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ROMA | MILANO | NAPOLI
I
fi ct La casa era di legno, piccola e nera, ma massiccia come uno scarpone di montagna, e quando Bernardo, così grande e grosso, saliva la scaletta e scompariva nella porta, la gente diceva: «Attenti, che ora la casa cammina come il guscio di una lumaca.» Ma quando al finestrino compariva la testina di Grazietta colla sua gran cuffia che s’impigliava nei vetri aperti, la gente rideva dicendo: «Ecco un topolino preso nella trappola.»
Rideva spesso la gente della valle sul conto di Bernardo e di Grazietta, ma non per cattiveria: tutti volevano bene a quei due; ma chi avrebbe potuto tenersi, quando la domenica capitava su dal viottolo dei prati quell’omone — l’uomo più grande della valle — con quella donnina appesa al suo’ braccio, la quale non aveva che da tenersi ben attaccata e sollevar i piedini per passar i fossi all’asciutto? Nei primi tempi anche lui, Bernardo, rideva, felice della sua bambolina dal bel visetto rosa, che sguisciava per la casa, proprio come un topolino, senza far rumore, e doveva montar ritta sulla seggiola per piegar la tovaglia, e aveva sempre bisogno dello sgabello per arrivare a pigliar le robe sulla credenza. Lei era tutta fiera di quell’omone che faceva tremar i vetri colla sua voce grossa e scricchiolare il pavimento co’ suoi passi pesanti; egli arrivava a staccar dal soffitto i salami senza neppur mettersi in punta di piedi!
Ma passarono gli anni e lei non rise più, e lui neppure.
Il Signore non mandava a Grazietta la benedizione di un bambino, ed ella diceva fra sè: «Sono troppo piccina, ho l’aria di una bambina anch’io e il Signore ha paura ch’io non sia buona a far la mamma»
E pregava, inginocchiata nella chiesa, e anche ogni volta che passava davanti alla cappelletta delle anime del Purgatorio, là sul ponte del torrente, diceva: «Miei poveri morti, intercedete Dio per me!»
Suo marito, quando scendeva dal monte dove aveva condotto le bestie a pascolare, cercava cogli occhi la sua casetta scura in mezzo al prato verde, e, trovatala, si metteva a cantare per la contentezza del rivederla. «C’è qualcuno più felice di me?» diceva poi ad alta voce nel gran silenzio della valle.
Nessuno gli rispondeva e anche lui non parlava più: andava innanzi con la faccia fatta a un tratto pensierosa, come se qualcuno gli avesse detto: — «Sì, c’è tanta gente più contenta di te. Nella vostra casa manca qualche cosa che somiglia un raggio di sole che rallegra dove entra e riscalda i cuori. Non avete un bambino, un figlio vostro, in cui tu possa rivederti com’eri da piccino, che tu possa educare perchè tresca migliore di te, per il quale tu debba lavorare, e che sia la tua gioia ora e diventi la tua consolazione più tardi».
Bernardo scoteva la testa come se volesse liberarsi da questo pensiero, ma prima di entrare in casa alzava la faccia al cielo e diceva con fervore: «Signore buono! mandami un figlio o una figlia, quel che vuoi! e poi non ho più nulla da desiderare!»
Venne l’inverno, e Bernardo pareva non ci pensasse più.
La mattina di Natale trovarono che la neve arrivava sin quasi al parapetto della loggia. La valle tutta sembrava sprofondata in un mucchio di bambagia: veniva su colma, soffice, candidissima, a coprire tutte le sporgenze, a colmare tutti i vuoti, e dava un senso di gran pace, come un bisogno di buttarsi dentro e di chiudere gli occhi, cullati dal tintinnare frettoloso e allegro delle tre campanelle della chiesa del villaggio.
Bernardo disse a sua moglie:
«Sta lì ancora un poco, perchè fa un freddo birbone; io vado giù a vedere se l’oca non è gelata nella casseruola.»
«Tu pensi soltanto all’oca» gli rispose Grazietta. «Io penso ch’è Natale e che non potremo uscire e andar in chiesa, con questa nevicata.»
