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la versione di .
Appendice: Traduzione di Ac
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . [ed ella, avvicinatasi alla fonte, le chiome e il corpo tutto vi si lavò. Avea la capellatura nera e folta e le membra abbronzate dal sole: taluno avrebbe creduto che quella brunezza fosse l'ombra delle chiome. Cloe mirava Dafni e le parca bello; ma perciocché fino allora non le era tale sembrato, stimò quel bagno cagione della bellezza. Ella pertanto lavandogli il dorso ne sentiva le carni cosí pastose, che spesso palpava di furto le proprie, sperimentando s'elle fossero piú delicate. Ma il Sole ornai sendo all'occaso, ricondussero le gregge alle lor mandre, né altro piú rimase a Cloe fuorché la brama di rivedere Dafni alla fonte. Il giorno seguente, poiché uscirono alla pastura, Dafni, siccome era uso, postosi a sedere sotto la quercia, dava fiato alla sampogna, e insieme aocchiava le sue capre le quali giacevano intente a quel suono. Cloe, assisa pressogli, guardava ben ella il suo branco di pecore, ma il piú era fisa in Dafni. Le sembrava bello di nuovo sonando la sampogna, e di nuovo ne stimava cagione quella melodia: talché, dopo lui, prese ella quello stromento, come se perciò dovesse pur bella diventare. Lo indusse quindi a lavarsi di nuovo, e il vide nel bagno, e veggendolo il palpò, e ne usci lodandolo nuovamente, e quella lode era principio di amore. Né la semplicetta, rusticamente allevata, intendeva che fosse la sua perturbazione, perciocché non avea tampoco udito proferirsi da altri il nome di Amore. Le ingombrava però l'animo una certa angoscia, né poteva contenere gli occhi, e molto cicalava di Dafni. Non si curava di cibo, vegliava le notti, non le caleva del gregge. Ridea, píagnea, si coricava, poi rimbalzava, alternamente. Or pallida il volto, or infiammata. Né pur giovenca trafitta dall'assillo trambascerebbe cotanto. Alcuna volta in solitudine le sottentravano in mente questi pensieri: - Io sono inferma, di qual malore non so. Mi duole, né ho ferita: mi struggo, e niuna delle pecore ho guasta. Ardo, pur seggo in cotanta ombra. Quante spine talvolta mi punsero, e pure non piansi: quante api mi penetrarono col puntiglione, pure, il cibo gustai. Ma la ferita ch'or sento nel cuore è piú di tutte quelle tormentosa. Bello Dafni, ma belli anco i fiori: dolce suona la sampogna sua, ma dolci pur sono le cantilene de' rusignuoli. Tuttafiata di queste non mi cale. Oh fossi io la siringa sua, onde l'alito di lui mi s'infondesse! foss'io una capra da lui condotta alla pastura! Ahi trista fonte! Il solo Dafni rendesti bello, io mi ti immersi in darno. Care ninfe, io svengo, e voi me fanciulla da voi nutrita non salvate? Chi d'ora in poi vi offerirà corone, chi vi serberà gli agnelli sventurati? Chi piú avrà cura dello stridente grillo il quale io con molta diligenza raccolsi, affinché mi assonnasse cantacchiando presso lo speco? Ora in vece per Dafní io vegghio, mentre il grillo in vano stride -. Tali erano i suoi affetti, tali i suoi ragionamenti nello investigare la per lei sconosciuta potenza di Amore. Ma Dorcone, quel bifolco il quale aveva tratti dalla fossa Dafni e il caprone, garzoncello di fresca lanugine, scaltro nelle opere e ne' ragionamenti di Amore, da quel dí incontanente compreso da amore per Cloe, e coll'andare del tempo vie piú l'anima accendendosegli, non curando qual fanciullo Dafni, deliberò macchinare co' doni e con la violenza. Incominciò quindi a presentargli ambidue: a lui una sampogna pastoreccia di nove canne, invece di cera, congiunte col rame: a lei una pelle di cervo da baccanti, screziata a macchie bianche. Venuto poi in dimestichezza, egli in breve trascurò Dafni e ogni dí a Cloe o molle cacio o serto florido o mature poma offeriva. Talvolta le recava o tralcio montano o una coppa dorata, o uccelletti silvestri da nido. Ella, inesperta degli amorosi artifizj, prendendo questi doni si rallegrava spezialmente, perché con essi acquistava di che presentare Dafni. Ma era tempo omai che Dafni conoscesse le opere di Amore. Avvegnaché Dorcone eccitò contro lui contesa intorno la bellezza. Cloe n'era giudice, il premio del vincitore dovea essere il baciarla. Dorcone