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La prima edizione è del 1822, Milano, per Vincenzo Ferrario. Ristampata varie volte da altri, in Italia e all’estero (è quasi doveroso segnalare l’accuratissima edizione: Opere poetiche | di | Alessandro Manzoni | con | prefazione | di | Goethe. || Jena | per Federico Frommann | 1827), il Manzoni la ristampò per suo conto, con qualche ritocco, nel 1845, nel volume dello Opere varie; e da ultimo, nel 1870. Seguiamo queste due ristampe autentiche, segnando a piè di pagina le varianti della prima edizione. I ritocchi, anche minimi, d’un così diligente e minuzioso stilista, non ci paiono privi d’interesse. Tuttavia, questa è la prima volta, crediamo, ch’essi siano tutti rilevati e inventariati. Ricordiamo però che delle incoerenze fra la posteriore teoria sulla lingua, professata e propugnata dal Manzoni, e la lingua da lui adoperata noi componimenti poetici, ebbe già a discorrere, succintamente ma con l’usato acume e la singolare dottrina, il D’Ovidio (Le correzioni ai Promessi Sposi e la questione della lingua; 4ª ediz.; Napoli. Pierro, 1895; p. 208-10).
Indice
Adelchi, tragedia
La prima edizione è del 1822, Milano, per Vincenzo Ferrario. Ristampata varie volte da altri, in Italia e all’estero (è quasi doveroso segnalare l’accuratissima edizione: Opere poetiche | di | Alessandro Manzoni | con | prefazione | di | Goethe. || Jena | per Federico Frommann | 1827), il Manzoni la ristampò per suo conto, con qualche ritocco, nel 1845, nel volume dello Opere varie; e da ultimo, nel 1870. Seguiamo queste due ristampe autentiche, segnando a piè di pagina le varianti della prima edizione. I ritocchi, anche minimi, d’un così diligente e minuzioso stilista, non ci paiono privi d’interesse. Tuttavia, questa è la prima volta, crediamo, ch’essi siano tutti rilevati e inventariati. Ricordiamo però che delle incoerenze fra la posteriore teoria sulla lingua, professata e propugnata dal Manzoni, e la lingua da lui adoperata noi componimenti poetici, ebbe già a discorrere, succintamente ma con l’usato acume e la singolare dottrina, il D’Ovidio (Le correzioni ai Promessi Sposi e la questione della lingua; 4ª ediz.; Napoli. Pierro, 1895; p. 208-10).
Adelchi - Notizie storiche
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Nell’anno 568, la nazione longobarda, guidata dal suo re Alboino, uscì dalla Pannonia, che abbandonò agli Avari; e ingrossata di ventimila Sassoni e d’uomini d’altre nazioni nordiche, scese in Italia, la quale allora era soggetta agl’imperatori greci; ne occupò una parte, e le diede il suo nome, fondandovi il regno, di cui Pavia fu poi la residenza reale. Con l’andar del tempo, i Longobardi dilatarono in più riprese i loro possessi in Italia, o estendendo i confini del regno, o fondando ducati, più o meno dipendenti dal re. Alla metà dell’ottavo secolo, il continente italico era occupato da loro, meno alcuni stabilimenti veneziani in terra ferma, l’esarcato di Ravenna tenuto ancora dall’impero, come pure alcune città marittime della Magna Grecia. Roma col suo ducato apparteneva pure in titolo agli imperatori; ma la loro autorità vi si andava restringendo e indebolendo di giorno in giorno, e vi cresceva quella de’ pontefici. I Longobardi fecero, in diversi tempi, delle scorrerie su queste terre; e tentarono anche d’impossessarsene stabilmente.
754. — Astolfo, re de’ Longobardi, ne invade alcune, e minaccia il rimanente. Il papa Stefano II si porta a Parigi, e chiede soccorso a Pipino, che unge in re de’ Franchi. Pipino scende in Italia; caccia Astolfo in Pavia, dove lo as- sedia, e, per intercessione del papa, gli accorda un trattato, in cui Astolfo giura di sgomberare le città occupate.
