Front matter
(La lezione è curata su le edizioni di Niccolò Pilli, Roma, 1559; di Faustino Tasso, Venezia, 1589; di Sebastiano Ciampi, Pistoia, I826; e con le varianti raccolte dal Ciampi, o su altri testi che si designano nelle postille, migliorata e corretta.)
Indice
Primi versi
PRIMI VERSI
I
DANTE ALIGHIERI
a tutti i poeti amanti
A ciascun’alma presa e gentil core Nel cui cospetto viene il dir presente, A ciò che mi riscrivan suo parvente, Salute in lor signor, cioè Amore. 5Già eran quasi che atterzate l’ore Del tempo ch’ogni stella è più lucente. Quando m’apparve Amor subitamente, Cui essenza membrar mi dà orrore. Allegro mi sembrava Amor, tenendo 10Mio core in mano; e nelle braccia avea Madonna, involta in un drappo dormendo. Poi la svegliava, e d’esto core ardendo Lei paventosa umilmente pascea: Appresso gir ne lo vedea piangendo.
Naturalmente chere ogni amadore Di suo cor la sua donna far saccente: E questo per la visïon presente Intese di mostrare a te Amore,
In ciò che dello tuo ardente core5 Pasceva la tua donna umilemente; Che lungamente stata era dormente. Involta in drappo, d’ogni pena fore. Allegro si mostrò Amor venendo 10A te per darti ciò che ’l cor chiedea, Insieme due coraggi comprendendo: E l’amorosa pena conoscendo Che nella donna conceputo avea. Per pietà di lei pianse partendo.
Quella che in cor l’amorosa radice Mi piantò nel primier che mal la vidi, Cioè la dispietata ingannatrice, A morir m’ha condotto; e stu nol cridi, 5Mira gli occhi miei morti in la cervice, E del cor odi gli angosciosi stridi, E dell’altro mio corpo ogni pendice, Che par ciascuna che la morte gridi. A tal m’ha giunto mia donna crudele 10Ch’entro tal dolor sento in ogni parte, Che l’alma a forza dallo cor si parte; Chè ’l mio dolzor con l’amaror del fele Haggio ben visto, Amor, com’ si comparte. Ben ti consiglio, di lui servir guarte.
Anzi che Amore nella mente guidi Donna ch’è poi del core ucciditrice, Si convien dire all’uom — Non sei fenice: Guarti d’Amor, se tu piangi e tu ridi;
5Quand’odirai gridare — Ancidi, ancidi. — Chè poi consiglia in van chi ’l contradice: Però si leva tardi chi mi dice Ch’Amor non serva nè di lui mi fidi. Io li son tanto soggetto e fedele, 10Che morte ancor di lui non mi diparte; Ch’io ’l servo nella pace e sotto Marte. Dovunque vola o va drizzo le vele, Come colui che non li servo ad arte. Così, amico mio, convene farte.
(Questo e l’antecedente sonetto son riprodotti dal Vol. I del Manuale della letter. del primo sec. della lingua, del prof. V. Nannucci; Firenze, Barbèra, 1856.)
A GHERARDUCCIO GARISENDI
da bologna
Deh Gherarduccio, com’ campasti tue Che non moristi allor subitamente Che tu ponesti a quella donna mente Di cui ci dice Amor ch’angelo fue; 5La qual va sopra ogn’altra tanto piue Quanto gentil si vede umilemente, E muove gli occhi mirabilemente. Che si fan dardi le bellezze sue? Dunque fu quello grazïoso punto 10Che gli occhi tuoi la soffrîr a vedere, Sì che ’l desïo nello cor fu giunto. Ciò che t’incontra, omai ti dèi tenere In allegrezza; perchè tu sei punto, E non morto, di quel che t’è in piacere.
Quai son le cose vostre ch’io vi tolgo, Deh, Guido, che mi fate sì vil ladro? Certo bei motti volentieri io colgo, Ma funne mai de’ vostri alcun leggiadro? 5Guardate ben ogni carta ch’io volgo: S’io dico vero, io non sarò bugiadro: Queste cosette come io le assolgo, Ben lo sa Amor dinanzi a cui le squadro. Quivi è palese che non sono artista 10Nè ricopro ignoranza con disdegno, ’Vegna che ’l mondo guarda pur la vista: Ma son un cotal uom di basso ’ngegno Che vo piangendo sol con l’alma trista Per un cor, lasso!, ch’è fuor d’esto regno.