in questa guisa incominciò: - Io, o fanciulla, sono guardiano di buoi, di capre lo è costui: e però io gli rimango superiore, quanto i buoi alle capre lo sono. Mi vedi candido come il latte, e biondo qual messe cui sovrasta il mietitore. Me la madre, non una bestia nutricò. Vedi costui picciolo, e qual femmina sbarbato, nero come lupo; pastore di becchi, ne spira il tanfo. Desso è meschino cotanto che né pure sostenta un cane. Ma se, come è fama, una capra lo allattò, egli per nulla differisce da capretti -. Questi e simiglianti pensieri espose Dorcone, a' quali Dafni rispose: - Me allevò una capra, cosí pur Giove. Pasco i miei becchi in guisa che appariranno migliori de' bovi di costui. Da me non esala sito caprigno, come né pure da Pane, benché sia la maggior parte becco. A me bastano cacio, focacce, vin bianco, nutrimenti da contadino, e non da ricco. Io sbarbato? Bacco lo è del pari. Io bruno? lo sono anco i giacinti. E pure Bacco sopravanza i satiri, ed il giacinto i gigli. Costui però è di pelo rosso come volpe, barbuto qual caprone, biancastro qual femmina urbana. Che se tu abbia talento di baciare, di me combacieresti le labbra, di costui la barba irsuta. Sovvèngati, o fanciulla, che sei nutrita nell'ovile, ma che sei bella - . Non piú si rattenne la Cloe, ma, in parte lieta per quelle lodi, in parte bramosa di ribaciare Dafni, lanciatasi lo baciò. Garzone di schietta natura, senza artifizj, era valente assai a destar fiamma nel cuore. Dorcone allora umiliato si sottrasse, meditando altra via di Amore. Dafni però, quasi morso anziché baciato, incontanente squallido in viso, abbrividava spesso, né potea calmare i palpiti del cuore. Volea pur mirare la Cloe, e mirandola tutto si copriva di subitano rossore. Allora si avvide per la prima fiata che le chiome di lei erano bionde, gli occhi splendidi e grandiosi, il volto manifestamente piú candido del latte caprino, come se in quello istante acquistasse gli occhi per l'addietro ciechi. Né di poi usava cibo se non come assaggiandolo, né bevanda, allorché sforzato vi fosse, se non quanto ne umettasse le labbra. Ecco taciturno sostui da prima garrulo piú di cicala! eccolo pigro quand'egli era snello piú delle capre! Già trascurava la greggia, avea gettata la sampogna, piú pallido in volto dell'erba estiva, per Cloe sola diveniva loquace.] . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Proemio
Nell’isola di Lesbo cacciando, e per lo bosco delle ninfe attraversando, mi si scoperse nel mezzo di esso uno a lor sacro, solitario e venerando tempietto: e già dalla caccia affannato, per alquanto riposarmi, e per le Dee visitare entrandovi, mi s’offerse nella prima giunta una vista bellissima sopra quante ne vedessi giammai. Vidi attaccata alla parete d’incontro una Tavola dipinta; la sua dipintura rappresentava una istoria d’Amore. Era il bosco ancor esso bellissimo, ombroso, erboso, fiorito e d’acque d’ogn’intorno rigato, e tutti insieme l’erbe, gli alberi, ed i fiori erano per molti rivi da una fontana sola nutriti. Ma sopra modo piacevolissima si mostrava l’istoria della pittura, copiosa, artificiosa ed amorosa tanto, che molti forestieri, per fama, da ogni banda vi concorrevano, mossi o dalla devozione delle Ninfe, e dalla vaghezza della pittura. Il componimento dell’istoria erano donne che partorivano, altre che i lor parti adornavano, e certe che in deserto li gittavano. D’intornovi, pastura di armenti, occisioni di pastori, giuochi d’innamorati, correrie di predatori, assalti di guerrieri, ed altre cose assai, tutte amorose, le quali io veggendo, e meravigliandomi, di meraviglia caduto in diletto, poscia in desio di farne ritratto, procurai di farlami esporre e secondo che esposta mi fu, mi sono affaticato di scriverne quattro Ragionamenti, li quali consacro per dono ad Amore, alle Ninfe, ed a Pane, per piacere e giovamento a tutti che leggeranno, per rimedio agl’infermi, per conforto agli afflitti, per rimembranza a quelli che hanno amato, e per ammaestramento a quelli che ameranno: perciocchè nessuno fu mai che non amasse e nessuno sarà che non ami, finchè il mondo avrà bellezza, e che gli occhi vedranno. A noi doni Dio grazia di viver casti, e di scriver gli amori altrui.
