Read here

Il Catilinario

Gaio Sallustio Crispo · 1858 · Free in the US

18,556 words · about 1 h 18 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1858 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Il_Catilinario&action=history). · Wikisource contributors

Text from Wikisource and set out for reading on screen; no words of the book are rewritten or summarized. How RedLectern is built

About this book

Author
Gaio Sallustio Crispo
Language
Italian
Published
1858
Length
18,556 words · about 1 h 18 min
Sections
50 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (50)
  1. Front matter under 1 min
  2. Introduzione about 1 min
  3. Capitolo I about 4 min
  4. Capitolo II about 2 min
  5. Capitolo III about 1 min
  6. Capitolo IV about 1 min
  7. Capitolo V about 1 min
  8. Capitolo VI about 1 min
  9. Capitolo VII about 1 min
  10. Capitolo VIII about 1 min
  11. Capitolo IX about 1 min
  12. Capitolo X about 2 min
  13. Capitolo XI about 2 min
  14. Capitolo XII about 2 min
  15. Capitolo XIII about 2 min
  16. Capitolo XIV under 1 min
  17. Capitolo XV about 2 min
  18. Capitolo XVI about 2 min
  19. Capitolo XVII about 1 min
  20. Capitolo XVIII about 2 min
  21. Capitolo XIX about 1 min
  22. Capitolo XX about 1 min
  23. Capitolo XXI about 2 min
  24. Capitolo XXII about 1 min
  25. Capitolo XXIII about 2 min
  26. Capitolo XXIV about 1 min
  27. Capitolo XXV about 2 min
  28. Capitolo XXVI about 3 min
  29. Capitolo XXVII about 2 min
  30. Capitolo XXVIII about 2 min
  31. Capitolo XXIX about 2 min
  32. Capitolo XXX about 1 min
  33. Capitolo XXXI under 1 min
  34. Capitolo XXXII about 1 min
  35. Capitolo XXXIII about 1 min
  36. Capitolo XXXIV about 1 min
  37. Capitolo XXXV about 1 min
  38. Capitolo XXXVI about 1 min
  39. Capitolo XXXVII about 1 min
  40. Capitolo XXXVIII about 7 min
  41. Capitolo XXXIX about 6 min
  42. Capitolo XL under 1 min
  43. Capitolo XLI about 2 min
  44. Capitolo XLII about 1 min
  45. Capitolo XLIII about 2 min
  46. Capitolo XLIV about 2 min
  47. Capitolo XLV about 1 min
  48. Capitolo XLVI about 1 min
  49. Capitolo XLVII about 1 min
  50. Capitolo XLVIII about 1 min

Continue:

Front matter

IL CATILINARIO

DI

C. CRISPO SALLUSTIO

Introduzione

al nome di dio amen. qui comincia il sallustio recato in volgare per frate bartolomeo da pisa dell’ordine de’ predicatori, a petizione del nero cambi di firenze: e ponesi prima uno proemio.

Siccome disse Sallustio, molti antichi savii uomini parlarono della grande virtù, che ha in sè la memoria delle storie; e però molti di loro ne scrissono, tra li quali fu Sallustio medesimo, il quale scrisse principalmente due libri. Nel primo trattò il più delle ree opere d’uno grande Romano, che fu detto Catilina e come egli e suoi seguaci furon puniti; e quello libro si chiama il Sallustio Catilinario: nel secondo trattò d’una grande guerra, la quale ebbe il comune di Roma contra uno re di Numidia, ch’aveva nome Giugurta; e quello si chiama Sallustio Giugurtino. Ben è vero che questa guerra col detto re fu alquanto tempo innanzi che quelli fatti di Catilina; ma impertanto il Catilinario si pone innanzi, perocchè Sallustio prima lo scrisse. E l’uno e l’altro di questi libri è scritto per tera molto sottilmente, sicchè gli uomini volgari non ne possono trarre utilità nè avere diletto. Onde io, sopra ciò pregato, sì mi brigherò di recarlo al volgare, benchè malagevolmente far si possa, per la gravezza del libro, e perchè le parole e il modo volgare non rispondono in tutto alla lettera; anzi conviene ispesse fiate d'una parola per littera dirne più in volgare, e non saranno però così proprie. Anche alle fiate si conviene uscir alquanto delle parole per isponere la sententia e per poter parlare più chiaro ed aperto. Dunque, questo modo secondo il mio potere tenendo, io comincerò dal proemio che Sallustio fece al Catilinario: e disse così.

Capitolo I

In questo proemio intende Sallustio di confortare e inanimare gli uomini ad operazione di virtù, e di mostrare quello di che propone di scrivere.

