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Stella mattutina

Ada Negri · 1921 · Free in the US

26,150 words · about 1 h 50 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1921 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Stella_mattutina&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Ada Negri
Language
Italian
Published
1921
Length
26,150 words · about 1 h 50 min
Sections
4 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (4)
  1. Front matter under 1 min
  2. Stella mattutina about 59 min
  3. Storia di donna Augusta about 13 min
  4. Storia di donna Teodosia about 39 min

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Indice

Stella mattutina

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Io vedo — nel tempo — una bambina.

Scarna, diritta, agile. Ma non posso dire come sia, veramente, il suo volto: perchè nell’abitazione della bambina non v’è che un piccolo specchio di chi sa quant’anni, sparso di chiazze nere e verdognole; e la bambina non pensa mai a mettervi gli occhi; e non potrà, più tardi, aver memoria del proprio viso di allora.

L’abitazione della bambina è la portineria d’un palazzo padronale, in una piccola via d’una piccola città lombarda.

Nel palazzo non vi sono che due inquilini, occupanti alcune stanze del secondo piano: un vecchio pensionato, magro, con la sua governante Tereson: una vecchia signora, grassa, che ogni mese cambia domestica. Il resto è tutto abitato dai padroni: gente ricca, gente nobile.

Quando rientrano in carrozza dalla passeggiata, bisogna spalancare il cancello del portone; e, siccome la nonna (custode della portineria) è troppo indebolita dagli anni, è la bambina settenne che deve farlo. Non ha mai pensato, naturalmente, che tale atto le possa essere di umiliazione; ma non lo compie volentieri.

Molto vecchia è la nonna.

Fa sempre la calza, movendo di continuo le labbra su parole senza suono, che son preghiere. Non è nè buona, nè cattiva. Non racconta favole. Ha una suprema indifferenza per ogni cosa. Curva, minuta, claudicante fin dai primi anni della fanciullezza, con un viso di calme linee chiuso in una cuffiettina nera allacciata sotto il mento, se qualche noia o dolore le sopravviene, non sa pronunciar che una frase, a bassa voce:

— Quell che Dio voeur.

Così avanzata nell’età, e tarda nei movimenti, vien tuttora compatita, dai padroni, nella porti- neria; perchè da più di quarant’anni appartiene al servizio della famiglia. Potrebbe ritirarsi, presso un suo figlio che è maestro di scuola e vive in bastante agiatezza. Non vuole: preferisce lavorare, fin che può, fino all’ultimo.

Fu, in giovinezza, governante di fiducia di Giuditta Grisi, la meravigliosa contralto, sorella della meravigliosa soprano Giulietta: la seguì fedelmente su tutti i palcoscenici, udì dalle quinte le acclamazioni dei pubblici, vide alle porte dei teatri le folle in delirio staccare i cavalli dalla carrozza della cantatrice: custodì nelle camere di locanda e durante lunghi viaggi in diligenza sacchetti di gioielli e di monete d’oro, carte preziose, preziosi costumi. Udì in silenzio la Diva bestemmiare come un comprimario, nei momenti di malumore: la vestì in silenzio per la scena, mentre ella stoicamente premeva il fazzoletto sulla bocca, per soffocare gli urli che le strappava il male: un male uterino ch’ella non aveva il tempo di curare.

Fu a lei che, dopo la prima notte del suo matrimonio con un magnifico patrizio di Cre- mona, disse la Diva, dal letto, allargando le braccia e dilatando le nari all’aroma del caffè — Peppina, ah!... finalmente sono contessa Barni!...

Fu lei che l’accompagnò nella villa gentilizia di Robecco sull’Oglio: infermiera vigile fino alla morte, nel tempo in cui l’insidioso male, non curato in principio nelle sue radici, doveva ucciderla in pienezza di rinomanza e di amore.

Dal suo letto di spasimi, tentava la cantatrice note filate, picchiettature e trilli:

— Peppina, la voce c’è ancora.

Sul punto di morire, mormorò al marito:

— Conte Barni, ti raccomando Peppina.

