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Voci di campanili

Sofia Bisi Albini · 1896 · Free in the US

10,748 words · about 45 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Sofia Bisi Albini
Language
Italian
Published
1896
Length
10,748 words · about 45 min
Sections
10 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (10)
  1. Front matter under 1 min
  2. San Carlo about 4 min
  3. San Marco about 4 min
  4. San Simpliciano about 7 min
  5. Santa Maria delle Grazie about 5 min
  6. La Torre di Massimiano e il monastero maggiore about 7 min
  7. San Gottardo about 3 min
  8. Sant’Eustorgio about 6 min
  9. Sant’Ambrogio about 6 min
  10. Il Duomo about 4 min

Continue:

Front matter

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San Carlo

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n una calda e serena mattina del giugno passato, nelle strette vie intorno al Corso, davanti alle finestre spalancate di dove sbattevano tappeti e strofinacci, passarono lentamente, trattenute giù dall’aria pesante, nuvole di denso fumo; passavano come neri uccelli a cui avessero tarpate le ali.

Molte teste si sporsero a guardarle, sorprese. Di dove venivano? scendevano dai camini della casa? no, pareva venissero più di lontano, e, trovata la loro via incanalata fra i tetti delle alte case, se ne andassero così a portare per la città, gravi e solenni, la notizia di una sventura già compiuta.

Un incendio! un incendio nel centro di Milano!... forse l’officina elettrica, forse i magazzini di Bocconi. La mente prova uno smarrimento perchè non sa prevedere le conseguenze. Ci saranno vite umane in pericolo? potranno mettersi tutti in salvo in quell’alveare a mille cellette ch’è un casamento di città? i fili elettrici, i tubi di gas, tutta quella complicata rete che allaccia oggi una casa a quelle vicine ed anche alle lontane, non propagherà il pericolo?

In un attimo i terrazzi sopra i tetti sono popolati e un senso di sorpresa, di stupore, poi di uno sgomento affatto diverso da quello a cui si era preparati, s’impadronisce di tutti. Le popolane giungono le mani con terrore: «Brucia una chiesa! brucia San Carlo!»

La gran cupola fuma come un vulcano. Coperta di rame annerito dal tempo e dalla pioggia, resiste alle fiamme che covano sotto: dalle finestre arcuate che sono torno torno alla curva, prorompono colonne di fumo come da sfiatatoi di un’enorme macchina a vapore, o meglio come dalle punte di un immenso obice che debba scoppiare da un momento all’altro.

Cessato ogni timore di vittime umane, cessato quello di distruzione di un’opera artistica, rimane il fascino di uno spettacolo grandioso nella sua terribilità, reso solenne dal pensiero che è una casa di Dio che brucia nel centro di una città popolosa.

Nel gran tempio circolare dalle alte colonne di granito, che pare una maestosa sala romana dalla quale accedere a grandiose terme, il sentimento cristiano non sa trovarvi rifugio. Le preghiere si smarriscono là dentro, se ne vanno perdute nella vastità della cupola, fra gli intercolonii e nelle nicchie vuote: rabbrividiscono davanti alle bianche statue degli altari, battono inutilmente le ali contro tutta quella fredda architettura pagana.

Ed ecco che accumulate da mezzo secolo là sotto, ora escono finalmente, fatte torve dal lungo indugio, fatte ardenti dall’ansia compressa, dai dolori non consolati, dalle suppliche non esaudite; escono in lingue di fuoco dai pertugi trovati aperti, s’alzano guizzando e divampando verso il cielo finalmente ritrovato: verso il cielo ampio e sereno, verso il sole che le vince in ardore e in bagliore.

Screpola l’ampia copertura di rame, si contorce, si rizza, si ripulisce alla fiamma purificatrice, appare rossa e lucente, abbagliante sotto il sole; risuona tintinnando e stridendo sotto la sferza degli enormi soffii d’acqua delle pompe, lanciati dalle case vicine.

Forse mai i tetti di Milano videro tanta gente, certo mai tanta gente vide i tetti di Milano, poichè se vi salì fu in occasione di luminarie, quando tutto il resto rimane nel bujo. Quella mattina tutte le terrazze e le altane erano gremite: sbucava gente da ogni botola, da ogni abbaino: uomini scamiciati s’aggrappavano ai comignoli, si sedevano sui cornicioni dei palazzi; domestici, cameriere, signore; era un’allegria di parasoli colorati, di grembiali bianchi, di abiti chiari da mattina: un chiamarsi, uno sventolar fazzoletti, un salutarsi da una casa all’altra come a un’improvvisa festa.

