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Il Re Torrismondo

Torquato Tasso · 1821 · Free in the US

24,331 words · about 1 h 42 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Torquato Tasso
Language
Italian
Published
1821
Length
24,331 words · about 1 h 42 min
Sections
38 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (38)

Continue:

Front matter

ct ct ct ct ct ct

Indice

(di Giulio Guastavini)

Lettera a D. Vincenzo Gonzaga

ct ct ct ct

La tragedia per opinione di alcuni è gravissimo componimento; come ad altri pare, affettuosissimo, e convenevole a’ giovanetti, i quali, oltre tutti gli altri, par che ricerchi per uditori. E benchè queste due opinioni pajano fra se contrarie, e discordi; ora si conosce, come possano amichevolmente concordare, perché V. A. nel fior degli anni suoi giovenili, dimostra tanta gravità di costumi e tanta prudenza, ch’a niuno altro Principe par che si convenga più questo Poema. Oltra a ciò, la Tragedia per giudizio d’Aristotele nell’esser perfetto supera ciascun’altro, e voi sete Principe, ripieno d’ogni perfezione, come quello, a cui non mancano l’antiche ricchezze, nè le virtù, e la gloria degli antecessori, nè i nuovi ornamenti accresciuti dal Padre alla vostra nobilissima stirpe, nè il proprio alore, e la propria eccellenza in essercitar le Armi, e le Lettere, nè l’azione, nè la contemplazione, e particolarmente nella Poesia, nella quale ancora può essere annoverato fra’ Principi, che nobilmente hanno scritto, e poetato. A V. A. dunque, ch’è perfet- tissimo Principe, dedico e consacro questo perfettissimo Poema, estimando che ’l dono, quantunque minore del suo merito, non sia disdicevole alla sua grandezza, nè alla mia affezione, che tanto cresce in me, quanto il saper in Lei si va accrescendo. In una cosa solamente potrebbe alcuno estimar ch’io avessi avuto poco risguardo alla sua prospera fortuna: io dico nel donare a felicissimo Principe, infelicissima composizione; ma le azioni de’ miseri possono ancora a’ beati servire per ammaestramento: e V. A. leggendo, o ascoltando questa favola, troverà alcune cose da imitare, altre da schivare, altre da lodare, altre da riprendere, altre da rallegrarsi, altre da contristarsi. E potrà col suo gravissimo giudizio purgar in guisa l’animo, e in guisa temperar le passioni, che l’altrui dolore , sia cagione del suo diletto; e l’imprudenza degli altri, del suo avvedimento; e gl’infortunj, della sua prosperità. E piaccia a Dio di scacciar lontano dalla sua Casa ogni infelicità, ogni tempesta, ogni nube, ogni nebbia, ogni ombra di nemica fortuna, o di fortunoso avvenimento , spargendolo non dico in Gotia, o in Norvegia, o ’n Svezia; ma fra gli ultimi Biarmi, e fra i mostri, e le fiere, e le notturne larve di quella corrida regione, dove sei mesi dell’anno sono tenebre di perpetua notte. Piaccia ancora a V. A. ch’ io sia a parte della sua felicità, poichè ha voluto farmi parte della sua Casa, acciocchè il Poeta non sia infelice, come il Poema, nella mia fortuna similmente a quella, che si descrive nella Tragedia: ma se le Poesie ancora hanno la rea, e la buona sorte , come alcuno ha creduto; questa essendo di mia divenuta sua, può sperare lieta e felice mutazione, e fama perpetua, ed onore, e riputazione fra gli altri componimenti, perchè la memoria della cortesia di V. A. sia immortale, ed intesa e divolgata per varie lingue nelle più lontane parti dell'ultimo Settentrione.

Affezionatissimo e Devotissimo Servitore

Torquato Tasso.

Interlocutori

ct

NUTRICE. ALVIDA. TORRISMONDO re de’ goti. CONSIGLIERO. CORO. MESSAGGIERO primo. ROSMONDA. REGINA madre. GERMONDO re di svezia. INDOVINO. FRONTONE. MESSAGGIERO secondo. CAMERIERO.

