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Sessanta novelle popolari montalesi

Gherardo Nerucci · 1880 · Free in the US

208,101 words · about 14 h 34 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1880 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Sessanta_novelle_popolari_montalesi&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Gherardo Nerucci
Language
Italian
Published
1880
Length
208,101 words · about 14 h 34 min
Sections
61 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (61)
  1. Front matter under 1 min
  2. I. Zelinda e il Mostro about 14 min
  3. II. Le Cento Sporte about 13 min
  4. III. Il Morlajo d’oro about 9 min
  5. IV. La bella Giovanna about 21 min
  6. V. La bella Caterina, oppure la Novella de’ Gatti about 9 min
  7. VI. La bèlla Ostessina about 18 min
  8. VII. Il Figliolo del Pecorajo about 16 min
  9. VIII. Il Mago dalle Sette Teste about 19 min
  10. IX. Il Figliolo del Re di Francia about 17 min
  11. X. La Novella delle Scimmie about 8 min
  12. XI. Zaccaccia about 15 min
  13. XII. Bell'-e-fatta about 17 min
  14. XIII. Occhi-Marci about 7 min
  15. XIV. Le Tre Melangole d’Amore about 14 min
  16. XV. Griselda about 13 min
  17. XVI. Bellindia about 9 min
  18. XVII. La Bella Giuditta e la su’ figliola Maria about 55 min
  19. XVIII. La Prezzemolina about 18 min
  20. XIX. Il Figliolo del Mercante di Milano about 29 min
  21. XX. Il Canto e ’l Sòno della Sara Sibilla about 17 min
  22. XXI. Manfano, Tanfane e Zufilo about 9 min
  23. XXII. Il Magnano o Pelo torto ’n barba about 11 min
  24. XXIII. Fidati e Nun-ti-Fidare about 8 min
  25. XXIV. Contento nimo nel Mondo about 3 min
  26. XXV. Il Figliolo del Re di Portogallo about 13 min
  27. XXVI. La Novella del Sonno about 7 min
  28. XXVII. I Figlioli della Campagnola about 16 min
  29. XXVIII. Fanta-Ghirò persona bella about 8 min
  30. XXIX. Adelame e Adélasia about 21 min
  31. XXX. Collo di Pecora about 11 min
  32. XXXI. Pipetta bugiardo about 10 min
  33. XXXII. La Ragazza serpe about 9 min
  34. XXXIII. Il Paradiso Terrestre about 10 min
  35. XXXIV. La Scatola che bastona about 7 min
  36. XXXV. Il Mattarugiolo e il Savio about 7 min
  37. XXXVI. Fiorindo e Chiara Stella about 9 min
  38. XXXVII. Testa di Bufala about 13 min
  39. XXXVIII. Il Pesciolino about 10 min
  40. XXXIX. Uliva about 18 min
  41. XL. I tre Regali o la Novella de’ Tappeti about 15 min
  42. XLI. Orlandino about 11 min
  43. XLII. La Rosina per il Mare about 17 min
  44. XLIII. Il Ciuchino caca-zecchini about 5 min
  45. XLIV. Giovannino insenza paura about 5 min
  46. XLV. Paolino da Perugia about 10 min
  47. XLVI. La Regina Marmotta about 24 min
  48. XLVII. I cinque Ladri about 17 min
  49. XLVIII. Il Viaggiatore turinese about 16 min
  50. XLIX. La Manetta di morte about 1 h 1 min
  51. L. Il Mercante di sale about 9 min
  52. LI. Caterina about 15 min
  53. LII. La Lieprina about 12 min
  54. LIII. I tre Consigli about 9 min
  55. LIV. Cicerchia o i ventidua Ladri about 15 min
  56. LV. La Crepantosa about 20 min
  57. LVI. Caterina furba about 18 min
  58. LVII. I Fichi brogiotti about 17 min
  59. LVIII. Il Figliolo dell’Imperatore di Roma about 14 min
  60. LIX. Fiordinando about 12 min
  61. LX. Argia about 11 min

Continue:

Front matter

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Indice

I. Zelinda e il Mostro

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C’era una volta un pover’omo, che aveva tre figliole; e siccome tra di queste la più piccina era anco la più bella e garbata e di naturale dolce, così quell’altre due sorelle l’astiavano a morte, abbenechè il su’ babbo, tutt’all’incontrario, gli volesse dimolto bene. ’Gli accadde che in un paese vicino, per l’appunto nel mese di gennaio, e’ ci fussi una gran fiera, e quel pover’omo bisognò che ci andasse per far le provviste necessarie al campamento della su’ famiglia, e domandò, prima di mettersi in istrada, alle su’ tre figliole, se loro bramassono qualche regaluccio, proporzionato, s’intende, alle su’ facoltà. La Rosina volse un vestito, la Marietta gli chiese uno scialle, ma la Zelinda si accontentò che gli portassi una bella rosa. Quel pover’uomo, il giorno doppo, quando fu a male brighe bruzzolo, si vestiede e nuscì di casa per il su’ viaggio e, arrivato in sulla fiera, subbito fece le compere delle provviste, e poi gli fu facile trovare il vestito per la Rosina e lo scialle per la Marietta; ma di que’ tempi, abbenechè s’accanasse a ricercarla dappertutto, una rosa per la su’ Zelinda nun potiede averla. In ugni mò, voglioloso di accontentarla la su’ cara Zelinda, si rimesse in viaggio lì pe’ dintorni alla ventura, e cammina cammina, eccoti che ’gli arriva dinanzi a un bel giardino, tutto serrato da de’ muraglioni; ma siccome il cancello ’gli era soccallato, lui lo pinse in là, e poi pian pianino nentrò dientro. Il giardino si vedeva carico gremito d’ugni sorta di fiori e di piante, e in un cantuccio e’ c’era un cespuglio alto di rose vaghe sboc- ciate e di colore aocchiato. Guarda di qua guarda di là, nun pareva che per quel logo ci fussi anima viva per chiedergli una rosa o col pagare, oppuramente in regalo; sicchè, il pover’omo, insenza pensarci su più che tanto, allungata una mana in verso il cespuglio, abbrancò una rosa e la cogliette per la su’ Zelinda.

