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Nel deserto

Grazia Deledda · 1911 · Free in the US

67,483 words · about 4 h 44 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1911 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Nel_deserto&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Grazia Deledda
Language
Italian
Published
1911
Length
67,483 words · about 4 h 44 min
Sections
17 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (17)
  1. Front matter under 1 min
  2. Parte I under 1 min
  3. Capitolo I about 16 min
  4. Capitolo II about 15 min
  5. Capitolo III about 23 min
  6. Capitolo IV about 16 min
  7. Capitolo V about 16 min
  8. Capitolo VI about 16 min
  9. Parte II under 1 min
  10. Capitolo I about 15 min
  11. Capitolo II about 17 min
  12. Capitolo III about 28 min
  13. Capitolo IV about 21 min
  14. Parte III under 1 min
  15. Capitolo I about 51 min
  16. Capitolo II about 28 min
  17. Capitolo III about 21 min

Continue:

Front matter

ROMANZO

DI

MILANO

Parte I

ct

Capitolo I

fi ct Un palmizio le cui foglie sembravano lame di spade arrugginite dal vento marino, sorgeva tra l’ultima casetta del villaggio e la landa che finiva col mare.

Il villaggio pareva disabitato, e ad accrescere quest’impressione non mancavano qua e là alcune rovine coperte di musco giallastro e popolate di lucertole. Anche i muri della casetta del palmizio e quelli del cortile che la fiancheggiava, si sgretolavano e si slabbravano; e intorno alle finestruole dalle imposte scolorite si scorgevano le pietre rossiccie.

Ma intorno era una infinita dolcezza di paesaggio orientale; nuvole rosse come fiamme solcavano il cielo verdognolo del crepuscolo, e fra una macchia e l’altra di tamerice appariva dietro la linea verde della brughiera, e la linea dorata delle dune lo sfondo violetto del mare.

Qualche uccello palustre solcava l’aria col petto iridato che pareva riflettesse i colori del paesaggio e del mare, e la brezza aveva l’odore delle alghe e dell’asfodelo.

Come usava tutti i giorni a quell’ora, Lia Asquer uscì dalla casetta e andò a sedersi sotto il palmizio, sul sedile formato da un’asse corrosa appoggiata a due ceppi. La sua figura alta e magra, dalla fine testa araba, era all’unisono col paesaggio; anche i suoi capelli nerissimi, divisi sulla fronte come due ale di corvo, avevano riflessi metallici; e col suo viso ovale e scuro ove brillava il bianco dei grandi occhi neri pieni di sogni e di diffidenza e il candore dei denti alquanto sporgenti, ella sembrava una figlia di beduini nata sotto una palma.

Per quasi mezz’ora stette immobile, con le braccia incrociate, le mani sotto le ascelle, gli occhi fissi sulla linea del mare solitario: il grembiulino d’indiana le pendeva da un lato, sul sedile, la modesta gonna nera lasciava vedere i piedi sottili e arcuati nonostante le rozze scarpette a lacci.

Un lamento di fisarmonica attraversò all’improvviso il silenzio della brughiera, come un canto d’uccello, e Lia si scosse: lagrime di desiderio e di tristezza le brillarono negli occhi, e come la sera prima, come un anno prima, come da tanti anni, ella provò un senso di desolazione e le parve di essere in mezzo a un deserto, sola.

Ma a un tratto una donna in costume, alta, scarna, col viso jeratico circondato da una benda nera, uscì dalla casetta e s’avvicinò alla fanciulla.

— Una lettera per te, rosa mia! — disse con voce aspra, traendo di sotto il grembiule una busta turchina e guardandola con diffidenza.

— Ti pare che sia di quel matto di tuo zio Luisi?

Lia non tese subito la mano, ma spalancò gli occhi, fissando la lettera, e arrossì. Il cuore le batteva forte per l’emozione dell’insolito avvenimento.

La donna non staccava gli occhi dalla lettera e non si decideva a dargliela.

— Lia, consolazione mia, sei stata tu, a scrivergli?

— Io? Mai, zia! — rispose Lia con un gesto sdegnoso.