A tutti gli uomini, li quali si brigano di più valere che gli altri animali, si conviene con sommo studio isforzare ch’egli non trapassino questa vita in tal modo che di loro non sia detto alcuno bene; siccome diviene delle bestie, le quali la natura ha formate inchinate giù a terra e ubbidienti al desiderio di lor ventre. Ma ogni nostra virtù è posta nell’animo e nel corpo: l’animo per comandare, il corpo per servire più principalmente usiamo e usar dovemo : l’uno (a) con li Dii, l’altro (b) colle bestie avemo comunale. Per la qual cosa a me più diritto pare per studio d’ingegno d’animo che di forze di corpo addomandare gloria e cercare onore; e in questo modo,per cagione che la vita, è brieve, la memoria

di noi distendere e rallungare. Perciocchè gloria e onore di ricchezza e di bellezza è mutevole e fragile; la virtù è famosa e tesoro eternale. Ma di questo fu lungo tempo fra gli uomini grande quistione: se per forza di corpo o per virtù d’animo li fatti cavallereschi più e maggiormente andassono innanzi. Perchè anzi che si comincino i fatti è mestieri il buono consiglio, e poichè il consiglio è preso si è sbrigatamente mestieri il fatto e così e l’uno e l’altro, insufficiente per sè, l’uno dell’altro ha bisogno. Dunque al cominciamento i re, perciocchè in terra questo fu primo nome di signoria, alcuni di loro studiavano e adoperavano in loro e in lor gente lo ingegno, e alcuni altri il corpo. E infino a quel tempo senza avarizia e desiderio vivevano, e le sue cose proprie a ciascuno piaceano e contentavano assai. Ma, poichè in Asia il re Ciro, in Grecia li Lacedemonii e li Ateniesi cominciarono a conquistare e sottomettere cittadi e genti, e ad avere cagione di guerra e di battaglia la grande voglia del signoreggiare, e a credere che somma gloria fosse in avere grandissima signoria; allora finalmente per pericoli e altri fatti fu trovato e veduto che in guerra e in battaglia molto puote e vale ingegno. E se la virtù dell’animo de’ re e de signori, come s’ingegna e si sforza di valere nel tempo delle brighe, così facesse in tempo di pace, più chetamente e più fermamente starebbono gli stati umani; nè non vedresti altro stato ad altri andare, nè cosi mutare nè mischiare tutte cose: perciocchè la signoria agevolmente si ritiene con quelle arti, per le quali al cominciamento fu acquistata. Ma, poichè in luogo di affaticare viene la pigrizia, e in luogo di contenenzia e di drittura vengono i disordinati desiderii, lussuria e superbia; allora la ventura, insieme co’ costumi, si rimuta: ed in questo modo la signoria sempre va a ciascun ottimo, partendosi dal men buono. E quelle cose, che gli altri uomini, navigando, arando, edificando, acquistano, alla virtù sono tutte ubbidienti e soggette. Ma molti uomini, dati al ventre e al sonno, non savii e non composti, di questa vita trapassarono siccome pellegrini, de’ quali, poichè sono partiti, non si cura più. A’ quali uomini contra natura il corpo fu a disordinato diletto, e l’animo fu a carico: e in lor vita e lor morte egualmente giudico e stimo, perocchè dell’una e dell’altra si tace. Ma per vero quegli a me finalmente pare che viva e che dell’animo goda, che, ad alcuna operazione inteso, di chiaro e famoso fatto, ovvero d’arte buona d’animo, sua nominanza va cercando. Ma, infra la grande moltitudine delle cose, la natura dà diverse vie e l’uno è acconcio naturalmente ad una cosa, e l’altro all’altra. Onde bella cosa è ben fare alla repubblica (a); eziandio ben dire non è laida nè vile; chè in pace e in guerra puote uomo diventare famoso: e quegli ch’hanno fatto, e coloro che i lor fatti scrissono, molti sono ragionevolmente lodati. E, avvegnachè non egual gloriasi seguiti allo scrittore che al fattore delle cose, impertanto a me grande e malagevole cosa pare le cose fatte scrivere: prima, perocchè come sono suti li fatti, così si conviene proseguitare, ed agguagliarli con parole e detti; appresso, perocchè molti quelle malfatte cose, che tu riprenderai, pensano detto per malivoglienza o per invidia: laddove di grande virtù e gloria de’ buoni parlerai, se dirai quelle cose che ciascuno agevolmente creda di poter fare le somigliatinti, udendole, sta per contento; ma, se dirai sopra a quelle, allora reputa cose composte e non vere. Ora io assai garzone, al cominciamento, siccome molti altri, fui levato dallo studio, e a’ fatti del comune menato e posto; e quivi molte cose mi furono contra l’animo: perocchè per l’onestà e per gli composti atti, per l’astinenzia e per la virtù, era disordinato ardimento e allargamento di spendere e di donare, e avarizia: queste cose erano in me, e in me potenzia aveano. Le quali cose avvegnachè il mio animo schivasse e spregiasse, siccome non usato e non concordevole con quelle male arti, nientemeno la tenera mia età, corrotta per desiderio d’onore, in quelle era occupata e distenuta. E conciossiachè io da’ mali costumi d’altrui discordassi e disconsentissi, impertanto quel medesimo desiderio d’onore e di fama, e quella medesima invidia, che conturbava gli altri, conturbava e occupava me. Però, quando l’animo mio di molte miserie e pericoli riposò, e io mi determinai l’altra etade avere dilungata da’ fatti del comune, non fu mio intendimento il buon tempo del riposo, che io preso avea, di guastarlo o consumarlo per negligenza o per pigrizia; nè eziandio, intendendo a lavorio di campi, ovvero a cacciagione o uccellagione, passare l’età occupandomi io operazione così vile: anzi a quello studio, dal quale, cominciato, m’avea dipartito e ditenuto lo disordinato desiderio di onore, a quel medesimo io ritornando, diliberai delle storie di Roma scrivere, non per tutto, ma per parte, le cose, siccome ciascuna era di memoria degna. E tanto più in ciò mi fermai, quanto io potea sicuramente dire, sentendomi l’animo libero da speranza e da paura: le quali due sono come due parti nè fatti del comune. Adunque della congiurazione (a) di Catilina, tanto verissimamente quanto io più potrò, in brievi parole riconterò: perciocchè quel fatto io stimo e giudico in prima ricordevole per novità di gran fallo e di pericoloso. De’ costumi del quale uomo un poco riconterò, in prima che io faccia cominciamento di mio dire.