Che sorpresa e che rivelazione per i più, fu la veduta dei tetti di Milano! Dominarli dal Duomo è tutt’altra cosa che vederli da un terrazzo da cui si misurano le altezze, da dove ogni campanile ed ogni torre appare disegnata sullo sfondo del cielo o ergentesi dai tetti intorno. Fu un viaggio di scoperta, quella mattina: un indicarsi campanili, torri e cupole, cercando indovinare a che chiesa o a che edificio appartenessero, e l’occhio, più che correre al di là della città, all’orizzonte nebbioso dove appena s’intrav- vedeva quel giorno la lunga linea delle Prealpi, andava di tetto in tetto curioso e affascinato.

La copertura esterna della cupola s’era completamente sfasciata, erano già cessate affatto le ansie che tutta la volta precipitasse in chiesa, e ancora molti s’indugiavano sulle terrazze, sotto il sole cocente; parecchie signore vi tornarono nell’ora del tramonto, quel giorno ed ancora altri giorni, per mostrare ai conoscenti la cupola denudata, ma in realtà per riprovare la sensazione gradevolissima di trovarsi in alto, di respirare liberamente al disopra delle strade e delle case, dei rumori e della folla.

L’incendio del cupolone di San Carlo ha portato in alto molti cuori, e i vecchi campanili sconosciuti o dimenticati hanno acquistato simpatie di cui si rallegrano.

Ecco che ora essi cantano nell’aria serena e infocata dei mesi caldi, nelle sere in cui giù non si respira e la folla si trascina, stanca e svogliata, in cerca, inutilmente, di fresco e di sollievo. Ecco cantano, ai cuori aperti e alle menti pensose che salgono in alto, le loro vecchie canzoni, raccontando antiche istorie e poetiche leggende.

San Marco

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pochi passi da via Manzoni, in quella via Borgonuovo così solitaria, così quieta, con quei palazzi senza botteghe che han l’aria aristocraticamente abbottonata, ci sentiamo trasportati a un tratto nel silenzio malinconico di una città spopolata di provincia. I rumori sono come attutiti dai vasti giardini che si stendono al di là delle case: essi comunicano al selciato della via il loro umidore, e di sotto gli androni il vento vi porta i semi dell’erba, che cresce qua e là dando, l’estate, un senso piacevole di frescura.

E l’illusione di non essere più nella Milano affacendata e rumorosa, dura e s’accresce quando s’arriva in fondo alla via, sul ponte Marcellino. S’ode il tonfo cadenzato e lo scrosciare d’acqua di una ruota di mulino, giù nel naviglio, e un picchiare secco di scalpellini. Di qui un portone che s’apre su una lunga sostra di pietre abbagliante sotto il sole; a dritta il casone scuro della tintoria, con la porta simile a un trabocchetto che voglia trascinare la gente giù, per gli scalini bagnati e viscidi, nello stanzone bujo, su quei mucchi di stoffe scolorite... Di contro, il massiccio, arcigno fianco a mattoni della chiesa di San Marco, con quel largo tetto sulla tozza torre delle campane — che ha l’aria di un frate che si sia tirato umilmente il cappuccio sulla fronte.

Una volta non era, no, così umile, ci dicono le storie. Ha avuto un passato di alterezza e di splendore anch’esso, come il Padre Cristoforo, il vecchio campanile di San Marco. Esso rizzava il suo svelto e alto cono a mattoni al disopra del terrazzo, a dominare tutto il presbitero e il grande chiostro dove passeggiavano salmodiando gli Eremitani, e il camposanto davanti e intorno alla chiesa, dove venivano a dormire l’ultimo sonno i patrizi milanesi.

Ai ricchi mercanti sfarzosi il gloriarsi del Duomo col suo lusso appariscente di marmi e la novità di pinnacoli superbi: ai patrizi la dignitosa e, in apparenza, umile chiesa, dove, lasciando l’antica forma basilicale, la nuova arte sapeva elevarsi svelta e fiorita nella sua austerità, pur adoperando il rozzo mattone e mantenendo un carattere prettamente lombardo.