E la fedele seguace rimase a lui, come un lascito: assunse, umilmente, devotamente, la direzione della casa: vi allevò i propri figli, un maschio e una femmina: condivise la fortunosa sorte del padrone, finchè, lui spento, venne passata a un ramo secondario, e già imbastardito, della famiglia.

Nella portineria che rappresenta l’ultima tappa della vecchia Peppina, alcuni ricordi si conservano di Giuditta Grisi.

Un ritratto: antica stampa in cornice nera: busto scollato fin sotto le spalle, magro collo elegante, cortissime maniche a sbuffi, viso appuntito, non bello ma di chiusa intensità, sotto l’alta pettinatura a bande lisce intorno alla fronte e a tre rigonfi a sommo del capo.

Una cassetta da viaggio, per diligenza: pesantissima, di noce massiccio. È chiusa a chiave: dentro, forse, ci sono, in custodia, le strade che percorse, le cose che vide, le avventure che sopportò.

Un singolare astuccio da lavoro, anch’esso per viaggio: formato d’un rotolo di pelle di bulgaro tenacemente profumata, con fodera di velluto rosa stinto, divisa in tanti piccoli scompartimenti.

La bambina ama quegli oggetti, con dispotica padronanza. Ne conosce la storia; e, guardando il ritratto, sedendo sulla cassetta, accarezzando il velluto rosa stinto dell’astuccio, se la ripete, dentro di sè, con avida gioia.

È una sua personale ricchezza, della quale è gelosa.

Pensa: Anch’io andrò sul teatro.

Accanto alla portineria v’è una cameruccia bassa, buia, con un letto matrimoniale in cui vanno a dormire in tre, nonna, mamma e bambina. Due cassettoni, un tavolino, qualche sedia; e una tenda a righe grige e blù, dietro la quale, contro una parete, in mancanza dell’armadio, vengono appesi gli abiti.

Quella tenda è il sipario.

La bambina lo solleva quando vuole. Le flosce vesti pendenti (vesti di pulita povertà) si riempiono, quando vuole, di ossa e di carne: spuntan da esse mani e teste: voci ne escono: un moto illusorio le anima. Giuditta Grisi canta. Il pubblico immaginario applaude.

Un vero pubblico assiste talvolta alle rappresentazioni: le figliole dei padroni di casa.

Maura, Clelia, Pia: tre bei nomi, tre belle fanciulle. Ascoltano in silenzio, con sgranate pupille, le favole sceneggiate: ridon sommesse: una ve n’è fra loro, la piú bella, la meno buona, che ha di continuo, negli occhi e nella bocca, il guizzo d’un ghignetto schernitore. Non gliene importa niente, nè della Grisi, nè delle favole bizzarre, nè del teatro di stracci.

La piccola artista ne soffre in cuore: ne è ferita, già come qualcuno che dia il meglio di se stesso, e senta di non essere compreso.

Ma l’oscuro corruccio dura poco. Basta che una di loro gridi: — Andiamo a giocare!... — E si precipitano in giardino.

Giardino sempreverde: pini, magnolie, un cedro del Libano: pochi fiori, molta erba, profondità di ombre, sapienza di nascondigli. Giardino più bello al mondo non c’è.

Le bambine giocano a rincorrersi: quattro saette. Poi, a palla: ciascuna ha la propria: sotto la palma della mano deve rimbalzar venti, cinquanta, cento volte, senza che la mano fallisca un sol colpo. La gara le eccita: più di tutte esalta la scarna portinaretta. Dopo la palla, il salto alla corda, semplice e in due tempi: il salto su un solo piede, cioè zoppin zoppetta, sino a quando il piede resiste: il salto dai gra- dini dello scalone d’onore, progressivo fino al rischio d’insaccarsi di schianto.

Gioia del sangue, tensione della volontà, ignara eleganza di muscoli e nervi in moto. La scarna portinaretta non si dà vinta a nessuno, dimostra a volte il freddo coraggio d’una funambula: vuole ad ogni costo sorpassar la Pia, che è la più svelta e par fatta di gomma: miracolo se non si spezza una caviglia o l’osso del collo; ma vuole esser la prima, deve esser la prima, perchè è povera.

Son le sette, e la mamma torna dalla fabbrica: oh, adesso è ben altra vita!...

