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Libro primo
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ALma figlia di Giove, inclita Madre Del gran Germe d’Enea, Venere bella; Degli uomini piacere, e degli Dei: Tu, che sotto i volubili e lucenti 5Segni del cielo, il mar profondo, e tutta D’animai d’ogni specie orni la terra, Che per se fora un vasto error solingo: Te Dea fuggono i venti: al primo arrivo Tuo svaniscon le nubi: a te germoglia 10Erbe, e fiori odorosi il suolo industre: Tu rassereni i giorni foschi, e rendi Co’l dolce sguardo il mar chiaro e tranquillo E splender fai di maggior lume il cielo. Qualor deposto il freddo ispido manto 15L’anno ringiovenisce, e la soave
Aura feconda di Favonio spira, Testo tra fronde e fronde i vaghi augelli, Feriti il cor da’ tuoi pungenti strali, Cantan festosi il tuo ritorno, o Diva; 20Liete scorron saltando i grassi paschi Le fere, e gonfj di nuov’acque i fiumi Varcano, a nuoto e i rapidi torrenti: Tal da’ teneri tuoi vezzi lascivi Dolcemente allettato ogni animale 25Desioso ti segue ovunque il guidi. In somma tu per mari, monti, e fiumi, Per boschi ombrosi, e per gli aperti campi Di piacevole Amore i petti accendi, E cosi fai, che si conservi ’l Mondo. 30Or se tu sol della Natura il freno Reggi a tua voglia, e senza te non riede Del dì la luce desiata e bella, Nè lieta e amabil fassi cosa alcuna; Te, Dea, te bramo per compagna all’opra, 35In cui di scriver tanto in novi carmi Di Natura, e del Ciel gli alti segreti Al gran Memmio Gemello a te sì caro In ogni tempo, e d’ogni laude ornato. Tu dunque, o Diva, ogni mio detto aspergi 40D’eterna grazia, e fa cessare in tanto E per mare, e per terra il fiero Marte, Tu, che sola puoi farlo. Egli sovente
D’amorosa, ferita il cor trafitto Umil si posa nel divin tuo grembo. 45Or mentr’ei pasce il desioso sguardo Di tua beltà, ch’ogni beltade avvanza, E che l’anima sua da te sol prende, Deh! porgi a lui, vezzosa Dea, deh! porgi A lui soavi preghi, e fa, ch’ei renda 50Al popol suo la desiata pace. Che se la Patria nostra è da nemiche Armi agitata, io più seguir non posso Con animo quieto il preso stile, Nè può di Memmio il generoso petto 55Negar se stesso alla comun salute. Tu, gran Prole de’ Memmj, ora mi porgi Vacue ed attente orecchie, e ti prepara Lungi da te cacciando ogni altra cura Alle vere ragioni; e non volere 60I miei doni sprezzar pria che gl’intenda. Io spiegherotti, in che maniera il cielo Con moto eterno ognor si volga, e quali Sian degli Dei l’essenze, e delle cose Gli alti principj, e come nasca il Tutto; 65Come poi si nutrisca, e come cresca, Ed in che finalmente ei si risolva: E ciò da noi nell’avvenir dirassi Primi corpi, o materia, o primi semi, O corpi genitali, essendo quelli,
70Onde prima si forma ogni altro corpo: Che d’uopo è pur, che in somma eterna pace Vivan gli Dei per lor natura, e lungi Stian dal governo delle cose umane, Scevri d’ogni dolor, d’ogni periglio, 75Ricchi sol di se stessi, e di lor fuori Di nulla bisognosi, e che nè merto Nostre gli alletti, o colpa accenda ad ira, Giacea l’umana vita oppressa e stanca Sotto Religion grave e severa, 80Che mostrando dal ciel l’altero capo, Spaventevole in vista e minacciante Ne sovrastava. Un Uom d’Atene il primo Fu, che d’ergerle incontro ebbe ardimento Gli occhi mortali, e le s’oppose il primo: 85Questi non paventò nè ciel tonante, Ne tremuoto, che ’l mondo empia d’orrore, Nè fama degli Dei, nè fulmin torto; Ma qual acciar su dura Alpina cote Quanto s’agita più, tanto più splende; 90Tal dell’animo suo mai sempre invitto Nelle difficoltà crebbe il desio Di spezzar pria d’ogni altro i chiusi e saldi Chiostri, e le porte di Natura aprire: Così vins’egli, e con l’eccelsa mente 95Varcando oltre a confin del nostro mondo, Fu bastante a capir spazio infinito,