Avvegna i’ m’abbia più volte per tempo Per voi richiesto pïetade e amore Per confortar la vostra grave vita; E’ non è ancor sì trapassato il tempo, 5Che ’l mio sermon non truovi il vostro core Piangendo star con l’anima smarrita Fra sè dicendo — Già sarà ’n ciel gita, Beata cosa ch’uom chiamava il nome! — Lasso me!, quando e come 10Vedervi potrò io visibilmente, Sì che ancora presente Far i’ vi possa di conforto aita? Dunque mi udite, poi ch’io parlo a posta D’Amor, alli sospir ponendo sosta.
15Noi proviamo che in questo cieco mondo Ciascun ci vive in angosciosa noia, Chè in ogni avversità ventura il tira: Beata l’alma che lassa tal pondo E va nel ciel dov’è compita gioia! 20Gioioso il cor fuor di corrotto e d’ira! Or dunque di che il vostro cor sospira, Che rallegrar si dee del suo migliore? Chè Dio nostro signore Volle di lei, come avea l’angel detto, 25Fare il cielo perfetto: Per nova cosa ogni santo la mira, Ed ella sta dinanzi alla salute. Ed in vêr lei parla ogni virtute. Di che vi stringe il cor pianto ed angoscia, 30Chè dovreste d’amor sopraggioire, Chè avete in ciel la mente e l’intelletto? Li vostri spirti trapassâr da poscia Per sua virtù nel ciel: tal è il desire, Che amor là su li pinge per diletto. 35O uomo saggio, oh Dio!, perchè distretto Vi tien così l’affannoso pensiero? Per suo onor vi chiero. Che all’egra mente prendiate conforto, Nè aggiate più il cor morto 40Nè figura di morte in vostro aspetto: Perchè Dio l’aggia allocata fra i suoi. Ella tutt’ora dimora con voi. Conforto già conforto l’Amor chiama, E Pietà prega — Per Dio, fate presto: — 45Or v’inchinate a sì dolce preghiera, Spogliatevi di questa vesta grama, Da che voi siete per ragion richiesto; Chè l’uomo per dolor more e dispera. Come vedreste poi la bella ciera, 50Se vi cogliesse morte in disperanza? Di sì grave pesanza Traete il vostro core omai, per dio! Che non sia così rio Vêr l’alma vostra, che ancora ispera
55Vederla in cielo e star nelle sue braccia; Dunque di speme confortarvi piaccia. Mirate nel piacer dove dimora La vostra donna, ch’è in ciel coronata; Ond’è la vostra speme in paradiso 60E tutta santa ormai vostra memora, Contemplando nel ciel dov’è locata Il vostro cor, per cui istà diviso, Che pinto tiene in sì beato viso. Secondo ch’era qua giù meraviglia. 65Così là su somiglia; E tanto più quanto è me’ conosciuta. Come fu ricevuta Dagli angioli con dolce canto e riso, Li spirti vostri rapportato l’hanno, 70Che spesse volte quel vïaggio fanno. Ella parla di voi con que’ beati, E dice loro — Mentre che io fui Nel mondo, ricevetti onor da lui, Laudando me ne’ suoi detti laudati: — 75E prega Iddïo lor signor verace, Che vi conforti sì come a voi piace.
(Impressa dall’ e riprodotta nella Raccolta fiorentina de’ Poeti del primo secolo e nella palermitana di Rime antiche sotto nome di Guido Guinicelli; ma sull’autorità di più codici ragionevolmente restituita a Cino, nelle , da ; della cui lezione ci siam giovati in più punti.)
DELLE CONDIZIONI DI AMORE
Se non si move d’ogni parte Amore Sì dall’amato come dall’amante, Non può molto durar lo suo valore; Che ’l mezzo Amor non è fermo nè stante.