Argomento

ct ct ct

Rosmonda figliuola del Re de’ Goti è data ad allevare in un antro a certe Ninfe. Queste predicono al Re, che la figlia aveva da esser cagione della morte del fratello Torrismondo, e della servitù del Regno de’ Goti. Il padre per ischivar la disavventura, la manda in su una nave a cura di Frontone in Dacia; ma nel viaggio presa da’corsali, è data ad Araldo Re di Norvegia, che per figlia l’alleva; e la nomina Alvida. Il Re di Gotia per non contristar la moglie sua, e madre della bambina col torle la figliuola, nè volendo insieme palesare a lei la sua tema, ed il suo consiglio, mette in iscambio della figlia mandata via, in casa una putta della nutrice della stessa età col nome di Rosmonda, ed ella per figliuola del Re cresce in corte. Muore il padre, e la cosa sta celata. In questo mezzo d’Alvida s’innamora Germondo Re di Svezia, e domandala al padre per moglie; ma egli nemico suo, e da lui gravemente offeso, gliela nega. Tenta altra strada l’innamorato Germondo, e fa che Torrismondo Re di Gotia suo carissimo compagno, come per sè la chieda, con intendimento, menatala a casa, vergine di cederla a lui. L’ottiene Torrismondo, e fingendo di voler consumar il matrimonio in Arana sua Città regale, in sulle navi la conduce seco: nel viaggio gettati dalla tempesta in solitario porto, e presa terra, rimasi soli nelle più interne parti del padiglione, Torrismondo incitato dalla strettezza del luogo, dal bujo della notte, e quasi forzato dalle lusinghe, dagli sguardi, e da’ molti inviti di lei, che essa credea suo sposo, seco carnalmente giace. Arrivato in Arana, rivolgendo seco l’ingiuria fatta al caro amico, disperato, delibera di morire: ma ajutato dal suo Consigliero, prendono per partito di dar Rosmonda stimata sua sorella a Germondo, ed egli ritenersi Alvida. Rosmonda, essendo stata da sua madre la verginità di lei offerta, e votata a Dio, il giorno, ch’essa nacque, e ciò dalla madre inteso allora, che al punto della morte fu, volendo osservar la promessa, è costretta a palesarsi, ed a manifestare che non è figliuola del Re, nè sorella di Torrismondo. Cerca della sorella Torrismondo, e dalla stessa intende, che fu mandata in parti lontane. Udendo ricordar il nome di Frontone, chiamasi Frontone dal Re, ed egli racconta che conducendola in Dacia furon presi ambedue da’ corsali Norvegi: ma egli, da altri corsali Goti liberato, non potè però esser liberata Rosmonda; perchè il naviglio dove ella era, scampossi via, e che intese che in Norvegia era condotta. Arriva intanto un messo di Norvegia a portar l’avviso della morte del Re padre d’Alvida; e riconosciuto da Frontone, che esso fu quegli, il quale prese il legno dove era Rosmonda, è costretto a scoprir la verità; onde confessa, che la fanciulla presa egli l’avea donata ad Araldo, il Re, al quale in quel tempo appunto era morta una sua figliuola, e che esso la nominò Alvida. Di qui riconosce la sorella Torrismondo, e da questo riconoscimento nasce incontinente la mutazion dello stato. Misero dunque, ed infelice ad Alvida afferma, che egli è suo fratello, e che ella si risolva ad ogni modo d’aver Germonda per isposo: essa nol credendo, e tenendosi beffata, e tradita, s’ammazza; il che veduto da Torrismondo, scritta prima una lettera al suo caro Germondo, con raccomandargli la madre vecchia, ed il Regno, appresso lei, passatosi col pugnale il petto, s’uccide.

La favola di questa Tragedia è bellissima, e tale appunto, quale, perchè bellissima sia, la ricerca ne’suoi precetti Aristotile. Ella non è semplice, ma inviluppata, contenendo riconoscimento, e peripezia. Le persone tragiche sono poste in mezzo della bontà, e malvagità, e piuttosto traggono alla bontà, e Torrismondo particolarmente, che è la principal persona , e che denomina la Tragedia, e da cui primieramente si cagiona lo spavento, e la compassione, cade in miseria, non per vizio, malizia, ma per imprudenza, od errore umano. Il riconoscimento è dei riconoscimenti di quella guisa, che a tutte le altre maniere antepone Aristotile, Conciossiacosachè non per opra di seggi, ma necessariamente dalle cose poste innanzi si fa avvenire; da questo incontinente, e senza indugio alcuno di tempo nasce la mutazion dello stato, e questo di felice in misero, che è il più proprio della Tragedia. Tale appunto è la formazion della favola dell’Edippo tiranno di Sofocle, la qual Tragedia fin a qui per giudicio di ciascheduno, ha tenuto lo scettro di quante Tragedie si sono mai vedute scritte in qualsivoglia lingua. Ma questa del nostro Tasso dopo tanti anni se non glielo toglie, sì almeno al pari seco nell’istesso trono per ugual bellezza, e maestà riguardevole s’asside.