Quindi sicuramente: egli n’insegna Quel, che nasca, e non nasca, ed in qual guisa Ciò che racchiude l’Universo in seno 100Ha poter limitato, e termin certo: E la Religion co’ piè calcata, L’alta vittoria sua n’erge alle stelle. Nè creder già, che scellerate, ed empie Sian le cose, ch’io parlo, anzi sovente 105L’altrui Religion ne’ tempi antichi Cose produsse scellerate, ed empie. Questa il fior degli Eroi, scelti per Duci Dell’oste Argiva, in Aulide già indusse L’Ara a macchiar della gran Dea triforme 110Co’l sangue d’Ifigenia, allor che cinta Di sacra fascia il bel virgineo crine Vid’ella a se davante in mesto volto Il Padre, e a lui vicini i sacerdoti Celar l’aspra bipenne, e ’l popol tutto 115Stillar per gli occhj in larga vena il pianto, Sol per pietà di lei, che muta e mesta Teneva a terra le ginocchia inchine. Nè giovò punto all’innocente e casta, Povera verginella in tempo tale, 120Che prima al Re titol di Padre desse; Che tolta dalla man de’ suoi più cari Fu condotta all’altar tutta tremante: Non perchè terminato il sacrificio
Legata fosse co ’l soave nodo 125D’un illustre Imeneo; ma per cadere, Nel tempo istesso di sposarsi, offerta Dal Padre in sacrificio ostia dolente, Per dar felice e fortunato evento All’armata navale: Error sì grave 130Persuader la Religion poteo. Tu stesso dall’orribili minacce De’ Poeti atterrito a i detti nostri Di negar tenterai la fe dovuta. Ed oh! quanti potrei fingerti anch’io 135Sogni, e chimere a sovvertir bastanti Del viver tuo la pace, e co ’l timore Il sereno turbar della tua mente. Ed a ragion che se prescritto il fine Vedesse l’uomo alle miserie sue, 140Ben resister potrebbe alle minacce Delle Religioni, e de’ Poeti. Ma come mai resister può? s’ei teme Dopo la Morte aspri tormenti eterni, Perchè dell’alma è a lui l’essenza ignota: 145S’ella sia nata, od a chi nasce infusa, E se morendo il corpo, anch’ella muoja; Se le tenebre dense, e se le vaste Paludi vegga del profondo Inferno, O s’entri ad informare altri animali 150Per divino voler, siccome il nostro
Ennio cantò, che pria d’ogni altro colse In riva d’Elicona eterni allori, Onde intrecciossi una ghirlanda al crine Fra l’Italiche genti illustre e chiara: 155Bench’ei ne’ dotti versi affermi ancora, Che sulle sponde d’Acheronte s’erge Un tempio sacro a gl’infernali Dei, Ove non l’alme, o i corpi nostri stanno; Ma certi simulacri in ammirande 160Guise pallid’in volto; e, quivi narra Dell’immortale Omero essergli apparsa L’immagine piangendo, e di Natura A lui svelando i più riposti arcani. Dunque non sol de’ più sublimi effetti 165Cercar le cause, e dichiarar conviensi Della Luna, e del Sole i movimenti; Ma come possan generarsi in terra Tutte le cose, e con ragion sagace Principalmente investigar dell’alma, 170E dell’animo uman l’occulta essenza; E ciò che sia quel, che vegliando infermi, E sepolti nel sonno in guisa n’empie D’alto terror, che di veder presente Parne, ed udir chi già per morte in nude 175Ossa è converso, e poca terra asconde. E so ben io, qual malagevol’opra Sia l’illustrar de’ Greci entro i Latini
