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Indice
Prefazione
Nel ripublicare, corretta sopra i migliori testi, la principale fra le opere del Conte Baldassar Castiglione, alla quale va più particolarmente debitore dell’alta sua fama come scrittore, non è nostra intenzione di farla precedere dalla esposizione della vita e dall’esame degli altri scritti letterarii e politici dell’Autore; chè l’uno e l’altra aggiungeremo in luogo più opportuno dove ne publicheremo le Lettere, in parte inedite, e gli altri scritti latini e volgari. Crediamo tuttavia non inutile premettere al presente Volume alcuna parola intorno a questa sua opera, che fu accolta con universale applauso fino dal primo apparire, e che, unica nel suo genere in Italia, viene meritamente reputata fra le più leggiadre scritture che vanti la lingua nostra.
Movevasi il Castiglione, com’egli stesso riferisce, a scrivere il Dialogo del Cortegiano per la grata memoria degli anni passati a’ servigii di Guidubaldo da Montefeltro duca d’Urbino; ed, introducendo ad interlocutori i principali fra i personaggi che con lui si trovavano in quella Corte, ne traeva occasione di encomio ai principi di Urbino, ed a’ suoi compagni ed amici erigeva in quest’opera un monumento non perituro.
Nel presente Dialogo tolse il Castiglione ad imitare Platone, Senofonte, e sopratutto Cicerone, nelle opere dove cercarono ritrarre l’idea della perfetta Republica, del perfetto Re, del perfetto Oratore, come il Castiglione l’idea del perfetto Cortegiano. Se non che mal si apporrebbe chi, dalle cose dei nostri tempi o di quelli a noi più vicini estimando gli usi del tempo del Castiglione, e dell’opera traendo giudizio dal solo titolo, credesse raccogliersi in questo libro ridotte ad arte le vanità o nequizie che troppo spesso infettano le corti. Lo stesso universale consenso, con che fino dai tempi dell’Autore quest’opera fu ricercata e tenuta in sommo pregio dentro e fuori d’Italia, dimostra come, sebbene col titolo e con la scelta degli interlocutori il Castiglione intendesse a pagare alla corte di Urbino un tributo di gratitudine e di lode, pure in realtà nel suo Dialogo non tanto espresse l’idea di un perfetto Cortegiano, quanto sodisfece ad un più vero ed universale bisogno. Il Dialogo del Cortegiano del Castiglione difatti nella massima sua parte altro non è, che un trattato di morale e di bel costume, nel quale con fine giudizio e bello stile si espone, secondo i consigli della ragione e della esperienza, di quali doti da natura e dall’arte debba essere fornito chi voglia procacciarsi la stima e l’affetto delle persone che lo circondano; soltanto in una parte del IV Libro trattandosi dei doveri del Cortegiano come tale, ed insieme di quelli del principe.
Il libro incomincia con un elogio di Federico da Montefeltro e del suo figliolo Guidubaldo duchi di Urbino, e di varii fra gli uomini insigni che praticavano in quella corte. Finge poscia l’Autore proposto da Federico Fregoso e scelto ad argomento di conversazione, il formare con parole un perfetto Cortegiano; onde si dimostrasse, «che in tutta Italia forse con fatica si ritrovariano altrettanti cavalieri così singolari, ed, oltre alla principal profession della cavalleria, così eccellenti in diverse cose,» come allora si trovavano alla corte di Urbino. Il Conte Ludovico da Canossa, al quale ne fu dato l’incarico, descrive le qualità di corpo, d’animo e di fortuna, che o per sè stesse, o nella opinione altrui, valgono ad aggiunger pregio, o siano esse dono di natura, od opera dello studio e dell’arte, come scienza di lettere, cognizione di va- rie lingue, di musica, di disegno, di pittura. Nel primo libro inoltre v’ha una lunga ed importante digressione, nella quale il Castiglione esprime le sue opinioni intorno al modo di parlare e di scrivere la nostra lingua. Avendo cioè il Canossa dichiarato, doversi in ogni cosa con sommo studio fuggire l’affettazione, e perciò anche nello scrivere e nel parlare: Ludovico da Canossa condanna l’uso di parole e di modi antiquati e caduti in desuetudine; laddove Federico Fregoso vuole si adoprino, e crede aggiungano spesso grazia e gravità al discorso. Colla stessa occasione l’Autore espone la sua dottrina intorno alla ortografia: nel che, come noteremo più sotto, dà senza dubio in grave eccesso, svestendo la lingua italiana del proprio carattere, troppo concedendo alla etimologia e ritraendo la nostra lingua alla forma latina.
