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Trezzo e il suo castello

Luigi Ferrario · 1867 · Free in the US

29,299 words · about 2 h 3 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Luigi Ferrario
Language
Italian
Published
1867
Length
29,299 words · about 2 h 3 min
Sections
19 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (19)
  1. Front matter under 1 min
  2. Dedica under 1 min
  3. Introduzione about 1 min
  4. Capitolo I about 3 min
  5. Capitolo II about 7 min
  6. Capitolo III about 5 min
  7. Capitolo IV about 8 min
  8. Capitolo V about 14 min
  9. Capitolo VI about 12 min
  10. Capitolo VII about 8 min
  11. Capitolo VIII about 6 min
  12. Capitolo IX about 9 min
  13. Capitolo X about 6 min
  14. Capitolo XI about 7 min
  15. Capitolo XII about 8 min
  16. Capitolo XIII about 7 min
  17. Capitolo XIV about 10 min
  18. Capitolo XV about 12 min
  19. Indice under 1 min

Continue:

Front matter

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Indice

Dedica

Caro Giuseppe,

A chi, meglio che a te, unico fratel mio, potrei dedicare queste storiche pagine; a te, dico, cui ne devo la prima idea, e formi del vetusto castello l’oggetto delle tue cure più assidue ed intelligenti?

Accogli adunque questo lavoro con fraterna compiacenza, chè desso, più ch’altro, è un frutto di quell’amore che per te nutre il tuo

Milano, 15 di maggio, 1867.

Introduzione

Offriamo ai cultori della storia patria il racconto dei fatti più memorabili avvenuti nel borgo e nel Castello di Trezzo, soggiungendovi un breve quadro delle odierne rispettive condizioni naturali, economiche e civili. Se egli è vero, come ragionava dalla tribuna parlamentare il Palmerston, che “la vita dell’uomo deve cominciare coll’amor della casa e della famiglia; dopo queste, egli deve amare la sua città e il suo distretto, quindi la provincia, ed allora soltanto egli potrà amare bene la patria”, questo nostro lavoro, benchè obiettivamente ridutto in piccola cerchia, speriamo sarà accolto con simpa- tia ed apprezzato sotto il vero suo aspetto. Dacchè non si ama veramente se non ciò che ben si conosce, non potevamo trascurare le ricerche nei tesori del nostro archivio per aggruppare intorno a Trezzo copiosi elementi storici finora ignorati. L’officio d’archivista ce ne porgeva l’opportunità, la quale, oltre all’invito fraterno, c’ era pure di bel conforto ad assumere la fatica non sempre grata dello svolgere le antiche carte ed estrarne le sparse notizie più acconcie al nostro intento.

Capitolo I

ct Positura dell’antico Trezzo. — Etimologia del nome. — Notizie storiche dai più antichi tempi fino all’Imperatore Federico I.

L’antico Trezzo, situato a destra dell’Adda, non era precisamente dove sorge l’odierno, ma bensì a ponente verso la parte che mette a Roncello: questo si argumenta dai molti avanzi di fabricato scoperti negli scavi e smovimenti di terra colà eseguiti. Alcuni autori opinano che fra Trezzo e Imbersago vi fosse un lago, e che lo scoglio su cui ergesi il castello si estendesse fino alla sponda opposta. L’Adda, che nel lungo suo corso allentasi di tratto in tratto e ci offre graditi bacini, ne formava pur uno ai piedi del promontorio di Trezzo, donde breve spazio è lasciato allo sfogo del fiume che precipitoso discende, seminando l’alveo di ciottoli quasi tutti di granito, di gneiss e di serpentina. Sembra però che col volger degli anni la corrente corrodesse a poco a poco lo scoglio ed allargasse il letto del fiume in guisa da far sparire il più ampio ma più elevato bacino del lago preesistente, e delle cui antichissime sponde alcuni sottili indagatori pretendono di ravvisare ancora le traccie. Certo è che lungo la riva sinistra del fiume sorgono parecchi massi staccati, a simiglianza di mura che minacciano ruina. I ciottoli essendo riuniti talvolta da un cemento calcareo, formano una solida puddinga che viene scavata come pietra da costruzione, ed è conosciuta in Lombardia sotto il nome di ceppo.

Trezzo (poichè non v’ha nome che a caso sia stato imposto, e il conoscerne l’origine è anch’esso punto capitale di storia) deriva, a nostro avviso, dal celtico Trecc o Tracc che significa promontorio o luogo alto e fortificato. Ricorda il lettore come ai Celti devesi la fondazione di non poche nostre terre, il significato de’ cui nomi trova soltanto nella loro lingua una soddisfacente interpretazione.

