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Indice
Sonetto dell'autore
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Molte malizie copre in sé la volpe, e perde chi le crede fin al gallo; ragion però non era che ’l cavallo, l'ossa tenendo, a lei desse le polpe.
I’ t’arricordo che per l'altrui colpe nanti la piva entrat’i’ son in ballo; volsi por mano in trasmutar metallo, senz’arte, ond’è chi mi disnervi e spolpe.
Cotesta mercanzia mi vien di Fiandra, ove lo seme nacque de’ pedocchi, che musico gentil m’han fatto d’arpa.
Cosí fusse l’autor de la Leandra, acciò che 'l cancar gli mangiasse gli occhi, in un fondo di torre fatto a scarpa!
Dedica
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Capitolo primo
CAPITOLO PRIMO
Magnanimo signor, se ’n te le stelle spiran cotante grazie largamente, piovan piú tosto in me calde frittelle, ché seco i’ possa ragionar col dente: dammi bere e mangiar, se vuoi piú belle le rime mie; ch’io d’Elicon niente mi curo, in fé di Dio; ché ’l bere d’acque (bea chi ber ne vuol!) sempre mi spiacque.
Ben trovo ch’un fiascone di buon grego versi cantar mi fa di vinti piedi; tanti dottori disputando allego, che a me piú che a Tommaso e Scoto credi; né dirti so cotanti «probo» «nego» purché qualche argomento mi concedi; non parloti cristero né supposta, ma qualche buon cappon od oca rosta.
Ti accerto ben ch’io canto il miserere, né ad vitulos son anco giunto mai; Boezio da trentanni sul tagliere mi dá sempre ristor, sí come sai; però, se vuoi ch’io canti, o bel missere, dá del fiato a la piva o poco o assai, fiato di ciancie no; ma (intendi bene!) mangian e bevon anco le Camene.
O tempi grassi, o giorni fortunati, quando e’ poeti si trovorno buoni mercé Gian Bocca d’or de’ Mecenati, che ingrassar fenno giá molti Maroni! Or non cosí piú, no; ch’oggi piú grati son gli ubbriachi, sguattari e buffoni, de quelli che immortal puon fare altrui; perché «est» apprezzan piú d’«eram» e «fui».
Ma tu, lettor, chi sei? fermati al varco, anti che ’l mio battei entrar comince: tratti in disparte, se d’ invidia carco guardi cagnesco ed hai vista di lince; tal mercanzia, t’avviso, non imbarco, perché talor la collera mi vince e la senapa montami sí al naso ch’io non sto a dir: — Va’ dietro, Satanaso; —
anzi col pugno ti rispondo a l’occhio, di ciò che parli in questa e quella orecchia. Poltron che sei, non vedi ch’al ginocchio rotta ho la calza e la gonnella vecchia? Non odi tu mia voce d’un ranocchio quando montar la rana si apparecchia? Però, s’io canto male, sia scusato, ché ’l lupo si pentí cantar famato.
Ma ’l spirito gentile, qual si sia, che mosse amore dirmi l’error mio, ringrazio molto; ch’altra cortesia non trovo a questa egual, in fé di Dio. Pur saper déi ch’io son di Lombardia e che ’n mangiar le rape ho del restio; non però, se non nacqui tòsco, i’ piango; ché ancora il ciato gode nel suo fango.
Però Dante, Francesco e Gian Boccaccio portato han seco tanto, che sua prole uscir non sa di suo proprio linguaccio; ché quando alcuno d’elli cantar vole, non odi se non «buio», «arreca» e «caccio», né mai dal suo Burchiello si distole; e pur lor pare che ’l tempo si perda da noi, se nostre rime fusser merda.
Se merda son le nostre, a dirlo netto, né anche le sue mi sanno succo d’ape; date perdono al mio parlar scorretto, ché in chiaro lume nebbia mai non cape; e questo voglio ch’a color sia detto, che chiaman «lombarduzzo mangiarape»: serbo l’onor de l’inclite persone; ad altri grido «tosco chiacchiarone».