Misericordia! a mala pena che lui ’gli ebbe stacco il fiore dal gambo, nascette un gran fracasso e scaturirno valampole dal terreno, e a un tratto sbucò fori un Mostro terribile con la ficura di dragone, e fistiava a tutto potere, e scramò, iscurruccito a bono contro quel povero Cristiano: — “Temerario! che ha’ tu fatto? Ora ti tocca a morire subbito, chè tu ha’ avuto l’arditezza di brancicare e sciupinarmi la mi’ pianta di rose.” — Il pover’omo, morto più che mezzo dalla paura, si messe a piagnere e a raccomandarsi in ginocchioni, chiedendo perdono dello sbaglio commesso, e si diede a fare tutto il racconto del perchè lui aveva colto quella rosa; e poi diceva: — Lassatemi andar via: i’ ho la famiglia, e se manco io, per lei è finita e va in perdizione. Ma il Mostro, incattivito più che mai, gli arrispose: — “Senti, uno ’gli ha da morire. O portami la ragazza che volse la rosa, o insennonnò i’ t’ammazzo in questo vero mumento.” — E nun ci fu versi di persuaderlo nè con le preghiere, nè co’ pianti; chè il Mostro stiede fermo nella su’ sentenzia, e nun lassò andar via quel pover’omo, se prima lui nun gli ebbe promesso con giuramento di menargli lì nel giardino la su’ figliola Zelinda.

Figuratevi con che po’ di core quel pover’omo rinentrò in casa sua! Lui diede i regali compri alle su’ figliole più grandi, e anco la rosa alla Zelinda; ma ’gli aveva un viso istravolto e bianco come un morto iscaturito dalla sepoltura, sicchè le ragazze tutte impaurite gli domandorno quel che era stato e se gli era intravvenuto qualche disgrazia. Dagli e ridagli, finalmente il pover’omo piagnendo a calde lacrime si messe a ridire le su’ disgrazie di quel malauguroso viaggio e a che patto infine lui era potuto ritornare a casa: — “Insomma” — scramò — “ci bisognerà esser mangiati vivi, o io o la Zelinda, dal Mostro.” — Allora sì che le altre due sorelle scaricorono la sacca in sulla Zelinda. — “Bada lì” — dicevano loro — “la smorfiosa, la capricciosa! Lei, lei anderà dal Mostro! Lei che ha volsuto la rosa di questi be’ tempi. Che! il babbo ha da restare con noi. La grulla!” — A tutti questi improperi la Zelinda senza scommoversi s’accontentò di rispondere: — “’Gli è giusto che paghi chi ha fatto il malanno. Anderò io dal Mostro. Sì, babbo, menatemi al giardino, e sia pure la volontà del Signore.” —

Doppo varj contrasti e battibecchi in quella famiglia scompigliata, chè ognuno parlava a passione, abbenechè diversa, restò fissato che la Zelinda ’gli anderebbe nel giardino del Mostro per lassarla lì sola: e difatto feciano senz’altro accosì. Quando viense la mattina, la Zelinda con il su’ babbo tutto addolorato si messano in cammino e in sull’imbrunire loro arrivorno al cancello del giardino, e nentrati che furno, nun c’era, com’al solito, persona viva, ma ci veddano un gran palazzo da signori illuminato e con le porte spalancate; sicchè dunque, i due viaggiatori arrivati nell’androne, subbito quattro statue di marmo si mossano d’in sul piedistallo con le torce accese in mano e gli accompagnorno per le scale per insino in una sala grande, dove nel bel mezzo c’era una mensa apparecchiata con ugni ben di Dio. Loro, che avevano dimolta fame, senza tanti complimenti si sederno a mangiare; e quando furno satolli, le medesime statue co’ lumi gli condussano in du’ belle cammere ammannite, gli mettiedano a letto, e felice notte. La Zelinda e il su’ babbo gli erano tanto stracchi, chè s’appiopporno come ghiri e dormirno saporitamente per quanto fu lunga la notte.