Federico Fregoso, quegli stesso che aveva proposto il gioco o ragionamento del Cortegiano, fu incaricato di proseguirlo la seguente sera, e nominatamente di esporre, quando e come si abbia a far uso delle buone qualità descritte dal Conte Ludovico. Essendo quindi caduta menzione delle facezie, Bernardo Bibiena ne discorre ampiamente, portandone molti esempii. Tutto questo lungo tratto, nel quale, ma non servilmente, è seguito nel secondo Libro De Oratore, è uno dei più ameni del Dialogo, e quasi un riposo fra i gravi ragionamenti delle qualità richieste nel Cortegiano.
Tolta occasione da alcuna parola che pone in bocca a Gasparo Pallavicino contro le femine, nel terzo Libro, sotto la persona di Giuliano de’ Medici il Magnifico, l’Autore espone di quali doti debba essere ornata una perfetta Donna di Palazzo; passa indi agli elogi delle donne, e adduce esempii di molte che furono insigni per ogni genere di virtù; tratta del modo con che debbano comportarsi con chi loro parli di amore; ed infine, tornando Gaspar Pallavicino a dir mal delle donne, l’Autore, per bocca di Ottaviano Fregoso, conchiude, la verità essere nel mezzo, fra i troppi biasimi del signor Ga- sparo, e le troppe laudi che da altri erano loro state prodigate.
La prima parte del quarto Libro riguarda più direttamente i doveri del Cortegiano, officio e fine del quale è guidare al bene il suo principe. Di qui si toglie occasione di parlare delle varie forme di reggimento degli stati, nonché dei doveri dei principi, e come abbiano a procurare la felicità dei loro popoli. Passa infine a trattare per bocca di Pietro Bembo delle cose di Amore, seguendo le dottrine dei Platonici; in tutto il qual tratto il Castiglione 6 mirabile di eloquenza quanto forse non in altra fra le più belle parti dell’opera: e così compionsi i discorsi della quarta sera, e il Dialogo del Cortegiano.
Il Castiglione scrisse questo Dialogo nel 1514, e compitolo in breve tempo, a più riprese diede poi opera in limarlo ed accrescerlo. Nel 1518 essendo stimolato dagli amici a darlo in luce, lo mandò a Giacomo Sadoleto e a Pietro Bembo, richiedendoli di consiglio. Lo communicò anche a Vittoria Colonna marchesa di Pescara: il che fu poscia occasione della publicazione dell’opera; poiché avendone Vittoria Colonna, contro la fede data, fatto trascrivere gran parte, onde sene sparsero copie: il Castiglione, sebbene allora distratto in altre cose, ed inoltre avesse in mente di aggiungere al libro parecchie cose, che già aveva ordinate nell’animo, pensò non dover più oltre differire a publicarlo, affinchè intanto non venisse in luce mutilo e corrotto per mano d’altri. Due lettere del nostro Autore, recentemente publicate dal Conte Valdrighi, forniscono curiose ed importanti notizie intorno alla prima edizione del Cortegiano, che il Castiglione, allora Nunzio in Ispagna, fece eseguire in Venezia presso Aldo, in foglio, l’anno 1528: bella e nitida edizione, ma macchiata di non pochi e talor gravi errori.
Poco sopravisse il Castiglione alla publicazione del suo Cortegiano, che intanto era stato l’anno stesso ristampato in Firenze dagli eredi di Filippo Giunta, edizione che fu in breve seguita da altre parecchie. Nel 1533 gli eredi d’Aldo lo ristampavano in minore formato, dicendo essere più corretto del primo, secondo l’esemplare iscritto di mano propria d’esso Autore; ma fatto sta che nulla vi è mutato, e soltanto corretti i manifesti errori di impressione. Non così la terza Aldina, fatta da Giovanni Padovano, ma ad istanza e spesa di Messer Federico Torresano d’Asola (1538); poiché in questa il testo in più luoghi è mutato in modo, da non potersi attribuire fuorché ad una più diligente collazione del manoscritto. Tracce ancor più evidenti di un nuovo esame del manoscritto si trovano nella quarta Aldina (1541), sebbene abbia pure non pochi proprii errori. L’ultima Aldina (1547) non è che una materiale ristampa della terza; come la quinta, in foglio (1545), è a un di presso una ripetizione dell’edizione originale del 1528.
