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Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo tolemaico e copernicano

Galileo Galilei · 1897 · Free in the US

17,627 words · about 1 h 14 min to read

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About this book

Author
Galileo Galilei
Language
Italian
Published
1897
Length
17,627 words · about 1 h 14 min
Sections
4 reader sections
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Avvertimento

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Il «Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo» è fra le opere più celebri che si hanno alle stampe in ogni ordine di letteratura, e forse assai più a motivo delle vicende che per causa di esso l'autore sostenne, per il metodo d’indagine scientifica che vi è così luminosamente insegnato, e per lo splendor della forma, che non per l’intrinseco valore, il quale è superato da altri scritti del sommo filosofo. Come ci attesta il Viviani, Galileo lo andava volgendo nella mente fin dai primi tempi del suo soggiorno in Padova: ed infatti molti e molti degli argomenti, la trattazione dei quali trovasi coordinata nel Dialogo, hanno strettissime attinenze con quegli studi di cui egli si occupò mentr’era agli stipendi della Serenissima. Scrivendo al Keplero, nel 1597, che ormai «multis abhinc annis» egli aveva abbracciato l’opinione Copernicana, aggiunge: «multas conscripsi et rationes et argumentorum in contrarium eversiones.... Auderem profecto meas cogitationes promere, si plures, qualis tu es, extarent; ac cum non sint, huiusmodi negotium supersedebo; e fra i titoli delle opere che stava meditando, come scriveva a Belisario Vinta il 7 maggio 1610, e divisava di pubblicare quando una condizione più tranquilla di quella che occupava nello Studio di Padova gliene avesse concesso agio, sono in prima linea «2 libri de sistemate seu constitutione universi, concetto immenso e pieno di filosofia, astronomia e geometria. La pubblicazione di un «Systema mundi» era stata del resto ripetutamente promessa da Galileo nel Sidereus Nuncius, ed a questa promessa egli si era richiamato nelle prime linee del Discorso intorno alle cose che stanno in su l’acqua o che in quella si muovono e nella corrispondenza col Principe Cesi. Ma, mentre questi lo confortava a rivelare al mondo il «sistema massimo», da altri invece, che aveva penetrato com’ egli avrebbe affermata e dimostrata la mobilità della Terra, ne era trattenuto; e quantunque nelle varie scritture che andavano uscendo dalla sua penna, e che furono date in luce o fatte correre manoscritte per le mani degli amici e degli scolari, non sia difficile seguire lo svolgimento successivo del suo pensiero a questo proposito, pure egli differì dall’occuparsi exprofesso di tale materia e dal manifestare pienamente in pubblico le sue idee, nè compì per allora quel lavoro speciale che meditava: e questo fu grave danno, perchè nel frattempo andarono accumulandosi difficoltà ed opposizioni più o meno aperte, che resero tanto più malagevole, ed anzi impedirono, l’esplicita ed incondizionata sua adesione al nuovo sistema del mondo. Ad ogni modo, noi crediamo di non cadere in errore argomentando che quelle medesime cause che lo indussero a rispondere, dopo lungo silenzio, alla De situ et quiete Terme contra Copernici systema disputatio di Francesco Ingoli, abbiano pure contribuito a fargli riprendere la intermessa, ma non mai pretermessa, fatica.

Della forma dialogica e del titolo «Del flusso e reflusso» che Galileo intendeva di dare al ripreso lavoro, troviamo per la prima volta menzione in una lettera a Cesare Marsili del 7 dicembre 1624; e sembra che il Nostro si proponesse allora di recarsi a Roma e di presentare per l’approvazione soltanto una bozza dell’opera, o di ottenere in generale che non si avversassero le dottrine in essa professate: dal qual partito lo distolsero il Cesi e il Ciampoli.