Forse, invece del tradizionale gallo dorato, sventolava sull’alto del campanile un leone alato, a ricordo e gratitudine verso quella Repubblica Veneta che aiutò a riparare ai guasti fatti alla città alleata da ; ed esso deve aver ruggito d’allegrezza quando Francesco Sforza invase il camposanto, e obbligando le sparse ossa a rifugiarsi in chiesa, volle scavarvi davanti un canale. Il leone della laguna, nella sua nostalgia, avea inspirato lo Sforza, e giù per quell’acqua mandò certo il suo saluto al Leone della Piazzetta.

Ancora nel 1500 l’elegante campanile si rizzava sopra i grandi alberi degli orti intorno, poi, come il campanile di Sant’Ambrogio, come quello di San Simpliciano, ebbe il capo mozzato da quel governatore che nella sua superbia spagnuola, non si sentiva però abbastanza sicuro di quelle torri di monasteri che dominavano il Castello.

Ma che c’è ora? perchè mai, arrivati sul ponte Marcellino non proviamo più la tetraggine di quel fianco oscuro di San Marco? che cosa mai ci fa sollevar la testa senza volerlo e ci porta il pensiero in alto?

Ben pochi s’accorsero a Milano che cosa è accaduto da qualche anno al campanile di San Marco. I giornali anch’essi aveano ben altro di che occuparsi: figuratevi! c’era allora la pavimentazione delle vie, i viaggi semigratis dei giornalisti, c’erano le oche ammaestrate al Dal Verme; vi pare che avesse tempo il pubblico di alzar gli occhi e di vedere se sul cielo di Milano si disegnava un campanile di più?

Eppure questo campanile è un pezzetto di trecento risuscitato: il vecchio cono decapitato da Ferrante Gonzaga, s’è rizzato di nuovo snello e fresco a guardare il Castello che non ha più paura.

Ed è un poema questa risurrezione: un poema che vorrebbe per cantarlo.

— «Un vecchio aveva perduto la sua compagna: il vecchio era artista, la compagna era buona e pia. La portarono sotto la terra del camposanto e lui rimase solo nella casa quieta che guardava sull’ampio giardino. Il suo pensiero andava a trovarla, ma non laggiù nel freddo camposanto, fra i mille monumenti che si pigiano.

Il suo pensiero andava a trovarla in alto, là dove lei ha avuto fede di andare; e in alto egli pose il monumento della sua compagna, sulla torre delle campane, che domini il cielo ed elevi i cuori, come la bontà di lei, viva.

Un monumento che a lei lontano parli dell’arte, che sola confortò lui, rimasto senza la sua compagna.» —

Uno scudetto di marmo bianco appare ai piedi del cono: vi sono incise delle parole, non sappiamo quali. Nessuno le può leggere dalla via. Forse vi sarà una data che il pubblico non capirebbe, ma che risonava triste nel cuore dell’artista: e un’altra data che fra qualche secolo interesserà, quella della risurrezione dell’antico bel campanile.

È sperabile che insieme vi sia il nome di chi l’ha operata. A noi che abbiamo ben altro per la testa, che ci occupiamo di ben altro che di campanili e di poemi, non interessa punto, ma ai posteri piacerà invece di sapere che chi ha eretto alla sua compagna così degno, così eletto, così poetico monumento, si chiamava Giuseppe Mongeri.

San Simpliciano

rachitico campanile, come mandi all’aria acuto, insistente, pettegolo lo squillo delle tue campane! A che serve rammaricarsi dell’opera distruggitrice del tempo e degli uomini? a che ti serve il protestare perchè nel vasto monastero ai tuoi piedi squillano le trombe, si strigliano cavalli e si cantano in cento dialetti diversi, canzoni all’amorosa lontana?

La terra in cui sono piantate le tue fondamenta, sacra da diciannove secoli, può dirti che mutano tempi, costumi e uomini, ma viva e immutata rimane la fede in quegli che disse: «Questa è l’opera di Dio, che voi crediate in Colui che ha mandato.»