5E di partir si sforzi ogni amatore, Sed ei non trova paro o simigliante: Ma, se ’l si sente amato di buon core, L’Amor sta fermo o pure assale avante. Però che Amor è radice di luce 10Che nutrisce lo corpo alluminato. Di fuora il mostra e dentro lo riduce. Così l’Amor, se è dall’amante amato, Si accresce e si nutrica e si conduce; E d’ora in ora è l’uom più innamorato.
Amor, sì come credo, ha signorìa E forza e potestate nella gente, E non cura riccor nè gentilìa Nè vassallaggio nè signor potente, E ogn’uom tien con paraggio ’n sua balìa:5 Quest’è d’Amor lo proprio convenente, Pur che d’Amor cominci uomo la via Con umiltate e sia ubidïente. E già non era lo mio ’ntendimento Ch’Amor guardi riccor nè potestate,10 Chè non val più che ’l cor innamorato; Ma con par grado stesse lo talento Di due amanti con pura amistate: Di quello il dio d’amor avea pregato.
Dedica e indirizzo delle rime d’amore
Deh moviti, Pietate, e va’ incarnata, E della veste tua mena vestiti Questi miei messi, chè paian nodriti E pien della vertù che Dio t’ha data: E ’nnanzi che cominci tua giornata,5 Se ad Amor piace, fa’ che tu inviti E chiami gli miei spiriti smarriti; Per gli guai sia la lor chiesta provata. E, dove tu vedrai donne gentili. Quivi girai, chè là ti vo’ mandare;10 E dono a lor d’audïenza chiedi; Poi di’ a costor — Gittative a’ lor piedi, E dite chi vi manda e per che affare. — Udite, donne, esti valletti umìli.
Uomo, lo cui nome per effetto Importa povertà di gioi’ d’amore, E ricco di tristizia e di dolore, Ci manda a voi, come Pietà v’ha detto. Lo qual venuto nel vostro cospetto5 Sarebbe volentier, s’avesse il core: Ma non lo lascia di viltà tremore, Per che gl’ingombra angoscia l’intelletto. Se voi vedeste appresso la sua vista, Farebbevi nel cor tutte tremare;10 Tant’è in lui visibil la pietate. Di mercè avare, donne, non gli siate; Chè, per la speme c’ha per voi campare, Di vita pasce l’anima sua trista.
Innamoramento e amore
Io non domando, Amore, Fuor che potere il tuo piacer gradire; Così t’amo seguire In ciascun tempo, o dolce mio signore. E sono in ciascun tempo ugual d’amare5 Quella donna gentile Che mi mostrasti, Amor, subitamente Un giorno; chè m’entrò sì nella mente La sua sembianza umìle, Veggendo te ne’ suoi begli occhi stare,10 Che dilettare il core Di poi non s’è veduto in altra cosa, Fuor che quella amorosa Vista, ch’io vidi, rimembrar tutt’ore. Questa membranza, Amor, tanto mi piace,15 E sì l’ho imaginata, Ch’io veggio sempre quel ch’io viddi allora: Ma dir non lo potrìa, tanto m’accora L’imagine passata C’ho nella mente: ma pur mi do pace.20 Che ’l verace colore Chiarir non si porrìa per mie parole: Amor, come si suole, Dil’ tu per me là ’v’io son servidore. Ben deggio sempre onore25 Render a te, Amor, poi che desire Mi desti ad ubbidire A quella donna ch’è di tal valore.
(Corretta con la lezione dell’edizion giuntina, Rime di diversi autori toscani, 1527; dalla quale è male attribuita a Dante.)