Il lavoro, che nell’agosto del 1625 egli scrive di andar tirando innanzi, apparisce intermesso nel dicembre dell’anno successivo; ed anche sei mesi dopo gli amici sentono che procede con lentezza, la qual cosa dà argomento alle loro doglianze. Nonostante che, in occasione della gravissima malattia dalla quale Galileo fu colto nel marzo del 1628 e che lo condusse in fin di vita, preso da timore che l’opera rimanesse incompiuta, egli facesse risoluzione di portarla a fine nel più breve tempo possibile, tuttavia nel 1629, per ragioni a noi sconosciute, il lavoro soffrì un nuovo ritardo. Fu ripreso nell’ottobre, e il 24 dicembre Galileo partecipava al Cesi d’averlo «condotto vicino al porto»: al principio dell’anno successivo i dialoghi erano «felicemente terminati», si leggevano in casa del canonico Cini, e l’autore ne incominciava la revisione, dandone avviso agli amici ed aggiungendo che in breve li avrebbe avuti «in pronto per dargli alla luce»; e la stampa si proponeva di farla in Roma, dov’egli stesso si sarebbe recato a curarla, «per non affaticar altri nelle correzioni». In questa determinazione egli era venuto, come par molto probabile, perchè, dovendo l’opera esser pubblicata per cura dell’Accademia dei Lincei, cioè a spese del Principe Cesi, fosse evitato il pericolo di troppe scorrezioni e d’interpolazioni, com’era avvenuto per il Saggiatore. Contemporaneamente però Galileo faceva tastare in Roma il terreno per prepararsi all’accoglienza ch’egli ed il suo libro vi avrebbero ricevuto, e ne scriveva in proposito, in una lettera che lamentiamo smarrita, sotto il dì 28 gennaio 1630 al fido Castelli, il quale si era già abboccato intorno a questo parti- colare col Padre Maestro del Sacro Palazzo, Niccolò Riccardi (quello stesso da cui era stato dato il nulla osta alla stampa del Saggiatore), ed aveva anche scandagliato l'animo del Card. Francesco Barberini, nipote del Papa e, come allora dicevasi, Cardinal Padrone. Quanto al P. Riccardi, partecipa il Castelli a Galileo «che era tutto suo, e che sempre averebbe fatta la dovuta stima della virtù di V. S., e che non ne dovesse dubitare»; e quanto al Card. Barberini, che faceva delle difficoltà, ma pure, quando Galileo avesse provato che la Terra non era una stella, «nel resto le cose potevano passare». Questa lettera incoraggiò il nostro filosofo nella correzione del suo lavoro; ond’egli scriveva, nel febbraio al Marsili e nell’aprile a Gio. Francesco Buonamici, ch’era occupatissimo nel rivederlo e che lo faceva copiare, con intenzione di trasferirsi a Roma per pubblicarlo subito. Viepiù fiducioso nelle sorti della sua diuturna fatica dovette poi sentirsi dopo la famosa dichiarazione che, circa la proibizion del Copernico, il Pontefice stesso ebbe a fare a Tommaso Campanella e della quale il Castelli dava notizia al suo Maestro, cioè che: «Non fu mai nostra intenzione, e se fosse toccato a noi non si sarebbe fatto quel decreto».

Il primo di maggio del 1630 Galileo partiva da Firenze e due giorni dopo giungeva a Roma, dove, per ordine del Granduca, era ospitato dal Marchese Francesco Niccolini, ambasciatore di Toscana, il quale, per antiche relazioni di famiglia, era già disposto a favorirlo nelle pratiche ch’era venuto ad intraprendere, ed in ciò era aiutato assai efficacemente dalla moglie Caterina Riccardi, parente del Padre Maestro del Sacro Palazzo. Nessuna delle lettere che Galileo avrà scritto e alla Corte e agli amici, per informare sull'andamento delle trattative iniziate con la consegna del manoscritto, ch’era stato affidato per la lettura al P. Raffaello Visconti, giunse insino a noi: soltanto i dispacci diplomatici ci danno notizia di difficoltà che si andavano sollevando rispetto alla licenza di stampa, a togliere le quali si stimò opportuno di agire, oltre che sul P. Riccardi, anche sul Visconti, interponendo altresì la mediazione del Principe Gio. Carlo de’ Medici. Alcune modificazioni furono infatti concordate tra Galileo ed il P. Visconti, e questi sotto il dì 16 giugno scriveva al Nostro che il Dialogo era piaciuto al P. Maestro, il quale all’indomani avrebbe parlato al Papa «per il frontispizio dell’opera», e che del resto, «accomodando alcune poche cosette, simili a quelle che accommodammo insieme», il P. Maestro gli avrebbe restituito il libro.