Versi l’oscure invenzioni; essendo Massime di mestier, che di parole, 180Spesso nuove io mi serva: a ciò costretto Sì dalla Lingua mia, che della Greca Viepiù scarsa è di voci, e sì da quelle Cose, ch’io spiegar tento che null’altro Spiegò giammai nell’idioma nostro. 185Pur nondimen la tua virtude è tale, E lo sperato mio dolce conforto Della nostr’amistà, ch’ognor mi sprona A soffrir volentieri ogni fatica, E m’induce o vegliar le nott’intere 190Sol per veder, con quai parole io possa Aprire innanzi alla tua mente un lume, Talchè le cose occulte a pien ti mostri. Or si vano terror, sì cieche tenebre Scuoter bisogna, e via scacciar dall’animo 195Non co’ bei rai del Sol, non già co’ lucidi Dardi del giorno a saettar poc’abili, Fuorchè l’ombre notturne, e i sogni pallidi; Ma co ’l mirar della Natura, e intendere Le ignote cause, e la velata immagine. 200Tu, se di conseguir ciò brami, ascoltami. Sappi, che nulla per divin volere Può dal nulla crearsi, onde il timore, Che quind’il cor d’ogni mortale, ingombra, Vano è del tutto; e se tu vedi ognora
205Formarsi molte cose e in cielo, e in terra, Nè d’esse intendi le cagioni, e pensi, Che le faccian gli Dei, vaneggi ed erri. Sia dunque mio principio il Che nulla mai si può crear dal nulla: 210Quindi assai meglio intenderemo il resto, E come possa generarsi ’l Tutto Senza opra degli Dei. Or se dal nulla Si creasser le cose, esse di seme Non avrian di mestier: da tutte ognuna 215Nascer potrebbe, e sorgere vedremmo Uomini, ed animai dal sen dell’acque; Dal grembo vano della terra augelli, e pesci; E dal vano dell’aria armenti, e greggi Con parto incerto: abiterian le belve 220Tutte indistintamente e per l’amene Campagne, e per l’inculte erme foreste; Nè sempre ne darian gl’istessi frutti Gli alberi, ma diversi, anzi ciascuno D’ogni specie a produrgli atto sarebbe. 225Poichè come potrian da certa Madre Nascer le cose, ove assegnati i proprj Semi non fosser da Natura a tutte? Ma or perchè ciascuna è da principj Certi creata, indi ha il natale, ed esce 230Lieta a godere i dolci rai del giorno, Ov’è la sua Materia, e i Corpi primi.
E quindi nascer d’ogni cosa il Tutto Non puote; conciossiachè alcune certe Cose han l’interna facoltà distinta. 235In oltre ond’è, che Primavera adorna Sempre è d’erbe, e di fior? che di mature Biade all’estiv’arsuta ondeggia il campo? Perchè sol quando Febo accupa i segni O di Libra, o di Scorpio, allor la vite 240Suda il dolce liquor, che inebria i sensi? Se non perchè a’ lor tempi i varj e certi Semi in un concorrendo, atti a produrre Son ciò, che nasce allor che le stagioni Opportune il richieggono, e la terra 245Di vigor genital piena, e di suco Puote all’aure inalzar sicuramente: Le molli erbette, e l’altre cose tenere. Che se pur generate esser dal nulla Potessero, apparir dovrian repente 250In contrarie stagioni, e spazio incerto, Non v’essendo alcun seme, che impedito Dall’union feconda esser potesse O per ghiaccio, o per Sol ne’ tempi avversi. Nè per crescer le cose avrebber d’uopo 255Di tempo alcuno, in cui s’unisca il seme, S’elle fosser del nulla atte a nutrirsi; Ma nati appena i pargolett’Infanti Diverrebber’adulti, e in un momento
Si vedrebber le piante inverso il cielo 260Erger da terra le robuste braccia, Il che mai non succede; anzi ogni cosa Cresce, come conviensi, a poco a poco Da certo seme, e la sua specie intanto Propagando conserva, onde ben puossi 265Chiaramente dedur, che dalla propria Materia ha cibo, e divien grande il Tutto. S’arroge a ciò, che non daria la terra Il dovuto alimento a’ lieti parti; Se ne’ debiti tempi a fecondarla 270Non cadesse la pioggia; e gli animali Propagar non potrian privi di cibo La propria specie, e conservar la vita? Ond’è ben verisimile, che molte Cose molti tra lor corpi comuni 275Abbian, come le voci han gli elementi; Anzi che sian senza principio alcuno. In somma ond’è, che non formò Natura Uomini tanto grandi, e sì robusti, Che potesser co’ piè del mar profondo 280Varcar l’acque sonanti, e con le mani Sveller dall’imo lor l’alte montagne, E viver molt’etadi, e molti secoli? Se non perchè prescritta è la materia, Ond’ogni cosa ha da prodursi, ed onde 285Cert’è ciò, che può nascere. Ecco dunque