«Tu mi credi un eretico» disse Bernardo col suo vocione «io colla bocca ho parlato dell’oca, ma col cuore ti giuro che ho pensato alle tre messe di Natale. Ora vado giù a far la calata, ma se occorre ti porto sulle mie spalle come tre anni fa: ti ricordi? Grazia arrossì e non parlò, e Bernardo uscì colla pala e colla scopa.
Grazia seguitò ad arrossire sprofondata nel gran guanciale di piuma e cogli occhi fissi al soffitto, dal quale pendevano pezzi d’agnello salato e salami secchi. Ella però non guardava quella roba: il suo pensiero vedeva Bernardo camminare nella neve alta con sua moglie sulle spalle, e la gente di sul sagrato della chiesa che li guardava venire e rideva, dicendo: «è una bambolina, ah! ah!»
— Già, una bambolina: una bambolina di ventisei anni che non ha neppure un bambino! — Sospirò forte, poi sorrise pensando alla sua vecchia nonna, che due mesi prima, quand’ella era andata al di là del monte a trovarla, le aveva detto fissandola:
«Tu diventerai mamma, Grazietta: è la tua vecchia nonna che te lo vede negli occhi».
Oh, fosse vero, fosse vero! Lei, Grazietta, tornata a casa, non aveva avuto il coraggio di dire al suo Bernardo ciò che la nonna aveva profetato; perchè farglielo sperare? Ormai poteva mettere il cuore in pace: da tanti anni aspettavano e pregavano e Dio non li aveva mai esauditi. Oh, ma se fosse vero!... se la nonna avesse indovinato! Gesù, Gesù bambino, mandami un segno oggi, nel dì del tuo Natale, e ti prometto che io, il mio Bernardo e il nostro figlio, saremo sempre buoni e ti loderemo in eterno.
E guardò fuori della piccola finestra.
Nel cielo d’Italia non passano le bianche cicogne che portano i bimbi e le benedizioni nelle case del Nord: da noi sono le rondini, le brune rondini dall’ali acute, che tornano nella primavera a far i nidi sotto le nostre grondaie e a portarci l’augurio di pace e di prosperità.
Ma nel cielo sereno e freddo di quella mattina di Natale, Grazia non vide passare le rondini; esse sono andate lontano, lontano, a cercar il caldo e le rose al di là del mare.
Eccolo, invece, l’abitatore del freddo cielo delle Alpi, delle rupi scoscese su cui non si ferma la neve! Gli occhi acuti di Grazia lo vedono lassù, in alto, in alto.... Tutto tace intorno, smorzato da quella gran nevicata, e le pare d’essere sola al mondo, lei nella sua casetta e quell’aquila lassù, e prova uno sbigottimento.
«Che cosa mi porti? che cosa mi porti, o aquila, dal cielo?» mormora.
In quella Bernardo rientra tutto rosso, col giubbone spruzzato di neve.
Egli si stupì che sua moglie non fosse ancora alzata.
«Non ti senti bene, Grazia?» disse.
Ma lei rispose:
«No, sto bene» e scese dal letto, ma dovette aggrapparsi ai materassi perchè si sentì a un tratto mancar le forze.
Bernardo si voltò, e nel momento che chiedeva: «che hai?» Grazietta diventò ancora più pallida, barcollò e battè le ginocchia sul pavimento di legno.
Bernardo stese le braccia con un grido, ma lei sollevò il viso bianco e lo guardò cogli occhi raggianti di una luce strana.
«Lasciami, lasciami in ginocchio, marito mio,» disse con una voce rotta e il sorriso sulle labbra smorte. «Inginocchiati anche tu: ringraziamo il Cristo bambino, e promettiamo d’essere sempre buoni cristiani, di amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come noi stessi.» Bernardo s’inginocchiò, ringraziò, promise, quand’ebbe riposta sul letto la sua piccola moglie, le disse:
«Io ho fatto ciò che hai voluto, ma non so ancora perchè.»
E lei rispose:
«Va alla chiesa: io mi sento un po’ debole e non posso venire. Quando tornerai te lo dirò.»
Bernardo andò, e tornò presto con un forte odor d’incenso appiccicato alla grossa giacca di lana e con la curiosità dipinta sulla sua larga faccia di bonaccione.