Addì 26 giugno Galileo partiva da Roma e, secondo apprendiamo da un dispaccio di tre giorni dopo del Niccolini al Cioli, «con intera sua satisfazione, e con la spedizione intera, merita dal suo valore e dalle sue gentilissime maniere, di quel suo aromatico negozio». Ed infatti riebbe Galileo il suo libro «sottoscritto e licenziato» di mano del P. Maestro: licenza e sottoscrizione però tutt’altro che definitive, e delle quali sembra che Galileo dovesse servirsi appresso il Granduca e per poter cominciare a trattar col tipografo.

Qual parte in tutto ciò abbia avuta Federico Cesi, non risulta affatto: certo è che, se Galileo contava sull’appoggio di lui, questo gli venne meno improvvisamente, poichè il 1° d’agosto il Principe dei Lincei mancava ai vivi. E di appoggi per condurre a felice conclusione le iniziate trattative Galileo aveva grandissimo bisogno, che le cose non erano così lisce come avrebbero potuto far credere il surriferito dispaccio dell’ambasciatore e la ottenuta licenza. Galileo stesso ne doveva essere convinto, se, partendo da Roma, aveva annunziato agli amici che presto vi sarebbe tornato: di tornarvi infatti aveva, preso impegno col P. Riccardi, per accomodare con lui «alcune coselle nel proemio e dentro l’opera stessa». E forse con questi ragionevoli timori si connette il tentativo fatto da Galileo appresso il Baliani, nell’agosto del 1630, per far stampare il suo libro a Genova.

Intanto, che dopo la partenza del Nostro da Roma nuove difficoltà fossero sorte, appare da quello che il 24 agosto 1630 il Castelli scriveva a Galileo: «Per molti degni rispetti, che io non voglio mettere in carta ora..., crederei che fosse ben fatto che V. S. M. I. facesse stampare il suo libro costì in Firenze, e lo facesse quanto prima». Il Castelli aggiunge d’aver trattato in proposito col P. Visconti, e d’aver ricevuto in risposta che a ciò non v’era «difficoltà di sorte alcuna, e che desidera sopra modo che venga alla luce questa opera». Galileo rispondeva con una lettera, la quale ne accompagnava un’altra per il P. Maestro: in queste lettere (oggi ambedue perdute) doveva egli pregare d’essere esonerato dal recarsi a Roma, allegando il motivo della peste che andava serpeggiando, e chieder l’assenso di stampare il libro in Firenze; poichè il P. Maestro gli faceva sapere, esser necessario, prima che fosse data tale licenza, «mandare una copia del libro qui in Roma, per agiustare insieme con Mons. Ciampoli quanto bisogna», ed il Castelli aggiungeva, da parte sua, stimare tale invio «assolutamente necessario». Tal cosa però non piaceva a Galileo, ed era inoltre resa malagevole dalla difficoltà dei passi, a motivo del contagio. Qui entra direttamente in campo la Caterina Riccardi Niccolini, la cui mediazione Galileo interpose appresso il P. Riccardi, ottenendo, almeno in parte, l’effetto desiderato; poichè l'ambasciatrice di Toscana gli scrive, sotto il dì 19 ottobre, che il Padre Maestro «è veramente, al solito, tutto suo, e per servirla in quel che può, dice che si contenterà che V. S. non mandi il libro intero da rivedersi, ma solo il principio ed il fine, con questa condizione però, che il medesimo libro sia rivisto da un Padre teologo della sua religione costì in Firenze, il quale sia solito di riveder libri ed adoperato a quest’effetto da’ Superiori di cotesta città». Il revisore, scelto da Galileo, fu il P. Giacinto Stefani, e la scelta fu, dopo qualche difficoltà, ratificata dal P. Riccardi, il quale però insistè per vedere egli stesso il proemio e la fine del libro e per mandare al revisore «un poco d’instruzzione in questo proposito». Se non che, non ostante le promesse fatte all’ambasciatrice e ripetute anche al Castelli, l’ordine al P. Stefani, col quale tali promesse avrebber dovuto aver seguito, non giungeva da Roma. Con siffatto ordine o senza, ebbe effetto ad ogni modo la revisione dello Stefani: ma il proemio ed il fine, che il P. Riccardi s’era riservato di accomodare a sua intera sodisfazione, non venivano, cosicchè al principio del marzo del successivo anno 1631 Galileo si risolse ad invocare l’intervento del Granduca; e questi ordinò «di scrivere efficacemente al Sig. ambasciatore Niccolini, acciò faccia con ogni vivezza e quanto prima l’offizio col Padre Maestro del Sacro Palazzo».