Numerosissime sono le ristampe di quest’opera nel secolo decimosesto, contandosene presso a quaranta oltre le Aldine, e oltre le traduzioni che tosto se ne fecero in quasi tutte le lingue di Europa; e ben può dirsi, che fra le opere in prosa che illustrarono la letteratura italiana nel secolo di Leone X, non altra fu accolta con più universale favore. — Le anzidette edizioni, fino a quelle del Dolce del 1556 e del 1559, sono una materiale ristampa di alcuna delle Aldine. Il Dolce poi asserisce bensì avere emendato il testo secondo l’esemplare del proprio Autore; ma è evidente ch’ei non ebbe sott’occhio il manoscritto originale, nè appare ben certo se abbia raffrontato almeno l’edizione Aldina del 1528; le mutazioni nel testo che s’incontrano nelle edizioni del Dolce scorgonsi fatte ad arbitrio, sebbene alcune colgano nel segno. Il testo del Dolce fu seguito in tutte le altre edizioni di quel secolo, compresa quella del Ciccarelli (1584), che diede il Cortegiano espurgato, e fu più volte ripetuta gli anni seguenti. Se non che appunto pei vincoli frapposti alla libera publicazione di quest’opera, più non ne fu publicata in Italia che una sola edizione intera nei secoli decimosettimo e decimottavo, e sole tre secondo la correzione del Ciccarelli; fra le quali tuttavia è degna di memoria quella dei fratelli Volpi (1735), che, oltre all’avere restituito alcuni più innocenti fra i passi tolti dal Ciccarelli, corresse accuratamente il testo con un diligente confronto dell’edizione originale del 1528; e su questa edizione, ma coll’aggiunta dei passi omessi dal Volpi, è fatta l’edizione di Vicenza, come pure, quantunque assai negligentemente, quella di Milano detta dei Classici, dalla quale derivano tutte le edizioni posteriori.
In difetto del manoscritto originale, il quale sembra essere passato in Francia, e, venuto in potere del Professore Guglielmo Libri, trovarsi ora colla maggior parte della ricca sua biblioteca in Inghilterra: abbiamo creduto dover seguire esclusivamente le edizioni Aldine, tratte dall’esemplare spedito di Spagna per la stampa dall’Autore. A fondamento dell’ edizione abbiamo posto quella del 1528, la quale, non tenuto conto degli evidenti errori tipografici, pel testo e per l’ortografia appare avvicinarsi più che alcun’altra all’originale dell’Autore; nè mai da questa ci siamo dipartiti senza avvertirne in nota il lettore: sebbene siansi tenute ad accurato confronto anche le seguenti Aldine, delie quali abbiamo portato in nota le principali varianti. Restano tuttavia alcuni luoghi, dove la lezione di tutte le Aldine è evidentemente falsa; e quivi, avvertendone il lettore, abbiamo ricevuto le emendazioni del Dolce o dei Volpi, e rare volte alcuna nostra congettura. In fine dell’opera riproduciamo alcuni passi del Cortegiano diversi da quelli che si trovano nelle edizioni, i quali furono per la prima volta publicati dall’Abbate Pierantonio Serassi, tratti dalla prima bozza del Cortegiano, che si conservava e sembra conservarsi tuttora presso gli eredi del Castiglione. Nè vi ha dubio, che il confronto di quella bozza sarebbe di grande utilità in correggere molti luoghi dubii od errati delle edizioni.