Circa 222 anni avanti Cristo, come si ha da , i Romani forti ed agguerriti varcarono l’Adda in un luogo non ben determinato, ma, secondo l’opinione dei più, a breve distanza da Trezzo, cioè a dire a Cornate. Appena i Galli ebbero notizia del loro avvicinarsi si trincerarono al ponte dell’Adda per contenderne il passo, e sconfitti dopo un’ostinata lotta passarono nei dintorni di Trezzo, e di

qui si posero in salvo fra le gole delle montagne vicine. Divenuti così i Romani padroni di Milano e delle terre dipendenti, le conservarono sotto il loro dominio sino al 476 dell’era nostra. Sottentrava il principato degli Eruli, e dei Goti; indi quello dei Longobardi, che signoreggiarono l’Italia settentrionale per oltre due secoli (sino al 774), introducendovi li usi, i costumi e le istituzioni germaniche.

Là dove l’Adda corre verso mezzodì avvallata fra le sponde, formando una curva pericolosa alla navigazione, vuolsi che questi ultimi invasori erigessero sopra uno scosceso poggio calcareo, disposto a foggia di penisola, una rocca a proteggere la Brianza dalle scorrerie degli Orobj; e la tradizione riferisce il fatto all’epoca di Teodolinda.

Durante il dominio dei Carolingi e dei successivi re d’Italia, il forte non ebbe che una piccola torre tenuta da alcuni baroni lombardi.

Il nostro borgo al pari di Lomagna, Besana, Agliate, Mandello, Carimate, Mariano, Asso e Civenna ebbe capitani proprj, la cui istituzione è anteriore ai due capitanati di Carcano e di Pirovano con Missaglia stabiliti sul finire del secolo X.

Contemporaneamente il contado della Bazana che costituiva fin dal 962 una circoscrizione territoriale a sè, comprendeva le tre pievi di Gorgonzola, Pontirolo e Corneliano, ed aveva per capoluogo Trezzo che divenne così il centro degli affari di maggiore importanza.

In un documento del 15 di genajo del 998, è parola d’un ardua lite insorta per alcune terre fra Luitfredo vescovo di Tortona e i conjugi Riccardo e Valdrada. La controversia fu ultimata con un duello tra l’avvocato del vescovo e lo stesso Riccardo alla presenza dell’imperatore Ottone III in Pavia. Riuscì vincitore il prelato che diede una parte di queste terre in dono all’imperatore, vendendo l’altra ad Ottone di Franconia padre del pontefice Gregorio V. Fra queste ultime erano comprese la metà della corte, il castello, la chiesa di S. Giorgio, le cappelle, le case e i servi di Cornate, metà del castello detto rocca, e diversi possedimenti in Verderio, Pozzo, Trezzo, Concesa, Imbersago, Busnago, ec.

Già in que’ tempi parecchie cospicue famiglie sceglievano Trezzo per loro dimora e vi avevano ampie tenute. Nel 1074 morì in Milano un giovine e nobile cavalliere per nome Afberto il quale fu sepolto in S. Nazaro Pietra Santa. Dai suo epitafio, tuttora esistente in quella chiesa, detto è che lasciò ad essa alcuni poderi ne’ territorj, di Vermezzo, Gorla Minore, Castegnate, Abbiate, Marnate, Mariano, Landriano e Trezzo, sottoponendola perciò ad alcuni oneri. Così pure tra i signori di Trezzo contavasi un Bellebuono che donò nel 1135 al monastero di Chiaravalle i suoi poderi in Gessate, i quali furono poi cambiati con la grangia di Villione.

Capitolo II

ct Casi di Trezzo, imperante il Barbarossa. — Cenni sul contado della Bazana.

