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La scapigliatura e il 6 febbrajo

Cletto Arrighi · 1862 · Free in the US

66,099 words · about 4 h 38 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1862 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=La_scapigliatura_e_il_6_febbrajo&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Cletto Arrighi
Language
Italian
Published
1862
Length
66,099 words · about 4 h 38 min
Sections
21 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (21)
  1. Front matter under 1 min
  2. Introduzione about 3 min
  3. Prologo about 12 min
  4. I. La compagnia brusca about 9 min
  5. II. Emilio about 16 min
  6. III. Tre generazioni about 13 min
  7. IV. Il segreto di Noemi about 15 min
  8. V. L'amore d'uno scapigliato about 24 min
  9. VI. Da galeotto a marinaro about 13 min
  10. VII. Pandemonio about 12 min
  11. VIII. La rivale di Noemi about 17 min
  12. IX. Doppia manovra about 12 min
  13. X. Grilli maritali about 16 min
  14. XI. Emilio comincia a rivelarsi about 17 min
  15. XII. La situazione del giorno about 14 min
  16. XIII. Fisonomia conosciuta about 25 min
  17. XIV. Rivelazione about 27 min
  18. XV. Determinazione about 9 min
  19. XVI. Tre rimorsi about 6 min
  20. XVII. Il sei Febbrajo about 8 min
  21. Epilogo about 11 min

Continue:

Front matter

ct ct ct ct ct ct ct

ct ct ct

Indice

Introduzione

ct In tutte le grandi e ricche città del mondo incivilito esiste una certa quantità di individui di ambo i sessi, fra i venti e i trentacinque anni, non più; pieni d’ingegno quasi sempre; più avanzati del loro tempo; indipendenti come l’aquila delle Alpi; pronti al bene quanto al male; irrequieti, travagliati,... turbolenti — i quali — o per certe contraddizioni terribili fra la loro condizione e il loro stato — vale a dire fra ciò che hanno in testa e ciò che hanno in tasca — o per certe influenze sociali da cui sono trascinati — o anche solo per una certa particolare maniera eccentrica e disordinata di vivere — o, infine, per mille altre cause, e mille altri effetti, il cui studio formerà appunto lo scopo e la morale del mio romanzo — meritano di essere classificati in una nuova e particolare suddivisione della grande famiglia sociale, come coloro che vi formano una casta sui generis distinta da tutte le altre.

Questa casta o classe — che sarà meglio detto — vero pandemonio del secolo; personificazione della follia che sta fuori dai manicomii; serbatoio del disordine, della imprevidenza, dello spirito di rivolta e di opposizione a tutti gli ordini stabiliti; — io l’ho chiamata appunto la Scapigliatura.

La qual parola prettamente italiana mi rese abbastanza bene il concetto di tal parte di popolazione, così diversa dall’altra pei suoi misteri, le sue miserie, i suoi dolori, le sue speranze, i suoi traviamenti, sconosciuti ai ricchi contenti, ai giovani dabbene, alle fanciulle guardate a vista, alle donne che amano il marito ed agli uomini serii che battono la strada maestra della vita, comoda, ombreggiata, senza emozioni, come senza pericoli.

La Scapigliatura è composta da individui di ogni ceto, di ogni condizione, di ogni grado possibile della scala sociale. Proletariato, medio ceto, e aristocrazia; foro, letteratura, arte e commercio; celibato e matrimonio; ciascuno vi porta il suo tributo, ciascuno vi conta qualche membro d’ambo i sessi; ed essa li accoglie tutti in un amplesso amoroso, e li lega in una specie di mistica consorteria, forse per quella forza simpatica che nell’ordine dell’universo attrae fra di loro le sostanze consimili.

La speranza è la sua religione; la fierezza è la sua divisa; la povertà il suo carattere essenziale. Non la povertà del pitocco che stende la mano all’elemosina, ma la povertà di un duca, a cui tocca di licenziare una dozzina di servitori, vendere molte coppie di cavalli, e ridurre a quattro le portate della sua tavola, perchè, fatti i conti coll’intendente, ha trovato di non aver più a questo mondo... che cinquantamila lire di rendita.

Come il Mefistofele del Nipote, essa ha dunque due aspetti, la mia Scapigliatura.

