Read here

La Natura

Tito Lucrezio Caro · 1880 · Free in the US

71,666 words · about 5 h 1 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1880 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=La_Natura&action=history). · Wikisource contributors

Text from Wikisource and set out for reading on screen; no words of the book are rewritten or summarized. How RedLectern is built

About this book

Author
Tito Lucrezio Caro
Language
Italian
Published
1880
Length
71,666 words · about 5 h 1 min
Sections
10 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (10)
  1. Front matter under 1 min
  2. A Lucrezio about 8 min
  3. Avvertenza about 1 min
  4. Libro primo about 42 min
  5. Libro secondo about 44 min
  6. Libro terzo about 42 min
  7. Libro quarto about 50 min
  8. Libro quinto about 58 min
  9. Libro sesto about 51 min
  10. Indice about 4 min

Continue:

Front matter

di

tradotti

da

A Lucrezio

fi

fi

oichè agli altari rovesciati indarno Supplichevole in atto anco si abbraccia L’ignaro vulgo, ed imprecando al Vero La mercatrice Ipocrisia volpeggia, 5Dritto è ben che tu sorga, o fulminato Encelado de l’Arte, e in mezzo a tanta Mandria di vili più terribil suoni La voce tua nel novo italo verso. Già non dirò, che inonorato e privo 10D’ogni culto d’amore e d’ogni lume Tu giacessi fra noi: chiaro ancor vola Per gl’itali ginnasj il nome e il grido De l’egregio Toscan, per cui da prima Su’ titanici tuoi nudi lacerti 15Diffuso con gentil cura discese

L’adorno pallio de la Musa etrusca; Ma chi può dir, che sotto a le mentite Muliebri spoglie il genio tuo si celi? Dov’è il pensier, che irrequïeto irrompe 20Fuor dal macigno del natio sermone, E qual fascio d’elettriche scintille Da l’acre punta del tuo stil saetta? Dove il severo argomentar, che i molli Vezzi dispregia, ond’ebbe Arcadia il vanto? 25Ah! come spesso in tortuose ambagi Smarrito erri per lui, tu che diritto Miravi al Ver con infallibil dardo! Come sovente vaneggiando parli Cose ignote a te stesso, e non difforme 30Sembri a colui che nel sognar disserta! Ma sul nobile capo, onde a ragione Il castel di Pontormo anco si onora, Tutta non caggia de l’error l’accusa. Poichè dal dì che da l’inflitto oblio 35D’un germanico chiostro a la vitale Chiara lampa del Sol Poggio ti trasse, Benchè forse quel dì da l’Alpe al mare Al sorriso di Venere più bella Esultasse la vita, e per le dolci 40Aure primaverili alto da’ campi S’elevassero agli astri inni al tuo nome, Pur da l’età, ma più da cherci, offeso

Giacea l’inclito carme, a cui pietoso Non bastevol conforto eran le cure 45D’Aldo solerte e di Marullo audace; Sì che mutilo e guasto ivi, non senza De le Muse disdegno e rossor nostro, Trascinandoti a pena in su le incerte Orme d’Avanzio e mal soffolto a’ fianchi 50Or da Crechio bizzarro, or da Lambino: Perchè nè a pazïente animo esperto Di rigid’opre e dïuturne veglie, Nè a leggera ed estrosa alma di vate Fidan le Muse agevolmente il fiore 55Di lor santa beltà; ma chi in bel modo Con mente austera ad alti studj avvezza Cor gentile e tenace indole aduna, Quei per opra d’amor soltanto il coglie. Quindi propizio al mercenario ingegno 60De l’arrogante Forbigerio un riso Non concesser le dive; anzi, il tuo caro Nome invocato, corser tutte a volo Le germaniche terre, alto chiamando Fra’ più colti e severi animi un qualche 65Vindice degno a l’inconsulta offesa. Levossi allor da le vegliate carte L’inclito capo di Lachmanno, acuta Mente divinatrice, a cui non uno Pur de’ minimi detti, onde a’ nepoti