L’imperatore Federico Barbarossa scese per la seconda volta in Lombardia nel luglio del 1158 accompagnato da Ladislao re di Boemia e da molti duchi, marchesi, conti, baroni, cavallieri, e prelati. Attraversato il Bresciano, presto fu alle rive dell’Adda. Qui trova distrutti i ponti di cui il principale era a Cassano, e vede l’opposta riva del fiume custodita da mille cavallieri milanesi pancerati, oltre una folla di arceri e frombolieri. Federico tuttavia pianta qui la sua tenda. Ad una distanza di mille passi, verso la foce del fiume, pongono i loro alloggiamenti Ladislao re di Boemia, Tebaldo, e Daniele vescovo di Praga. — Mentre l’imperatore si rifocilla, un boemo per nome Odolen, insieme con due compagni cerca un guado per passare, e, non trovandolo, spinge arditamente il suo cavallo nel fiume. Un de’ compagni lo segue; l’altro, avesse un cavallo, o un cuor debole, ritorna alla riva. Intanto i primi due sono in piena balia delle onde, sopra le quali or appajono le persone loro, ora i cavalli; pur finalmente giungono a toccare illesi la sponda destra. All’udire il fatto, il re Ladislao

spiccasi dalla mensa, fa dar ne’ tamburi e prender Tarmi; egli stesso, alla testa di tutta la cavalleria boema, entra nei fiume rapido e profondo, e valorosamente lo varca, perdendo non pochi cavallieri. De’ Tedeschi partecipò a questo passaggio, avvenuta a Cornegliano, il solo duca di Dalmazia. Ladislao precipita subito colla cavalleria sui Milanesi accerchiandoli da ogni lato. Un gran numero cade occiso; altri molti rimangono prigionieri; il clamore dei Boemi vittoriosi si mesce ai gemiti degli sconfitti Italiani. Fugato quindi il resto di essi, i Boemi più trasportati dall’allegrezza per il bel fatto d’armi, che mossi dal pensiero di far preda, appiccano il fuoco a castella e villaggi dovunque possono. Intanto il re di Boemia recasi al ponte dell’imperatore per ristorarlo. Ed egli e l’imperatore vi portano legname, ma il sopragiungere delle tenebre interrompe il lavoro; e il re, appostata una forte guardia contro i Milanesi, passa la notte co’ suoi a cielo scoperto. Spuntò finalmente il di 24 che doveva recargli una vittoria inattesa; perocchè, mentre il matino i Boemi ajutano l’imperatore nella ricostruzione del ponte, giunge la notizia che l’esercito de’ Milanesi, spedito a difendere il passo dell’Adda, è già in marcia contro li imperiali. Datosi di piglio alle armi, una scelta schiera di cavallieri precorre a riconoscere il numero de’ nemici. Abbattutasi questa in un grosso corpo di Milanesi, incontra una vigorosa resistenza; tuttavia l’impeto boemo rimane superiore. Era questa una seconda divisione di Milanesi postata presso Gorgonzola, dove fu sorpresa e messa in fuga. Alcherio da Vimercate, Arderico Visconti, Robacastello, Monaco de’ Abonis, Tancherio Basabelleta, e altri cospicui milanesi caddero prigionieri; anzi, a detta de’ nostri storici, furono dall’imperatore fatti appendere. I Boemi inseguono il vinto più che loro è possibile; ma pur tra loro molti sono feriti. Oltre un ingente numero di morti, 70 nobili milanesi caddero nelle mani dei vincitori che, giubilando, li traggono al re Ladislao. Questi affida i prigionieri ad una forte guardia imperiale, e con un gran numero de’ suoi lavora al riparo del ponte principale. Compíta l’opera, Federico move pel ponte con un eletto drappello in ajuto del re. Un’altra schiera di Boemi ristora un altro ponte, ma per la gran calca buon tratto di esso rovina, sicchè molti Boemi ed Ungheresi trovano nella rapida corrente la morte. Ma Daniele vescovo di Praga, pronto sempre al servizio del suo principe, sprezzando il pericolo, sale il ponte e, anche su questo, porge ai feriti i conforti della religione. Concorsa però di nuovo sul ponte rinnovato soverchia folla di Boemi, nè potendone alcuno frenar l’impeto, lungo tratto di quello s’infrange per la seconda volta e con un maggior numero di vittime. Io però (così continua il racconto Vincenzo da Praga) non oso affrontare tal pericolo, e più badando a salvarmi che a far l’audace, insieme col seguito de’ miei camerati e coi Pavesi che conducevano il fodro alle truppe dell’imperatore, e conoscevano le vie ed i ponti, mi reco agli alloggiamenti del duca di Carinzia, che nella parte superiore del fiume erasi impadronito di un luogo forte rimpetto al Castello di Trezzo, e così vi passai la notte come permetteva la circostanza. Il dì successivo poi (25) ch’era la festa di S. Giacomo, coll’accennato séguito, essendo salve tutte le nostre cose, passammo sicuramente il fiume pel ponte dell’imperatore, e così giungemmo alle tende del nostro re e del vescovo, dove apprendemmo essere naufragati molti, e tra questi Mladorca scudiere del nostro vescovo. Dopo questa battaglia seguì anche la presa dei Castello di Trezzo.. Lasciatovi a guardia buona mano di Teutonici, l’imperatore fe’ erigere tre torri robuste: una delle quali sorgeva ancora a’ nostri giorni e si chiamava la Torre Nera. Egli, passato quindi a Monza, vi radunò a consiglio i signori della Brianza, di Lecco e delle terre vicine, proponendo loro di far causa commune con lui; poi ritornò a Trezzo, dove pose un presidio di cento militi capitanati da Corrado di Maze, e Rodegerio. Questi commandanti già nell’anno appresso avevano desto il malcontento de’ Milanesi coll’infestarne i possessi situati ne’ contorni dell’Adda saccheggiando, esigendo indebiti tributi, e usando violenze contro li abitatori sino alla pieve di Segrate.