La mamma non è più giovine (s’è sposata tardi) e ha già molti capelli grigi; ma la sua voce è squillante, di ragazzetta, e tutto in lei è chiaro ed energico: il passo, il movimento, lo sguardo, la parola. Visse libera nella villa di Robecco sull’Oglio, con la nonna, fin dopo i trent’anni: sposa, fu cucitrice di bianco: rimasta vedova e nella più dura miseria, dovette collocarsi come operaia in uno stabilimento di filatura e tessitura di lane.

Guadagna una lira e settantacinque centesimi al giorno: lavora tredici ore filate: spesso è costretta alla «mezza giornata» della domenica.

Ma è gaia e ride, è creatura piccola e vocale come gli uccelli, e cinguetta e canta. Vive in lei il fremito pennuto dei passeri, un’elasticità sempre nuova, una così fresca simpatia per le cose e le creature, che sgorga con la fluidità di certe polle fra l’erba, e ne ha la mutevole trasparenza. Non porta con sè la polverosa e grave atmosfera d’un lanificio; ma, piuttosto, l’acre sentore d’una ventata di marzo, rude alla pelle, piena d’azzurro e di elementi di vita.

Come la nonna e la bambina, si nutre di pane, latte e polenta; ed è forse la sua casta sobrietà, che la rende così leggera sulla terra.

Quando, finiti i chiacchiericci delle serve in portineria, la bambina va a letto, verso le nove e mezzo, l’uscio fra le due stanze rimane aperto. Ella, quatta sotto le coltri e fingendo di dor- mire, ride ride nell’anima, perchè sa che sta per scoccare l’ora meravigliosa. Di lì a poco, infatti, con la sua voce limpida, la madre, che crede la bimba addormentata, comincia a legger forte.

Per divertir la nonna e per la propria gioia, legge, a puntate, i romanzi d’appendice d’un giornale quotidiano.

Ignora che la piccina ascolta, con gli orecchi tesi, con il cuore teso.

Quanta gente, quante creature più vive, più forti, più malvage, più interessanti di quelle che s’incontrano ogni giorno, in strada, nella casa, nella scuola!... Tutti suoi amici: Rocambole: Remigio Senza Famiglia: la Portatrice di pane: e Rigoletta e Fior-di-Maria, dei Misteri di Parigi.

Storie di vasti intrighi, di amori romantici, di romantici delitti formano la base della sua conoscenza: unite senza possibilità d’oblio alla voce della madre e al chiarore giallastro d’una lampada ad olio, penetrante dall’uscio aperto a rischiarare di scorcio una tenda-sipario a righe grige e blù, e il ritratto di Giuditta Grisi.

Qualche anno dopo, la bambina, divenuta più grandetta, ma rimasta selvatica ed avida di mirifiche istorie, trova in un ripostiglio un fascio di romanzi di padre: da ad .

Vecchi libracci, ingialliti, cincischiati, rosicchiati agli angoli, mancanti di pagine qua e là: non importa. — Le è come salire in un bastimento e traversare il mare.

Legge, legge, legge. Arruffa e precipita i compiti di scuola, per leggere. Respira nella favola. Un senso di letizia, di benessere pieno, ad ogni nuova lettura rinsanguato, si diffonde in lei. Ha, con i personaggi dei fantastici romanzi, colloqui d’allucinante intensità: se li raffigura e li vede, dinanzi e intorno a sè, con caratteri di fisionomia e di gesto sui quali non può sbagliare.

E quando, più tardi, l’irriflessiva compiacenza della governante Tereson (quel bravo signor Antonio, che anche lui non può vivere senza libri!...) le lascerà fra le mani gli sporchi e ciancicati volumi d’una biblioteca circolante, e la scolaretta tredicenne scoprirà Emilio Zola, la sua segreta gioia diverrà terribile come un’ossessione.

Le pagine impure, nelle quali più crudamente è rappresentato il vizio, e più turpi odori emana la carne, scorreranno sul suo spirito senza lasciar traccia: acqua su marmo: tanto ella è innocente. Ma la massa dell’opera, così compatta e sanguinante di umanità, graverà su di lei con tutto il suo peso. Ella sarà malata d’una penosa malattia dell’anima, che la renderà dissimile dalle ragazze della sua età. Distratta, a volte prostrata, presenterà a’ suoi maestri componimenti pieni d’inquietudine e di squilibrio, tralucenti d’immagini e di reminiscenze torbide e confuse.