70La severa parlò Musa latina, Sfugge o si cela: così dentro ei caccia Ne l’antico sermone acre lo sguardo. Come per fratte e guazze al monte, al piano Il segugio fedel gira e braccheggia, 75E la fiera aörmando ora s’immacchia, Or s’inguazza, or s’acquatta, ora si avventa, Finchè avvisa il vestigio, e la diritta Coda agitando fermasi e squittisce; Questi così per l’intricato calle 80E l’ombre impervie e gli abusati passi Del divino poema il ver sovente Con giudicio sottil fiuta e discopre; Poi con la scorta di saper verace Libra, scerne, traspone, ordina, emenda, 85Sì che l’aspra rampogna e il vanto altero, Ond’altri opprime e sè medesmo inalza, Chi giustizia ha nel petto a lui perdona. Ma cor ben raro e più che umano ingegno Ha per fermo colui, ch’alta possanza 90Ebbe dal caso o da natura, e saldo Signor d’altri e di sè, dentro al segnato Limite la robusta alma contiene; O chi da rischj combattuti e vinti Crescer non sente il cor sì che non spregi 95L’avveduto consiglio e s’avventuri D’altri cimenti e nuova gloria in caccia.

Di Lachmanno però l’arguto ingegno Oltre a’ segni proruppe; e fatto audace Da l’erculea fatica, onde la selva Del gran carme latin, purgata in parte Di chimere e di mostri, al Sol si apria, Contr’aspre rocce e immisurati abissi Ad inutil certame irto si accinse, Ed uso a debellar leène e sfingi, Da per tutto le vide, anche in secure Valli amiche a la pace, ospiti al gregge. Indi a le Grazie, che volgeano il tergo Inorridite, e de le rosee braccia Al simulacro tuo facean ghirlanda, Paventose di peggio, assai fu grata Del buon Munro la voce, esimio figlio De l’altera Albïone, ove tra dense Nebbie al bizzarro immaginar commista L’oltracorrente indagine si sposa. Ond’ei di te, più che de l’arduo, amante, Più del ver che di sè, l’inclito carme Cauto soppose a moderato esame, Con sagaci ed onesti accorgimenti Temprò l’audacie altrui, sobrio propose, E con equo giudicio e facil detto Scevrò i fiori da’ bronchi e il ver fe’ chiaro. Come dal grembo de la notte, al novo Lume de l’alba smisurato al cielo

Sorger si vede in ammirabil guisa Di Titano svegliato il Colosseo: Entrano per li rotti aditi i raggi Del crescente mattino, e vasta intorno Piena di sacro orror l’ombra si getta, Così da l’opra d’ambidue congiunta Ampia luce ebbe alfin l’aureo volume, Non tale ancor, che come in terso specchio Il tuo fiero pensier tutto fiammeggi Simile a Sol meridïan, ma quale Di foreste e di nebbie incoronata La gran mole de l’Etna ampia s’estolle, E con torridi massi il ciel disfida. Salve, o divo intelletto! O che tra’ cupi Dedalei giri del pensier t’avvolgi Sillogizzando arcane leggi, o irato Contr’esso i mostri acherontei prorompi Con terribile scherno, o dal tranquillo Tempio de’ saggi, ove seren ti assidi, Su l’uman gregge ambizioso, il guardo Gitti commiserando, o che a l’aspetto De la bella Natura ebbro ti esalti, E ne’ lavacri suoi l’animo innovi, Salve, o divo intelletto, a cui la Musa, Più che molli sorrisi e vezzi e fiori, (A Maron li serbava) armi concesse! Tu nel mar de l’immenso essere a volo

Spazïando animoso, entro a lucenti Sepolcri, d’ogni umana opera escluse, Le inutili serrasti alme dei Numi; Tu con la luce del pensier gagliardo Dissipasti gli averni antri e le larve, Tal che scevra d’affanni e di paure Raggiò alfine la vita, e da l’eterno Grembo de la Natura il ver sorrise. Cantasti allor come nel vano immenso Gli elementi da prima eran commisti, Come per certa legge indi ogni cosa Si scevrò, si distinse, e su la grave Terra e su l’ampio mar lieve si stese Il gran velo de l’aria e il fiammeggiante Etere che i vivaci astri alimenta; Come il Sol si formò, come l’opaca Luna rischiari, con che forza il cielo E le campagne e il mar di luce irrighi, Perchè in sì certa e moderata guisa Le stagioni de l’anno e da le cieche Tenebre le dïurne ore dirima, E per che legge infin, dove ch’ei guardi, Con provvido calor desti la vita. A le rive del giorno indi l’umano Genere sorse, e gli antri erangli asilo, Cibo i frutti e le cacce, armi le mani E proiettili sassi e rami infranti,