755. — Ripartiti i Franchi, Astolfo non mantiene il patto, anzi assedia Roma, e ne devasta i contorni. Stefano ricorre di nuovo a Pipino: questo scende di nuovo: Astolfo corre in fretta alle Chiuse dell’Alpi: Pipino le supera, e spinge Astolfo in Pavia. Vicino a questa città, si presentarono a Pipino due messi di Costantino Copronimo imperatore, a pregarlo, con promesso di gran doni, che rimettesse all’impero le città dell’esarcato, che aveva riprese ai Longobardi. Ma Pipino rispose che non aveva combattuto per servire nè per piacere agli uomini, ma per divozione a san Pietro, e per la remissione de’ suoi peccati; e che, per tutto l’oro del mondo, non vorrebbe ritogliere a san Pietro ciò che una volta gli aveva dato. Così fu troncata brevemente nel fatto quella curiosa questione, sul diritto della quale s’è disputato fino ai nostri giorni inclusivamente: tanto l’ingegno umano si ferma con piacere in una questione mal posta. Astolfo, stretto in Pavia, venne di nuovo a patti, e rinnovò le vecchie promesse. Pipino se ne tornò in Francia, e mandò al papa la donazione in iscritto.
756. — Muore Astolfo: Desiderio, nobile di Brescia, duca longobardo, aspira al regno; raduna i Longobardi della Toscana, dove si trovava, speditovi da Astolfo, e viene da essi eletto re. Ratchis, quel fratello d’Astolfo, ch’era stato re prima di lui, e s’era fatto monaco, ambisce di nuovo il regno; esce dal chiostro, fa raccolta d’uomini, e va contro Desiderio. Questo ricorre al papa; il quale, fattogli promettere che consegnerebbe le città già occupate da Astolfo, e non ancora rilasciate, consente a favorirlo, e consiglia a Ratchis di ritornarsene a Montecassino. Ratchis ubbidisce; e Desiderio rimane re de’ Longobardi.
Non si sa precisamente in qual anno, ma certo in uno de’ primi del suo regno, Desiderio fondò, insieme con Ansa sua moglie, il monastero di san Salvatore, che fu poi detto di santa Giulia, in Brescia: Ansberga, o Anselperga, figlia di Desiderio, ne fu la prima badessa.
758. — Alboino, duca di Benevento, e Liutprando, duca di Spoleto, si ribellano a Desiderio, mettendosi sotto la protezione di Pipino. Desiderio gli attacca, gli sconfigge, fa prigioniero Alboino, e mette in fuga Liutprando. In quest’anno, o nel seguente, fu associato al regno il figliuolo di Desiderio, nelle lettere de’ papi e nelle cronache chiamato Adelgiso, Atalgiso, o anche Algiso, ma negli atti pubblici, Adelchis.
Nell’anno 768, morì Pipino: il regno de’ Franchi fu diviso tra Carlo e Carlomanno suoi figli. Le lettere a Pipino, di Paolo I e di Stefano III, successori di Stefano II, sono piene di lamenti e di richiami contro Desiderio, il quale non restituiva le città promosse, anzi faceva nuove occupazioni.
770. — Bertrada, vedova di Pipino, desiderosa di stringer legami d’amicizia tra la sua casa e quella di Desiderio, viene in Italia, e propone due matrimoni: di Desiderata o Ermengarda, figlia di Desiderio, con uno de’ suoi figli, e di Gisla sua figlia con Adelchi. Stefano III scrive ai re Franchi la celebre lettera, con la quale cerca di dissuaderli dal contrarre un tal parentado. Cionnonostante, Bertrada condusse seco in Francia Ermengarda; e Carlo, che fu poi detto il magno, la sposò. Il matrimonio di Gisla con Adelchi non fu concluso.
771. — Carlo, non si sa bene per qual cagione, ripudia Ermengarda, e sposa Ildegarde, di nazione Sveva. La madre di Carlo, Bertrada, biasimò il divorzio; e questo fu cagione del solo dissapore che sia mai nato tra loro. Muore Carlomanno: Carlo accorre a Carbonac nella Selva Ardenna, al confine de’ due regni: ottiene i voti degli elettori: è nominato re in luogo del fratello; e riunisce così gli stati divisi alla morte di Pipino. Gerberga, vedova di Carlomanno, fugge co’ suoi due figli, e con alcuni baroni, e si ricovera presso Desiderio. Carlo ne fu punto sul vivo.
