con cui favelliamo; massimamente colà dove si dimori per aver festa e sollazzo, e non per piagnere: che se pure alcuno è che infermi per vaghez- za di lagrimare, assai leggier cosa fia di medicarlo con la mostarda forte; o porlo in alcun luogo al fumo. Per la qual cosa in niuna maniera si può scusare il nostro Filostrato della proposta che egli fece piena di doglia e di morte a compagnia di nessun’altra cosa vaga, che di letizia. Conviensi adunque fuggire di favellare di cose maninconose, e piuttosto tacersi.

49. Errano parimente coloro che altro non hanno in bocca giammai, che i loro bambini e la donna e la balia loro: — Il fanciullo mio mi fece iersera tanto ridere: udite: voi non vedeste mai il più dolce figliuolo di Momo mio: la donna mia è cotale: la Cecchina disse: certo voi nol credereste del cervello che ell’ha. — Niuno è si scioperato, che possa nè rispondere, nè badare a sì fatte sciocchezze; e viensi a noia ad ognuno.

Capitolo XII

Cap. XII. Si riprova distintamente l’uso di raccontare i sogni nelle conversazioni.

50. Male fanno ancora quelli che tratto tratto si pongono a recitare i sogni loro con tanta affezione, e facendone sì gran maraviglia, che è uno isfinimento di cuore a sentirli: massimamente che costoro sono per lo più tali, che perduta opera sarebbe lo ascoltare qualunque s’è la loro maggior prodezza, fatta eziandio quando vegghiarono. Non si dee adunque noiare altrui con sì vile materia come i sogni sono, spezialmente sciocchi, come l’uom gli fa generalmente. E comechè io senta dire assai spesso, che gli antichi savi lasciarono ne’ loro libri più e più sogni scritti con alto intendimento e con molta vaghezza; non perciò si conviene a noi idioti, nè al comun popolo, di ciò fare ne’ suoi ragionamenti. E certo di quanti sogni io abbia mai sentito riferire, comechè io a pochi soffera di dare orecchio, niuno me ne parve mai d’udire che meritasse che per lui si rompesse silenzio; fuori solamente uno che ne vide il buon messer Flaminio Tomarozzo gentiluomo romano, e non mica idiota nè materiale, ma scienziato e di acuto ingegno: al quale, dormendo egli, pareva di sedersi nella casa di un ricchissimo speziale suo vicino; nella quale poco stante, qual che si fosse la cagione, levatosi ii popolo a romore, andava ogni cosa a ruba; e chi toglieva un lattovaro e chi una confezione, e chi una cosa e chi altra, e mangiavalasi di presente, sicchè in poco d’ora nè ampolla nè pentola nè bossolo né alberello vi rimanea che voto non fosse e rasciutto. Una guastadetta v’era assai picciola, e tutta piena di un chiarissimo liquore, il quale molti fiutarono, ma assaggiare non fu chi ne volesse, e non istette guari, che egli vide venire un uomo grande di statura, antico e con venerabile aspetto, il quale riguardando le scatole ed il vasellamento dello spezial cattivello, e trovando quale voto e quale versato, e la maggior parte rotto, e’ gli venne veduto la guastadetta che io dissi: perchè postalasi a bocca, tutto quel liquore si ebbe tantosto bevuto sì, che gocciola non ve ne rimase; e dopo questo se ne uscì quindi, come gli altri avean fatto: della qual cosa pareva a messer Flaminio di maravigliarsi grandemente: perchè rivolto allo speziale, gli addimandava: — Maestro questi chi è? e per qual cagione sì saporitamente l’acqua della guastadetta bevve egli tutta, la quale tutti gli altri aveano rifiutata? — A cui parea che lo speziale rispondesse: — Figliuolo, questi è Domeneddio; e l’acqua da lui solo bevuta, e da ciascun altro, come tu vedesti, schifata e rifiutata, fu la discrezione; la quale, siccome tu puoi aver conosciuto, gli uomini non vogliono assaggiare per cosa del mondo. —

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