Read here

Torino e i suoi dintorni

Guglielmo Stefani · 1852 · Free in the US

73,645 words · about 5 h 9 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1852 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Torino_e_suoi_dintorni&action=history). · Wikisource contributors

Text from Wikisource and set out for reading on screen; no words of the book are rewritten or summarized. How RedLectern is built

About this book

Author
Guglielmo Stefani
Language
Italian
Published
1852
Length
73,645 words · about 5 h 9 min
Sections
37 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (37)
  1. Front matter under 1 min
  2. Prefazione about 1 min
  3. Capitolo primo Notizie topografiche, storiche e statistiche under 1 min
  4. I about 9 min
  5. II about 21 min
  6. III about 1 min
  7. IV about 1 min
  8. V about 4 min
  9. VI about 3 min
  10. Capitolo secondo about 14 min
  11. I about 31 min
  12. II about 32 min
  13. Capitolo terzo - III about 4 min
  14. Capitolo terzo - IV about 6 min
  15. Capitolo terzo - V about 2 min
  16. Capitolo quarto under 1 min
  17. Capitolo quarto - I about 2 min
  18. Capitolo quarto - II about 1 min
  19. Capitolo quarto - III about 1 min
  20. Capitolo quarto - IV about 1 min
  21. Capitolo quinto - I about 5 min
  22. Capitolo quinto - II about 1 min
  23. Capitolo sesto under 1 min
  24. Capitolo sesto - II about 4 min
  25. Capitolo sesto - I under 1 min
  26. Capitolo sesto - III about 45 min
  27. Capitolo sesto - IV about 6 min
  28. Capitolo sesto - V about 3 min
  29. Capitolo sesto - VI about 9 min
  30. Capitolo sesto - VII about 2 min
  31. Capitolo settimo - I about 11 min
  32. Capitolo settimo - II about 7 min
  33. Capitolo settimo - III about 3 min
  34. Capitolo settimo - IV about 3 min
  35. Capitolo ottavo - I about 28 min
  36. Capitolo ottavo - II about 6 min
  37. Capitolo ottavo - III about 43 min

Continue:

Front matter

fi

Divisione dell’opera

Fisionomia di Torino.

Prefazione

La nuova GUIDA DI TORINO che qui presentiamo è concepita sovra un piano chiaro e compiuto. I documenti e le notizie ch’essa racchiude, compilati con ogni cura, sono tali, osiamo sperarlo, da soddisfare la curiosità dei Viaggiatori, e da servire insieme di utile indicazione ai Nazionali.

Lasciando da banda i particolari oziosi e i poetici divagamenti, ci applicammo più volentieri a dire tutto il necessario.

Un solo colpo d’occhio all’indice basterà a mostrare ai lettori tutta l’importanza e l’abbondante varietà delle materie riunite in un modesto volume.

Alcune notizie furono raccolte da documenti originali inediti, altre estratte da libri, della cui esattezza ci è garante l’autorità degli scrittori consultati.

Speriamo che il Viaggiatore, partendo da Torino, collocherà la nostra Guida tra i libri non inutili, e il Nazionale avrà quotidiana occasione di consultarla fruttuosamente, siccome il Vademecum più recente e copioso delle molteplici istituzioni di cui va fornita questa bellissima e fiorente Metropoli del Regno Subalpino.

Dicembre, 1852

Capitolo primo Notizie topografiche, storiche e statistiche

fi

Indice

I

orino, città capitale degli Stati Sardi, residenza ordinaria del Re e della sua Corte, giace nell’amena pianura del Piemonte, là dove il Po scendendo dal Monviso riceve le acque della Dora Riparia; ai gradi 45° 4’ 8" di latitudine boreale, e 5° 21’ 25" di longitudine orientale dell’Osservatorio di Parigi.

Situata quasi nel centro dello Stato, si trova pressochè egualmente distante dai diacci eterni delle somme Alpi, come dalle regioni degli olivi, dei mirti e degli aranci. Le s’innalza ai piedi, sulla riva destra del Po, quella lieta catena di colli, popolata di case, che corre sopra una linea quasi parallela alle Alpi, le quali, ad ostro, a ponente, a tramontana, le fanno pittoresca corona.

Il suolo leggermente inclinato, su cui si eleva, è un terreno alluviale, composto, come apparisce nello scavamento dei pozzi e lungo l’alveo del Po, di vari strati alternati fra loro di sabbia, di ghiaia, di ciottoli e di sottili falde di sostanza quasi argillosa.