Da un lato: un profilo più italiano che milanese, pieno di brio, di speranza e di amore; e rappresenta il lato simpatico e forte di questa classe, inconscia della propria potenza, propagatrice delle brillanti utopie, focolare di tutte le idee generose, anima di tutti gli elementi geniali, artistici, poetici, rivoluzionari del proprio paese; che per ogni causa bella, grande, o folle balza d’entusiasmo; che del riso conosce la sfumatura arguta come lo scroscio franco e prolungato; che ha le lagrime d’un fanciullo sul ciglio, e le memorie feconde nel cuore.

Dall’altro lato, invece, un volto smunto, solcato, cadaverico; su cui stanno le impronte delle notti passate nello stravizzo e nel giuoco; su cui si adombra il segreto d’un dolore infinito... i sogni tenta- tori di una felicità inarrivabile, e le lagrime di sangue, e le tremende sfiducie, e la finale disperazione.

Nel suo complesso perciò la Scapigliatura è tutt’altro che disonesta. Se non che, come accade anche nei partiti politici, che gli estremi accolgono nel loro seno i rifiuti di tutti gli altri, anch’essa conta un buon numero di persone tutt’altro che oneste, le quali finiscono collo screditare la classe intera. Ma codesti signori sono come nel ferro le scorie; e c’è per essi un nome abbastanza conosciuto senza ricorrere alla Scapigliatura; e anch’io sarei tentato di dirli cavalieri d’industria o birbanti, se l’educazione non mi vietasse di chiamar chicchessia col suo vero nome. Ma appunto come tali, essi non hanno una fisonomia particolare, e si perdono in quella putrida vegetazione comune a tutti paesi del mondo — come i ladri e le spie — gente nata per lo più nel fango, e viventi nel fango del proprio mestiere senza perdono e senza poesia possibile.

Però la vera Scapigliatura, li fugge per la prima, e li rinnegherebbe ad alta voce se ella fosse conscia della propria esistenza.

Prologo

ct

In certe notti d’inverno — quando la luna, che comincia a declinar verso Ticino, trapela a stento dall’annuvolato, e la nebbia cala giú presso terra a rendere piú fosche le fiammelle del gas — Milano, a chi lo percorre frettoloso, ad ora tarda, presenta talvolta degli aspetti assai curiosi.

Nella irregolarità delle sue vie deserte e illuminate a risparmio, negli angoli sporgenti e rientranti delle sue case, nell’alto e basso delle sue grondaie, ti si affacciano talvolta dei capricci di ombra e di luce non mai prima avvertiti.

Ora è il buio monotono che vien rotto improvvisamente ad una svolta dal chiarore che esce da una bottega attardata e ancora aperta; ora è la luna che mostrandosi da una fessura del cielo, rischiara la bruna facciata d’un palazzo, che ti si rizza a un tratto dinanzi gigantesca e minacciosa; e allora, per poco che tu sia superstizioso o pusillanime, ti prende quasi un’uggia di esser solo in quel silenzio e affretti il passo; tuo malgrado ti ricorre alla memoria la storiella di ladri udita poco prima, e se vedi venirti incontro una fisonomia sospetta le cedi volentieri la dritta.

Fu in una di queste notti sinistre a mezzo un dicembre, che un giovine, disceso da una carrozza che s’era fermata sulla piazza di Sant’Ambrogio, percorreva sotto l’acquerugiola, che cadeva fitta e minuta, quella contrada che congiunge la piazza al Carrobbio, cercando collo sguardo qualche cosa sulla muraglia delle case di destra.

Chi lo avesse veduto passar sotto il raggio dei lampioni, avrebbe osservato su quel volto i segnali di un’angustia violenta, come di chi cerca invano qualche cosa che gli preme.

Giunto allo sbocco della contrada del Cappuccio, lo sconosciuto ristette come sconsolato; poi, voltosi indietro precipitosamente, rifece la via esaminando più attentamente le pareti delle case... finchè un’esclamazione di gioia che gli uscì dalle labbra mostrò che avea finalmente trovato.

Allora s’accostò al muro, prese colla destra la maniglia d’un cordone da campanello di chirurgo, lo tirò con forza, e si ritrasse di nuovo in mezzo alla strada, alzando la testa alle finestre di terzo piano a cui corrispondeva il filo.

Stette così un minuto, nel quale, all’ansia cocente di poco prima, era succeduta sul suo viso la naturale impazienza di chi aspetta...

Una finestra s’aperse al terzo piano e una voce di donna chiese:

— Chi è?

— Cerco del professore; — disse lo sconosciuto con voce alterata — È in casa?

— C’è; — rispose la voce dall’alto.