772. — A Stefano III succede Adriano. Desiderio gli spedisce un’ambasciata per chiedergli la sua amicizia: il nuovo papa risponde che desidera di stare in pace con quel re, come con tutti i cristiani; ma che non vede come possa fidarsi d’un uomo il quale non ha mai voluto adempir la promessa, fatta con giuramento, di rendere alla Chiesa ciò che le appartiene. Desiderio invade altre terre della Donazione.
ct 772-774. — Mentre Carlo combatteva contro i Sassoni, ai quali prese Eresburgo (secondo alcuni, Stadtberg nella Vestfalia), Desiderio, per vendicarsi di lui, e inimicarlo a un tempo col papa, pensò d’indur questo a incoronar re de’ Franchi i due figli di Gerberga; e gli propose, con grande istanza, un abboccamento. Per un re barbaro e di tempi barbari, il ritrovato non era senza merito. Ma Adriano si mostrò, come doveva, alienissimo dal secondare un tal disegno; del resto, disse d’esser pronto ad abboccarsi col re, dove a questo fosse piaciuto, quando però fossero state restituite alla Chiesa le terre occupate. Desiderio ne invase dell’altre, e le mise a ferro e a fuoco. In tali angustie, e dopo avere invano spedita un’ambasciata, a supplicarlo e ad ammonirlo, Adriano mandò un legato a chieder soccorso a Carlo. Poco dopo, arrivarono a Roma tre inviati di questo, Albino suo confidente, Giorgio vescovo, e Wulfardo abate, per accertarsi se le città della Chiesa erano stato sgomberate, come Desiderio voleva far credere in Francia. Il papa, quando partirono, mandò in loro compagnia una nuova ambasciata, per fare un ultimo tentativo con Desiderio; il quale, non potendo più ingannar nessuno, disse che non voleva render nulla. Con questa risposta i Franchi se ne tornarono a Carlo, il quale svernava in Thionville, dove gli si presentò pure Pietro, il legato d’Adriano.
Circa quel tempo, dovette il re de’ Franchi ricevere una men nobile ambasciata, inviatagli segretamente da alcuni tra’ principali longobardi, per invitarlo a scendere in Italia, e ad impadronirsi del regno, promettendogli di dargli in mano Desiderio e le sue ricchezze.
Carlo radunò il campo di maggio, o, come lo chiamano alcuni annalisti, il sinodo, in Ginevra; e la guerra vi fu decisa. S’avviò quindi con l’esercito alle Chiuse d’Italia. Erano queste una linea di mura, di bastite e di torri, verso lo sbocco di Val di Susa, al luogo che serba ancora il nome di Chiusa. Desiderio le aveva ristaurate e accresciute; e accorse col suo esercito a difenderle. I Franchi di Carlo vi trovarono molto maggior resistenza, che quelli di Pipino. Il monaco della Novalesa, citato or ora, racconta che Adelchi, robusto, come valoroso, e avvezzo a portare in battaglia una mazza di ferro, gli appostava dalle Chiuse, e piombando loro addosso all’improvviso, co’ suoi, percoteva a destra e a sinistra, e ne faceva gran macello. Carlo, disperando di superare le Chiuse, nè sospettando che ci fosse altra strada per isboccare in Italia, aveva già stabilito di ritornarsene, quando arrivò al campo de’ Franchi un diacono, chiamato Martino, spedito da Leone, arcivescovo di Ravenna; e insegnò a Carlo un passo per scendere in Italia. Questo Martino fu poi uno de’ successori di Leone su quella sede.
Mandò Carlo per luoghi scoscesi una parte scelta dell’esercito, la quale riuscì alle spalle de’ Longobardi, e gli assalì: questi, sorpresi dalla parte dove non avevano pensato a guardarsi, e essendoci tra loro de’ traditori, si dispersero. Carlo entrò allora col resto de’ suoi nelle Chiuse abbandonate. Desiderio, con parte di quelli che gli eran rimasti fedeli, corse a chiudersi in Pavia; Adelchi in Verona, dove condusse Gerberga co’ figliuoli. Molti degli altri Longobardi sbandati ritornarono alle loro città: di queste alcune s’arresero a Carlo, altre si chiusero e si misero in difesa. Tra quest’ultime fu Brescia, di cui era duca il nipote di Desiderio, Poto, che, con inflessione leggiera, e conforme alle variazioni usate nello scrivere i nomi germanici, è in questa tragedia nominato Baudo. Questo, con Answaldo suo fratello, vescovo della stessa città, si mise alla testa di molti nobili, e resistette a Ismondo conte, mandato da Carlo a soggiogare quella città. Più tardi, il popolo, atterrito dalle crudeltà che Ismondo esercitava contro i resistenti che gli venivano nelle mani, costrinse i due fratelli ad arrendersi.