S’alza sopra il livello del mare, in piazza Castello (presso il palazzo Madama) metri 230; sul ponte di Po metri 207; a porta Susa metri 240.

Torino, quand’era colonia romana, aveva forma quadrata appunto come un accampamento. Le sue mura circoscrivevano lo spazio che corre tra il palazzo di Madama e la metà dell’isolato de’ Gesuiti, le torri del Vicariato e la casa del conte di Sant’Albano nella via di S. Tommaso. Era città piccola, ma forte per mura e per torri, e più ancora per l’indole bellicosa de’ suoi popoli.

In epoca ignota si estese dal lato d’occidente per la lunghezza di due isolati fino alla linea della metà di piazza Susina o Paesana, comprendendo cioè la chiesa di S. Dalmazzo e il monastero di S. Chiara, coi terreni adiacenti. E ciò prima del secolo X, nel qual tempo il novello ingrandimento conteneva la chiesa di Sant’Andrea (ora della Consolata).

Sul finire del secolo IX, era il muro della città armato di densissime torri; e girava tutto all’intorno una comoda galleria, sopra la quale ergevansi forti opere di difesa. Niuna variazione si fece al perimetro delle mura fino al secolo XVII, come si può vedere nelle geografie del cinquecento, che tutte descrivono la città di forma quadrata. Entro la cerchia delle mura crebbero di numero le case e le chiese nei borghi.

Le fortificazioni, in questo mezzo, ampliarono e modificaronsi d’assai. nota che i lati nord e sud delle mura correvano lo spazio di 360 passi; gli altri due lati un po’ meno. Era dunque Torino di forma quadrilunga, e di circa 1400 passi di giro.

Nel secolo XIII la città era divisa in quattro quartieri, che pigliavan nome dalle porte, e chiamavansi di porta Doranea (o del Palazzo), di porta Pusterla, di porta Nuova, di porta Marmorea.

Nel 1600, con editto del 28 novembre, Carlo Emanuele I partiva similmente la città in quattro quartieri, in ciascuno de’ quali destinava una piazza d’armi, dove potessero far capo ed ordinarsi le genti da guerra.

Pochi anni dopo il medesimo principe cominciava il secondo ingrandimento della città verso mezzodì, dalla qual parte il corso delle mura era alquanto più in dentro della linea che segna la strada di S. Teresa, occupata allora dai bastioni. Due porte davano da quella parte ingresso a Torino, la Marmorea allo sbocco della via di S. Tommaso, e la Nuova poc’oltre S. Martiniano. Carlo Emanuele ampliò la città da quel lato, e costrusse a qualche distanza da essa dieci isole, nello spazio compreso tra il mercato della legna e l’isolato della Madonna degli Angeli inclusivamente; e rinchiuse quell’ingrandimento con l’erezione di 5 bastioni, lasciando in piedi internamente il muro vecchio. Ai tempi della reggente Cristina si unì, distrutto il muro, la città antica alla nuova, mediante la piazza di S. Carlo.

Carlo Emanuele II, nel 1669 e negli anni seguenti, comprese il borgo di Po, che protendevasi dalla porta del Castello (anticamente Fibellona) sin presso al fiume; comprese il borgo di Po nel nuovo giro delle mura e delle fortificazioni, sicchè il Castello, ch’era prima estremo limite della città, ne diventò quasi il centro. La strada di Po non fu terminata se non dopo il 1718. Carlo Emanuele II aprì ancora la via della Zecca, e di mano in mano, sotto al suo regno e nella reggenza di Madama Reale, Maria Giovanna Battista, s’andarono fabbricando gl’isolati che sono a mezzodì della via di Po fino alla passeggiata dei Ripari, e così la bella piazza Carlina (1678). Sei nuovi bastioni e un mezzo bastione, colle loro opere esteriori, sorsero a difendere il vasto spazio aggiunto alla città.

Del quarto ingrandimento siamo debitori al re Vittorio Amedeo II, il quale accrebbe la città di 18 isolati verso ponente. La linea delle mura, correndo dal meriggio a settentrione, tagliava quasi per mezzo l’attuale piazza Paesana. La parte aggiunta dal re Vittorio è quella che forma anche al dì d’oggi il compimento della città da quel lato. A questo ingrandimento lavoravasi nel 1718. Abbattevansi varie case per formare la piazza di porta Susina (piazza Paesana). Nel 1715 erano già formati i due stupendi quartieri all’estremità del nuovo ingrandimento sul disegno del Juvara, e nel 1722 erano totalmente terminati i lavori di quella notevole ampliazione, finita la quale, la porta di Susa, che prima era allo sbocco della via della Doragrossa, fu aperta al finir di quella che passava innanzi alla nuova chiesa del Carmine. Dopo il regno di questo sovrano, il perimetro della città non patì variazione fino al regno di Carlo Felice.