Né alcun di quelli tali m’addimande di qual autore questo libro i’ tolsi; rispondo lor, ch’un gran sacco di giande e duo di fabe in quelle bande accolsi, ove trovai di libri copia grande, e parte d’essi aver con meco volsi, acciò le giande sian de’ pari suoi; ché assai manco son gli uomini che i buoi.
Ma se cortesamente alcun sincero me ’l chiede, come sempre deve farsi, ecco la causa, ecco ’l volume intiero gli arreco, acciò ben possa saziarsi e chiaramente intenda di leggiero quai libri falsi e quai sian veri sparsi; ma non gli faccia mia lunghezza nausa, ché lungo dir convien in lunga causa.
Signori miei, son stato in Val Camonica per consultar le streghe di quel loco, se mi saprebbon di Turpin la Cronica mostrar per forza d’ incantato foco; una vecchiarda in volto malenconica rispose allor con un vocione roco: — Gnaffe che sí, tu la vedrai di botto; entra qui tosto meco, e non far motto. —
I' non me ’l fei ridir, ma su un montone ratto mi vidi al ciel con gran diletto; poi, volto il freno verso l’Aquilone, discese in Gozia dentro a quel mar stretto ed ivi di sua mano un gran petrone alzando, aperse un buco sotto ’l tetto; si trasse dentro ed io seguilla appresso, per maraviglia fuora di me stesso.
Cento cinquanta millia e piú volumi (giá non vi mento!) vidi in quella tomba, che goti anticamente, coi costumi de’ porci e col rumor ch’in ciel ribomba, trasser per tanti monti, valli e fiumi d’Italia fuor, la qual par che soccomba a simile canaglia sempre mai: la causa ben direi, ma temo guai.
Di Livio qui le Deche sono tutte, e quelle di Sallustio assai piú bone; qui di Turpin fur anco ricondutte quaranta Deche in gallico sermone; io tre di quelle provo esser tradutte in lingua nostra per quattro persone; solo il principio de la prima i’ tolsi, né ’l pargoletto Orlando passar volsi.
Sol d’Orlandin io canto, e nondimeno, quando Turpino divertisce altrove, de l’ordinario suo non m’alieno; ché donde in molti luoghi si rimove, o quattro o cinque stanze v’incateno, acciocché ’l libro mio non si riprove; e forse fia col tempo chi su questo dirá diffusamente tutto ’l resto.
Di quanti scartafacci e scrittarie oggidí cantar odo in le botteghe, credete a me, son tutte cagarie, piú false assai de le menzogne greghe; fatene, bei signori, forbarie, ch’ognun il naso no, ma ’l cui si freghe: sol tre n’abbiamo vere in stil toscano; Boiardo le trascrisse di sua mano.
Come l’ebbe non so, sassel Morgana; ché con le strige anch’egli ebbe amistade; di che mi penso ch’entro quella tana fusse portato a l’ultime contrade, onde togliesse quella piú soprana parte che volse a gran celeritade; ma non finí tradurle in nostra lingua, ché morte a ogni opra pia truncar s’impingua.
Però lasciò imperfetta la seconda, la qual finisce Ludovico appieno; né qui Francesco Cieco piú s’asconda che gli rubò la sesta, e nondimeno vi giugne assai per farla piú gioconda, onde gli vien da noi creduto meno: l’ultima diede con sua propria mano al spirito gentil Poliziano.
Polizian fu quello ch’altamente cantò del gran gigante dal bataio, ed a Luigi Pulzi suo cliente l’onor die’ senza scritto di notaio; pur dopo si pentí; ma chi si pente po ’l fatto, pesta l’acqua nel mortaio; sia pur o non sia pur cotesto vero, so ben, chi crede troppo ha del leggiero.
Queste tre, dunque, deche sin qua trovo esser dal fonte di Turpin cavate; ma Trebisunda, Ancroia, Spagna e Bovo con l’altro resto al foco sian donate; apocrife son tutte, e le riprovo come nemighe d’ogni veritate; Boiardo, l’Ariosto, Pulci e ’l Cieco autenticati sono, ed io con seco.
