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fi ELOGIO DELLA PAZZIA
DI
ERASMO DA ROTERDAMO
Proemio
Quel naufrago che, nel , perdute tutte le sue ricchezze, e a un dito di perder la vita, si salva sopra una cassa che poi trova piena di preziosissime gioie, simboleggia quegli eruditi, che credendo navigare sicuri sopra venti o trenta volumi in foglio, affondano e periscono, se pur non si salvano con qualche breve scrittarello geniale, di cui non facevano nessun caso. Ma pochi sono gli eruditi che s’abbattano a tale scampo; i più muoiono senza redenzione, dopo avere illustrato o seccato la loro età, enormi cetacei, che ingoiano vivi molti libri in forma di pesci, che vi si trovano interi, quando altri gli sventri; non buoni ad altro che a fornir materia alla cucina e all’industria. Erasmo fu anch’egli enorme pei suoi in-foglio; ma vivo, etereo per lo spirito. I suoi cento e più libri giovarono tutti, più o meno, alla coltura e alla libertà di pensiero; la loro essenza vive negli studj moderni; ma la loro forma è come le reliquie del frantoio. Se non che l’elogio della Moria o Follìa lo salvò, come l’ salvò il suo amico , a cui, per l’analogia del nome, ei l’avea dedicata.
raccoglieva i suoi capolavori sotto il titolo di Commedia umana; erano gran frammenti che rappresentavano la vita dei nostri tempi, ma con tali particolarità e svolgimenti che i volumi s’ammassavano e la piena rappresentazione era di là da venire. Erasmo in uno scorcio magistrale fece quel che Balzac tentò invano nelle sue superbe tele; l’Elogio della Pazzia è la commedia umana, nei suoi principali lineamenti, colta in un tempo fecondo di contrasti e ricco d’originalità.
L’età d’Erasmo fu tutta di transizioni; dal garbuglio politico all’ordinamento degli Stati, dalla scolastica alla buona filosofia, dalla barbarie alla coltura, dalla servitù all’emancipazione del pensiero. I due eserciti erano numerosissimi e andavano per diverse vie, figurando quei romei che vide al Giubileo del 1300.
Che dall’un lato tutti hanno la fronte Verso il castello e vanno a santo Pietro, Dall’altra sponda vanno verso ’l monte.
Erano poi soldati che nelle fogge del vestire e nei modi del combattere si lasciavano andare a tutte le lor fantasie, come avveniva nelle milizie scomposte dei tempi eroici e feudali; e in parte nei volontarj dei nostri giorni. Ciascuno portava la sua follìa in mano, e s’avea solo a dirizzarvi il dagherrotipo per averne l’imagine.
Promotore possente degli studj classici, maestro di stile elegante ai suoi stessi avversarj, che lo maledicevano con le sue frasi, egli si levò contro all’idolatria di , che trascinava anche i segretarj dei brevi pontifici a render pagana la lingua della liturgia e della gerarchia cattolica. — Mancata a noi e a lui la fortuna che fosse nato in Italia, dove era una lingua fiorente e nobile, che gli Amasei e i pedanti suoi pari non potevano abbuiare, costretto a servirsi di una favella morta, egli voleva almeno avvivarla con l’indipendenza dotta e ingegnosa, e scrisse quel libro contro i Ciceroniani, che ne vennero in tal furore da paragonarlo a Catilina. — Il più furioso, Giulio Cesare Scaligero, gli versò addosso tutte le sozzure della sua penna, sostenendo fra l’altre cose, che, abbagliato dal vino, aveva guasto le edizioni di Aldo Manuzio, quando in quella stamperia faceva l’ufficio di correttore: Non tu in Aldi officina quaestum fecisti corrigendis exemplaribus? Nonne errores eos qui tum in illis libris legebantur haud tam erant librariorum atramento, quam tuo confecti vino? Haud tam illorum somnum olebant, quam tuam exhalabant crapulam? Ed Erasmo era assai sensitivo dei libelli, che gli uscivano contro; tantochè alcuno scusando uno di questi libellisti col dire che non aveva altro modo di far vivere la moglie e i figli «chiegga la limosina piuttosto, egli scriveva, o prostituisca la moglie; sarebbe men reo.» — E tanto più ch’egli si pregiava di non aver neppure in questo Elogio della Follia, che scrisse a corso di penna in sette giorni senza aiuto d’alcun libro, satireggiato persone ma classi; onde pochi pessimi monaci, e alcuni teologi, de’ più saturnini, s’impermalirono; ma l’universale, i grandi massimamente, gioì di quel lavoro arguto e geniale.
