Front matter
LE
PITTURE NOTABILI
DI BERGAMO
Prefazione
Ggi che la Pittura più non signoreggia in Italia, e sembra quasi che ci voglia abbandonare, ritirandosi di là dai monti; quì non si parla che de’ passati di lei trionfi, pubblicandosi colle stampe, si può dir giornalmente, notizie pittoriche, carte cavate da disegni e da Quadri, vite di Pittori, cataloghi di Pitture, affine, com’è credibile, d’indur lo spirito della Nazione a richiamarla al suo Trono, e allo splendore dei due precedenti fortunatissimi secoli. Quindi è che la Città nostra di Bergamo, che non avea finora avuto chi fra tanti de suoi Cittadini che di lei scrivessero, favellato avesse delle Pitture de’ suoi insigni Maestri, e di altri chiarissimi Artefici che ornano i di lei sacri Tempj ed altri pubblici Edifizj, gode sommamente che ai mesi passati siasi stampato in Vicenza uno Scritto di un dotto Forestiere, in cui queste con eleganza e precisione si accennano.
Ma dovendo un’opera di tal genere, perchè più sia alla società profittevole, avere tre oggetti; il primo di soddisfare alla curiosità del Passeggiere intendente, il secondo di palesare ai Nazionali il merito delle Pitture, affinchè le custodiscano, il terzo d’indicare ai Giovani studiosi gli ottimi esemplari, su cui dirigere le loro virtuose fatiche; l’Indice di Pitture stampato in Vicenza come può servir degnamente al primo oggetto, così non sembra troppo favorevole agli altri due, che sono i più interessanti. In esso si nominano molte Pitture che sono eccellenti, e insieme se ne rammentano di dozzinali: e se un erudito Forestiere non ha bisogno di lumi per distinguere le une dall’altre, un Cittadino che non sappia di Pittura, e un Pittorello principiante voglion essere istruiti, quegli per poter conservare alle Chiese ed alla Patria le opere di eccellenti Maestri, questi per non esser sedotto da certi vaghi e lusinghevoli Dipinti, che a prima vista sorprendono, ma che in realtà poco o nulla contengono di magistrale e fondato.
Egli è anche mancante il prefato Indice di un numero non indifferente di Pitture rare e pregievoli; le quali non essendo fatte note ai Cittadini, possono correr rischio di perdersi o di dissiparsi: ed anche gli Scolari di questa nobile Professione restano defraudati di un grande ajuto; dovendo eglino, a imitazione delle Pecchie che traggono il sugo per fabbricare il mele da più maniere di fiori, apprender l’Arte da molti e diversi Quadri; ciascun de’ quali contenendo figure o espressioni diverse, vien quinci a comprendere altrettanti precetti e insegnamenti utilissimi.
Senzachè sono scorsi per entro al medesimo Indice alcuni errori, parte inevitabili di stampa, parte nati per la grande facilità che v’ha di errare in chicchessia nel decidere degli Autori de’ Quadri, ma principalmente ne’ Forestieri, i quali non hanno, nè aver possono quella pratica che hanno i Nazionali, acquistata dallo spesso mirare e rimirare i Quadri de i Suoi, e dal rapporto che senza avvedersene formiam nella mente delle diverse maniere da’ nostri Pittori tenute sì nel disegnare, che nel colorire e vestir le figure. E in fatti si osserva, che gli stessi provetti Pittori, che non sono del Paese, comechè da più lustri vi soggiornino, non hanno quella franchezza di sentenziare intornio alle antiche fatture de’ nostri Pittori che hanno talora i Dilettanti della Patria; perchè il mestiere di questi è d’incessantemente vagheggiare le Pitture, laddove quelli sono più intenti a produrre del proprio, che a contemplare l’altrui.
Questi sono i principali motivi che mi hanno indotto a riformare e ampliare l’Indice uscito in Vicenza, non avendovi compreso nel dilatarne i confini ogni sorta di Pitture, ma soltanto le più pregiate, dalle quali e splendore alla Patria, e utilità alle Belle Arti ne può derivare: non essendo pregio di una Città il possedere un Arsenale di Quadri, nè l’aver avuto, o l’aver tuttavia uno squadron di Pittori, ma il poterne contar alcuni di singolari e distinti. E delle Pitture che io nomino, non ho creduto a proposito di farne una semplice e pura rassegna, da non servire che per gl’Intelligenti e per li consumati Pittori, ma di toccare il merito, se non di ciascuna, almeno delle più, ragguardevoli, acciocchè si apprezzino e si custodiscano da’ Cittadini; e perchè i Giovani che a dipignere imprendono, e che non arrivano a comprendere il migliore, possano con tale aiuto raggiugnerlo.