Proemio dell'editore
Il romanzo di Dafni e Cloe dee leggersi una volta l’anno, diceva ; ma questo romanzo, direm noi, si fa da ciascuno una volta sola nella vita.
È il destarsi dei sensi, l’ingresso all’amore. La casistica cattolica vorrebbe opporsigli; ma con queste sue vive opposizioni spesso, senza volerlo, fa quel che Licenia fece con Dafni.
Il , con la solita eloquenza, oppone gli amori cristiani di Paolo e Virginia a questi pagani dei due pastori; ma gli dimostra bene che gli uni son l’eccezione, gli altri la regola.
Piace tanto il riandare questa nascita del piacere che Leopoldo Burthe, morendo, tratteggiava con ispirito le avventure di Dafni e Cloe, ed , morto il disegnatore, giovane troppo, ne ornò una splendida ristampa della versione di . (Paris, 1862. in foglio). Noi le facemmo illustrare da nostri artisti, meno splendidamente; ma per avventura assai argutamente.
Il condusse la sua versione sopra un testo a penna, e questa è buona ragione per perdonargli più facilmente una parte almeno degli errori in cui possa essere in corso. La cominciò, nota il suo primo editore, l’Innominato o di Napoli, nella sua fresca età di forse trent’anni, facendone menzione in una sua lettera a in data del 10 gennaio 1538; età confacente alla letizia di questa storia.
Il aveva una bozzaccia della sua versione di , che si serbava a rivedere e a riscontrare a suo modo col greco, e questa prima copia fu probabilmente il testo della descrizione e meglio trascrizione della favola greca, stampata da Gio. Battista Manzini in Bologna l’anno 1643 Il fu il primo a subodorare il furto mal celato dal ladro, meno fermo ai morsi della coscienza che il giovane spartano a quelli della volpe, ch’avea in seno; ne diede le prove, e mostrò che il ladroneccio aveva giovato a qualcosa, conservando sincera la lezione in alcuni luoghi guasti o travisti nel testo che servì alla prima edizione della corretta versione del Caro, presso il Bodoni nel 1786 in 4.° Il Ciampi le correzioni più chiare, somministrate al plagiario, inserì francamente nel testo; le meno segnò in nota, e noi abbiamo fatto come lui.
parlò di Longo e de’ suoi traduttori. (, T. XIV, Milano, Sanvito 1863) «Il greco, egli disse, ha un’eleganza artificiosa; graziosissimo brio il Caro; il nostro ci ha messo della dignità e dell’armonia. Io più preferisco l’amabile semplicità di ... cinquecen- tista francioso della stirpe de’ nostri trecentisti. E soggiunse d’Amyot «Di carissima semplicità supera il nostro marchigiano e supera anche il greco.»
Il non lodava gli arbitrj presi nel condurre questa versione dal , il quale perchè non uscendo dal greco gli tornava cosa secca, l’aveva ingrassata con di molta ciarpa e rimesso e scommesso in molti luoghi. «Io per me, diceva il piacentino retore, i greci e i latini li vorrei tradotti come il e il (volgarizzati da lui!). Non comporto questo volerli slargare, abbellire, commentare, traducendo... oh, quel greco meriterebbe veramente una traduzione fedelissima; e io la farei volentieri!»