Alla levata del sole la Zelinda e su’ padre destati si levorno diviato e delle mani invisibili gli servirno a culizione di tutto punto; doppo, scesi giù nel giardino, si diedano assieme a cercare del Mostro, e arrivati al cespuglio delle rose, eccotelo che sbuca fori con la su’ bruttezza e terribilità. La Zelinda, a quella vista, diventò bianca dalla paura e gli tremavan sotto le gambe; ma il Mostro la guardò fissa con que’ su’ occhiacci infocati e poi disse al pover’omo: — “Sta bene: tu ha’ mantienuta la parola e son contento. Ora però, vattene, vecchio, e lassami qui sola la ragazza.” — A questo comando, al vecchio gli parse di morire, e anco la Zelinda stava lì mezza grulla e con le lagrime vicine a spuntare; ma nun valse il pregare, chè il Mostro rimase duro come un sasso, e al pover’omo gli conviense andar via, lassando la su’ cara Zelinda nella padronanza del Mostro. Quando il Mostro fu solo con la Zelinda, principiò a fargli delle carezze, de’ daddoli e a dirgli delle parole amorose, e tanto si addoperò, che gli rinuscette parere un po’ garbosino. Nun c’è pericolo che lui la dimenticasse mai, e badava che nulla gli mancassi, e tutti i santi giorni discorrendo con lei nel giardino sempre gli domandava: — “Che mi vo’ bene, Zelinda? Che vo’ tu diventar la mi’ sposa?” — Ma la ragazza gli rispondeva in sul medesimo tenore: — “Bene sì, ve ne voglio, signore: ma nun diventerò mai la vostra sposa.” — E il Mostro allora si addimostrava dimolto addolorato e raddoppiava le su’ carezze e i su’ boni garbi, e sospirando forte a su’ modo diceva: — “Eppure, vedi, Zelinda, se tu mi sposassi, gli accaderebban cose maravigliose. Ma quali, nun te lo posso dire, insino a che tu nun voglia essere la mi’ sposa.” —

La Zelinda, abbenechè in fondo nun si trovassi malcontenta lì in que’ be’ loghi e trattata da regina, pure di sposare il Mostro nun se la sentiva nè punto nè poco, perchè lui ’gli era troppo brutto e come una bestia; e alle richieste che gli faceva il Mostro lei aveva sempre le medesime risposte pronte. Ma ’gli accadde che un giorno il Mostro chiamò la Zelinda in fretta e furia, e gli disse: — “Senti, Zelinda, se tu nun acconsentisci a sposarmi ’gli è decretato che il tu’ babbo ha da morire. Già lui sta male e si trova in fine di vita, e tu non lo potrai nemmanco rivedere. Bada se ti dico la verità.” — E tirato fori uno specchio incantato, il Mostro fece lì dientro vedere alla Zelinda il su’ babbo moribondo nel letto di camera sua. A quello spettacolo la Zelinda, tutta disperata e mezza matta dal dolore, cominciò a urlare: — “Oh! salvatemi il babbo, per carità! Fate almanco ch’i’ lo possa riabbracciare prima che lui moia. Sì sì, ve lo prometto, che sarò in ugni modo vostra sposa fida e costante, e senza indugio. Ma il babbo, il babbo, salvatemelo dalla morte.” —