Nel giudizio poi che quì troverai fatto degli Autori, e delle loro Operazioni, io non ho inteso d’impor leggi ad alcuno, ma di dire semplicemente ciò che a me ne pare, lasciando altrui in piena libertà di opinare secondochè più gli piace. Non ho per altro trascurata l’opinione de’ nostri accreditati Professori, e de’ Dilettanti più illuminati: ho letto i libri che ne favellano; e in mancanza di necessarj lumi ho fecondato il mio genio, e la naturale inclinazione alla Pittura. E se in ciò che ho scritto, v’ha qualche cosa che meriti, me ne sappia grado chi legge; se nulla v’ha, accetti cortesemente la buona volontà mia: che io prima dirò delle Pitture che sono in Città, e nel Borgo Canale, indi di quelle che ci somministra il Borgo S. Leonardo, poi dell’altre che si ammiran ne’ Borghi, che sono a Levante. Innanzi però di andar in traccia de’ Quadri, mi si permetta di quì stendere alcuni avvertimenti necessarj alla custodia e buon governa de’ medesimi.
Dell’amoroso e diligente governo de’ Quadri
Quadri servono ai Pittori, come i libri agli Uomini di lettere. Se i libri sono buoni, arricchiscono la mente di verità e di lumi; se il contrario, la ricolmano di storte massime e di pregiudizj. Similmente dai Quadri eccellenti si apprendono le finezze e le perfezioni dell’Arte; e gli ordinarj e triviali ingombrano il senso comune d’idee insulse sformate e a quel vero opposte, che la Natura giornalmente ci presenta alla vista.
I Quadri di Uomini illustri, e spezialmente di quelli che fiorirono ne’ due secoli prossimamente scaduti, che furono i secoli d’oro della Pittura, non solamente debbonsi riguardare come uno de’ principali ornamenti della Città, ma ancora come scuola sempre aperta ai Giovani studiosi: potendo eglino coll’assiduo studio sopra tali eccellenti Esemplari diventar Pittori e Pittori di grido, senza l’incomodo e la spesa de’ viaggi in rimote contrade. Quella verità sì altamente penetrò nell’animo de’ saggi nostri Antenati, che temendo di restar privi per vendita della famosa Tavola di di Bergamo, esistente nella Chiesa di S. Bernardino di Borgo Pignolo, stabilirono con Parte del 1591. che dove non avessero potuto impedirne il contratto (come venne lor fatto d’impedirlo) di comperarla co’ dinari del Pubblico, anzichè vedersi spogliati di un sì prezioso tesoro.
Se di presente dominasse lo spirito di que’ nostri Maggiori, non vedremmo sottrarsi agli Altari gli stupendi Quadri di un e di un Gian Paolo Cavagna, e alienarli fuori di Città, o seppellirsi in mano de’ Privati, e a vil prezzo eziandio, sostituendosene di moderni, che non trovano applauso se non appresso di coloro che vanno pazzi delle cose nuove, e fanno guerra sanguinosa all’antiche. È vero che i Salmezza, e i Cavagna non sono il Lotto; ma egli è altresì vero che non sono inferiori a quel sublime Maestro, e forse sono a lui superiori nel complesso delle nozioni Pittoriche, e massime in quella importantissima di degradar le tinte in ragione delle distanze; come appunto fa la luce ne’ corpi a misura che si allontanan dall’occhio.
E però sarà sempre commendabile l’insigne nostro Capitolo, per non aver alienata dalla Cattedrale la moderna sì, ma pregiata Tavola di S. Teresa di mano del Antonio Balestra, levata dall’Altare di essa Santa, per riporvi il nuovo Quadro del B. Gregorio Barbarigo già nostro zelantissimo Vescovo. E degni d’eterna lode sono ancora i P.P. Somaschi, e i Carmelitani, i primi per averci conservato nella Chiesa e aggrandito per ogni verso, affine di accomodarlo al sito, l’ammirabile S. Girolamo del soprammentovato Cavagna, tolto via dall’Altare, in cui oggi si venera il Santo lor Fondatore, lodevolmente effigiato dal ; i secondi, perchè avendo la loro Chiesa ammodernata, il bellissimo Crocifisso dipinto dal medesimo Cavagna, che era disadatto al nuovo Altare, ve lo hanno accomodato, con averlo con giunte ingrandito, e reso quadrato nella sommità, oltre l’avervi aggiunto nella parte superiore del nuovo campo due Cherubini per banda; i quali se non sono fatti dal Cattapane, che sì ben seppe trasformarsi nella maniera del Lattanzio Gambara, sono però tollerabilmente dipinti, ed accordati col restante dell’Opera.