Tacete, o campanelle malcontente, lasciateci udire quella sola fra voi che ha un suono grave e triste e fa pensare a cose passate. Essa ci racconta di tempi lontani, quando qui non v’era che una folta boscaglia traversata dalla via sacra, disseminata di are e di sepolcri: la via che conduceva alla Milano imperiale, splendida di torri, di palazzi, di teatri e di terme, dove gl’imperatori sostavano per recarsi nel settentrione o per tornare trionfatori a Roma.

Dal più fitto del bosco, pochi cristiani raccolti in una capanna, tendevano l’orecchio al frastuono di carri e di cocchi sulla via selciata, poi tutto tornava nel silenzio ed essi pregavano perchè il potente ch’era passato non portasse con sè lo sterminio e la violenza. Poco lontano, in un altro folto bosco, altri vivevano pure nella preghiera intorno a Simpliciano, l’amico del vescovo Ambrogio; vivevano ascoltando le voci di quell’anima ch’era stata dimenticata nel violento desiderio di benessere materiale, nell’affrettata conquista di una civiltà inutilmente maturata, e che la parola di un uomo, il quale avea parlato semplice come nessun altro uomo mai, aveva guidato alla Verità.

Vennero essi verso la città, nel bosco presso la via sacra e aiutarono i fratelli ad erigere coi sarcofagi e le lapidi pagane sparse intorno, una casa d’orazione. Ma il vescovo potente della vicina metropoli non voleva s’adorasse Dio nell’ombra. Sotto la luce sfolgorante, fra il canto dei fedeli, la cui voce fosse udita, forte e sicura da pagani e da ariani, così! non più paurosamente nell’oscurità dei boschi e dei sotterranei.

E sorse la basilica, circondata di portici, ornata di sculture e d’iscrizioni e sulla cui porta, notte e giorno per più centinaia d’anni, arse la piccola lampada davanti alla reliquia donata da Sant’Ambrogio.

Narra la storia: che nella valle d’Agno nel Trentino, tre giovani cristiani, Sisinio, Martirio ed Alessandro, furon presi dai pagani e assassinati. Il vescovo di Trento, Vigilio, mandò i tre poveri corpi mutilati, senza le teste, a Simpliciano, allora successo come vescovo a Sant’Ambrogio, perchè li facesse seppellire a Milano, nella basilica a lui prediletta.

Dove rimasero le teste? furono lasciate l’una accanto all’altra nel loro sepolcro di Trento? furono dai pagani, compiuto l’assassinio, lanciate forse giù dai monti nei torrenti che le trascinarono al mare?

Ma tace la campana grave e triste di San Simpliciano e la nostra immaginazione brancola nel silenzio e nel buio.

⁂

Pochi giorni di gioia e di godimento intenso compensano qualche volta la tristezza e i crucci di una vita. Così il campanile di San Simpliciano in due giorni dell’anno — quello della festa patronale e quello della prima comunione delle fanciulle e dei fanciulli della parrocchia — fa dimenticare col suo allegro scampanìo, l’uggia di tutto il resto dell’anno.

Sono note squillanti e gioiose che entrano come raggi di sole in tutte le stanze del popoloso e popolare quartiere; scendono nei cortili stretti e scuri, infilano le umide scale e i ballattoi, fanno spalancare le finestre, portando un risveglio di vita in vecchi infermi e malinconici, in bimbi anemici e senza sorriso, in vecchie fanciulle senza amore; portano forse un desiderio di vita più onesta in tanti corrotti che s’annidano in certe putride case lì intorno, in vie sudicie di cui una portò fino a qualche tempo fa, e merita ancora, il nome di Guasto.

E la sopravvegnente primavera? è il ritorno delle rondini sotto le grondaje? Lo scampanìo di quelle due feste è un’allegria per tutti: a nessuno sembrano le campane degli altri giorni.

Chi è l’artista che batte la tastiera di lassù? perchè non vi sale più spesso dentro l’anno a portar le anime in alto colle sue note armoniose? non sapete, o campane di San Simpliciano, che la musica vi deve essere sacra più che alle altre perchè sotto le vôlte austere della vostra chiesa risuonarono le prime voci di fanciulli cristiani accompagnanti i riti?