L’uom che conosce è degno c’haggia ardire E che s’arrischi; quando s’assicura Vêr quello, onde paura Può per natura o per altro avvenire. 5Così ritorno i’ ora; e voglio dire Che non fu per ardir, s’io puosi cura A questa crïatura, Ch’io vidi in quel che mi venne a ferire; Perchè mai non avea veduto Amore 10Cui non conosce ’l core se nol sente: Che par proprïamente una salute Per la vertute della qual si cria; Poscia a ferire va via com’un dardo Ratto che si congiunge al dolce sguardo. 15Quando gli occhi rimiran la beltate E trovando piacer destan la mente, L’anima e il cor si sente, E miran dentro la proprïetate. Stando a veder senz’altra volontate: 20Se lo sguardo s’aggiunge, immantenente Passa nel cor ardente Amor, che pare uscir di claritate. Così fu’ io ferito risguardando; Poi mi volsi, tremando ne’ sospiri; 25Nè fia più ch’io rimiri a lui già mai Ancor ch’omai io non possa campare: Che se il vo’ pur pensare, io tremo tutto; E ’n tal guisa conosco il cor distrutto. Poi mostro che la mia non fu arditanza, 30Per ch’io rischiassi il cor nella veduta. Posso dir ch’è venuta Negli occhi miei drittamente pietanza; E sparto ha per lo viso una sembianza Che vien dal core, ov’è sì combattuta 35La vita, ch’è perduta. Perchè ’l soccorso suo non ha possanza. Questa pietà vien come vuol natura,
Poi dimostra ’n figura lo cor tristo Per farmi acquisto solo di mercede; La qual si chiede, come si conviene,40 Là ’ve forza non viene di signore Che ragion tegna di colui che more. Canzone, udir si può la tua ragione Ma non intender sì che sia approvata Se non da innamorata45 E gentil alma dove Amor si pone: E però tu sai ben con quai persone Dèi gire a star per esser onorata: E quando sei guardata, Non sbigottir nella tua opinione,50 Che ragion t’assicura e cortesìa. Dunque mettiti in via chiara e palese; Di ciaschedun cortese, umil servente, Liberamente, come vuoi, t’appella; E di’ che sei novella d’un che vide55 Quello signor che chi lo sguarda uccide.
(Confrontata e corretta su l’edizion giuntina citata, che l’attribuisce ad incerto autore, e su la lezione che ne dà il Fraticelli nelle Rime apocrife di Dante; Canzoniere, Barbèra, 1861.)
Gli occhi vostri gentili e pien d’amore Ferito m’hanno col dolce guardare, Sì ch’io sento ogni mio membro accordare A doler forte perch’io non ho ’l core; Chè volentieri ’l farei servidore5 Di voi, donna piacente oltre al pensare. Gli atti e sembianti e la vista che appare E ciò ch’io veggio in voi mi par bellore. Come potea di umana natura Nascere al mondo figura sì bella10 Com’ sete voi? Maravigliar mi fate!
E dico nel mirar vostra beltate — Questa non è terrena creatura: Dio la mandò dal ciel; tanto è novella! —
In sin che gli occhi miei non chiude morte, Mai non avranno dello cor riguardo; Ch’oggi si miser fisi ad uno sguardo, Che ne li fur molte ferite porte: Ond’io ne son di già chiamato a corte5 D’Amor, che manda per messaggio un dardo; Il qual m’accerta che, senz’esser tardo, Di suo giudizio avrò sentenza forte; Però che di mia vita potestate Dice ch’egli ha, di sì altero loco10 Che dir mercè non vi potrà pietate: Or piangeranno li folli occhi il gioco. Ch’io sento per la lor gran vanitate Appreso già dentro la mente il foco.
Lo fin piacer di quello adorno viso Compose ’l dardo che gli occhi lanciaro Dentro dallo mio cor, quando giraro Vêr me che sua biltà guardava fiso. Allor sentii lo spirito diviso5 Da quelle membra che se ne turbaro; E quei sospiri che di fore andaro Dicean piangendo che ’l core era anciso. Lasso!, di poi mi pianse ogni pensiero Nella mente dogliosa, che mi mostra10 Sempre davanti lo suo gran valore:
Ivi un di loro in questo modo al core Dice — Pietà non è la virtù nostra, Che tu la trovi. — E però mi dispero.
(Confrontato e corretto su l’edizion giuntina citata, ov’è attribuito a Dante, e su la lezione che ne dà il nelle Rime apocrife di Dante, ed. cit.)
Poscia ch’io vidi gli occhi di costei, Non ebbe altro intelletto che d’amore L’anima mia, la qual prese nel core Lo spirito gentil che parla in lei 5E consolando le dice — Tu dèi Esser allegra, poi ti faccio onore, Ch’io ti ragiono dello suo valore. — Onde son dolci gli sospiri miei; Per che in dolcezza d’esto ragionare 10Si muovono da quella, ch’allor mira Questa donna gentil che ’l fa parlare; E vedesi da lei signoreggiare Ch’è sì valente, ch’altro non desira Ch’alla sua signoria soggetta stare.