Che nulla mai si può crear dal nulla, Mentre di seme ha di mestieri il Tutto Per uscire a goder l’aure vitali. Al fin, perchè veggiamo i culti luoghi 290Degl’inculti più fertili, e per l’opra Di rozze mani industriose i loro Frutti produr molto più vaghi all’occhio, Più soavi al palato, e di più sano Nudrimento allo stomaco, n’è pure 295Chiaro, che d’ogni cosa in grembo i semi Stanno alla Terra, e che da noi promossi Sono a nuovo natal, mentre rompendo Co ’l curvo aratro, e con la vanga il suolo, Volgiam sossopra le feconde zolle, 300Domandole or co ’l rastro, or con la marra. Che se questo non fosse, ogni fatica Sarebbe indarno sparsa, e per se stesso Produrrebbe il terren cose migliori. Sappi oltr’a ciò, che si risolve il Tutto 305Ne’ suoi principj, e che non può Natura Alcuna cosa annichilar giammai. Che se affatto mortali, e di caduchi Semi fosser conteste, all’improvviso Tutte a gli occhi involarsene, e perire 310Dovrian le cose, onde mestier di forza Non fora in partorir discordia e lite Tra le lor parti, e l’union disciorne.
Ma perchè seme eterno il Tutto forma, Quind’è, che nulla mai perir si vede 315Pria che forza il percota, e negl’interni Vuoti spazj penetri, e lo dissolva. In oltre, ciò che lunga età corrompe Se s’annichila in tutto, ond’è, che Venere Rimena della vita al dolce lume 320Generalmente ogni animale? ed onde Cibo gli porge ingegnosa terra, Di cui si nutra, si conservi, e cresca? Onde le fonti onde i torrenti, e i fiumi Portan l’ampio tributo al vasto, Mare? 325Onde alle fisse, onde all’erranti stelle Somministra alimento il Ciel profondo? Poichè già l’infinita età trascorsa Ogni corpo mortale a pien dovrebbe Co ’l vorace suo dente aver consunto. 330Ma se pur fu nella trascorsa etade Seme, che basti a riprodurre al Mondo Tutto ciò, che perisce, eterno e certo, Nulla può dunque mai ridursi al nulla. In somma a dissipar saria bastante 335Tutte le cose una medesma forza, Se materia immortal non le tenesse Più, e men collegate: un tocco solo Bastevole cagion della lor morte Certo saria; ch’ove d’eterno corpo
340Nulla, non fosse, ogni più leve impulso Scior ne dovrebbe la testura in tutto Ma perchè varj de’ principj sono I nodi, ed è la lor materia eterna, Salve restan le cose infino a tanto 345Che forza le percota atta a disciorle. Nulla può dunque mai ridursi al nulla, Ma ne’ primi suoi corpi il Tutto riede Tosto che finalmente il padre Giove Alla gran madre Terra in grembo versa 350L’umida pioggia, ella perisce al certo; Ma sorgon quindi le lucenti biade, Ne verdeggiano gli alberi, e crescendo Gravano i rami lor di dolci frutti; Quindi si pasce poi l’umano Germe; 355Quindi ogni altro animale, e lieta quindi Di vezzosi fanciulli ogni cittade Fiorir si mira, e le fronzute selve Piene di nuovi innamorati augelli Cantan soavi armoniose note; 360Quindi per lieti paschi i grassi armenti Posan le membra affaticate, e stanche, E dalle piene mamme in bianche stille Gronda sovente il nutritivo umore, Onde i novi lor parti ebri e lascivi 365Con non ben fermo piè scherzan per l’erbe. Dunque affatto non muor ciò che ne sembra