Per Simpliciano come per Sant’Ambrogio la musica era l’ala che portava le anime a Dio. Davide salmeggiava: «Lodate Dio al suono delle trombe, lodatelo col salterio e colla cetera. Lodatelo col tamburro e col flauto, lodatelo coll’arpicordo e coll’organo.» Ambrogio, meno rumoroso e più intellettuale, diceva semplicemente: Lodatelo ad ogni ora del giorno, da quando canta il gallo a quando spegnete le lucerne, colla musica del vostro canto.

Ma sonate, o campane, i vostri più esultanti accordi un giorno ancora nell’anno, nel maggio fiorito, al 29 del mese: narrate ancora al popolo di Milano che l’ha dimenticata, la miracolosa leggenda.

⁂

Era il 29 Maggio del 1176, nel tumulto della battaglia di Legnano. Già s’alzano le spade insanguinate dei cavalieri del Barbarossa con urla di trionfo intorno al Carroccio e ai trecento Gagliardi sbaragliati, quand’ecco, bruno vestita, arriva, inaspettata come fulmine, la Compagnia della Morte.

Novecento forti uniti in un solo disperato volere; votati alla morte a patto della vittoria; sicuri di vincere se Dio li aiuta. Dal Carroccio la croce si rialza, di nuovo risuonano le preci e i canti ed accompagnano la falange salvatrice che precipita compatta sopra il nemico.

I morenti sul terreno, coi petti squarciati, rialzano al cielo i visi sfigurati implorando l’aiuto di Dio per quei prodi, ed ecco, dalla città che si disegna in fondo alla pianura, venir volando tre bianche colombe... Non le spaventa il clamore delle armi, le irate, confuse voci che non sembrano più umane; hanno drizzato il volo verso il sacro Carroccio e dritte, sicure, vanno dove Dio le porta — come i tre giovani di Trento andarono, portati dalla fede, alla morte.

Sono essi, i tre giovani martiri delle Alpi che riposano senza capo in San Simpliciano: è lo spirito loro che viene a proteggere i novecento valorosi, la Santa Lega che ha fatto tacere le civili discordie e unire le città italiane contro il comune nemico straniero.

La Compagnia della Morte non le vede ma le sente venire dietro di sè, sopra di sè, e incalza rinvigorita. Ecco gli Alemanni piegano, il terrore li invade... il drappello, come fosse invulnerabile, s’avanza sempre, spezzando, sbaragliando, portando lo sterminio e la morte.

Precipitano cavalieri, fuggono cavalli, s’arrendono soldati; il terribile Imperatore è travolto e scompare nella mischia; vessilli e spade, lancie e stendardi, tutto è strappato alle mani nemiche.

Le tre colombe, sull’antenna del Carroccio, non muovono più ala — solo candore fra tutto quel rosseggiar di sangue; e non ripartono che quando l’orrenda carnificina è cessata, quando lo sventolar gioioso delle insegne colorate delle nove porte di Milano e de’ vessilli delle città collegate, e il canto che s’eleva intorno all’Ostia consacrata dall’alto del Carroccio, non dicono che la vittoria è del diritto.

⁂

Non volano ora colombe intorno al campanile di San Simpliciano? non pigolano sulla piazza, addomesticate, come in piazza San Marco a Venezia? No, non s’è mantenuta nel popolo la mistica leggenda, nè il culto per i colombi, e neppure la gran festa del 29 Maggio in cui il clero, i magistrati, il popolo di Milano si recavano in pompa solenne, sotto archi di trionfo, a rendere grazie a Dio nella chiesa di San Simpliciano. Quasi nulla più rimane dell’antica basilica e dell’antica leggenda, fuor che de’ mutilati capitelli nella porta dove figurano uccelli, che forse sono colombi, e una processione, che forse è quella del 29 Maggio.

I barbari devastarono la basilica e i frati la ristaurarono e la rifecero barbaramente; i doni di Ariberto d’Intimiano e de’ cittadini arricchivano i monaci ma non la chiesa. Ha dunque ragione il mozzato campanile di aver un’aria così umiliata.

Altre chiese assorbirono tutte le idealità artistiche e le artistiche ambizioni dei duchi di Milano, e, se non fossero stati i Benedettini, che ritornati nella vecchia basilica, le pareti dell’ampio dell’am- pio e già splendido monastero vollero dipinte dal pennello castigato e sereno di quell’Ambrogio da Fossano che aveva lavorato alla Certosa di Pavia, noi non avremmo oggi l’unica opera d’arte che si può ammirar nella chiesa: il grande affresco del Bergognone.