Ma non basta il non privar le Chiese e altri Luoghi Pubblici delle insigni Pitture, sa di mestieri ancora il saperle amorosamente conservare. Imperciocchè alla fin fine che gioverebbe aver un Quadro di mano del primo Archimandrita della Pittura, ma dal tempo, o per incuria, o per altre circostanze malmenato per modo che nulla contenesse da potersi ammirare, e soltanto risultasse dai Rogiti, o dalla Tradizione il glorioso nome di chi l’ha dipinto? Deesi dunque in primo luogo aver mente che nel parare che si fa delle Chiese, e degli Altari, non ricevano i Quadri sfregio ed oltraggio dalle scale, o da altri strumenti necessarj a tal’opera. Che non si smussino le Tavole quadrangolari, nè le semirotonde si spezzino con angoli, o altri scherzi bizzarri, che tolgono al Quadro la maestà della forma, e impoveriscono il campo. Che non si permetta che oltre la cornice s’avanzino Cherubini, festoni, o altri fregj dorati a ingombrare il Dipinto; dovendosi questo considerare come le gioje, le quali tanto sola- copronsi, quanto basta a fermarle. Che non li deturpino le Pitture con aggiugner loro di aliena mano l’effigie di alcun altro Santo, in cambio di dipignerlo su d’un Quadro muovevole, da potersi presentare all’Altare, volendolo festeggiare, per poi ritirarnelo passata la festa. Che non si magagnino con affiggervi delle corone d’argento; quasi che la pietà de fedeli abbia a commuoversi più per opera del metallo che più o meno imbarazzar immagine, che dal sacro di lei volto, e dalle divote sue espressioni. Che di frequente si spolverino, e si ripuliscano i Quadri, e ripuliti si coprano con tele; e si difendano, benchè coperti, dai raggi solari, e spezialmente dagli estivi: e dove v’abbiano cammini alla schiena o in vicinanza, si rimuovano o gli uni, o gli altri; perchè il calore sì le Pitture cuoce e disecca, che prima fendonsi, poscia si spiccano dalla tela.
Debbonsi soprattutto preservare dall’umido, e principalmente da quello che tramandano le muraglie appena finite; il quale non solamente gli sa muffire, ma gli sfigura e guasta in maniera di non poterli più mai risarcire: come è avvenuto del bellissimo Cristo deporto dalla Croce in grembo alla Madre fra i SS. Antonio Abate e Francesco d’Assisi, Opera impareggiabile a fresco di Paolo Cavagna, segata dalla Facciata della Chiesa della Madonna dello Spasimo, e trasferita nella nuova fabbrica dell’Oratorio sotterraneo per ancora umidiccio.
Nocevole all’amorosa cura de’ Quadri è anche l’epidemico insanabil prurito di ridurli alla moderna, per mano di coloro nettar facendoli, che sanno com- nuovi i Quadri antichi, se anche fossero di Cimabue. A quelli tali non dobbiamo dar retta, nè a titolo di levar l’olio, o la vernice dalle Pitture, nè col pretesto di maggiormente conservarle. Quando una Tavola non sia interamente annerita e perduta (che in tal caso la si può arrischiare, tornando meglio vedervi sopra qualche cosa, che nulla) ma che faccia per ancora la sua comparsa, e se ne comprenda il disegno e la tinta, tanto basta per servizio degli Altari, e per insegnamento degli Studiosi; nè dobbiam cercare di peggiorarla, martirizzandola con impiastri, e lavande corrosive e mordaci.