Capitolo II

Lucio Catilina di nobile sangue fu nato, uomo di grande e poderosa virtù d’animo e di corpo; ma fu d’ingegnamento reo e perverso. E da sua prima gioventù le brighe dentro alla città, le fedite, li micidii, le rapine a lui piacquono molto; e eziandio poichè fu fatto uomo in queste cotali cose continuamente studiò e brigò. Il suo corpo avea poderosotalvolta significa, come in questo luogo, il rimanente, la rimanente parte; onde , Purg. 5, disse: Tu te ne porti di costui l’eterno, Per una lagrimetta ch’e’ mi toglie; Ma io farò, dell’altro, altro governo. e sofferente di fame e di freddo e di vegghiare, più che uomo credere potesse; il suo animo era ardito, malizioso e isvariato, e qual cosa volea infignea e dimostrava, e qual volea diffignea e celava: dell’altrui desideroso; del suo ispargitore; tutto acceso di desiderii; assai bello parlatore; savio poco: il suo ismisurato animo cose ismoderate, non credibili, e sempre troppo alte, desiderava. Onde, dopo la signoria ch’ebbe di Roma uno, che fu chiamato Lucio Silla, era venuta a Catilina la voglia e desiderio grandissimo di prenderla e d’averla egli; nè guardava che dire nè che fare, pure che egli potesse venire al suo intendimento. E a questo il suo animo s’incitava e s’accendea ogni dì più, per cagione della sua povertà e necessità, e perch’egli si sentia aver fatto molto di male: le quali due cose (a) egli avea proseguitate e accresciute con quelle sue malvage arti, che io ho detto di sopra. Incitavalo ancora e movealo altra cosa, cioè ch’egli vedeva corrotti e immalvagiti li costumi della città e de’ cittadini, i quali erano occupati da due pessimi mali, l’uno de’ quali è contrario all’altro: e questi mali erano lussuria e avarizia. Ben è vero che questa materia pare che conforti e che richieggia ch’io cominci alquanto più d’innanzi, ricordando brievemente de’ costumi della città, e degli ordinamenti e statuti di nostri maggiori (b): in che modo egli governarono il comune e in cittade e in oste; e come copioso lo lasciarono; e come a poco a poco sia mutato, di bellissimo e ottimo, e divenuto reissimo e pestilenzioso.