Se non che temiamo che non l’avrebbe nè vinta nè impattata col Caro, avendola perduta con lui , che fu l’erede proprio della festività e gentilezza del suo stile. Nel 1766 per le nozze Barziza e Venier, uscì in Venezia presso Modesto Fenzo la versione del veneziano, che non fece come il Caro, il quale si compiacque negl’ignudi, e rubò alcuna cosa all’immaginazione dell’ per illustrarli, come nella lezione di Licenia, esempio delle moderne nobili attempate spupillatrici — Il Gozzi velò le parti disoneste; il che tuttavia è segno della coscienza di peccati commessi e di tempi rei, se crediamo alla Bibbia; egli poi modificò sì bene, dice il , il fatto del parassito Gnatone, che può anche anteporsi all’originale. Se non che l’originale perde così la sua verità greca, che era tutt’altro che gentile; ma alla quale, chi voglia leggere i greci, dee adattarsi, accogliendo le interpretazioni platoniche, per non sentirne stomaco.
Tra gli strepiti e i fulgori napoleonici una macchia d’inchiostro in un codice laurenziano, già dei Monaci della Badia di Firenze, mise a rumore la Francia e l’Italia. , che come il nostro accoppiava gli studj della greca erudizione e della guerra, scoperse in quel codice il frammento desiderato di , e vi versò poi su, diceano gl’italiani, un inchiostro indelebile per essere il primo e l’ultimo a leggerlo. Il , che aveva avuto lungamente per mano quel libro, ed alluciatovi soltanto alcune favolette antiche imprecò forse al francese quella morte che egli incontrò poi nei suoi campi, per ire borboniche, clericali od uxorie. Se non che il francese crivellò di facezie il Del Furia, che si dovè contentare di alcune varianti che il famoso pâté d’encre, impallidendo talor di pietà, gli concesse.
Per la versione del ritrovato frammento di Longo, noi con tutti i recenti editori prescegliemmo quella del , sebbene l’Arcadia di Roma, al concorso tenutosi per opera del Courier assegnasse la corona ad , all’enfatico autore delle Notti romane, come più vicina allo stile del . L’Arcadia non aveva l’oro, ma aveva l’orecchie di Mida.
Il supplimento del Caro, dice il Ciampi, non presenta nè quel sentimento, nè quella relazione col tutto, che nel supplimento originale ravvi- siamo, il quale in ogni sua parte veramente festinat ad eventum, ove che quello del divaga, nè mira così dritto allo scopo, contenendo soltanto una serie d’azioni isolate, che poco o niente si riferiscono all’intreccio ed allo sviluppo di tutta la favola, che ha condotta ed unità, e non pecca tanto nel maraviglioso, nella complicazione degl’incidenti, e nel ricercato, come i più degli altri erotici romanzi greci.
Notò bene il che nel libro di si mescolano la pastorale e la commedia mezzana; i campi e la città, e che i campi vi fanno miglior figura. Difatti i cittadini espongono i propri figli; i contadini raccolgono ed allevano gli altrui; i contadini lavorano ed ammassano; i cittadini vanno a rubare l’ammassato; Dorcone e Lapo eccedono nell’amar la Cloe; ma l’uno fa buona emenda, l’altro rapisce a buon fine; ma quel vile e sozzo parassito di Gnatone è un prodotto della città, e le sue sconce voglie fanno stupore nell’innocenza dei campi. Anche la Licenia è una Crezia rincivilita; ha imparato la corruzione in città. Che è mai quel Dionisofane comparato al vecchio Fileta, Nestore campagnuolo, e che mai quell’Astilo allevato in città al Dafni che per ventura fu esposto e tirato su tra i pastori, dalla cui vita e costumi non si sa dipartire fatto ricco e nobile? Longo ha certamente voluto mostrare il contrasto delle due vite, e non ebbe bisogno di andare in Germania come per far arrossire i romani, perchè i romani avevan corrotto anche i campi.
Anche notò il che Dafni e Cloe son due essere viventi e pur tipici; e che i moderni ne avrebbero fatto o due individui particolari o due esseri allegorici e freddi. Il più monello come il più santo giovinetto si ravvisa in Dafni e ogni casta giovinetta nella Cloe, che tace solo a Dafni il bacio di Dorcone per mostrare che ogni donna, e sia la più ingenua, ha da celare qualcosa.