È indicibile quanto scapiti e venga a languire un Quadro, ch’abbia sofferto un così fatto nettamento, innanzi agli occhi degl’Intendenti, comechè piaccia e sembri rinato a tutti quelli che non sanno. Perde egli quella nobile venustà e quella vivida forza, che Pattina dai Pittori si appella, e che dall’azione dell’ambiente è prodotta, il quale va col tempo mortificando i colori arditi, e rendendoli vicendevolmente fra loro più armoniosi e concordi. Cotal Pattina dà similmente il tempo ai bronzi, e ai marmi: ma non si troverebbe Antiquario, per grezzo che e’ sia, il qual credesse di avvantaggiare le sue medaglie antiche, o le sculture in marmo col farle ripulire, onde acquistassero quella nitidezza ch’ebbero appena coniate o scolpite. Prova di ciò n’è quella Figurina in marmo di bassorilievo nell’insigne Cappella Colleoni, che da un animoso e imprudente Scarpello ridotta al primiero candore fa una vista stomacosa e difforme, nè si può mirar senza sdegno. E come non si può pulire un marmo antico senza distrugger parte della sostanza marmorea, così nemmeno un vecchio Quadro si può nettare per modo che riesca qual nuovo, senza spogliarlo di una porzion di colore. Anzi sovente alcune mezze tinte, alcuni leggieri velamenti, e certi ultimi e gentili ritocchi, da cui deriva la grazia e la dilicatezza dell’Opera interamente periscono.
So che da alcuni si sostiene francamente il contrario; e che si decantan segreti che hanno la prodigiosa virtù di menar via il sudiciume e ogni fastidiosa bruttura da’ Quadri, e di perdonarla onninamente al colore. Ma se questi loro Arcani tolgon la Pattina dal Dipinto; la quale dee togliersi perchè esso Dipinto si conduca a quella stessa, o quasi stessa nitidezza di un Quadro nuovo; è necessario che ne scarnino più o meno il colore. In fatti analizzando anche grossolanamente le lavande che servirono a siffatti nettamenti, si troverà in esse mescolata colla sporcizia portata via dal Quadro anche porzion di colore, con cui fu dipinto. E quelle Tavole ch’ebbero la fatal disgrazia di reiteratamente soggiacere a simili nettature, qualora da presso si considerino e attentemente, le vedremo in più luoghi miserevolmente infin all’osso scorticate, che è a dire, spogliate e ignude mostrare la terra rossa, con cui fu apparecchiata la tela da doversi dipignere. Perlaqualcosa i Pittori saggi onorati e dabbene si ridono di questa fatta d’Arcani, e ne detestano l’operazione: non approvandosi da loro per nettar Quadri che l’acqua tiepida, o pura e schietta, o bollita con semola di formento; e in caso di maggior bisogno il mele o il zucchero sì rosso, che ma- ridotto in poltiglia con acqua, da impiastrarne il Dipinto, lasciandolo così impiastricciato per un giorno intero, e in luogo tiepido, se sia d’inverno, acciocchè possa la lordura ammollirsi, e disporsi allo scioglimento, perchè poi con una spugna mollissima immersa nell’acqua tiepida si tolga, e se ne ripulisca il Dipinto.
E la medesima spugna inzuppata d’acqua semplice e schietta, serve d’innocente e mirabil vernice, per rilevar le tinte più oscure e sepolte, qualor si voglia contemplare la Pittura con maggior attenzione; mentrecchè ogni altro liquore, che a tal oggetto s’impieghi, è più dovizioso di sali, e di viscide particelle, che le tinte in processo di tempo danneggiano. Sono per altro più nocive e malefiche certe vernici, che da’ Mercatanti costumansi per far brillare i lor Quadri su gli occhi de’ Compratori, e sì poter gli scempiati più agevolmente pigliare. Di così fatte vernici, che coll’andare degli anni rendono le Pitture mostruose e difformi, non s’impiastriccino i Quadri, che intendiamo di non contrattare; ma di custodire a onor degli Altari, e a benefizio de’ Giovanetti Pittori. Imperciocchè le vernici che sono di olj, e di resine composte, in progresso di tempo sanno il color bianco ingiallire, imbrunare il giallo, verdeggiar l’azzurro, e tralignare più altri colori in tinta spiacevole e sozza; e le manipolate di raffinata acquavite e di gomme, induran col tempo sì fattamente, e in tal guisa contraggonsi che fanno screpolar la Pittura, e spesso ancora la fanno arricciare e cadere; come nell’esame de’ Quadri avverrà sovente di dovere con dispiacer osservare.
