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Agl'illustrissimi, ed eccellentissimi signori
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ct IO avea di già scorso parte della Dalmazia, profittando della dotta compagnia d’un ragguardevolissimo Personaggio Straniero, e mi accingeva a passare in più rimote contrade spinto dal desiderio d’acquistar nuovi lumi, quando l’elevato Ge- nio dell’Amplissimo Senatore s. Giovanni Ruzini fervidamente promosse una mia seconda spedizione in quel Regno, sull’esempio delle tanto moltiplicate e sostenute dai più illuminati Sovrani dell’età nostra. Prestaronsi a favorirla con generosa efficacia il N. U. s. Filippo Farsetti, celeberrimo Protettore delle Scienze, e dell’Arti, tanto della sua stessa celebrità, quanto d’ogni elogio trascendentemente maggiore, e il N. U. Signor Conte Carlo Zenobio, pelle signorili Doti dell’animo, pella coltura dello spirito, pella dolcezza delle maniere, e pell’aurea modestia, ch’Egli in superior modo sa unire alla Grandezza, da qualunque ordine di persone riverito ed amato. I risultati del Viaggio eseguito sotto Auspicj sì fortunati formano l’Opera, che ardisco d’offerire alla Sapienza dell’Eccellentissimo Magistrato, dal cui zelo sono protetti ed incoraggiati gli Studj utili ne’ felicissimi Stati del Veneto Dominio. Sicuro di non avere risparmiato insistenza o sfuggito disagio per corrispondere all’oggetto della mia missione, io mi sento animato dalla speranza, che l’EE. VV. sieno per accogliere benignamente l’omaggio d’un divoto Suddito, quantunque la debolezza dell’ingegno, e la scarsezza delle cognizioni possano peravventura averlo reso meno perfetto di quello che farebbe d’uopo egli fosse per comparire degnamente dinanzi a Loro. Se dalla pubblicazione di questa fatica mia non altro vantag- gio presentaneo si ottenesse che la sostituzione de’ marmi Dalmatini (de’ quali servivansi pell’Architettura non meno, che pegli usi più nobili della Statuaria i Romani) a quelli, che a caro ed oggimai indiscreto prezzo annualmente ci vendono i forastieri, io stimerei che i miei Nobilissimi Mecenati potessero sentire la compiacenza d’aver reso nella scoperta di quelle antiche Lapicidine un servigio non lieve alla Nazione. Che se poi dagli esami diligenti intorno all’indole e allo stato attuale de’ Laghi, delle Paludi, de’ Fiumi; dalle notizie de’ prodotti naturali di quel vasto Paese, e dalle indicazioni tendenti ad aumentarli, a migliorarli, a renderli più utili allo Stato; dalla scoperta di qualche nuova cosa, che sfuggì finora alle ricerche de’ Naturalisti, ne derivassero de’ vantaggi sensibili al Pubblico Patrimonio, al Commercio Nazionale, ed alle Arti, allora i generosi Promotori della mia spedizione goderebbero con incontrastabile titolo la qualificazione d’ottimi Patrioti, ed io gusterei pienamente della interna contentezza che inonda l’anima del Suddito utile, a cui ben più che alla fama d’Erudito e Scienziato deve ogni bennato Uomo aspirare.
La Clemenza, e la Protezione autorevole dell’EE. VV., ch’io imploro col più vivo sentimento di rispettosa fiducia, potranno sole condurmi a tanto bene, ed animare in me vie maggiormente il de- siderio di penetrare con viste di pubblica utilità, ne’ segreti della Scienza Naturale, da tutta l’Europa colta riconosciuta a’ dì nostri dopo replicate sperienze come la meno disputatrice ed incerta e, per conseguenza la più direttamente vantaggiosa d’ogn’altra.
Delle Osservazioni fatte nel Contado di Zara
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LA lontananza da Venezia privandomi dell’onore d’esserle vicino sovente, e togliendomi pell’interposto mare il modo d’inviarle con sicurezza frequentemente nuove di me, non farà già ch’io tralasci di scriverle. Assai tardi V. E. probabilmente avrà questa mia Lettera: ma io sono ben certo, che in qualunque tempo le giunga sarà benignamente accolta, mercè di quella bontà, cui Ella degnasi d’avere per me, e di quel trasporto, col quale usa ricevere tutte le notizie, che tendono a dilatare i progressi della Scienza Naturale.