Dichiarati i Milanesi ribelli all’impero, perchè si rifiutarono di ricevere il podestà loro assegnato, e volendo essi in qualche modo sfuggire alla disgrazia che li minacciava, si recarono tosto a Trezzo nell’intento non solo di riconquistare quell’importantissima posizione strategica, ma ancora per liberare que’ borghigiani dalle militari vessazioni. Perciò arrivati (13 d’aprile, 1159), circondarono strettamente la fortezza quadrata e tosto si diedero chi a scalar le mura, chi a percuoterla con bolcioni e cogli arieti, e chi a lanciarvi pietre e materie combustibili. Sorpresi ed atterriti gli imperiali da così inaspettato assalto, dopo tre giorni di continuo combattimento dovettero arrendersi. Tutti i militi tedeschi col loro commandante Rodegerio, caduti prigionieri, furono tradutti a Milano. Ma ciò non valse a intimorire Federico, il quale nel 1160 portò la desolazione e lo spavento a Pontirolo, donde, passato a Fara, conquistò anche quel castello. Nel maggio del 1162 i Milanesi dopo varie e disgraziate vicende assediati nella loro città, dovettero arrendersi a discrezione; cosicchè anche il Castello di Trezzo ricadde in potere di Federico il quale vi assegnò il conte Marcoaldo di Wenibac e Ruino, in- caricati di riscuotere i tributi spettanti all’imperatore in tutta la Martesana e nel Bergamasco fino a Rivoltasecca. Tali balzelli e vessazioni continuarono finchè la Lega Lombarda vinse il Barbarossa nella famosa battaglia di Legnano.

Mentre poi nel 1163 Enrico di Svevia residente a Monte Ghezone o sia Lodi Nuovo, andava raccogliendo tutti i frutti delle terre milanesi poste in quel contado, il Wenibac, che dimorava a Trezzo, faceva lo stesso fino alla Molgora. La giurisdizione del governatore di Trezzo si estendeva allora sino a questo fiume, senza toccare la Martesana, come il provano le precise parole dello storico Sire Raul: Marquardus de Wenibac, qui Tricium morabatur asque ad Morgoram idem faciebat: comes Gozonus in Seprio et Martesana secundum predvtum modum colligebat. La regione adunque interposta a Trezzo, cioè all’Adda e alla Molgora, non apparteneva alla Martesana dipendente da un diverso governatore. Ciò prova che oltre quest’ultimo contado ve ne aveva nel Milanese un altro detto della Bazana e di cui gli storici anteriori lasciano incerti i confini. Ma senza dubio era vicino al contado-Martesana con cui fu poi unito. Vero è che non si trova indicata la precisa epoca di tale unione; ma in una pergamena del 1374 del 19 di genajo, serbata nell’archivio del mar- chese Giacomo Trivulzio, appajono già i due contadi come dipendenti da un solo vicario. E quindi verisimile che il territorio fra l’Adda e la Molgora fino al Lodigiano, e di cui Trezzo era capo luogo, costituisse appunto il contado della Bazana.