Il (n. 1507, m. 1566, e n. 1513, m. 1593), furono dello stesso secolo, o son de’ pochi che ebbero fama, anche presso gli stranieri, con le traduzion in propria lingua (perché i lavori originali del Caro, sì idiomatici, sono più inaccessibili agli stranieri che la sua ). Il Montégut disse che l’ aveva versato il liquor greco non già in un’anfora di stecchita eleganza, ma in un bel vaso smaltato del Risorgimento. Del Caro si può dire il medesimo; senonchè la lingua francese del secolo decimosesto essendo caduta d’uso, Amyot pare più ingenuo. Il Caro non ha l’ingenuità dell’arcaismo; ha più raffinamento d’Amyot, come in quell’approdò in seno alla Cloe che piaceva e spiaceva al ; ma egli ha preso l’oro greco e ne ha cesellato un vaso da farne invidia al suo amico ; e il è una di quelle sue traduzioni per cui egli fu uno degli scrittori più originali e più diletti d’Italia.
Ragionamento primo
Grande e bella città di Lesbo è Metellino; il suo sito è in su la marina posta in fra canali di mare e striscie di terra. Nella terra son d’ambe le sponde edificj bellissimi, e per mezzo, strade popolatissime. A’ piedi degli edificj corrono i canali; e sopra ciascun canale, dall’una striscia di terra all’altra, sono ponti di finissimo marmo, e fi d’artificiosa struttura; laonde a vederla ti parrebbe piuttosto un’isola, che una città. Fuora di Metellino, poco più di due miglia lontano, era la villa d’un ricchissimo gentiluomo, bellissima, e grandissima possessione con montagnuole piene di fiere, con pianure di grani, poggetti di vigne, pascioni di bestiami, d’ogni cosa comoda, abbondante, e dilettevole assai, e posta lungo la riva del mare talmente, che l’onde la battevano, e leggermente di rena l’aspergevano; stanza veramente del riposo, e del recreamento dell’anima. Per questa villa pascendo un capraro, il cui nome era Lamone, trovò in questa guisa un picciol bambino, e con esso una capra, che lo nutriva. Era in una boscaglia, presso a dove egli pasceva, una folta macchia di pruni d’ellera, e di vilucchi, in modo da ogni banda avvinchiata e tessuta, che d’una deserta capanna teneva somiglianza. Questa casa avea la fortuna provvista all’esposto bambino, e la sua cuna era ivi dentro un cespuglio di tenera e fresca erbetta. Usava di venire a questo luogo una delle sue capre, la più cara che avesse, e più volte il giorno entrandovi, per buona pezza senza esser vista vi dimorava, e poco del suo figliuol curandosi, lattando l’altrui, e intorno badandogli, la più parte del tempo vi si stava. Lamone fatto compassionevole dell’abbandonato capretto, si diede a por mente alle gite di questa bestiuola, ed una volta tra molte, in sul mezzo giorno appunto, quando tutto il branco meriggiando si stava, veggendola dall’altre sbrancare, e per l’orme seguendola, vide prima, che dietro a certe ginestre mettendosi, poi di cespo in cespo aggirandosi, e spesso rivolgendosi, se ne giva leggiermente saltellando, e come scegliendo sentiero da non vi lasciar pedata, donde potesse dal suo pastore essere ormata. Nè mai d’occhio perdendola, per il medesimo foro guardando, per onde immacchiata s’era, la vide, che subito recatasi sopra il bambino, gli porse da poppar tanto, che sazio lo vedesse. Poscia a guisa d’innamorata madre, ora belandogli intorno, ed ora leccandolo, parea che teneramente lo vagheggiasse; e meravigliandosi, come dovea, si trasse dentro la macchia, e trovandolo maschio, fresco, colorito, e bello, gli parve tra quelle erbe un fiore, e di gran legnaggio tenne che fosse veggendolo involto in arnesi più orrevoli, che alla fortuna di un che in abbandono fi fosse gittato non si convenia; perciocchè egli aveva indosso una vesticciuola di scarlatto, al collo una collana d’oro, ed a canto un pugnaletto guarnito d’avorio. Pensò Lamone in prima di tor solamente gli arnesi, e