L’alta speranza, che mi reca Amore, D’una donna gentil ch’i’ ho veduta, L’anima mia dolcemente saluta E falla rallegrar dentro allo core: 5Per che si face, a quel ch’ell’era, strana, E conta novitate, Come venisse di parte lontana; Che quella donna piena d’umiltate Giugne cortese e piana, 10E posa nelle braccia di pietate.
E son tali e’ sospir d’esta novella, Ch’io mi sto solo perchè altri non gli oda; E ’ntendo Amor, come madonna loda Che mi fa viver sotto la sua stella. Dice ’l dolce signor — Questa salute15 Voglio chiamar laudando Per ogni nome di gentil vertute; Che propriamente tutte ella adornando, Son in essa cresciute, Ch’a buona invidia si vanno adastando.20 Non può dir nè saver quel ch’assimiglia Se non chi sta nel ciel, ch’è di lassuso: Per ch’esser non ne può già cor astioso; Chè non dà invidia quel ch’è meraviglia, Lo quale vizio regna ove è paraggio.25 Ma questa è senza pare; E non so essempio dar, tanto ella è maggio: La grazia sua a chi la può mirare Discende nel coraggio, E non vi lassa alcun difetto stare.30 Tant’è la sua vertute e la valenza, Ched ella fa meravigliar lo sole; E, per gradire a Dio in ciò ch’ei vôle, A lei s’inchina e falle riverenza. Adunque, se la cosa conoscente35 L’ingrandisce et onora, Quanto la de’ più onorar la gente? Tutto ciò ch’è gentil se n’innamora: L’aer ne sta gaudente, E ’l ciel piove dolcezza u’ la dimora. — 40 Io sto com’uom che ascolta e pur disìa D’udir di lei, sospirando sovente; Però ch’io mi riguardo entro la mente, E trovo pur ch’ell’è la donna mia: Onde m’allegra Amor e fammi umìle45 Dell’onor ch’ei mi face; Ch’io son di quella ch’è tutta gentile, E le parole sue son vita e pace; Ch’è sì saggia e sottile. Che d’ogni cosa tragge lo verace.50
Sta nella mente mia, com’io la vidi, Di dolce vista et umile sembianza: Onde ne tragge Amor una speranza, Di che ’l cor pasce e vuol che ’n ciò si fidi. In questa speme è tutto ’l mio diletto;55 Ch’è sì nobile cosa, Che solo per veder tutto ’l suo effetto Questa speranza palese esser osa; Ch’altro già non affetto Che veder lei che di mia vita è posa.60 Tu mi pari, canzon, sì bella e nova, Che di chiamarti mia non haggio ardire: Di’ che ti fece Amor, se vuoi ben dire. Dentro al mio cor che sua valenza prova, E vuol che solo allo suo nome vadi,65 A color che son sui Perfettamente, ancor ched ei sian radi, Dirai — Io vegno a dimorar con vui, E prego che vi aggradi Per quel signor da cui mandata fui. — 70
(Confrontata e corretta su la edizion giuntina citata e su la lezione che ne dà il Fraticelli nelle Rime apocrife di Dante, ecc.)
Madonna, la beltà vostra infollìo Sì gli occhi miei, che menaro lo core Alla battaglia, ove l’ancise Amore Che di vostro piacere armato uscìo, Sì che nel primo assalto l’abbattìo:5 Poscia entrò nella mente, e fu signore, E prese l’alma che fuggìa di fore Piangendo per dolor che ne sentìo. Però vedete che vostra beltate Mosse quella follìa ond’è il cuor morto;10 Et a me ne convien chiamar pietate,
Non per campar, ma per aver conforto Della morte crudel che far mi fate. Et ho ragion, se non vincesse il torto.
Signore, io son colui che vidi Amore, Che mi ferì sì ch’io non camperoe; E sol però così pensoso voe, Tenendomi la man presso lo core: Ch’io sento in quella parte tal dolore,5 Che spesse volte dico — Ora morroe; — E gli atti e gli sembianti ch’ïo foe Son come d’un che ’n gravitate more. Io morrò ’n verità; ch’Amor m’ancide, Che m’assalisce con tanti sospiri10 Che l’anima ne va di fuor fuggendo; E, s’io la ’ntendo ben, dice che vide Una donna apparire a’ miei desiri Tanto sdegnosa, che ne va piangendo.