I francesi, che occuparono Torino dal 1801 al 1814, smantellarono le fortificazioni della città e ne distrussero le porte, lasciando solamente in piedi l’alto bastione che sostiene il giardino del re, e il baluardo che circonda la città da levante a mezzodì, convertito ora in giardino pubblico. Nuovi edifizi s’innalzarono sulle rovine delle antiche opere di difesa. I lavori di spianamento vennero continuati ed ultimati sotto il regno di Vittorio Emanuele. I larghi ed ombrosi viali che seguono tutto all'intorno il perimetro della città furono formati nel 1818.

L’abbondanza del popolo facendo rincarire le pigioni, mostrava la necessità di nuovi ingrandimenti. Rotta l’importante cerchia delle fortificazioni, nulla più vietava i novelli aumenti; onde Vittorio Emanuele, con editto del 19 febbraio 1819, concedette vari privilegi a chi pigliasse a fabbricare case attorno ad una gran piazza che doveva congiungere la città al ponte di Po ed al tempio che il Corpo decurionale aveva fatto voto di costrurre al di là del ponte stesso in memoria del fausto ritorno del re.

La soverchia vastità del piano ne difficoltò l’esecuzione; onde ai tempi del re si vuol riferire il quinto ingrandimento della città. Modificati i progetti, sorsero in breve volger di tempo la maestosa piazza Vittorio Emanuele e al di là del fiume, sull’altissimo suo basamento, la Rotonda dedicata alla Gran Madre di Dio; a mezzodì s’aggiunsero i due ultimi isolati della via di porta Nuova, si formò la piazza Carlo Felice, e si cominciarono gl’isolati che fronteggiano verso mezzodì il viale de’ platani.

La sesta ampliazione di Torino è dovuta al re . Quella nuova città che pigliò il nome di Borgo nuovo, movendo da porta Nuova, segue l’andamento de’ pubblici giardini, e allargandosi fino al Po, va a ricongiungersi cogl’isolati della piazza Vittorio Emanuele. Lo spazio ch’era tra il viale de’ platani ed il viale più meridionale del Valentino si andò in quel tempo e sempre più popolando di case.

I più notevoli ingrandimenti della città di Torino son quelli che si eseguiscono attualmente, e che onorano il regno costituzionale di Vittorio Emanuele II.

Perimetria di Torino. — Torino è divisa presentemente in quattro sezioni: del Po, del Monviso, del Moncenisio e della Dora, e in tre borghi: Borgo Po, Borgo Dora e Borgo Nuovo, il quale non è veramente che una continuazione della città.

Una divisione più naturale distinguerebbe Torino in città dentro la formando ceppi di case quadrati o quadrilunghi. Attraversano la città da ponente a levante le seguenti:

Via di Doragrossa — di Po — della Zecca — di Santa Teresa — di Alfieri (già S. Carlo) — dell’Arcivescovado — del Carmine — delle Figlie militari — de’ Panierai — della Madonnetta — di Santa Maria — del Gambero.

Quelle che intersecano la città nella direzione da mezzodì a settentrione sono:

Via di S. Martiniano — via impropriamente detta d’Italia — del Fieno — degli Stampatori — di S. Dalmazzo — della Consolata — delle Scuole — del Deposito — dei Quartieri — dei Mercanti — dell’Arsenale — della Provvidenza — di Porta Nuova — dei Conciatori — della Madonna degli Angioli — degli Ambasciatori — di S. Francesco di Paola — della Posta — di Santa Pelagia — delle Rosine.

A destra della Piazza Vittorio Emanuele s’aprono le vie dei Ripari — della Rocca — del Corso.

A sinistra quelle dei Macelli — di Vanchiglia — di S. Massimo.

Udiamo che il Municipio Torinese voglia illustrare le nuove vie e piazze che sorgeranno da’ progettati ampliamenti con nomi che ricordino alcune celebrità torinesi o piemontesi, non che vari fatti fra i più notevoli della nostra storia contemporanea. Così, per citare alcuni, si troveranno nella nuova Torino le vie o piazze Sacchi, , Saluzzo, , Berthollet, Lagrangia, , Ormea, Galliani, Nota, Buniva, , Maria Teresa, e quelle di Guastalla, di Goito, dellAssietta, di Oporto, le piazze dello Statuto, di Bodoni, di S. Quintino, di Bonelli, di Madama Cristina, ecc.