La città di Roma, siccome io ho inteso e trovato, rondarono e ebbono al cominciamento uomini trojani, li quali erano scampati della distruzione di Troja, e erano venuti errando per mare a diversi luoghi, a guidamento d’un principe trojano, ch’avea nome Enea (a). Eziandio furon con loro altre genti di poco affare, uomini villani, quasi selvaggi, senza alcuno ordinamento o legge e senza alcuno signore, liberi in tutto. Questi Trojani e questa altra gente, che detta è, poiché in una città s’adunarono, essendo di diseguale generazione e di dissimigliante lingua, ed avendo altri e diversi costumi, non si potrebbe quasi ben credere come tosto s’accordarono e moltiplicarono. Ma, poichè i lor fatti per cittadini, per costumi e possessioni parve ch’andassono innanzi, e che crescessono assai, e assai si manifestassono; della loro ricchezza nacque invidia, la quale molti aveano verso loro, siccome spasso avviene a chi ha delle cose mondane. E per questa cagione i signori e le genti de’ confini cominciarono a muovere lor guerra; e di loro amici erano pochi, che loro facessono ajutorio: perocchè gli altri per paura si ritraevano e si cessavauo, non volendosi mettere a pericolo per loro. Ma gli Romani nella città e nell’oste presono attesamente

Capitolo III

La città di Roma, siccome io ho inteso e trovato, rondarono e ebbono al cominciamento uomini trojani, li quali erano scampati della distruzione di Troja, e erano venuti errando per mare a diversi luoghi, a guidamento d’un principe trojano, ch’avea nome Enea (a). Eziandio furon con loro altre genti di poco affare, uomini villani, quasi selvaggi, senza alcuno ordinamento o legge e senza alcuno signore, liberi in tutto. Questi Trojani e questa altra gente, che detta è, poiché in una città s’adunarono, essendo di diseguale generazione e di dissimigliante lingua, ed avendo altri e diversi costumi, non si potrebbe quasi ben credere come tosto s’accordarono e moltiplicarono. Ma, poichè i lor fatti per cittadini, per costumi e possessioni parve ch’andassono innanzi, e che crescessono assai, e assai si manifestassono; della loro ricchezza nacque invidia, la quale molti aveano verso loro, siccome spasso avviene a chi ha delle cose mondane. E per questa cagione i signori e le genti de’ confini cominciarono a muovere lor guerra; e di loro amici erano pochi, che loro facessono ajutorio: perocchè gli altri per paura si ritraevano e si cessavauo, non volendosi mettere a pericolo per loro. Ma gli Romani nella città e nell’oste presono attesamente e sollicitamente ad avvacciare ed apparecchiare quel ch’era mestieri; e a confortare l’uno l’altro; e ad andare contra a’ lor nemici; e a difendere per potenzia d’arme la lor libertà e la loro cittade e li lor suggetti. E, poi ch’eglino per lor virtude li pericoli aveano sbrigati e mandati via, davano ajutorio a’ lor compagnie amici; e tuttora più in dare che in ricevere si brigavano d’acquistare amistà. Aveano eziandio signoria secondo statuti bene ordinati; e il lor signore si chiamava ed era detto in quel tempo Re. Ed erano certi consiglieri del comune scelti a ciò, uomini del corpo deboli e men possenti per molto tempo ch’aveano, ma dell’animo potenti e pieni di sapienzia; e questi chiamavano Padri, o per lo tempo, ovvero per tal somiglianza, che egli avevano cura de’ fatti del comune, siccome padre di suo figliuolo.

Capitolo IV

Dappoi che la signoria reale, la quale era suta trovata e ordinata per cagione di conservare e d’accrescere il comune, ella fu mutata in superbia e in oltraggiosa signoria de’ re, allora li Romani mutarono modo; e ordinarono che la signoria non bastasse più d’un anno, e che fossono due signori insieme. Questo feciono, pensando che in questo modo non potesse così insuperbire e immalvagire il loro animo, avendo men tempo e men libertà di mal fare. E in quel tempo cominciò ciascuno Romano a trarsi innanzi, e sempre più diventare pronto e ingegnoso a bene; chè al tempo de’ re non era suto così: perocché ai re sono più sospetti gli mini buoni e ingegnosi, che gli rei e cattivi, e l’altrui virtù sempre è loro spavento e tema.

Capitolo V

Della città medesima, poich’ebbe racquistata sua libertà nel modo che detto è, sarebbe incredibile a contare quanto in brieve tempo crebbe per lo desiderio d’onore, che venuto era. Già li novelli giovani, sì tosto coni’ erano da guerre e da battaglie, in oste stando, per fatica e per usanza apparavano cavalleria, e in belle e onorevoli armi e buoni e gentili cavalli, e non in meretrici ovvero in conviti, aveano desiderio. Onde, cotali essendo fatti uomini, non era loro alcuna fatica disusata, nè luogo nessuno aspro nè brigoso nè malagevole. Anche li armati nemici non mettean loro paura; chè la loro virtù tutte cotali cose avea sottomesse e fatte leggieri. Ma d’acquistare onore e gloria era fra loro a prova grandissimo studio e isforzamento, sicchè ciascuno si brigava di fare ch’egli fosse veduto vigorosamente lo nimico fedire, o in sul muro salire, o alcuno simigliante fatto fare: e questo reputavano e teneano che fosse loro ricchezza, e loro buona fama, e loro grande gentilezza. Erano di lode desiderosi, e di pecunia larghi donatori; voleano grande gloria, ma ricchezza convenevole e onesta.