Allora la zia le diede la lettera e accorgendosi che il viso di Lia si illuminava e che il foglio le tremava fra le mani, domandò, cupa e quasi funebre:

— È proprio di Luisi? Che vuole? E sempre pazzo? S’è ricordato, finalmente, s’è ricordato di noi?

Lia rilesse la paginetta scritta con caratteri tremolanti, e all’improvviso, come una bimba colpita da un senso di gioia, si mise a ridere nervosamente, e afferrò il grembiale della donna.

— Ah, zia Gaina mia, che cosa curiosa! Oh, se sentiste! Egli mi invita ad andare a vivere con lui a Roma.

— Leggi, leggi!

Lia curvò la testa e rilesse a bassa voce!

«Cara nipote,

«Da molto non ho vostre notizie....

— Ma se è lui che non scrive da cinque anni! — disse zia Gaina, lasciandosi sedere sul sedile.

«Solo, di tanto in tanto, qualche compaesano che capita qui mi parla dei miei parenti. So quindi che tu sei diventata alta e che sei intelligente e piena di buona volontà. Senz’altri preamboli vengo quindi a dirti che io mi terrei molto fortunato se tu ti decidessi di venire a farmi un po’ di compagnia. Vivo solo e da qualche mese sono andato in pensione: del tempo per accompagnarti a vedere la città me ne resto certo! Sarei contento che tu venissi, perchè probabilmente io non tornerò più in Sardegna, e non vorrei andare a far visita al Creatore prima di aver conosciuto la mia unica nipote. Deciditi dunque. Ad ogni modo mi saprai dare presto una risposta; e con la speranza che questa sia favorevole, ti saluto di cuore pregandoti di ricordarmi agli altri parenti. Tuo zio

La zia Gaina, dopo aver ascoltato immobile, fissando sul viso di Lia i suoi grandi occhi circondati da borse livide, si battè le mani sulle ginocchia.

— A Roma ti vuole! Adesso ti vuole, adesso che sei grande? Finchè sei stata piccola non si è ricordato mai di te; neppure quando morì tuo padre ti scrisse. Adesso che è vecchio avrà bisogno del decotto, alla sera, e penserà: ho una nipote povera che potrà, servirmi gratis.

— Zia, non parlate così! — esclamò Lia con fierezza. — Se qualcuno gli ha parlato di me non gli avrà, certamente detto che sono un tipo di serva, io!

— Io lo conosco, il tuo zio Luisi, rosa mia! Son già venticinque anni che non lo vedo, ma certe persone non si dimenticano mai. Egli pensava solo a sè: quando tornava a casa, nelle vacanze, pareva che ci fossero tutti i diavoli. Mandava tutto in aria, e le sue sorelle, le mie povere cugine, obbedivano come schiave. Egli disprezzava tutto, parlava male di tutto, diceva che questo paese faceva parte dell’Africa. Del paese dei mori, capisci, rosa mia! Con tutto questo, venticinque anni or sono egli s’innamorò d’una donna di questo paese, sì, proprio del paese dei mori, e la chiese in moglie sebbene la sapesse fidanzata con un suo parente. E sai chi era quella donna, lo sai, rosa mia?

Lia guardava lontano, con gli occhi corruscanti. Ella sapeva già quella storia, e le dispiaceva di sentirla spesso profanata dai commenti della zia Gaina: ma non osava discutere con la donna che non poteva capire certe cose.

— Quella donna era tua madre! Ma essa era una donna fina, e a Luisi Asquer, che possedeva denaro ed era impiegato governativo, preferì tuo padre, che era un semplice proprietario. Ma tuo padre non era un egoista. Lia, consolazione mia; tuo padre era di animo buono, era generoso, tento generoso che morì povero. E tua madre lo preferì a quel pazzerello che per dispetto non tornò più al paese e non scrisse più, non si fece più vivo. Soltanto adesso egli si ricorda di te. Ma tu, rosa mia, tu mi darai retta, e neppure gli risponderai. Lascia che egli muoia solo e abbandonato come una fiera nel deserto!

— Solo! — disse Lia, sprezzante. — Come può esser solo in una città come Roma? Non è il nostro villaggio!