— Ho bisogno di lui. Ditegli che faccia la carità di ricevermi.

— Ma, è a letto che dorme; — replicò la voce.

— Bisogna svegliarlo; — gridò l’altro imperiosamente — si tratta di vita o di morte. Scendete ad aprirmi. Avrete buona mancia.

Sia che il tuono commosso e insieme risoluto del giovane persuadessero la fantesca che non sarebbe stato così facile il congedar quell’uomo; sia che l’antifona della mancia ne vellicasse l’istinto prepotente in molte umane creature — e specialmente nelle serve — il fatto è che rispose: — Vengo; — e si ritrasse chiudendo la finestra.

Lo sconosciuto piegò il capo sul petto come uomo che si raccoglie ne’ suoi pensieri. La scarsa luce, che gli batteva da un riverbero sulla persona, avrebbe mostrato ai passanti un giovane nei 25 anni; di mezza statura; coperto da un leggero soprabito a dispetto della pioggia e del freddo; nè bello nè brutto;... tale insomma da non fermare lo sguardo di chicchessia.

Non erano scorsi due minuti che il rumore d’una chiave nella toppa dello sportello gli fe’ alzare vivamente la testa. Allora si mosse, attraversò il marciapiedi, e curvata la persona, varcò la soglia della piccola apertura che gli si era schiusa dinanzi.

Lo sconosciuto si mise per l’andito, dietro alla fantesca, che reggendo il lume dinanzi a lui, s’avviava verso la scala.

— L’avete già svegliato? — le chiese.

— Sì signore.

— Che cosa ha detto?

— Nulla ha detto, pover’uomo! Ormai ci ha fatto il callo.

— Gli toccano spesso questi casi?

— Una notte dovette svegliarsi e uscire fin tre volte.

— Questo pel vostro incomodo; — disse lo sconosciuto, dopo aver cavato una moneta dal taschino del farsetto.

E sì dicendo allungava il braccio per mettere la mancia nella sinistra della donna che le pendeva libera al fianco. Costei, sebbene non potesse vedere quell’atto, lo indovinò; giacchè, con mirabile accordo, stese indietro il braccio, abbrancò la moneta, biascicando un grazie, e la intascò, non senza prima averla sogguardata sul palmo colla coda dell’occhio.

Il giovane non rifece parola, e neppur essa. Montarono in silenzio i gradini della scala fino al terzo piano ed entrarono in casa del professore sul cui uscio d’ingresso stava scritto:

Ancora mezzo intronato dal sonno, il professore stava a sedere sul letto disponendosi un po’ di mala voglia ad ubbidire a quella voce potente nelle anime oneste che si chiama il dovere.

Era un uomo sui cinquant’anni, d’una forza e d’una salute meravigliosa; la quale ei soleva attribuire alla sua invincibile avversione ai medici ed ai farmacisti. Nel quartiere, questa sua bizzarra professione di fede — in apparenza così contraria all’arte sua — e un certo metodo di vita fuor del consueto, e la sua maniera di vestirsi negletta e antiquata, gli aveano meritato il soprannome di filosofo, che, come tutti sanno, per certa gente dabbene equivale a poco meno di matto.

— Che cosa mi comanda? — diss’egli al giovine che la Caterina gli veniva presentando.

E, volgendosi a lei, soggiunse:

— Va pure.

— Ho bisogno di lei — cominciò lo sconosciuto — per un affare delicato... assai delicato.

Il professore all’accento turbato di quella voce, all’espressione misteriosa di quelle parole alzò fieramente la testa e corrugò la fronte. Un sospetto oltraggioso gli aveva attraversato la mente.

— Spero, — diss’egli fissando i suoi occhi pe- netranti in faccia allo sconosciuto — spero che ella non sia venuto a chiedermi una cosa illecita.

Ma l’altro, prima che il professore avesse terminato, senz’ascoltarlo, soggiungeva:

— E sono pronto a qualunque sacrificio pecuniario per ricompensare degnamente l’incomodo che ella dovrà prendersi...

— Le ripeto, signore, che io sono pronto a prestar l’opera mia quand’essa non debba essere contraria alle mie... abitudini...

— L’opera che io son venuto a chiederle è nè più nè meno che quella della sua professione.

— Quand’è così — sclamò il professore rovesciando indietro la le coltri e mettendo le gambe fuori del letto — siamo bell’e intesi.

— Però, l’incomodo ch’ella dovrà prendersi, — replicò il giovane risolutamente — è forse superiore a quello che s’immagina. Prima di tutto debbo dirle che s’andrà fuori di Milano.