Capitolo VI

Bene potrei io ricordare più luoghi, ne’ quali li Romani, essendo assai poca gente, sconfissono grandissima moltitudine di nemici, s’io non lasciassi ciò dire, perocchè ciò mi trarrebbe troppo da lungi da quello ch’io cominciai. Ma di questi fatti non ebbono così grande fama e gloria: perocchè la ventura signoreggia in tutte cose, ed ella fa che le cose sieno lodate e famose, o che rimangano senza lode o fama, secondo la sua volontà, più che secondo la verità. Questo dico pertanto, che i fatti degli Ateniesi, siccome io penso e credo, furono assai grandi e magnifichi, veramente alcuna cosa minori a rispetto della grande fama che di loro è . Ma, perchè in fra loro intervennono scrittori molto ingegnosi, però li loro fatti per lo mondo sono reputati e avuti per famosi e per grandissimi , e la loro virtù è tenuta per tanta, quanta potè in parole essere esaltata e lodata da’ chiari e nobili ingegni di loro scrittori. Il contrario di ciò fu in Roma, perchè non vi fu mai quella copia di scrittori: chè ciascuno savissimo di loro era molto grande operatore; lo ingegno solo, senza il fare corporalmente, non era chi brigasse: ciascuno ottimo volea piuttosto fare che dire, e che i suoi fatti fossono detti da altrui, che non voleano dire gli fatti d’altri.

Capitolo VII

E in questo modo in città e in oste erano da loro mantenuti gli buoni costumi. La concordia era grandissima, l’avarizia molto poco o niente, e lo bene e la ragione non avea in loro più di valore per lor legge, che avesse per loro buona e ordinata natura. Brighe e discordie e odii avevano egli, ma trattavano solamente contra a’ loro nemici: cittadini con cittadini si combatteano pur d’avanzare in virtù. Erano eziandio molto magnifici negli onori di loro iddii; in casa loro vivevano molto temperatamente; agli loro amici erano molto fedeli. Con due arti, cioè con gran le franchezza e ardire in tempo di guerra, e in pace con grande drittura e giustizia, governavano sè medesimi e lor comune. Delle quali cose io ho gran pruova per quello ch’io dirò: cioè che nelle guerre si trova che più spesso furono puniti coloro che si misono a combattere contra il comandamento di loro maggiori e coloro che, chiamati alle battaglie, tardarono a venire, che non furono coloro che si partiano da loro bandiere, ovvero che, lasciandosi cacciare da alcuno luogo, erano stati arditi di lasciarlo a’ lor nemici. Anche in tempo di pace accresceano loro signoria, specialmente per beneficii da lor dati, anzi che volendo altrui soggetto avere per paura. Anche, quand’eglino avessono ricevuta ingiuria, piuttosto voleano perdonare, che proseguire a vendetta.

Capitolo VIII

Poichè con fatica e con giustizia la potenzia del comune fu accresciuta, e li grandi re furono per battaglie sottomessi, le genti strane e i popoli grandi per forza soggiogati, Cartagine eziandio perseguitatrice del popolo romano in tutto distrutta, tutti li mari e tutte le terre essendo a loro volontà liberamente; allora cominciò la ventura a diventar loro crudele, e rimescolare e mutare ogni cosa. Ch’a quegli, ch’aveano leggermente sofferti li pericoli, le cose dubbiose e assai aspree dure, l’ozio e le ricchezze, cose desiderevoli dagii altri, furono loro a carico o miseria. Prima dunque venne loro il desiderio della pecunia; poi crebbe l’ambizione (a): li quali vizii furono quasi materia e cagione di tutti i mali. Perciocchè l’avarizia lor fede e lor valenzia e tutt’i lor buon modi spervertio e mutò; e in lor luogo insegnò loro superbia, crudeltà, onori degli dii non curare, ogni cosa avere apparecchiata a rivendere. L’ambizione fece molti diventare falsi; altro avere rinchiuso nel petto, e altro in lingua apparecchiato e pronto; amici e nemici non secondo verità, ma secondo l’utilità; pensare ad aver buon viso e buona faccia, anzi che buon animo o intendimento. Le dette cose prima cominciarono a poco a poco a crescere, e talora esser vendicate e punite. Ma, poichè il male come pestilenzia venne e moltiplicò fra loro, allora la cittade fu tutta mutata: la signoria, ch’era prima giustissima e ottima, fu diventata crudele e importabile. Veramente prima più moveva gli animi degli uomini l’ambizione che l’avarizia, il qual vizio era più presso alla virtù. Perocchè gloria, onore, e signoria, il buono e lo cattivo igualmente desiderano: ma il buono si briga in ciò per dritta via; il cattivo, perocchè gli manca arte di bene, si contende con inganni e con falsità. L’avarizia è più di lungi a virtù, perocchè ha studio di pecunia, la quale giammai nessuno savio desiderò: essa medesima avarizia il corpo e l’animo forte e virtudioso infermisce (a), e, giammai fine non avendo, è insaziabile; nè per ricchezza nè per povertà si menoma.