— Anche tu ce l’hai col nostro villaggio! Sì, tu parli spesso come parlava lui. E allora va! Io non sono mai stata in quei posti, ma son certa che si sta peggio che qui: e se tu andrai son certa che ti pentirai subito.... pensaci bene.

— Appunto: ci voglio pensar bene. Non sono una bambina; intanto, vi prego, non parlatene con nessuno.

— Io non sono abituata a chiacchierare con le vicine! — esclamò la donna; poi tacque e fece il muso lungo, come tutte le volte che si riteneva offesa.

Lia si alzò e si mise a passeggiare su e giù per il sentiero tracciato fra le macchie. Era ri- diventata pallida, e la sua testa, bendata dai capelli neri si disegnava fine e altera, sullo sfondo rosso dell’orizzonte.

La zia la guardava con ostilità. Ella non aveva mai sperato nulla di bene da quella ragazza fredda e taciturna, che non domandava mai consiglio a nessuno. Eccola, adesso passeggia su e giù fra i cespugli, con le braccia incrociate sul petto, e deve aver già preso la decisione di andarsene, di abbandonare il paese natìo, la zia che l’ha allevata orfana e povera, di lasciar tutto, insomma, per correre presso un vecchio egoista, in una città piena di perdizione.

— E non muterà decisione, — pensava la zia Gaina, stringendosi le mani sotto il grembiale.

— Ella è testarda, e come suo zio, fa sempre il contrario di quel che le si consiglia: non c’è pericolo che dica quel che pensa!

Infatti Lia tacque, durante quell’indimenticabile sera, nè la zia, che pareva solo affaccendata a preparare il lievito per il pane dell’indomani, la interrogò oltre.

Mentre la donna versava il lievito nella corbula, e sopra la farina segnava col dito una croce, Lia rimise in ordine la cucina e la povera sala da pranzo che serviva anche da salotto di ricevimento, e chiuse porte ed usci con catenacci e spranghe, come se la casupola contenesse tesori: in ultimo prese un lume ad olio, salì la scaletta umida e scura, si ritirò nella sua camera ma non andò a letto. Non aveva certamente sonno: i pensieri si incalzavano nella sua mente come le nuvolette bianche sul cielo chiaro di quella notte primaverile. Cautamente chiuse l’uscio che comunicava con la camera della zia, smoccolò il lume d’ottone che dondolava come un’arancia, e si mise a scrivere. Intorno a lei si stese un cerchio d’ombra; e di tanto in tanto la camera bianca e nuda, arredata solo del lettuccio di legno, di un armadio nero e di un tavolinetto, pareva riempirsi di un lamento misterioso, talvolta flebile, talvolta ironico, sempre triste: era il canto del cuculo che penetrava attraverso la finestruola socchiusa.

Lia scriveva.

«Caro zio,

«Ho qui davanti La vostra letterina e non mi stanco di leggerla e di rileggerla. Non so dirvi l’impressione che provo, mi pare di sognare, e sono così felice che ho paura di svegliarmi. Caro zio, vi prego di non sorridere di me e di non credermi tanto semplice o tanto ambiziosa come sembro; l’idea di venire a Roma e di conoscere un parente come voi mi riempie di gioia, non perchè io aneli alla vita della grande città, ma perchè mi dà la fervida speranza di cominciare una nuova vita e di rendermi finalmente utile a me stessa ed agli altri.