Io mi sono prefisso di render conto delle varie osservazioni, che ò di già fatte, e di quelle, che sarò per fare d’ora innanzi nelle mie peregrinazioni, intraprese sotto gli auspicj di nobilissimi Mecenati Patrizj, a quel picciolo numero d’illustri Amatori, o di celebri Professori, co’ quali mi tiene in corrispondenza il vincolo fortissimo degli studi comuni. L’incominciare dallo scriverne a Lei mi sembra un tanto più preciso dovere, quanto che i coltivatori della buona, ed utile Scienza de’ fatti, e le produzioni così belle, e varie della Natura (in un secolo di tanta luce pel resto dell’Europa) dispregiate, e pur troppo mal conosciute fra noi, unicamente presso l’E. V. ritrovano buon’accoglienza, e ricetto.
Io dividerò le mie Lettere ora seguendo la separazione topografica dei Distretti, ora il corso de’ fiumi, ora il circuito dell’Isole, ora la natura ed analogia delle materie. L’estensione della Dalmazia Veneta è troppo vasta, il numero dell’Isole di questo mare troppo considerabile, perchè da brevi peregrinazioni qualche cosa di completo possano aspettare i Naturalisti. V’ànno degli uomini audaci, che trasportati da uno sconsigliato fervore di giovinezza, e persuasi di poter imporre al Mondo Letterario, promettono di dare in pochi mesi la Botanica, la Zoologia, e l’Orittografia delle più vaste Provincie; ma chi è usato a contemplare con filosofica posatezza la varietà immensa delle cose intende pur troppo bene, che non basta la vita d’un uomo solo (ed abbia pur egli ajuti generosi) a tessere la completa Storia Naturale della più picciola Isola, o del Territorio più angusto. Un’acqua minerale, una vasta, e diramata caverna, il corso d’un fiume con tutte le acque influenti, ricercano lunghissime osservazioni innanzi che si possa di loro espressamente trattare. E come non le ricercherebbono, se gli abitanti subacquei del più picciolo seno di mare, anzi un solo di essi, una pianta, un insetto, di cui si vogliano appieno conoscere le trasformazioni, e le proprietà, puote occupare per mesi ed anni talvolta un oculato Naturalista, prima di lasciarsi conoscere a perfezione? Chi non diverrebbe modesto, e tardo, sapendo che quanto Jan Swammerdam, , e tanti altri uomini celeberrimi hanno osservato intorno alle Api resta convinto di poca esattezza dopo le recenti osservazioni di Mr. ? Vostra Eccellenza, che ben conosce le asprezze, e l’ampiezza del campo, in cui su- dano i Naturalisti, voglia difendermi dalle voci indiscrete de’ non-conoscitori di questa Scienza, che pur talvolta l’Osservatore taciturno, e raccolto in se stesso importunano latrando, come i fastidiosi cani usano di fare contro chi va pe’ fatti suoi, senza pensare a recar loro molestia. , dopo parecchi anni di viaggi Dalmatici, non ebbe il coraggio di pubblicare se non che un Saggio di Storia Naturale dell’Adriatico; il grande dopo lunghe peregrinazioni pell’Alpi Svizzere diè un luminoso esempio di modestia pubblicando un Catalogo incominciato delle piante Elvetiche; or che dovrassi pretendere ed aspettare da me, che dinanzi a questi sommi uomini trovomi d’essere un insetto invisibile?
1. Dell'Isole d'Ulbo, e Selve
Varcato quel tratto di mare, che dai nostri naviganti, e da’ Geografi è conosciuto sotto il nome di Quarnaro, le prime Isolette, dove io ò approdato, furono le due contigue d’Ulbo, e di Selve, fra le quali sogliono passare i legni minori diretti da Venezia a Zara. Esse probabilmente sono quelle medesime, che da trovansi annoverate fra le deserte co’ nomi al di lui solito stroppiati d’Aloep, e Selbo. L’opportunità della situazione, in cui trovansi, fa che a’ tempi nostri sieno abitate, e coltivate anche più che non merita lo scarso, ed ingrato loro terreno. Gli abitatori vi ànno che fare con un fondo arido, e petroso, in cui gli ulivi mal volentieri allignano, e le viti producono poco buon frutto; di grano
fanno sì miserabile raccolta, che non giova parlarne. La pietra dominante vi è della pasta di marmo compatto, biancastro, ch’è, come sa V. E., estesa anche molto ampiamente pe’ monti più alti dell’Italia, che guardano il Mediterraneo, e segnatamente a Piperno, a Terracina, e presso le Reali delizie di Caserta ritrovasi. Io non so se facendo il giro del Golfo fra l’Italia nostra, e l’Istria si ritrovasse pelle altezze del Friuli, non essendomi fino ad ora accaduto di viaggiare per quelle contrade, nè (per quanto mi si fa credere) avendovi molti Amatori dichiarati l’Orittografia. N’è però composta per la maggior parte la Penisola dell’Istria, e regna questa spezie d’impasto pell’Isole intermedie, mostrando una contemporaneità d’origine coi monti litorali, e mediterranei, ne’ quali