Madonne mie, vedeste voi l’altr’ieri Quella gentil figura che m’ancide? Quella, se solo un pochettin sorride, Quale il sol neve, strugge i miei pensieri; Onde nel cor giungon colpi sì fieri.5 Che della vita par ch’io mi diffide. Però, madonne, qualunque la vide, O per via l’incontrate o per sentieri. Restatevi con lei; e per pietate Umilemente fatenela accorta10 Che la mia vita per lei morte porta.
E se ella pur per sua mercè conforta L’anima mia piena di gravitate, A dire a me — Sta’ san — voi la mandate.
Gentil donne valenti, or m’aitate Ch’io non perda così l’anima mia; E non guardate a me qual io mi sia, Guardate, donne, alla vostra pietate: Per dio, qualora insieme vi trovate,5 Pregatela che umìl verso me sia; Ched altro già il mio cor non disìa, Se non che veggia lei qualche fïate; Chè non è sol de’ miei occhi allegrezza, Ma di quei tutti c’hanno da Dio grazia10 D’aver valor di riguardarla fiso; Ch’ogn’uom che mira il suo leggiadro viso Divotamente Iddio del ciel ringrazia, E ciò ch’è tra noi qui nel mondo sprezza.
Come non è con voi a questa festa, Donne gentili, lo bel viso adorno? Perchè non fu da voi staman richiesta Che ad onorar venisse questo giorno? Vedete ogn’uom che si mette in inchiesta5 Per vederla girandovi d’intorno; E guardan qua, u’ per lo più s’arresta; Poi miran me, che sospirar non storno. Oggi aspettavo veder la mia gioia Stare tra voi, e veder lo cor mio10 Che a lei, come a sua vita, s’appoia. Or io vi prego, donne, sol per dio, Se non volete ch’io di ciò mi muoia, Fate sì che stasera la vegg’io.
Or dov’è, donne, quella ’n cui s’avvista Tanto piacer che ancor voi fa piacenti? Poi non v’è, non ci corrono le genti, Chè reverenza a tutte voi acquista. Amor di ciò nello mio cor s’attrista,5 Che voi con la. . . . . . . . . . Per raffrenar di lei li maldicenti; Ed io sol moro d’amorosa vista. Ch’è sì per Dio e per pietà d’Amore, Ch’allegrezza a vederla ogn’uom riceve;10 Tant’è avvenante e di tutto dolciore. Ma non curaste nè Dio nè preghiera: Di ciò mi doglio, e ognun doler si deve; Chè la festa è turbata in tal maniera.
Io son chiamata nuova ballatella, Che vegno a voi cantando Per contarvi novella D’un vostro servo che si muore amando. 5Io posso dir parole Così vere di lui, Come colei che vien dalla sua mente. Madonna, egli si duole E muor chiamando vui 10Ne’ sospiri del cor celatamente. Quando il lasciai, piangea sì fortemente Che forse egli è già morto, Se alcun buono conforto Non gli ha donato Amor di voi parlando. 15Amor con lui parlava Del vostro grande orgoglio, Che voi d’ogni valor rende compita:
E di ciò si laudava Tanto, che ’l suo cordoglio 20Fors’è alleggiato sì che ancora ha vita. Ma egli ha dentro al cor sì gran ferita Che non ne può scampare, Se nol volete aitare Voi che ’l feriste e non sapete quando. 25Il giorno che da pria Gli donaste il saluto Che dar sapete a chi vi face onore, Andando voi per via, Come d’un dardo acuto 30Subitamente gli passaste il core: Allora il prese la virtù d’amore. Che ne’ vostri occhi raggia; Poi gli siete selvaggia Fatta sì, che mercè non vi addimando. 35Non vi chero mercede, Madonna, per paura Ch’i’ haggio che di ciò non vi adiriate: Ma questo dico in fede, Sapendo che in figura 40Angel del ciel diritto assimigliate . . . . . . . . . . . . . . . . . . Più non vi dico avante, Se non che l’alma sua vi raccomando.