Atto primo

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Indice

Atto primo - Scena prima

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Deh! qual cagione ascosa, alta Regina, Sì per tempo vi sveglia? ed or, che l’Alba Nel lucido Oriente appena è desta, Dov’ite frettolosa, e quai vestigj Di timore in un tempo e di desio Veggio nel vostro volto e nella fronte? Perch’appena la turba interno affetto, O pur novella passíon l’adombra, Ch’io me n’avveggio. A me, che per etate, E per officio, e per fedele amore, Vi son in vece di pietosa madre, E serva per volere, e per fortuna, Il pensier sì molesto omai si scopra; Chè nulla sì celato, o sì riposto Dee rinchiuder giammai, ch’a me l’asconda.

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Cara nudrice, e madre, egli è ben dritto Ch’a voi si mostri quello, ond’osa appena Ragionar fra sè stesso il mio pensiero; Perch’alla vostra fede, al vostro senno Più canuto del pelo, al buon consiglio Meglio è commesso ogni secreto affetto, Ogni occulto desio del cor profondo,

Ch’a me stessa non è. Bramo, e pavento, Nol nego: ma so ben quel ch’i’ desio; Quel che tema, io non so. Temo ombre, e sogni, Ed antichi prodigj, e nuovi mostri, Promesse antiche, e nuove , anzi minacce Di Fortuna, del ciel, del Fato avverso, Di stelle congiurate: e temo, ahi lassa! Un non so che d’infausto, o pur d’orrendo, Ch’a me confonde un mio pensier dolente, Lo qual mi sveglia, e mi perturba, e m’ange La notte, e’l giorno. Oimè, giammai non chiudo Queste luci già stanche in breve sonno, Ch’a me forme d’orrore, e di spavento Il sogno non presenti. Ed or mi sembra Che dal fianco mi sia rapito a forza Il caro sposo, e senza lui solinga Gir per via lunga e tenebrosa errando, Or le mura stillar, sudare i marmi Miro, o credo mirar, di negro sangue; Or dalle tombe antiche, ove sepolte L’alte Regine fur di questo regno, Uscir gran simulacro, e gran rimbombo, Quasi d’un gran gigante, il qual rivolga Incontra al Cielo Olimpo, e Pelio ed Ossa, E mi scacci dal letto, e mi dimostri, Perch’io poi fugga da sanguigna sferza, Un’orrida spelonca, e dietro il varco Poscia mi chiuda: onde, s’io temo il sonno, E la quiete, anzi l’orribil guerra De’ notturni fantasmi all’aria fosca, Sorgendo spesso ad incontrar l’aurora, . Meraviglia non è, cara nutrice. Lassa me! simil sono a quella inferma,

Che d’algente rigor la notte è scossa, Poi sul mattin d’ardente febbre avvampa; Perchè non prima cessa il freddo gelo Del notturno timor, ch’in me s’accenda L’amoroso desio, che m’arde, e strugge. Ben sai tu, mia fedel, che ’l primo giorno, Che Torrismondo agli occhi miei s’offerse, Detto a me fu, che dal famoso regno De’ fieri Goti era venuto al nostro Della Norvegia, ed al mio padre istesso, Per richiedermi in moglie; onde mi piacque Tanto quel suo magnanimo sembiante, E quella sua virtù per fama illustre, Ch’obliai quasi le promesse, e l’onta. Perch’io promesso aveva al vecchio padre Di non voler, di non gradir pregata, Nobile amante, o cavaliero, o sposo, Che di far non giurasse aspra vendetta Del suo morto figliuolo, e mio fratello; E ’l confermai nel dì solenne, e sacro, In cui già nacque; e poi con destro augurio Ei prese la corona, e ’l manto adorno, E ne rinnova ogni anno e festa, e pompa, Che quasi diventò pompa funébre. Quante promesse, e giuramenti all’aura Tu spargi, Amor, qual fumo oscuro, od ombra! Io del piacer di quella prima vista Così presa restai, ch’avria precorso Il mio pronto voler tardo consiglio; Se non mi ritenea con duro freno, Rimembranza, vergogna, ira, e disdegno. Ma poichè meco egli tentò parlando D'amore il guado, e pur vendetta io chiesi;