Veste il vello ferin, letto le foglie, Solo nume il terror, dritto la forza. Poscia il foco e i metalli, e dei metalli E del foco maggior forza l’amore, Nerbo al corpo gli diêro, arte a l’ingegno; Onde cresciuto egregiamente irruppe Fuor dal labbro il pensier, dal multiforme Bisogno industre a rivelarsi astretto. Così fra dure lotte a grado a grado Procedeano i mortali, a cui di Numi Grazia alcuna non giova, ira non nuoce, Poi che la terra a lor fu madre, ed ella Tutte ne accoglierà l’anime e l’ossa. Nè val che a l’aura di lontani elisi Del superbo mortal corra la speme, O fabbrichi a sè stesso alte paure, Quando la sua vitale anima, nata Negli organi e nel sangue, andrà ad un’ora Con gli organi e col sangue anche disciolta. Ma lei che tutto crea, che tutto regge, L’inconscïente universal Natura, Ben che tanti dal sen de l’infinito Tragga corpi e parvenze, e nel gran mare De l’eterna materia indi li strugga Quasi a vano trastullo, essa starà Giovane sempre ed a sè stessa eguale, Mentre Venere in fresche onde per altre

Floride plaghe agiterà la vita, Divinamente sorridendo a’ novi Idoli de le cose, che leggiadri Palpiti e liete primavere avranno. Con sagace pensier queste vedevi Su le forme vitali albe e tramonti; E se a l’accorto investigar maestri, Abborriti dal vulgo, eranti i saggi D’Acraganto, d’Abdera e di Gargetto, È tua l’alma ribelle, è tua la possa, Che in granitici carmi il vero incide. Quinci dal cheto epicureo giardino, Come addiceasi a la mavorzia prole, Sorse in armi il pensiero, a cui d’inciampo Non furono qual pria mostri e fantasmi; Chè, l’uraniche mura anzi disfatte, Per l’immenso universo Iside apparve. Ma poi che da la bocca aurea di Plato, Simili a canto di fatal sirena, Tanti fioccâr divinamente stolti Filosofemi, e da la croce oscura D’un ingenuo mortal piovve cotanto Sovra la bella vita ibrido sdegno, Sbucò fuor da le infami are Sofia, Non colei che il pensier guida e rischiara, Acerrima virago, e con gagliarda Mano discopre a la Natura il seno,

Ma quella strega ipocrita e maligna, Che di Plato e Gesù fatto cibrèo, Le barbogie de’ vili anime ingrassa. Di belletto e di minio impiastricciata Fra un nugolo di fronzoli e di veli Move ella in giro, e con aerei sguardi Con melliflue lusinghe i gonzi illude; Ma se tu le ti appressi, e tra ’l fallace Intonaco del ceffo e l’ampio mucchio De le gale t’insinui, una vedrai Rancida zitellona, anzi carcassa, Che con l’eterna squacquera e co ’l fiato Putido ed acre ammazza il tordo a volo. Radi per l’antro de la bocca orrenda Le ballano crocchiando i lerci denti; Pendonle, qual da vòlta umida e nera Ragnateli cadenti, ambo le mamme; E quindi su le due coscette gialle Le s’intumida e sguazza il buzzo osceno, Quinci, a par di stillanti éscare aperte, Sfatte le cascan le marciose lacche. Bando, oh bando a tal peste! Ecco fra l’ombre De’ pollini cenobj e le smarrite Sognatrici del ciel mistiche larve Tuona il verbo novello, ecco fiammeggia Entro la luce del titanio globo Del divo Galilei tremendo il nome.

Indi la tarda esperïenza, a cui Duce è il libero esame e norma il fatto, Cauta su le prudenti orme si mise De le feconde analogie; gli abissi Esplorò de le terre ampie e de’ mari; Ne’ recessi degli organi sorprese Le prime polle de la vita e il raggio Del crescente pensier; di grado in grado Le molteplici forme ascender vide Rifrangendosi in mille; ne l’immensa Pugna de l’infinito essere a monti Falciar vite la morte, e a quelli in cima L’inno de la vittoria ergere i forti. Nè già paga di ciò, corse a le stelle; E come da l’occulta aliga a’ rami De la querce, che il tempo e gli euri sfida; Da l’operosa mònera e dal cieco Madreporico gregge, onde sanguigne Zone immense ed enormi isole ha il mare, A l’anguìmane immane indico bue, Ch’ardue torri sul dorso ampio sopporta; Dal sasso inerte a l’animo che pensa, Con eguale, costante, unica legge Venere scorre e in idoli fugaci L’eterna de la vita onda propaga, Così da quest’opaco orbe, già trono De l’uom superbo e cardine del mondo,