⁂

Oh, l’idealità di quella pallida e bionda Madonna, chinata umile e pia a ricevere la corona dalle mani di Cristo — tutti e due inginocchiati ai piedi del Padre Eterno, sotto le candide ali dello Spirito Santo! È la «trina luce in unica stella» che videro gli occhi meravigliati di . E intorno è una lunga schiera d’angeli o di cherubini variopinti che formano un fulgido arcobaleno.

Suonano arpe, cetere e viole; orano alcuni colle mani incrociate sul petto; altri colle mani giunte, e v’è negli occhi e nella dolce fisonomia d’ognuno una così penetrante soavità, che vi par di sentire un lieve canto lontano, la divina cantilena della Salutazione che rapì Dante in mistica estasi.

Non sapete perchè vi sia impossibile sottrarvi al ricordo della visione Dantesca, quand’ecco a sinistra, confuso fra quella folla di profeti e di santi che dappiedi della pittura guardano al «sicuro e gaudioso regno,» voi scorgete ad un tratto la figura di stesso.

A lui si rivolge un vecchio dai lunghi capelli e dalla barba bianchi; è egli San Bernardo? sta Dante chiedendo, stupito di non vedersi più accanto Beatrice: «Ella ov’è?» I nostri occhi corrono a tutta quella «beata coorte» in cerca di quella che

e ci pare di ritrovarla, non come la ideò Dante, ma come la sentì l’artista. Un angelo tutto candido che vince gli altri in bellezza e soavità e viene innanzi, si stacca dalla schiera, e invece di rivolgere gli occhi al centro dove tutti guardano, ha il viso chinato amorosamente a guardare in giù, verso quell’energica testa incappucciata.

La sua bella mano tocca le corde del liuto, e par che in linguaggio divino dica: — drizza gli occhi in su: vedi com’io ti sorrido e ti riguardo.

Santa Maria delle Grazie

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e Grazie, la chiama semplicemente il popolo di Milano: nome armonioso che richiama subito alla mente l’apparire improvviso e delizioso dell’abside e della cupola nel largo Corso deserto; e la bassa piazza per la quale s’entra nel tranquillo refettorio dove, rôsa dal salnitro, la Cena di Leonardo ancora attrae i devoti dell’arte da ogni parte del mondo.

Come rimane nitida e vivace nella memoria la cesellata architettura della chiesa! colla sua cupola colorata, frastagliata di archi, di colonne di bianco marmo, colla eleganza delle sue rosse medaglie, de’ suoi rosoni, de’ suoi stemmi, delle finissime fascie in terra cotta, che la fanno sembrare più che una chiesa, un immenso scrigno gemmato ove stian racchiuse delle perle rare.

E lo doveva essere infatti per Lodovico il Moro, quando sotto la tribuna, ch’era stato un sogno suo e di Beatrice d’Este, là nel coro, sopra «le due mensole in similitudine di due leoni» depose la bara coperta di velluto e ornata d’oro, che racchiudeva la sua giovane sposa morta nel dar la luce a un bimbo. Erano spenti quegli occhi in cui forse brillò la prima fiammella d’ambizione che accese nel cuore di lui l’inestinguibile incendio che doveva accecarlo.

La magnifica chiesa delle Grazie, come un fiore in un camposanto, induce a un senso di profonda malinconia, quegli che sa ch’essa sta incompiuta da quattro secoli, a ricordo di un’epoca sfolgorante d’arte, folleggiante di sfarzo, delirante di divozione, finita in una ruina obbrobriosa.

La sfrenata ambizione di un solo uomo doveva chiamare al di qua delle Alpi, a sfogo di una personale offesa, tanto più pungente perchè meritata, quel tozzo e rozzo re francese che appena varcato il confine diede un saggio di ciò che doveva essere quell’invasione straniera per il nostro paese.

La duchessa di Savoia e la marchesa di Monferrato, in ricchi abiti, ornate de’ loro più preziosi gioielli, gli s’inchinano offerendo con iperbolica cortesia tutto ciò che possiedono: le guarda, sono brutte ed egli le spoglia de’ loro gioielli, che impegna.