Erasmo fu comparato a . Veramente egli, come il patriarca di Ferney, regnò sul suo secolo e sui regnanti del suo secolo, per la sua molteplice e vasta attività di pensatore e di poligrafo. Dotto, come in età più letterata non seppe essere Voltaire, fu come lui ameno ed arguto; se non che avendo galvanizzato col suo spirito una lingua morta, diede vivi guizzi di luce un certo tempo, e poi s’estinse; durarono un poco i Colloquj, dura ancora l’Elogio della Pazzia; sebbene il recente biografo di Erasmo, , pretenda che egli non viva se non ne’ suoi articoli della Revue des deux mondes. scrisse la più limpida prosa nella più limpida delle lingue viventi, e vivrà, nel pieno valore della parola, quanto lei. Notevole è che Erasmo fu battuto da come Voltaire por certi conti da Rousseau; che Lutero maledisse poi agli Anabattisti, come Voltaire e , se fossero vissuti a vedere la rivoluzione francese, avrebbero rinnegato Camillo Desmoulins e Robespierre.
«On ne saurait nier, dice il , qu’à tout prendre Erasme n’ait été ce qu’on appelle catholique; mais il ne vit pas sans joie les prémieres démarches de Luther, et il ne fut pas médiocrement inquiet lorsque il crut le Luthéranisme prêt à se perdre. Il crut l’an 1528, que Luther avait rétracté la plupart de ses doctrines, et s’était exposé par là au mèpris de ses confréres comme un radoteur. Cela deplaisait à Erasme, parce qu’il craignait que les moines delivrés de cette tempête n’excitassent de nouvelles tragédies.
L’illustre , tratteggiando il carat- tere di Halifax, dice: Egli era il capo di quei politici che le due grandi parti politiche dell’Inghilterra chiamavano per disprezzo Trimmers (bordeggiatori, equilibristi). Ma scambio d’impermalirsi del soprannome, egli se lo prese come titolo d’onore e ne vendicò vivissimamente il decoro. Ogni cosa buona, egli diceva, bordeggia tra gli estremi. La zona temperata bordeggia tra il clima in cui gli uomini si arrostiscono, e il clima in cui gelano. La chiesa anglicana bordeggia fra la frenesia anabattista, e la letargia papale. La costituzione inglese bordeggia tra il despotismo turco e l’anarchia polacca. La virtù non è altro che un giusto temperamento tra inclinazioni, che, se altri vi si abbandona eccessivamente, divengono vizj. Anzi la perfezione dell’Essere supremo consiste nell’esatto equilibrio di attributi, nessun de’ quali potrebbe preponderare senza turbare tutto l’ordine morale e fisico dell’universo. Così Halifax fu un temporeggiatore per principio. Egli era altresì un temporeggiatore per la costituzione del suo cervello e del suo cuore. Il suo intelletto era acuto, scettico, inesauribilmente fertile di distinzioni ed obbiezioni; il suo gusto raffinato; squisito il suo senso del ridicolo; il suo temperamento placido ed indulgente; ma fastidioso e per nulla proclive, vuoi alla malevolenza, vuoi all’ammirazione d’entusiasmo... Questo ritratto può applicarsi ad Erasmo, che fu un trimmer in religione e in letteratura.