Non lieve difficoltà ci si presentava nella scelta della ortografia, in che si avessero a publicare le opere del nostro Autore. La maggior parte degli scrittori di quella età posero alla ortografia poca cura, scrivendo spesso le stesse parole con diversa forma, ora strettamente attenendosi all’etimologia, ora seguendo la pronunzia volgare. Non così il Castiglione, il quale, non nella tessitura dei periodi, ma nella scrittura dei vocaboli, reputa doversi conservare e conserva difatti la forma latina in modo, che le sue opere a’ nostri giorni riescirebbero di pressoché impossibile lettura. Noi pure opiniamo, e l’abbiamo altrove dichiarato, doversi nella scrittura delle voci italiane seguire piuttosto l’etimologia, che non l’incerta ed incostante pronunzia del volgo. Ma questa regola non deve estendersi tant’oltre, che più che l’ortografia si muti la forma stessa dei vocaboli, ovvero si ammettano modi repugnanti all’indole della nostra lingua, figliola bensì della latina, ma avente regole, carattere, scrittura propria. Chi tolererebbe, che per popolo scrivessimo populo, come vuole il Castiglione, ed Hercule, ed excepto, e così via? Ritenemmo adunque bensì costantemente la forma di vocaboli adottata dall’Autore; ma quanto all’ortografia non la seguimmo se non in parte, onde non allontanarci di troppo dalla scrittura che l’Autore professa voler seguire, nè tuttavia rendere il libro illegibile.
Abbiamo conservato le più importanti fra le annotazioni dei precedenti editori, ed aggiuntone alcune nostre; alle annotazioni abbiamo premesso brevi cenni biografici sui personaggi introdotti dal Castiglione ad interlocutori nel Dialogo. Il testo fu con somma diligenza e a più riprese confrontato e corretto sulle edizioni Aldine; lnsommo non fu da noi omessa cura o fatica, affinchè questa nostra riesca ottima fra le edizioni del Cortegiano; e simile diligenza porremo intorno agli altri scritti del Conte Baldassar Castiglione, che daremo fra breve, accresciuti di un gran numero di lettere inedite, non meno importanti per argomento, che notevoli per purezza di lingua, e per chiarezza, semplicità e nobiltà di dettato.
{Sezione note
Dedica
ct ct ct Quando il signor Guid’Ubaldo di Montefeltro, duca d’Urbino, passò di questa vita, io, insieme con alcun’altri cavalieri che l’aveano servito, restai alli servizi del duca Francesco Maria della Rovere, erede e successor di quello nel stato; e come nell’animo mio era recente l’odor delle virtú del duca Guido e la satisfazione che in quegli anni aveva sentito della amorevole compagnia di così eccellenti persone, come allora si ritrovarono nella corte d’Urbino, fui stimulato da quella memoria a scrivere questi Libri del Cortegiano; il che io feci in pochi giorni, con intenzione di castigar col tempo quegli errori, che dal desiderio di pagar tosto questo debito erano nati. Ma la fortuna già molt’anni m’ha sempre tenuto oppresso in così continui travagli, che io non ho mai potuto pigliar spazio di ridurgli a termine, che il mio debil giudicio ne restasse contento. Ritrovandomi adunque in Ispagna ed essendo di Italia avvisato, che la signora Vittoria dalla Colonna, marchesa di Pescara, alla quale io già feci copia del libro, contra la promessa sua ne avea fatto transcrivere una gran parte, non potei non sentirne qualche fastidio, dubitandomi di molti inconvenienti, che in simili casi possono occorrere; nientedimeno mi confidai che l’ingegno e prudenzia di quella Signora (la virtú della quale io sempre ho tenuto in venerazione come cosa divina) bastasse a rimediare che pregiudicio alcuno non mi venisse dall’aver obedito a’ suoi comandamenti. In ultimo seppi, che quella parte del libro si ritrovava in Napoli in mano di molti; e, come sono gli uomini sempre cupidi di novità, parea che quelli tali tentassero di farla imprimere. Ond’io, spaventato da questo pericolo, diterminaimi di riveder subito nel libro quel poco che mi comportava il tempo, con intenzione di publicarlo; estimando men male lasciarlo veder poco castigato per mia mano, che molto lacerato per man d’altri. Così, per eseguire questa deliberazione, cominciai a rileggerlo; e subito nella prima fronte, ammonito dal titulo, presi non mediocre tristezza, la qual ancora nel passar più avanti molto si accrebbe, ricordandomi la maggior parte di coloro, che sono introdutti nei ragionamenti, esser