Al Sol d’anime padre e al roteante Popol degli astri per l’immenso vano Rivelarsi mirò sempre a sè pari Il vivente infinito, e in mille guise Naturar tutto un solo iddio: la Forza. Caddero allor sotto al Darvinio carro Portator de la luce ombre e fantasmi, Cadde dal trono insanguinato il bieco Simulacro del Nume, e ben chè a l’are Il trafficato vulgo anco si abbraccia, Ecco, il Vero procede, ecco, l’aspetto De l’immensa Natura alfin sorride, Ed a pugnar ne l’ultime battaglie Sorge in itala veste il suo cantore!

fi

Avvertenza

Ho condotto questa versione sul testo emendato da (edit. quarta Berolini MDCCCLXXI) valendomi del Commentario (tertium editus Berolini MDCCCLXVI); senza trascurare la recensione del Jacob Bernays (Lipsig, sumpt. et typis B. L. Teubneri MDCCCLXII) e temperando le audacie filologiche del primo con l’ajuto delle migliori edizioni e dell’opera magistrale di en:Hugh Andrew Johnstone Munro: T. Lucreti Cari: De rerum natura, libri sex with notes and a translation, third edition revised throughout II vol. Cambridge, Deighton Bell and Co. London Bell and Daldy, 1873.

Riguardo al titolo, giova riferire una nota di fr:Benjamin-Constant Martha nel suo studio eccellente sul poema di Lucrezio 2 edit. Paris 1873, Chap. VII, p. 222: «Je ne sais pourquoi on s’obstine à traduìre le titre du poëme par ces mots: De la nature des choses. Les deux mots «rerum natura» répondent à ce que nous appellons La Nature, ce qui est fort différent, surtout aupoint de vue de la science.»

Nei versi preceduti da una M. ho preferito la lezione del Munro. Quelli chiusi in [] son creduti dal Lachmann fuori di posto. Delle lacune ho segnate soltanto le principali; le altre ho colmate, seguendo il senso, o la lezione proposta da’ più reputati editori, non tralasciando di notare in corsivo le parole ed i versi aggiunti.

Libro primo

fi

Invocazione a Venere. — Dedica a Memmio. — Elogio d’Epicuro. — Ifigenia. — Difficoltà del soggetto. — Nulla nasce dal nulla. — Principj eterni. — Nulla si annienta; ma tutto si risolve negli atomi. — I quali non si possono negare perchè siano invisibili. — Cose invisibili, di cui innegabile è l’esistenza. — Il vuoto. — Oltre a’ corpi e al vuoto nulla esiste in natura. — Solidità ed eternità degli atomi. — Il minimo nelle cose. — Errore di Eraclito e di coloro che attribuiscono al fuoco il principio dell’universo. — E di coloro che tutto fan provenire da quattro elementi. — Elogio di Empedocle e della Sicilia. — Confuta la Omeomería di Anassagora. — La difficoltà e novità del tema lo esalta. — Spazio infinito in cui gli atomi infiniti si muovono. — Deride e combatte coloro che ammettono un centro nell’universo.

degli Eneadi madre, o degli umani, Dei Numi voluttà, Venere bella, 3Che il navigero mar, che l’ubertose Terre, del ciel sotto i volgenti segni, Popoli, chè per te concètto e nato 6Del Sole a’ raggi ogni animal si allegra; Te, dea, fuggono i venti, al tuo venire