Il 19 aprile 1631 partivano da Roma due lettere: una del Castelli a Galileo, nella quale si diceva che il P. Riccardi «in ristretto vorrebbe il libro nelle mani, e promette che assolutamente lo licenziarà»; l’altra del Niccolini al Cioli, in cui si legge: «Fu combattuto lunedì prossimo in questa casa assai a lungo il Padre Maestro del Sacro Palazzo dall’ambasciatrice e da me per l’interesse del Sig. Galileo, e finalmente fu accordato che ordinarebbe che ella (l’opera) si stampasse, però con cert’ordine o dichiarazione per suo discarico, del quale restò in appuntamento di scrivermene una poliza, perchè io potessi riferirlo puntualmente, e senza alcuna alterazione di parole, a V. S. Illustrissima»; e il Niccolini conclude: «Ma vero è che queste opinioni qua non piacciano, in particolare a’ Superiori».

Ma la «poliza» annunziata non compariva, ed in luogo di essa il P. Riccardi mandava, sotto il dì 28 aprile, all’ambasciatore una lettera, nella quale, riservandosi pur sempre di vedere da sè il proemio e la fine, promette di scrivere all’Inquisitore di Firenze, «significandoli quello che ha da osservar nel libro, distendendo quello che mi è stato commandato, acciochè, vedendo che si sia osservato, lo lasci correre e stampar liberamente». Circa un mese dopo il P. Riccardi, che in questo affare andava «un poco di male gambe», come scriveva il Niccolini, spediva all’Inquisitore di Firenze le sue istruzioni, dalle quali risulta, anzitutto, che il titolo «Del flusso e reflusso» non era stato approvato, e che era mente del Pontefice che il titolo e soggetto proposto fosse «assolutamente della matematica considerazione della posizione Copernicana intorno al moto della Terra, con fine di provare che, rimossa la rivelazione di Dio e la dottrina sacra, si potrebbono salvare le apparenze in questa posizione, sciogliendo tutte le persuasioni contrarie che dall’esperienza e filosofia peripatetica si potessero addurre, sì che non mai si conceda la verità assoluta, ma solamente la ipotetica e senza le Scritture, a questa opinione. Deve ancora mostrarsi che quest’opera si faccia solamente per mostrare che si sanno tutte le ragioni che per questa parte si possono addurre, e che non per mancamento di saperle si sia in Roma bandita questa sentenza, conforme al principio e fine del libro, che di qua mandarò aggiustati. Con questa cauzione il libro non averà impedimento alcuno qui in Roma, e V. P. M. R. potrà compiacere l’autore e servir la Serenissima Altezza, che in questo mostra sì gran premura». Erano state compiute infatti, in via diplomatica, nuove sollecitazioni, causate da nuove istanze del Nostro, il quale aveva già spedito al P. Riccardi, col mezzo del Niccolini, il proemio e il fine dell’opera. Ma intanto Galileo, insofferente dei ri- tardi, faceva por mano alla stampa: e così, mentre il 5 luglio 1631 egli comunicava al Marsili che erano già stampati dei fogli del Dialogo, di che questi si congratulava come se ogni ostacolo fosse ormai tolto di mezzo ancora il giorno 12 il Niccolini scriveva al Nostro che il P. Riccardi poneva sempre nuove dilazioni a consegnare il proemio e la fine aggiustati e soltanto il 19 gli partecipava che il Padre Maestro, «tirato, come si suol dire per i capelli» aveva acconsentito a liberare il proemio; e sotto la medesima data lo stesso P. Riccardi inviava all’Inquisitore di Firenze il «principio o prefazione da mettersi nel primo foglio, ma con libertà dell’autore di mutarlo e fiorirlo quanto alle parole, come si osserva la sentenza del contenuto», ed aggiungeva: «Il fine dovrà esser dell’istesso argomento».