— Molto lungi?

— No; il viaggio d’un’ora al più...

— Manco male.

— Poi debbo prevenirla che c’è una condizione a cui sarei desolato s’ella rifiutasse di assoggettarsi.

Il professore che in questo frattempo era andato raccapezzando su pel letto le sue robe, e già stava per infilar le mutande, ristette di nuovo.

— Una condizione? e quale?

— Lei è troppo dell’arte per non sapere che qualche volta una donna può aver dei motivi per non lasciarsi scorgere in viso neppur dal dottore.

— Ho capito! — sclamò l’altro rizzandosi in piedi e continuando a vestirsi. — Se la condizione sta tutta in ciò non v’è nulla in contrario. Conosco queste cose, e non sarà certo l’ultima volta ch’io sarò per assistere una donna mascherata.

— Mascherata sta bene; — riprese il giovine con ansia crescente — ma questo non è tutto. Essa volle che io le promettessi che la persona che le avrei condotto non avrebbe veduto neppure il luogo dove essa abita...

— Questa la mi è nuova! — sclamò l’altro sorridendo — Vuol dire che bisognerà ch’io ci venga a occhi bendati?

— S’ella fosse tanto buono!

— Dato il caso che io avessi dei nemici, prudenza consiglierebbe a rifiutare. Ma come, grazie a Dio, non ne ho, così accetto anche questa condizione.

— Che Dio la benedica! — sclamò il giovine rasserenando ad un tratto la fisonomia come chi esce da un dubbio tormentoso.

— Ella sarà venuto colla carrozza? — chiese il professore.

— Sì; l’ho lasciata laggiù sulla piazza. Corro a farla avvicinare alla porta.

— Ed io mi metto l’abito, il pastrano, e sono con lei.

E il giovane si slanciò fuori della camera.

Vestito che fu, il professore cercò sul tavolino da notte la tabacchiera, e se la mise in tasca; aprì un armadio, ne trasse fuori un astuccio in cui teneva i ferri, e lo posò sul letto; tornò all’armadio levò da un cassetto due pistole corte, le intascò anch’esse; aprì l’uscio, chiamò Caterina, e a lei che accorreva pose nelle mani l’astuccio dei ferri dicendo:

— Va pure innanzi.

Poi udendo giù nella via il rumor della carrozza che s’avvicinava, levò da un angolo della camera la fida canna tradizionale dei dottori ostetrici di trent’anni fa, diè un ultimo sguardo intorno ed uscì.

Quando fu al basso, egli si fe’ dare l’astuccio da Caterina e le disse:

— Va pure a letto, e non aspettarmi per questa notte. Se domani mattina càpita don Giacomo, digli di ripassare dopo mezzogiorno.

Così detto, facendo arco della schiena, uscì dallo sportello.

Come fu nella via, si vide dinanzi una bella berlina da viaggio a due cavalli alla Daumont, che fumavano copiosamente di sudore, mostrando di avere fatto poco prima, se non lunga, rapidissima corsa. Un fanciullo palafreniere, colle braccia incrociate sul petto come un piccolo Napoleone, stava immobile dinanzi ad essi.

Lo sconosciuto, colla maniglia dello sportello in mano, aspettava il professore. Il quale, deposto l’astuccio nell’interno della carrozza, senza far complimenti entrò pel primo, e il giovine gli tenne dietro. Nel frattempo il piccolo palafraniere, montato a cavallo, partì come un lampo.

S’era messo un freddo da lupo. La pioggia mutata in nevischio, cadeva a spruzzoli sodi e minuti, brizzolando qua e là il bruno selciato della via.

Il professore, non appena si fu seduto in carrozza, trasse di tasca il fazzoletto con un tacito e arguto sorriso, e piegatolo diagonalmente sulle ginocchia si volse all’altro e gli disse:

— Dunque bisogna che ella mi faccia il nodo.

— Se lei non pigliasse la cosa con tanta disinvoltura, — osservò il suo compagno di viaggio, prendendo nelle mani i due capi del fazzoletto — io sarei in obbligo di chiederle mille scuse.

— Non val la pena per così poco; — sclamò il professore — La stringa un po’ di più... un po’ ancora...

E quando si sentì annodato a dovere il fazzoletto sugli occhi, sdraiandosi filosoficamente nel suo angolo, sclamò con un piccolo scoppio di riso:

— Ora sfido a vederci.