Chiesi vendetta, ed ebbi fede in pegno Di vendetta, e d’amor, mi diedi in preda Al suo volere, al mio desir tiranno, E prima quasi fui, che sposa, amante; E me n’avvidi appena; e come poscia L'alto mio genitor, con ricca dote Suo genero il facesse; e come in segno Di casto amor, e di costante fede, La sua destra ei porgesse alla mia destra; Come pensasse di voler le nozze Celebrar in Arana, e corre i frutti, Del matrimonio nel paterno regno, E di sua gente, e di sua madre i preghi Mi fosser porti, e loro usanza esposta, Tutto è già noto a voi. Noto è pur anco, Che pria ch’al porto di Talarma insieme Raccogliesse le navi, in riva al mare, In erma riva, e’n solitaria arena, Come sposo non già, ma come amante, Ei fece le furtive occulte nozze, Che sotto l’ombre ricoprì la notte, E nell’alto silenzio; e fuor non corse La fama, e ’l suono del notturno amore, Ch’in lui tosto s’estinse; e nullo il seppe, Se non forse sol tu, che nel mio volto, Della vergogna conoscesti i segni. Or poichè giunti siam nell’alta reggia De’ magnanimi Goti, ov’è l’antica Suocera, che da me nipoti attende, Che s’aspetti non so, nè che s’agogni; Ma si ritarda il desiato giorno. Già venti volte è il Sol tuffato in grembo, Da che giungemmo, all’Ocean profondo;

E pur anco s’indugia: ed io frattanto (Deggio ’l dire, o tacer?) lassa, mi struggo Come tenera neve in colle aprico.

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Regina, come or vano il timor vostro, E ’l notturno spavento in voi mi sembra, Così giusta cagion mi par che v’arda D’amoroso desio: nè dee turbarvi Il vostro amor; chè giovanetta donna, Che per giovane sposo al cor non senta Qualche fiamma d’amor, è più gelata, Che dura neve in orrida alpe il verno. Ma la santa onestà temprar dovrebbe, E l’onesta vergogna ardor soverchio, Perch’ei s’asconda a’ desiosi amanti. Ma non sarà più lungo omai l’indugio, Chè già s’aspetta qui, se ’l vero intendo, Della Suezia il Re di giorno in giorno.

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Sollo, e più la tardanza ancor molesta M’è per la sua cagion. Così vendetta Veggio del sangue mio? così del padre Consolar posso l’ostinato affanno? E placar del fratel l’ombra dolente? Posso, e voglio così? non lece adunque Premere il letto marital, se prima A noi d’Olma non viene il Re Germondo, Di tutta la mia stirpe aspro nemico?

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Amico è del tuo Re; nè dee la moglie Amare, e disamar col proprio affetto, Ma colle voglie sol del suo marito.

ct

Siasi come a voi pare; a voi concedo Questo assai facilmente. A me fia leve, D’ogni piacer di lui far mio diletto. Così potessi pur qualche favilla Estinguer del mio foco, e della fiamma, O piacer tanto a lui, ch’ad altro intende, Ch’egli pur ne sentisse eguale ardore. Lassa! ch’invan ciò bramo, e ’nvan l’attendo Nè mi bisogna ancor pungente ferro, Che nel letto divida i nostri amori, E i soverchi diletti. Ei già mi sembra, Schivo di me per disdegnoso gusto, Perchè da quella notte a me dimostro Non ha segno di sposo, o pur d’amante. Madre, io pur vel dirò, benchè vergogna Affreni la mia lingua, e risospinga Le mie parole indietro; a lui sovente Prendo la destra, e m’avvicino al fianco. Ei trema, e tinge di pallore il volto, Che sembra (onde mi turba, e mi sgomenta) Pallidezza di morte, e non d’amore: O ’n altra parte il volge, o ’l china a terra, Turbato, e fosco; e se talor mi parla, Parla in voci tremanti, e co’ sospiri Le parole interrompe.