La contrada di Dora Grossa è lunga | metri 962 | larga metri | 11 | 30

Quella di Po | » 661 | » | 18 | 50

Quella d’Italia | » 259 | » | 11 | 50

Quella di Porta Nuova | » 339 | » | 10 | 79

Quella di Contrada Nuova | » 259 | » | 11 | 30

Quella di Madonna degli Angioli e Carlo Alberto | » 1094 | » | 10 | 79

Quella dell’Ospedale | » 1017 | » | 10 | 79

Quella della Zecca | » 943 | » | 10 | 79

Le vie di circonvallazione sono tutte della larghezza di 37 metri e lunghe come segue:

Stradone | di S. Massimo | metri | 493

Id. | di Santa Barbara | » | 388

Id. | di S. Maurizio | » | 1033

Id. | lungo Po sino al circolo | » | 527

Id. | del Re | » | 798

Id. | di S. Avventore | » | 755

Id. | di S. Solutore | » | 900

Id. | di Vittorio Amedeo | » | 111

Id. | dell’esperienze idrauliche | » | 111

Id. | del Principe Eugenio | » | 539

A questi stradoni si uniscono i circoli che servono di limite, aventi un diametro come segue: circolo di Valdocco m.96 — del Parco 74 — della Rocca 89 — di S. Ottavio 62.

La lunghezza dei portici della via di Po è di m. 661; quella dei portici di Piazza Castello di m. 634; di Piazza Vittorio Emanuele, 360, di Piazza S. Carlo, 150; di Piazza delle Erbe, 121,80: di Piazza d’Italia, 87; di Piazza Carlo Felice, 76,50: della Piazzetta dei Quartieri, 74,40.

La larghezza è varia: quella dei portici di S. Carlo è di m. 7,50; di Piazza Castello, 6; di Piazza delle Erbe, 4,35. Varia pure l’altezza dai m. 6,50 sino agli 8,50.

Ciascun’isola è intitolata ad un santo; sopra l’angolo d’ogni isola sta scritto il titolo di essa, il nome della sezione cui appartiene, e quello della via o piazza cui guarda. Tutte le porte son contraddistinte da numeri progressivi secondo la via in cui trovansi: i numeri pari stan da una parte, i dispari dall’altra. I quali avvedimenti e la dirittura delle vie e la forma generale della città fanno sì che il forastiere sappia tosto dirigersi da per sè e trovare i luoghi di cui conosce i nomi senza bisogno d’aiuto.

Copiose sono dal finire del secolo XVI a tutto il XVII le piante di Torino. Senonchè in forza del grande sviluppo che da parecchi anni vanno prendendo le nuove fabbriche ed i vari piani d’ingrandimento, che o già sono in corso d’esecuzione, o già ottennero l’approvazione superiore, si venne mutando in molte parti l’antica circoscrizione topografica della capitale.

Una città novella di vede sorgere, quasi per opera d’incanto, presso all’antica; laonde era necessario che questa Nuova Guida venisse pure arricchita di una Nuova Pianta, la quale fondendo per così dire la vecchia e la nuova Torino, la ritraesse fedelmente quale è in oggi e additasse al tempo stesso i progetti in corso per abbellirla e ampliarla sempre più, per cui ad un tempo si vedesse quale sarà tra qualche anno.

Nella nuova Pianta, che presentiamo qui sulla fine del libro, sono notate le principali vie, piazze e stabilimenti; essa indica altresì qual fosse l’antica circoscrizione di Torino nel 1577, tratta dalla più antica pianta che si conosca, cioè unita alla prima edizione dellAugusta Taurinorum di Filiberto Pingone (1577), e delineata da Giovanni Caracha pittore fiammingo: riprodotta nel secondo volume della Storia di Torino del cavaliere .

II

Primi abitatori di Torino — Sua resistenza ad Annibale — Assume il nome di Giulia, poi quello di Augusta — Civiltà etrusco-romana — Dominio longobardico — Primi duchi di Torino — Contea torinese — Oddone di Savoia — Autorità consolare — Amedeo III di Savoia conte torinese — Molestie imperiali — Amedeo VIII conte di Piemonte — Occupazione francese nel 1536 — Emanuele Filiberto — Torino capitale dello Stato — Peste nel 1630 — Assedi di Torino nel 1640 e nel 1706 — Pietro Mica — Sotto l’impero napoleonico — Ritorno di nel 1814 — e .