E qui, consigliati dalla voluttuosa sensazione che si prova ad essere trasportati velocemente in carrozza, e dalla fatica che avrebbero dovuto fare per udirsi, col rumore delle ruote sul lastrico, fecero silenzio.

Si andava sempre con una velocità spaventosa.

Il professore — quantunque non avesse svilup- pato in ispecial modo il bernoccolo della curiosità — pure non potea sottrarsi a quella legge inevitabile dell’umana natura, che un filosofo scolpì nell’aforismo nititur in vetitum, e che fu causa — dicono — del peccato di Eva.

Perciò — fin dal primo partir della carrozza, avendo seguito colla memore immaginativa la strada ch’essa teneva, per indovinarne, quasi suo malgrado, la direzione — dalle frequenti svoltate a sinistra fu tratto ad arguire che si dovesse andar fuori da porta Comasina. Dopo aver battuto il lastrico per dieci minuti la carrozza si fermò un istante; e quando ripigliò la corsa, il rumore sordo delle ruote su un terreno molle di fango avvertì il professore che si era varcata la porta della città.

Allora — cessato il rumor delle ruote — primo a rompere il silenzio fu lo sconosciuto; il quale con una di quelle domande oziose, che non servono ad altro che ad avviare un discorso, gli chiese:

— Come va, professore?

— Bene! — rispose questi — Oscuramente bene!

— Sa ella che sono stato già da due altri chirurghi che non hanno voluto accettare?

— Lo credo — rispose il professore ridendo — C’è chi ha paura; c’è chi crede offesa la propria dignità di chirurgo ostetrico. Essi dicono d’essere inviolabilmente segreti come il confessore, e pretendono di venir considerati come tali.

— Sarà benissimo; — osservò il giovine — ma v’hanno dei peccati a questo mondo che non si vorrebbero dire neppur al confessore...

— Naturalissimo. Principalmente i peccati veniali. Ci sono delle debolezze che fanno più vergogna a noi stessi... che non un delitto... dato che fossimo capaci di commettere un delitto.

La conversazione, nutrita di filosofia e di morale, continuò così una buona mezz’ora, finchè una troppo rapida svoltata della carrozza per poco non fece cozzar l’un contro l’altro i due viaggiatori. Il legno fu lì lì per dar la balta; ma, ripigliato fortunatamente il suo centro di gravità, continuò per piccolo tratto ancora la sua corsa precipitosa, passò sotto un androne selciato, e si arrestò in un luogo aperto, che dovea essere necessariamente il cortile d’una casa.

— Eccoci! — disse il giovine al professore levandosi da sedere.

— Ci siamo? — sclamò questi — Bene arrivati.

L’altro, quando fu uscito, gli stese la mano, lo aiutò a smontare, levò di sotto al sedile l’astuccio dei ferri, e s’avviò a braccetto del suo cieco compagno. Attraversato un portico, l’avvertì che stavano per incominciare i gradini di una scala. La montarono. Giunti sul secondo pianerottolo, aperse un uscio muto sui cardini, e conducendo sempre per mano il professore attraversò un’anticamera, per un altr’uscio passò in una seconda stanza, e disse:

— Ci fermeremo qui.

— Posso sbendarmi? — disse il professore.

— Senza dubbio.

Bartelloni non se lo fece dir due volte. Toltosi il fazzoletto, girò intorno lo sguardo e si trovò in un’ampia sala illuminata scarsamente da due lumi posati sopra una tavola rotonda, che vi sorgeva nel mezzo.

Lo sconosciuto, deposto su quella tavola l’astuccio, pregò l’altro di attenderlo per un istante; e attraversata la stanza scomparve per un uscio a fior di muro.

Rimasto solo il professore girò un altro sguardo molto più curioso del primo sugli oggetti che si trovavano in quella camera, e si diede ad esaminarli.

La era una di quelle malinconiche sale, come se ne trovano ancora molte nelle case di campagna, mentre, per amor del ricavo e de’ propri comodi, il proprietario in città le ha totalmente abolite.

La vôlta altissima, a spicchi, era fregiata di stucchi foggiati a pampini, che correvano su a intrecciar la cornice ovale di un medaglione di discreto autore, che rappresentava la solita... la eterna toilette di Venere. Degli specchi antichi dalle cornici barocche — che la moda rifece preziosi oggidì — stavano appesi alle pareti, coperte da un arazzo di un colore fra l’albeggiante e il lionato. Qua e là accanto agli specchi, disposti senza simmetria, alcuni quadri. Sul piano di un vasto camino, si rifletteva da un altro specchio un pendolo e due vasi della China, sui quali la bizzarra fantasia dei figli del sole aveva riprodotta la vita chinese nella sua più grottesca e fantastica espressione.