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O figlia, i segni Narrate voi d’ardente intenso amore. Tremare impallidir, timidi sguardi, Timide voci, e sospirar parlando, Scopron talora un desioso amante. E se non mostra ancor le istesse voglie,

Che mostrò già nelle deserte arene, Sai che la solitudine, e la notte Sono sproni d’amore, ond’ei trascorra. Ma lo splendor del Sole, il suon, la turba Del palagio real, sovente apporta Lieta vergogna, in aspettando un giorno, Che per gioja maggior tanto ritarda. E s’egli era in quel lido amante ardito, Accusar non si dee, perch’or si mostri Modesto sposo nell’antica reggia.

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Piaccia a Dio, che sia vero. Io pur frattanto Poich’altro non mi lece, almen conforto Dal rimirarlo prendo. Or vengo in parte, Ov’egli star sovente ha per costume, In queste adorne logge, o ’n questo campo Ov’altri i suoi destrier sospinge, e frena, Altri gli muove a salti, o volge in cerchio.

ct

Altra stanza, Regina, a voi conviensi, Vergine ancor, non che fanciulla, o donna. Ben ha camere ornate il vostro albergo, Ove potrete accompagnata, o sola, Spesso mirarlo dal balcon soprano.

Atto primo - Scena seconda

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Non so ch’in terra sia tranquillo stato, O pacitico sì, che nol perturbi O speranza, o timore, o gioja, o doglia; Nè grandezza sì ferma, o nel suo merto

Fondata, o nel favor d’alta Fortuna, Che l’incostante non atterri, o crolli, O non minacci. Ecco felice donna Par dianzi, e tanto più, quanto men seppe Di sua prosperità, che nata appena Fu in alto seggio di Fortuna assisa. Ed or, quando parea che più benigno Le fosse il Cielo, e più le stelle amiche, Per l’alte nozze sue teme, e paventa, E s’adira in un tempo, e si disdegna. Ma dove Amor comanda, è l’odio estinto, E cedon l’ire antiche al nuovo foco. E se al casto, e soave, e dolce ardore Si dilegua lo sdegno, ancor si sgombri Il sospetto, e la tema; e poich’elegge D’amar quel ch’ella dee, Amor le giovi. Ami felicemente ; e ’l lieto corso Di questa vita, che trapassa e fugge, Non l’interrompa mai l’avida sorte, Che far subito suole il tempo rio: Ma temo del contrario, e mi spaventa Del suo timor cagione antica occulta, Non sol nuovo timor, ch’è quasi un segno Di futura tempesta, e l’atre nubi Risolver si potranno alfin in pianto, Se legittimo Amor non solve il nembo, Ma ecco il Re, cui la Regina aspetta.

Atto primo - Scena terza

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Ahi! quando mai la Tana, o ’l Reno, o l’Istro, O l’inospite mare, o ’l mar Vermiglio, O l’onde Caspie, o l’Ocean profondo Potran lavar l’occulta, e ’ndegna colpa, Che mi tinse, e macchiò le membra, e l’alma? Vivo ancor dunque, e spiro, e veggio il Sole? Nella luce del mondo ancor dimoro? E Re son detto, e Cavalier m’appello? La spada al fianco io porto, in man lo scettro Ancor sostengo, e la corona in fronte? E pur v’è chi m’inchina, o chi m’assorge, E forse ancor chi m’ama: ahi! quegli è certo, Che del suo fido amor coglie tal frutto. Ma che mi giova, oimè! s’al core infermo Spiace la vita, se ben dritto estimo, Ch’indegnamente il Sole a me risplenda, Se ’l titolo real, la pompa, e l’ostro, E ’l diadema gemmato e d’or lucente, E la sonora fama, e ’l nome illustre Di Cavalier m’offende, e tutti insieme Pregi, onori, e servigj io schivo e sdegno; E se me stesso in guisa odio ed aborro, Che nell’essere amato offesa io sento? Lasso! io ben me n’andrei per l’erme arene Solingo, errante, e nell’Ercinia folta, E nella Negra selva, o ’n rupe, o ’n antro Riposto e fosco d’Iperborei monti,

O di ladroni in orrida spelonca M’asconderei dagli altri, il dì faggendo, E dalle stelle, e dal seren notturno. Ma che mi può giovar, s’io non m’ascondo A me medesmo? oimè! son io, son io, Quel che fuggito or sono, e quel che fuggo: Di me stesso ho vergogna, e scorno edonta, Odioso a me fatto, e grave pondo. Che giova ch’io non oda, e non paventi I detti, e’l mormorar del folle volgo, O l’accuse de’ saggi, o i fieri morsi Di troppo acuto e velenoso dente? Se la mia propria coscienza immonda Altamente nel cor rimbomba, e mugge; S’ella a vespro mi sgrida, ed alle squille; Se mi sveglia le notti, e rompe il sonno, Ne mille miei confusi e tristi sogni. Misero me! non Cerbero, non Scilla, Così latrò com’io nell’alma or sento Il suo fiero latrar; non mostro, od angue Nell’Affrica arenosa, od Idra in Lerna, O di Furia in Cocito empia cerasta, Morse giammai, com’ella rode e morde.