già morti: che, oltre a quelli de chi si fa menzione nel proemio dell’ultimo, morto è il medesimo messer Alfonso Ariosto, a cui il libro è indrizzato; giovane affabile, discreto, pieno di soavissimi costumi, ed atto ad ogni cosa conveniente ad uomo di corte. Medesimamente il duca Juliano de’ Medici, la cui bontà e nobil cortesia meritava più lungamente dal mondo esser goduta. Messer Bernardo, cardinal di Santa Maria in Portico, il quale per una acuta e piacevole prontezza d’ingegno fu gratissimo a qualunque lo conobbe, pur è morto. Morto è il signor Ottavian Fregoso, uomo a’ nostri tempi rarissimo; magnanimo, religioso, pien di bontà, d’ingegno, prudenza e cortesia, e veramente amico d’onore e di virtù, e tanto degno di laude, che li medesimi inimici suoi furono sempre costretti a laudarlo; e quelle disgrazie che esso costantissimamente sopportò, ben furono bastanti a far fede che la fortuna, come sempre fu, così è ancor oggidì contraria alla virtù. Morti sono ancor molti altri dei nominati nel libro, ai quali parea che la natura promettesse lunghissima vita. Ma quello che senza lacrime raccontar non si devria, è che la signora Duchessa essa ancor è morta; e se l’animo mio si turba per la perdita di tanti amici e signori miei, che m’hanno lasciato in questa vita come in una solitudine piena d’affanni, ragion è che molto più acerbamente senta il dolore della morte della signora Duchessa, che di tutti gli altri, perchè essa molto più che tutti gli altri valeva, ed io ad essa molto più che a tutti gli altri era tenuto. Per non tardare adunque a pagar quello che io debbo alla memoria di così eccellente signora, e degli altri che più non vivono, indotto ancora dal pericolo del libro, hollo fatto imprimere e publicare tale qual dalla brevità del tempo m’è stato concesso. E perchè voi nè della signora Duchessa nè degli altri che son morti, fuor che del duca Juliano e del Cardinal di Santa Maria in Portico, aveste notizia in vita loro, acciò che, per quanto io posso, l’abbiate dopo la morte, mandovi questo libro, come un ritratto di pittura della corte d’Urbino, non di mano di Rafaello o Michel Angelo, ma di pittor ignobile, e che solamente sappia tirare le linee principali, senza adornar la verità di vaghi colori, o far parer per arte di prospettiva quello chè non è. E come ch’io mi sia sforzato di dimostrar coi ragionamenti le proprietà e condizioni di quelli che vi sono nominati, confesso non avere non che espresso ma nè anco accennato le virtù della signora Duchessa; perchè non solo il mio stile non è sufficiente ad esprimerle, ma pur l’intelletto ad imaginarle: e se circa questo o altra cosa degna di riprensione (come ben so che nel libro molte non mancano) sarò ripreso, non contradirò alla verità.
Ma perchè talor gli uomini tanto si dilettano di riprendere, che riprendono ancor quello che non merita riprensione, ad alcuni che mi biasimano perch’io non ho imitato il Boccaccio, nè mi sono obligato alla consuetudine del parlar toscano d’oggidì, non restarò di dire, che ancor che ’l Boccaccio fosse di gentil ingegno, secondo quei tempi, e che in alcuna parte scrivesse con discrezione ed industria, nientedimeno assai meglio scrisse quando si lasciò guidar solamente dall’ingegno ed instinto suo naturale, senz’altro studio o cura di limare i scritti suoi, che quando con diligenza e fatica si sforzò d’esser più culto e castigato. Perciò li medesimi suoi fautori affermano, che esso nelle cose sue proprie molto s’ingannò di giudicio, tenendo in poco quelle che gli hanno fatto onore, ed in molto quelle che nulla vagliono. Se adunque io avessi imitato quella maniera di scrivere che in lui è ripresa da chi nel resto lo lauda, non poteva fuggire almen quelle medesime calunnie che al proprio Boccaccio son date circa questo; ed io tanto maggiori le meritava, quanto che l’error suo allor fu credendo di far bene, ed or il mio sarebbe stato conoscendo di far male. Se ancora avessi imitato quel modo che da molti è tenuto per buono, e da esso fu men apprezzato, parevami con tal imitazione far testimonio d’esser discorde di giudicio da colui che io imitava: la qual cosa, secondo me, era inconveniente. E quando ancora questo rispetto non m’avesse mosso, io non poteva nel subietto imitarlo, non avendo esso mai scritto cosa alcuna di maniera simile a questi Libri del Cortegiano: e