Carlo mise l’assedio a Pavia, fece venire al campo la nuova sua moglie, Ildegarde; e vedendo che quella città non si sarebbe arresa così presto, andò, con vescovi, conti e soldati, a Roma, per visitare i limini apostolici e Adriano, dal quale fu accolto come un figlio liberatore. L’assedio di Pavia durò parte dell’anno 773 e del seguente: non credo che si possa fissar più precisamente il tempo, senza incontrar contradizioni tra i cronisti, e questioni inutili al caso nostro, e forse insolubili. Ritornato Carlo al campo sotto Pavia, i Longobardi, stanchi dall’assedio, gli apriron le porte. Desiderio, consegnato da’ suoi Fedeli al nemico, fu condotto prigioniero in Francia, e confinato nel monastero di Corbie, dove visse santamente il resto de’ suoi giorni. I Longobardi accorsero da tutte le parti a sottomettersi, e a riconoscer Carlo per loro re. Non si sa bene quando si presentasse sotto Verona: al suo avvicinarsi, Gerberga gli andò incontro co’ figli, e si mise nelle sue mani. Adelchi abbandonò Verona, che s’arrese; e di là si rifugiò a Costantinopoli, dove, accolto onorevolmente, si fermò: dopo vari anni, ottenne il comando d’alcune truppe greche, sbarcò con esse in Italia, diede battaglia ai Franchi, e rimase ucciso.
Nella tragedia, la fine di Adelchi si è trasportata al tempo che uscì da Verona. Questo anacronismo, e l’altro d’aver supposta Ansa già morta prima del momento in cui comincia l’azione (mentre in realtà quella regina fu condotta col marito prigioniera in Francia, dove morì), sono le due sole alterazioni essenziali fatte agli avvenimenti materiali e certi della storia. Per ciò che riguarda la parte morale, s’è cercato d’accomodare i discorsi de’ personaggi all’azioni loro conosciute, e alle circostanze in cui si sono trovati. Il carattere però d’un personaggio, quale è presentato in questa tragedia, manca affatto di fondamenti storici: i disegni d’Adelchi, i suoi giudizi sugli avvenimenti, le sue inclinazioni, tutto il carattere in somma è inventato di pianta, e intruso tra i caratteri storici, con un’infelicità, che dal più difficile e dal più malevolo lettore non sarà, certo, così vivamente sentita come lo è dall’autore. ct
Alto I, scena II, verso 149. — Il segno dell’elezione de’ re longobardi era di mettere loro in mano un’asta.
Scena III, verso 212. — Alle giovani longobarde si tagliavano i capelli, quando andavano a marito: le nubili sono dette nelle leggi: figlie in capelli. Il Muratori dice, senza però addurne prove, ch’erano anche chiamate intonse; e vuole che di qui sia venuta la voce tosa, che vive ancora in qualche dialetto di Lombardia.
Scena V, verso 335. — Tutti i Longobardi in caso di portar l’armi, e che possedevano un cavallo, eran tenuti a marciare: il Giudice poteva dispensarne un piccolissimo numero.
Atto III, scena I, verso 78. — Ne’ costumi germanici, il dipendere personalmente da’ principali era, già ai tempi di Tacito, una distinzione ambita. Questa dipendenza, nel medio evo, comprendeva il servizio domestico e il militare; ed era un misto di sudditanza onorevole, e di devozione affettuosa. Quelli che esercitavano questa condizione erano da’ Longobardi chiamati Gasindi: ne’ secoli posteriori invalse il titolo domicellus; e di qui il donzello, che è rimasto nella parte storica della lingua. Questa condizione, diversa affatto dalla servile, si trova ugualmente ne’ secoli eroici; ed è una delle non poche somiglianze che hanno que’ tempi con quelli che Vico chiamò della barbarie seconda. Patroclo, ancor giovinetto, dopo avere ucciso, in una rissa, il figlio d’Anfidamante, è mandato da suo padre in rifugio in casa del cavalier Peleo, il quale lo alleva, e lo mette al servizio d’Achille, suo figlio.
Scena IV, verso 212. — L’omaggio si prestava dai Franchi in ginocchio, e mettendo le mani in quelle del nuovo signore.