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Se la fede, o Signor, mostrata in prima Nelle fortune liete, e nell’avverse, Porger può tanto ardire ad umil servo, Ch’osi pregare il suo signor talvolta, Ch’i più occulti pensieri a lui riveli; Io prego voi che del turbato aspetto Scopriate le cagion, gli affanni interni, E qual commesso abbiate errore, o colpa, Che tanto sdegno in voi raccolga, e’ nfiammi

Contra voi stesso, e sì v’aggravi, e turbi; Chè di lungo silenzio è grave il peso In sofferendo, e col soffrir s’innaspra, Ma si consola in ragionando, e molce. Ed uom, ch’alfin deporre in fidi orecchi Il nojoso pensier, parlando, ardisca, L’anima alleggia d’aspra e dura salma.

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O mio fedele, a cui l’alto governo Di mia tenera età conceder volle Il Re mio padre, e Signor vostro antico, Ben mi ricordo i detti, ei modi, e l’opre, Onde voi mi scorgeste; e quai sovente Mi proponeste ancor dinanzi agli occhi, D’onestà, di virtù mirabil forme, E quai di Regi, o di guerrieri esempj, Che nell’arti di pace, o di battaglia Furon lodati; e qual acuto sprone Di generosa invidia il cor mi punse; E qual di vero onor dolce lusinga invaghirmi solea. Ma troppo accresce Questa dolce memoria il duolo acerbo, Chè quanto io dal sentier, che voi segnaste, Mi veggio traviato esser più lunge, Tanto più contra me di sdegno avvampo. E s’ad alcun fra quanti il Sol rimira, O la terra sostiene, o ’l mar circonda, Per vergogna celar dovessi il fallo, Esser voi quel dovreste: alti consigli Da voi già presi, e poi gittati, e sparsi. Ma ’l vostro amor, la fede un tempo esperta, L’etate, e ’l senno, e quella amica speme, Che del vostro consiglio ancor m’avanza,

Conforti al dir mi son; benchè paventa, E inorridisce a ricordarsi il core, E per dolor rifugge; onde sdegnosa S’induce a ragionar la tarda lingua; Però in disparte io v’ho chiamato, e lunge. Dovete rammentar, ch’uscito appena Di fanciullezza, e di quel fren disciolto, Che già teneste voi soave e dolce, Fui vago di mercar fama, ed onore: Onde lasciai la patria, e ’l nobil padre, E gli eccelsi palagi, e vidi errando Varj strani costumi, e genti strane; E sconosciuto, e solo io fui sovente, Ove il ferro s’adopra, e sparge il sangue. In quelli errori miei, com’al Ciel piacque, Mi strinsi d’amicizia in dolce nodo Col buon Germondo, ch’a Suezia impera, Giovine anch’egli, e pur di gloria ardente, E pien d’alto desio d’eterna fama. Seco i Tartari erranti, e seco i Mòschi, Cercando i paludosi e larghi campi, Seco i Sarmati i’ vidi, e i Rossi, e gli Unni, E della gran Germania i lidi, e i monti. Seco all’estremo gli ultimi Biarmi Vidi tornando, e quel sì lungo giorno, A cui succede poi sì lunga notte; Ed altre parti della terra algente, Che giaccia a’ sette gelidi Trioni, Tutta lontana dal cammin del Sole. Seco della milizia i gravi affanni Soffersi, e seco ebbi comuni un tempo Non men gravi fatiche, e gran perigli, Che ricche prede, e gloriose palme,