Senza perdersi di troppo, che nol ci consente la natura e la mole di questo libro, nelle favolose tradizioni di Fetonte, figliuolo del Sole, che cadde nel Po, guidando inesperto il carro paterno, o quanto meno nelle congetture bibliche sopra le prime migrazioni dei popoli asiatici in Italia, diremo brevemente, sull’appoggio de’ moderni scrittori, come la gente Tirrena (la prima, o almeno tra le prime migranti in Italia), suddivisa in tre rami, chiamasse gli abitatori a piè delle Alpi nevose col nome di Taurisci o Taurini, vale a dire montani, avendo nella maggior parte degli idiomi asiatici la parola Taar o Tor la significazione di monte. Parliamo di duemila anni circa prima della venuta di Gesù Cristo.

Que’ Taurini compaiono successivamente nella storia come popoli liguri, perchè mescolati a loro che vennero pure dall’Asia, onde li chiama gente linguistica, e furono i fondatori di Torino. Collegati i Taurini coi Galli stettero per lungo tempo in nimicizia con Roma, di cui divennero quindi amici e fedeli.

La prima sicura notizia che si abbia di questa città è la gloriosa resistenza ch’essa oppose ad un esercito di africani condotti in Italia da Annibale, dal quale, dopo tre giorni di combattimento, venne espugnata.

Due secoli dopo i Taurini, come tutto il paese che si estende tra l’Alpi e il Po, ebbero da cittadinanza romana; e Torino il nome di Giulia. Dopo la morte di Giulio Cesare, l’imperatore Ottaviano Augusto (al cui tempo nacque Gesù Cristo) le diede il titolo di Augusta (Augusta Taurinorum), nome che conservò poi sempre sotto il governo de’ Romani, e che le vien dato anche tuttora da chi scrive latino.

Signoreggiante Cozio, tra Rocciamelone e Monviso (ond’ebbero quelle Alpi il nome di Cozie), sembra certo che Torino facesse parte di quel dominio.

Fu aggregata alla XII tribù del popolo romano. Possedeva teatro, circo, archi di trionfo, trofei militari. Il palagio chiamato delle Torri, è forse l’unica reminiscenza di Torino romana. Il padre degli Dei era detto custode della città: Jupiter custos augustae taurinorum.

Intanto la civiltà etrusco-romana faceva fiorire il territorio subapino. Le antiche arginature etrusche si prolungarono lungo l’alveo del Po, onde la palude si convertiva in prateria irrigua; e i romani cultori delle campagne le spargevano di viti, di olivi e di piante trasportate dall’Asia.

Ebbe Torino la parola del vangelo portata da S. Calimero, vescovo di Milano, e da S. Dalmazzo che bandì la legge di Cristo ai torinesi, agli stazielli, ai liguri, ai pavesi. Nel 397 o nel 401 si tenne in Torino un concilio di vescovi puramente italiani. Ma la vera storia de’ vescovi torinesi ha incominciamento da S. Massimo, che pontificò dal 415 circa, fin dopo il 452.

Ritolta Torino al romano imperio dai Longobardi, non si trova parola di duchi, se non nel 589, quando Agilulfo, duca di Torino, intervenne alle nozze della bella e savia Teodolinda, figlia del re o duca di Baviera, che andava sposa di Autari, re dei Longobardi, morto il quale sposò Agilulfo, che divenne re dei Longobardi. Altri duchi di Torino salirono quindi il trono stesso, a cui pareva servisse di scala il ducato di Torino. Scarse del resto sono le memorie intorno al dominio longobardico in questa città, caduto il quale gli successe quello de’ Franchi.

Carlo Magno mutò i ducati in comitati. L’ampiezza del comitato era maggiore del ducato; minore però la dignità, maggiore la dipendenza. La contea di Torino saliva fino ai gioghi dell’Iserano, del Moncenisio e del Monginevro, poichè quelle regioni alpine erano congiunte al regno d’Italia, mentre il ducato finiva alle chiuse di Val di Susa e a’ piè del Mombasso. Tra il levante e il mezzodì, la contea com- il territorio chieriese e gli altri vicini, e Savigliano col suo territorio. Sembra che a mezzogiorno ed a settentrione i fiumi Orco e Po la disgiungessero dai comitati di Ivrea e di Oirado.