Atto IV, scena II, verso 221. — Una delle formalità del giuramento presso i Longobardi, era di metter le mani su dell’armi, benedette prima da un sacerdote.
Coro nell’atto IV st. 7. — Carlo, come i suoi nazionali, era portato per la caccia.48 Un poeta anonimo, suo contemporaneo, imitatore studioso di Virgilio, come si poteva esserlo nel secolo ix, descrive lungamente una caccia di Carlo, e le donne della famiglia reale, che la stanno guardando da un’altura.
Coro suddetto, st. 10. — Si dilettava anche molto de’ bagni d’acque termali; e perciò fece fabbricare il palazzo d’Aquisgrana.
Il vocabolo Fedele, che torna sposso in questa tragedia, c’è sempre adoprato nel senso che aveva ne’ secoli barbari, cioè come un titolo di vassallaggio. Non trovando altro vocabolo da sostituire, e per evitar l’equivoco che farebbe col senso attuale, non s’è potuto far altro che distinguerlo con l’iniziale grande. Drudo, che aveva la stessa significazione, ed è d’evidente origine germanica, riuscirebbe più strano, essendo serbato a un senso ancor più esclusivo. Nella lingua francese, il fidelis barbarico s’è trasformato in féal, e c’è rimasto; e le cagioni della differente fortuna di questo vocabolo nelle due lingue, si trovano nella storia de’ due popoli. Ma c’è pur troppo, tra quelle così differenti vicende, una trista somiglianza: i Francesi hanno conservata nel loro idioma questa parola a forza di lacrime e di sangue; e a forza di lacrime e di sangue, è stata cancellata dal nostro.
Personaggi
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LONGOBARDI.
DESIDERIO, re.
ADELCHI, suo figlio, re.
ERMENGARDA, figlia di Desiderio.
ANSBERGA, figlia di Desiderio, badessa.
VERMONDO, scudiero di Desiderio.
ANFRIDO, | valign=middle rowspan=2 | |valign=middle rowspan=2|scudieri d'Adelchi.
TEUDI,
BAUDO, duca di Brescia.
GISELBERTO, duca di Verona.
ILDELCHI, | valign=middle rowspan=5 | |valign=middle rowspan=5|duchi.
INDOLFO,
FARVALDO,
ERVIGO,
GUNTIGI,
AMRI, scudiero di Guntigi.
SVARTO, soldato.
FRANCHI.
CARLO, re.
ALBINO, legato.
RUTLANDO, | valign=middle rowspan=2 | |valign=middle rowspan=2|conti.
ARVINO,
LATINI.
PIETRO, legato d’Adriano papa.
MARTINO, diacono di Ravenna.
Atto I
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O mio re Desiderio, e tu del regno Nobil collega, Adelchi; il doloroso Ed alto ufizio che alla nostra fede Commetteste, è fornito. All’arduo muro Che Val di Susa chiude, e dalla franca La longobarda signoria divide, Come imponeste, noi ristemmo; ed ivi, Tra le franche donzelle, e gli scudieri, Giunse la nobilissima Ermengarda; E da lor si divise, ed alla nostra Fida scorta si pose. I riverenti Lunghi commiati del corteggio, e il pianto Mal trattenuto in ogni ciglio, aperto Mostrar che degni eran color d’averla Sempre a regina, e che de’ Franchi stessi Complice alcuno in suo pensier non era Del vil rifiuto del suo re; che vinti Tutti i cori ella avea, trattone un solo. Compimmo il resto della via. Nel bosco Che intorno al vallo occidental si stende,
La real donna or posa: io la precorsi, L’annunzio ad arrecar.
L’ira del cielo, E l’abbominio della terra, e il brando Vendicator, sul capo dell’iniquo, Che pura e bella dalle man materne La mia figlia si prese, e me la rende Con l’ignominia d’un ripudio in fronte! Onta a quel Carlo, al disleal, per cui Annunzio di sventura al cor d’un padre È udirsi dir che la sua figlia è giunta! Oh! questo dì gli sia pagato: oh! cada Tanto in fondo costui, che il più tapino, L’ultimo de’ soggetti si sollevi Dalla sua polve, e gli s’accosti, e possa Dirgli senza timor: tu fosti un vile, Quando oltraggiasti una innocente.