«Lontano da te io non so pregare» disse. «Don Pietro ci raccontò il Vangelo di S. Luca, quel pezzo, sai quando i pastori si dicono l’un l’altro: andiamo a Betlemme, andiamo a vedere che cosa è successo, che cosa il Signore ha fatto conoscere. L io pensavo intanto, senza volerlo: faccia presto, Don I tetro, che io possa tornar a casa e sapere che cosa è successo alla mia bambolina, che cosa il Signore le ha fatto conoscere ...»
Grazia si rizzò sui gomiti, cogli occhi illuminati, e disse seria: . .
«Dimmi, dimmi cosa hanno fatto poi i pastori!»
«I pastori?.... lo sai bene, Grazia, partirono subito per Betlemme e trovarono Maria in una stalla e il bambino Gesù coricato nella mangiatoia.»
«E poi?» .
«E poi» seguitò Bernardo, grattandosi la nuca e sollevando le sopracciglia con un’aria imbarazzata «poi.... non so più: tu lo saprai meglio di me, tu che conosci tutti i Vangeli.»
«Sì» rispose Grazia col visetto serio e accentuando le parole come se leggesse. «E i pastori se ne tornarono glorificando Dio di tutte le cose che avevano sentite e vedute, proprio come era stato loro predetto.»
«Già» disse Bernardo «ma io non capisco, non so perchè tu vuoi ch’io lo ripeta, bambolina mia.»
Ma ella, con una voce che non pareva più la sua, che aveva qualchecosa di solenne, gli disse:
«Non chiamarmi più bambolina! Il Signore mi mandò un segno che ci manderà un figlio.»
«Un figlio!»
Le pareti di legno risonarono alla voce tonante di Bernardo; egli rise, rise come un fanciullo che non ne sa il perchè e stese le braccia per stringersi sul petto la sua bambolina, ma rimase così, a guardarla estatico, cogli occhi lucidi e le labbra aperte.... Essa non era più una bambolina, era una donna, una donna benedetta dal Signore!...
Cessò a un tratto di ridere e si lasciò cadere ginocchioni vicino al letto, singhiozzando di felicità.
II
fi ct Passò l’inverno: tornò il cielo sereno e l’aria tiepida: le nevi si squagliarono: dalle Alpi si precipitavano spumeggianti e rumorose le cascate: il torrente era gonfio.
Sulla loggia della bruna casetta, Grazia lavorava con le sue cognate e le sue amiche; i loro ferri e i loro aghi si movevano lesti come le loro lingue, e lingue e ferri erano occupati di una sola persona: il figliolo che Grazia aspettava.
Si ammonticchiavano nel cassone i giubbetti, le fascie, le calzettine, e insieme s’ammonticchiavano le previsioni, i progetti, le speranze.
Bernardo intanto lavorava nel suo campo, e pensava: sarà un bimbo o una bambina? sarà grosso o piccolino? somiglierà a lei o a me?
E quasi nello stesso momento, la cognata diceva a Grazietta: «Se deve somigliare a te, faccia il Signore che sia una bambina, ma se deve essere un maschio ch’esso somigli a tuo marito. Un uomo piccino e bianco come te, come potrebbe durare alle fatiche, lavorar il campo e condur le bestie sull’alpe? Prega, prega Dio che ti mandi una bambina.»
Ma Grazia rispondeva: «Io l’ho pregato tanto per aver un figlio pur che fosse, senza dirgli come lo avrei voluto: ora non voglio dirgli altro. Sia fatta la sua volontà! Il Signore ha tutte le grazie fatte sullo stampo della sua bontà e del nostro bene, Lui sa quello che ci conviene, meglio di noi.»
Passarono i mesi: alla locanda del villaggio cominciarono ad arrivar signore coi loro bambini, venuti a cercare il fresco e l’aria pura dei monti: capitavano tratto tratto alpinisti a pigliar le guide e i portatori per salire alle vette più alte, ai ghiacciai eterni. Ma nella casetta di Bernardo, là fuor del villaggio, par che nessuno s’accorga di chi va e viene: qualcuno deve venire, è vero, ma non sarà un forestiero che scapperà ai primi freddi, qualcuno verrà per restare, se Dio lo aiuta.