Morir quaggiù; se la Natura industre Sempre dell’un l’altro ristora, e mai Nascer non puote alcuna cosa, al mondo, 370Se non se prima ne perisce un’altra. Or via, giacchè fin’ora io t’ho dimostro, Che nulla mai si può crear dal nulla, Nè mai cosa creata annichilarsi; Acciò tu nondimen dei detti miei 375Non abbi a diffidar, perchè non puoi Dille cose veder gli alti principj, Ascolta in oltre; ed a quei corpi attendi, Che tu medesmo a confessar costretto Sei, che pur son benchè non puoi vedergli. 380Pria se vento gagliardo il mare sferza Con incredibil violenza ignota, Le smisurate navi urta e fracassa: Or ne porta sull’ali atre, tempeste, Or via le scaccia, e ne fa chiaro il giorno; 385Talor pe’ campi infurìato scorre Con turbo orrendo, e le gran piante atterra; Talor le selve annose in su gli eccelsi Monti con soffio impetuoso svelle; Tal con fiero e crudel mormore insorto 390Geme, freme; s’infuria, e il Ciel minaccia. Son dunque i venti un invisibil corpo, Che la terra, che il mare, ch’il ciel profondo Trae seco a forza, e ne fa strage e scempio;
Nè in altra guisa il suo furor distende, 395Che suol repente in ampio letto accolta L’acqua d’alto cader gonfia e spumante, Che non pur delle selve i tronchi busti; Ma ne porta su ’l dorso i bosch’interi, Nè pon soffrire i ben fondati ponti 400La smisurata forza: il fiume abbatte Ogni eccelso edifizio, e sotto l’acque Gran sassi avvolge, onde rovina a terra Ciò ch’al rapido corso ardisce opporsi. Così dunque del vento il soffio irato, 405Se qual torrente impetuoso scorre Verso qualsisia parte, innanzi caccia Cicch’egl’incontra, e lo divelle e schianta: Or con vortice torto alto il rapisce, E con rapido turbo il ruota e porta. 410È dunque il vento un invisibil corpo, Se nell’opre, ne’ moti i fiumi imita, Che son composti di visibil corpo. Giungono anch’alle nari odor diversi Che tra via nondimen l’occhio non vede, 415Nè i fervidi bollor, nè i freddi pigri Mirar si pon, nè le sonore voci; E pur forz’è, che di tai cose ognuna Corporea sia, poichè commove il senso, Che null’altro, che il corpo è tocco, e tocca. 420Le vesti ai fin nel marin lido appese
Umide fansi, e le medesme ancora Spiegate a’ rai del Sol tornano asciutte; Ma nè come l’umore ivi si fermi, Nè come fugga dal calor cacciato 425Mai scorse alcuno: egli si sparge adunque In tante particelle, e sì minute, Ch’a poterle vedere occhio non basta. Anzi portate per molt’anni in dito S’assottiglian l’anella. A goccia a goccia 430L’acqua d’alto cadendo i sassi incava. L’adunco ferro del ritorto aratro Rompendo i campi, occultamente scema. Consuman per le strade i piè del volgo Le durissime lastre, e per lo spesso 435Toccar di chi saluta, e di chi passa, Le figure di bronzo, in sulle porte De’ Templi sculte, la lor forma perdono. E ben tai cose sminuir veggiamo Consumate che son; ma di potere 440Scorger quai d’ora in or minime parti Se ne vadan staccando, invidiosa La Natura ne toglie. Al fin pupilla Non v’ha, che scorga, ancorchè fissa, i corpi, Che il tempo, e la Natura appoco appoco 445Danno alle cose, che da lor costrette A crescer son con certo modo e legge: Nè quei, che d’or’in or perde chiunque