Autentico son io, perché la prima deca del gran dottore v’antepono; e benché era misterio d’altra lima, pur basta assai che ’l vero qui ragiono. E cominciando de la storia in cima, la corte di re Carlo pria dispono; poscia diremo come, quale e quando e di qual padre nacque il conte Orlando:
Orlando che non ebbe in terra eguale né d’arme né d’onor né di fortezza, Orlando de gli erranti principale, ch’usava in l’altrui bene sua destrezza, Orlando, sotto ’l cui brazzo fatale andò la fede nostra in somma altezza, Orlando saggio, Orlando sí gentile, che ’n sue lode vorrei d’Omero il stile.
Prima vi narro duodeci baroni, che «paladini» fannosi chiamare; di Carlo e de la Chiesa campioni, buoni per terra ed ottimi per mare; amor, fede, ragion, arme, ronzoni erano lor diletto e gioie care; guerre, duelli, giostre, torniamenti son proprio pasto di sí fatte genti.
Milon d’Angrante era di lor primiero, poscia duo soi fratelli, Amon, Ottone; Danese Ugieri, e ’l borgognon Rainiero, poi di Baviera Namo, e Salomone; Rampallo che fu padre di Ruggiero; quel di Bordella, il gran signor Ivone; Morando, e d’Agrismonte Bovo, e quello Ginamo di Maganza iniquo e fello.
Questi dopo Milon pari d’onore furon in corte, e ne’ stipendi soi; non però tutti eguali eran di cuore, perché sovente tra gli franchi eroi scopresi qualche ingrato e traditore, come leggendo intenderete poi; di quelli dico dal falcone bianco, che ’n frode mai non ebbero il cor stanco.
Saper vorrei, o astrologhi e geomètri che ’l ciel non che la terra misurate, di qual violenta stella cosí tetri, cosí maligni influssi a le contrate piovono di Maganza, o pur quai metri di negromanti e d’importune fate moveno sí cotesta gente ria, che un sol non è che traditor non sia.
Non sia chi ardisca dirmi Sansonetto di Gano esser figliuolo od altro tale, perché non venne mai d’un maladetto falsario ingannator, uomo leale; il volto, gli atti ed ogni bell’ effetto, germano il fan d’Orlando naturale; Turpin ciò scrive, e chi mi nega questo, aggia il malanno e di sua schiatta il resto.
Son certi pedantuzzi di montagna, che, poi che han letto Ancroia ed Altobello e dicon tutta in mente aver la Spagna e san chi ancise Almonte o Chiariello, credono l’opre d’altri sian d’aragna, le sue non giá, ma d’un saldo martello; e cosí avvien che l’asino di lira crede sonar, quando col cul sospira.
Ma poi che furon d’elli parte estinti, parte stracchi rimaser per tropp’anni, Carlo si elesse duodeci de’ vinti gioveni, forti ai bellicosi affanni, e, come era costume, gli ebbe cinti di brando, sproni e militari panni, che oprasser meglio per la fede il brando che l’«utrum» d’esti frati e il «contra» e il «quando».
Vorrei pur io veder che i nostri tanti teologi e soldati cosí vari, appresentati del Gran turco innanti, vellent antiquos patres imitari, li quali, s’oggi in cielo sono santi, non l’han giá racquistato con dinari, ma chi col predicare e chi col brando, sí come fece Paolo e ’l conte Orlando.
Orlando fu di quelli capo e guida, poscia l’invitto suo cugin Rinaldo, segue Olivier ove ogni ben s’annida, Astolfo il bello avventuroso e baldo, Gano, stirpe di Giuda ed omicida, falso dei falsi, perfido, rubaldo, figliuol non d’uomo né da Dio creato, ma il gran diavol ebbelo cacato.
Succede a questo lupo la colomba, colomba non di forze, ma di vita: dico Dudon, che con sonora tromba ciascun per santo e forte in terra addita. Non manco d’esso il gran nome ribomba di Malagigi, pallido eremita; pur furon differenti i santi loro: angeli questi, diavoli coloro.