Ma ella non ama la scuola. Nessun rapporto, nessuna confidenza fra lei e il sistematico ingranaggio scolastico. È quieta, lavora, si sforza di comprendere, sa che deve, che ribellarsi non può; ma, in fondo, non desidera che di evadere. Vuole studiar da maestra unicamente perchè non intende logorarsi in un opificio come la madre, o divenir serva di signori in gioventù e portinaia in vecchiezza, come la nonna.

Ora che è quasi una giovinetta, si sente diventar di brace, poi del color dell’erba, quando deve aprire il cancello grande alla carrozza dei padroni di casa, che tornan dalla passeggiata del pomeriggio; e inghiotte acido e respira male quando deve portar le lettere o far qualche commissione. Non invidia il lusso delle sale padronali: non le guarda nemmeno. Nè le fan gola gli squisiti mangiari, tanto l’abito della sobrietà s’è fatto natura in lei.

Solo, non vuol servire.

Quella portineria!... Odiosa, con la bianca invetriata a smeriglio verso la strada, e il doppio uscio a cristalli trasparenti verso il porticato interno. Odiosa, con il campanello che squilla ad ogni entrar di persona; e bisogna rispondere: — Sì, no, i padroni ci sono, non ci sono.

E il giorno di ricevimento, con tutti quegli equipaggi alla porta, e tutte quelle signore fruscianti in seta e velluto, che la guardano dal- l’alto o non la guardan nemmeno: oppure le sorridono con stupida benevolenza, e questo la fa impallidire di più!...

Salgono a far visita alla signora del palazzo: maestosa femmina, che fu assai bella in giovinezza, ma ora affoga nel grasso e soffre di ipertrofia di cuore; e sarebbe buona; ma ha modi troppo alteri e bruschi perchè le venga riconosciuta la sua bontà. Dirige la propria casa con l’energia d’un comandante di vascello, e fuma insaziabilmente, giorno e notte, sigari virginia, lunghi, dall’acre odore.

Non vuol male alla portinaretta; e pure possiede il segreto di fustigarla a sangue con poche recise parole.

Un giorno le toglie di mano il quaderno dei componimenti: lo sfoglia come si sfoglia un taccuino quando si cerca una data, lo leggicchia qua e là; e sentenzia:

— Questa non è farina del tuo sacco: roba rubacchiata, presa a prestito: via!... Tu leggi troppi romanzacci, bambina!...

La bambina, che in quel momento si sente una donna, risponde di no, di no, più con il gesto del capo che con la voce. Di no, di no: che non ha rubato. Ma ha il viso color ramarro, e gli occhi cattivi. E le sembra che nella vita l’avrà sempre dinanzi, la grossa signora energica che puzza di sigaro, a strapparle di mano il quaderno, e a dirle: Non è roba tua: hai mentito.

E l’odia, come odia la portineria. Ma più sente il rancore crescerle dentro una mattina: — la mattina dei gigli.

Tutta un’aiuola di gigli fiorita quasi all’improvviso, lungo il muro orientale del giardino, quella mattina di giugno. Gigli nel sole: ella non vede altro. Ieri erano ancora in boccio; ma chi ha mai potuto assistere al preciso momento dello schiudersi d’un fiore?...

Ella si è pian piano avvicinata al miracolo dei candidissimi calici, eretti sugli alti gambi, con stami dorati al posto del cuore.

Le par giorno di festa, perchè i gigli sono fioriti. Le par d’essere in chiesa, e l’aroma che respira le ricorda la santa comunione. Tende le mani come per pregare... Ma ecco, da una delle finestre verso il giardino, la rauca voce della signora:

— Ehi, là, dico!... Non si toccano i fiori!... Guai a te se ti prendi un giglio!...

Non voleva toccare. Stava in adorazione, soltanto. Quella donna ha bestemmiato. Vi sarà sempre una ruvida voce che l’accuserà d’essere una ladra, ogni qual volta ella tenderà le braccia e l’anima verso la bellezza?... Amar la bellezza è un peccato?...