lasciare il bambino; poscia, vergognandosi che una capra lo vincesse d’umanità, aspettando la notte, condusse ogni cosa a Mirtale sua moglie, gli arnesi, il bambino, e la capra stessa. Restò Mirtale tutta stupefatta, e domandandogli se le capre partorivano bambini, egli le raccontò tutto il fatto; come esposto l’avesse trovato, come nutrir l’avesse veduto, e come si vergognasse a lasciarlo che morisse: poi di comun parere, ordinato di celare i contrassegni, e di tenere il bambino per lor figliuolo, fecero vezzi alla capra; e perchè il nome del putto paresse pastorale, sempre da indi innanzi per Dafni lo chiamarono. Di poi due anni che questo fu, nel contorno medesimo, un pecoraro Driante nomato s’abbattè per avventura ancor egli a vedere e trovare una cosa simile. Era dentro al suo pascolo una grotta consacrata alle Ninfe, cavata d’un gran masso di pietra viva, che di fuora era tonda, e dentro concava: stavano intorno a questa grotta le statue delle ninfe medesime, nella medesima pietra scolpite; avevano i piedi scalzi insino a’ ginocchi, le braccia ignude insino agli omeri, le chiome sparse per il collo, le vesti succinte ne’ fianchi, tutti i lor gesti atteggiati di grazia, e gli occhi d’allegria, e tutte insieme facevano componimento di una danza. Il giro dentro della grotta veniva appunto a rispondere nel mezzo del masso. Usciva dall’un canto del sasso medesimo una gran polla d’acqua che, per certe rotture cadendo e mormorando rendeva suono, al cui numero sembrava che battendo s’accommodasse l’attitudine di ciascuna ninfa, e giunta a terra, si riducea in un corrente ruscello, che passando per mezzo di un pratello amenissimo, posto innanzi alla bocca della grotta, lo teneva col suo nutrimento sempre erboso, e per lo più tempo florito; d’intorno vi pendevano secchj, ciotole, pifari, cornamuse, sampogne e molti altri doni d’antichi pastori. A questa grotta usando di tornar sovente una pecora di Driante, che novellamente aveva figliato, gli diede molte volte sospetto d’averla perduta; e cercando col castigo di ridurla a pascer con l’altre, come soleva, prese un vinciglio verde, e fattone ritortola a guisa di un laccio, venne al sasso con esso per accappiarla; dove giunto, vide cosa, che non sperava; perciocchè trovò la semplice pecorella, che molto umanamente faceva officio di balia, tenendo fra’ gambe una bambina, sutavi più giorni avanti gittata, e accoccolatasi sopra le si porgea con le poppe in una agevole e quasi donnesca attitudine, quando l’un capezzolo di esse, e quando l’altro offerendole; ed ella senza mai guaire, or questo or quello succiando, ingordamente le s’avventava. Era in viso tutta festosa e polita; perciocchè la buona balia, poichè satolla l’aveva, tutta leccandola la forbiva. Avea d’intorno per involgimenti e contrassegni un frontaletto tessuto d’oro, certi calzaretti indorati, ed un paio di brachine d’imbroccato. Tenne Driante per fermo d’aver trovato cosa divina; ed imparando dalla pecora amorevolezza e compassione, recatalasi in braccio e riposti i contrassegni nel zaino, si volse a pregare le ninfe, che gli concedessero grazia di nutrirla in buona ventura. E quando fu l’ora di ricondur la greggia alla mandra, tosto che fu giunto alle stanze, chiamata la moglie, le disse ciò ch’egli aveva veduto, mostrolle ciò che aveva trovato, presentolle la bambina e comandolle che senza altro dire per sua propria l’allevasse. La buona Nape (che così si chiamava la moglie del pastore), veduta che l’ebbe, le divenne subito madre: e per compiacere al marito, e per non parere manco amorevole che si fosse una pecora, l’amava, e vezzeggiava da figliuola: e perchè l’avesse anch’ella nome pastorale, volle che si chiamasse la Cloe. Ambedue questi bambini, subitamente crescendo, vennero in una più che villanesca bellezza. E sendo già Dafni di