O padre, Ch’io corra ad incontrarla, e ch’io la guidi Al tuo cospetto. Oh lassa lei, che invano Quel della madre cercherà! Dolore Sopra dolor! Su queste soglie, ahi! troppe Memorie acerbe affolleransi intorno A quell’anima offesa. Al fiero assalto Sprovveduta non venga, e senta prima Una voce d’amor che la conforti.
Figlio, rimanti. E tu, fedel Vermondo, Riedi alla figlia mia; dille che aperte De’ suoi le braccia ad aspettarla stanno... De’ suoi, che il cielo in questa luce ancora Lascia. Tu al padre ed al fratel rimena
Quel desiato volto. Alla sua scorta Due fidate donzelle, e teco Anfrido Saran bastanti: per la via segreta Al palazzo venite, e inosservati Quanto si puote: in più drappelli il resto Della gente dividi, e, per diverse Parti, gli invia dentro le mura.
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Adelchi, Che pensiero era il tuo? Tutta Pavia Far di nostr’onta testimon volevi! E la ria moltitudine a goderne, Come a festa, invitar? Dimenticasti Che ancor son vivi, che ci stan d’intorno Quei che le parti sostenean di Rachi, Quand’egli osò di contrastarmi il soglio? Nemici ascosi, aperti un tempo; a cui L’abbattimento delle nostre fronti È conforto e vendetta!
Oh prezzo amaro Del regno! oh stato, del costor, di quello De’ soggetti più rio! se anche il lor guardo Temer ci è forza, ed occultar la fronte Per la vergogna; e se non ci è concesso, Alla faccia del sol, d’una diletta La sventura onorar!
Quando all’oltraggin Pari fia la mercè, quando la macchia
Fia lavata col sangue; allor, deposti i vestimenti del dolor, dall’ombre La mia figlia uscirà: figlia e sorella Non indarno di re, sovra la folla Ammiratrice, leverà la fronte Bella di gloria e di vendetta. — E il giorno Lunge non è; l’arme, io la tengo; e Carlo, Ei me la die’: la vedova infelice Del fratel suo, di cui con arti inique Ei successor si feo, quella Gerberga Che a noi chiese un asilo, e i figli all’ombra Del nostro soglio ricovrò. Quei figli Noi condurremo al Tebro, e per corteggio Un esercito avranno: al Pastor sommo Comanderem che le innocenti teste Unga, e sovr’osse proferisca i preghi Che danno ai Franchi un re. Sul franco suolo Li porterem, dov’ebbe regno il padre, Ove han fautori a torme, ove sopita Ma non estinta in mille petti è l’ira Contro l’iniquo usurpator.
Ma incerta È la risposta d’Adrian? di lui Che stretto a Carlo di cotanti nodi, Voce udir non gli fa che di lusinga E di lode non sia, voce di padre Che benedice? A lui vittoria e regno E gloria, a lui l’alto favor di Piero Promette e prega; e in questo punto ancora I suoi legati accoglie, e contro noi Certo gl’implora; contro noi la terra E il santuario di querele assorda Per le città rapite.
Ebben, ricusi: Nemico aperto ei fia; questa incresciosa Guerra eterna di lagni e di messaggi E di trame fia tronca; e quella al fine Comincerà dei brandi: e dubbia allora La vittoria esser può? Quel dì che indarno I nostri padri sospirar, serbato È a noi: Roma fia nostra; e, tardi accorto, Supplice invan, delle terrene spade Disarmato per sempre, ai santi studi Adrian tornerà; re delle preci, Signor del Sacrifizio, il soglio a noi Sgombro darà.
Debellator de’ Greci, E terror de’ ribelli, uso a non mai Tornar che dopo la vittoria, innanzi Alla tomba di Pier due volte Astolfo Piegò l'insegne, e si fuggì; due volte Dell’antico pontefice la destra, Che pace offrìa, respinse, e sordo stette All'impotente gemito. Oltre l’Alpe Fu quel gemito udito: a vendicarlo Pipin due volte lo varcò: que’ Franchi Da noi soccorsi tante volte e vinti, Dettaro i patti qui. Veggo da questa Reggia il pian vergognoso ove le tende Abborrite sorgean, dove scorrea L’ugna de’ franchi corridor.