Vi è fra lei e la signora qualcosa d’inconciliabile, che più cresce con il crescer degli anni: inimicizia senza remissione, fra lei e tutti coloro i quali han bisogno di qualcuno che apra loro il cancello quando tornano a casa in carrozza, e non vogliono esser derubati dei fiori che rallegrano gli occhi di tutti.

Ma il giardino è ben suo quando nevica, e i cristalli delle finestre sono sbarrati, e nessuno arrischia fuori la punta del naso.

Silenzio: vero, di carne e d’ossa, da toccar con mano: quel tal silenzio del quale si sente il respiro, come d’un uomo che dorma.

Fra l’invetriata a smeriglio verso la strada e le vaste intelaiature a cristalli verso il porticato, la portineria giace in un chiarore pallidissimo d’alba. In quella spettrale bianchezza, la nonna immobile sulla poltrona, pare una figura di pietra.

Neve sopra neve cade in giardino, incappuccia alberi e cespugli, copre le panche di soffici cuscini quasi azzurri a fissarli, ricama cornicioni e balaustri, vuol dire alla fanciulletta tante cose, che questa cerca di comprendere e ancora non può. È una specie di lungo discorso in una lingua ignota, pieno di pause misteriose, dolcissimo.

Come le scotta fra le mani, la neve così fredda!... Tutto è divenuto più piccolo e più basso: le muraglie appaion nerastre, torbide di macchie e di lividori: l’aria ha un odore strano: il respiro si fa corto sotto la vertigine delle falde bianche, che si rovescian sul bianco.

Ella pensa di essere rimasta sola nel mondo. Non più padroni, non più scuola, più nulla: nemmeno la madre. Le si dilata l’anima: le divien leggera leggera: aderisce alla neve, si fa un fiocco di neve, scompare nel bianco.

In un mattino di primavera, il giardino le fa un incanto.

Ha dovuto alzarsi prestissimo, all’alba, per eccezione. Ma, appena sbucata fuori dal portico, dimentica quel che ha da fare, per ascoltar, rapita, gli alberi che parlano.

Parlano tutti, fra loro, sommessamente, nella semiluce. Risa, domande, risposte, scherzi, esclamazioni. Oh, ella non ignora che quel chiacchierio è degli uccelli, cinguettanti nella gioia del primo risveglio. Ma l’illusione è stata così fresca e subitanea, che non vi rinunzia, e preferisce credere che alberi e uccelli formino una sola creatura d’amore, che venga conversando con lei; e, volgendo gli occhi in su per meglio accogliere le confidenze delle palpitanti masse verdi, riceve per la prima volta la diretta sensazione del cielo.

Un cielo d’alba, fra il violetto, il cenerognolo e il roseo, con innumerevoli cirri che vanno vanno, cangiando di colore e tenendosi per mano. Come se il cielo le dicesse: Eccomi, guardami: vuoi venire a passeggio con me?... Ed entrasse in lei, o ella entrasse a far comunella con le nubi; e sempre quell’innocente chiacchierar del giardino negli orecchi.

Non v’era dunque, ieri, il cielo?... e ier l’altro?... e non vi sarà domani?... Perché proprio in quest’alba se n’è accorta?... Le cose le son vicinissime, trasparenti: hanno occhi e respiro, parlano il suo stesso linguaggio: ella incrocia le mani sul petto, per custodirvi la felicità.

Del giardino diventa assoluta padrona nell’estate, quando i signori della casa se ne sono andati in campagna. Le mancano da un giorno all’altro le compagne di gioco; ma non se ne addolora per nulla.

Ha il suo regno.