A male brighe che la Zelinda ’gli ebbe profferite queste parole, che in un tratto il Mostro si trasficurì in un bellissimo giovane. La Zelinda a quel mutamento improvviso restò sbalordita, e il giovane la prese allora per la mano e gli disse: — “Sappi, cara Zelinda, che io sono il figliolo del Re delle Pomarance. Una vecchia strega toccandomi e’ mi ridusse quel Mostro 5] terribile di prima e mi condannò a starmene appiattato nel cespuglio delle rose in questa ficura, insino a che una bella ragazza nun acconsentiva a diventare la mi' sposa. Per tu' bontà, Zelinda, rideccomi omo come avanti. Si vadia dunque subbito dal tu' babbo, che dev'essere di già rinsanichito, e dopo si farà il legittimo matrimonio, quando i' abbia ottenuto il consentimento del Re delle Pomarance. La Zelinda e il giovane, senza più aspettare, si partirno assieme a cavallo dal giardino, e quand'ebbano rivisto il padre della Zelinda, tutti in un branco andiedano nel Regno delle Pomarance, dove il Re alla vista del figliolo, ché lo credeva da un bel pezzo morto, mancò poco che nun cascasse sbasito dall'allegrezza. Il giovane raccontò al Re quel che gli era intravvenuto per filo e per segno; ma alla novella dello sposalizio fissato con la Zelinda il Re si sturbò forte, e fece protesto, che lui, abbeneché dimolto obbligato alla Zelinda per la libberazione del figliolo, lui a quella richiesta nun ci poteva acconsentire; perché lui aveva già da più tempo impegnata la su' parola di Re, che il su' figliolo pigliassi per su' moglie la figliola del Re di Prussia. E siccome s'avveddan che nun c'era rimedio e il Re nun c'era caso di smoverlo dalla sua idea, la Zelinda e il giovane fissorno di scappare assieme di nottetempo, a costo di vagar per il mondo alla ventura, per nun si lassar mai; e difatto, travestiti da pitocchi, loro due uscirno a piedi fori del palazzo zitti zitti, e si mettiedano in cammino a traverso la campagna. La Zelinda e il su' sposo doppo di avere viaggiato tutto un giorno così a caso, in sull'abbuiare entrorno in una selva e vi si persan dientro: gira di qua, gira di là, nun ci fu versi che trovasseno la via per sortirne; sicché cominciavano a sgomentarsi a bono e a darsi per morti, quando lontan lontano e' veddano un lumicino. A tentoni s'indirizzorno laggiù e giunsano con grandi pene alla porta d'una spelonca, addove si diedano a picchiare colle noccole delle dita. Di lì a un po', deccoti s'affaccia a un finestrino una donna, che aveva du' zanne di porco sporgenti fori delle labbra, che con una vociaccia sgangherata bociò: - Chi siete voi? e che volete a quest'ora? Dice il figliolo del Re delle Pomarance: - No' siemo du' meschini, marito e moglie, e [6] s'è smarrita la via per questa selva. Dateci per carità ricovero tutta la notte, e del pane e dell'acqua, perché si more dalla stracchezza e dalla fame. - Oh! sciaurati! - scramò la donna dalle zanne: - in che brutto logo siete ma' vienuti! Questa' gli è la casa dell'Orco e io sono la su' moglie. Scappate, ma lesti, che lui a mumenti e' torna, e se vi sente e vi trova, per voialtri due 'gli è bell'e finita. Vi mangia tutti e due vivi in un ammenne. - Ma dove s'ha da andare? - disse il giovane. - Badate piuttosto di nisconderci in qualche logo riposto, e domani a levata di sole si fuggirà via senza farci sentire. Arrisponde l'Orchessa: - Ma che vi pare! Son cose impossibili. Lì all'uscio, vedete! dalla parte di dientro, e' c'è una gabbia d'oro tutta zeppa gremita di sonagliolini e c'è serrato un uccellino che svolazza e fa la spia: in nella stalla c'è un cavallo con una sonagliera, e anco lui sbatte gli zoccoli, scote il capo e fa la spia. Se nentra un qualche Cristiano in casa, l'Orco lo risà subbito, perché le bestie con lo scampanellio e il diascoleto de' canti, de' nitriti, del dimenìo dell'ale e con lo sbattere delle zampe gli ridicono ugni cosa: e allora l'Orco cerca dappertutto, e per chi trova e' nun c'è scampo. - Tant'è - gli arreplicò il giovane, - morti per morti, apriteci e lassate che si vienga dientro, e accada quel che vol accadere. L'Orchessa, capito che que' due nun se ne volevan ire, e poi bramosa anco di fargli un po' di bene, s'avviò giù per la scala a aprir l'uscio; e in quel mentre che lei si arrangolava a smovere catenacci su catenacci e bracciali e saliscendoli messi lì per assicurare il serrarne, una vecchina tutta grinzosa gli apparse di fori alla Zelinda e al su' sposo, e lesta lesta gli disse: - Pigliate su questo cotone, questi confetti e queste cofacce: quando po' sarete dientro, tappate col cotone tutti i sonagliolini della gabbia e del cavallo, i confetti dategli all'uccellino a beccare, e le cofacce a mangiare al cavallo, e loro staranno cheti: e come l'Orco è a letto e dorme, voi sverti scappate e rubbate la gabbia con l'uccellino assieme, e nel mezzo della selva l'uccellino ammazzatelo e apritegli il capo, ché lui nel capo e' ci ha un ovo, e bisogna quest'ovo romperlo con una pietra, ché rotto l'ovo l'Orco morirà subbito, essendo appunto in quell'ovo l'incantesimo della su' vita. E detto che ebbe accosì la vecchina [ 7] grinzosa sparve come il fumo. Infrattanto la porta della spelonca era stata aperta, e l'Orchessa fece rientrar dientro que' du' smarriti, gli menò in cucina, e diedegli da ristorarsi alla meglio, e poi gli messe nascosti nella ritoia del cavallo e li ricoprì per bene con del fieno e della paglia, e si raccomandò con le mane in croce che se ne stassero zitti senza bucicarsi. Que' du' sciaurati, gufi tra quella paglia, pensavano tra di loro come fare quel che gli aveva detto la vecchina grinzosa, quand'eccoti appare l'Orco; e l'uccellino subbito a cantare e a scotere tutta la gabbia, e il cavallo a nitrire e a smovere la sonagliera con de' salti. L'Orco insospettito da quel diascoleto, cominciò a rizzare il naso, ché lui l'aveva fino dimolto, e fiuta di qua e fiuta di là, barbottava tra le zanne:

Mucci, mucci! Sento puzzo di Cristianucci: O ce n'è, o ce n'è stati. O ce n'è de' rimpiattati.