(Fu pubblicata, come di Dante, dal dottor nelle illustrazioni alla Vita nuova, Livorno, 1843; ma pel color dello stile e per l’allusione a Selvaggia dee rendersi a Cino: così pensa anche .)
Giovine bella, luce del mio core, Perchè mi celi l’amoroso viso? Tu sai che ’l dolce riso E gli occhi tuoi mi fan sentire amore.
5Sento nel core... tanta dolcezza Quando ti son davante, Ch’io veggio quel ch’amor di te ragiona. Ma poi che privo son di tua bellezza E de’ tuoi be’ sembianti, 10Provo dolor che mai non mi abbandona. Però chiedendo vo la tua persona, Disïoso di quella cara luce Che sempre mi conduce Fedel soggetto dello tuo splendore.
(Dal volume I delle Poesie italiane inedite di dugento autori, raccolte da F. Trucchi; Prato, Guasti, 1846.)
Gli atti vostri li sguardi e ’l bel diporto E ’l fin piacere e la nuova beltate Fanno sentir al cor dolce conforto, Allor che per la mente mi passate. 5Ma riman tal ch’è via peggio che morto Poi, quando disdegnosa ve n’andate; E, s’io son ben della cagione accorto, Gli è sol per lo desìo che ’n lui trovate. Lo qual già non si può senza la vita 10Da me partir; ben lo sapete omai: Però forse v’aggrada mia finita: Et io ne vo’ morire, anzi che mai Faccia del cuor, quant’ei vive, partita; In tal guisa da voi pria l’acquistai.
Il mio cor, che ne’ begli occhi si mise Quando sguardava in voi molto valore, Fu tanto folle che, fuggendo Amore, Davanti alla saetta sua s’assise
5Ferrata del piacer, che lo divise Sì che per segno li stava di fore; E la temprò sì forte quel signore, Che dritto quivi traendo l’ancise. Morto mi fu lo cor, sì com’ vo’ udite, 10Donna, a quel punto; e non ve n’accorgeste, Così di voi la vertù non sentite: Poscia pietate che di me si veste Lo v’ha mostrato; onde fiera ne gite, Ne mai di me mercede aver voleste.
Madonna, la pietate Che v’addimandan tutti i miei sospiri È sol che vi degnate ch’io vi miri. Io sento sì il disdegno 5Che voi mostrate contr’al mirar mio, Ch’a veder non vi vegno; E morronne; sì grande n’ho il desìo. Dunque mercè, per dio! Di mirar sol, ch’appaga i mei desiri. 10La vostra grand’altezza non s’adiri.
La dolce innamoranza Di voi, mia donna, non posso celare: Conviemmi dimostrare Alquanto di mia gio’ per abbondanza. 5Così come non può tutto tenere Lo pomo lo suo frutto c’ha incarcato Dell’amorosa sua dolce stagione; Non posso tanta gioia meco avere,
Nè tanto ben tutto tener celato, 5Che fora in me perduto; e di ragione; Se io più d’altro amante Non dimostrassi l’amoroso stato, Ove Amor m’ha locato Con voi, madonna di tutt’onoranza.
10Gentil mio sir, lo parlare amoroso Di voi sì in allegranza mi mantene, Che dirvel nol porìa: ben lo sacciate. Perchè del mio amor sete gioioso, Di ciò grand’allegria e gio’ mi vene; 15Et altro mai non haggio in volontate, For che ’l vostro piacere Tutt’ora fare e la vostra voglienza. Aggiate providenza Voi di celar la nostra disïanza.
Io prego, donna mia, Lo cuor gentile ch’è nel vostro core, Che da Morte e d’Amore Mi campi stando in vostra signorìa. 5E per sua cortesìa Lo può ben fare senza uscirne fuore; Chè non disdice onore Sembiante alcun che di pietate sia. Io mi starò, gentil donna, di poco 10Ben lungamente in gioia; Non sì che tutta via non arda in foco: Ma standomi così, pur ch’io non moia, Verrò di rado in loco Che dello mio veder vi facci noia.