Lo sa tutto a memoria, lo ha tutto nel sangue, dal più piccolo sassolino della più nascosta rèdola alla più rugginosa foglia d’edera avviticchiata con il gambo ad un angolo di muro. Sdraiata sul ventre, i gomiti affondati nell’erba, si gode con la voluttà d’una lucertola le ore canicolari, leggendo qualcuno de’ suoi libri magici. Vede formiche andare, ode mosconi ronzare, cicale frinire, frasche stormire, campane suonare. Sente il buon calore terrestre entrarle nelle vene, e le pare di poter vivere sempre così. Ha una quantità di amici nel giardino; e ciascuno le vuol bene a suo modo. Il pino gigante che porta così amari frutici verdazzurri la considera un poco d’alto in basso; ma l’erba salina è così piacevole a masticarsi, così acidula ed eccitante al palato!... Le pazze rose giallo-carnee che assaltano il muro a ponente, dietro le tre magnolie di duro lucentissimo smeraldo, si ridon di lei, pungendole le dita e sfo- gliandosi subito nelle sue mani; ma il boschetto di magre betulle la conduce dolcemente, nell’ombra ricamata di sole, ad un cancelluccio acchiavistellato che guarda su una straducola. Le piace, quella straducola. Pensa: È mia.

Ella è profondamente innamorata del sole. Sa che il suo colore è più splendente in luglio, più intenso in agosto, più riposato nel settembre; e che nulla è più soave agli occhi di una pallida lista di sole sui tetti in febbraio, quando dimoia e soltanto qualche ultimo sprazzo di neve biancheggia qua e là sugli embrici. Potrebbe, come una meridiana, dir l’ora precisa secondo il punto del giardino dove arriva il sole.

Gode di starsene sull’uscio di strada della portineria: in piedi contro uno spigolo, oppur seduta sullo scalino di pietra.

Quanti odori ha la strada!...

D’uva matura e di nespole in autunno: di pere cotte e di caldarroste nell’inverno, e d’aranci verso Natale: per via de’ carretti che i rivenditori ambulanti di frutta spingono in giro, con certi richiami ritmici che a lei dànno un senso di rigogliose campagne lontane, mai vedute e pur ricordate.

Nei mesi d’estate il solleone scalcina i muri, e li rende così abbaglianti che a fissarli vien sonno: tende gialle e rosse s’abbassano sulle vetrine dei negozi: il nastro di cielo che s’allunga fra le due linee parallele dei tetti è una lamina di metallo rovente. Dolce è non far niente, accucciati sulle pietre che scottano, fiutando pesanti sentori e respirando il caldo.

Ma ciò che la bambina non riesce a spiegarsi è come mai, nel febbraio e nel marzo, specie dopo qualche acquata, l’aria sappia di violette. Non ci sono, nella via, negozi di fiorai: pure, l’aria sa di violette. Dirà alla mamma, quando sarà tornata dalla fabbrica: — Domenica, vuoi che andiamo per viole?... —

Oh, sì, si trovano, ella lo sa, fuori porta: occhieggianti nei prati a solatìo, su le prode ancor scure. Ma quel profumo nell’aria le è più caro delle mammole vere da sciupar fra le mani.

Nelle botteghe tutti lavorano. La conoscono, le fanno cenni di saluto: — Allegri, morettina!... — Proprio dirimpetto, un falegname stride con la sega fischiando fra i trucioli, un ciabattino al deschetto batte con il martello sui chiodi infitti nel corame: la sega domanda, il martello risponde: la via ne risplende di contentezza.

Chi sa perchè, ascoltando il canoro colloquio, le torna alla mente ciò che le fu insegnato come verità, dai maestri e dai libri, non appena ella fu in grado di comprendere: e cioè, che noi siamo tutti fratelli?...

Dunque il ciabattino Panin, nero di pece, con un viso che pare intagliato nel cuoio delle scarpacce che sta maneggiando, e il falegname Vincenzo dal gran naso bitorzoluto e dai fitti riccioli sempre impolverati di segatura di legno, sono suoi fratelli. E anche gli operai della fabbrica. E anche i padroni. E tutti gli uomini e tutte le donne che le passan dinanzi senza darle neppure un’occhiata; e nessuno le rassomiglia, e non uno v’è fra essi che rassomigli ad un altro.

Curioso!... Però è bello.

Ma lei chi è?...

Di dove è venuta?... Perché è venuta?... e non prima e non dopo, ma proprio allora?... Chi può affermare che ella non esistesse già prima, e non debba viver sempre, come l’aria, il sole, la terra e tutte le altre cose che sono?...

Si prova a raccogliere, il più intensamente che può, le forze del cervello sul significato della frase «io sono».