Il rimedio delle screpolate e arricciate Pitture consiste nel proccurare, che il colore sollevato dalla tela novamente le si riattacchi e rassodi. Una buona fodera da mano amorosa e maestra applicata alla tela suddetta può riparare al presente disordine e prevenire i maggiori. Tale provvedimento è convenevole ancora a qualsisia altra Pittura che per vecchiezza, per umidità, o per altra malaventura abbisognasse di essere rinforzata: con avvedimento però che non sì di leggieri, dove manca il colore, si corra al pennello, o si risparmi almeno nelle carnagioni: offendendo men gli occhi degl’Intendenti il vedere un Quadro in alcun luogo scuojato, che il prevederlo, o il doverlo vedere un giorno bruttato di tante macchie, quanti sono i rifarcimenti fatti col novello colore, il quale non può mai lungamente simulare l’antico.
Ma è ormai tempo che c’incamminiamo alla visita delle Pitture che sono in Città, e che cominciamo da quella del
I - Duomo
Ovinata dai Barbari questa antichissima Cattedrale di S. Vincenzo, risarcita poscia da Ambrogio Martinengo Vescovo, e Cittadino di Bergamo nel 1027. indi rifabbricata dal Vescovo l’anno 1483. e finalmente ridotta col disegno di , e con indoramenti e Pitture alla ricca e maestosa avvenenza d’oggi; mostra al primo Altare, entrando a man destra, una superba Tavola di Andrea Previtali nostro Concittadino e Discepolo di Giovanni Bellini, dipinta l’anno 1524. con impareggiabile maestrìa. In essa è rappresentato S. Benedetto, Titolare dell’Altare, sedente fra S. Bonaventura che è in piedi alla destra, e un S. Vescovo alla sinistra, verso cui sta rivolto il S. Patriarca in atto di favellargli. Per lode dì quello valente Pittore basti il sapere, che le sue Opere si scambiano con quelle del suo Maestro; e che una Nunciata da lui dipinta in Ceneda era l’ammirazione di .
L’Altare che seguita è fregiato di una Tavola in ogni sua parte ammiranda e perfetta. Vi si vede effigiato il Crocifisso fra due Angeli, e sotto la Vergine addolorata con li SS. Giovanni, Carlo, ec. Autore n’è Gian Paolo Cavagna di Bergamo, Pittore taciuto dal , ma abbastanza noto per le sue assaissime Opere dentro e fuori della Patria con somma eleganza, correzione, e naturalezza condotte. Fu Discepolo di Giovan Battista Moroni, e fu Superiore al Maestro a detta del suo contemporaneo: e fu Discepolo ancora di Cristoforo Bascheni d’Averara, cui parimenti superò. Esiste la Scrittura del contratto per la Scuola fra il di lui Padre, e il mentovato Cristoforo nell’Archivio delle M. M. Cappuccine. Morì questo Valentuomo nel 1626. e fu sepolto alle Grazie.
Il contiguo Altare è dedicato al B. Gregorio Barbarigo, che fu Vescovo della Patria ed è ornato di una vaga Tavola di mano di Niccolò Lapiccola Calabrese. A fianco della Porta laterale v’ha un degno Quadro di Francesco Polazzi, esprimente il Transito di S. Giuseppe: e sopra quello un altro rappresentante i SS. Fermo, Rustico, e Procolo, uscito dal franco e risoluto pennello di Sebastiano Ricci. In testa alla Crociata si ammira il magnifico Altare de i tre mentovati Santi, disegnato da Cavaliere, e costrutto di scelti marmi con più Statue, e con una gran’ Urna di metallo dorato (ideata dal Nob. Sig. Filippo Alessandri, esequita da Domenico Filiberti, e ornata con Puttini e Lioncelli di mano del celebre Calegari#Antonio Calegari Bresciano), in cui riposano i loro Sacri Corpi. Di rincontro all’accennato Quadro del Ricci, espresse con lode i SS. Fermo e Rustico imprigionati, con gloria d’Angeli sopra.
Nel Presbiterio mirasi da Pietro Paolo Raggi vivamente rappresentato il Martirio di quaranta Canonici; nel Coro da Francesco Menaigo quello di S. Giacomo Arcidiacono; e quello di S. Esteria da Giovambatista Pittoni. Il S. Narno predicante è nobile fattura di Francesco Monti (1683) Bolognese. Il S. Alessandro martirizzato nella Tavola principale del Coro è grandiosa ed elegante operazione di Oronzio Malinconici Napolitano. La Consegrazione di S. Narno Vescovo è di mano di Francesco Polazzi. Il Martirio di S. Giovanni Vescovo è bizzarra non meno che studiata fatica di Giambattista Tiepolo; e quello del S. Arcidiacono Projettizio è fatica lodevole del Cignaroli.