Da’ nemici acquistate e da’ tiranni; Onde sovente in perigliosa guerra Egli scudo mi fe del proprio petto, E mi sottrasse a dispietata morte: Ed io talor, laddove Amor n’agguaglia, La vita mia per la sua vita esposi. Ma, dappoichè moriro i padri nostri, Sendo al governo de’ lasciati Regni Richiamati ambedue, gli officj e l’opre Non cessàr d’amicizia; anzi disgiunti Di loco, e più che mai di core uniti, Cogliemmo ancor di lei frutti soavi. Misero, or vengo a quel, che mi tormenta. Questo mio caro e valoroso amico, Pria che facesse elezione e sorte Noi dell’arme compagni e degli errori, Trasse in Norvegia alla famosa giostra, Ond’ebbe ei poscia fra mill’altri il pregio. Ivi in sì forte punto agli occhi suoi Si dimostrò la fanciulletta Alvida, Ch’egli sentissi in sulla prima vista L’alma avvampar d’inestinguibil fiamma. E bench’ei far non possa, o non ardisca, Che fuor traluca del suo ardor favilla, Che dagli occhi di lei sia vista, e piaccia; Nondimen pur nudrì nel core il foco. Nè lunghezza di tempo, o di cammino, Nè rischio, nè disagio, nè fatica, Nè veder nuovi regni, e nuove genti, Selve, monti, campagne, e fiumi e mari, Nè di nuova beltà nuovo diletto, Nè, s’altro è, che d’Amor la face estingua, Intepidiro i suoi amorosi incendj.

Ma de’ pensieri esca facendo al foco, Tutto quel tempo agli altri il tenne occulto, Ch’errò per varie parti; e del suo core Secretarj sol fummo Amore, ed io. Ma, poichè richiamato al nobil regno Egli s’assise nell’antico seggio, L’animo alle sue nozze anco rivolto, Mille strade tentando, usò mill’arti, Mille mezzi adoprò, mille preghiere Or come Re porgendo, or come amante, Liberal di promesse, e largo d’oro, Sol per indur d’Alvida il vecchio padre, Che la sua figlia al suo pregar conceda. Ma indurato il trovò di core e d’alma: Perchè d’ingegno, di costumi, e d’opre Altero il Re canuto, anzi superbo, Di natura implacabile, e tenace D’ogni proposto, e di vendetta ingordo, La pace ricusò con gente avversa, Da cui talvolta depredato, ed arso Vide il suo regno, e violati i tempj, Dispogliati gli altari, e tratti i figli Dalle cune piangendo, e da’ sepolcri Le ceneri degli avi, e sparse al vento; Da cui non ch’altri un suo figliuol medesmo Senza lagrime no, nè senza lutto, Ma pur senza vendetta anciso giacque Orribilmente; e l’uccisor Germondo Egli stimò nella sanguigna mischia, Non l’esercito solo, o solo il volgo. E veramente ei fu, ch’in aspra guerra N’ebbe le spoglie, e pur non volle il vanto. Poichè sprezzare, ed aborrir si vide,

Dell’inclita Suezia il Re possente, Par che dentra arda tutto, e fuori avvampi Di giusto sdegno incontra il fiero veglio, Che di lui fatto avea l’aspro rifiuto. Non però per divieto, o per repulsa, O per ira, o per odio, o per contrasto, Del primo amore intepidì pur dramma. E ben è ver che negli umani ingegni, E più ne’ più magnanimi e più alteri, Per la difficoltà cresce il desio, In guisa d’acqua, che rinchiusa ingorga, O pur di fiamma in cavernoso monte, Ch’aperto non ritrova uscendo il varco, E di ruine il Ciel tonando ingombra. Dunque ei fermato è di voler, mal grado Del crudo padre, la pudica figlia, E di piegar (comunque il Ciel si volga, E sia fermo il destin, varia la sorte) La donna, o di morir nell’alta impresa. D’acquistarla per furto, o per rapina Gli spiacque, e mille modi in sè volgendo Ora d’accorgimento, ed or di forza, Alfin gli altri rifiuta, e questo elegge. Per un secreto suo fido messaggio, E per lettere sue con forti preghi Mi strinse a dimaudar la figlia al padre, Ed avutala poi con sì bell’arte La conducessi a lui, che n’era amante; Nè Re saria di Re genero indegno. Io, sebben conoscea che questo inganno Irritati gli segni, e forse l’arme Incontra me della Norvegia avrebbe, Estimai ch’ove è scritto, ove s’intenda,