Poi Vivian suo frate, e Ricciardetto che volse farsi, e non poté, gigante; segue Gualtier che fu di piú intelletto che di fortezza, onde spesso le piante mostrò cogli altri al ciel; poi Sansonetto, Riccardo poi, d’ingegno assai prestante; Angelin manca dirvi, ed Angelieri, Avin, Avoglio, Ottone e Bellingeri.
Fra i duodici non vengon questi sei, ma «sottopaladini» son chiamati, perché nel Gran consiglio a quattro, a sei entran, se alcun de’ primi son mancati; ebber ne l’armi giá molti trofei, dico col cul in terra scavalcati; e fu tra loro tanta cortesia, che sempre traboccôr di compagnia.
Orlando, sol per sua virtú, di Roma era confaloniero e senatore, e fu sopra di sé la nobil soma ch’anco portò Milon suo genitore; egli tenea la terra umile e doma sol de’ suoi fatti egregi al gran rumore. Namo, re Salomone, Gano, Ugieri furon di Carlo i quattro consiglieri.
Il gentil Olivier sopra un convito sempre fu siniscalco ne la corte: d’ordir un ballo Astolfo era perito, e l'esservi buffon toccò per sorte. Turpin fu ’l cappellano, ed anco ardito a molti saracin diede la morte; ma piú del pastorale usò la lanza; l’una magrisce, e l’altro fa la panza.
Rinaldo, d’ogni bon compagno padre, benché piú de le volte andasse in bando, era luogotenente ne le squadre del suo caro cugino conte Orlando; commercio ebbe talor de genti ladre; capo di parte per menar il brando nel sangue di Maganza, e Chiaramonte sua prole vendicare di tant’onte.
Tal ordine di quella corte altera pose re Carlo; e qui Turpin lo scrive, acciò ch’abbi, o lettor, la storia vera e che da sogni e favole ti schive. Fatemi dunque, o genti, intorno schiera ed ascoltate queste rime vive, vive cosí, che forse un gardellino vi parerò di quelli del molino.
Ne l’inclita cittá, ch’è capo e fonte de l’alma Franza, dicovi Parigi, col scettro in mano e la diadema in fronte regnava Carlo Mano e san Dionigi: questo di Europa regge piano e monte; quello tira nel ciel per suoi vestigi chiunque in l’alta Trinitade crede, alzando a son di spada la sua fede.
Eran di Iano chiuse le gran porte, e ’l bellico furor posto in catene; la pace e libertá con bella sorte ivan d’invidia sciolte e senza pene, le quali de’ tiranni ne le corte riposto avean lor speme ed ogni bene; ma dove ambizione e invidia regna, difficil è che mai pace si tegna.
Quanto mai cinge ’l mar e vede il sole, tre capi coronati avean diviso: quinci Mambrino, maladetta prole, tien tutta l’Asia e brama il paradiso (ché quanto piú s’acquista piú si vuole e chi non sa rubare vien deriso); quindi Agolante l’Africa si gode, e pur non esser Dio del ciel si rode.
Ah maladetta rabbia d’avarizia, ch’ogn’ordine sovverte di natura, che per servar tra’ popoli amicizia interpose de’ regni la sgiuntura, de’ mari, fiumi e monti; e la malizia tosto ruppe de’ termini le mura! però l’Italia non piú Italia appello, ma d’ogni strana gente un bel bordello.
Sol de l’Europa Carlo si contenta, e lei difende da que’ crudi cani; ché, se di guerra alcun di lor il tenta, mostrali tosto c’ha l’unghiute mani; tanto li batte, tanto li tormenta, che i fa morir ne’ fossi e ne’ pantani; e pur sovente provano lor sorte, tornando in Franza ad incontrar la morte.
Stavasi dunque Carlo in festa e ’n gioco, novellamente imperator creato; papa Adriano primo in tanto loco l’avea meritamente sollevato; donde per tutta Europa si fa foco, ed odesi bombarde d’ogni lato; ma Franza piú de li altri regni gode, né altro che trombe, corni e canti s’ode.