si veggono del marmo medesimo vaste stratificazioni, quantunque benespesso fuor della giacitura loro naturale, e interrotte. Noi lo abbiamo comunemente sotto gli occhi, pel grand’uso, che se ne fa nelle fabbriche di Venezia; e mi pare che convenga col Calcareo, solido, di particelle impalpabili, e indistinte del . L’apparenza di questo marmo è silicea, particolarmente nella frattura, rompendosi egli sotto il martello in ischeggie concavo-convesse, come le focaje usano di fare. Tardi si lascia attaccare dagli acidi artefatti; e non v’è che l’aria con quelli, cui porta seco sovente, che rendane in lungo giro d’anni la superficie scabrosa, e lasci distinguere i cor- picelli triturati, ond’egli è composto. Sull’umile Isoletta d’Ulbo io ò raccolto de’ curiosi esemplari di pietra ostracitica. I guscj delle Ostriche vi si trovano orizzontalmente disposti l’uno sopra l’altro; la lunga età nè li calcinò, nè li petrificò. Essi conservano la lucentezza loro naturale, e si rompono in isquame laminose a un di presso come fanno quelli, che di fresco sono tratti dal mare. Non sono però que’ guscj spoglie d’abitanti delle nostre acque, che non producono Ostraciti così lunghe, e scannellate: ma sembrano abbandonati colà da quel rimoto Oceano, de’ di cui testacei formaronsi i vasti strati di pietra calcarea differentemente impastati, che compongono tuttora l’ossatura dell’Isole di Dalmazia, piccioli, e miserabili avanzi d’antiche terre squarciate da’ fiumi, corrose da’ sotterranei torrenti, scombussolate da’ tremuoti, capovolte da’ Vulcani, e finalmente allagate dal nuovo mare. Io ò dato a questo aggregato il nome di Pietra calcarea scissile, spatosa, alternativamente composta di trituramenti marini, e d’Ostraciti piane, scannellate, esotiche. Fra le fenditure degli strati, e nelle picciole caverne, che vi si trovano benespesso, è frequente cosa l’incontrare delle grosse incrostazioni, e gruppi di qualche mole. Queste rassomigliano identicamente al Marmo dolce, stalattitico, colorato, a fascie serpeggianti, cui gli scalpellini nostri conoscono sotto il nome d’Alabastro di Corfù. Sull’Isola di Selve non ebbi campo di fare osservazioni d’alcuna sorte; il vento, e la pioggia burrascosa, che mi vi avea spinto, m’impedì anche una breve escursione. È probabile, che le pietre non vi siano differenti da quelle d’Ulbo. Entrambe queste Isolette godono d’aria salubre; non ànno però acqua buona, e sentono troppo da ogni lato i venti, non avendo eminenze, che le difendano. Selve abbonda di popolo addetto alla navigazione, e di greggie.
2. Dell'Isola di Zapuntello
L’ostinazione del vento burrascoso mi cacciò a forza in un seno dell’Isola di Zapuntello, dopo ch’ebbi salpato da Selve. L’Isola è poco abitata in proporzione della sua estensione, quantunque v’abbiano tre ville, da una delle quali riceve il nome. Chiamasi anche Melada per la ragione medesima; e non è da dubitare, che sia la nominata Meleta dal fra le deserte del mar di Zara. Io non mi sono colà fermato lungamente: ma anche la breve dimora mi vi fece osservare delle curiosità fossili. Vi raccolsi de’ grossi pezzi di pietra forte, ripieni d’una spezie incognita di lapidefatti appartenenti alla classe degli Ortocerati, de’ quali mi riservo a far parola in altro luogo più diffusamente. Ma la più bella produzione fossile di Zapuntello si è una pietra calcarea bianchissima, che à durezza quasi marmorea, benchè apparisca farinosa nella frattura. In essa trovansi delle impressioni di lavori petrosi, arborei, degl’insetti marini. Sembra che nella fanghiglia indurata, ond’ebbe questa spezie di pietra l’origine, varie spezie di Madrepore, e Coralline sien rimaste sepolte; l’acido, che le distrusse, vi lasciò vuoto, o al più tinto d’ocra ferruginosa il luogo, che occupavano, per modo che dall’impressione, che ne rimane, si può agevolmente giudicare della cosa distrutta. L’arena marina di quel porto è popolata di piccioli nicchi microscopici del genere de’ Nautili, e Corna d’Ammone, le figure de’ quali trovansi nell’Opera del celebre delle Conchiglie men conosciute, ch’egli ebbe il merito di scoprire il primo nelle arene del nostro mare. Io avrei voluto tentare di far un’Appendice alle oculatissime Osservazioni di lui sottoponendo al Microscopio acquatico questi piccioli viventi appena estratti dal mare, onde veder se fosse possibile il sapere qualche cosa di più intorno alla struttura particolarmente dell’abitante di quella conca politalamia, che chiamasi Corno d’Ammone; non rimanendo alcun dubbio, che la sola differenza fra le maritime del Naturalista Riminese, e le montano-fossili, consista unicamente nella varietà della mole.