Langue per macie, o per età vien meno: Nè quei che rode con l’edace sale 450Di giorno in giorno il mar da’ duri scogli. N’è chiaro dunque pur, che la Natura Con invisibil corpi opera il tutto. Ma non creder però, che l’Universo Sia pieno affatto: in ogni cosa il Vuoto 455Misto è co’i corpi, e questo in molte cose D’util ti fia, perchè tu meglio intenda Ciò ch’io ragiono, e senza dubbj, e senza Sempre errando cercar quai le cagioni Sian delle cose, interamente creda 460Alle parole mie fide, e veraci. È dunque il Vuoto un intangibil spazio, In cui corpo non è, perchè se tale Non fosse, non potriansi in alcun modo Mover le cose, giacchè a tutte in pronto 465Saria sempre l’officio, che de’ corpi E’ proprio: e questo è il contrastare al moto De’ corpi, e l’impedirlo. Ir dunque innanzi Nulla al certo potria, mentre di cedere Non darebbe il principio alcuna cosa; 470Ma noi veggiam co’gli occhi proprj ognora Nella terra, nel mar, nel ciel sublime Moversi molte cose in molti modi, Per, molte cause; che se vuoto alcuno Spazio non fosse, d’ogni moto prive
475Sarian non sol, ma nè pur nate al mondo, Poichè stivati i primi semi affatto Goduto avriano una perpetua quiete. In oltre ancor che molte cose a gli occhi Pajan solide in tutto, elle pur sono 480Di porosa sostanza: indi dell’acque Scorre il liquido umor per le spelonche; Piangon le selci in copiose stille; Per tutto il corpo si diffonde il cibo Degli animai: crescon la piante, e fanno 485Nella propria stagione il fiore, e il frutto, Sol perchè preso il nutrimento loro Fin dall’infime barbe; egli si sparge Tutto per tutto il tronco, e tutti i rami. Passan le voci entro le chiuse mura, 490E scorre spesso il duro gel per l’ossa; Il che non avverrebbe in modo alcuno, Se non fosser nel mondo i vuoti spazj, Ove ogni corpo penetrar potesse. Al fine, ond’è, che di due cose eguali 495Di mole, una sovente ha maggior pondo? Che s’un fiocco di lana in se chiudesse Tanto di corpo, quanto il piombo e l’oro; Egli altrettanto anco pesar dovrebbe, Che proprio è sol di tutt’i corpi il premere 500In giù le cose; ed al contrario il Vuoto Di sua natura è senza peso alcuno.
Dunque se di due cose eguali in mole L’una più lieve fia, chiaro n’insegna D’aver manco di corpo, e più di Vuoto. 505Ma se più grave pe ’l contrario mostra D’aver manco di Vuoto, e più di corpo, Che sia dunque tra i corpi il Vuoto sparso, Benchè mal noto a’ nostri sensi infermi, Per l’addotte ragioni è chiaro e certo. 510Nè qui vogl’io che deviar dal vero Ti possa mai quel, che sognaro alcuni; E perciò quanto io parlo ascolta, e nota. Dicon, che ’l mare allo squamoso armento Apre l’umide vie, perch’egli a tergo 515Spazio si lascia, ove concorron l’onde, E che in guisa simile ogn’altra cosa Mover si puote, e cangiar sito e luogo; Ma falso è ciò, ch’ove’ potranno al fine I pesci andar, se non dà luogo il mare? 520E dove al fin, se non dan luogo i pesci, Il mar n’andrà, benchè cedente e molle? Forz’è dunque o privar di moto i corpi, O fra le cose mescolare il Vuoto, Che sia cagion de’ movimenti loro. 525S’al fin due piastre di lucente acciaro Si combattano insieme, ind’in un tratto L’una dall’altra si solleva, è d’uopo, Che vuoto resti l’interposto spazio;
Poichè quantunque d’ogn’intorno accorra 530L’aere per occuparlo, in un sol punto Ciò far non può, ma che riempia è forza Il luogo più vicino, e poscia gli altri. E se per avventura alcun pensasse, Che si disgiungan l’un dall’altro i corpi, 535Perchè l’aere frapposto si condensi, Erra, che il Vuoto, il qual non era innanzi, Fassi per certo, e si riempie dopo, Benchè velocemente, in qualche tempo: Nè l’aere in guisa tal può condensarsi; 540Nè quando anche potesse, ei non potrebbe Se stesso in se raccorre, e in un ridurre Senz’alcun Vuoto le disperse parti. Dunque indugia, se vuoi; forz’è, ch’al fine Esser confessi fra le cose il Vuoto, 545Che sia cagion de’ movimenti loro. Posso oltre a ciò molte ragioni addurti Nulla men concludenti, onde tu presti Alle parole mie fede maggiore; Ma tanto basti al tuo sottile ingegno 550Per ben capir sicuramente il resto. Che se scopron sovente i bracchi al fiuto Le lepri, i cervi, e l’altre fiere in caccia Pe’ covili appiattate, e pe’ cespugli, Tosto ch’han di lor via vestigio certo, 555Potrai ben tu da te medesmo intendere