Anco di novo l’alta imperatrice dal regno ispano venne, Galerana, piú de le belle bella e piú felice; era costei d’ogni virtú fontana fra cento dame vergini pudice; parea fra cento stelle una Diana. Pensate che trionfo Carlo face, che ’l ciel cotante grazie gli compiace!
Tutto Parigi sona d’istrumenti per danze, giochi, salti e per coree; diverse fogge fanno ed ornamenti giovani arditi e vaghe semidee; onde gli ardori crescono e i lamenti de li affocati amanti e amate dèe; ma piú de l’altre Berta, ch’è sorella di Carlo, per Milone si flagella.
Flagellasi d’ogni ora nel tenace amor, che ha preso al capitan Milone; non mai ritrova posa, non mai pace, non mai gli scopre tanta passione; troppo l’aspetto altier, troppo le piace l’onor, le forze, gli atti del barone; egli nol sa, ma sciolto va sicuro; però da lei fu detto alpestro e duro.
Piú de le care cose cara tiene questa donna gentil e bella, Carlo; altra suora non ha, per che gran bene le vuole e falle onor quanto può farlo; pur, s’egli mai sapesse le catene ch’avvinta l’hanno e l’amoroso tarlo, penso contrastarebbe a tal amore; ché piú alto maritarla tiene in core.
Dunque una giostra nova fu contento per lei, ch’assai pregollo, di bandire: a ciò la move l’aspro suo tormento e ’l sfrenato desio c’ha di nodrire l’occhio de folli sguardi; ma il talento d’un cibo tal non sa se non mentire; ché quanto mangi piú, piú senti fame, né dramma po’ scemar di quelle brame.
Di Franza tutta, Spagna, d’Ingleterra, d’Italia bella, Grecia e d’Alemagna vengon giá tanti cavallier di guerra, che l’Alpe ne son carche e la campagna. La grande piaccia d’un steccato serra Milon d’Angrante, e nulla vi sparagna, perch’era il mastro ed orditor del tutto, in fin ch’a l'esser suo l’ebbe construtto.
Stavasi Berta sola e pensierosa guatando su la piaccia dal balcone; e mentre s’una man la guancia posa ed al peggior de’ suoi pensier si spone, ecco in un manto d’incarnata rosa vide l’obbietto del suo cor, Milone, che vien luntano sopra un bel destriero; fallo boffare e tien nullo sentiero.
Niun sentiero quel balzano tiene: balzano d’un sol piede estremo e manco; stellato in fronte, e con sottili vene; ha largo petto e rotondetto il fianco; alza le piante e gioca de le schiene; qual nevo, qual carbon, qual corvo è bianco: bello è il cavallo e bono; ma chi ’l regge piú bello e bono il fa, mentre ’l corregge.
Movel a un tempo al corso, a un tempo il frena; quello, che intende, or salta or corre or gira, boffa le nari e foco ardente mena, tutto in un groppo e capo e coda tira. Ciascun s’allarga, ché un destrier tien piena la via capace, e scampavi chi ’l mira: Berta ciò vede; onde nel cor l’abbraccia, ché, come neve al sol, convien si sfaccia.
Amor, ch’è spirto inquieto e mai non dorme, qui l’attendea giá lungamente al varco; vede natura in lor esser conforme; onde non gran tirar fu d’uopo d’arco; ché, quando cessa il mondo esser deforme pel freddo e vien d’erbette e fiori carco, quando ’l sol entra ne l’aureo Montone, nacque la dama, nacque il gran barone.
Leva dunque la fronte a l’improvviso ed accocciò co’ gli occhi a gli occhi d’ella: scendeli un colpo d’un modesto riso, che quasi traboccollo fuor di sella; concorre il sangue, e spento lascia ’l viso; e ’n mezzo al petto il freddo cor saltella; bassa la vista, e poi mirar vols’anco: allor ne venne, al doppio colpo, manco.
Pallido e smorto, volta il freno altrove, ché un strano caso e novo l’addolora; i’ dico novo, quando che mai prove non fatto avea d’amore fin ad ora: vorrebbe irsene a casa, e non sa dove prenda ’l sentiero, tanto è di sé fora; pur tanto del staffier segue la traccia, che trova l’uscio e dentro vi si caccia.