Figlio di prete, o almeno d’uomo che finì prete; frate contro a suo volere, e per grazia prete; arguto d’ingegno e forbito di studj, Era- smo sentiva gli abusi della Chiesa e aveva a stomaco il sudiciume monastico; voleva un Ercole che nettasse lo stalle d’Augia, non un Polifemo che dimorasse bestie ed uomini. Amava Lutero, ma i suoi ruggiti gli facevano paura. Ed a Lutero dava noia l’ironia indifferente d’Erasmo; quasi trave aguzzata al fuoco e confìtta nell’unico occhio; onde gli urli e i muggiti che si sentivano fino al lontano mare. L’uno e l’altro immortalmente benefici all’uman genere; se non che Erasmo fomentava senza più gli spiriti d’umanità; ravvivava e facea divampare gli spiriti divini. — Erasmo profumava d’unguento i piedi al Dio uomo; Lutero gli dava della lancia nel costato; ma ne facea rampollare il sangue di salute.
Erasmo ebbe onestà nella vita, e dignità nelle lettere. Anch’egli, secondo portava l’età, ricorse ai favori dei grandi; ma, quello ch’era allora rarissimo, seppe co’ soli studj e parti dell’ingegno, crearsi un pubblico, e trovarsi un libraio (Froben) che gli valsero più che i grandi, e fu dei primi a fondare l’indipendenza e il decoro degli scrittori.
Erasmo sosteneva contro Scaligero ch’ era stato sempre parco e sobrio, e solo aver un poco sagrificato al tiranno amore, da cui si compiaceva che l’età l’avesse affrancato. Et juvenis cibum, ac potum semper ita sumpsi ut pharmacum. Ac sæpenumero doluit, non licere sine cibo potuque perpetuo degere. Veneri nunquam servitum est, ne vacavit quidem in tantis studiorum laboribus. Et si quid fuit hujus mali, jam olim ab eo tyranno me vindicavit ætas, quae mihi hoc nomine gratissima est. Quanto ai baci di cui allora eran prodighe le belle inglesi, oggidì sì ritrose, e di cui egli ebbe la sua buona parte, honni soit qui mal y pense. Ma il suo racconto è troppo ghiotto in quella lettera a Andrelin: «Si Britanniæ dotes satis pernosses, Fauste, nae tu alatis pedibus huc accurreres: et si podagra tua non sineret, Dædalum te fieri optares. Nam ut e plurimis unum quiddam attingam, sunt hic nymphæ divinis vultibus, blandæ, faciles, et quas tu tuis camænis facile anteponas. Est praeterèa mos nunquam satis laudatus. Sive quo venias, omnium osculis exciperis; sive discedas aliquo, osculis dimitteris; redis, redduntur suavia; venitur ad te, propinantur suavia: disceditur abs te, dividuntur basia; occurritur alicubi, basiatur affatim; denique quocunque te moveas, suaviorum plena sunt omnia. Quæ si tu, Fauste, gustasses semel quam sint mollicula, quam fragrantia, profecto cuperes non decennium solum, ut Solon fecit, sed ad mortem usque in Anglia peregrinari.»
Questa festività d’umore e di stile fece grata, in un secolo pedantesco, la dottrina di Erasmo. Le carte pennelleggiate da lui ridono ancora per usare a nostr’uopo la frase dantesca. — È come il guerriero, che negl’intervalli delle battaglie, palleggia nelle sue braccia il figlioletto, o lo fa cavalcare sopra un cavalluccio di legno. Pare che egli vezzeggi così i sui coetanei, non atti a maggiori studj, e piace la famigliarità dell’eroe.
Fra le fortune di questo libro fu l’avere ad illustratore . Quasi non fosse bastato lo stile d’Erasmo ad eternare la pazzia del secolo, lo aiutò la matita di quel porcellin d’Epicuro (secondo la postilla erasmiana alla caricatura che illustrava quel motto nell’Elogio della Pazzia), di quello svizzero scapigliato, che bevea proprio come uno svizzero; amava le donne come un Mormone, e traeva il riso anche dalla morte. I tipi frateschi, ch’erano già i più bizzarri, sono resi a meraviglia, e pei conventi di Spagna e d’Italia, più remoti dalle grandi vie dell’incivilimento, si trovan ancora gli originali.