«Voi non mi conoscete ancora; quando mi co- noscerete non vi pentirete certo di essere stato buono e gentile con me. No, non sono ambiziosa, e neppure romantica; ma sebbene non abbia mai conosciuto altro mondo che questo, qui io mi sento come isolata e spostata, fra gente troppo povera, troppo affaticata nella lotta per la vita per potersi permettere il lusso di amare e di aiutare il prossimo. Qui noi viviamo come devono vivere i selvaggi nel deserto; ciascuno pensa a sè, e tutti ci sentiamo poveri e soli, come smarriti in una immensità desolata. Per dire il vero, La terra dove viviamo è ingrata, e per farla produrre occorrono continui sforzi di volontà e di fatica: questo spiega come qui l’uomo, in lotta con la natura, con gli elementi, con gli altri uomini, non abbia tempo di aiutare il prossimo. I più intelligenti cercano di andarsene, come avete fatto voi, zio, e qui rimangono i deboli, i più poveri; mio padre era nel numero, e non riuscì mai a migliorare la sua condizione di piccolo proprietario: quando morì, tutto il suo patrimonio consisteva in questa casupola ed in una vigna mal coltivata. Adesso la vigna è distrutta dalla filossera e la casa cade in rovina. Quando mio padre morì, un anno dopo la morte della mamma, io avevo dodici anni: ero intelligente, leggevo, desideravo studiare, seguire almeno l’esempio di una mia compagna che frequentava la Scuola normale di Sassari, e che adesso è maestra e si guadagna da vivere; ma la zia Gaina, vedova anche lei da poco e che mi aveva preso con sè, non mi permise d’assentarmi dal paese.

«Voi forse ricorderete questa donna generosa, rigida, buona in fondo, ma fatta troppo «all’antica». Se degli antichi ha la rettitudine, lo spirito di giustizia, l’istinto ospitale, tutte le buone qualità insomma, ne ha però anche tutti i difetti. Odia tutto ciò che rappresenta la civiltà e il progresso. Come una donna medioevale è piena di superstizioni e di paure. Per lei tutto è peccato, tutto è perdizione; i libri sono oggetti spaventevoli; il mare segna una specie di barriera tra il nostro piccolo mondo ove, a suo parere, si rifugia ancora un po’ di virtù, e il mondo vero e grande dove, secondo lei, tutto è corruzione e inganno. Io invece amo la vita, sogno i luoghi ove gli uomini lavorano, si muovono, comunicano fra loro, s’aiutano e si amano: ho letto i pochi libri che appartenevano al mio babbo, e l’eco del mondo arriva qui, portato da qualche giornale, eco grandiosa e vittoriosa come il rombo del mare agitato: per ciò fra me e la zia da anni ed anni dura una specie di conflitto; siamo come due mondi che si urtano ogni volta che s’incontrano, e mentre io cerco di evitare questi cataclismi, la zia Gaina prende gusto a ricercarli. Il suo silenzio, poi, è più terribile dei suoi brontolii. Stasera, per esempio, dopo l’arrivo della vostra lettera, essa non ha più aperto bocca; ma capisco già la sua ostilità che nulla varrà a vincere. Dal canto mio la mia decisione è presa: verrò!

«D’altronde la zia Gaina è l’unica persona che veramente mi ami e che io ami veramente. Compatisco i suoi difetti, frutto della sua ignoranza e non del suo carattere, e il pensiero di doverla lasciare, tanto più contro il suo volere, mi riempie già l’anima di tristezza e di rimorso.

«Ma ella sarà felice quando mi saprà felice: ella non vuole che il mio bene, ella che mi ha veduto crescere orfana e sola e mi ha accompagnato nei giorni della tristezza. Io sarei una ingrata se disconoscessi i suoi benefizi; ma d’altra parte capisco che rifiutando il vostro invito mancherei ai primo dovere che è quello verso me stessa. Io, qui, sono un essere incompleto, inutile a me stessa e agli altri. Non faccio niente perchè nessuno vuol niente da me: qui, voi lo sapete, il lavoro intellettuale è considerato come un perditempo: il lavoro manuale quasi come una vergogna. Io volevo almeno far la sarta, poichè non ho potuto far la maestra, ma anche questo lavoro mi è stato proibito. Quando ho messo in ordine la casa e fatto il pane e rammendate le calze, il mio compito è finito; non mi resta che andare in chiesa; e ci vado perchè sono credente e amo Dio, ma sento che non è giusto e neppure nobile domandare l’aiuto del cielo per tutte le nostre miserie quotidiane, mentre potremmo evitarne tante con un po’ di buo- na volontà e d’iniziativa personale. Io, del resto, vado poco in chiesa perchè amo pregare all’aperto; forse voi ricorderete che dietro la nostra casetta c’è un orticello aperto che confina con la brughiera della spiaggia, e quasi in mezzo all’orticello c’è un palmizio: ebbene, quella è la mia chiesa, ed io sto ore ed ore sotto l’arco delle fronde pittoresche, davanti al quadro del mare e della landa, e prego come non so farlo davanti agli altari. Il cielo mi sembra la vôlta di un tempio eterno, e il sole, la luna, gli astri, le sole luci degno di illuminare l’altare del Dio grande ed invisibile che noi tutti sentiamo entro di noi...