nella lingua, al parer mio, non doveva; perchè la forza e vera regola del parlar bene consiste più nell’uso che in altro, e sempre è vizio usar parole che non siano in consuetudine. Perciò non era conveniente, ch’io usassi molte di quelle del Boccaccio, le quali a’ suoi tempi s’usavano, ed or sono disusate dalli medesimi Toscani. Non ho ancor voluto obligarmi alla consuetudine del parlar toscano d’oggidì; perchè il commercio tra diverse nazioni ha sempre avuto forza di trasportare dall’una all’altra, quasi come le mercanzie, così ancor nuovi vocaboli, i quali poi durano o mancano, secondo che sono dalla consuetudine ammessi o reprobati: e questo, oltre il testimonio degli antichi, vedesi chiaramente nel Boccaccio, nel qual son tante parole franzesi, spagnole e provenzali, ed alcune forse non ben intese dai Toscani moderni; che chi tutte quelle levasse, farebbe il libro molto minore. E perchè, al parer mio, la consuetudine del parlare dell’altre città nobili d’Italia, dove concorrono uomini savii, ingegnosi ed eloquenti, e che trattano cose grandi di governo dei stati, di lettere, d’arme e negozii diversi, non deve essere del tutto sprezzata: dei vocaboli che in questi lochi parlando s’usano, estimo aver potuto ragionevolmente usar scrivendo quelli che hanno in sè grazia, ed eleganza nella pronunzia, e son tenuti communemente per buoni e significativi, benchè non siano toscani, ed ancor abbiano origine di fuor d’Italia, Oltre a questo, usansi in Toscana molti vocaboli chiaramente corrotti dal latino, li quali nella Lombardia e nell’altre parti d’Italia son rimasti integri e senza mutazione alcuna, e tanto universalmente s’usano per ognuno, che dalli nobili sono ammessi per buoni, e dal volgo intesi senza difficoltà. Perciò, non penso aver commesso errore, se io scrivendo ho usato alcuni di questi, e piuttosto pigliato l’integro e sincero della patria mia, che ’l corrotto e guasto della aliena. Nè mi par buona regola quella che dicon molti, che la lingua volgar tanto è più bella, quanto è men simile alla latina; nè comprendo perchè ad una consuetudine di parlare si debba dar tanto maggiore autorità che all’altra, che, se la toscana basta per nobilitare i vocaboli latini corrotti e manchi, e dar loro tanta grazia che, così mutilati, ognun possa usarli per buoni (il che non si nega), la lombarda o qualsivoglia altra non debba poter sostener li medesimi latini puri, integri, proprii, e non mutati in parte alcuna, tanto che siano tolerabili. E veramente, sì come il voler formar vocaboli nuovi o mantenere gli antichi in dispetto della consuetudine, dir si può temeraria presunzione: così il voler contra la forza della medesima consuetudine distruggere e quasi sepelir vivi quelli che durano già molti secoli, e col scudo della usanza si son difesi dalla invidia del tempo, ed han conservato la dignità e ’l splendor loro, quando per le guerre e ruine d’Italia si son fatte le mutazioni della lingua, degli edifizii, degli abiti e costumi; oltra che sia difficile, par quasi una impietà. Perciò, se io non ho voluto scrivendo usare le parole del Boccaccio che più non s’usano in Toscana, nè sottopormi alla legge di coloro che stimano che non sia licito usar quelle che non usîno li Toscani d’oggidì, parmi meritare escusazione. Penso adunque, e nella materia del libro e nella lingua, per quanto una lingua può ajutar l’altra, aver imitato autori tanto degni di laude quanto è il Boccaccio; nè credo che mi si debba imputare per errore lo aver eletto di farmi piuttosto conoscere per Lombardo parlando lombardo, che per non Toscano parlando troppo toscano: per. non fare come Teofrasto, il qual, per parlare troppo ateniese, fu da una semplice vecchiarella conosciuto per non Ateniese. Ma perchè circa questo nel primo Libro si parla a bastanza, non dirò altro, se non che, per rimover ogni contenzione, io confesso ai miei riprensori, non sapere questa lor lingua toscana tanto difficile e recondita; e dico aver scritto nella mia, e come io parlo, ed a coloro che parlano come parl’io: e così penso non avere fatto ingiuria ad alcuno; chè, secondo me, non è proibito a chi si sia scrivere e parlare nella sua propria lingua; nè meno alcuno è astretto a leggere o ascoltare quello che non gli aggrada. Perciò, se essi non vorran leggere il mio Cortegiano, non mi tenerò io punto da loro ingiuriato.