Nel prato intorno alla casa non si vede nessuno, fuor delle galline che starnazzano sotto il pero carico di frutti. Dalla loggia di legno, dai parapetti delle piccole finestre, si riversano, come da un paniere troppo colmo, i garofani rossi e i geranî rosa, insieme alla maggiorana.
Bernardo da due giorni è andato sull’alpe a far pascolare le vacche, ma il suo pensiero torna sempre indietro, giù nella valle, alla sua Grazia che aspetta da un giorno all’altro il figliolo che Dio le ha promesso.
Non arriva suono di campane, su quell’ultimo tratto verde dell’alpe seminato qua e là di rododendri fioriti: ma il sole dice a Bernardo che ora è. Giù per il monte, nelle valli, e nel piano che si perde all orizzonte in un bianco vapore, dappertutto il sole, sorto da poche ore, dilaga. Le punte di ghiaccio delle Alpi spiccano nette sul cielo sereno, ma non rinfrescano neppur esse gli occhi: tutto quel bianco irradiato di sole pare s'arroventi.
Bernardo, ritto, colle due mani appoggiate al suo alto bastone e il mento sulle mani, non stacca gli occhi dalla sua giovenca nera che pascola li presso. Un alto silenzio par incomba sulla natura: solo qualche strido d’avvoltoio sulle rupi, e tratto tratto il risonare lento del campanaccio della giovenca, o il tintinnio saltellante delle pecore: null’altro.
Ma ecco s’ode, ripetuto dall’eco, un lungo fischio dalla valle. Bernardo, coll’orecchio pratico dei montanari, capisce di dove viene e guarda giù, aguzzando gli occhi, sul sentiero che conduce al suo villaggio.
Il cuore gli dice che chiamano lui e si mette a battere più forte.
Un minuto dopo il fischio si ripete. Egli si ripara colla mano e guarda cogli occhi socchiusi.
Ecco spuntare in cima a una rupe un uomo, no, un ragazzo: è Paolo, suo nipote.
«Oooh, ohi»
Nell’ampia solitudine dei monti le voci si odono a prandi distanze.
«Ooooh, ooh!» rispose Bernardo. Il ragazzo saliva diritto, senza badare ai sentieri, arrampicandosi.
Bernardo piantò il suo bastone ferrato in terra e fece cornetta colle mani.
«Co-sa c’è!» gridò colla sua voce tonante. Paolino si fermò un momento, poi si rimise a correre in su prima di rispondere. Un freddo corse per la schiena di Bernardo.
Finalmente il ragazzo si fermò di nuovo su un gran masso e la sua voce sottile arrivò a Bernardo.
«E arrivata!...»
Bernardo sussultò, poi mandò fuori un sospirone di sollievo, dicendo: «Dio m’ha mandata una bambina! sia fatta la sua volontà!»
La voce di Paolo ripetè: «E arrivata una crea.... tura!» E scomparve giù dal masso, poi ricomparve ai piedi del dosso erboso su cui era Bernardo.
Questo si guardava intorno come trasognato, sorridendo fra sè. Sentiva di dover ringraziare Iddio che aveva finalmente esaudito il suo gran desiderio, ma non sapeva sollevare il suo pensiero. Nella sua testa e nel suo cuore si ripeteva una sola parola: padre! padre! sono padre! Gli pareva di non averci mai pensato prima, di non aver mai capito fino a quel momento che cosa precisamente volesse dire.
C'era nella sua casa una piccola creatura.... che non sapeva ancora che cosa fosse il mondo, che non conosceva ancora il suo papà e la sua mamma, essi che l’amavano già come se ci fosse sempre stata!
In quella Paolino arrivò su, tutto sudato e col fiato corto.
«Va giù, zio» disse «sto qui io a curar le bestie.»
Bernardo non dimandò altro e giù a saltelloni dal monte. Pensava: una bambina, dunque: una bambina! Che sia la benvenuta! ah, ah, chi sa a chi somiglia, se a me o a Grazietta? oh, che donnone, che donnone se somiglia a me! Basta, che importa se sia grossa o piccina, bella o brutta? pur che sia sana e buona, povera piccina! buona come la sua mamma....