Te le nubi del cielo; a te sommette 9Fiori suavi la dedalea terra; A te ridon le vaste onde, e sereno D’una luce diffusa il ciel risplende. 12Poichè a pena del dì primaverile Si dischiude l’aspetto, e sciolta avvivasi La dolce di favonio aura feconda, 15Te cantan primi, o diva, e il tuo ritorno Mossi da tua virtù gli aerei uccelli; Pe’ lieti paschi allor saltan le greggi, 18Guadan rapidi fiumi; ed a tal segno Preso è da’ vezzi tuoi, che ovunque ’l guidi Cupidamente ogni animal ti segue. 21Tu infin per monti e mari e per rapaci Fiumi e tra campi verdeggianti e case Frondifere d’augelli, ad ogni petto 24Entro incutendo un dilettoso amore, Fai che ciascuno per la propria specie Con gran desio la stirpe sua propaghi. 27Or, giacchè sola tu reggi il governo De la Natura, e niente a le divine Rive del giorno senza te non sorge, 30Nulla è senza di te lieto e giocondo, Te a questi versi miei compagna imploro Or che le leggi a disvelar m’ingegno 33De la Natura a la diletta prole Di Memmio, a lui che d’ogni pregio, o Dea,

Sempre adornare ed inalzar ti piacque. 36Però, meglio che mai, diva, consenti Una grazia immortale a’ detti miei, E fa’ che in terra e in mar taccian fra tanto 39Gli aspri studj de l’armi alfin sopiti, Quando sola tu puoi giovar di cheta Pace i mortali, e Marte armipossente 42Le fiere de la guerra arti governa, Ei che spesso nel tuo grembo riposa Da l’eterno d’amor dardo ferito, 45E abbandonando stupefatto indietro La bella testa con bocca anelante In te pasce d’amor gli avidi sguardi 48Resupino così, che tutto, o diva, Pende da le tue labbra il suo respiro. Deh! tu mentre col corpo intemerato 51Circonfondi sovrana il dio giacente, Sciogli dal labbro il dir suave, e pace Placida pe’ Romani, inclita, chiedi: 54Chè attender non turbato io non potrei Fra’ turbamenti de la patria a l’opra, Nè di Memmio mancar potría la chiara 57Stirpe in tal uopo a la comun salute.

fi

Porgi del resto a la dottrina vera Sgombre orecchie, alma accorta e cor securo,

60Non tu, pria di capirli, in abbandono Lasci sprezzosamente i doni miei, Che con zelo ed amore io t’apparecchio. 63Del cielo e degli Dei la ragion somma Prima dirò, dischiuderò di tutte Cose i primi principj, onde Natura 66Tutte cose produce, aumenta e nutre, E in cui poscia le strugge e le dissolve, E che materia e genitali corpi, 69Nel renderne ragion, chiamar sogliamo E appellar semi de le cose ed anche Primi corpi nomar, poichè da loro 72Che primi son qualunque cosa è fatta. Mentre giacea l’umana vita in terra Apertamente, oscenamente oppressa 75Da la religïon grave, che il capo Mettendo fuor da la region del cielo Incombea su’ mortali orrida in vista, 78Fu un uom di Grecia in pria, che ad essa incontro Spingere osò i mortali occhi, e star contro Ad essa ei primo; e non de’ Numi il grido 81Non col terribil suo murmure il cielo, Non fulmine il compresse, anzi a tal segno La virtù gl’istigâro acre de l’alma, 84Che de le porte di Natura ei primo Infranger disiò le sbarre anguste. Vinse però del suo pensier la viva

87Forza, e lungi processe oltre i fiammanti Valli del mondo, e con la mente e il core Il tutto immensurabile percorse. 90Reduce vincitore indi qual cosa Nascer possa o non possa egli ne insegna, E per qual legge mai poter finito 93E termine in sè stesse abbian le cose; Onde religïon con vece alterna Ai piè soggetta e calpestata giace, 96Mentre noi la vittoria adegua al cielo. Io temo qui, non tu per caso immagini Che in un’empia scïenza omai t’inizj 99E in sentier di delitti induci il passo, Quando a l’incontro molte fiate e molte Ed empj fatti e scellerati un tempo 102La fede partorì. Per essa a punto A la vergine Trivia oscenamente Deturparono in Aulide gli altari 105D’Ifigenia col sangue i duci argivi Scelto fiore d’eroi. Non ella a pena A le sue trecce verginali avvolta 108Egualmente da l’una e l’altra guancia Diffonder giù sentì l’infola, a pena Vide anzi a l’ara il genitor dolente, 111E a lui da presso nascondere il ferro I sacerdoti e a la sua vista in lacrime Sciogliersi i cittadini, umile a terra