Poi dice alla su' donna: - Moglie, c'è della carne d'omo, nun è vero? Addove l'ha' tu riposta? L'Orchessa però fece l'indiana: - Ma che! Stasera, mi' omo, tu ha' bevuto più del bisogno, e tu ha' i frazzi nel naso. Va' va' a letto, che 'gli è ora di dormire. L'Orco nun era mica persuaso a questo parlare, e storse il grugno, e stiede lì tra le due d'andarsene a letto o di rifrucolare dappertutto la casa; ma siccome nun si reggeva più in sulle gambe, finì con dire: - Basta, i' sono stracco stasera e nun vo' ora ammattire con delle ricerche. Domani poi i' guarderò in tutti i buchi, e se ci trovo della carne di Cristiano, che bella culizione! E preso il lume, salì nella sua cammera e si ficcò nel letto e doppo pochi mumenti ronfiava tanto forte da sentirlo da un miglio lontano. A male brighe che l'Orco si fu appioppato a quel modo, pian pianino si levorno su dal niscondiglio il figliolo del Re delle Pomarance e la Zelinda, e buttate le cofacce nella ritoia del cavallo e i confetti nella gabbia dell'uccellino, perché loro stasseno zitti, stopporno con il cotone tutti i sonaglioli; e poi, senza pensare a altro, vogliolosi come erano di fuggire, spalancata la porta della spelonca, ma con dimolta fatica, agguantorno la gabbia con l'uccellino, e via a corsa attraverso la selva. Ma [8] quando la gabbia fu fuori della porta, l'Orco si risvegliò con una gran scossa e si diede a bociare: - Mi rubban la mi' vita! e saltato giù dal letto, si messe a correr dietro a' ladri; e siccome lui aveva le gambe lunghe e sverte, non che bono l'odorato, presto gli arebbe raggiunti: ma loro in nel sentirselo alle costole, tutti impauriti, lassarono lì per le terre la gabbia e badarono soltanto a niscondersi dientro una macchia. L'Orco si accontentò allora di ripigliare la gabbia, che quando l'ebbe tocca gli fece ritornare le forze, e rivienuto alla spelonca ne incatenacciò la porta con gran premuria. In quel mentre che il figliolo del Re delle Pomarance e la Zelinda stevano accoccolati nella macchia e ansimavano per la corsa fatta e erano mezzo sbasiti dalla paura, tutt'a un tratto deccoti che tra il lusco e il brusco riapparisce la vecchina grinzosa, che gli disse: - O mattarelli! o allocchi! L'interesso vostro nun siete stati boni a farlo. Se l'Orco cascava morto, i su' tesori, e n'ha una dovizia, diventavano vostri senza contrasto. Gnamo via! coraggio, e ritornate stasera alla casa dell'Orco e addoperatevi come v'insegnai. Su, svelti! Chi nun risica e' nun rosica. Ma que' due non si sentivano dimolto vogliolosi di rimettersi nel pericolo; la vecchina però gliene disse tante e poi tante, che loro in sulla sera riandorno a picchiare alla porta dell'Orco, e doppo i soliti ragionari e le medesime cirimonie della prima volta, l'Orchessa aprì, gli messe dientro, gli ristorò e poi gli fece niscondere tra la paglia e il fieno nella stalla. Per tornare un passo addietro, bisogna sapere, perché me n'ero scorda, che la vecchina grinzosa questa seconda volta aveva regalato al figliolo del Re delle Pomarance una boccettina, dove ci steva serrata una medicina, che a odorarla chi la teneva nelle mani, l'Orco vieniva a perdere il su' naso. Dunque, quando l'Orco s'accorse che in casa c'era gente, principiò a fiutare e a borbottar tra denti la su' canzone. Dice: - Eh! ora poi, moglie, tu nun me la ficchi. Nun sarò tanto mammalucco. Dammi il lume, ché vo' cercar bene innanzi di buttarmi nel letto. Qui c'è de' Cristiani e, se gli trovo, in du' bocconi me gli pappo. Gira e rigira, l'Orco viense alla stalla; ma il giovanotto lesto annusò forte la boccetta, sicché subbito l'Orco perse la bussola, e, nun iscoprendo nulla, pensò che era meglio [ 9] insaccare nel letto, dove s'addormì come un chioppo. Que' due, quando lo sentirno russare, nusciti dal niscondiglio, presano la gabbia e via a gambe per la selva. Gli corse subbito dietro l'Orco bociando. Ma il giovinotto, cavato l'uccellino fori dalla gabbia, con un sasso gli sfracasciò il cervello, sicché in tra fine fatta l'Orco cascò in terra morto steccolito. Allora la Zelinda e il su' sposo riviensero alla spelonca, e caricato il cavallo dell'Orco con tutto il tesoro, presano poi la strada del Regno delle Pomarance; addove arrivati che furno, il Re gli ricevette con dimolta allegrezza, e visto le ricchezze portate, perdonò al su' figliolo e gli acconsentì che sposasse la Zelinda. Gli sposi tutti contenti camparono poi per degli anni assieme, e successero nella corona alla morte del Re; e lì

Si goderno e se ne stiedano E a me nulla mi diedano.

II. Le Cento Sporte

NOVELLA II

Le Cento Sporte

(Raccontata dalla Luisa vedova Ginanni)