D’onorata amicizia il caro nome, Quel che meno per sè parrebbe onesto, Acquisti d’onestà quasi sembiante; E se ragion mai violar si debbe, Sol per l’amico violar si debbe: Nell altre cose poi giustizia osserva. Io posposi al piacer del caro amico L’altrui pace, e la mia; tanto mi piacque Divenir disleal per troppa fede. Questo fisso tra me, non per messaggi, Nè con quell’arti, che sovente usarsi Soglion tra gli alti Regi in pace, o ’n guerra, Del suocero tentai la stabil mente: Ma gl’indugi troncai; rapido corsi Del mio voler messaggio, e di me stesso. Ei gradì la venuta, e le proposte; E congiunse alla mia la real destra, Ed a me diede, e ricevè la fede, Ch’io di non osservar prefisso avea. Ed io tolto congedo, e la mia donna Posta sull’alte navi, anzi mia preda, Spiegai le vele; e negli aperti campi Per l’ondoso Ocean drizzando il corso, Lasciava di Norvegia i porti e i lidi. Noi lieti solcavamo il mar sonante, Con cento acuti rostri il sen rompendo; E la creduta sposa al fianco affissa, M’invitava ad amar pensosa amando: Ben in me stesso io mi raccolsi, e strinsi, In guisa d’uomo, a cui d’intorno accampa Dispietato nemico. Il tempo largo, E l’ozio lungo e lento, e ’l loco angusto, E gl’inviti d’amor, lusinghe, e sguardi,

Rossor, pallore, e parlar tronco, e breve, Solo inteso da noi, con mille assalti Vinsero alfin la combattuta fede. Ahi! ben è ver, che risospinto Amore Più fiero, e per repulsa, e per incontro Ad assalir sen torna; e legge antica È che nessuno amato amar perdoni. Ma sedea la ragion al suo governo, Ancor frenando ogni desio rubello, Quando il sereno Cielo a noi refulse, E folgoràr da quattro parti i lampi; E la crudel fortuna, e ’l fato avverso, Con Amor congiurati, e l’empie stelle Mosser gran vento e procelloso a cerchio, Perturbator del cielo e della terra; E del mar víolento empio tiranno; Che quanto a caso incontra, intorno avvolge, Gira, contorce, svelle, innalza, e porta, E poi sommerge; e ci turbaro il corso Gli altri fremendo, ed Aquilone, ed Austro, Quinci soffiaro impetuosi, e quindi E Zefiro con Euro urtossi in giostra; E diventò di nembi, e di procelle Il mar turbato un periglioso campo. Cinta l’aria di nubi, intorno intorno Una improvvisa nacque orribil notte, Che quasi parve un spaventoso inferno, Sol da’ baleni avendo il lume incerto. E s’innalzaro al ciel bianchi e spumanti Mille gran monti di volubil onda, Ed altrettante in mezzo al mar profondo Voragini s’aprir, valli, e caverne, E tra l’acque apparir foreste e selve,

Orribilmente e tenebrosi abissi. Ed apparver notando i fieri mostri Con varie forme, e ’l numeroso armento Terrore accrebbe; e ’n tempestosa pioggia Pur si disciolse alfin l’oscuro nembo; E per l’ampio Ocean portò disperse Le combattute navi il fiero turbo. E parte ne percosse a’ duri scogli, Parte alle navi smisurate, e sovra Il mar sorgente in più terribil forma, Talchè schiere parean, con arme ed aste; E ’n minacciose rupi, o ’n ciechi sassi, Che son de’ vivi ancor fiero sepolcro; Parte alle basi di montagne alpestri, Sempre canute, ove risuona, e mugge, Mentre percuote l’un coll’altro flutto, E ’l frange, e ’mbianca, e come tuon rimbomba, E di spavento i naviganti ingombra; Parte inghiottinne ancor l’empia Cariddi, Che l’onde, e i legni interi assorbe, e mesce. Son rari i notatori in vasto gorgo, Ma col flutto maggior nubilo spirto Il nostro batte, e ’l risospinge a forza; Sicch’a gran pena il buon nocchiero accorto Lui salvò, sè ritrasse, e noi raccolse D’un altissimo monte a’ curvi fianchi, Dove mastra natura in guisa d’elmo Forma scolpito a meraviglia un porto, Che tutti scaccia i venti, e le tempeste, Ma pur di sangue è crudelmente asperso, Fiero principio, e fin d’acerba guerra. Qui ricovrammo sbigottiti e mesti, Ponendo il piè nel solitario lido.

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