Lodovico Sforza gli manda incontro le più allegre fanciulle milanesi; egli le guarda, sono belle e se le prende, simbolo dell’infamia che lo Sforza commetteva offerendogli l’Italia, dandogli in balìa, vergognosamente, la libertà del suo paese. Sfinito dalle orgie, piagato da malattia schifosa, Carlo VIII, ancora alle porte d’Italia, vorrebbe rivarcarle per tornarsene in patria, ed è Lodovico che lo sprona a proseguire nella gloriosa impresa di portar intorno per l’Italia il veleno del suo sangue e l’orrore de’ suoi saccheggi e delle sue stragi.

La notte prima di fuggire in Germania, quando già ha fatto partire i suoi bambini, e, salutati i famigliari, ha dato tutti i suoi ordini, lo Sforza, non più illuso sull’errore commesso, tradito e punito, venne per l’ultima volta nella chiesa delle Grazie a salutare la tomba di sua moglie presso la quale aveva sognato di prepararsi il ricco mausoleo.

Sotto l’alta cupola, in quella lugubre notte, devono essere risonate alla sua superstiziosa fantasia eccitata, strane voci sghignazzanti, devono essere usciti dagli angoli bui, paurosi spettri gridanti vendetta, e quello di suo nipote Galeazzo deve averlo afferrato alla gola, maledicendolo.

Nessuno più mise mano alla chiesa di Santa Maria delle Grazie: essa rimase come gioiello buttato nel fango, calpestato da cento piedi, logorato dalle intemperie, ma sempre sfolgorante sotto i raggi del sole.

I frati di San Domenico devono aver meditato lungamente sulla vanità delle umane cose, essi che avrebbero voluto un’umile chiesa dal severo e semplice tetto di legno, essi che invano avevano lottato contro la divozione dei duchi, pei quali la Madonna era divenuta quasi un idolo pagano, che abbagliavano cogli ori e gli splendori perchè i puri occhi non vedessero le turpitudini nascoste di sotto. Invano si erano opposti alle seduzioni di un’arte che dava al sentimento religioso tutte le armonie e gli incanti di una poesia alla quale il loro animo — chiuso fra le pareti delle celle, mortificato dalle penitenze, mirante sempre al teschio umano e alle piaghe divine — non sapeva elevarsi. Dai cortili del loro ampio chiostro, dove più non lavorava Leonardo, mirando la ricca cupola allora che dal Castello sventolavano le insegne del re francese, avranno presentito il futuro tramutarsi della patria loro e dell’umana società, essi che già avevano assistito a quello del loro mite e pietoso ordine.

Anche quel loro convento, sorto sopra i quartieri d’inverno delle milizie ducali, doveva risonare più tardi dei lamenti e delle grida strazianti dei torturati dell’Inquisizione, poi dello scalpitìo e delle trombe di armati usurpatori, francesi, spagnuoli, austriaci; finchè la trattenuta fiumana della libertà, prorompendo non spazzò via tutti gl’ingombranti ciottoli, e non si fermò, quieta e limpida, a lasciar udire la musica intonante inni patriottici davanti al tempio, dalle cui porte spalancate esce la musica solenne dell’organo e il profumo dell’incenso.

Dimentichiamo che Lodovico il Moro cacciò l’Italia nella lunga sventura della schiavitù, e non pensiamo che alla corte splendida ove egli adunava, in quell’epoca in cui l’Italia «era tutta un maggio» una gloriosa schiera di architetti ch’erano scultori e pittori, di pittori ch’erano musici e poeti. vi sonava il liuto, vi recitava i suoi versi, il vi leggeva le sue istorie.

Guardando Santa Maria delle Grazie in un giorno sereno di primavera, quando la cupola così vagamente colorata si disegna sul cielo azzurro e le rondini le volano intorno stridendo, non è più possibile tormentarsi per indovinare chi l’abbia architettata: ci piace di pensare che il genio di Leonardo e la genialità di Bramante si siano dato la mano lassù, per dirci che al di sopra degli errori della politica, delle vergogne della brutalità, delle bassezze della cupidigia, e delle crudeltà del fanatismo, aleggia, come bianca colomba di pace, l’arte.