«La zia Gaina dice che io faccio questo perchè amo andare contro corrente a fare il contrario di quel che fanno gli altri Forse è vero, e questo è il mio maggior difetto, ma credo sia anche un difetto di famiglia. Vi assicuro però, caro zio, che se una cosa è irragionevole io non mi ostino a volerla, anche se ne ho vivo desiderio. Ho ventitrè anni compiuti, e sebbene la mia vita sia stata sempre solitaria, e incolore, capisco dove comincia il bene e dove comincia il male. Accettare il vostro invito, procurare di rendermi utile, pensare un po’ anche al mio avvenire mi sembra un gran bene: accetto dunque, zio, con viva gratitudine, decisa a mostrarmi degna della vostra bontà. Il vostro invito è giunto a tempo; io mi sentivo triste; oppressa, e mi pareva di appassire inutilmente come l’erba sul ciglione della strada. Qui alla donna povera non rimane che vendersi come una schiava ad un ricco contadino, o morire zitella, o sposarsi, se per inclinazione, con un uomo povero come lei, aver dei figli poveri, allevarli umilmente e farne uomini umili, per quanto onesti e buoni, inutili alla società. Ah, no! Se io avrò figli vorrò insegnar loro a essere uomini forti e operosi. E se non troverò marito, che la mia vita almeno non sia del tutto sterile e vuota. Ci sono anche i figli degli altri, da educare e da aiutare. Ecco perchè desideravo diventar maestra: mi pareva che avrei potuto far del bene anche ai figli non miei...

La zia Gaina battè lievemente all’uscio di comunicazione. Lia trasalì e cessò di scrivere.

— Non lasciare il lume acceso, rosa mia. Sai che la Tentazione accorre dove c’è luce.... Va a letto Lia, va, cuore mio.

La voce, sebbene aspra, non era più corrucciata; Lia si scosse come svegliandosi da un sogno e immediatamente capì che aveva scritto molte cose inutili al suo zio sconosciuto, lasciandosi davvero vincere dalla tentazione di lodarsi, di esaltarsi e di parlar male del prossimo. Forse lo zio sconosciuto si sarebbe formato una cattiva opinione di lei. Piegò i foglietti già pentita di averli scritti, spense il lume e andò a letto. Ma non potè dormire. Il suo pensiero viaggiava, nella notte serena, e varcava quel gran mare solitario che mandava il suo soffio potente fin dentro la nuda cameretta di lei; ma dopo alcune ore d’eccitazione e di sogni luminosi, ella sentì tutte le diffidenze o la depressione dell’insonnia; ricordò le parole della zia, le ripetè a sè stessa, si umiliò, «Adesso ti vuole, adesso che è vecchio ed ha bisogno di una parente povera che possa servirlo gratis!»

Ma la sua decisione era presa: e l’indomani rifece la lettera e dopo averne avvertita la zia la spedì.

Passarono alcuni giorni. Come una persona, che nasconde una grande felicità in cuore, Lia si sentiva buona e si mostrava docile con la zia, senza per questo riuscire a placarla. Tutte le mattine la donna accendeva il forno, nella cucina dalla cui finestruola si vedeva il mare lontano, e faceva il pane che poi mandava a vendere nelle case dei benestanti del paese. Ella viveva quasi esclusivamente di questa piccola industria, e guadagnava abbastanza, tanto che ogni primo sabato del mese faceva anche «il pane di Sant’Antonio» cioè una certa quantità di focacce che un prete benediceva e distribuiva ai fedeli all’uscita della chiesa. La gente credeva ch’ella fosse danarosa e forse in seguito a que- sta supposizione infondata, Lia, nonostante le sue lamentele, non mancava di pretendenti.

Mentre preparava il lievito o gramolava la pasta, la zia Gaina parlava male del suo cugino di Roma, dipingendolo come uno squilibrato, e cercava di convincere Lia a non lasciare il paese.