quindici anni e la Cloe di due manco, Driante e Lamone lor balii, in una medesima notte videro in sogno una tal visione. E’ parve loro che le ninfe della grotta donde usciva la fontana, e dove fu la Cloe trovata, pre- sentassero questi due garzonetti ad un fanciullo bellissimo, e superbo, con l’ali in su gli omeri, con un archetto in mano, ed un turcassetto al fianco, e che egli con uno dei suoi strali toccati ambedue comandasse loro, che da indi innanzi, l’uno di capre, e l’altra di pecore pastori si facessero. Questo sogno afflisse molto Lamone e Driante, dovendoli far pastori, dove pensavano per lo contrassegno degli arnesi, che, come di gran legnaggio li tenevano, così di più alta fortuna fossero degni; in sulla qual speranza gli avevano sempre ben nutriti, bene accostumati, ammaestrati, ed esercitati in tutte quelle buone parti, che può dare una civil contadinanza: tutta volta parendo loro di dover obbedire in questo agli Dei, poichè per provvidenza di quelli erano scampati, comunicando il sogno tra loro, e nella grotta delle ninfe sacrificando all’alato fanciullo, il cui nome non sapevano, li mandarono con li loro greggi alla pastura, avendo lor prima mostrato quanto avessero a fare, come pascere avanti mezzo giorno, come dopo, quando a menare a bere, quando a dormire, quando bisognasse usar la mazza, e dove bastasse solamente il fischio e la voce. Presero i fanciulli il grado con grandissima allegrezza, come se fossero stati investiti di un gran principato, e presero affezione ciascuno alle sue bestiuole più che non è solito de’ pastori; perciocchè l’una teneva d’aver la vita per le pecore, e l’altro si ricordava di non esser morto per beneficio di una capra. Era nel principio di primavera, allor che i boschi, i monti, i prati sono tutti fronzuti, erbosi, e fioriti, e quando pe’ prati ronzan le pecchie, pe’ boschi cantan gli uccelli, pe’ monti scherzan gli agnelli; e per la dolcezza della stagione indolciti parimente i due pastorelli in sì fresca età, in sì gioiosa stagione tutti festosi, ciò che sentivano e che vedevano, tutto contraffacevano: udendo cantar gli uccelli, cantavano; vedendo ruzzar gli agnelli, ruzzavano; e per far come le pecchie, ancor essi coglievano fiori, e di quelli, altri si mettevano in seno, d’altri intrecciando quando un festoncino, e quando una ghirlandetta, or le ninfe ne ornavano, ed or le stesse fronti ne incoronavano. Faceano ogni cosa a comune, pasceano sempre insieme; e quando qualche randagia pecora si sbrancava, Dafni la rimetteva; quando qualche dissoluta capra danneggiava, o da qualche pericoloso greppo pendeva, fi Cloe la garriva, e spesse fiate, mentre l’uno d’essi per qualche suo diletto si dipartiva, l’altro alla guardia d’ambedue le greggi restava: ed erano i loro diletti tutti pastorali e fanciulleschi. La Cloe se ne andava ora in qualche stoppiaro a lavorar gabbie da grilli, o tesser frontali di paglia, ora in un giuncheto, o in un vetriciaio a far cestole, sportole, fiscelle, paneruzzoli, a cor delle fragole, degli sparagi, degli spruneggi e talor a cercar delle chiocciole. Dafni se ne calava or in qualche canniccio a scer calami per sampogne, or saliva al bosco per tagliare un arco, or si metteva sopra certi pelaghetti a saettar folaghe, giva talora procacciando delle frutte, tendendo lacciuoli, appostando nidiate d’uccelli; ed in così fatte cose occupati, l’uno all’altro le greggi si accomandavano, e tornando si pigliavano piacere di mostrarsi i lavori che face- vano, di presentarsi di quel che portavano, e così vivendo mettevano a comune il latte, il vino, e tutta la vettovaglia, che si recavano la mattina dalle stanze, e scambievolmente portavano quando uno la tasca, e quando l’altro la fiasca, e più tosto spartire l’una greggia dall’altra, che Dafni e la Cloe non fossero sempre insieme.