Tale a noi risulta dai documenti pervenutici la narrazione dei fatti occorsi circa la licenza di stampa del Dialogo; non interamente conforme, per verità, alle due contenute nel volume del famoso processo, a cui la pubblicazione del libro diede luogo.

Superati tutti gli ostacoli, si proseguì con maggiore alacrità la stampa, che fu compiuta il 21 febbraio 1632. Nel proemio dell’opera è data ragione della forma dialogica preferita dall’autore; nulla è detto del tempo nel quale si fingono tenuti i ragionamenti; quanto al luogo, è la città di Venezia, e precisamente il palazzo Sagredo sul Canal Grande. Tre sono gl’interlocutori, Salviati, Sagredo e Simplicio: in due di essi Galileo volle immortalare amici carissimi, rapiti al suo affetto nel fiore degli anni; il terzo è un personaggio immaginario; e di essi, e della parte che nel Dialogo rappresentano, accenneremo brevemente, prima di venir a discorrere della nostra ristampa.

Filippo d’Averardo Salviati era nato di nobile famiglia in Firenze il 29 gennaio 1583: si crede sia stato discepolo di Galileo in Padova, e certamente con lui si legò in intima amicizia, tanto da volerlo a suo diuturno ospite nella Villa delle Selve, dalla quale sono date la prima e la terza delle Lettere al Velsero sulle macchie solari, e dove, come egli stesso scrive in tale occasione, proseguiva in compagnia dell’ospite le osservazioni celesti. Dietro proposta di Galileo il Salviati venne aggregato all’Accademia dei Lincei nel 1612, e morte immatura lo coglieva il 22 marzo 1614 in Barcellona, mentre viaggiava per distrarsi da un'umiliazione sofferta in una questione di precedenza, avuta con un principe di Casa Medici. Nel Dialogo il Salviati rappresenta Galileo stesso, il quale soltanto in alcuni casi, e dove più esplicitamente si accenna alle scoperte da lui fatte od alla sua persona, è indicato col nome di Accademico Linceo, o anche semplicemente Accademico, o, talora, nostro amico comune, ecc.

Giovanfrancesco di Niccolò Sagredo, di famiglia patrizia veneta, nacque in Venezia il 19 giugno 1571, e fu in Padova scolaro di Galileo, e poscia a lui stretto della più cordiale amicizia, cementata da altissima e reciproca stima: gli venne pure frequentemente in aiuto, sia con potenti raccomandazioni appresso la Serenissima, ogniqualvolta a Galileo occorressero anticipazioni od aumenti di stipendio, sia ancora nelle frequenti circostanze in cui era molestato o da parenti o da plagiari o da avversari. Egli vive immortale non solo nelle pagine di Galileo, ma anche nel copioso carteggio col Maestro, carteggio in cui si palesa osservatore finissimo ed una delle menti più acute del tempo, tale insomma da meritare il titolo di «suo idolo» datogli da Galileo, che assai probabilmente non avrebbe effettuato il disegno di abbandonare lo Studio di Padova, se quand’egli prendeva tale determinazione, il Sagredo non fosse stato console per la Repubblica in Soria. Nel Dialogo il Sagredo si dice talvolta «semplice ascoltatore», ma in verità fa le parti del cólto profano fra i due competenti Salviati e Simplicio: è disposto favorevolmente alle nuove dottrine, e non mette alcun limite al suo entusiasmo quando ne rimane convinto; spesso riassume gli argomenti più difficili, già addotti, o li espone di nuovo in forma più piana; aggiunge anche ragioni proprie, e soprattutto vengono messe in bocca a lui quelle idee delle quali l’autore non vuole assumere la piena responsabilità, ma che tuttavia stima opportuno siano introdotte nella discussione.

Filippo Salviati e Giovanfrancesco Sagredo, il primo con la sola dottrina e con la stringatezza delle argomentazioni, il secondo con l’acume delle osservazioni e con l’umore arguto e talvolta satirico, integrano con sintesi mirabile il carattere ed il personaggio di Galileo.