Sollevò la testa guardando in giù verso casa.
«Grazietta mamma!» disse forte, e sorrise passandosi la mano sulla fronte, intenerito, poi allungò ancora di più il passo.
«Come sarà grande?» pensò «forse così.... forse neppure come il mio piede; con un visetto grosso come una mela.... e delle manine che entreranno nella mia bocca.... ah, ah! la farò dormire nel mio cappello.»
Stava per infilare la scaletta di casa sua, quando una voce sopra di lui, la voce della madre di Grazia, gridò:
«Un maschio! un maschione!»
Bernardo s’aggrappò alla ringhiera e rimase senza fiato.
«Ma come! se Paolino!... ah, vero grullo che sono! egli ha detto una creatura....»
Sali la scaletta in un salto, facendola scricchiolare tutta, si precipitò in casa ridendo e piangendo, baciò e ribaciò la sua donna e il suo figliolo, dicendo a sè stesso: «fa adagio, non schiacciarlo, bisogna star zitti!»
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III
fi ct Lo chiamarono Natale, in ricordo di quel giorno benedetto in cui Grazia aveva avuto l’avvertimento che Dio avrebbe esaudita la sua preghiera.
Com’era grosso! La povera Grazia barcollava scendendo dalla scaletta col suo bimbone fra le braccia, e tutte le vicine accorrevano a vederlo e la facevano arrossire di piacere e di orgoglio colle loro esclamazioni di maraviglia.
«È tutto suo padre! tutto suo padre!» dicevano. Bernardo tentava di rammentare di quand’era fanciullo, ma non si ritrovava così enorme come suo figlio. «Vuol diventare due volte me» pensava. Certo egli era già mezza volta più de’ soliti bambini: i piedi gli scappavano fuori dalle fascie e le cuffiette gli stavano dietro le orecchie, lasciando scoperte due dita di capelli. Grazia dovette dar un taglio senz’altro alle maniche delle carnicine, perchè era una fatica l’infilargliele, e, quando ci riusciva, quei poveri braccini parevano salami insaccati. Presto presto, le cognate ritagliarono vecchie lenzuola e si rimisero daccapo al corredo del colosso.
Dopo quindici giorni non stava più nella culla di legno dipinta, che la nonna aveva mandata in regalo, e Bernardo dovette andar in cerca di assi per fargliene una nuova.
«Noi siamo destinati a far ridere la gente,» disse un giorno Grazietta.
«Meglio tenerla di buonumore che rattristarla,» rispose Bernardo. «Verrà un giorno in cui nessuno riderà più sul conto del nostro Natale: egli saprà tener ognuno in rispetto soltanto col farsi vedere. Ah che omone, mia cara! che omone!» E spalancava gli occhi facendo un passo indietro, come se già lo vedesse lì ritto, più alto di lui.
La voce del bimbone era in proporzione del suo torace: quando di notte si metteva a strillare, Grazia si risvegliava di soprassalto, spaventata, e al suo ohè ohè, rispondevano dal pollaio di sotto le galline e i galletti, improvvisamente riscossi anch’essi dal loro sonno.
Dopo due mesi il latte di quella mamma così piccina non bastava più a nutrire quel grosso figliolo: esso le succhiava anche il sangue, ed ella era diventata sparuta, bianca, così infiacchita che un nonnulla bastava per intimorirla e a farla piangere. Di notte dormiva di un sonno agitato, facendo sempre de’ sogni così paurosi che si svegliava tutta in sudore.
Ed era sempre il suo grosso figliolo che le appariva anche in sogno. A volte lo vedeva farsi più alto, più largo, come gonfiarsi a vista d’occhio, tanto da pro- varne un’oppressione, da parerle d’esserne schiacciata. Un’altra volta lo vedeva fatto uomo, più alto del campanile, camminare scavalcando le case, attraversando la valle con un sol passo, pigiando sotto il suo calcagno la gente nelle strade come fossero formiche. «Oh Dio! Dio!» supplicava svegliandosi. «Che non sia segno che il nostro Natale diventi un prepotente! che la sua robustezza non lo porti a far cose cattive!»