I due contadi concentrati crebbero in processo di tempo fino ad occupare tutto l’agro milanese a mezzogiorno, levante, tramontana, restando alla città i soli corpi santi. Tuttavia Giovanni Galeazzo Visconti signore di Milano, con editto del 12 d’ottobre del 1385, assegnò al governo del podestà di Milano una zona larga più millia verso la capitale, togliendola alla giurisdizione di quei contadi rurali. Dalle unite Martesana e Bazana levò egli le pievi di Bruzzano e di Bollate, una buona parte di quelle di Desio, di Gorgonzola e di Vimercate, la corte di Monza e le pievi di Merate, Segrate, S. Donato, S. Giuliano di Locate, Settala, Rosate e Decimo, poi di Binasco nel governo laico, e di Lachiarella nell’ecclesiastico. Quanto alle pievi che prima erano del contado proprio di Milano e furono poi occupate dalla Martesana e della Bazana, non si può distinguere quelle che appartenevano alla prima o alla seconda; il che vale anche per l’altre aggregate al Seprio ed alla Bulgaria.

La denominazione di contado della Martesana e della Bazana vigeva ancora a’ tempi di Carlo V, ma il nome principale a poco a poco restò solo, per il che, all’epoca in cui scriveva il , quello di Bazana era quasi ignoto.

Ritorniamo ai fatti di guerra. Non andò molto che i Milanesi, unitisi alla meglio e raccolti quanti più strumenti bellici poterono, mossero di nuovo contro il nostro forte. Essi costrussero un valido castello di legno ed un ponte sull’Adda, e indi strinsero la rôcca di assedio per più di due mesi, cioè fino al 10 d’agosto del 1167, quando i loro replicati sforzi furono coronati da una completa vittoria. Allora i tedeschi difensori, saputo che Federico cui aveano spedito messi, non poteva soccorerli e che, se persistevano più oltre in una inutile resistenza, sarebbero caduti nelle mani dei Milanesi e passati per le armi, capitolarono a condizione di aver salva la vita. Rumo e li altri officiali furono tradutti a Milano e posti in carcere. Entrati i Milanesi e i Bergamaschi nel castello, lo spogliarono dei vasellami d’oro e d’argento e di tutte le ricchezze che lo stesso Federico aveva colà accumulate colle depredazioni, e poi lo minarono in gran parte, sebbene godesse fama di esser uno dei migliori di Lombardia. Ma più che la perdita del Castello di Trezzo afflisse Federico la notizia dell’alleanza dei Lodigiani coi Milanesi, e il timore di una lega ai suoi danni di tutte le città lombarde.

Capitolo III

ct Gherardo da Sessa in Trezza. — Passaggio pel borgo di papa Innocenzo IV. — Lotte contro Federico II ed Ezzelino da Romano. — Signoria dei Tormani: conflitti tra i nobili e i plebei.

La malconcia rôcca fa lasciata in abbandono e in breve divenne ricettacolo di malfattori e di pipistrelli. Fu solo nel 1211 che il cardinale Gerardo da Sessa legato della Santa Sede e poi arcivescovo di Milano, scelse il Castello di Trezzo per luogo di sua dimora campestre, facendolo alla meglio restaurare. Colà il 20 d’aprile di quell’anno lo stesso Gerardo scrisse una lettera in cui ordina ai diocesani di non impedire agli Umiliati i loro pubblici parlamenti e le scuole per utilità delle anime.

Dal cardinale legato la rôcca passò in possesso di vari signori, fra cui vuoisi che fosse un Guazzone di San Gervasio, il quale vi fece costruire di fronte a cotesto villaggio un ponte ad un solo arco per valicare l’Adda.

Allorchè i Milanesi seppero che Federico II mi- nacciava di rinnovare in Italia i disastri dell’Enobarbo, composti li interni dissidii, giurarono di nuovo i capitoli della lega Lombarda. Le milizie poste a custodia del Castello di Trezzo e una scelta truppa di giovani della Bazana furono fra le prime che nel 1239 investirono con felice successo, segnalandosi più di tutti i Bazaniti, la squadra dei Saraceni aggregata all’esercito imperiale.

Il Pontefice Innocenzo IV di ritorno da Lione, prese la via di Milano, dove, nel 1251, dimorò più di due mesi. Se ne partì circa la metà di settembre; riposò la notte nella canonica di Crescenzago, indi passò a Trezzo dove fu accolto festosamente dagli abitanti; attraversato il Bergamasco, proseguì il suo viaggio alla volta di Brescia.