3. Dell'Isola d'Uglian
Il primo luogo, dov’io mi fermai di proposito per fare qualche osservazione, si fu l’Isola d’Uglian nel Canale di Zara. Io vi restai otto giorni, esaminandone i colli petrosi, vagando poco utilmente in cerca di nuove cose lungo le rive del mare, ed occupandomi del cinguettare alla meglio qualche parola d’una Lingua, il di cui uso m’era divenuto necessario. I dolci costumi di que’ poveri Isolani mi rendevano cara quella solitudine, a cui m’aveva condotto l’abituale melanconia, che forma oggimai il fondo del mio carattere. Io avrei voluto potermivi fermare lungamente; e lo avrei fatto, se l’incommoda combinazione d’esser male accompagnato non mi avesse quasi a forza costretto a pensar altrimenti. L’Isola è feconda produttrice d’ogni cosa, quando i coltivatori scelgano opportunamente le situazioni, cui de-
stinano alle varie spezie di semi, o di piante. Ell’à però un guai comune a quasi tutte l’Isole di questo Arcipelago Illirico; l’acqua vi manca, e se ne risentono pur troppo sovente nella calda stagione i poveri abitatori, che veggono inaridire le loro speranze, e sono costretti a portarsi l’acqua da lontani luoghi, o a berne di pessima, e mal conservata in pozzanghere.
Il vestito degli abitanti dell’Isole soggette a Zara è molto dissimile da quello de’ contadini nostrali, e s’accosta più a quello, che usano i coltivatori delle terre del Continente vicino. Le donne però, e le fanciulle in particolare, ànno una sorte di vesti, e d’ornamenti assai vagamente ricamati. Io ò creduto che meritassero l’applicazione del mio Disegnatore (Tav. I).
Sull’Isola d’Uglian, presso alla maritima Villetta di Cale, à voluto combattere colla Natura, e vincerla il signor T. C. conte di Therry, che a dispetto della marmorea ossatura del colle riuscì a farvi delle ortaglie col metodo Italiano. Gl’insetti fannogli una guerra atrocissima; e, ad onta dell’attenzione, ch’ei vi fa usare, gli devastano pur troppo spesso i prodotti. A quelli, che volano pell’aria, si uniscono le Lumache, delle quali io non ò mai veduto altrove così prodigiosa quantità. Vi avrebbe trovato da soddisfarsi quel Fulvio Irpino, che il primo fece vivaj di Lumache nella Campagna Tarquiniese. Io non so se nell’Isola d’Uglian crescano alla maggiore grandezza come a detta di ne’ di lui vivaj facevano le Lumache Illiriche. Ma è probabile che se vi si lasciassero propagare, e vivere tranquillamente la loro mole corrisponderebbe alla fecondità. fi
4. Impasti marmorei, che la compongono
Varie spezie di pietra formano l’ossatura d’Uglian, e degl’Isolotti vicini: ma si possono ridurre a quattro principali. Il più basso strato è marmoreo, con un’infinità di corpi estranei ceratomorfi, cristallizzati in ispato bianco, calcareo. Questi corpi non sono tutti simili di mole, e di configurazione, quantunque siano tutti fistolosi, e recurvi. Alcuni esemplari, ch’io ne conservo, corrispondono alla descrizione dell’Helmintholitus Nautili Orthoceræ del Sig. . Il celeberrimo Naturalista crede senza dubbio abitante de’ fondi del Baltico l’originale marino di questa petrificazione, (d’onde non fu però mai tratto vivo, nè in istato testaceo), condotto a ciò dal trovarla frequentissima nel marmo da lui detto Stratario, cioè usato ne’ pavimenti delle strade di molte Provincie a quel mare aggiacenti. Sembra, che il dottissimo Uomo siasi dimenticato questa volta delle tante spezie di piante esotiche, de’ corpi marini stranieri, e delle ossa d’animali terrestri, che si trovano lapidefatte nelle viscere de’ monti d’Europa, nè mai si rinvengono in istato naturale pe’ nostri mari. Io posso impegnarmi, che nell’Adriatico non vivono gli Ortocerati, i quali pur sono petrificati nel marmo dell’Isole, e del Continente di Dalmazia; i pescatori di Coralli ne ànno scopato il fondo quanto basta per farci sapere, che non vi abitano spezie di viventi assai propagate, delle quali ci restino tuttora incogniti gl’individui. Ò fatto disegnare varj pezzi di questo marmo, ne’ quali veggonsi prominenti gli Ortocerati; e descriverò più minutamente i corpi presivi dentro, quando farò parola dell’Isoletta, su di cui ò raccolto i più interessanti. Voi troverete certamente, Eccellentissimo Signore, che fa una strana sensazione al galantuomo quell’asseverante sine dubio, non appoggiato a veruna prova di fatto, e contraddetto poi immediatamente da quel deperditus; e quindi non vorrete condannarmi, se mi sono emancipato fino al dir contro un celeberrimo Uomo, riverito meritamente dalla maggior parte dei coltivatori della Scienza Naturale.