Amor che ha messo ’n gioia lo mio core Di voi, gentil messere, Mi fa ’n gran benignanza sormontare: Et io nol vo’ celare, 5Come le donne per temenza fanno. Amor mi tiene in tanta sicuranza, Ch’in fra le donne dico ’l mio volere, Come di voi, messer, so ’nnamorata; E come ’n gioia mia consideranza 10Mostro, che per sembianti il fo parere A voi, gentil messere, a cui son data. E s’altra donna contr’al mio talento Volesse adoperare, Non pensi mai con altra donna gire; 15Et io lo fo sentire A chi di voi mi volesse far danno. Non ho temenza di dir com’io sono Allo vostro piacer sempre distretta. Sì la baldanza d’Amor m’assicura; 20E quando con altrui di voi ragiono. Lo nome vostro nel cor mi saetta Una dolcezza che lo cor mi fura. E non è donna che me ne riprenda; Ma ciascheduna pare 25Che senta parte dello mio desìo: E questo è quel per ch’io Temo di perder voi per loro inganno.
Quando Amor gli occhi rilucenti e belli, C’han d’alto foco la sembianza vera, Volge ne’ miei, sì dentro arder mi fanno, Che per virtù d’Amor vengo un di quelli 5Spirti che son nella celeste sfera,
Ch’amor e gioia ugualmente in lor hanno: Poi, per mio grave danno S’un punto sto che fisso non li miri, Lagriman gli occhi e ’l cor tragge sospiri. 10Così veggio che in sè discorde tene Questa troppo mia dolce e amara vita Chi ’n un tempo nel ciel trovasi e ’n terra: Ma di gran lunga in me crescon le pene, Perchè, cherendo ad alta voce aita, 15Gli occhi altrove mirando mi fan guerra. Or, se pietà si serra Nel vostro cor, fate ch’ogn’or contempre Il bel guardo che ’n ciel mi terrà sempre. Sempre non già; poscia che nol consente 20Natura, ch’ordinato ha che le notti Legati sien; non già per mio riposo; Perciò ch’allor sta lo mio cor dolente, Nè sono all’alma i suoi pianti interrotti Del duol c’ho per fin qui tenuto ascoso. 25Deh, se non v’è noioso Chi v’ama, fate al men, perch’ei non mora, Parte li miri della notte ancora. Non è chi imaginar non che dir pensi L’incredibil piacer, donna, ch’io piglio 30Del lampeggiar delle due chiare stelle; Da cui legati ed abbagliati i sensi, Prende ’l mio cor un volontario essiglio E vola al ciel tra l’altre anime belle: Indi di poi lo svelle 35La luce vostra ch’ogni luce eccede, Fuor di quella di quel che ’l tutto vede. Ben lo so io; che ’l sol tanto già mai Non illustrò col suo vivo splendore L’aer quando che più di nebbia è pieno, 40Quanto i vostri celesti e santi rai. Vedendo avvolto in tenebre ’l mio core, Immantenente fêr chiaro e sereno; E dal carcer terreno Sollevandol talor, nel dolce viso 45Gustò molti dei ben del paradiso.
Or perchè non volete più ch’io miri Gli occhi leggiadri u’ con Amor già fui, E privar lo mio cor di tanta gioia? Di questo converrà ch’Amor s’adiri, 50Che un core in sè, per vivere in altrui. Morto, non vuol ch’un’altra volta moia. Or, se prendete a noia Lo mio amor, occhi d’Amor rubegli, Foste per comun ben stati men begli! 55Agli occhi della forte mia nemica Fa’, canzon, che tu dica — Poi che veder voi stessi non possete, Vedete in altri al men quel che voi sete. —
Nelle man vostre, o dolce donna mia, Raccomando lo spirito che muore, E se ne va sì dolente, che Amore Lo mira con pietà che ’l manda via. 5Voi lo legaste alla sua signorìa, Sì che non ebbe poi alcun valore Di potergli dir altro che — Signore, Qualunque vuoi di me, quel vo’ che sia. - Io so che a voi ogni torto dispiace: 10Però la morte che non ho servita Molto più m’entra dentro al core amara. Gentil madonna, mentre ho della vita, Acciò ch’io mora consolato in pace. Non siate agli occhi miei cotanto avara.
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The end
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