I disegni di Holbein noi abbiamo riprodotti a fregio della nostra edizione, condotta sulla milanese del 1819 per Giuseppe Ferrario, emendandola tuttavia in più luoghi; imperocchè come non credemmo rifiutar quella versione, che ha molta disinvoltura e garbo, così reputammo nostro obbligo riscontrarla col testo, riparando agli abbagli del traduttore, e levando gli scandali più clamorosi in fatto di lingua. Similmente delle note tratte così alla grossa dai comentarj del Listrio trascegliemmo, e al bisogno riformammo, le meno inutili.
Noi ci confidiamo che il testo e le caricature piaceranno ancora, e non sembreranno troppo freddate, sebbene le vecchie follìe sieno state sepolte dall’alluvione delle nuove. Mille specchj, nel dramma, nel romanzo, nel giornale, ci mostrano le nostre; ma i loro principj sono nel secolo del Risorgimento; nel secolo della metamorfosi o meglio della metempsicosi dell’incivilimento europeo.
Erasmo da Roterdamo al suo Tommaso Moro
ELOGIO DELLA PAZZIA
DI
ERASMO DI ROTERDAMO
ERASMO DI ROTERDAMO
al suo
TOMMASO MORO
Salute.
Ritornando ultimamente dall’Italia in Inghilterra, per non ispendere tutto il tempo che dovetti cavalcare in vane fole, ho stimato bene di ricrearmi di tratto in tratto, o col volger l’animo a’ nostri comuni studj, o col richiamarmi alla memoria i dottissimi insieme e dolcissimi amici, che costì lasciato avea nel partire. Tu il primo, o caro Moro, mi ti offerivi tra questi agli occhi, e sebbene tanto lontano, io pur ti vedeva, e teco favellava con quel piacere che godea quando eri presente, e di cui giuro non avere mai avuto in mia vita il maggiore.
Avendo dunque giudicato d’occuparmi in qualche cosa, nè d’altra parte sembrandomi tempo da gravi pensieri, mi avvisai di scherzare alquanto, facendo l’Elogio della Pazzia. Qual Minerva, mi dirai, ti ha inspirato un tal pensiero? ecco: Presemi in prima tal fantasia pel tuo gentilizio cognome, il quale è tanto alla Moria vicino, quanto da essa tu sei realmente lontano, anzi lontanissimo a comune suffragio. Poi mi rincorai, che questo scherzo d’ingegno meritar potesse particolarmente la tua approvazione, se è vero che di siffatte bagattelle, non plebeo al certo, a quel che me ne pare, nè insulse affatto per sè stesse, dilettando ti vai, e qual altro miri e tratti come riso le umane vicende. Sebbene poi per la singolare perspicacia del tuo ingegno sii al certo di gran lunga superiore al rimanente degli uomini, pure per l’incredibile soavità del tuo costume, e per l’affabilità tua particolare, sai e godi (per usar l’espression di Tiberio Cesare) esser l’uomo di tutte le ore.