Essere: verbo ausiliario. Roba che insegnano a scuola. Ma, «io sono, io sono!...».

Frase che è un pozzo: e più la mente vi sprofonda, più la tenebra e il nulla le si scavan di sotto. Ella è felice di sentirsi sprofondar così. E se qualcuno in quei momenti le rivolge la parola, le chiede qualcosa, non capisce, non risponde: gli allarga in viso due gelidi occhi assenti: dura: nemica.

In iscuola dovrebbero pur spiegarle il mistero della sua presenza nel mondo. Invece le vanno insaccando nella memoria un’infinità di cose inutili, che la raspan di dentro: cifre, somme, divisioni, frazioni: regole grammaticali: storie di gente morta da secoli. Han forse paura di parlare di quella tal cosa?... Ma alle sue compagne non gliene importa. Esse non pensano come lei; anzi, le sembra che non pensino affatto.

Fra le quattro pareti della classe, seduta in un banco e costretta a piegare il cervello a dritta e a sinistra secondo la volontà dell’insegnante, le par di trovarsi in prigione. È sicura, sicurissima d’imparare molte più cose, e assai più chiare ed importanti, bighellonando tutta sola sulla soglia della portineria.

Ha trovato un singolar modo di liberarsi, quando le riesce troppo arduo lo sforzo di fissare, immobile, le parole che escon di bocca alla maestra.

Trattiene il fiato, con labbra e denti ermeticamente serrati, per un minuto, per due, finchè la faccia le si impietrisca in una cadaverica rigidità, e il cuore le batta a precipizio. V’è sempre la buona compagna che se ne avvede, se ne allarma, e ne avverte la maestra; e costei: — Che hai?... ti senti male?... Esci, va a prendere un poco d’aria nel vestibolo.

Esce, con passo di sonnambula. Sa di recitare una parte, e ne è orgogliosa: nello stesso tempo, comincia anch’essa a credere di sentirsi male, molto male. E non le vien fatto di assaporare quei pochi minuti di rubata libertà: una cappa di tristezza la schiaccia, e la vita le pare vuota come quel vestibolo.

Quante maestre, dall’asilo infantile in poi!... Perchè, ad ogni nuova classe, si deve cambiar maestra?... La mamma non è forse una sola?... Ma nessuna di loro è buona come la mamma: nessuna ha sempre ragione, come la mamma.

Nella quarta elementare trova, tuttavia, un’insegnante sopraffina: che l’opinione generale della piccola città considera da anni la fenice delle insegnanti: Giovanna Santafè. Nella piccola città non v’è alcuno che ignori il nome ed i meriti di Giovanna Santafè. Giovanna Santafè discende da nobile famiglia decaduta, e della propria origine conserva il secco orgoglio e l’impeccabile distinzione dei modi. Nelle ore libere dà lezioni private a signorine di case patrizie, e in quella cerchia sa farsi rispettare e temere. Nella sua classe, quantunque ella non alzi mai la voce, la disciplina è assoluta; e non vi sono ripetenti, perchè il metodo è di tal perfezione che non permette di fallire agli esami. Certamente sarà nominata direttrice.

Fra Giovanna Santafè e le allieve la distanza è incommensurabile. Il suo naso rincagnato sembra diritto, tanto il portamento della sua testa è rigido. Ma, per clemenza di Dio, un debole ce l’ha anche lei. Non sa affrontare la prima canizie dei quarant’anni; e si tinge i capelli, con una tintura inchiostrosa e grassa, per cui qualche volta, sulle tempie, suda nero.

In una calda giornata di giugno, dopo un’assenza di dieci minuti in direzione, Giovanna Santafè si presenta innanzi alle scolare, con il viso, per la prima volta, scomposto. Sale in cattedra; e dice, solennemente, con voce che non sembra la sua:

— Giuseppe Garibaldi è morto.

Chi mai l’ha vista piangere, prima d’ora?... Eccola lì, che piange. Ma non si asciuga gli occhi. Lascia cader le lagrime, che tutte le vedano scorrere sulle ossute olivastre guance, lungo il mento eretto e convulso. Il suo pianto vuole essere un esempio: molte testoline, infatti, si curvano sui banchi, e scoppia qua e là qualche singhiozzo.