Il terzo interlocutore, Simplicio, che col suo nome ricorda il famoso interprete degli scritti Aristotelici, è il rappresentante della scienza conservatrice, che pone il suo fondamento nell’autorità degli scrittori e che non riconosce altri argomenti se non quelli che dalle opere loro possono desumersi; ma non sembra che in esso il Nostro abbia voluto rappresentare una determinata persona, e tanto meno il Papa Urbano VIII, come i nemici del sommo filosofo vollero far credere prendendone occasione da ciò, che Simplicio ripete nel Dialogo l’argomento del quale il Pontefice soleva servirsi quando si discuteva innanzi a lui il moto della Terra.

Passando ora a parlare dei modi tenuti da noi nel riprodurre quest’opera, diremo anzitutto che abbiamo seguito l’edizione originale, poichè nessun auto- grafo nè copia manoscritta, che non derivi da quell’edizione, son giunti, per quanto è a nostra conoscenza, infino a noi.

Di un breve tratto soltanto, e precisamente di quella parte della Giornata terza che concerne le stelle nuove del 1572 e del 1604 (pag. 301, lin. 34. — pag. 346, lin. 26, della presente edizione), e che forma una digressione dalla materia principale del Dialogo, ci è stata conservata, nelle car.3v. — 13v. del T. II della Par. IV dei Manoscritti Galileiani presso la Biblioteca Nazionale di Firenze, una stesura autografa, poco diversa da quella definitiva della stampa: e, attenendoci nel testo a quest’ultima, abbiamo raccolto appiè di pagina le varianti più notevoli (e insieme i più notevoli tratti cancellati) della lezione manoscritta, la quale ci fu preziosa anche per correggere, col suo sussidio, molti degli errori che, in siffatte pagine piene di numeri e calcoli, sono nella stampa più frequenti che nelle altre parti. Nell’apparato critico abbiamo chiamato l’autografo con la lettera G, quando era necessario contrapporlo alla stampa: ma si deve intendere che derivino dal manoscritto anche tutte quelle varianti di cui non è detto espressamente che siano della stampa, della quale abbiamo notato le lezioni erronee, ogni volta che ce ne siamo discostati per seguir G; in note a’ singoli passi abbiamo poi reso conto di altre correzioni di errori, concernenti numeri, che si riscontrano anche nell’autografo, ma che manifestamente si devono considerare come materiali trascorsi di penna del grande uomo. Abbiamo proceduto in questo però con somma prudenza, e conserviamo, pur facendone nota, altri errori che devonsi attribuire a inavvertenza o inesattezza dell’autore, e a’ quali si collegano gli ulteriori svolgimenti de’ calcoli, che altrimenti avremmo dovuto troppo alterare.

Un certo numero di correzioni, in tutto il Dialogo, ci fu fornito da un esemplare dell’edizione originale, che forma ora il cod. 352 della Biblioteca del Seminario di Padova, e che appartenne un tempo a Galileo, della cui mano sono alcune aggiunte e alquante correzioni marginali. La maggior parte delle correzioni risguardano quelle medesime sviste della stampa che sono corrette nel foglio di Errata posto in fine dell’edizione stessa; ma alcune emendano altri errori, che in quel foglio non furono registrati: e di quest’ultime, introducendole nel testo, abbiamo fatto parola in note ai singoli passi. L’autore però, il quale, come sa chi ha pratica de’ suoi autografi, non era molto accurato ne’ minuti particolari, lasciò passare inosservati, anche in questo esemplare, molti più errori della stampa che non ne correggesse; perciò fummo costretti non di rado a ricorrere ad emendamenti, il che facemmo tuttavia soltanto quando la correzione era manifestamente necessaria, e sempre studiandoci di toccare il meno che fosse possibile il testo della stampa. Gli emendamenti da noi introdotti sono i seguenti:

Pag. 85, lin. 17, tutti in luogo di tutte, che si legge nell’edizione originale — pag. 95, lin. 19, sesto in luogo di resto — pag. 106, lin. 21, Figuratevi in luogo di Figuratemi — pag. 109, lin. 24, che in luogo di chi — pag. 116, lin. 15, offuscata in luogo di offuscato — pag. 145, lin. 34, minori in luogo di minore — pag. 150, lin. 32, e del tutto è naturalmente in luogo di è del tutto, e naturalmente — pag. 154, lin. 27, quanti in luogo di quanto — pag. 159, lin. 21, dimostrazioni in luogo di dimostrazione — pag. 180, lin. 22, della in luogo di dalla — pag. 200, lin. 21, medesimo in luogo di medemo — pag. 208, lin. 27, alti, e bassi in luogo di bassi, ed alti (cfr. pag. 205, lin. 34-36) — pag. 213, lin. 29, parte in luogo di parete (cfr. lin. 3, 6, 28, ecc. della stessa pagina, e, più ancora, pag. 548, lin. 22, del vol. VI di quest’edizione) — pag. 228, lin. 14, tangente in luogo di segante — pag. 275, lin. 32, adoperarlo in luogo di adoperarlla (sic) — pag. 295, lin. 20, presa in luogo di preso — pag. 364, lin. 27, tale in luogo di tali — pag. 367, lin. 7, maggiori in luogo di maggiore — pag. 387, lin. 17-18, diecimilionesima in luogo di centoseimilionesima (vedi la nota 1 alla stessa pagina) — pag. 387, lin. 22, semidiametri in luogo di semidiametro — pag. 389, lin. 34, fac. in luogo di cap. — pag. 396, lin. 22, non in luogo di noi — pag. 418, lin. 12-13, inclinato dal perpendicolo sopra in luogo di inclinato sopra (cfr. pag. 419, lin. 6)— pag. 452, lin. 15, dall’ in luogo di dell’ — pag. 455, lin. 2, librazioni in luogo di vibrazioni (cfr. pag. 384, lin. 29, del vol. l’di quest’edizione) — pag. 461, lin. 20, primarie in luogo di secondarie (non ostante che a lin. 18 si legga terza cagione; cfr. pag. 392, lin. 12, del vol. V) — pag. 464, lin. 18, le in luogo di la — pag. 475, lin. 2, i in luogo di in — pag. 476, lin. 33, ADB in luogo di ABD (cfr. lin. 10 e 37 della medesima pagina).

Inoltre, a pag. 53, lin. 37, e a pag. 68, lin. 20, giudicando che la stampa originale abbia omesso qualche cosa che dovesse essere nel manoscritto dell’autore, abbiamo indicato la congetturata lacuna con dei puntolini, racchiusi tra parentesi quadre.

Buon numero di correzioni abbiamo pure introdotto nelle postille marginali e nell’indice delle principali materie trattate nell’opera, il quale è in fine del Dialogo: siccome però le rubriche dell’indice ripetono, per lo più letteralmente, talora con varietà di forma, le postille marginali, così, mentre abbiamo rispettato tali varietà, il confronto delle diciture ci ha permesso, d’altra parte, di correggere con maggior sicurezza quei materiali errori che nella stampa originale erano occorsi o nelle postille o nell’indice.

Rare volte l’errore si riscontrava tanto nella postilla marginale quanto nell’indice, e abbiam dovuto emendarlo qui e colà, e cioè:

A pag. 45, post. 2ª, e a pag. 506, lin. 19, retto, che è nella stampa originale, fu corretto in circolare — a pag. 387, post. 2ª e a pag. 515, lin. 35, centoseimilioni fu corretto in diecimilioni (cfr. pag. 387, nota 1).

L’indice finale corresse invece le postille marginali ne’ seguenti luoghi:

Pag. 48, post. 1ª per l’inclinata in luogo di per inclinata, che si legge nella stampa originale (cfr. pag. 506, lin. 22, della presente edizione) — pag. 58, post. 3ª, mondani d’andare in luogo di mondani andare (cfr. pag. 510, lin. 15-16) — pag. 123, post. 1ª, dall’ in luogo di dell’, e montuoso in luogo di montuosa (cfr. pag. 503, lin. 37) — pag. 130, post. 1ª, dal in