In quella fretta ch’uomo, pria gagliardo, da fredda febre vien ratto assalito, corre a corcarsi, e pargli troppo tardo ogni presto servir, tant’è invilito; perde la forza e cangiasi nel sguardo, cresce la nausa e fugge l’appetito: cosí è Milon cangiato in un momento; tuttoché corra, il corso gli par lento.
Salta d’arzone in gesto, qual non sòle, ché ’n mille parti ha volto lo ’ntelletto; chiavasi solo, e quanto può si dole, trovando di sospiri colmo il letto; quivi si cruccia e sfoga tal parole, che intenerir potria d’azal un petto. — Amor — dicea, — crudel Amor protervo, m’hai còlto pur, qual sempliciotto cervo!
Per far una leggiadra tua vendetta e punir in un dí ben mille offese, celatamente l’arco e la saetta tua man spietata in mia ruina prese. Ah punto infausto! ah stella maladetta, che contra te mi tolse le difese, allor ch’io vidi quella faccia infusa di tal beltade, a me sol di Medusa!
Misero me, che indarno esser sperai di sí onorevol giostra vincitore! E tu, cieco fanciullo e nudo, m’hai gettato fuori non del corridore in terra, ma di gioia in tanti guai, di bella libertade in tant’errore! Deh! Dio, se de’ mortali unqua ti cale, dal cor mi sferri questo ardente strale!
Pazzo che sei, Milon! come non vedi che non sei pare al grado imperiale? Se di tal vischio non ritraggo i piedi, che poss’io mai sperar altro che male? E posto che ’l suo amor ella mi credi, non l'averò però, ch’io non son tale cui la fortuna un tanto ben dar voglia; e pur amor di lei seguir m’invoglia! —
Mentre solingo crucciasi Milone, e mille fiate vole e mille svole quel che consiglia amor, quel che ragione, facendo come foglia al vento sòle, ecco nel mar ispano si ripone tra le Colonne il giá straccato sole; sorge la notte da la parte adversa; ciascun in preda al sonno si roversa.
Ed io dico, ch’Amor è un bardassola piú che sua madre non fu mai puttana; chi ’l chiama «dio» si mente per la gola, ché in Dio non cape furia e mente insana: Amor è un barbagianni che non vola, benché abbia l’ali ed usi in ogni tana; guardatevi da lui, ché ’l ladro antico lascia la porta ed entra nel postico.
Questo ben sa mia diva Caritunga, quando talor col sguardo torto adocchia qualch’asinelio da la coda lunga, che falle porre a canto la conocchia. Ma lui convien che poscia si compunga di l’error suo, perché qualche pannocchia vi studia sempre, e fassi bon platonico, e chi non ha dinari è malenconico.
Capitolo secondo
CAPITOLO SECONDO
Dammi perdono, priegoti, Cupidine, s’or ti biasmai con la tua madre Venere: so ben che mai, senza vostra libidine, possibile non è ch’uomo s’ingenere. Tu sei degno d’onor e di formidine; ché senza te saria giá ’l mondo in cenere; onde, talor s’io straparlassi, tollera; la colpa non è mia, ma de la collera.
Anzi ringrazio te, gentil gargione, che m’hai fatto baron di gran nomanza: ho sempre un centinaio di persone, boni da stocco ed ottimi da lanza; giammai non mi si parton dal gallone, e fra lor grido al cielo: «Franza, Franza!»; la qual, senza passar tant’alpe o piano, con un trattato presi a Cunniano.
Godea ’l spagnuolo, che sotto Pavia fatt’ha prigion di Franza sí alto roy; ed io nel grembo a Caritunga mia ho preso tutta Franza per ma foy. A che voler Italia in sua balía, passando or Adda or il Tesin ed Oy? Venite ad me, signores; faciam todos baron di Franza e cavalier di Rodos.
Ma questa corte sempre qui sen stia, che giura non andarmi mai luntano. Per me sol un contento si desia, che ’l cancaro mangiasse il taliano, il quale, o ricco o povero che sia, desidra in nostre stanze il tramontano. Ora torniamo al testo di Turpino; m’avveggio ben ch’io son fuor di cammino.