C'era una volta una balia di quelle brave, ché lei la volevano ugni sempre dappertutto a rilevare le creature in nei parti, e gli andeva anco lontano; e quando lei dibandonava la casa, la lassava in custodia a la su' figliola, che di nome si chiamava Caterina, e che era una ragazza a modo, aocchiata, che badava a sé, e faceva all'amore con un calzolaio di su' pari, che steva in nel medesimo castello che lei. Dunque, una mattina, disse la balia: - Caterina, e' m'hanno chiamo a ricôrre una creatura e stasera nun torno. Fa' vienire l'Assunta a tienerti compagnia: mettete su de' maccheroni e state allegre e svagate, che domani a qualche ora i' sarò a casa. Difatti la montò in barroccino e se n'andette. La Caterina, per nun istar sola, diede retta al comandamento della su' mamma e fece assapere all'Assunta, che era un'altra ragazza di su' età quasimente, che l'aspettava a cenare e a dormire assieme. In verso l'un'ora di notte l'Assunta comparse secondo il fissato, e le du' ragazze si messano a opra per ammannire i maccheroni. L'Assunta accese il foco, empiette d'acqua il paiolo e rastiò la spianatoia; infrattanto la Caterina, con un lume a mano, era ita a pigliare la farina nel buratto. Lei, insenza manco pensarci, apre il buratto, e dientro ci vede un omo con un barbone nero, du' occhiacci neri, con una facciaccia propio ispaventosa. Era un ladro. La Caterina stiede lì a un pelo per urlare; ma quell'omo gli disse: - Zitta, o tu sie' morta. Ma lei: - No. Il ladro imperò gli messe alla gola un coltello: - Se tu parli, [ 11] ti scanno. E che tu nun dica a quell'altra ch'i' son qui. Mangiate e andatevene a letto, che il resto è pensier mio. Bada di far l'ubbidienza, se ti preme di campare. La Caterina tutta impallidita, ché le gambe nun la reggevan più dal tremore, tornò in cucina con la farina; e l'Assunta fece i maccheroni; e poi, imbandita la mensa, principiorno a mangiare, ma alla Caterina la fame gli era ita via, e steva lì tutta ingrugnita, e con un viso che pareva un panno lavato. Dice l'Assunta: - Oh! che ha' tu, Caterina? Che ti senti male? Oppuramente pensi al tu' damo? Lassami stare e andiamo a letto, gli arrispose la Caterina: - I' sono stracca e i' ho de' brutti pensieri per il capo. Sicché dunque, finito che ebbano di cenare, le du' ragazze salirno 'n cammera, e nentrorno a letto, e l'Assunta di lì a un po' s'addormì come un chioppo. Quando fu la mezzanotte, quel birbone di ladro sortì dal nascondiglio e in peduli andette in cammera delle ragazze. Dice: - Zitta, Caterina, ché quell'altra nun si desti. Levati e vien con meco. Voglio tutta la biancheria e i quattrini. - Quattrini nun ce n'è per la casa, - gli arrispose adagino la Caterina: - No' siem poeri. Lassatemi stare. Ma il ladro l'ubbligò a levarsi perché gli reggesse il lume, e lui si messe a frucare dappertutto, sicché 'gli empiette diversi sacchi di robba e poi gli portò a pie' dell'uscio di casa. Dice: - Bisogna ch'i' gli leghi alla bocca questi sacchi. Dammi delle funi, Caterina. - Funi nun ce n'ho, - disse lei, - ma là, 'n sul rio e' c'è de' salci. Legategli con quegli i sacchi. Il ladro allora aperse la porta e nuscì fori per andare a tagliare i salci, e la Caterina subbito all'infuria serrò le imposte a catenaccio e co' bracciali rieto a quel mammalucco; e poi, corsa alla finestra, si messe a urlare: - A' ladri, a' ladri! corrite, mi rubbano, m'assassinano. A quel bocìo si destorno i contadini del vicinato e corsano, chi con gli stioppi, chi con le vanghe, insomma con quel che gli viense alle mane; sicché al ladro gli toccò a scappare con altri quattro fratelli, che stevan fori a aspettarlo, e eran tutti, come lui, assassini: ma, prima di dilontanarsi, disse sotto la finestra della Caterina: - Tu me la pagherai! Già s'è riconto, che la Caterina faceva all'amore con un calzolaio del su' medesimo castello, e questo calzolaio, in ne' [12] giorni di festa era anco barbieri. Si sa, in campagna 'gli è facile, che uno cucia le scarpe e a tempo avanzato maneggi pure il rasoio. Con que' du' mestieri, tanto la vita in capo all'anno lui la campava bene assai. Ora 'gli accadette un giorno che quando il calzolaio lavorava lì accanito al su' bischetto, eccoti, gli comparisce davanti un signore vestito a garbo e dice: - Mastro Crispino, accomidatemi questi stivali. A male brighe che gliel'ebbe accomidi, dice: - La mi' spesa? - Oh! niente. - Come niente? - dice quel signore. - I' pago sempre chi mi serve. Quanto v'ho da dare? Dice il calzolaio: - Che vole! 'gli è una miseria, un'accomidatura di poco valsente. Faccia lei. - Ho capito e sta bene; - arrispose il signore. - Ecco, tenete per il vostro incomido, - e gli buttò in sul bischetto una muneta di cinque paoli. A' su' tempi 'gli usava sempre i paoli. Doppo pochi giorni, di festa, riappare il medesimo signore dal calzolaio e gli dice: - Mi vo' far la barba. Subbito il calzolaio piglia la catinella col sapone e un asciuttamano di bucato, e si mette all'opra. Quando poi lui 'gli ebbe finito, il signore gli disse: - Il vostro avere? - Una crazia, al solito, com'a tutti. - Ché, i' nun pago accosì: - e con questa risposta il signore gli diede quattro crazie al calzolaio. Figuratevi! al calzolaio nun gli parse vero di servire quel signore tanto splendido e che regalava a quel modo: sicché tra 'l calzolaio e il signore forestiero si fece grande amicizia; e il signore 'gli andeva sempre in bottega del calzolaio a chiacchierare e a passarci le su' ore. Dice un giorno il signore: - Sapete, mastro Crespino, in questo paese ci si sta bene. I' ci