Suscitatesi in Milano nuove discordie tra i patrizi e i plebei, i primi s’appigliarono all’orribile disegno di chiamare in loro soccorso Ezzelino da Romano, a cui volevano assuggettare anche la metropoli. Unitisi quindi al feroce signore di Padova, con lui passarono l’Adda a Vaprio il 17 di settembre del 1259, movendo difilato a Milano, Ma tornate vane ad Ezzelino le speranze di occuparla per sorpresa e i tentativi d’insignorirsi di Monza, si rivolse contro Trezzo, altro però non ottenendo a sfogo della sua vendetta che di incendiare alcuni casolari vicini al castello. Tuttavia, non sapendo egli risolversi ad abbandonare il Milanese, confidando sempre d’aver nuovi soccorsi dai capitani e valvassori, pose il quartiere a Vimercate, indi occupò il ponte di Cassano per assicurarsi alla peggio un’opportuna ritirata. Ma in breve tempo comparve l’esercito alleato dei Cremonesi, Ferraresi e Mantovani, condutto dal marchese Uberto Pallavicino e da Buoso da Dovera, i quali dopo un accanito combattimento si impadronirono del ponte. D’altra parte sopraggiunse Martino della Torre coi Milanesi da Monza, chiudendo così ogni via di scampo ai nobili fuorusciti. Allora il tiranno, accortosi d’essere da’ suoi fautori abbandonato, e accerchiato da due eserciti, per aprirsi ad ogni costo un passo, mosse con impeto contro il ponte di Cassano. Già egli aveva costretti li alleati a ritirarsi, quando gli toccò una grave ferita nel piede sinistro; non iscoraggiato per questo, continuava ancora a combattere, finchè, ricevuta una seconda ferita nel capo, cadeva prigioniero. Trasportato dai vincitori a Soncino, ebbesi tutte le cure che l’arte medica sapeva suggerire, ma inasprendosi ognor più le ferite, cessò di vivere l’8 di ottobre.

Intanto i nobili eransi riparati su quel di Bergamo e speranzosi di ritornare in patria, afforzati con soccorsi da quella città, vennero nel 1261 al di qua dell’Adda e saccheggiarono Licurti. A tale notizia, il podestà di Milano, Guglielmo Pallavicino con la milizia delle porte Orientale, Nuova, e Ticinese corse alle sponde dell’Adda tra Vaprio e Trezzo. I soldati volevano passar oltre a dare il guasto, ma il podestà inviò alcuni a Bergamo per chiedere soddisfazione della ricevuta ingiuria, lasciando a que’ cittadini due giorni di tempo a risolvere. I Bergamaschi, avvedutisi dell’errore commesso provocando una città così potente, spedirono per la via di Trezzo quaranta ambasciatori al campo milanese per iscusare la loro condutta.

Il Tornano allora intimò che dovessero congedare tutti i Milanesi proscritti, e indennizzare li abitanti di Aicurzio. A questi patti fu stabilita la pace. I Milanesi esuli in numero di circa novecento, espulsi anche da Bergamo, ripararono al Monte di Brianza, e si chiusero nel forte castello di Tabiago, dove pure assediati dovettero infine arrendersi per difetto di viveri. La fortezza fu tosto ruinata e i prigionieri tradutti su carri a Monza, indi a Milano. A Martino della Torre ed ai maggiorenti è dovuto se alcuni cambiarono il patibolo coll’esiglio. Degli altri che furono incarcerati, quale fu posto nel castello di Stezzano, quale in quello di Trezzo, chi nel campanile di Vimercate, e chi finalmente in Milano nella torre della porta di Sant’Ambrogio e in quella di Porta Nuova. È da quest’epoca in poi che il forte di Trezzo accolse quasi di continuo illustri prigionieri di Stato. Quei nobili che andarono salvi dalla sventura toccata a loro fratelli, cercarono un rifugio nel castello di Brivio; dove, sebbene stretti da un vigoroso assedio, resistettero a lungo col coraggio della disperazione; finalmente, caduti in potere dei vincitori, grazie ancora alla mitezza d’animo di Martino Torriano, alcuni sostennero solo l’esiglio, ed altri la prigionia nel Castello di Trezzo.

Ma per la morte di Martino, seguita nel 1263, la sorte di quelli infelici peggiorò. Il 4 di febrajo del 1266 furono levati dal Castello di Trezzo ventotto prigionieri e condutti a Milano, dove, per commando di Napo della Torre, venivano decapitati sulla piazza di S. Dionigi. Tanto sangue di nobili versato destò l’orrore e l’indignazione persino fra gli stessi Guelfi. Li esuli disgraziati proseguivano anche nel 1275 i loro maggiori sforzi per rientrare in patria, riacquistare i beni confiscati e prendersi la rivincita sul loro nemico. Soccorsi da quelle milizie provenzali ch’erano venute nel Milanese per ordine del re Carlo d’Angiò, minacciarono anche il passo di Trezzo, ma trovarono il ponte e il castello difesi da buon numero di militi.