Che parli Or tu d’Astolfo e di Pipin? Sotterra Giacciono entrambi: altri mortali han regno, Altri tempi si volgono, brandite
Sono altre spade. Eh! se il guerrier che il capo Al primo rischio offerse, o il muro asceso, Cadde e perì, gli altri fuggir dovranno, E disperar? Questi i consigli sono Del mio figliuol? Quel mio superbo Adelchi Dov’è, che imberbe ancor vide Spoleti Rovinoso venir, qual su la preda Giovinetto sparviero, e nella strage Spensierato tuffarsi, e su la turba De’ combattenti sfolgorar, siccome Lo sposo nel convito? Insiem col vinto Duca ribelle ei ritornò: sul campo, Consorte al regno il chiesi; un grido sorse Di consenso e di plauso, e nella destra — Tremenda allor — l’asta real fu posta. Ed or quel desso altro veder che inciampi E sventure non sa? Dopo una rotta Così parlar non mi dovresti. Oh cielo! Chi mi venisse a riferir che tali Son di Carlo i pensier, quali or gli scorgo Nel mio figliuol, mi colmeria di gioia.
Deh! perchè non è qui! Perchè non posso In campo chiuso essergli a fronte, io solo. Io fratel d’Ermengarda! e al tuo cospetto, Nel giudizio di Dio, nella mia spada La vendetta ripor del nostro oltraggio! E farti dir, che troppo presta, o padre. Una parola dal tuo labbro uscìa!
Questa è voce d’Adelchi. Ebben, quel giorno Che tu brami, io l’affretto.
O padre, un altro Giorno io veggo appressarsi. Al grido imbelle,
Ma riverito, d’Adrian, vegg’io Carlo venir con tutta Francia; e il giorno Quello sarà de’ successor d’Astolfo Incontro al figlio di Pipin. Rammenta Di chi siam re; che nelle nostre file Misti ai leali, e più di lor fors’anco, Sono i nostri nomici; e che la vista D’un’insegna straniera ogni nemico In traditor ti cangia. Il core, o padre, Basta a morir; ma la vittoria e il regno È pel felice che ai concordi impera. Odio l’aurora che m’annunzia il giorno Della battaglia, incresce l'asta e pesa Alla mia man, se nel pugnar, guardarmi Deggio dall’uom che mi combatte al fianco.
Chi mai regnò senza nemici? il core Che importa? e re siam dunque indarno? e i brandi Tener chiusi dovrem nella vagina Infin che spento ogni livor non sia? Ed aspettar sul soglio inoperosi Chi ci percota? Havvi altra via di scampo Fuorché l’ardir? Tu, che proponi alfine?
Quel che, signor di gente invitta e fida, In un dì di vittoria, io proporrei: Sgombriam le terre do’ Romani; amici Siam d’Adriano: ei lo desia.
Perire. Perir sul trono, o nella polve, in pria Che tanta onta soffrir. Questo consiglio Più dalle labbra non ti sfugga: il padre To lo comanda.
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0 regi, ecco Ermengarda.
Vieni, o figlia; fa cor.
Sei nello braccia Del fratel tuo, dinanzi al padre, in mezzo Ai fidi antichi tuoi; sei nel palagio De’ re, nel tuo, più riverita e cara D’allor che ne partirti.
Oh benedetta Voce de’ miei! Padre, fratello, il cielo Queste parole vi ricambi; il cielo Sia sempre a voi, quali voi siete ad una Vostra infelice. Oh! se per me potesso Sorgere un lieto dì, questo sarebbe, Questo, in cui vi riveggo. — Oh dolce madre! Qui ti lasciai: le tue parole estreme Io non udii; tu qui morivi — ed io... Ah! di lassù certo or ci guardi: oh! vedi; Quella Ermengarda tua, che di tua mano Adornavi quel dì, con tanta gioia, Con tanta piéta, a cui tu stessa il crine Recidesti quel dì, vedi qual torna! E benedici i cari tuoi, che accolta Hanno così questa reietta.
Ah! nostro È il tuo dolor, nostro l’oltraggio.
E nostro Sarà il pensier della vendetta.
O padre, Tanto non chiede il mio dolor; l’obblio Sol bramo; e il mondo volentier l’accorda Agl’infelici: oh! basta; in me finisca La mia sventura. D’amistà, di pace Io la candida insegna esser dovea: Il ciel nonvolle: ah! non si dica almeno Ch’io recai meco la discordia e il pianto Dovunque apparvi, a tutti a cui di gioia Esser pegno dovea.