viengo per de' mesi tutti gli anni; mi garba dimolto il castello. E come le mi garbano le donne di questo castello! S'i' ne potessi trovar una secondo il mi' pensieri, anco poera 'n canna, eppure i' me la sposerei. La sarebbe una gran signora, sapete; perch'i' son ricco sfondolato. Vo' nun ci aresti mica da 'nsegnarmene qualcheduna? - Eh! gnorsì; - gli disse il calzolaio. - Qui di rieto a mene ci sta appunto una ragazza di nome Caterina, che propio sarebbe quella per lei. Una ragazza a modo, sa ella, di bona famiglia, abbeneché povera. Ma è di garbo. Doppo vari ragionari e' furno d'accordo, che il calzolaio [ 13] gli arebbe parlato alla Caterina di questo sposalizio; e 'nfatti, come gliene capitò la bona occasione, il calzolaio glielo disse a lei. La Caterina in sul primo rimase in nel sentire que' discorsi del su' damo. Scrama: - Oh! che è codesto il ben che vo' mi volete? Vo' mi volete regalare a un altro. Il calzolaio però la persuadette, che loro erano tutti e due poeri e che non si potevano isposare così subbito; e' bisognava che passassin dimolti anni: sicché dice: - È più meglio che vo' pigliate un omo ricco, che vi mantienga da signora, e i' sarò più contento in nel vedervi star bene con un altro, che aervi a tribolare in casa mia dalla miseria. Insomma, si conviense della presentazione del signore alla Caterina; ma quando lei e' lo vedde, lo ricognobbe in nel mumento per quel ladro del buratto, e messe i piedi al muro a dire che lei nun lo voleva, perché lui era un ladro, un assassino. Dice il calzolaio: - Ma che siete vo' matta, Caterina, a pigliare un signore tanto di garbo per un malandrino? Di certo, vo' avete le traveggole, e nun è altro che una rassomiglianza di caso. Gnamo via! finimola con tutti questi daddoli. Lui vi piglia per su' legittima sposa: ma se mai e' vi tienesse male e fussin bugie le sue, allora i' son qua io. Tornate pure da me, che vo' sarete 'nvece la mi' moglie. S'intende, che tutti questi discorsi il calzolaio alla Caterina glieli faceva fori della presenzia di quel signore; infra di loro, via: e tante lui gliene disse e la seppe tanto rigirare, che la Caterina si piegò, ma no di tutta bona voglia, veh! a concludere lo sposalizio. Anco la su' mamma, per ambizione, c'entrò di mezzo e 'gli era dimolto contenta, e con le su' moine diede lo spintone al consentimento. Arrivato che fu il giorno delle nozze, eccoti, viene lo sposo vestito da festa con altri quattro, tutti su' fratelli, e erano in una bella carrozza: alla sposa gli regalò degli anelli d'oro, de' vezzi di perla, di be' vestuari, ché lei pareva una regina quando se gli fu messi addosso. Finita la cirimonia partirno e condussan con seco anco la mamma della Caterina per tienergli un po' di compagnia in ne' primi momenti. E cammina cammina per la strada maestra, e' giunsano a un posto, addove la strada nun c'era più; ma 'nvece un bosco fitto, che nun ci si vedeva lume di sole, e bisognò scendere e andare a piedi. Quando [14] poi furno in mezzo a quel bosco, dice lo sposo con una brutta cera: - Mi ricognosci, eh! Caterina. Son quel del buratto; e tu mi facesti scappare per il tu' tradimento. Ma ora 'gli è tempo di ricattarsi. Preparati pure a morir qui per le mi' mane. Figuratevi quelle du' poere donne e che pene gli eran le loro! La morte e' l'aveano alla gola. Tutt'a un tratto però s'inframettiede il più piccino de' fratelli; dice: - No di certo, la Caterina nun se la merita la morte. Guà! o nun fece bene? In nel su' caso tutti gli arebban fatto il medesimo. Via! fratello, una simile ingiustizia nun l'avete da commettere. Ma il ladro le bone ragioni nun le voleva sentire, e ci corsano di molte parole prima di persuaderlo a nun ammazzare la Caterina. In ugni mo' del male ne volse fare; perché lui, per isfogarsi della rabbia, comandò che legassin la balia a coda di cavallo, e 'n sugli occhi della Caterina quella madre sciaurata la strascicorno per il bosco insino a che rimase morta in senza la testa. Poi se n'andiedano e menorno la Caterina svienuta a un capannotto da assassini, in scambio del palazzo che gli aveva promesso il su' sposo. I su' giorni la Caterina gli passava a piagnere e a disperarsi, e nun si sapeva dar pace; e quegli assassini nuscivano tutte le sere a rubbare, e delle volte gli stevano anco delle settimane intiere insenza rivienire a casa; e la Caterina allora si metteva a spasseggiare per il bosco insino alla strada maestra, abbeneché stasse sempre in sospetto di qualche acciacco e che qualcheduno la piedinasse. Una volta che la Caterina 'gli era lì vicino alla strada, deccoti che passa il currieri del Re con de' muli, e a' basti de' muli ci spenzolavano di qua e di là degli orci pieni de' quattrini dello Stato. Il currieri, ugni tanto, dalla città del Regno e' portava le 'mposizioni al Re. La Caterina, quando lo vedde il currieri, si fece un animo risoluto e lo chiamò: - Ehi! galantomo, i' vorre' vienire con voi. Il currieri a quella voce s'accosta e ricognobbe la Caerina: - E che ci state a fare qui voi, Caterina? Allora lei gli raccontò alla lesta le su' disgrazie e poi s'arracomandò con le mane in croce, che lui la menasse via in ugni mo'. Dice il currieri: - Sì; ma prima s'ha da andare al capannotto degli assassini, e portiam via quel che più si pole. [ 15] Detto fatto, la Caterina menò il currieri al capannotto degli assassini, e su' que' muli di lui ce ne messan dentro gli orci quanto più gli rinuscì di belle munete d'oro e d'argento: tutta robba rubbata al prossimo; e poi in un orcio grande la si niscondette lì gufata