Mentre nel luglio del 1278 duecento fra Milanesi e Martesani stavano costruendo un ponte sull’Adda, sorpresi da una banda di popolani, furono fatti prigionieri. Cassone Torriano capo degli assalitori li fe’ slegare; e, postone uno fra ogni due de’ suoi soldati, li costrinse così a battersi contro i Visconti. Un tale stratagemma, che accrebbe le sue forze, gli giovò non poco per impadronirsi in breve dei castelli di Cassano, di Vaprio e di Trezzo non solo, ma anche dell’alta Brianza e del Piano d’Erba. De’ varii prigioni fatti in quella pugna sanguinosa e tradutti nella rôcca di Trezzo, Cassone rimandò liberi i Milanesi, e rinchiuse nella Torre Nera di Barbarossa i Comaschi, mettendoli poi crudelmente a morte per vendicare l’ignominioso fine di Napo Torriano nella torre di Baradello.

In tale frangente l’arcivescovo Ottone Visconti non ebbe altro scampo che di ricorrere al marchese di Monferrato, il quale sul principio del 1279 con l’esercito de’ Milanesi si trasferì a Trezzo e poi a Vaprio, dove trovò il nemico preparato a resistergli vivamente. Poco dopo, il marchese, avvertito da una falsa spia che Vaprio era quasi sguernito di truppe, corse ad assalirlo; ma accortosi, dopo gravi perdite di uomini, d’essere stato ingannato, ritornò a Trezzo. Qui coi nuovi soccorsi sopragiuntigli potè impadronirsi del castello ed occuparsi a ristorare il ponte.

In allora Beltramo Greco e Alberto d’Imola, ambasciatori di Bergamo, venuti a Trezzo, proposero al marchese di stabilire coi Torriani una tregua, la quale ebbe luogo il 24 di genajo. Bello era il vedere allora gran numero di Milanesi visitare i Torriani, pei quali nutrivano una forte simpatia. Ma ciò non piaceva al detto marchese che alla fine con una mazza percoteva qua e colà i Torriani, loro ingiungendo che si allontanassero dal borgo di Trezzo. Questi infatti passarono l’Adda, recandosi a Treviglio, a Casirate e ad altre terre circostanti.

Capitolo IV

ct Signoria de Visconti; Ottone e Matteo — Azzone, Luchino e Giovanni — Prigionia e morte di Barnabò nel Castello.

La prepotenza di Matteo Visconti indusse Lodi e Crema a staccarsi da lui, e a richiamare i Torriani. Matteo, visto il nembo che gli minacciava la ruina, accorse col suo esercito a Melegnano (1 di settembre del 1294), indi, passata la Muzza, entrò sulle terre de’ Lodigiani, e vi fece senza ostacoli un ricco bottino. Quelli alla loro volta, credettero (il 25 detto) di ottenere la rivincita con una scorreria nel Milanese Ano a Pantelliate, ma l’esito fu ben diverso dall’aspettato, perchè dopo i primi scontri dovettero fuggire in disordine, lasciando in mano de’ Milanesi duecento prigionieri, fra cui Imberale della Torre, due figli di Uberto da Ozeno e Lupo Porenzone; alcuni de’ quali furono posti nelle carceri di Trezzo, ed altri in quelle di Stezzano. Ottone frattanto aveva spedito rinforzi al castello di Cassano spettante alla mensa arcivescovile, per difenderlo contro li altri nemici de’ Milanesi.

Morto Ottone Visconti nel 1295, gli successe nella signoria di Milano il nipote Matteo, che fu poi costretto a cederla a Guido della Torre. Mentre il Visconti era esule, tentò nel 1306 di rientrare nello Stato coll’ajuto de’ Veronesi, Bresciani, Bergamaschi e de’ fuorusciti milanesi, ma visto che i passi di Trezzo e di Vaprio erano guardati da numerosa soldatesca, non osò avventurarsi ad un combattimento. Ed ecco i Torriani imbaldanzire sempre più, massime che tutto il Milanese erasi dichiarato in loro favore. Ma il popolo non era unanime ne’ suoi voleri, chi parteggiava per Guido e chi per l’arcivescovo Cassone suo cugino. Il primo (nell’ottobre del 1309) radunò nella metropolitana di Milano tutti i Torriani, indi fece chiudere le porte della città ed arrestare il detto arcivescovo insieme co’ suoi fratelli Pagano, Edoardo e Moschino accusati d’aver trainato contro Guido e lo Stato. Napino, altro dei fratelli di Cassone, a tale dolorosa notizia, mentre stava in campagna ad addestrar falconi, si riparò nel forte di Trezzo di cui era castellano Rainaldo suo fratello. Munitisi quivi a dovere, si disponevano a sostenere una lotta, piuttosto che cedere alle milizie di Guido. Se non che, lasciati liberi i prigionieri (1310) e riconciliatesi le due discordi famiglie della Torre, si radunarono in un consiglio, ove tutti giurarono insieme con l’arcivescovo che non moverebbero mai guerra a Guido ed al Commune di Milano e ne rispetterebbero il dominio.