Capitolo IX

In quel tempo Lucio Silla prese la signoria di Roma per forza; il quale da’ suoi buoni cominciamenti uscío, e fece molto di male. Allora entrò l’avarizia; e li Romani cominciarono tutti a rapire, e a trarre a sua casa; l’uno a desiderare le possessioni dell’altro, e quegli ch’erano citori d’alcuni nè modo nè misura aveano: tutte cose laide e crudeli contro a loro cittadini medesimi taceano. A ciò s’aggiungca che Lucio Siila avea menato oste e gente in Asia, la quale volendo egli trarre a sè, avea dato loro, contro la costumanza de’ suoi maggiori, molto di libertà, e a lussuria, e a tutte altre loro volontà. E li luoghi piacenti e a mal diletto acconci agevolmente rammollirono li feroci animi dell’oziosa gente. Quivi cominciò prima l’oste di Roma ad innamorare; a soperchio bere; a guardare per maraviglia gl’intagli e le tavole pinte e li vaselli lavorati: e queste cose in privato e in palese rapiano; li templi dirubavano; così i luoghi e le cose sagrate come le non sagrate, tutte maltrattando, dispogliavano. Questa gente, che detta è, poscia ch’egli ebbono vittoria, non lasciarono alli vinti niuna cosa. E ciò non fu maraviglia: perocchè nella prosperità, e quando altrui coglie bene, sono in fatica gli animi de’ savii a ben portarsi: non che si portassono bene in loro vittoria coloro ch’aveano così corrotti e malvagi costumi, come detto è.

Capitolo X

(a) Poi in Roma cominciarono le ricchezze ad essere avute in grande onore, e alle ricchezze seguitava gloria, signoria e potenzia; allora cominciò la virtù a mancare e a impigrire, la povertà ad essere avuta per obbrobrio e per viltà, la innocenzia ad essere avuta per malvolere. E così dalle ricchezze venne e cadde la gioventù de’ Romani in lussuria, avarizia e superbia; cominciarono a rapire, a consumare, ad avere per poco il loro, e desiderare l’altrui: l’onore e l’onestà e le cose d’Iddio e degli uomini aveano iu tutto confuso, e nessuna cosa appensata nè rata. Considera quando tu vedi le case e le ville edificate a modo di cittade, e ragguarda li templi degli Dii, li quali feciono i nostri maggiori uomini molto religiosi, e che molto cura avevano delle cose d’lddio. Veramente coloro ornavano li templi così diligentemente di gran pietà, e le loro case ornavano di grande gloria: eglino, quando avessono alcuna vittoria, non toglieano alcuna cosa a’vinti, se non la potenzia di fare loro ingiuria (a). Ma questi vilissimi uomini, che io ho detto, per somma lor malizia in tutto toglieano a’ lor compagni quelle cose, le quali li fortissimi uomini lor vincitori aveano loro lasciato: poi il fare ingiuria parea lor che fosse usare la signoria. (b) Perchè racconterei io certe altre cose, le quali niuno crederebbe, se non coloro che le vidono, cioè che più uomini privati e speciali disfeciono e appianarono monti, feciono le vie e le pianure in mare? Li quali mi pare ch’avessono le ricchezze in ischerno e beffe: che, essendo lor licitod’averle onestamente, piuttosto le vollono e si studiarono di male e sozzamente spenderle. Ma lo desiderio delle pulcelle e delle meretrici e di tutte altre vanità non era minore. Erano alcuni uomini che sosteneano contra natura femminilmente; e femmine, che tutta questa aveano recata a pubblica disonestà. Anche per cose da mangiare spiavano e cercavano tutto in terra e in mare; dormiano anzi che il desiderio del sonno venisse; non aspettavano nè fame, nè sete, nè freddo, nè stanchezza; ma tutte cotali cose disordinatantcnte antivenivano . Queste cose accendeano la gioventù loro, quand’era venuto meno l’avere da casa, a darsi ad ogni male: chi l’animo loro, già pieno essendo di malvage arti, non lasciava leggermente li suoi ci desiderii: e però spartamente s’era dato ad ogni modo d’aver moneta, e alle larghe spese.