Levavasi giá ’l sole fuor de l'acque con un visaggio carco di vin còrso, quando a Parigi il strepito rinacque di tante genti per lo gran concorso. La giostra ch’anti a Berta il re compiacque si mette in punto; chi ’l staffil, chi ’l morso, chi concia ’l barbozzale al suo destriero per non deporre il culo sul sentiero.
Di fronde, erbette e floride corone piena è la terra, e pare ch’ivi pasca Titiro la sua greggia; ma Carlone, acciò che gara alcuna non vi nasca, ne’ patti fa cotal condizione: «Chi giú d’arzone nel bagordo casca, non fia capace piú del pregio posto; ma de la lizza fuor uscisca tosto».
Scemano li giostranti con tal gioco, fin che vi resti l’ultimo vittore. Quivi non giostra sguattaro né coco, ma re, duchi, marchesi ed altr’onore: lo premio è un scudo d’or, che ’n alto loco pende con un rubin di tal splendore, ch’ove non può del sol entrar il lume, esso del sol, ardendo, fa ’l costume.
Sentesi giá ’l rumor al ciel diverso di trombe e gridi d’uomini e cavalli: era ne l’aere un tempo chiaro e terso né un picciol fumo sorge da le valli: chi qua, chi lá, chi al lungo, chi al traverso urta ’l cavallo, affrena, stringe e dálli; chi su, chi giú, chi va, chi vien, chi sede; chi sí, chi no, per la gran calca vede.
Re Carlo in mezzo a cento capi d’oro fermato s’era in logo piú eminente; ciascun lá mira e vede il gran tesoro che ’ntorno lui splendea sí riccamente: Minerva non giammai sí bel lavoro trapunse di sua mano a suo parente, quant’era il manto, ch’egli in cotal giorno aver fra tanti regi volse intorno.
Ma pria che al ver contrasto e ragionevole si vegna, odi, lettor, ché vi è da ridere; perché una trama occulta e sollacievole fra i duodici re Carlo fa dividere. Ecco improvvisa venne una festevole vecchiarda, che comincia forte a stridere con un suo corno ed a caval d’un’asina, parendo che venisse da la masina.
Tacquer le trombe tutte, e la bertuccia (ché proprio di bertuccia apparve in atto) soffia nel corno quanto può la buccia, rendendo un sono tutto contraffatto. Ma Berta a tal novella si corruccia, presaga giá del torto che l’è fatto; e vede che ’l Danese nel steccato era s’un mulo magro e vecchio entrato.
S’un mulo magro, vecchio e zoppo ancora entrat’era il Danese ne la lizza; toccalo a’ fianchi, e quello in men d’un’ora si volge ratto al freno, salta e guizza. L’elmo di zucca, l’armi son di stora, la sopravvesta inversa di pellizza; e per cimier ha in capo una cornacchia, ch’ivi legata si dimena e gracchia.
Driccia un forcone su la coscia, e vuole che tal sua lanza il scudo d’or guadagne. Ecco su una cavalla, che si duole da’ quattro piedi ed ha cento magagne, Morando qual limaca par che vole coperto a fine piastre di lasagne, e porta una pignatta per elmetto, la qual si fa cimier del suo cazzetto.
Abbassa una cannuccia, e fassi targa contra ’l Danese con un calderone; sprona la bestia, e vien gridando: — Guarda! — Danese volge a lui col suo forcone; dannosi un’aspra botta, benché tarda fusse per spazio di quattr’ore bone; fra ’l qual tempo Rampallo vi vien anco, di speronar un asinel giá stanco:
un asinel poledro che vint’anni stentato avea de frati in un convento. Pensate quante pene, quanti danni ivi sofferse l’animal scontento! Al fin ruppe ’l capestro e fuor d’affanni calzi e corregge trette piú di cento; e, scampandone, fe’ da buon ladrone: rubò a gli frati la discrezione.