La seconda spezie di marmo d’Uglian, analoga alla pietra ostreifera d’Ulbo, contiene gran quantità d’Ostraciti conservatissime, e riconoscibili, ma non separabili agevolmente dalla troppo resistente pasta lapidosa, in cui stanno prese; si lasciano particolarmente vedere sulla superfizie di que’ pezzi di marmo, che sono stati lungamente esposti all’azione dell’aria, e delle pioggie. Tanto quel primo, ch’è composto d’Ortocerati, quanto questo ostreifero sono di color bianco, ma rigidi, e intrattabili dallo scalpello di chi volesse trarne lavoro men che grossolano. Sarebbe più atto a prender forma sotto l’artefice il terzo, ch’è assai compatto, e ritiene bensì corpi marini, ma così infranti, o così compenetrati dalla sostanza lapidosa, che non si ponno per ignun modo sconnettere. Le sommità de’ colli d’Uglian sono di marmo calcareo, compatto, di parti impalpabili, Istriano, Dalmatino, o Apennino che dir si voglia, da che l’impasto medesimo descritto più addietro come dominante in Ulbo, a vicenda colle breccie domina su le altezze di tutte queste Provincie, e in Italia. Il Donati, descrivendolo meno esattamente che il Linneo, lo chiama Marmo opaco, di grana uniforme, di colore biancastro, ed à creduto che fosse il Traguriense degli Antichi, non so quanto bene apponendosi.
Ò per la prima volta veduto su di quest’Isola una curiosa spezie di Kermes (se pur questo nome può convenirgli, e piuttosto non si dee formarne un nuovo Genere) sul fico, e non risovvenendomi d’aver letto alcuno Autore, che l’abbia descritta, nè d’averne veduto la figura ne’ libri classici d’Insettologia, l’ò voluta far disegnare. Questo insetto è differentissimo dal Faux-Puceron del Sig. di , che non si è mai lasciato trovare da me su’ fichi della Dalmazia. Osservi l’E. V. il ramoscello di fico, (Tav. I. Fig. A.) su di cui stanno attaccate le Galle, se pur con tal nome ponno esser senza improprietà chiamate queste Crisalidi singolarissime. Egli non è de’ più carichi; v’à tale albero, i di cui rami minori tutti ne sono così eccessivamente coperti, che rassomigliano a un vajuoloso pieno di pustole accavallate. La Figura B. mostra la Galla alcun poco ingrandita; ella è per certo uno de’ più eleganti lavori, che l’Insettologia possa offerire a’ curiosi. La sua cupola è striata, ma così minutamente, che non perde punto della levigatezza se sia guardata coll’occhio nudo. La sommità di essa è costantemente adornata da una papilla, che ricorda quelle nelle quali stanno incastrate le spine degli Echini. La parte inferiore intorno alla base è circondata da otto papille quasi del tutto simili alla superiore, che corrispondono ad altrettanti fermagli, co’ quali si è da prima attaccato per disotto l’animaluzzo alla corteccia. La grandezza di queste Galle è inuguale: ve n’ànno di quelle, che restano mes- chine, e malfatte, per essersi fermato l’animaletto, dal quale tranno l’origine, troppo vicino a due o tre altri, che ànno succhiato il latte della corteccia, col mezzo del quale anch’elleno dovean crescere. Non è da mettere in dubbio, che dall’umore lattiginoso del fico, elaborato pe’ vasi del trasformato animaluzzo, non prenda giornaliero accrescimento la Galla; da che se per qualche disavventura esteriore ella venga guasta alcun poco, si riproduce la parte offesa facilmente, come usano di fare i guscj delle Lumache. Questa particolarità sola par che possa bastare a costituirne un nuovo Genere. La sostanza del di lei guscio è un cerume, o Lacca, molto analoga al latte seccato dell’albero, su di cui nasce, e propagasi. Non si potevano distinguere le parti dell’animale, allora quando io l’osservai pella prima volta sull’Isola d’Uglian, e ne feci raccogliere buona quantità; in tutte le Galle, ch’io volli esaminare allora, trovai una sostanza mocciosa, di colore sanguigno, che tingeva di bellissimo rosso le dita. Ne portai a Zara nel mese di Giugno un gran cartoccio; e da una picciola porzione di esso ritrassi per la via sempli- ce della decozione un cerume di color incarnato; l’acqua, in cui bollirono le Galle, restò tinta di rosso-giallognolo.