— Dà retta a me, consolazione mia; Dio, che pensa agli uccelli dell’aria, penserà, a te, anche se tu non vorrai sposare il maestro o il figlio di Maria Franschisca Barca....

— Nè l’uno nè l’altro, zia: il primo è vecchio e povero, il secondo è un ubbriacone. Prima voglio morire!

— Del resto, vedrai che tuo zio non ti risponderà, più: egli è leggero e si pente subito di quello che dice. A quest’ora si sarà già pentito.

Lia non rispondeva, ma a misura che i giorni passavano le pareva di aver sognato e ricadeva nella sua antica tristezza: seduta sotto il palmizio fissava il mare violetto e le montagne rossastre e azzurre del Nuorese e diceva a sè stessa che quella sarebbe stata la sola, l’eterna cornice al quadro della sua vita desolata.

La primavera sorrideva intorno a lei e circondava di fiori anche le paludi da cui i gridi dei trampolieri salivano rauchi e velati come se i nidi fossero costrutti sotto l’acqua immobile e densa.

Nelle ore del meriggio Lia guardava la landa e il mare dalla finestruola della sua camera corno dalla feritoia di un castello medioevale e spiava il passaggio di qualche veliero o di qualche paranza sulla linea scintillante dell’orizzonte, o la nuvola di polvere argentea che indicava giù nello stradale lungo la costa l’arrivo della diligenza: e nelle ore sonnolenti del pomeriggio leggeva il «Muto di Gallura» e altri romanzi sardi e pensava che Adelasia di Torres, prigioniera nel castello di Burgos, doveva come lei spiare intorno, nel cerchio di roccie e di brughiere che stringeva il poggio del suo esilio, un segno di speranza, una promessa di liberazione.

Con l’anima smarrita nell’illusione di un mondo lontano ove tutto era forza e bellezza, ella non si accorgeva della selvaggia poesia che la circondava: le pareva che una palude densa le sovrastasse e che i suoi gridi si perdessero nel silenzio malefico, velati e lamentosi come lo strido degli uccelli acquatici.

Le api ronzavano tra i fiori delle macchie, l’asfodelo o le cipolle marine profumavano l’aria, il cielo era d’un azzurro intenso, quasi violaceo all’orizzonte; e su tutto il paesaggio regnava una calma profonda, infinita. Pareva davvero che una notte luminosa si stendesse su quella regione di paludi e di macchie; al cader della sera il silenzio continuava eguale, intenso, o solo al grido dei trampolieri seguiva il grido più chiaro e più triste dell’assiuolo. Ah, quel grido, sì, rispondeva al muto lamento di Lia. Affacciata alla finestruola, mentre la luna rossa tremulava come un gran fiore sopra i cespugli lungo la spiaggia, dopo aver atteso invano la lettera dello zio, ella ascoltava il grido dell’assiuolo e le sembrava che anche l’uccello, solo al mondo, senza speranze, senza amore, invocasse un aiuto pur disperando oramai d’essere ascoltato. Da anni e anni Lia lo aveva sentito chiamare così, dal medesimo punto, là dietro la grande palude che la luna, sul tardi, inargentava come uno specchio. Le pareva che l’assiuolo fosse sempre lo stesso, come lei era sempre la stessa: solo, dieci anni prima, quando ella sognava la Scuola Normale di Sassari, il grido dell’uccello era, o sembrava a lei, più giovanile, più insistente, talvolta anche disperato; adesso invece era flebile, stanco e rassegnato. Esso chiamava per sentir l’eco del suo grido e assicurarsi che viveva ancora: così, pensava Lia, così l’anima nostra: essa spera, pur sapendo che tutto è finito, per illudersi d’essere viva.

Ma verso la fine di aprile arrivò da Roma una lettera raccomandata con dentro un vaglia di duecento lire per il viaggio.

Mentre Lia palpava il foglietto e tremava e balbettava, la zia Gaina fissava sulla lettera i suoi grandi occhi cerchiati o sporgeva le labbra con disprezzo.

— Va pure, va pure! — disse infine, con voce lugubre. — Non passerà un mese che sarai di nuovo qui!