La contea torinese e la marca d’Italia erano rette, nel secolo X, da una famiglia creduta di origine francese, ultimo della quale fu Odelrico Manfredi II, marchese di Torino, padre della celebre contessa Adelaide, cui era destinata la successione dello Stato paterno, la quale sposò, dopo il 1045 in terze nozze, sospinta da politica necessità, il principe Oddone di Savoia, figliuolo di Umberto Biancamano, onde la Casa di Savoia, pello splendido retaggio di quella principessa, estese i suoi dominii in questa bella parte d’Italia. Ma il possesso di Torino non ebbe tosto effetto.

Morta Adelaide, lo Stato essendosi sciolto in più parti, e Torino ordinata in comune fu, fin verso il 1130, governata da consoli; ma più tardi, abbassata l’autorità consolare, furono chiamati i podestà.

Dopo molte vicende civili e guerriere, si trova Amedeo III di Savoia, bisnipote della contessa Adelaide, e zio di Lodovico il giovane, re di Francia, col titolo di conte Torinese.

Molestata la città dalle armi imperiali, si rafforzò dapprima con alleanze di popoli subalpini; se non che avendo l’imperatore Federigo fatti grandi progressi in Lombardia, e volgendosi a sua devozione tutto il paese tra il Ticino e le Alpi, così fece anche Torino (1237), ma in seguito, scaduta la fortuna dell’imperatore, fu straziata essa pure da velenosi dissidii e dal furor delle parti. Dopo qualche anno d’indipendenza obbedì a Carlo d’Angiò, re di Sicilia; indi a Guglielmo VII, marchese di Monferrato, venne quietamente nelle mani di Tommaso III, ma per breve tempo.

Passata poscia sotto ai principi di Acaia, sorsero per essa giorni dolorosi di divisioni, di congiure, di ribellioni. Dopo la morte dell’ultimo principe d’Acaia (1418) era in Torino Amedeo VIII, il quale, pigliato il titolo di conte di Piemonte, ricevette dalla città, nella sala del Castello, il giuramento di fede. Da questo punto la storia di Torino è ormai quella de’ principi di Savoia. Deboli ed infelici furono i successori di Amedeo VIII.

Nel 1459, il supremo Consiglio di giustizia, che risiedeva a Pinerolo, venne trasferito a Torino, che da quel momento fu la vera capitale dello Stato e sede dell’università.

I duchi di Savoia, accostumati alle loro modeste residenze, prende- stanza ora in una, ora in altra città del Piemonte. Amedeo IX e Violante avean fatta lunga dimora in Vercelli. Torino piacque a Carlo I ed a Bianca, ch’ebbero sede eziandio a Cariganano, Moncalieri e Pinerolo.

Carlo III, detto il Buono, troppo buono, lasciò andare la monarchia quasi al disfacimento; aperte le porte di Torino ai francesi, se ne impadronirono nel 1536. Francesco I onorò d’encomii la città, e con lettere patenti incorporolla alla corona di Francia; ne confermò tutti i privilegi; volle fosse sede di una corte suprema di giustizia, che si chiamò Parlamento, d’uno studio generale od università, d’un tribunale supremo demaniale, che si chiamò Camera dei conti.

L’assemblea de’ tre Stati, radunata da Carlo III, si tenne d’ordinario in Torino. Convennero nel 1509, 1514, 1518. Importa osservare che non erano quegli Stati generali della monarchia, ma i soli tre Stati della patria cismontana, cioè del Piemonte e dei paesi di nuovo aggregati, esclusa la valle d’Aosta, che teneva sue particolari adunanze. I tre Stati si radunarono anche nel 1539, movendo lagni al luogotenente francese.

Morto Carlo il Buono a Vercelli nel 1553, gli successe Emanuele Filiberto di lui figlio, il primo, secondo la espressione di , che intese a dirozzare e ad italianizzare i suoi popoli, ristorando nel giro di pochi anni la monarchia dagl’infortuni d’un secolo intero. Militò fra le truppe dell’imperatore Carlo V, e divenne generale supremo degli eserciti di Fiandra. Stremata la fortuna di Francia alla battaglia di S. Quintino, ricuperò gli Stati paterni. La città di Torino fu resa al duca soltanto nel dicembre 1562. Questo principe, intento a comporre lo Stato nella forza e nell’unità, dotò Torino d’una cittadella, distrusse molti privilegi municipali, sostituì le bande paesane alle milizie feudali, affine di poter raccogliere in brev’ora soldati ben ammaestrati nel maneggio dell’armi; mutò il reggimento comunale, sostituì ag’influssi locali gl’interessi generali, usò termini di governo più stretti, s’astenne dal convocare le generali adunanze degli Stati, restituì alla monarchia feudale una monarchia assoluta, di titolo piucchè di essenza. Nelle quali riforme risultò più grande che non sui campi di guerra.