Nel dosso dell’Altare la B. V. col Bambino, dipinta in legno da Giovanni Bellini, è di una sorprendente bellezza. I due busti di Appostoli, che sono dalle bande, si giudicano di Guido Cagnacci. L’antico Ciborio di bronzo dorato, e intarsiato di pietre dure e preziose riconosce per Artefice il celebre Pompeo Targoni Firentino, Ingegnere del Gran Duca, in cui furono spesi quattromila e cinquecento Scudi, come racconta il nell’Effemeridi. I due Angeli di bronzo che posano sull’Altare, sono di Annibale Fontana Milanese, e i Bassirilievi sono stati gettati in bronzo dall’Arrighi Romano col modello del Bergher Tedesco; Autori ambedue di quelle medaglie ancora che guerniscono i Pulpiti, doviziosi di bellissimo verde antico e di altri stimati marmi. Il cielo del Baldacchino che è sopra il detto Altare è dipinto da Paolo Cavagna, e quello de i Pulpiti dal Cignaroli.
Sceso il Presbiterio l’Altare della Vergine addolorata fu eretto con disegno del Canonico D. Marco Alessandri Nobile della Patria. In grazia del doloroso Mistero abbondano quivi i marmi neri del Paese; ai quali tuttavia danno un bel risalto le due svelte Statue laterali scolpite in marmo di Massa da Autor Carrarese; i due Angeloni, e i Bassirilievi del medesimo marmo lavorati con singolare eccellenza dal nostro Andrea Fantoni; come parimenti i due Puttini sopra la nicchia della B. V. usciti dal grazioso scarpello di Antonio Ferretti. La grandeggiante Presentazione di Gesù Bambino appesa in alto sopra la Porta, per cui si va alle Sagrestìe, è di mano di Pietro Rotari Veronese, accreditato Pit- Il Quadro di rincontro esprimente la Deposizione della Croce è fatica di Matteo Brida similmente Veronese, e il Transito di S. Giuseppe che è posto di sotto, è operazione del Polazzi, Autore similmente della Tavola che si vede all’Altare della Cappella che segue. Nella contigua si distinse Donato Creti nel ben disegnato e meglio colorito Battesimo del Redentore, che si ammira all’Altare. Di Gio. Battista Moroni d’Albino di Bergamo è la pregiata Tavola dell’ultimo Altare, rappresentante la B. V. col Bambino in alto, e nel piano genuflessi i S.S. Girolamo, e Caterina Vergine e Martire. Dicesi essere stato il Moroni Discepolo del Il Moretto Bresciano: e per verità l’accennata Tavola, e massimamente i sopraddetti due Santi dipintivi, molto si avvicinano alla maniera che tenne il Pittore Bresciano nel famoso Quadro della Chiesa di S. Andrea, di cui diremo a suo luogo. Fu il nostro Pittore assai insigne ne’ Ritratti, e però molto da Tiziano apprezzato. Morì in età virile l’anno 1578. avendo arricchita la Patria d’incomparabili Ritratti, e di Tavole eccellenti.
Lateralmente alla Porta maggiore veggonsi due gran Quadri del Raggi, in uno de’ quali figurò S. Alessandro calpestante l’Idolo alla presenza del Tiranno, e di un Sacerdote Idolatra; nell’altro Santa Grata col sacro Teschio del glorioso Martire nelle mani, e il tronco distesole avanti sopra la terra. Il Santo medesimo effigiato nel Quadro che è sopra la suddetta Porta maggiore, e che resta mezzo coperto da un Terrazino, è opera pregievolissima del nostro Salmezza, detto il Talpino. Un’altra Effigie di esso Santo si vede dirincontro in testa al Coro dipinta a fresco dal Carloni, uno de’ migliori Frescanti del Secol corrente; di cui sono ancorale nobili e grandiose Figure ne’ peducci della finta Cupola, con tal’arte in un piano perfetto condotta dai rinomati Fratelli Fratelli Galliari Piemontesi, che mirata dal punto di Prospettiva, non v’ha alcuno che non la giudichi vera e reale. I Freschi grandi ricinti da stucchi dorati che campeggiano nella volta sì del Coro, e del Presbiterio, che della Crociata, e della Nave, sono degne produzioni di Federico Ferrari Milanese, di cui pure è la gran medaglia a fresco nella Sagrestìa. Dirimpetto alla Porta meridionale di fianco avvene un’altra che introduce nell’Oratorio, o
II - Chiesiuola di S. Vincenzo
I ragione della Cattedrale, dove la Tavola dell’Altare esprimente l’Effigie del Santo Ti- è lavoro stimabile di Carlo Ceresa Bergamasco, ne’ Ritratti celebrato dal Calvi, ma anche ne’ Quadri istoriati, e spezialmente muovevoli, in cui si è maggiormente impiegato, è riuscito Pittore pastoso, dilicato, ed espressivo. Dirimpetto all’Altare v’è appeso alla parete un superbo Quadro di Antonio Balestra Veronese, rappresentante S. Teresa, in cui la forza colla soavità mirabilmente gareggia. Da dove uscendo ci recheremo a vedere uno de’ più pregiati Quadri che si trovino in Bergamo di Sebastiano Ricci. Egli è situato all’Altare di una Chiesettina, che è in capo all’atrio che mette nelle Sagrestìe del Duomo. Vedesi in esso un Agonizzante assistito all’estremo passo dalla fervorosa carità di , con un Giovane inginocchione, che probabilmente dee intendersi per figliuolo del moribondo, il quale appoggiato co’ gomiti sulla manca sponda del letticiuolo, e pieno di cruccio e di dolore posa il mento sopra le proprie mani incrocicchiate; il tutto espresso con una verità ed energìa che non ha pari.