E per tutto il resto del giorno non parlò più.

Capitolo II

ct Lia arrivò a Roma una mattina ai primi di maggio: aveva viaggiato con un gruppo di paesani sardi che si recavano alla capitale per deporre come testimoni in un processo di ricchi proprietari isolani imputati d’omicidio per vendetta, e tutti, durante la traversata, sapendo che ella si recava a Roma presso uno zio influente, le avevano usato gentilezze e domandato raccomandazioni. A Roma si può tutto. A Roma c’è il Re, c’è la Regina, c’è il Papa: dunque tutto è facile, perchè esiste la probabilità di avvicinarsi a questi personaggi. Lia aveva promesso tutto quel che le era stato chiesto: le pareva di essere già anche lei uno dei potenti della terra!

Era la prima volta che viaggiava, e come ai bimbi ancora ignari del mondo tutto le appariva bello e quasi fantastico: la sua testa bruna si sporgeva dal finestrino del vagone come la testolina d’un uccello in gabbia Ma la sua gioia muta e profonda era, per così dire, un’eb-

brezza lucida e cosciente; ella distingueva particolari che sfuggivano agli altri viaggiatori, e come aveva l’immensità del mare, capiva adesso la bellezza melanconica della campagna romana tutta verde e gialla di fiori nel mattino un po’ vaporoso.

Appena il treno penetrò rombando nella stazione, distinse subito, tra la folla che brulicava sui marciapiedi neri, un signore bassotto e grasso, vestito di grigio, che andava su e giù zoppicando e appoggiandosi a un bastone elegante.

— Zio Asquer! — gridò, meravigliandosi subito dalla sua audacia; ma venne respinta dall’urto del treno che si fermava, e gli sportelli furono aperti con violenza, e passò qualche tempo prima che i paesani coi loro cestini e le loro bisacce finissero di scendere e di aggrupparsi sul marciapiede. Ella fu l’ultima a scendere, accompagnata anche lei da una voluminosa scatola di cartone legata con una cordicella.

Il vecchio signore zoppo era fermo davanti al mucchio di cestini e di bisacce, e agitava la mano coperta d’anelli.

— Lia! — chiamò con accento sardo. — Bene arrivata.

— Siete voi, zio Asquer?

— Proprio io in persona!

Furono l’uno davanti all’altra, ma non si abbracciarono. Sebbene egli non avesse mai veduto sua nipote, gli pareva di riconoscerla, con quei suoi grandi occhi dolci e stupiti e i capelli neri lucenti; ma si meravigliava che ella a sua volta lo riconoscesse.

— Come hai fatto? Mi hai riconosciuto dal bastone? Avrai detto: mio zio Asquer è invalido: dunque è quello!

— Che dite! — ella mormorò intimidita.

Egli rivolse la parola ai sardi, e saputo perchè venivano cominciò a inveire contro gli imputati del processo.

— Canaglia siete e canaglia resterete. C’era bisogno di venire fin qui a far sapere i fatti nostri?

— L’ha voluto il Re, — disse convinto un vecchietto, caricandosi la bisaccia sulle spalle.

— 11 Re? Il Re pensa proprio a voi, sardi asini.

— Ma «vostè est francesu»? — domandò il vecchio con ironia.

Lia aveva ripreso la sua scatola e guardava lo zio mortificata: egli non si mostrava davvero gentile coi suoi compaesani; anzi li fissava con disprezzo, e il suo viso rosso e duro, a metà reso immobile dalla paralisi facciale, e la sua bocca che nel parlare risaliva tutta da un lato tirandosi addietro i baffi bianchi inspidi, e anche gli occhi verdognoli, vivi e scintillanti, avevano un’espressione di sarcasmo implacabile.

Lia provava un invincibile senso di soggezione e di timore; le sembrava che egli potesse burlarsi anche di lei; e infatti, quando le guar- die daziarie le domandarono che cosa contenesse la scatola, ed ella rispose «aranciata» egli disse!

— E che credevi ch’io avessi ancora tutti i denti, per masticarla?