114Piegava di terror muta i ginocchi; Nè giovò la meschina in tempo tale Che co ’l nome di padre essa la prima 117Chiamato avesse il re, poichè da terra Levata in braccio da’ guerrier di peso Vien tradotta a l’altar tutta tremante, 120Non perchè possa da un illustre imene Dopo il rito solenne esser congiunta, Ma perch’ella sì casta incastamente 123Nel dolce tempo nuzïal procomba Dal padre suo scannata ostia infelice, Onde propizj numi e fausta uscita 126Abbia l’armata degli achei. Cotanto Potea di mal persuader la Fede! Vinto anche tu da’ paurosi detti 129Ch’ànno parlato in qual vuoi tempo i vati, Discostarti da noi già pur vorrai. E quanti sogni in ver fingere i vati 132Possono a te, che le ragioni tutte Sovvertir possan de la vita e tutte Di terrori turbar le tue fortune! 135Ed a ragion: chè se mai l’uom vedesse A le miserie sue certa la fine, Potrebbe in certo modo opporre il petto 138Ai terrori de’ vati e a le minacce. Ma poichè, morto, eterne pene ei teme, Nulla ha ragion, nullo poter d’opporsi;

141Già che ignora che sia l’alma, e se nasca, O ver ne sia, quando si nasce, infusa, Se insien con noi perisca, o, da la morte 144Libera fatta, a visitar de l’orco Le gravi ombre ed i laghi ampj discenda, O per nume divin s’insinui e migri 147In altre forme d’animanti, come Il nostro Ennio cantava, ei che al giocondo Elicona primier tal di perenne 150Frondi intrecciossi un’immortal corona, Che ne andrà chiaro per l’Italia il grido. Eppur da l’altro canto Ennio proclama 153Ne’ suoi versi immortali, esservi i templi Acherontei, dove non l’alme stanno, Non i corpi di noi, ma in ammirande 156Guise vaganti simulacri pallidi; E dove pur commemora, che, sòrta Dinanzi a lui l’immagine del sempre 159Fiorente Omero, a sciogliersi in amare Lacrime incominciasse e co’ suoi detti Di Natura le leggi a far palesi. 162D’uopo è però, che la ragion s’indaghi Degli obietti superni, e per che legge Del sole il moto e de la luna avvenga, 165E per qual forza mai sopra la terra Nascan le cose; e in pria donde ne venga L’anima, e qual sia del pensier l’essenza

168Con giudicio sottil cercar conviene; E che sia ciò, che, vigilando infermi, O sepolti nel sonno, empie e spaventa 171La mente in guisa, che veder ne sembra, Come fosser presenti, e udir coloro, Di cui l’ossa, già morti, il suolo abbraccia. 174Nè ignora il mio pensier qual’ardua impresa Sia l’illustrar le invenzïoni oscure De’ Greci in latin verso, uopo mi essendo 177Anzi tutto coniar parole nuove, Perchè povero ancora è il sermon nostro E insolito il soggetto: e pur la tua 180Virtù, la dolce voluttà, ch’io spero Da l’amicizia tua cara e soave, A durar mi suade ogni fatica, 183Le chete notti a vigilar m’induce, Con che detti cercando e con qual carme T’apra alfine al pensier luce sì chiara, 186Ch’entro ti metta a le secrete cose. Or de l’alme a fugar l’ombre e il terrore Non de’ raggi del Sol, non de’ lucenti 189Strali del dì, ma de l’aspetto invece E de le leggi di Natura è d’uopo. Il principio però di tale ordito 192Questo per noi sarà: nulla già mai Per divino voler nasce dal nulla. E la paura in ver tutti i mortali

195Vince così, perciò che in terra e in cielo Miran molti fenomeni, di cui Veder le cause in modo alcun non sanno, 198E pensano però, che tutto avvenga Per divino voler. Quindi, ove noi Veduto avrem, che nulla mai da nulla 201Crear si può, più drittamente allora Ciò che cerchiamo intenderemo, e d’onde Possa ogni corpo esser creato, e come 204Senz’opera di Numi ognun si faccia. Chè, se potesse mai nascer dal nulla, Da tutte cose nascería qualunque 207Specie; di germi non saría mestieri; Sorger potríano a un subito dal mare Gli uomini, gli squamigeri da terra, 210I volanti prorompere dal cielo, E gli armenti e le greggie altre e le belve Tutti potríano con ambigui parti 213Egualmente abitar campi e deserti. Nè gli alberi darían sempre le stesse Frutta, ma cangerían, potrebber tutti 216Ogni frutto portare. E in ver, qual certa Madre avrebber le cose, ove a ciascuna Assegnato non fosse il proprio germe? 219Ma sol perchè da destinati semi Ogni cosa si crea, quindi vien fuori, Ed a le rive de la luce emerge,