Mentre in questa vita, ed in cotali piaceri dimoravano, parve ad Amore di farsi lor contro, e l’occasione fu tale. Era in quel contorno il covo di una lupa, la quale, allevando di molti lupacchini, aveva bisogno di far carne assai; perchè, danneggiando tutto il paese, rapiva ogni giorno qualche bestia degli altri poco avveduti pastori; laonde fi convenuti una notte molti di loro insieme, cavarono in più luoghi alcune buche larghe d’un cubito, ed alte di quattro, e spargendo il cavaticcio di lontano, attraversarono la bocca d’esse di cannucce, di fuscelli, e di sermenti secchi, e stendendovi sopra leggermente una mano di pagliccio, ed un suolo di quella terra cavata, che vi rimaneva, stavano in modo bilicate, che passandovi sopra pur una lepre, si fiaccavano, mostrando che non erano terra, come parevano. Di questa sorte buche fecero assai e nei monti, e ne’ piani; tuttavolta non venne lor fatto d’acchiapparvi la lupa, perciocchè la maliziosa s’avvide, che ’l terreno era posticcio; ma le furon ben cagione di disertar molte pecore, e molte capre, e poco men che le non furono la rovina di Dafni in questa guisa Due becchi, ambedue bizzarri, per amor questionando, prima alle cornate, e di poi agli urti venendo, nell’ultimo cozzo sì tempestosamente si scontraro, che all’uno di essi un corno si svelse; perchè dolendosi, e sbuffando in fuga messosi, e ’l vincitore incalzandolo senza mai dargli posa, Dafni della scornatura dell’uno crucciato, e della tracotanza dell’altro mal sofferente, con un pezzo di querciuolo in mano il persecutore iniquitosamente perseguitando, e quello fuggendo, ed esso aggiungendolo, l’uno per la paura, l’altro per la stizza non veggendo dove i piedi ponessero sopra una delle cieche fosse giugnendo, ambedue dentro vi caddero, il becco innanzi, e Dafni dietrogli. Di che, certo, o morto, storpiato restato sarebbe, se non che addosso barcollandogli, gli venne a cadere sopra a cavalcione, e caduto si stava piangendo, ed aspettando se qualch’uno per avventura vi fi capitasse, che quindi lo traesse. Ma la Cloe, tosto che cader lo vide, corse alla buca, e vivo trovandolo chiamò per soccorso un bifolco, che arava in un campo vicino, il quale venuto, e cercando di corda per calargliene, e non vi si trovando, la Cloe scioltosi di capo il nastro dell’acconciatura, e quello porgendogli ne fecero prima legare le corna del becco, poscia ambedue all’orlo della buca tenendolo forte, e Dafni aggruppandovisi e del becco medesimo facendosi cavalletta, egli prima ne uscí fuora, e di poi tutti e tre ne tirarono il becco, al quale mancava l’un corno e l’altro per lo castigo avuto dell’altro becco vinto da lui: e questo disegnando poco dopo di sacrificare, lo donarono al bifolco per premio di averlo liberato, con animo, che se quelli di casa lo ricercavano, di dir loro che i lupi se l’avevano mangiato: e tornati alle lor greggi, vedendo che cosí le pecore, come le capre pascevano al solito lor ordine, postisi a sedere sopra un tronco di quercia si dettero a considerare se Dafni per la sua caduta fosse ferito, o infranto in qualche parte; e niuna di queste fi cose essendo si trovò solamente i capegli, e la persona intrisa di creta. Parve dunque loro, che si dovesse lavare, avanti che Lamone, e Mirtale si avvedessero del fatto: e andatosi all’antro con lei, si spogliò, e le diede la veste, e la tasca a tenere, baciandola, e ricevendone molti baci; e accostatosi alla fontana i capegli e tutta la persona quivi lavò. Erano i suoi capegli neri e folti, e la persona abbronzatella dal sole; talmente che quel colore potea credersi derivato dall’ombra de’ suoi stessi capegli. In quella occasione Dafni parve bello alla Cloe, che guardavalo fiso; e perchè bello non erale paruto prima, la si credette che questa bellezza dal lavarsi gli fosse venuta. Ne accadde che la Cloe lavandolo giù per le spalle, e sentendosi cedere sotto la mano quelle morbidette carni, di tanto in tanto, in modo che egli non la vedesse, toccava sè stessa per sentire se Dafni fosse più delicato che lei.
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The end
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