Più il bimbo cresceva e più la mamma diminuiva: il medico venne e le fece smettere d’allattarlo: tanto, a mettergli alle labbra una scodella di latte se la sorbiva come avesse avuto l’anno.
Il cestino in cui lo misero per reggerlo nei primi passi, scricchiolava sotto il peso, e quando urtava negli spigoli delle porte o nelle seggiole, i suo testone biondo troppo pesante non resisteva alla scossa e gli faceva fare un capitombolo. Bambini di due anni passavano ritti sotto la tavola di cucina; egli, a sei mesi non ci passava più, e se vedeva la scodella della pappa, allungava le mani e annaspava tirandosela addosso.
Grazia non aveva più un minuto di quiete, e, smagrita com’era, pareva ancora più piccolina. Ma era però così contenta, così orgogliosa che quasi se ne sgomentava. Pensava: «Dio mi castigherà se m’inorgoglisco troppo.» E si provava a non raccontare che già a Natale erano spuntati quattro denti e che se ne stava ritto da solo accanto alla seggiola: si sforzava di ammirare i bambini degli altri, ma dentro tutta l’anima sua ripeteva: «Oh com’è bello il mio Natale! non c’è un altro bambino più robusto di lui!» Quando cominciò a trotterellare da solo in gonnellina azzurra, la sua smania era d’afferrare, d’impadronirsi di tutto ciò che si moveva.
Fin da quando era ancora fra le braccia della mamma, egli agitava le manine tentando di prendere le sue labbra quando parlava: e quanti peli strappò alla barba del babbo per tentar di afferrare la sua lingua, ch’egli si divertiva a mostrargli e ritirare rapidamente! Non parliamo de’ suoi stupori per le foglie agitate dal vento, per gli uccelli che passavano nell’aria, per le galline che correvano per la casa, per le mosche che gli volavano intorno. Quando si senti padrone delle sue gambe, egli parve felice di poter finalmente precipitarsi su tutto ciò che aveva un movimento.
«Oh bè, oh bè, oh bè!» e pigliava la rincorsa, cadendo colle mani innanzi, mentre polli, tacchini e anitre scappavano starnazzando spaventate: un giorno lo trovarono lungo e disteso con un pulcino morto fra le mani.
Il veder altri bambini era pure per lui una festa! «Oh, bè! oh bèl oh bèl» e la sua facciona bianca e rossa rideva tutta, mentre le sue mani afferravano ricciolini e nasi su cui le sue unghiette lasciavano il segno.
Gli altri non contraccambiavano certo la sua cordialità. Era così grosso e i suoi movimenti così irriflessivi, che i suoi abbracci riuscivano delle strozzature e le sue carezze degli schiaffi. Non c’era una bambina che, a vederlo anche di lontano, non scappasse a nascondersi strillando fra le gonne della mamma.
La gran contentezza di Grazia cominciò ad offu- scarsi. «Quel tuo diavolone» dicevano le amiche parlando di Natale, e le chiedevano in tono pietoso come reggesse a stargli dietro tutto il giorno, a badare che non facesse malestri ogni momento.
Oh, Dio, com’era possibile pensare che fosse una fatica per lei? Ma se era l’allegria, la gioia delle sue giocate, se ogni malestro era una prova della sua robustezza e della sua intelligenza!
Bisognava star con lui tutto un giorno per capire che caro bambino egli fosse! Ma Grazia non diceva che caro bambino egli fosse! Ma Grazia non diceva tutto questo alle amiche; che necessità? non le avrebbero creduto. E taceva, ma soffriva. Non era orse un’ingiustizia che si giudicasse come una prepotenza e uno sgarbo ciò ch’era invece espansione e gentilezza? Che colpa aveva lui, povero bambino, se la sua robustezza gli faceva esprimere i suoi sentimenti troppo energicamente?
Grazia se ne crucciava, quand’era sola in casa col bimbo che dormiva in un angolo della cucina, così bello col suo faccione rosso e i riccioloni biondi, e le lunghe ciglia scure che segnavano un’ombra sulle su gote. Sola, senza distrazioni, ella lo stava a guardare pensando impaurita all’invidia che aveva suscitato intorno a sè quella bella creatura, all’ingiustizia ci cui era vittima, e il cuore le si empiva d’amarezza e gli occhi di lagrime; ma bastava che il bambino spalancasse gli occhi o tornasse Bernardo, per ridere de’ suoi crucci.