Di quell’iniquo Forse, il supplizio ti dorria? quel vile, Tu lameresti ancor?
Padre, nel fondo Di questo cor che vai cercando? Ah! nulla Uscir ne può che ti rallegri: io stessa Temo d’interrogarlo: ogni passata Cosa è nulla per me. — Padre, un estremo Favor ti chieggo: in questa corte, ov’io Crebbi adornata di speranze, in grembo Di quella madre, or che farei? ghirlanda Vagheggiata un momento, in su la fronte Posta per gioco un dì festivo, e tosto Gittata a’ pie’ del passeggiero. Al santo
Di pace asilo o di pietà, che un tempo La veneranda tua consorte ergea, — Quasi presaga — ove la mia diletta Suora, oh felice! la sua fede strinse A quello sposo che non mai rifiuta, Lascia ch’io mi ricovri. A quelle pure Nozze aspirar più non poss’io, legata D’un altro nodo; ma non vista, in pace Ivi potrò chiudere i giorni.
Al vento Questo presagio: tu vivrai: non diede Così la vita de’ migliori il cielo All’arbitrio de’ rei: non è in lor mano Ogni speranza inaridir, dal mondo Tôrre ogni gioia.
Oh! non avesse mai Viste le rive del Ticin Bertrada! Non avesse la pia, del longobardo Sangue una nuora desiata mai, Nè gli occhi volti sopra me!
Vendetta, Quanto lenta verrai!
Trova il mio piego Grazia appo te?
Sollecito fu sempre Consigliere il dolor più che fedele, E di vicende e di pensieri il tempo Impreveduto apportator. Se nulla Al tuo proposto ei muta, alla mia figlia Nulla disdir vogl’io.
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Che rechi, Anfrido?
Siro, mi legato è nella roggia, o chiodo Cli sia concesso appresentarsi ai regi.
Donde vien? Chi l’invia?
Da Roma ei viene, Ma legato è d’un re.
Padre, concedi Ch’io mi ritragga.
O donne, alle sue stanze La mia figlia scorgete; a’ suoi servigi Io vi destino: di regina il nome Abbia e l’onor.
D’un re dicesti, Anfrido? Un legato... di Carlo?
O re, l’hai detto.
Che pretende costui? quali parole
Cambiar si ponno fra di noi? qual patto Che di morte non sia?
Di gran messaggio Apportator si dice: ai duchi intanto, Ai conti, a quanti nella reggia incontra, Favella in alto di blandir.
Conosco L’arti di Carlo.
Al suo stromento il tempo D’esercitarle non si dia.
Raduna Tosto i Fedeli, Anfrido, e in un con essi Ei venga.
Il giorno della prova è giunto; Figlio, sei tu con me!
Sì dura inchiesta Quando, o padre, mertai?
Venuto è il giorno Che un voler solo, un solo cor domanda: Dì, l’abbiam noi? Che pensi far?
Risponda Il passato per me: gli ordini tuoi Attender penso, ed eseguirli.
E quando A’ tuoi disegni opposti sieno?
O padre! Un nemico si mostra, e tu mi chiedi Ciò ch’io farò? Più non son io che un brando Nella tua mano. Ecco il legato: il mio Dover fia scritto nella tua risposta.
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Duchi, e Fedeli; ai vostri re mai sempre Giova compagni ne’ consigli avervi, Come nel campo. — Ambasciator, che rechi?
Carlo, il diletto a Dio sire de’ Franchi, De’ Longobardi ai re queste parole Manda per bocca mia: volete voi Tosto le terre abbandonar di cui L’uomo illustre Pipin fe’ dono a Piero?
Uomini longobardi! in faccia a tutto Il popol nostro, testimoni voi Di ciò mi siate; se dell’uom che questi Or v’ha nomato, e ch’io nomar non voglio, Il messo accolsi, e la proposta intesi, Sacro dover di re solo potea Piegarmi a tanto. — Or tu, straniero, ascolta. Lieve domando il tuo non è; tu chiedi Il segreto de’ re: sappi che ai primi Di nostra gente, a quelli sol da cui
Leal consiglio ci aspettiamo, a questi Alfìn che vedi intorno a noi, siam usi Di confidarlo; agli straniar non mai. Degna risposta al tuo domando è quindi Non darne alcuna.
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The end
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