luogo di del (cfr. pag. 511, lin. 20) — pag. 253, post. 2a, della in luogo di dalla (cfr. pag. 501, lin. 3) — pag. 256, post. 3a Vibrazioni in luogo di Vibrazione (cfr. pag. 519, lin. 28) — pag. 270, post. 1a, cose gravi in luogo di cose le gravi (cfr. pag. 512, lin. 11) — pag. 282, post. 3a presi in luogo di prese (cfr. pag. 513, lin. 22) — pag. 291, post. 2a dall’ in luogo di dal (cfr. pag. 517, lin. 33) — pag. 292, post. 2a, nell' in luogo di nel (cfr. pag. 496, lin. 29) — pag. 294, post. 1a, del in luogo di dal (cfr. pag. 493, lin. 1) — pag. 407, post. 3a Instanza in luogo di Instanze (cfr. pag. 509, lin. 12) — pag. 445, post. 2a del in luogo di dal (cfr. pag. 499, lin. 34) pag. 467, post. 1a, Dimostrasi in luogo di Dimostransi (cfr. pag. 509, lin. 28) — pag. 482, post. 1a, della disegualità in luogo di dalla disegualità (cfr. pag. 519, lin. 26).

Abbiamo anche corretto:

A pag. 208, post. 1a, della in luogo di dalla — a pag. 450, post. 2 a, acqua in luogo di acque: le quali postille non sono registrate nell’indice finale.

Le postille marginali hanno, da ultimo, corretto l’indice finale ne’seguenti luoghi:

Pag. 496, lin. 26, operazioni in luogo di opposizioni, che è nella stampa originale — pag. 497, lin. 6, apparisce in luogo di appariscie — pag. 497, lin. 20, e alterazione è perfezion in luogo di è alterazione e perfezion — pag. 498, lin. 10, parte in luogo di parti — pag. 503, lin. 33, eclisse del Sole non in luogo di eclisse non — pag. 504, lin. 3, le più chiare montuose in luogo di le più oscure montuose — pag. 505, lin. 23-24, lucido non men in luogo di lucido men — pag. 505, lin. 32, osservarono in luogo di osservano — pag. 506, lin. 25, perpetuamente in luogo di per natura — pag. 507, lin. 28, Moto retto par in luogo di Moto par — pag. 508, lin. 27, dell'animale in luogo di de gli alterabili — pag. 509, lin. 5, nelle in luogo di alle pag. 509, lin. 12, moto annuo della in luogo di moto della — pag. 512, lin. 18, per la linea in luogo di per linea — pag. 514, lin. 11, ossi mobili tutti in luogo di ossi tutti (cfr. le post. 4a e 5a della pag. 283) — pag. 514, lin. 13-14, facilmente in luogo di naturalmente — pag. 516, lin. 30, nelle parti in luogo di nella parte — pag. 516, lin. 35, può reciprocamente operare in luogo di più reciprocamente opera — pag. 517, lin. 1, dal mare che dalla in luogo di del mare che dalla — pag. 517, lin. 11, La in luogo di Le — pag. 517, lin. 28, Si in luogo di Mi — pag. 519, lin. 17, inescusabile in luogo di scusabile.

Mentre stimammo di dover sanare, in questi modi diversi, quei trascorsi dell’edizione principe che, a nostro giudizio, sono da attribuire al poco accurato tipografo, abbiamo, per contrario, restituito in tutto il resto la lezione originale, che, più o meno, era stata ritoccata nelle precedenti ristampe, specialmente quanto alla lingua: non abbiamo poi avuto alcun dubbio circa la legittimità di molti altri passi, ne’ quali ben si avverte che per la limpida espressione del pensiero manca qualche parola, oppure si desidererebbe una sintassi più regolare; poichè siamo d’avviso, che certo procedere men preciso o addirittura un po’ negletto, certi anacoluti viziosi, che in altri autori non verrebbe fatto d’incontrare e che nella prosa moderna sarebbero incomportabili, siano invece propri della prosa di Galileo, la quale, e in ciò sta molta parte del suo valore artistico, tiene assai (in questo Dialogo più forse che in altre opere) degli atteggiamenti bonari e punto aristocratici con cui potrebbe configurare il proprio pensiero una colta persona nella conversazione, non avendo nè tempo nè voglia di ricercare una forma di perfezione squisita. Dall’edizione principe ci siamo distaccati invece (conforme al già fatto nei precedenti volumi) per quel che risguarda la punteggiatura, la quale abbiamo resa più razionale, sì che tenesse, fino a un certo punto, le veci d’un commento continuo; e nel collocar le postille marginali (omesse per lo più nelle ristampe) di fronte alle linee del testo a cui si riferiscono, abbiamo altresì usata maggior esattezza che non si vegga fatto nell’edizione originale.

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