In ultimo singolare ornamento di questa nobilissima Cattedrale, e degno oggetto della curiosità de’ Forestieri eruditi, è anche il Battistero. Fu levato questo gran Vaso dalla Chiesa di S. Maria Maggiore colla permissione della Città, affine di render quel Tempio più vago e spazioso, nel Febbrajo dell’anno 1660. e su riporto in un Tempietto, in cui si ha l’ingresso dalla gran Cappella che abbiam veduto della B. V. Addolorata. L’Opera è tutta di fini marmi maestrevolmente formata, e di colonne, di statue, e di geroglifici nobilmente arricchita e ornati di più altri fregi nel 1340. dal Maestro Giovanni da Campione, o de’ Campioni, come vuole il . Sotto la cornice del primo colonnato in un Quadretto di marmo del presato Battistero si vede una Biscia ritorta a chiocciola, quivi impietrita, e nel segare il marmo comparsa. Sulla medesima piazza evvi a mano sinistra la sontuosa e augusta Basilica di
III - S. Maria Maggiore
I Padronato della Città, eretta nel 1137. con disegno di Maestro Fredi in figura di Croce, con due Porte principali architettate con colonne, archi, statue, e altri ornamenti dal soprammentovato Maestro Giovanni da Campione, o de’ Campioni nel 1360, ella è, si può dire, una Gallerìa messa a oro e a stucchi di rare e squisite Pitture. L’Assunzione di Maria Vergine sopra le finestre del Coro è di mano del Gian Paolo Cavagna; ed è Opera sì per la forza del colorito, che per la giustezza de’ dintorni maravigliosa. Gli Appostoli sotto furono nobilmente e con grandezza di stile effigiati da Ercole Procaccini il Giovane. I quattro Ovati nella volta della Tribuna rappresentanti la SS. Annunciata, la Visitazione, la Nascita del Salvatore, e la Purificazione, sono ragguardevoli parti del famoso pennello di Francesco Bassano. I due Quadri sopra gli Organi esprimenti la Regina Ester davanti ad Assuero, e la gloriosa Impresa di Giuditta, sono spiritose e raffinate operazioni del sudetto Cavagna.
Le Sedie del Coro, e del Presbiterio sono mirabilmente intarsiate di Storie dell’Antico Testamento, e di Geroglifici assai stimati da Gio. Francesco Capodiferro Bergamasco; con fregj, e altri finissimi intagli di Maestro Alessandro Belli similmente Bergamasco, e intagliatore eccellente. Ma di sorpren-
bellezza sono i quattro Quadri d’intarsiatura dell’accennato Capodiferro, che riescono fuori del Coro, e dentro il ricinto de’ balaustri di marmi Carraresi, in cui si ammira l’Entrata di Noè nell’Arca, il Passaggio degli Ebrei pel Mar rosso, e la Sommersione di Faraone, il Trionfo di Giuditta, e quello di Davidde. La sponda ancora di metallo alla scala del Pulpito sì nella destra, che nella sinistra nave, è degna di osservazione per la squisitezza e leggiadrìa dell’artifizio.