Capitolo XI

In cotale e così corrotta città Catilina, quello che a fare era molto agevole, adunava seco moltitudine d’ogni malvagio e di reità pieno. Perciocchè qualunque disonesto, adultero, ghiotto, e chi avea consumato quasi lo suo patrimonio spendendo e giuocando, o mangiando e bevendo, e chi avea speso dell’altrui assai in ricomperarsi delle sue male operazioni; quegli erano amici e famigliari di Catilina. Sopracciò da ogni parte li micidiali, li ladroni delle cose sagrate, quegli ch’erano provati in corte per malfattori, o chi temesse di venire a giudicio per cose che si sentisse d’avere fatto; anche quegli li quali si nutricavano di mano o di lingua, cioè spergiurando e spargendo il sangue di lor cittadini; alla perfine tutti coloro li quali conturbava la malvagità, la povertà, la coscienzia delle male operazioni, s’accostavano a lui, erano li domestici suoi.E, se per avventura alcuno che fosse senza colpa cadesse nella sua amistà, leggermente diventava simile e pari agli altri, per la cotidiana usanza e per le disordinate dilettazioni. Ma pur egli molto specialmente desiderava e cercava d’avere l’amistà de’giovani: perchè li loro animi, essendo molli e inchinevoli e mutevoli, senza gravezza erano ingannati e a male arrecati. E egli a ciascuno concedea e dava quello che lo studio di ciascuno, secondo l’età, desiderava: ad alcuni dava meretrici, od alcuni comperava cani e cavalli; nè guardava spesa ni temperamento, purch’egli se gli potesse fare obbligati, soggelti e fedeli. Ben so io (a) che alcuni si pensarono e credettono che quegli giovani, che usavano la casa di Catilina, non fossono bene onesti di loro medesima persona, cadendo in peccato con Galilina; ma questa fama più era nata per altre cose, che non era saputa per vero:chè Catilina fu lussurioso uomo, e da sua prima gioventù avea fatti di questa materia molti peccati smisurati; e fra li altri con una gentil vergine monaca consagrata ad una dea, ch’avea nome Vesta; e molte cotali cose contra a Dio e contra ogni ragione commesso. Alla per fine s’innamorò d’una, ch’avea nome Aurelia Orestilla, la quale, eccetto la sua bellezza, non fu unque di niuna cosa da alcuno buono uomo lodata. Costei dubitando di prenderlo per marito, per paura d’uno figliuolo di Catilina, il quale era già grandicello, credesi per certo che Catilina uccidesse il figliuolo, e diretasse la sua casa medesima col suo maladetto matrimonio. La qual cosa mi pare che fosse primamente cagione d’avacciare il suo malvagio intendimento: perocchè il suo animo, non puro, e dispiacevole e contrario a Dio e agli uomini, non si potea mitigare nè umiliare dormendo nè vegghiando: tanto era la sua coscienzia rea, la quale consumava la sua desiderosa mente. Onde il colore avea pallido, gli occhi brutti, l’andare or tosto or tardi: e certamente nella vista di sua faccia e negli atti del volto si mostrava stoltia .