Un po’ di polvere, e qualche ragnatelo, completavano — come dicono i romanzieri — la fisonomia di quella sala.

Il professore, preso in mano un lume, s’accostò alla parete e, fatto riverbero della mano, aguzzò l’occhio su uno dei quadri che stavano appesi alla destra del camino; e non appena il suo sguardo si fu posato su quel dipinto, tutta la sua fisonomia fu illuminata da un’espressione di gioia e di meraviglia.

Chiunque in quel punto avrebbe riconosciuto nel professor Bartelloni un profondo conoscitore.

— Possibile! — sclamò sommessamente. — Ed io non saperlo...? Diamine! Chi sarà mai il padrone di questa casa?

E già si moveva ansioso per esaminare gli altri quadri che ornavano le quattro pareti, quando l’uscio per cui poco prima era scomparso il suo compagno di viaggio si schiuse di nuovo e questi si mostrò sulla soglia facendogli cenno di seguirlo.

Il professore, deposto il lume s’avviò e venne introdotto in un’altra sala.

Essa non dissomigliava dalla prima, e come la prima si avrebbe potuto crederla disabitata, se la temperatura sensibilmente accresciuta, e un certo vago e parlante disordine di robe sparse sulle poche suppellettili che l’ammobigliavano, non avessero fatto accorto chiunque che la era abitata... e abitata da una donna.

Una lucerna, posata su una consôle, la illumi- nava per metà. Nella penombra prodotta da un paralume, il professore vide un letto a sopracielo cortinato e capì tosto che la creatura a cui egli veniva a recar gli aiuti della sua scienza era là.

Una veste da camera femminile foderata di martora bionda stava rovesciata sul dossale d’una sedia a bracciuoli accanto al letto, e sul tavolino da notte vide, insieme ad un servizio di cristallo turchino, alcuni libri, un braccialetto, e un cestello da ricamo.

Il giovine che precedeva il professore, giunto al letto, ne rimosse le cortine e si curvò a parlare con alcuno che vi stava celato di dietro.

Detta qualche parola sottovoce si volse al professore che s’era fermato qualche passo indietro e gli fe’ cenno di venir innanzi.

Allora questi dato un passo vide sdraiata in quel letto... col volto coperto da una maschera... una donna... che gemeva sommessamente.

Tre ore dopo quella camera poco prima così silenziosa echeggiava dei vagiti di una creaturina... venuta a questo mondo a godere o a soffrire.

La madre era fuori di pericolo.

Il professore guardò l’orologio. Erano le sei del mattino.

Le sei del mattino del giorno 16 dicembre 1829.

I. La compagnia brusca

ct ct In quegli anni di quiete torbida e desolata che succedette ai disastrosi tentativi d’indipendenza che furono oppressi a Custoza e a Novara, quindi a Venezia ed a Roma, c’era a Milano una certa compagnia di giovani tra i 20 e i 30 anni, la quale nel quartiere dove teneva la sua principal residenza era chiamata — quasi per antonomasia — la Compagnia brusca, e con questo qualificativo stava registrata perfino nel libraccio nero di chi sapeva o avrebbe dovuto saper tutto.

Erano sette — numero mistico; numero cabalistico! — erano sette; ma ad un’occasione potevano passar benissimo per ventiquattro: seduti a cena, per esempio, o in un coro, o in una rissa... La loro sede ufficiale e pubblica era dal tabaccaio sull’angolo d’una contrada centrale. Fuori di là neppur il diavolo avrebbe saputo trovarli con certezza, e in casa meno che altrove.

Quand’erano seduti in circolo intorno al braciere del tabaccaio sarebbero parsi i più buoni figliuoli del mondo, che non pensassero ad altro che a fumare il maggior numero di sigari, e ad affumicare il maggior numero di pipine possibile. Ma una volta che si alzavano e si avviavano a qualche impresa... guai al luogo dove avessero stabilito di far serenata... guai alle spalle su cui dovevano cadere quei pugni... guai alla pattuglia che avesse voluto far con essi il bell’umore!