La Natività del Signore figurata sulla gran Tela che cuopre l’Organo nel braccio destro della Chiesa, se non si sapesse che è di mano di Paolo Cavagna, ognuno la crederebbe fattura di Paolo Veronese: tanto la si avvicina allo stile di quell’incomparabil Maestro nella nobile maestà, e nella vivezza dell’espressione. Il miracolo di Mosè nel dissettare il Popolo eletto, dipinto da Antonio Zanchi nel Quadrone che è in testa alla crociata, è riflessibile pel numero delle sigure egregiamente distribuite, pe’ nudi ben intesi, per la grazia de’ volti, e per la nobiltà degli abbigliamenti. Il Sacrifizio di Noè escito dall’Arca nel Quadro situato sopra la Porta della Cappella Colleoni è lavoro stimabile di Federigo Cervelli Maestro di Sebastian Ricci. L’Immacolata Concezione, esistente sotto e a fianco dell’Organo verso il Presbiterio, fu vagamente colorita dal Cav. Niccola Malinconici. Le Storie Sacre a puro e sincero fresco nella volta, e ne’ lunettoni, sono operazioni del ferace e corretto
Ferri Romano; e i pregiatissimi stucchi sono lavoro del rinomato Giovanni Angelo Sala di Lugano.
I Dipinti a olio nella volta della nave contigua al Palazzo Vescovile sono grandiose e ben colorite produzioni del Cav. Nicola Malinconico; ch’esser doveano, ma per fatalità non furono, dell’immortal Carlo Cignani. Il gran Quadro con Mosè in mezzo agli Ebrei condotti a salvamento fralle divise acque del Mare, e il Dio Padre in aria, che comanda all’acque istesse di affogare gli Egiziani, fu valorosamente esequito da Luca Giordano; e piacque sì che ne sono state tratte più copie. Pregievole è ancora l’Arazzo di Fiandra esprimente la Crocifissione di Cristo operato dal Reghelbruggio sul modello a olio, che giornalmente si vede del Van Schoor: come altresì due altri antichi, fatti su i cartoni di Giulio Romano, che, come il primo, si espongono nelle Feste solenni. I due Profeti a stucco sedenti allato al mentovato Quadro del Giordano, sono fattura del Barberini Plastico rinomato; e gli altri stucchi sì di questa, che della nave che seguita, sono di mano degli Antenati di
cesco Camuzzi; a molti de’ quali diede compimento e perfezione il Sala suddetto.
Nella volta della navata seguente più Pittori di grido si esercitarono coi loro industriosi pennelli. L’Uccisione di Abele dicesi di Giuseppe Panfilo, comechè il la voglia di Carlo Francesco di lui fratello maggiore. I Leviti si giudicano di Cristoforo Stora, o Storer Svizzero. Il Sacrifizio d’Isacco di Pietro Donato Veneziano, Autore di altri quattro secondo l’opinione del Calvi. L’Uccisione di Sisara ascrivesi a Pietro Peruggini Cremonese: Mosè che si scalza le scarpe, a un degno Pittor Comasco. Il Bartoli nella sua Raccolta stampata in Vicenza, num. 36. ne accenna due di Giorgio Marinello Perugino, due di Gio. Paolo Recchi, ed uno di Giovanni Dart Fiammingo.
Il gran Quadro, in testa alla nave, del Diluvio Universale è Opera preziosa del Cavalier Liberi. Sembrerebbe per avventura a chi piace la farragine alquanto scarso di figure, ma quelle che vi sono, non posson essere nè più studiate, nè più espressive. Vi sono nudi di un risalto assai giudizioso: havvi ancora una Donna su di un Cavallo nuotante con un Fanciullino di dietro, che le si attiene strettamente alla vita, gruppo nel vero che non si può lodare abbastanza. Corre fama, che se l’acqua e il nuvolato sieno fattura di Monsieur Montagne, Pittore valentissimo nelle burrasche. Questo Quadro posto nel sito dove or si trova l’anno 1668. venne a cuoprire in gran parte una rara e antica Pittura a fresco, rappresentante l’Albero della Vita di S. Bonaventura, che il Nob. Sig. Guido de’ Suardi fece effigiare per sua divozione, e a proprie spese negli anni 1342. Da quella porzione però, che rimane scoperta di questa Mistica Pianta appiè del mentovato Quadro del Liberi, si scorge che la Pittura in que’ tempi cominciava a scuotersi e a risvegliarsi anche appresso di noi, con dar commiato alle insoffribili durezze dei Greci Dipinti.
The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.
Loading the full text…
The end
You’ve reached the end of Le pitture notabili di Bergamo.