Capitolo XII

Ma li giovani, li quali Catilina aveva attratti ,secondo che detto mo di sopra, ammaestrava egli in molti modi a malfare: a rendere testimonianze false; e a falsificare carte e lettere e suggelli; e ad avere la lealtà per nulla; e non temere ventura nè pericolo che avvenire potesse. E, poich’egli aveva in tutto atterrata e distrutta lor buona fama e loro onesta vergogna, allora, essendo eglino infami e isvergognati si comandava loro altre maggiori cose. E, se non v’era di presente apparecchiata cagione alcuna di malfare, nientemeno facea accagionare e prendere li uomini senza colpa, così come gli colpevoli, e faceagli uccidere e scannare. Questo facea acciocchè, stando li suoi oziosi, non diventassono pigri nelle mani ad opera, nè nell’animo ad ardire: innanzi volea esser reo e crudele, non avendone alcuna cagione. Di questi amici e compagni fidandosi egli, e sì per gli grandi debiti, ch’egli aveano, ed erano tenuti e obbligati quasi per tutte le contrade, e sì perchè molti ch’erano suti della gente di Silla, avendo consumato il loro a larghe spese, e ricordandosi delle rapine e dell’antica vittoria, molto desideravano il combattere della città; Catilina prese consiglio, e deliberò di sottomettersi in tutto il comune di Roma. In quel tempo non era niuna oste dè Romani in tutta Italia: Gu. Pompeo guerreggiava nell’ultime contrade del mondo; e Catilina avea la speranza e lo intendimento d’addomandare dagli senatori il consolato (a). I senatori non erano attesi a cosa niuna di novità; ogni cosa era e stava sicura e posata: le quali cose tutte faceano per Catilina. Ond’egli nel tempo d’intorno a calen di giugno, essendo consoli Lucio Cesare e Cajo Figulo, cominciò prima a parlare a cui li parea ad uno ad uno; alcuni confortando, e alcuni tastando; e ragionando di sue ricchezze e potenzia, e del comune mal guarnito e de’ grandi guiderdoni e utilità, che per la congiurazione seguire mostrava. Poich’egli ebbe assai spiato e cercato quel ch’egli volle, fece chiamare tutti quegli ch’erano suoi grandi amici e di molto ardire. A ciò s’adunarono de’ senatori questi, cioè: P. Lentulo Sura, P. Autronio, L. Cassio Longino, G. Cetego, P. Servio figliuolo di Silla Servio,L. Vargonteo, Q. Annio, M. Porzio Leca, L. Bestia, Q. Curio: tutti questi furono de’ senatori. Anche d’ordine di cavalleria: M. Fulvio Nobiliore, L. Statilio, P. Gabinio Capitone, G. Cornelio. Anche molti altri uomini delle terre e delle altre castella d’intorno. Erano anche molti altri uomini gentili partecipi di questo consiglio e fatto, ma un poco più occultamente: li quali si moveano a ciò più per speranza di signoreggiare, che per povertà o per altra amistà di Catilina. Anche la moltitudine de’ giovani, e specialmente de’ gentili, dava favore a quello che Catilina avea cominciato. Quegli, gli quali aveano riposo e agio di vivere magnificamente ovvero dilicatamente, desideravano le cose non certe avendo le certe; e piuttosto voleano briga che pace. Furono alcuni in quello tempo, che credettono che uno grande gentile uomo di Roma, ch’avea nome M. Licinio Crasso, sentisse e s’accordasse alla intenzione di Catilina; perocchè il detto Crasso avea molto in odio Gn. Pompeo, il quale era signore d’una grande oste. Onde credesi che il detto Crasso avrebbe voluto che la potenzia di Catilina, o di qualuuque altro, fosse cresciuta contra quella di Pompeo: anche perchè si confidava che, se la congiurazione avesse avuto luogo, egli leggermente sarebbe stato lor principe.

Capitolo XIII

Innanzi che si facesse questa congiurazione, n’era suta fatta un’altra in Roma da pochi uomini, fra’ quali fu Catilina: della qual congiurazione io dirò quanto potrò più brieve. Essendo consoli L. Tullio e M. Lepido, furono chiamati consoli P. Autronio e P. Silla, li quali non ebbono la signoria; anzi furono condannati per una legge, che si chiamava legge d’ambito (a). Da indi a poco Catilina, domandando il consolato, fu posto colpevole per una legge che si chiamava Repetundarum (b); della qual cosa infra certo termine non potendosi scusare legittimamente, fu vietato, secondo la detta legge, che non potesse il consolato addomandare. In quel tempo era uno nobile giovane in Roma, il quale avea nome Gn. Pisone, di grandissimo ardire, operoso, e ordinatore di tradimenti; il quale s’incitava e si movea a sturbare la repubblica per la sua povertà e per li suoi mali costumi. Con questo Pisone Catilina e Autronio accomunati e manifestato loro intendimento, trattarono insieme all’entrata di dicembre e, e ordinarono che anzi calen di gennajo dovessono uccidere li consoli, ch’erano allora L. Cotta e L. Torquato; e che eglino, presa la signoria e gli onori, dovessono mandare Pisone con grande oste a conquistare le due Spagne. Questa cosa fu scoperta, e non potè venire fatta: onde egli ordinarono d’indugiare il fatto in sino al quinto di febbrajo; e allora trattavano d’uccidere non solamente i consoli, ma eziandio molti de’ senatori. La qual cosa sarebbe loro venuta fatta, e sarebbe suta la peggiore che fosse mai in Roma dappoichè ella fu dificata; ma rimase, perchè Catilina, essendo alla corte ebbe troppo gran fretta di far segno a’ suoi ch’e’ cominciassono la briga, anzichè molti di sua gente fossono armati e venuti.

The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.

Loading the full text…