la Caterina, che nun si vedeva punto, ricoperta com'era con de' panni. Ma quando loro furno per la strada maestra, deccoti che 'ncontrano tutti e cinque i fratelli assassini: - Fermo là, o si tira. Che c'è egli 'n questi orci? Dice il currieri: - Vo' lo sapete da quanto e me. I' porto i quattrini soliti al Soprano. - Daccegli - bociò il capo de' ladri. Il più piccino però, che del giudizio e' n'avea più di quegli altri, disse: - Lassatelo ir via; è il currieri del Re e nun ci mettiamo a contrasto con chi comanda. Della robba noi se n'ha assai, e questi quattrini a pigliarli ci potrebber anco metter fógo. Lassamolo andare. Il capo assassino stiede lì a battibeccarsi co' su' compagni, perché lui le ragioni del fratello piccino nun le voleva intendere; ma poi anco lui si persuadette e s'accordò che il currieri andesse via, insenza manco guardare dientro a su' orci; e accosì, propio per gran miracolo del sommo Iddio, la Caterina e' la scampò una brutta fine, e in poch'ore, più morta che viva, e tutta rattrappita e stronca, la scese a casa sua, addove viense a pigliarla il calzolaio, che la menò con seco e se la tieneva, come su' moglie, a badargli alla bottega: perché que' quattrini rubbati a' ladri se gli spartirno tra il Re, il currieri e il calzolaio a nome della Caterina, e lui ci rizzò una vendita di drogherie e di vino. Ora, lassamo stare il calzolaio e la Caterina, che se la godevano intra di loro, e torniamo agli assassini. A male brighe arrivorno al capannotto, s'accorsano che la Caterina 'gli era telata via con tutte le loro ricchezze. Dice il capo ladro: - 'Gli era col currieri del Re. E lì principiorno a leticare per la bueria del più piccino, e chi tieneva da lui e chi gli era contrario; sicché finirno con bastonarsi infra di loro, ché le legnate le cascavan giù come la gragnola, e nun ismessano che quand'erano stracchi. Doppo del tempo, un giorno 'gli apparisce in nella città un signore travestito e va dal calzolaio: - I' compererei un par di stivali. Dice il calzolaio: - I' nun son più calzolaio. Tiengo [16] bottega di vari generi assieme con la mi' moglie. Passi pure, s'accomidi. Vole rinfrescarsi? Dice quel signore: - 'Gli è questa la su' moglie? Felice lei! che bella sposa! - Oh! - gli arrispose il calzolaio, - nun fo per dire, ma no' siemo contenti come pasque. 'Gli è una donna di garbo, sa ella, la mi' moglie. No' ci si vol bene. Ma la Caterina in nel veder quel signore la s'era insospettita, perché lei e' l'avea ricognosciuto per il ladro del buratto e su' legittimo marito: - 'Gli è lui, 'gli è lui! È vienuto qui per farmi qualche acciacco e ricattarsi. Dice il calzolaio: - Tu mi pari ammattita, Caterina! Ma ti par egli, che questo signore, tanto a modo, possa mai essere un brutto ladro assassino? Te ha' preso inganno di sicuro. Gnamo, sta' savia e nun aver paura di nulla. Infrattanto quel signore, che propio 'gli era il ladro del buratto, o con un discorso o con un altro, tutti i santi giorni era lì in bottega a fare il cascamorto; e ci aveva i su' fini; perché delle donne, si sa, ce n'è poche che scartino, e la Caterina era grossa nel mese, vicina a partorire, e l'assassino si profferse di fargli da compare. La Caterina però e' nun lo voleva un simil compare, e trovava delle scuse per dirgli di no; ma nun ci fu versi, ché tra lui e il calzolaio fu combinato del comparatico, e la Caterina si dové o con le bone o con le cattive chetare e sottomettersi. Dice l'assassino: - Nun vi dubitate, ché gli usi e' gli so. I' vo a casa a pigliare de' mie' amichi e i regali, e il giorno del battesimo i' sarò pronto a mi' doveri. La Caterina però nun si potiede abbonire; sicché dunque il calzolaio per contentarla gli disse: - Senti quel che m'è vienuto in capo. I' ti veggo tanto sospettosa, che per rassicurarti vo' dalla giustizia, ché mi mandino degli sbirri a guardar la casa, quando il compare 'gli è torno co' su' amichi. E subbito corre al palazzo e domanda cento sbirri: a que' tempi c'eran sempre gli sbirri a legare i birboni: e quando lui gli ebbe in casa, gli messe dientro a cento sporte, perché ci stessin niscosti e nun fussan veduti; e poi gli accomidò rietro l'uscio, su per le scale, in cantina, e quattro sotto il letto in cammera della moglie. Viense dunque il compare con la su' compagnia, che il bambino era appunto nato: - Che bel bambino! E il [ 17] compare a dar mance, regali d'ugni sorta, e comandò un bel desinare da principe, e trionfava lui alla splendida, ché tutti rimasono sbalorditi. E quando poi si fu in sul fine del desinare, il compare prende di tavola un pan di Spagna e dice: - Lo vo' portare alla sposa nel letto con le mi' propie mane. Lei l'aggradirà. S'alza dalla sieda lesto diviato; ma il calzolaio gli andette a' tacchi, e poi, doppo, tutti quegli altri assieme. E' gli ebbe un gran giudizio il calzolaio! perché a mala pena il compare 'gli entrò nella cammera, tira fori uno stilletto e bocia: - Tu m'ha' ricognosciuto eh! Caterina? Sì, i' son io, che tu m'ha' tradito e svergognato per du' volte. Ma ora t'ammazzerò com'un cane. Ma nun lo lassarono finire il su' discorso, ché in nel mumento iscaturirno dalle sporte tutti que' cento sbirri, e, doppo un po' di battuta, messano i ferri a lui e a' su' fratelli; che, passati tre o quattro giorni, radunato il tribunale, furno tutti condannati alla morte. Soltanto e' rispiarmorno il più piccino, perché la Caterina si raccomandò al Re ché non l'ammazzassino per quel po' di bene che lui gli aveva fatto nel bosco.

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