Questa piccola società non avea uno scopo apparente fuori di quello di riunirsi a fumare ed a ciarlare. L’amicizia e una certa conformità di carattere, di posizione e di gusti pareva legasse fra loro i sette membri di questa misteriosa compagnia. Ma il tabaccaio, in un angolo della cui bottega essi erano venuti ad installarsi, la pensava altrimenti; e, quantunque sapesse che, a Milano, la sola conoscenza e il bisogno di scambiar parole bastassero a riunire, ad una data ora d’ogni giorno dell’anno, certe persone, in tutte le osterie ed in tutti i caffè; pure avea dovuto persuadersi a lungo andare che una ragione più seria e più segreta legava fra loro que’ suoi sette avventori.

La polizia, che in quei tempi stava più che mai all’erta, ne aveva avuto anch’essa un sentore ed aveva interrogato l’onesto tabaccaio sulle abitudini, sui discorsi tenuti da quelle sue pratiche, e su ciò ch’ei ne pensasse in cuor suo. Il tabaccaio, quantunque avesse ottenuta la dispensa dalla sovrana degnazione, rispose schietto alle prime due domande: essere le abitudini e i discorsi de’ suoi sette fumatori la cosa più innocua di questo mondo; quanto alla terza si guardò bene di esporre l’animo suo, e rispose crederli bravi giovinotti, che per riguardi economici avessero scelta la sua bottega invece d’un club o d’un caffè...

Era stato congedato colla solita raccomandazione di tenerli d’occhio, e di riferire sulla loro condotta.

La mattina del giorno 3 febbraio 1853, che era un giovedì — vale a dire circa 24 anni dopo la scena raccontata nel prologo — cinque dei sette... trovavansi radunati nella bottega intorno al braciere, e, tranne uno, fumavan tutti.

Erano più serii del solito; giacchè è bene sapere che, quantunque nel corso dell’anno gli scrosci di risa, le arguzie e le stramberie, che uscivano da quelle bocche si avrebbe durato fatica a contarle, pure di regola erano molto serii.

La conversazione annuvolata e profumata dalle quattro pipine, ancora incerta come il volo della falena, che non sa su qual fiore posarsi, s’era finalmente adagiata in quell’eterno argomento da scapigliato: i debiti. Ora voi avreste trovato difficilmente in tutta Italia una mano di giovani più profondamente e più coscienziosamente versati in tale materia.

Un d’essi stava raccontando agli altri di un dia- logo avuto la mattina con un usuraio, che gli avea fatto l’onore di prestargli seicento lire, delle quali un terzo in mezze genovine scarse dai sette ai dieci grani, e le altre quattrocento in una gran cassa di guanti colore di foglia tenera e tutti mancini.

— Naturalmente — continuava il narratore — io ho cercato di vendere subito quella cassa. Ma quale fu il mio stupore quando il guantaio venuto ad esaminar la mercanzia mi avvertì che que’ guanti erano tutti della mano sinistra... come un matrimonio morganatico. Potete immaginarvi il mio furore. Corsi a casa dell’usuraio... gridai... tempestai, ma invano. Un’altra cassa, uguale alla mia, di guanti verdolini e tutti destri, era stata data ad un altro infelice, chissà in qual parte del mondo. Sperai un momento di trovarla cogli avvisi, e spesi dieci svanziche a far annunciare tre volte nella quarta pagina dei giornali:

“Chi possedesse una cassa di guanti verdolini per la sola mano destra, è pregato a darne avviso per relativo contratto di compra o vendita, trovandosi chi ne possiede un’altra di ugualmente verdolini e tutti della mano sinistra. Dirigersi all’ufficio, ecc. ecc.„ Ma non vidi mai venir nessuno, e dovetti finalmente cedere la cassa spajata all’usuraio stesso, che me la valutò qualche lira più di quello che me la stimassero gli stessi guantai.»