Ma la nipote della vecchia portinaia Peppina resta con gli occhi asciutti. Non riesce a provar dolore, perchè Giuseppe Garibaldi è morto. Giuseppe Garibaldi?... Lo vede chiomato di oro, ammantellato di vermiglio come negli innumerevoli ritratti, galoppante su un cavallo bianco in paesi a lei sconosciuti, e che mai, forse, conoscerà: oppure già vecchio, ma sempre cinto di oro e di vermiglio, in un’isola irta di rocce fra due azzurri.

Così lo vede. Di tale bellezza, che abbaglia.

Non è un uomo.

Non appartiene ai vivi: non appartiene ai morti. È un’immagine.

Piangere per lui non sa, non può. Tanto più che, trovandosi ella nel primo banco, vici- nissimo alla cattedra, i suoi occhi intensamente asciutti scorgon troppo bene — parallele alle lagrime riganti le guance — due gocce di sudor nero, d’un nero oleoso di tintura, colare dalla radice dei capelli sulle tempie della perfetta maestra Giovanna Santafè.

Troppo vecchia e stanca diventa la nonna: non le è quasi più possibile alzarsi dalla poltrona. Ed ecco, un giorno, vien lo zio, che è il figlio maggiore della nonna, e tiene una piccola pensione per ragazzi della campagna che vogliono frequentar le scuole in città. Viene con una carrozza, per portar la sua mamma alla propria casa: dove finalmente possa riposare.

— T’ee finii, Peppina — mormora la vecchia come fra sè, curva ma linda sotto la cuffietta e lo scialle, uscendo dalla portineria tra il figlio, la figlia e la nipotina. Ha già salutato i padroni e le padroncine, chiedendo som- messamente scusa di aver qualche volta mancato al suo dovere; e la grossa gentildonna, con poche, rapide parole buone, le ha messo alcune lire fra le mani. È già passata, con la schiena fin quasi a terra, dinanzi al ritratto di Giuditta Grisi, e alla sua cassetta da viaggio. — T’ee finii, Peppina — poi un bacio alla figlia, uno alla nipote: — Ciao, Vittoria, ciao, Dinin. — E la carrozza la porta via.

Qualche mese dopo, Dinin viene chiamata in fretta in fretta a salutar la nonna morta, nella sua nuova casa in via delle Orfane.

La ritrova quieta e composta come sempre, con il viso impassibile incorniciato nelle trine della più bella cuffietta: solo, non ha più rughe, tien gli occhi chiusi, e non fa la calza; ma incrocia le mani sul petto e con esse prega, perchè la bocca è immobile. Forse è spirata per la sofferenza di non poter più lavorare.

Così la morte si presenta, per la prima volta, alla fanciulla; con sembianze familiari, in casta serenità.

Ma accanto al letto della nonna se ne sta, in silenzio, fra i parenti, un ragazzo di quindici anni, di bellezza femminea. È il primogenito dell’operaia Vittoria: che lo zio si prese con sè fin da bambino, per venire in aiuto alla sorella, quando rimase vedova, senza un soldo, sul lastrico.

Dinin lo vede poco. Ne ha, quasi, soggezione. Perchè è così bello?... Nè lei nè la madre son belle. Perchè non hanno mai giocato insieme?...

Sa che egli si crede disamato dalla mamma, mal tollerato dallo zio: ha l’intuizione ancor confusa di qualcosa d’ingiusto di cui ella non ha colpa, di cui nessuno ha colpa, fuor che la povertà. E ogni volta che lo vede cerca di sorridergli, di essergli molto dolce; e lo chiama Nani, per abbreviargli il troppo lungo nome; e si lascia, così per celia, abbrancar per le spalle da quelle mani che son viluppi di nervi; ma prova una pena, una pena...

Quel giorno, accanto al letto dove la nonna è distesa in pace, Nani sta, visibilmente, sulle spine. Una smorfia involontaria gli torce il labbro inferiore e i muscoli della mascella sinistra: gli occhi fissano il pavimento o le muraglie, sfuggendo la vista dolorosa: tutto in lui ha l’aria di sfuggire.

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