222Dove risiede la materia e i primi Corpi adatti a ciascuna; onde non ponno Tutte cose da tutte esser prodotte, 225Perchè chiusa in ognuna è specialmente La propria facoltà. Perchè di fatto Compier vediam la rosa a primavera, 228Il frumento al calor, l’uva al richiamo D’autunno, se non chè, certi a lor tempo I semi de le cose in un correndo, 231S’apre a la luce ogni creata cosa Allor che la stagion debita viene, E a le rive del dì porta a salvezza 234La viva terra i suoi teneri frutti? Chè, se uscisser dal nulla, a spazj incerti In qualunque stagion vedrían la luce, 237Niun germe essendo, a cui toglier potesse I fecondi connubj il tempo iniquo. Nè per crescere infine uopo sarebbe 240Di spazio alcuno a l’unïon de’ semi, Ove dal nulla avessero alimento; Anzi verríano i piccioletti infanti 243Giovani ad un sol punto, e sòrti a pena Da terra s’alzerian gli alberi al cielo. Chiaro è però che nulla vien dal nulla, 246Quando crescer vediamo a poco a poco, Qual si convien, da certo seme il tutto, E serbar la sua specie; onde tu puoi

249Veder da te, che s’alimenta e cresce De la materia sua ciascuna cosa. S’aggiunge a ciò, che senza la stagione 252Fissa a le piogge non daría la terra I letifici parti, e senza cibo Nè propagar, nè custodir la vita 255Qual sia natura d’animal potrebbe. Onde stimar dèi tu, che fra di loro Molti germi comuni hanno le cose, 258Come ogni voce ha lettere comuni, Anzi che dir, che senza seme alcuno Cosa alcuna del mondo esister possa. 261Perchè infin non potè crear Natura Uomini tali da passar pe’ vasti Pelaghi a piè, sveller con mano i monti, 264E vincer molti secoli vivendo, Se non per questo, che a ciascuna cosa Che nascer dee certa materia è data 267E fisso è ciò che da lei nascer possa? Che nulla dunque può venir dal nulla Confessare dobbiam, quando a le cose 270Uopo è del seme perchè vengan fuori, Da cui creata possa quindi ognuna Sorgere a le novelle aure del cielo. 273Poi ch’eccellere infin su’ lochi incolti Vediamo i colti e per industria umana Render di pria sempre migliori i frutti,

276Inferire possiam, che ne la terra Sono i primordj de le cose, e noi, Rivolgendo col vomere le glebe 279E lavorando de la terra il seno, Li spingiamo al natal. Chè, dove in vano Tornasse ogni opra, da sè stessi al certo 282Sorgere e migliorar tu li vedresti. Seguita a ciò, che la Natura tutto Ne’ suoi corpi dissolve e nulla annienta. 285Perocchè se mortal fosse ogni parte Che compone le cose, immantinente Rapide agli occhi esse dovrían perire; 288Nè mestieri saría di forza alcuna, Che dissidio eccitar, sciogliere i nodi Che ne legan le parti unqua potesse. 291Ma sol per questo, che di seme eterno Constan le cose, fin che in lor non entri Nemica forza e le flagelli, o vero 294Penetri ne’ lor vani e le dissolva, Sol per questo vediam, che da la morte D’alcuna cosa la Natura abborre. 297Se ogni cosa, oltre ciò, cui per vecchiezza Smuova l’età, la sua materia tutta Consumando, perisse, ond’è che Venere 300Per le sue specie ogni animal radduce Al lume de la vita, e poi ch’è nato Gli offre i suoi paschi la dedalea terra