L’una cosa dall’altra, e penetrare Per tutt’i ripostigli, e trarne il vero. Ma se tu pigro fossi, e ti scostassi Dal vero alquanto, io ti prometto, e giuro, 560Che può la lingua in così larga vena Dal ricco petto mio spargerti, o Memmio, Più che mel dolce d’eloquenza un fiume; Ch’io temo assai non la vecchiezza inferma Per le membra serpendo il chiostro n’apra 565Di nostra vita, e ne disciolga i lacci, Pria che tu possa d’ogni cosa a pieno Da’ versi nostri ogn’argomento udire. Ma tempo è già di proseguir l’impresa. Tutte le cose per se stesse adunque 570Consiston solamente in due nature; Cioè nel corpo, e nello spazio vuoto, Ov’elle han varj i movimenti; e i siti; Ch’esser corpi nel Mondo il comun senso Per se ne mostra, a cui se fede nieghi, 575Non fia giammai, che delle cose occulte Poss’io nulla provar con la ragione. E se non fosse alcuno spazio, o luogo, Che sovente da noi Vuoto si chiama, Non avrian sito mai, nè moto i corpi, 580Come già poco innanzi io t’ho dimostro. Nulla oltre a ciò può ritrovarsi mai, Che tu dir possa esser diviso affatto
E dal Corpo, e dal Vuoto, onde si dia Una quasi tra lor terza natura, 585Ch’è pur qualcosa ciò ch’al mondo trovasi, Sia di piccola mole, o sia di grande; Poichè s’egli esser tocco, e toccar puote, Benchè lieve e minuto, è corpo al certo; Se no, Vuoto si chiama, o Spazio, o Luogo. 590In oltre, ciò che per se stesso fia, O sarà qualche cosa, o sarà fatto; O fia ciò, dove i corpi han luogo, e nascono. Ma non può far, nè farsi altro, che il Corpo, Nè dar luogo alle cose altro, che il Vuoto. 595Dunque oltre al Vuoto; e al Corpo in van si cerca Una quasi tra lor terza natura, Che per se accresca delle cose il numero; Essendo il tutto ad ambedue congiunto, O loro evento, che accidente io chiamo. 600Tu stima poi, che sia congiunto quello, Che non può senza morte esser disgiunto; Come il peso alle pietre, il caldo al fuoco, A’ corpi il tatto, il non toccarsi al Vuoto. Servitude all’incontro e libertade, 605Ricchezza e povertà, concordia e guerra, E ciò che venga, o resti, o porta Lascia salve le cose, io questo soglio Accidente chiamar, come conviensi. Il tempo ancor non è per se in natura;
610Ma dalle sole cose il senso cava Il passato, il presente, ed il futuro; Nè può capirsi separato il tempo Dal moto delle cose, e dalla quiete. Nè dic’alcun che la Tindarea prole 615Da Paride rubata al Duce Argivo, E ’l superbo Ilione arso e consunto Forse parrà; ch’a confessar ne sforzi, Che tai cose per se fossero al Mondo, Mentre l’età trascorsa irrevocabile 620I secoli di quelli ormai n’ha tolto, Che ad eventi sì rei furon soggetti; Poichè di ciò che fassi, altro può dirsi De’ paesi accidente, altro de’ corpi. Che se stato non fosse il seme e il luogo, 625Onde si forma, e dove ha vita il tutto, Non avrebbe giammai d’amore il foco Per la rara beltà d’Elena acceso Nel Frigio petto suscitar potuto Il chiaro incendio di sì cruda guerra; 630Nè il gran destrier del traditor Sinone Co ’l notturno suo parto avria distrutto Della Nobil Città le mura eccelse. Onde conoscer puoi, che l’opre altrui Non son per sè conforme il Corpo, e ’l Vuoto; 635Ma più tosto a ragion debbon chiamarsi O de’ corpi accidenti o de’ paesi.