Io ne serbava parecchie da me staccate con diligenza, senza ferire l’animale nascostovi, in uno scatolino, cui per varj giorni non badai punto, distratto da altre occupazioni. All’aprirlo trovai con mia sorpresa, che n’erano usciti innumerabili granellini rossi, i quali esaminati sotto ’l microscopio mi si fecero conoscere per ova allungate a somiglianza dei boccioli de’ bachi da seta. Niun vestigio di verme, o di mosca rinvenni nella scatola; nè sospetto che potessero esserne usciti mi potè venire, perch’ella chiudevasi esattamente a vite. Riposi, avendola prima diligentemente chiusa, la mia scatoletta; e quattro o sei giorni dopo, riapertala, vidi un innumerabile esercito d’animaluzzi rossi, che da prima mi parvero aver ali bianche, ma che poi esaminati colle lenti mi si fecero conoscere apteri, da sei piedi, e non ancora del tutto liberi dal guscio dell’ovo, cui portavano su la schiena, in guisa d’ale sollevate, ed unite. Io li rinserrai nella loro prigione, dove morirono in pochi giorni di fame. Non si trovavano nelle campagne de’ contorni di Zara fichi popolati da quest’insetti; e quindi rinunziai al desiderio di veder più oltre. Poco tempo dopo ne rinvenni sull’Isola della Brazza, e in molte Galle, o Crisalidi sorpresi un verme, che mi fe girare il cervello: ma dopo d’avervi ben pensato, io pendetti a crederlo un usurpatore, anzi che un abitator naturale della casa. E vie più in questa opinione mi confermai allora quando mi venne fatto di trovare gl’insettini rossi erranti pe’ rami, indi mezzo istupiditi, e strettamente aderenti alla corteccia. Io mi prometto di riosservarli diligentemente, se mi si presenteranno di nuovo in opportuna stagione. E tanto più mi cresce la voglia di farlo, quanto che quelle ova rosse ànno di molta rassomiglianza colla grana del Kermes tintorio. Io spero, che stiacciandole, e riunendole in massa prima che sbuccino, o dagli animaluzzi uccisi appena sbucciati si avrà una pasta da farne qualche cosa di ragionevole. Il Quinquerano, cent’ottant’anni sono, scrisse della grana del Kermes circostanze, che molto convengono a questa nuova grana del fico.
Non è antica, nè costante questa malattia de’ fichi pell’Isole, e lidi della Dalmazia. Se ’l Verno freddo più dell’usato si faccia sentire in qualche Distretto, il paese resta per quell’anno quasi totalmente libero dagl’incomodi insetti, che fanno un vero danno alla Provincia, dove i fichi formano un importante capo di commercio. L’albero, di cui questa genìa s’è impossessata, porta insipidi, e schifosi frutti, perchè ricoperti anch’essi, come le foglie, e i rami, della nuova generazione resavisi di già immobile, e sepolta sotto la sua spoglia di Lacca.
Quando però gli alberi abbiano sofferto per due, o tre anni di seguito questa peste, la corteccia annerita, e tutta cariosa si distacca dai rami, che infracidiscono; l’aspetto loro è squallido anche nel fine di Primavera, e finalmente il fracidume dall’estremità propagandosi sino alle principali diramazioni, il tronco medesimo ne resta offeso, e perisce.