303E lo nutre e l’accresce? Onde i nativi Fonti ed i fiumi da lontan correnti Sopperiscono al mare? Onde mai l’etra 306Pasce le stelle? Inver le cose tutte Ch’ànno il corpo mortal dovría da tempo L’infinita età scorsa aver consunte; 309Ma se in tanta età scorsa e spazio tanto Son vissute le cose, onde formato E ristorato è l’universo intero, 312Certo esse han dote d’immortal natura, Nè ritornar però possono al nulla. La stessa forza infin, la causa istessa 315Tutte spesso potría disfar le cose, Se un’eterna materia intimamente Con atomi più o men fra lor costretti 318Non le tenesse; anzi a produr la morte Un tocco sol saría cagion bastante; Poichè, se nulla eterno corpo avesse, 321Scioglierebbe ogni forza il lor contesto; Ma perchè sono fra di lor diversi De’ semi i gruppi e la materia eterna, 324Serbansi illesi i corpi, in sin che un’acre Forza sorvien che i lor tessuti infrange: Non però riede al nulla, anzi ogni cosa 327Torna disciolta a la materia in grembo. Sparisce infin la pioggia, ove a la madre Terra l’etere padre in sen la versi;

330Ma sorgono per lei nitide biade, Verdeggiano di tutte arbori i rami, Crescono anch’esse e gravansi di frutta. 333Quindi il genere nostro e de le fiere Nutresi, quindi le città gioconde Di bella gioventù fiorir vediamo; 336Cantan dovunque pe’ frondosi boschi Novi augelletti; posano pe’ lieti Pascoli il pingue corpo affaticato 339Le greggi, a cui da le distese poppe Bianchissimo l’umor latteo distilla; Quindi la nuova prole, ebbra la testa 342Di mero latte, lascivetta scherza Con piè malfermo per le fresche erbette. Ciò che sembra perir dunque non père 345Totalmente già mai, quando Natura Da l’una cosa ognor l’altra ravviva, E la vita de l’una a l’altra è morte. 348Or, giacchè t’insegnai, che mai le cose Crear dal nulla ed annientar si ponno, A ciò che del mio dir tu non cominci 351A diffidar, perchè scerner con gli occhi Non si ponno i principj de le cose, Sappi oltre ciò, che ammetter dèi tu stesso, 354Che fra le cose alcuni corpi esistono, Che non possono pure esser veduti. E primamente abbiam la concitata

357Forza del vento, che li scogli sferza, Fiacca alte navi e nugole disperde, Con turbine rapace i campi scorre, 360Enormi alberi schianta, ardue montagne Con selvifraghi buffi agita: in questa Guisa imperversa, e con sibili acuti 363E con rombo minace infuria il vento. Son dunque i venti, in ver, corpi invisibili, Che il mare, che le terre alto flagellano, 366E le nuvole pur con subitaneo Turbo squarciando per lo ciel rapiscono. Nè in guisa differente essi discorrono 369E spargono d’intorno ampia rovina, Che natura di molle acqua, cresciuta Da larghe piogge in abbondevol fiume, 372Rapida giù da’ monti alti precipita, E interi alberi porta e selve infrante; Nè tollerar la venïente piena 375Posson validi ponti, anzi a le salde Moli il torbido fiume, impetuoso Per cotanto diluvio, urta in tal guisa 378Che mugghiando fa strage, in mezzo a l’onde Volve gran sassi, e ruinoso abbatte Quanto a le soverchianti acque si oppone. 381Oprar dunque così devono i venti, Che, qual valido fiume, ove in un loco Procomban, tutto innanzi a lor sospingono,

384Ruïnan con frequenti impeti, ed ora Con tortuoso vortice il rapiscono, Or lo rotano in turbo e ratto il portano. 387È dunque il vento un invisibil corpo, Quando a’ fatti, a’ costumi emulo a’ grandi Fiumi il troviam ch’ànno visibil corpo. 390Noi sentiamo oltre a ciò diversi odori, Nè a le nari venir mai li vediamo. Nè il cocente calor, nè il freddo intenso 393Usurpar con acuto occhio ci è dato, Nè discerner le voci; e pur, se han forza Di commoverne i sensi, uopo è che tutti 396Abbian natura corporal: chè nulla Può toccarsi e toccar se non se un corpo. S’inumidiscon pur le vesti appese 399A l’ondifrago lido; al sole esposte Asciugansi; nè come in lor rimagna L’umor de l’acqua noi veggiam, nè come 402Fugga al calore. In picciolette parti L’umor dunque si sparge, e in guisa alcuna Occhio non è che a discoprirle arrivi. 405Anche un anel si logora nel dito Dopo molto girar d’anni e di soli; Goccia assidua che cada il sasso incava; 408Solcando i campi, occultamente scema L’adunco ferro de l’aratro; il duro Selciato de le vie da’ piè del volgo

The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.

Loading the full text…