Oh, la gente del paese!... che gliene importava a lei? Non ammiravano più il loro Natale? tanto meglio: la lasciavano quieta in casa sua a goderselo.
Ma non poteva star sempre in casa.
La domenica lo portava a messa con sè, ma mentre quand’era più piccino al cominciar dei canti egli le si addormentava in grembo, ora la musica lo esaltava, ed egli sentiva il bisogno di accompagnarla coi suoi gesti, colle sue grida d’allegria, co’ suoi commenti. «Ton ton, cin cin! Centi, mamma? oh, bella! oh bella!» E le tirava il naso per farla guardare in su, poi sgambettava per voler scendere, urtando nella panca, facendo rumore, disturbando i vicini, non volendosi persuadere che in chiesa bisogna parlar piano. Gli altri bambini ridevano, e di qua e di là risuonavano scappellotti per farli star zitti.
Le amiche, quasi si vergognassero per Grazia, non voltavano il capo a guardarla o guardavano di traverso: qualche vecchia zitella faceva severamente sst! e la povera Grazia si voltava a cercar cogli occhi il suo Bernardo perchè venisse a portarle via il bambino. E non un sorriso benevolo e indulgente ella vedeva intorno a sè, sul viso di tutte quelle mamme.
In mezzo alla piazza del villaggio c’era una vasca rotonda nel cui centro, da un pilastro sormontato da un’antica statuetta di santo, zampillava da quattro tubi di ferro l’acqua fredda e leggera che forse veniva dal ghiacciaio. Da un lato della vasca era una seconda, più bassa, nella quale si riversava da un buco sotto l’orlo, tutta l’acqua che traboccava dall’altra. Lì le donne venivano a lucidare le padelle e a lavare i panni, e c’eran sempre bambine o bambini che volevano trovar posto per lavar fazzoletti o vestine di bambole, per far galleggiare barchette o pezzi di legno, oppure nel rigagnolo d’acqua sudicia insaponata che sgorgava da un foro della vasca e scorreva fra i sassi fino giù al torrente, facevano canali, mulini, o bolle di sapone. Ed era un continuo vociare di mamme impazientite, di ragazzi impertinenti, di bimbi che s’accapigliavano.
Ma il baccano crebbe quando cominciò a venirci Natale, l’ometto che ora camminava spedito.
Quand’egli sguazzava co’ suoi bracciotti nella fontana, erano tali colpi sull’acqua da spruzzar tutti intorno. Egli afferrava gli altri bambini per un lembo del vestito facendo: «uh, uh!» perchè si mettessero a correre scavallando; ma se non riusciva a smoverli, o tentavano scappargli di mano, dava giù colpi dove capitava per farsi capire.
S’alzavano allora degli urli! Sentivano tanto parlare della robustezza di Natale e della sua forza, che vederlo minaccioso era per tutti quei bambini come veder un lupo o un orso colla bocca spalancata, pronto a mangiarli. Cominciava uno a scappare, e tutti dietro, rifugiandosi nelle porte, stando a guardarlo dagli spigoli, pronti a fuggire ancora più lontano.
Oramai, anche quando allargava le braccia per abbracciare, era un fuggi fuggi generale, che egli non comprendeva; spesso lo pigliava per un gioco, seguitando a rincorrerli e strillando anche lui come facevan gli altri. Se riusciva ad afferrarne uno, quegli gli tirava calci e pugni per liberarsi, ed egli allora picchiava, picchiava forte, poi correva dalla mamma, piangendo e dolendosi di aver fatto male al ninin.
Grazia cominciò a inquietarsi davvero: tutta rossa in viso, un giorno alla fontana sgridò quei bambini, dicendo che non era il modo di fare con un bimbo che era alto come loro, è vero, ma non sapeva ancora parlar chiaro e capire. Con un pugno non poteva ammazzarli: se ne davano tanti fra loro in fine di una giornata! Alcune mamme presero a difendere i loro ragazzi e a incolpar il povero Natale, e Grazia finì col prendere i suoi panni sgocciolanti e il suo figliolo, e andarsene a casa piangendo.