Bisognò aprire la scatola, che oltre il dolce durissimo, fatto di scorza d’arancio e di mandorle, conteneva alcuni oggetti di vestiario; Lia rivide la sua gonnellina per casa, la sua camicetta nera, le sue scarpette a lacci; e le parve di rivedere, con un sentimento di vergogna e di pietà, tutto il suo umile passato, esposto lì, in quel luogo grigio e rumoroso popolato di una folla sconosciuta e indifferente.

I sardi, curvi sulle loro bisacce e le loro valigie, mettevano in mastra i più celebri prodotti dell’isola; il vecchietto beffardo non voleva pagare il dazio perché il grappolo di formaggelle dorate ch’egli portava dentro la sua bisaccia era destinato a un deputato influente: anche gli altri discutevano, e Lia dovette salutarli e andar via con lo zio.

Egli la fece salire su una carrozzella scoperta, e col bastone, mentre attraversavano piazze, strade, viali, le indicò qualche punto della città. Ecco, quella strada dritta e luminosa, che si slanciava verso un orizzonte sereno, chiuso da montagne azzurre, era il principio del quartiere dei poveri e dei malviventi, di cui lo zio Asquer parlava come di un mondo iniquo e feroce; quel- l’altra al contrario, al cui confino l’arco di Porta Pia, dorato dal sole, cingeva con la sua cornice grandiosa un altro sfondo, un altro paesaggio azzurrognolo e vaporoso, conduceva, dal lato opposto, fra giardini e palazzi e fontane, alla Casa del Re. Tutto il paesaggio era popolato di fantasmi eroici e di leggende; tutto intorno era luce e rumore. Gli occhi di Lia vedevan cose fantastiche; i bambini che saltavan la corda, tra il verde e il giallo dei giardini allora intatti della stazione, le parvero grandi farfalle bianche e rosse svolazzanti fra gli alberi di un bosco; l’acqua delle fontane scintillava come il cristallo, strade interminabili si aprivano di qua, di là, da tutte le parti, con sfondi abbaglianti. E il cielo solcato di nuvole bianche le pareva più alto del cielo della sua landa, e il profumo di orba e di foglie che inondava l’aria era ben diverso dall’aspro odore della brughiera! Ella provava un senso di ebbrezza; e le pareva che gli alberelli dei viali, coperti di un verde tenero, illuminati dal sole, splendessero di luce propria, e che tutta la città fosse un giardino a cui le fioraie coi loro cestini di rose e di anemoni, e i fruttivendoli ambulanti coi loro carretti di ciliegie sanguigne e di nespole dorate, dessero un aspetto di festa. Ella ascoltava lo zio, che nominava lo strade e le piazze, e si domandava se doveva ringraziarlo subito perchè l’aveva fatta venire a Roma; il viso di lui era però così duro e sarcastico che ella non osava parlare.

A un tratto, mentre egli muoveva il bastone, chi destra in avanti, dicendo: «Il Ministero delle finanze, il nostro buon amico della Sardegna», ella vide, sopra una doppia fila d’alberi, un grosso signore di bronzo: pensierosa, con una mano sul petto, pareva fosse salito sul suo piedistallo per dire qualche cosa alla folla che gli si aggirava attorno; ma la folla non aveva tempo nè voglia di ascoltarlo, ed egli taceva, serio e benevolo, deciso a non abbandonare il suo posto sebbene nessuno si degnasse di guardarlo. Lia soltanto fu presa da una fulminea simpatia per lui: per alcuni momenti non guardò altro, senza nascondere la sua curiosità commossa. Sì, ella aveva sognato uno zio così, gigantesco, protettore, benevolo.... Ma la carrozza svoltò, ed ella perdette di vista il monumento. La città adesso appariva sotto un nuovo aspetto, mezzo campagna e mezzo paese, e quando la carrozza si fermò in via Sallustiana, davanti all’ingresso polveroso di una vecchia casa grigiastra, la via sterrata parve a Lia una strada rurale, chiusa da muri bassi e da siepi rossastre sopra le quali verdeggiavano canne, rami di peschi, sambuchi, fronde di salici piangenti: gli uccelli cantavano tra gli olmi fioriti, e pareva che al di là delle siepi cominciasse la campagna.

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