Altrì dicono, che essendo tanto difficile e quasi impossibile trovar un uomo così perfetto come io voglio che sia il Cortegiano, è stato superfluo il scriverlo, perchè vana cosa è insegnar quello che imparar non si può. A questi rispondo, che mi contenterò aver errato con Platone, Senofonte e Marco Tullio, lasciando il disputare del mondo intelligibile e delle Idee; tra le quali, sì come (secondo quella opinione) è la Idea della perfetta Republica, e del perfetto Re, e del perfetto Oratore, così è ancora quella del perfetto Cortegiano: alla imagine della quale s’io non ho potuto approssimarmi col stile, tanto minor fatica averanno i cortegiani d’approssimarsi con l’opere al termine e meta, ch’io collo scrivere ho loro proposto; e se, con tutto questo, non potran conseguir quella perfezion, qual che ella si sia, ch’io mi sono sforzato d’esprimere, colui che più se le avvicinerà sarà il più perfetto; come di molti arcieri che tirano ad un bersaglio, quando niuno è che dia nella brocca, quello che più se le accosta senza dubio è miglior degli altri. Alcuni ancor dicono, ch’io ho creduto formar me stesso, persuadendomi che le condizioni ch’io al Cortegiano attribuisco, tutte siano in me. A questi tali non voglio già negar, di non aver tentato tutto quello ch’io vorrei che sapesse il Cortegiano; e penso che chi non avesse avuto qualche notizia delle cose che nel libro si trattano, per erudito che fosse stato, mal averebbe potuto scriverle: ma io non son tanto privo di giudicio in conoscere me stesso, che mi presuma saper tutto quello che so desiderare.
La difesa adunque di queste accusazioni, e forse di molt’altre, rimetto io per ora al parere della commune opinione; perchè il più delle volte la moltitudine, ancor che perfettamente non conosca, sente però per instinto di natura un certo odore del bene e del male, e, senza saperne rendere altra ragione, l’uno gusta ed ama, e l’altro rifiuta ed odia. Perciò, se universalmente il libro piacerà, terròllo per buono, e penserò che debba vivere; se ancor non piacerà, terròllo per malo, e tosto crederò che se n’abbia da perder la memoria. E se pur i miei accusatori di questo commun giudicio non restano satisfatti, conténtinsi almeno di quello del tempo; il quale d’ogni cosa al fin scopre gli occulti difetti, e, per esser padre della verità e giudice senza passione, suol dare sempre della vita o morte delle scritture giusta sentenza.
Libro Primo
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I. Fra me stesso lungamente ho dubitato, messer Alfonso carissimo, qual di due cose piú difficil mi fosse; o il negarvi quel che con tanta instanzia piú volte m’avete richiesto, o il farlo: perché da un canto mi parea durissimo negar alcuna cosa, e massimamente laudevole, a persona ch’io amo sommamente e da cui sommamente mi sento esser amato; dall’altro ancor, pigliar impresa, la quale io non conoscessi poter condur a fine, pareami disconvenirsi a chi estimasse le giuste riprensioni quanto estimar si debbano. In ultimo, dopo molti pensieri, ho deliberato esperimentare in questo quanto ajuto porger possa alla diligenzia mia quella affezione e desiderio intenso di compiacere, che nelle altre cose tanto suole accrescere la industria degli omini.
Voi adunque mi richiedete ch’io scriva qual sia, al parer mio, la forma di Cortegianìa piú conveniente a gentiluomo che viva in corte de’ príncipi, per la quale egli possa e sappia perfettamente loro servire in ogni cosa ragionevole, acquistandone da essi grazia, e dagli altri laude; in somma, di che sorte debba esser colui, che meriti chiamarsi perfetto Cortegiano, tanto che cosa alcuna non gli manchi. Onde io, considerando tal richiesta, dico che, se a me stesso non paresse maggior biasimo l’esser da voi reputato poco amorevole, che da tutti gli altri poco prudente, arei fuggito questa fatica, per dubbio di non esser tenuto temerario da tutti quelli che conoscono, come difficil cosa sia, tra tante varietà di co- stumiche s’usano nelle corti di Cristianità, eleggere la piú perfetta forma e quasi il fior di questa Cortegianía; perché la consuetudine fa a noi spesso le medesime cose piacere e dispiacere: onde talor procede che i costumi, gli abiti, i riti e i modi, che un tempo son stati in pregio, divengono vili, e per contrario i vili divengon pregiati. Però si vede chiaramente, che l’uso piú che la ragione ha forza d’introdur cose nove tra noi, e cancellar l’antiche; delle quali chi cerca giudicar la perfezione, spesso s’inganna. Per il che, conoscendo io questa e molte altre difficoltà nella materia propostami a scrivere, son sforzato a fare un poco di escusazione, e render testimonio che questo errore (se pur si può dir errore) a me è commune con voi, acciò che se biasmo avvenire me ne ha, quello sia ancor diviso con voi; perché non minor colpa si dee estimar la vostra avermi imposto carico alle mie forze disequale, che a me averlo accettato.