Sappi poi che de’ Corpi altri son primi, Altri si fan per l’union di questi; Ma quei, che primi son, da forza alcuna 640Dissipar non si ponno: ogni grand’urto Frena la lor sodezza, ancorchè paja Duro a creder, che nulla al Mondo possa Trovarsi mai d’impenetrabil corpo. Passa il Fulmin celeste, allor che Giove 645Ver noi l’avventa, entro le chiuse mura, Come i gridi e le voci. Il ferro stesso S’arroventa nel foco: entro il crudele Bollor fervido al fin spezzansi i sassi: Un soverchio calor l’oro dissolve: 650Del bronzo il ghiaccio una gran fiamma strugge: Penetra per l’argento il caldo, e ’l freddo, Poichè avvinchiando con la mano il nappo, E versandovi dentro il dolce vino, L’un, e l’altro da noi tosto si sente: 655Sì par, che tra le cose ancor che sode, Nulla sia mai d’impenetrabil corpo. Ma, perchè la ragion della natura Non pertanto ne sforza, or tu m’ascolta; Mentre che in pochi versi esser ti mostro 660Materia impenetrabil’, ed eterna. Pria: se varia del corpo è la natura Dall’essenza del luogo, e fassi ’l tutto, Com’i nostri argomenti han già convinto,
Forz’è, ch’ambe per se sian, ed immiste: 665Poichè dove lo spazio intatto resta, Ivi corpo non è; ma dov’è corpo, Ivi Vuoto non è, Son dunque i primi Corpi senz’alcun Vuoto impenetrabili. In oltre, essendo mescolato il Vuoto 670Fra le cose create, è d’uopo al certo, Ch’impenetrabil corpo intorno il cinga: Nè mai posso provar, che sia celato Per entro alcuna cosa il vuoto spazio, Se per già noto io non suppongo ancora, 675Che impenetrabil sia quel, che ’l circonda: Il che poi certamente, esser non puote Se non de’ semi l’union concorde, Che stringer possa, entr’a se stessa il Vuoto. Può dunque la materia esser eterna, 680Benchè sia frale ogn’altra cosa al mondo, Mentr’ella è pur d’impenetrabil corpo. Aggiungi ancor, che se non fosse il Vuoto, Pieno sarebbe il Tutto: e se non fossero Gl’invisibili corpi, il mondo affatto 685Vuoto sarebbe. Egli è composto adunque Di due cose tra lor molto diverse; Cioè de’ corpi, e dello spazio vuoto: Non essendo nè vuoto in ogni parte, Nè pe ’l contrario in ogni parte pieno. 690Gl’invisibili corpi adunque sono,
Che distinguon dal pieno il vuoto spazio. Questi mai non offende esterna forza: Ogni percossa è vana a dissipate La loro indissipabile sostanza: 695Poichè nulla, che sia di Vuoto privo, Non par, che possa, esser urtato in modo, Che si spezzi ’n due parti, e si divida, Nè dar luogo all’umore, al freddo, al caldo, Onde ogni cosa vien ridotta al fine: 700Ma quanto più di Vuoto in se racchiude, Tanto più penetrato agevolmente Dagli, esterni nemici è poi distrutto. Dunque se i primi corpi impenetrabili Sono, e senz’alcun Vuoto, è forza al certo, 705Come già t’insegnai, che siano, eterni. S‘eterna in oltre la materia prima Stata non fosse, al nulla omai ridotto E dal nulla rinato il tutto fora. Ma perchè chiaro io t’ho mostrato avanti, 710Che nulla mai si può crear dal nulla, Nè mai cosa creata annichilarsi; Forz’è pur confessar, che i primi semi Sian di corpo immortale, in cui si possa Dissolver finalmente ogni altro corpo; 715Acciò che sempre la materia in pronto Sia per rifar le già disfatte cose. Per lor simplicità dunque i principj
Son pieni, impenetrabili, ed, eterni; Nè ponno in altra guisa, esser rifatte 720Le cose mai per infinito tempo. Al fin se la Natura alcun prescritto Termine non avesse allo spezzarsi, Sariano a tal della materia i corpi Ridotti omai nella trascorsa etade, 725Che non avrebbe mai nessun Composto Da molto tempo in qua passar potuto Della sua verd’età l’ultimo fiore. Poichè, per quanto è manifesto al senso, Muor più prest’ogni cosa, e si dissolve, 730Che dopo si rinasca, e si ristauri: Ond’ancor tuttavia spezzando il tempo Ciò che già mille volte avesse infranto La lunga, anz’infinita età trascorsa, Non potrebbe giammai rifarsi appieno. 735Or perchè ristorar vedesi ’l Tutto, E da Natura aver prescritto il tempo, Onde possa toccar l’ultima meta Dell’età sua, dunque prefisso è pure Al romper delle cose un certo fine. 740S’arroge a ciò, ch’essendo i corpi primi Di dura, anz’infrangibile sostanza, Può non per tanto agevolmente farsi Tenero, e molle il ciel, la luce, il foco, L’aria, il vento, il vapor, l’acqua, e la terra,
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The end
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