La popolazione di Torino, sotto Emanuele Filiberto e Carlo Ema-

I, che continuò la sapiente opera del padre, formò la propria tempera nazionale e militare.

Nel 1630, un grave flagello, la pestilenza, disertò il Piemonte. Torino, che piangeva ancora le perdite fatte nel 1595, lo vide imperversare con maggiore ferocia.

Così ne parla il : « Uscita la corte, qua e là sparsi gli ufficii e i magistrati, contaronsi in città 11,000 persone. Dopo pochi mesi 8,000 erano morte. Molti, camminando e discorrendo, cadean morti come percossi dal fulmine. Altri avevano tempo di domandare una sedia, sedevano e incontanente morivano. Altri sentivano uno stimolo di sete, e, accostato il caso alle labbra, in quella positura morivano e si manteneano dopo la morte. Altri gravati di carboni, o segnati di tacchi, petecchie o verghe nere; o seminati di migliaia di pustole. Chi passava fra atroci dolori, mandando continue grida e pietosi lamenti; chi tra i deliri e le visioni spaventose; chi oppresso da stupore o da letargo. Ne furono veduti molti che, appoggiati alle mura, stavano come trasognati, senza parlare, nè mangiare, nè bere due, tre o quattro giorni e notti in piedi, e poi, vinti dal male e dalla spossatezza, cadeano morti senza soccorso nè spirituale, nè temporale. Moltissimi religiosi, che recavano i sagramenti agli appestati, furon presi dal male e la massima parte morì. I curati di Torino, da due in fuori, morirono tutti, e i loro successori ebbero la medesima sorte, e fino in molte parrocchie i successori de’ successori.

« Molti orrendi ed abbominevoli casi, molti pietosissimi narra il medico Fiocchetto:

« Due fanciullini, uno di tre, l’altro di quattro anni che, mancati i genitori, si trovarono soli, tocchi dal male, s’abbracciarono con fraterno affetto, e così morirono; ed abbracciati li trovarono i monatti alla porta della casa che sorge davanti alla chiesa della Trinità, e così avvinti li gettarono tra gli altri cadaveri, sotto al peso dei quali scricchiolava il carro che conducevano. »

Al travaglio della peste s’aggiunse quello della fame, imperocchè francesi e spagnuoli saccheggiarono con bestiale furore le campagne. Ma Vittorio Amedeo I, succeduto in quei giorni al padre, soccorse la città di grani. Magnanima dimostrossi la civica amministrazione, la quale assicurò tutte le provvisioni pei lazzaretti, attese a far nettare la città dai cadaveri e dalle immondezze, e spese non meno di 14,000 scudi il mese. Nè meno micidiale fu cotal pestilenza nelle vicine contrade. Due memorabili assedi sostenne Torino, uno nel 1640, l’altro nel 1706.

Nata in Piemonte la guerra civile per la reggenza degli Stati affidata a Cristina di Francia, madre del fanciullo Carlo Emanuele II, e contesa dai principi Tommaso e Maurizio suoi cognati, s’aggiunse alla guerra civile l’accompagnamento della guerra straniera. Un esercito francese sosteneva la reggente, un esercito spagnuolo si mosse a spalleggiare i principi. Questi s’insignorirono della città di Torino; in mano dei francesi rimase la cittadella. Oltre gli eserciti stranieri, piemontesi combattevano contro piemontesi. L’accanimento da ambe le parti fu smisurato e crudele. La guarnigione della città fece ventinove sortite; gli spagnoli assaltarono più volte le truppe francesi e ne furon respinti. Mancavano i viveri nel campo francese, ma più nella città, ove era chiuso il principe Tommaso, deliberato a difenderla ad ogni costo. Ma la mancanza della munizione da bocca giunse a tale, che condiscese a capitolare il 20 settembre 1640. I francesi entrarono vittoriosi in Torino. Due mesi dopo, Madama Reale vi faceva ingresso in negre vesti. La tristissima guerra civile ebbe fine col trattato del 14 giugno 1642- Questo assedio è memorabile nella storia militare del Piemonte, per l’ostinazione e l’ardenza dei combattenti.