Ciò conchiuso, il Castello di Trezzo venne dato in potere di Pagano della Torre vescovo di Padova. Langosco di Fissiraga e Napino della Torre si ritirarono a Bergamo, asportando seco dal medesimo forte quanto vi avevano di più prezioso.

Rappacificatisi i Torriani anche coi Visconti, fu stabilito, fra le altre cose, che Matteo non lascerebbe inquietare nè dal Commune di Milano, riè da altre republiche i fratelli dell’arcivescovo Cassone sopra la giurisdizione di Trezzo, Vaprio, Bregnano oltre Adda e Castelletto — che colle sue forze agirebbe in modo che il castello e la torre e il territorio di Trezzo rimanessero all’arcivescovo ed ai suoi fratelli — e, per quanto gli fosse dato, difenderebbe i loro beni. Ma lo scaltro Matteo, il quale aveva già fermo in cuor suo di sciogliersi da questa alleanza, accusò i Torriani come ribelli alla corona imperiale; sicchè Enrico VII non solo li abbandonò, ma protesse i loro nemici. D’allora in poi tutti li sforzi dei Torriani per riacquistare il dominio tornarono inutili. Questo illustre casato, geloso delle popolari franchigie, visse a Milano da semplice privato, cadendo a poco a poco nell’oscurità.

Galeazzo; assunto l’anno appresso al sommo potere, s’impegnava tosto in una guerra col papa (febrajo 1322). I capitani pontifici con la loro milizia di fresco raccolta tentarono di passar l’Adda a Cassano, a Vaprio, ed a Trezzo. Dopo alcuni scandagli scelsero il guado di Bagna, due millia sopra il nostro borgo. Primi a passarlo furono Verzusio Landi con li esuli milanesi, fra cui Simone Crivello e Francesco da Garbagnate con cinquecento militi. Assaliti da Marco Visconti e caduti prigioni, gli furono con condutti innanzi; ma la loro presenza destò in lui tale ira che tosto li uccise come traditori della patria. Ingrossatesi le milizie papali, ed avendo quasi tutte guadato il fiume, Marco, non potendo resistere alle loro forze di gran lunga superiori alle sue, si ritirò a Milano. Allora i Guelfi, conquistarono Cassano, Vaprio e Trezzo, e il 28 di febrajo del 1323 giunsero a Vimercate. Occupata quindi anche Monza, i Milanesi, sebbene spiegassero un raro valore, non riuscirono a racquistarla. E però certo che nell’anno appresso Galeazzo, a cui stava a cuore la distruzione del ponte di Vaprio, visto che i nemici avevano abbandonata l’altura per difendere il passo dell’Adda, spedì colà un corpo di militi che appiccarono il fuoco al borgo. I Guelfi per ciò atterriti non opposero più resistenza, e sbandati si gettarono sulla sinistra del fiume, il che impedì loro di congiungersi cogli occupatori di Monza. Per questa battaglia anche Cassano e Trezzo ritornarono in potere di Galeazzo I, il quale s’impadronì di Monza (10 di novembre, 1324) dopo otto mesi di assedio.

È noto come, dopo le signorie di Azzone Vi- sconti e di Luchino, l’arcivescovo Giovanni chiamasse eredi al sommo potere i suoi nipoti Matteo, Galeazzo e Barnabò; e, morto il primo dei tre, i superstiti fratelli se ne dividessero fra loro i possedimenti.

Già prima di quest’epoca, come appare da un editto del 18 di genajo del 1346, in cui sono descritti i transiti o traversi occupati da un connestabile con stipendiati, e da un anziano de’ dazi coi finanzieri, il borgo di Trezzo era nel numero di quelli compreso.

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