Vegniamo adunque ormai a dar principio a quello che è nostro presuposto e, se possibil è, formiamo un Cortegian tale, che quel principe che sarà degno d’esser da lui servito, ancor che poco stato avesse, si possa però chiamar grandissimo signore. Noi in questi libri non seguiremo un certo ordine o regula di precetti distinti, che ’l piú delle volte nell’insegnare qualsivoglia cosa usar si suole; ma, alla foggia di molti antichi, rinovando una grata memoria, recitaremo alcuni ragionamenti, i quali già passarono tra uomini singolarissimi a tale proposito; e benché io non v’intervenissi presenzialmente, per ritrovarmi, allor che furon detti, in Inghilterra, avendogli poco appresso il mio ritorno intesi da persona che fedelmente me gli narrò, sforzerommi a punto, per quanto la memoria mi comporterà, ricordarli, acciò che noto vi sia quello che abbiano giudicato e creduto di questa materia uomini degni di somma laude, ed al cui giudicio in ogni cosa prestar si potea indubitata fede. Né fia ancor fuor di proposito, per giungere ordinatamente al fine dove tende il parlar nostro, narrar la causa dei successi ragionamenti.
. Alle pendici dell’Appennino, quasi al mezzo della Italia verso il mare Adriatico, è posta, come ognun sa, la piccola città d’Urbino; la quale, benché tra monti sia, e non cosí ameni come forse alcun’altri che veggiamo in molti lochi, pur di tanto avuto ha il cielo favorevole, che intorno il paese è fertilissimo e pien di frutti; di modo che, oltre alla salubrità dell’aere, si trova abondantissima d’ogni cosa che fa mestieri per lo vivere umano. Ma tra le maggior felicità che se le possono attribuire, questa credo sia la principale, che da gran tempo in qua sempre è stata dominata da ottimi signori; avvenga che, nelle calamità universali delle guerre della Italia, essa ancor per un tempo ne sia restata priva. Ma non ricercando più lontano, possiamo di questo far bon testimonio con la gloriosa memoria del duca Federico, il quale a’ dì suoi fu lume della Italia; né mancano veri ed amplissimí testimonii, che ancor vivono, della sua prudenzia, della umanità, della giustizia, della liberalità, dell’animo invitto e della disciplina militare: della quale precipuamente fanno fede le sue tante vittorie, le espugnazioni de lochi inespugnabili, la subita prestezza nelle espedizioni, l’aver molte volte con pochissime genti fugato numerosi e validissimi eserciti, né mai esser stato perditore in battaglia alcuna; di modo che possiamo non senza ragione a molti famosi antichi aguagliarlo. Questo, tra l’altre cose sue lodevoli, nell’aspero sito d’Urbino edificò un palazzo, secondo la opinione di molti il più bello che in tutta Italia si ritrovi; e d’ogni oportuna cosa sì ben lo fornì, che non un palazzo ma una città in forma de palazzo esser pareva; e non solamente di quello che ordinariamente si usa, come vasi d’argento, apparamenti di camere di ricchissimi drappi d’oro, di seta e d’altre cose simili, ma per ornamento v’aggiunse una infinità di statue antiche di marmo e di bronzo, pitture singolarissime, instrumenti musici d’ogni sorte; né quivi cosa alcuna volse, se non rarissima ed eccellente. Appresso, con grandissima spesa adunò un gran numero di eccellentissimi e rarissimi libri greci, latini ed ebraici, quali tutti ornò d’oro e d’argento, estimando che questa fosse la suprema eccellenzia del suo magno palazzo.
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The end
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