L’altro assedio di Torino, assai più famoso e glorioso per le armi nostre, fu quello del 1706. A questo punto ci piace di soffermare un poco il lettore. Ferveva la guerra per la successione di Spagna. Il grande evento chiamò tutti i pretendenti sulle armi; fra’ quali il duca di Savoia. Dopo una lunga istoria di soprusi, d’intrighi, di rappresaglie e d’insolenze spagnuole e francesi, quell’anima ardente di Vittorio Amedeo dichiarò a un tratto, con ardimento nuovo nella storia, la guerra a Francia e Spagna (3 ottobre 1703). Ne’ tre anni seguenti ebbero luogo importanti fatti tra i belligeranti. Mal piegavano le cose di Francia fuori d’Italia. Non così fatalmente fra noi. Corse ostili e devastatrici desolavano il Piemonte. Presa Susa e Vercelli, la valle d’Aosta col forte di Bard, Ivrea co’ suoi castelli, e Verrua e Monmeliano e Nizza, era già venuto il 12 maggio del 1706, che un esercito poderoso francese stringeva d’assedio Torino.

Passata la Stura, l’armata gallica prese campo tra la città e la Veneria. Era composta di 78 battaglioni e di 80 squadroni. Aveva sei compagnie di bombardieri, 600 cannonieri e 600 minatori. Il signor di Honville comandava in capo l’artiglieria. Dirigeva l’attacco l’ingegnere Tardif. Quaranta giorni impiegaronsi ne’ preparativi dell’assedio. Le linee di circonvallazione cominciavano sulle rive del Po, ov’era il vecchio parco, e continuavano sino alla Dora presso Lucento. Una grande parallela serviva di controvallazione. Magazzini di viveri, oltrechè presso al campo francese, stabilironsi a Crescentino, a Chivasso ed a Susa. Francesco d’Aubusson, duca della Feuillade, era destinato a condurre l’assedio.

Vittorio Amedeo, durante i preparativi, non istette colle mani alla cintola. Piccole scaramucce ebbero luogo dapprincipio per molestare gli assedianti e sturbarne i lavori; in molte fazioni i nostri ebbero abbondanti prede. La cittadella messa in istato di difesa, multate le interne disposizioni già note al nemico, costrutte salde e forti trincee appiè della collina, ove s’alzarono de’ piccioli forti, il comando della città venne affidato al marchese di Caraglio, piemontese, quello della cittadella al conte della Rocca d’Allery, savoiardo. Il presidio consisteva, secondo il Denina, in 6670 uomini, parte dei quali reclute. I sette reggimenti imperiali erano, in forza delle malattie e delle spedizioni precedenti, ridotti a soli 1,500 uomini. Quindici ingegneri servivano la città e la cittadella sotto la direzione mirabile dell’avvocato Antonio Bertola, che poi fu conte di Exilles. Levato il selciato alle vie, poste le vedette sui campanili, spianata la guglia della torre, ordinate le guardie del fuoco, illuminate di notte le vie, disposti di qua e là grandi serbatoi d’acqua, fatte radere al suolo le case e gli alberi de’ dintorni di Torino, la città aspettava intrepidamente l’assalto.

E infatti, tra il 9 e il 10 di giugno, le prime bombe salutarono la cittadella; e quindi ne piovvero anche sulla città, e sì pesanti, dice il , che perforavano dall’alto al basso le case e le chiese, e scendevano fin nei sepolcri a sconvolgere le ossa dei trapassati.

Un bel giorno il La Feuillade spedì un messaggio al Duca, per fargli sapere aver egli ricevuto dal suo re ordini di dover continuare vigorosamente l’assedio; volere perciò informarsi da qual parte della città tenesse i suoi alloggiamenti per risparmiarli dalle bombe; offerire passaporti alle principesse per portarsi altrove. Vittorio Amedeo con nobile orgoglio rispose: che il suo quartiere era sui bastioni della cittadella, che il passaggio della porta di Po era libero per uscirne a suo piacimento, che ringraziava S. M. Cristianissima de’ passaporti offerti alla sua famiglia.

Si disse allora che il generale francese facesse presentare un foglio al Duca, sottoscritto dal re di Francia, in cui gli prometteva la cessione di quanto desiderava. La Francia, infatti, esausta d’uomini e di danaro, si trovava in que’ momenti in male acque. Fuori d’Italia avea fatto perdite immense, nè la campagna di Piemonte le costava di meno. Ma Vittorio Amedeo, memore dei vecchi insulti, nè potendosi ritirar con onore cogli alleati, ricusò le larghe offerte del re francese.

The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.

Loading the full text…