Or ti piacerà dunque non solo d’accogliere questa picciola declamazione come un presente di un tuo buon amico, ma di prenderla ancora sotto il tuo patrocinio, come cosa a te sacra, e più tua certamente che mia. Imperocchè prevedo benissimo che non mancheranno detrattori, che le si dichiareran contro, qualificandola come una frivolezza indegna di un teologo, e come una satira contraria alla cristiana moderazione: e schiamazzando inoltre declameranno contro di me, come colui, che risusciti l’antica commedia, e si faccia qual nuovo a morder tutti senza risparmiarla. Ma pure quei che disgustanti della bassezza dell’argomento e del suo ridicolo, dovrebbero por mente, che non ne sono io al certo l’inventore, e che anzi questo è un uso già da gran tempo osservato da sommi autori. Imperocchè molti secoli prima ha scritto la guerra delle ranocchie e de’ sorci; ha cantato della zanzara e della torta; della noce; anch’esso fe’ l’elogio di Busiride, cui poscia corresse ; lodò l’ingiustizia, e Tersite e la febbre quartana; la calvezza, e Luciano la mosca e i parassiti. Da ultimo scherzò sull’apoteosi di Claudio; scrisse il dialogo di Grillo con Ulisse; Luciano ed parlarono dell’asino, e un tale al dir di , stese il testamento del porco. Faccian conto pertanto, questi censori, che io così per divertimento abbia giocato agli scacchi, o se meglio lor piace, abbia come un fanciullo cavalcato sopra una lunga canna. E a dir vero, che iniquità non è ella, che permettendosi ad ogni condizion di persone i suoi passatempi, si cerchi poi di vietarli tutti al letterato negli studj suoi? Massime se gli scherzi traggan seco del serio, e in guisa tale vengan maneggiate le facezie, che chi legge, per poco che abbia buon naso, ne ricavi vantaggio assai più che da gravi e luminosi argomenti. Come a dire quando da alcuno con lunga orazione, a grande stento e fatica di schiena tessuta di tanti pezzi qua e là rubati, si encomia la retorica o la filosofia; da un altro scrivonsi le lodi di un qualche principe, da un altro si pronuncia un bel discorso per animare alla guerra contro i Turchi; da un altro si fanno oroscopi, e predizioni tratte dai pianeti; da tal altro si fanno quistioni di lana caprina e futilissime ricerche. D’altra parte siccome non havvi cosa più nauseante che il trattar con ischerzo gravi materie, così riesce assai giocondo il trattar le frascherie con un’aria di serietà e d’importanza.
Del resto io lascio che mi giudichino gli altri; ma pure, se il mio amor proprio non m’inganna, sembrami d’aver lodato la Pazzia non affatto da pazzo. Quanto poi all’imputazion del sarcasmo, risponderò: che si è permessa in ogni tempo una certa libertà di stile, a motteggiare impunememte l’ordinaria vita degli uomini, purchè questa libertà non degeneri in accanimento. Oh quanto ammiro l’odierna delicatezza delle orecchie, che omai non possono altro sopportare che titoli fastosi! Si vedono inoltre alcuni così zelanti per la religione, i quali soffrirebbero piuttosto le bestemmie più orribili contro Gesù Cristo, che il minimo scherzo contro il papa o contro il principe, soprattutto quando trattasi d’interesse. E poi dimando io di grazia se debba stimarsi che morda, o pure anzi che insegni ed instruisca colui, che il vivere umano censuri in maniera, che niuno tolga personalmente di mira? Se ciò non fosse, verrei io stesso a fare di me la satira quante volte parlo d’altrui. Oltre a ciò, colui che declama generalmente contro tutte le diverse condizioni, mostra di non prendersela cogli uomini, ma coi loro difetti. Se v’avrà dunque chi chiamisi offeso, verrà egli così a scoprirsi d’essere colpevole, o di temere di passar per tale. Ben più liberamente e più mordacemente ha motteggiato in questo genere , il quale non si è fatto scrupolo di nominare talvolta fino le persone. Ma rispetto a noi, oltre al tacere assolutamente i nomi, abbiamo temperato lo stile in modo, che il giudizioso leggitore vedrà facilmente, che lo scopo nostro fu di divertire anzi che di mordere. Nè ad esempio di abbiam creduto di dover sommovere l’occulta sentina de’ vizj dell’umanità, nè svelare le sue infamie, ma il solo ridicolo ci siamo studiati di mettere in mostra. Se dopo tutto ciò v’ha tuttavia chi borbotti e s’adiri, costui almeno badi, che bello è il venir biasimato dalla Pazzia, la quale poichè tratta abbiamo in iscena, e messala a parlare, ci è stato d’uopo porle in bocca sensi e parole, quali al suo carattere più stanno bene. Ma a che tante cose teco, che sei un avvocato sì bravo, da ottimamente difendere cause anco non buone? Senz’altro dunque sta sano, o eloquentissimo Moro, e prendi animosamente le parti della tua Pazzia.
Di Villa, il 10 di giugno 1508.
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