«Ecco il castigo che mi sono meritata per essere stata troppo orgogliosa della sua robustezza» pensava Grazia. «Nessuno lo ama.» E, ciò che le pareva ancora più doloroso, non era amato perchè nessuno lo comprendeva.
«Non piangere, Grazia,» disse una sera Bernardo. «Teniamoci il nostro figlio per noi, finchè non sia cresciuto tanto da farsi voler bene per la sua bontà. Quando tu dovrai andar alla fontana a lavare, o in chiesa, lo porterò con me; e perchè rimanga in casa nostra quando tu ci sei, ho pensato io che cosa devo fare.»
La mattina si alzò prima del sole e si mise a piantare uno steccato con rami secchi, tutto in giro al suo prato; egli zufolava lavorando, per non sentire la voce dolorosa che gli usciva dall’anima egli diceva; «ecco qui, tu Bernardo chiudi il tuo figliolo come si fa con una bestia cattiva.»
«Me lo faranno diventar cattivo davvero,» pensava intanto Grazia, come se avesse sentito. «Il mio Natale finirà coll’odiar tutti.»
Eccolo dunque in gabbia il povero uccellino, molto stupito che il mondo al di là dello steccato non voglia saperne di lui. Pazienza! egli cercò distrazioni al di dentro; trottava dietro la mamma e s’affaccendava per casa aiutandola in molte cose; a soffiar nel fuoco, a portar l’erba alle mucche nella stalla, a dar il pastone al vitellino, a cercar le uova nel pollaio, a imboccar i pulcini, a dipanar le matasse sull’arcolaio. È vero che faceva volar la cenere per la cucina senza che il fuoco s’accendesse, e arrivato nella stalla s’accorgeva di non aver più niente fra le braccia e aver persa tutta l’erba per la strada: è vero che per aiutar la mamma a portar il secchio del pastone spingeva di sotto troppo forte e glielo faceva rovesciare: è vero che rompeva le ova, e arrischiava di soffocare i pulcini, e arruffava le matasse, ma gridava con tanta desolazione: «oh cogia ho fatto! cogia ho fatto!» che la mamma lo prendeva fra le braccia e lo tempestava di baci.
Venne l’estate. Quante ore passava Natale buttato nell’erba alta, a guardarci dentro. Oh, com’è bello il mondo! pensare in un palmo di prato quante belle cose ci sono! una foresta in miniatura..., che varietà di alberi, cioè, di fili d’erbe! ve n’è di dritte, taglienti come sciabole affilate, ve n’è di frastagliate, di^rotonde, di sottili come de’ fili di seta, e quanti fiori! bianchi, lilla, azzurri.... Natale li guardava ad uno ad uno: seguiva il lento viaggio di una formica, o il volo a scatti di una libellula, o i salti di una cavalletta.
Le bestie cominciarono a comprenderlo: quand’era seduto sull’erba a sbocconcellare il suo pane, pulcini e galline, passerotti e anitre gli venivano intorno, ed egli dava briciole a tutti, mangiandosi solo la crosta.
La gatta bianca, accovacciata sulla panca di legno fuor dell’uscio della cucina, teneva d’occhio, senza scomodarsi, il suo piccolo amico, e anche i grossi topi che uscivano di sotto la legnaia; e anche il cagnette nero, Perin, che dormiva sotto il pero, pronto ad alzar la testa e ringhiare appena sentisse un passo sul sentiero.
IV
fi ct In una bella mattinata d’estate, Bernardo arrivo su dalla valle affannato e grondante sudore, colla gerla sulle spalle da cui sbucava Natale. «Vorrei pesare tutta questa biancheria umida,» disse inginocchiandosi per deporre contro un albero la gerla: «e se non è cinquanta chili mi lascio tagliar la testa. Tu, Grazia, non ne pesi forse quaranta» disse voltandosi a lei che lo seguiva col viso impensierito. «E se non è una bricconata il far portar dei pesi simili a una donnina cosi, non so più che cosa sia il mondo de’ galantuomini.»
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The end
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