Credete a me, ch’un’oncia, ch’una mica non vi lasciò di quella il gran dottore! Rampallo, che gli è addosso, s’affatica urtar innanzi un tanto corridore. Egli ch’in mente avea giá la rubrica del breviario tutto drento e fore, sí lieto andava in simil esercizio, come gli frati in coro a dir l’uffizio:
abbassa il capo e levasi a la coda per porre a terra il peso inconsueto; sprona Rampallo, ed egli par che goda andar un passo innanzi e quattro adrieto; cade il barone su la terra soda; scampa, gridando, l’animal discreto; ride la turba; e il cavallier, levato, corregli drieto ed anco l’ha pigliato.
Senza toccar la staffa, che non v’era, salta quel paladino in cima al basto; arme non have fuor ch’una pancera di ferro tutta rugginoso e guasto, ma di tal tempra, ma di tal minera, ch’al becco d’un moscon faria contrasto: è l’elmo poi sí di splendor adorno, che ’l sol nol vide mai se non quel giorno.
Un baston di pollaio è la sua lanza, di perle tutta ornata e di medaglie; ponela in resta al dritto de la panza d’uno ch’incontra vien coperto a maglie. Era costui Ginamo di Maganza, ch’armi non volse giá di carte o paglie, ma sí di piastre; e per celarsi alquanto, di canape vestette sol un manto;
ed un zanetto ancora, che di foco esser parea, lo traditor cavalca. Contra Rampallo il stringe, e mancò poco che, mentre addosso a lui troppo si calca, quell’indiscreto non guastasse il gioco, e con un trave quasi lo scavalca, perché ’l poltrone, per far ben del saggio, venne a la giostra con quel gran vantaggio.
Tal atto spiacque a tutti; ma re Carlo tanto piú piacque a l’atto ch’or succede: manda fuor del steccato a congedarlo. Egli, scornato, a la sua tenda riede: gli scherni de la turba non vi parlo; ch’ognun gli chiocca drieto e man e piede; sol Maganzesi rodon la catena, ma Chiaramonte n’ha letizia piena.
Frattanto Amon e ’l suo fratel Ottone eran entrati insieme a son di corno; parean che ducent’anni col carbone servito avesser di Vulcano al forno; l’un Satanasso, e l’altro par Plutone, tant’alte corna e fiamme hanno d’intorno; ed a due vacche han posto briglia e sella; questo ha un lavezzo, e quello una padella.
Ciascun il suo forcone mette in resta e move al corso quelle bestie pegre. Ecco Bovo, e Raineri non s’arresta per tema c’haggia de le facce negre: portan due nasse da pescar, in testa, ma indosso di castron le pelli integre: le lanze son due scope in un bastone; le targhe, una barilla ed un cestone.
Cavalcan senza sella due stalloni rognosi e pronti a far de le sue zarde, grassi cosí, che a gli ossi de’ galloni hanno appiccato, come fusser barde, duo gran «bottazzi», ovver dirò «fiasconi», acciò le genti tosche e le lombarde intendali quel ch’io parlo; e s’io vaneggio, che maraviglia? sentirete peggio.
Lascio di dirvi e’ colpi che si dánno con quelle lanze sue non mai piú usate: tal è la gara e ’l gioco lor, che fanno rumper di risa il petto a le brigate: dando e togliendo pel steccato vanno e pugni e calzi e bone bastonate, non sí però, che alcun mai si turbasse né che indiscretamente altrui pestasse.
Frattanto Salomone con gran fretta vien con un perticon da filo in resta; cavalca di galoppo una muletta, ed ha cusito a l’elmo e sopravvesta gonfie vesciche, ed una assai mal netta bragazza da bifolco tiene in testa, ed una conca per sua targa porta, ed al gallon, di legno una gran storta.
Ma per servar Ivon la vecchia usanza, s’un carro a gran stridor di rote viene; lo stimulo da buoi porta per lanza, e la corba del fien per scudo tiene; dritto non sta, ma con la testa avanza for de le scale appena; e per star bene, agiatamente siede su la paglia quel baron forte e cavallier di vaglia.
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The end
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