5. Della Città di Zara
Zara, detta Jadera da’ Latini, e Diadora ne’ bassi tempi, ch’era una volta la Capitale della Liburnia, vale a dire della gran Penisola, che sporge in mare fra i due fiumi Tedanio, e Tizio, ora conosciuti sotto i nomi di Zermagna, e di Kerka, dopo la decadenza dell’Impero Romano è divenuta la Capitale di una più estesa Provincia. Il tempo, che à fatto perdere sino alle vestigia della maggior parte delle Città Liburniche, à sempre rispettato questa. Ella gode attualmente di tutto lo splendore, che può convenire a una Città suddita; e probabilmente à guadagnato col girare de’ secoli in vece di perdere. La società di Zara è tanto colta quanto si può desiderarla in qualunque ragguardevole Città d’Italia; nè vi mancarono in verun tempo uomini distinti nelle Lettere. Federico Grisogono, che visse nel bel mezzo del XVI secolo pubblicò un Discorso sopra le cause del flusso, e riflusso del mare, attribuendolo alla pressione del Sole, e della Luna. , Saloense inserì per intero questo Trattatello nella sua Opera intitolata Theatrum Mundi & Temporis, traendolo dal libro medico, in cui l’avea posto l’Autore. , Gentiluomo Zaratino, lasciò molte preziose carte tendenti ad illustrare la nobile sua Patria, e l’ampio territorio, ch’ella possiede. Restaci di questo valentuomo un Opuscolo Ms. inedito, che illustra tutte le Iscrizioni Zaratine, ch’erano state disotterrate sino alla metà del XVII. Secolo. Fra quelli, che attualmente vi abitano, meritano distinta menzione l’amabile, e coltissimo Sig. Co: Gregorio Stratico, e il Signor Domenico Ballo, taciturno, modesto, e forse troppo lucifugo Gentiluomo, dalla onestà, cortesia, e sapere de’ quali gran vantaggi può ritrarre il viaggiatore. Delle antiche fabbriche Romane, che l’adornavano, miserabili vestigj vi si conoscono appena; le fortificazioni moderne essendovi state fatte a spese degli antichi rimasugli. Troverà V. E. agevolmente ne’ Collettori le molte Iscrizioni, che vi si conservavano sino al principio di questo secolo. Elleno provano, che questa Città, e Colonia fu guardata con particolare affezione da molti Imperadori Romani, e segnatamente da Augusto, e dall’ottimo Trajano. Il primo meritò d’esser chiamato Padre della Colonia Jadertina, e di questo titolo resta il documento in una pregevole Lapida: il secondo fece fabbricare, o ristorare un Acquedotto, che vi portava l’acqua di lontano, il che rilevasi da un frammento d’Iscrizione tuttora esistente nella Città.
Io sono stato accolto a Zara con generosa ospitalità nella bella abitazione del Sig. Dr. Antonio Danieli, dotto Professore di Medicina. Ella è adornata da varj pezzi di scolture antiche, fra’ quali distinguonsi quattro Statue colossali di marmo salino, che a proprie esorbitanti spese questo zelante Amatore dell’Antichità fece trarre dalle rovine della vicina Città di No- na. Parecchie lapide colà portate da varj luoghi della Dalmazia vi si veggono, fra le quali la riguardevole Iscrizione riferita anche dallo Spon com’esistente nella Casa de’ Signori Tommasoni, che dal 1675. in poi era stata nascosa da un intonaco di calce, e dal Dottor Danieli fu scoperta, e ridonata alla luce dietro alle traccie lasciatene dal Viaggiatore Francese.
V’ànno, fra le altre molte, tre Tavole greche trasportate dall’Isola di Lissa, che sembrano appartenere a qualche Psefisma, ed essere frammenti delle sottoscrizioni de’ Senatori.
Presso questo mio ottimo Amico ed Ospite trovasi anche un’abbondante Collezione di Monete antiche romane, e un buon numero di Greche egregiamente conservate.
6. Polledra Ermafrodito
Io ò veduto a Zara una polledra Ermafrodito, cioè a dire singolarizzata da quella viziatura mostruosa delle parti sessuali, assai nota agli Anatomici, che volgarmente viene chiamata Ermafroditismo. S’ella fosse nata a Parigi, i Dotti l’avrebbero fatta mettere fra gli Stalloni come maschio, facendo una bella sentenza simile a quella, che obbligò la Drouart a vestire da uomo, perchè predominava in essa il sesso virile. Un Mor-
lacco, in casa di cui era nata quella bestia, somigliante alla Drouart negli organi della generazione, la vendette a bassissimo prezzo, quantunque fosse di bella statura, e ben messa, per allontanarsi il mal augurio, che la Nazione superstiziosa trae dalla nascita, e sopravvivenza de’ mostri.