Essa è l’orgoglio e l’umiltà dell’ingegno umano, poichè l’arte del passato è un freno alla superbia del presente. Nella sua rapida corsa sulla complicata macchina del progresso, l’umanità vede elevarsi nel lontano passato, nitida e splendente una vetta, alla quale nè il vapore nè l’elettricità non la possano portare — fors’anche l’allontanano sempre più.

Quel mozzicone di campanile che s’addossava vergognoso alla cupola delle Grazie, sembrava l’arte del nostro secolo che tentasse inutilmente di rizzarsi accanto a quella del quattrocento. Ora lo hanno sapientemente abbassato, in modo da lasciarci vedere l’intiero mirabile loggiato. Perchè non l’hanno levato completamente? L’alta cupola non ha bisogno di campane per far udire la sua voce: canta essa il salmo del re d’Israele: «Tutti gl’iddii dei popoli sono idoli, ma il Signore ha fatto i cieli. Magnificenza e maestà sono davanti a lui; forza e gloria nel suo Santuario.»

La Torre di Massimiano e il monastero maggiore

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e hanno dorato la gabbia troppo piccola per essa; le hanno messo intorno delle aiuole di fiori, de’ bassi cancelli eleganti, molti fanciulli, ma essa se ne sta come una fiera leonessa che non può dimenticare l’immensità del suo regno e sbatte ruggendo la coda contro le sbarre di ferro della sua breve prigione.

Fate silenzio, o maestri, nelle aule della vostra scuola; chiudete nel cassetto i programmi che vi obbligano a parlare di Romolo e Remo e della loro lupa, di Tarquinio il Superbo e dei suoi papaveri; lasciate che i fanciulli e le fan- fi ciulle ascoltino e comprendano le voci che salgono dal fondo del terreno su cui la scuola sorge, che scendono dall’alta torre romana ch’è sopra la loro testa, che escono dalle finestre dell’artistica chiesa ch’è al loro fianco.

Sentite com’è eloquente, palpitante, indimenticabile il racconto che le pietre e i monumenti della città ove siamo nati ci fanno di tutta la storia politica, religiosa e artistica della patria nostra!

La massiccia torre eretta dall’imperatore Massimiano, restaurata dal vescovo Ansperto, ha sfidato i secoli per poter raccontare ai nostri figlioli che ci fu un tempo in cui Roma, padrona del mondo, portò qui la prepotenza del suo impero, la magnificenza della sua arte, la sapienza delle sue leggi, la corruzione della sua civiltà; e come qui, al contatto di questo popolo attivo, schietto, semplice e credente, si siano molte volte smorzate certe velleità di tirannie e di crudeltà.

Nell’immenso e ricco palazzo che si fabbricò fuor delle mura della città, tutto circondato da giardini e da orti, Massimiano provò la dolcezza del riposo e il desiderio di prolungarlo; forse un rimpianto della vita semplice di pastore in cui era cresciuto nella sua Pannonia, e si decise a rinunciare al potere, salvo a pentirsene e a tentar di riprenderlo più tardi.

Ancora da Milano, da questo palazzo imperiale, Costantino emanò l’editto di tolleranza del culto cristiano, e Graziano, dopo aver autorizzato di nuovo le persecuzioni, piegò all’eloquenza del vescovo Ambrogio e fece quella legge, così profondamente cristiana, di lasciar passare trenta giorni prima di eseguire una sentenza di morte, — il tempo di lasciar sbollire il sentimento di vendetta, di lasciar sfreddare i rancori, le ire, tutte le cattive passioni, e poter giudicare a mente tranquilla sulla giustizia di una condanna.

Qui Teodosio, rientrato dopo il gran rifiuto di Ambrogio di lasciar varcare la soglia della casa di Dio a lui che aveva le mani lorde di sangue dell’eccidio di Tessalonica, impreca mortalmente offeso; ma la quiete dei vasti giardini che si prolungano fin laggiù alla basilica ambrosiana, di dove forse il vento gli porta il canto dei fedeli, acquieta la tempesta del suo animo e rischiara la sua mente. E pochi giorni dopo, più grande nella sua umiliazione, esce per andare, in tutta la pompa d’imperatore, a prostrarsi singhiozzante sulla soglia di quella chiesa, e a implorare pentito il perdono di Dio ai piedi del fiero e virtuoso vescovo.

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