— Stamattina che era il giorno della scadenza — continuò il narratore dopo aver sbirciato il caminello della sua pipa di gesso, rappresentante la te- sta di che cominciava a macchiarsi al basso d’un bel colorino caffè e latte — stamattina quell’animale venne da me. Come abbia saputo del mio nuovo domicilio è un mistero. Da una settimana soltanto, come sapete, sono andato ad abitare in borgo di S. Gottardo, dove mi sono ritirato credendo di fuggire i rumori della città, per finire una commedia colossale, che fra poco sarà rappresentata al teatro Re. Potevano essere otto ore al più; proprio quando il sonno ti ripiglia più serrato, che dài senza accorgerti la tua brava volta pel letto, e ti distendi voluttuosamente sotto le coltri a far l’ultimo pisolo. Io, ciuco, avevo lasciato l’uscio aperto, non so come: la notte, sapete, eravamo stati un po’ a zonzo a far chiasso, ma non ero ubbriaco però, e nemmeno brillo, che non vorrei — continuò abbassando la voce — non vorrei aveste a pigliar pretesto da questa mia confessione per farmi pagar la multa di temperanza. Dunque, come vi dicevo, egli entrò in camera e cominciò: “È permesso?...„ — con quella sua voce nel naso — “è permesso?... è permesso?„ — Io fingeva di dormir chiuso: anzi mi misi a russare come un contrabbasso, per veder se quell’animale aveva tanto muso da destarmi. Egli si avvicina al letto, si curva a contemplarmi, poi prende una sedia e si mette presso al capezzale. — Ah se tu aspetti che io mi desti da solo, stai fresco; — pensavo fra me. Se non che dopo una mezz’ora, l’usuraio, stufo di attendere, cominciò a chiamarmi per nome: “Signor Gustavo, sono io... signor Gustavo...„ — Io duro, ed egli da capo. Finalmente mi scosse per un braccio in tal modo che mi fu impossibile di fingere oltre. Allora come se mi destassi da un mal sogno di sbalzo, feci un movimento brusco, e colla mano rovescia gli lasciai correre una potente ceffata. —

I tre ascoltatori di Gustavo e il tabaccaio che stava al banco diedero in uno scoppio di riso. Gustavo continuò:

— “Chi va là!„ — gridai sorgendo a sedere sul letto cogli occhi spaventati... “Sono io„ — rispondeva l’usuraio tenendo la mano sulla guancia addolorata — “Ah è lei, caro signor Nicoletti...? Che cos’è accaduto? Mi pare di essermi spaventato per nulla. Le ho forse fatto male?„ — “Oh niente!„ — mi risponde l’usuraio — “Cosa che passa.„ — “Ma come è accaduto?„ — dico io — “È stato — risponde egli — che nel destarsi forse da qualche brutto sogno, la mi ha dato un piccolo schiaffo.„ — “Oh povero signor Nicoletti, mi rincresce.„ — “Non è nulla, caro signore„ — ripeteva quell’assassino colla sua voce rugiadosa, mostrandomi il pavonazzo della guancia. — C’era il segno delle cinque dita. Ed ei lo chiamava un piccolo schiaffo! — “Dunque„ — ricominciò — “essendo passato di qua per caso...„ — gli usurai passano sempre per caso dalla porta dei debitori — “sono salito a vedere se...„ — “A vedere che cosa? — dissi io. — La dica pure, caro sig. Nicoletti„ — “A vedere se ella fosse in caso di pagarmi quella piccola cambialetta delle sei- cento lire per risparmiare le spese del protesto.„ — “Quella cambialetta dei guanti dispajati?„ — “Sì signore.„ — “Ma senza dubbio, caro signor Nicoletti, è mio dovere; ella non ha che a parlare. Soltanto che avrei bisogno dalla sua provata gentilezza un gran favore.„ — “La dica„ — mi rispose il galantuomo — “Ella sa bene che in quel poco che io posso cerco sempre di aiutare la gioventù... perchè, dico il vero, io porto molto interesse ai bravi giovani.„ — “Sì? — gli dissi io — Credevo invece che fossero i bravi giovani che lo portassero a lei molto interesse.„ — Come potete imaginarvi, quel bue non capì il mio bellissimo calembourg, perchè gli usurai sono la gente più priva di spirito di tutto il genere umano... anzi, dietro profonde ricerche posso assicurarvi che essi sono un grado al di sotto dall’ipopotamo e due dal pipistrello. Dunque gli chiesi seriamente mi facesse il favore di prestarmi il denaro che ci voleva per pagar la sua cambiale, più qualche centinaio di lire, per poter celebrare degnamente la chiusura del carnevale. A questa domanda un po’ eteroclita quell’animale balzò sulla sedia e vedendo che io parlavo sul serio non sapeva da che parte farsi per rispondermi. Per venire alle corte io lo strinsi in tal modo coi più sentimentali argomenti che per salvarsi dovette rinnovar la cambiale a sei mesi, se no scommetto, avrebbe dato in uno scoppio di pianto... Vedete dunque in me un uomo che per sei mesi ancora è sicuro di vivere liberamente all’aria aperta, ciò che tra parentesi, non garantisco di voi altri. —

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