7. Del livello del mare
Il mare guadagna continuamente sopra Zara; e se non lo provassero abbastanza le alte maree, che allagano que’ luoghi, a’ quali l’acqua non dovea giungere quando furono fabbricati, lo provano gli antichi pavimenti della piazza, che sono molto al disotto dell’attuale livello medio dell’acque, e i residui di fabbriche nobili scopertivi non à molti anni nel purgare dalle immondizie quella parte del Porto, che si chiama il Mandracchio. La quantità de’ fatti, che incontransi lungo le coste dell’Adriatico, atti a provare l’alzamento progressivo dell’acque, non permette che si metta più in dubbio fra noi. Il mare guadagna su i litorali costantemente, anche ad onta de’ fiumi, che prolungano le terre deponendo belletta, ed arena presso alle loro foci. Sia paludoso, arenoso, o montuoso, e marmoreo il litorale del nostro Golfo, vi si ritrovano sommerse le rovine delle antiche fabbriche; e di giorno in giorno vi si moltiplicano le prove dell’inalzamento di livello, o pella ritrocessione delle acque fluviatili impedite dall’aver l’antico libero corso, o pella corrosione, e smantellamen- to de’ massi, e de’ monti. Non sembra ammissibile da chi abbia moltiplicato le osservazioni su questo proposito nè l’opinione già celebre del :en:Johannes Browallius, nè quella d’un rinomatissimo vivente Matematico, il quale à creduto, che dalla subsidenza delle terre sia da ripetersi l’apparente alzamento dell’acque. I Veneziani sono in istato di giudicare della ragionevolezza di questo sistema, esaminando i cangiamenti della loro Città.
8. Della Città, e Campagna di Nona
Le rovine di Nona, che dovrebbono somministrare abbondante pascolo alla curiosità degli Antiquarj, sono così sotterrate dalle replicate devastazioni, alle quali quell’infelice Città fu soggetta, che di raro ne scappano fuori vestigj. Io mi vi portai, colla speranza di veder qualche cosa degna d’esser notata: ma mi vi sono trovato deluso. Non solo niente vi resta, che indichi grandezza di tempi Romani, ma nemmeno alcun residuo di Barbara magnificenza, che ricordi que’ secoli, ne’ quali vi risiederono i Re degli Slavi Croati. Ella giace su d’un’Isoletta nel mezzo d’un Porto, che fu ne’ tempi andati capace di ricevere grossi legni, e che adesso si è cangiato in fetida palude, perchè vi mette foce una fiumaretta fangosa, dopo di aver corso pel tratto di sei buone miglia attraverso le pingui campagne abbandonate di quel Distretto. Gli antichi abitatori aveano deviata quest’acqua; e dell’argine da essi fabbricato per farla scaricar nella Valle di Drasnich al mare veggonsi tuttora gli avanzi. Ad onta però della spopolazione de’ campi, e dello squallore del sito, non si perdettero di coraggio i nuovi abitanti di Nona; ed animati da privilegj accordati loro dalla Clemenza del Serenissimo Governo si studiano di farvi ne’ migliori modi rifiorire la Popolazione, e l’Agricoltura. Lo scolo dell’ acque renderebbe abitabile, e fruttuoso quel pingue Territorio. La palude salmastra, che cinge le mura di Nona, è attissima a somministrare quantità considerabile di pesce, e particolarmente d’Anguille. La Pubblica Munificenza ne accordò l’investitura a privati, che ne traggono un frutto sufficiente. Introducendovi co’ Lavorieri migliori metodi per la pesca, vi si potrebbono marinare, o metter in sale molte migliaja d’Anguille, che servirebbono al nostro commercio interno, e risparmierebbono una parte almeno del dispendio, cui fa la Nazione per acquistare salumi esteri. A sinistra della Città di Nona, costeggiando il mare, si trovano delle muraglie rovinose d’antiche fabbriche, le quali second’ogni apparenza in più lontani tempi siedettero sulla terra ferma, dove ora sono circondate dalle acque. Il mare forma in quel luogo uno stretto, che può passarsi a guazzo, e per cui nelle basse maree a gran pena possono trovar passaggio le più picciole barchette. La Villa vicina corrottamente detta Privlaca da’ Morlacchi abitantivi, e Brevilacqua dai Zaratini, sembra trarre il nome dal guado, che da’ Latini Brevia aquæ soleva chiamarsi. Questo guado separa il Contado di Nona dall’Isola contigua di Puntadura. La costa di Brevilacqua è molto alta, e tagliata a piombo per modo, che lascia vedere scopertamente i varj strati, ond’è composta, e la materia loro. Eglino sono tutti arenarj, o ghiajuolosi, e manifestamente deposti da un fiume antico, che adesso non si vede più. Alcuni di questi strati, e spezialmente i più bassi, pel filtrare dell’acque si rassodano in pietra, e formano una spezie di tronchi d’Osteocolle perpendicolarmente disposti. In qualche luogo di quella costa vedesi a pel d’acqua il marmo, che serve di base agli strati fluviatili; e questo medesimo marmo volgare comparisce dentro terra, dove probabilmente ne stava promi- nente qualche collina, prima che le torbide riempiendo i luoghi bassi delle deposizioni loro appianassero la campagna. Vi dominano le Lenticolari, e petrefatti congeneri strettamente uniti all’impasto marmoreo.
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The end
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