Prefazione
orse questo libro ne farà nascere un buono: vi vorrebbe quel tempo che io non ho per disporre in ordine migliore queste idee, che a me pajon vere, e non indegne della pubblica curiosità. Avrò ben meritato della causa Pubblica, se i miei pensieri serviranno di motivo a più frequenti ragionamenti su di questi importanti oggetti. Felice quel Popolo, ove più comunemente si ragiona della virtù, e ove più familiarmente si disputa sulla prosperità dello Stato! La gloria di buon Cittadino mi è più preziosa di quella di buon autore, alla quale non so se le mie forze mi permetterebbero di aspirare. Se v’è in queste mie Meditazioni qualche idea che porti luce su i veri interessi pubblici, prego il mio Lettore di volerla contrapporre a quelle parti scabrose e non finite, che troverà quì dentro, e perdonarmele. Potessi io dire qualche cosa di utile! Potessi io farla!
A chi legge
utte le Opere di Pubblica Economia sono di Pubblica ragione, a preferenza di quelle che hanno per oggetto idee, e cognizioni rimote dalla comune maniera di vivere, e separate dai rapporti della società, e Cittadinanza del Genere umano. I principj di questa scienza infiuiscono su la felicità, o miseria degli uomini, e le conseguenze bene, o male dedotte da questi, possono realizzarsi coi ringraziamenti, o coi gemiti de’ Popoli, che ne proveranno l’influenza. Nella prefazione di quest’Opera si è avuto per iscopo di eccitarne una migliore: secondando una sì nobile idea si è procurato di rettificare quelle massime, che sono sembrate lontane dal generoso istinto di chi le ha scritte. Tale e la maniera di pensare di quelli, che amando unicamente la verità si lusingano per questa sola strada di meritare la riconoscenza anche di chi possa pensare diversamente.
Qual sia il Commercio delle Nazioni che non conoscono il denaro
MEDITAZIONI
Sulla
ECONOMIA POLITICA.
§. I.
Quale sia il Commercio delle Nazioni che non conoscono il denaro.
Uelle società di uomini che non conoscono altri bisogni che i fisici, hanno e debbono avere poco o nessun commercio reciprocamente. Contento l’uomo, allevato in quella società, di avere assicurata la vita dalle insidie degli animali, dalla fame, dalla sete, e dalle stagioni, non può nemmeno sospettare, che lontano dal suo suolo nativo vegeti qualche cosa, da cui possa trarne utilità. Perciò le nazioni, che noi chiamiamo selvagge, non hanno commercio fra di esse, se non nella necessità di qualche carestia, o disastro qualunque che le obblighi a ricorrere ai vicini, dai quali o con qualche difficile con- cambio, o per mera umanità, o coll’aperta forza trasportano il necessario mancante. Non si dà nell’uomo moto alcuno senza un bisogno, nè un bisogno senza una idea, e queste sono ne’ popoli isolati e selvaggi limitatissime.
Quanto più le nazioni diventano colte, o sia quanto più s’accresce il numero delle idee e dei bisogni presso gli uomini, tanto maggiormente si vedrà introdurre il commercio fra nazione e nazione. Il bisogno, cioè la sensazione del dolore, è il pungolo, col quale la natura scuote l’uomo e lo desta da quell’indolente stato di vegetazione, in cui senza quella giacerebbe. Paradosso poco consolante si è questo, che sempre il dolore preceda al piacere, e che per necessità bisogna rendere una società prima infelice per renderla colta dappoi. Ma noi Europei abbiam già fatto bastantemente pagare questo fatal tributo ai nostri antenati, e possiam consolarci coi progressi che andiam facendo nella coltura, e goderne i beni, e moltiplicarli, quanto lo possono essere; il che sarà sempre l’opera d’un illuminato Legislatore. L’eccesso dei bisogni sopra il potere è la misura della infelicità dell’uomo non meno che d’uno Stato. I selvaggi sono poco infelici, perchè hanno pochissimi bisogni; ma le nazioni che ne hanno acquistati in gran numero coll’incivilirsi, debbono di necessità cercare l’accrescimento della potenza per accostarsi alla felicità. Non è ora mio scopo l’indicare i mezzi, de’ quali può un legislatore utilmente far uso per rendere i desiderj degli uomini più conspiranti ad un solo fine, nel che consiste la massima azione d’un popolo verso la felicità; dirò soltanto per quali mezzi l’Economia Politica ben diretta accrescerà la potenza d’uno Stato.
Il Commercio nasce adunque dal bisogno e dall’abbondanza: bisogno per le merci che si cercano, il che suppone un superfluo da cedere in contraccambio. Siccome nelle nazioni selvagge i bisogni sono minimi; così anche l’abbondanza, o sia il superfluo sarà il minimo: essendo che la nazione selvaggia si procurerà dal proprio fondo le derrate necessarie alla vita, e sia essa pastorale, o cacciatrice, o agricola, non estenderà la sua industria al di là dell’annua consumazione.
Ma appena una nazione dallo stato della vita selvaggia comincierà a scostarsi, co- noscendo nuovi bisogni e comodi della vita, allora sarà forzata ad accrescere proporzionatamente la sua industria, e moltiplicare l’annua riproduzione de’ suoi prodotti; cosicchè oltre il consumo ella ne abbia tanto di superfluo, quanto corrisponde alla straniera derrata, che dovrà ricercare dai vicini. Ed ecco come a misura che si moltiplicano i bisogni d’una nazione, naturalmente tendano a crescere l’annuo prodotto del suolo e l’industria nazionale.
Ma come fra queste società, che cominciano a conoscere i bisogni artefatti, potrà farsi il conguaglio fra il valore della merce che ricevono con quella che cedono in cambio? Il valore è una parola, che indica la stima che fanno gli uomini d’una cosa, e ne misura i gradi; ma ogni uomo avendo le sue opinioni e i suoi bisogni isolati in una società ancor rozza, sarà variabilissima la idea del valore, la quale non si rende universale se non introdotta che sia la corrispondenza fra società e società, e incessantemente mantenuta. Questa fluttuante misura deve essere stata il primo ostacolo che naturalmente si frappose alla dilatazione del Commercio.
Come sperare, che una nazione finitima voglia cedere parte de’ suoi prodotti, se ventura non porta che ivi reciprocamente vi sia bisogno del nostro superfluo? Si priverà ella di porzione del suo per ricevere l’eccedente nostro, col pericolo di vederlo perire, e corrompersi prima che sia venuto il bisogno di usarne? Questo è il secondo ostacolo che naturalmente pur deve aver proibito, che si dilatasse la reciproca corrispondenza fra nazione e nazione al primo uscire dallo stato selvaggio.
Che sia il denaro, e come accresca il Commercio
Rima della invenzione del denaro non era fisicamente fattibile, che s’introducesse una reciproca comunicazione con attività fra Stato e Stato, e fra uomo e uomo. Fra le molte definizioni che mi è accaduto di leggere date al denaro, non ne ho trovata alcuna, la quale mi sembri corrispondere esattamente all’indole di esso. Alcuni ravvisano nel denaro la rappresentazione del valor delle cose: ma il denaro è cosa, è un metallo, di cui il va- lore è egualmente rappresentato da quanto si dà in concambio di esso, e questa proprietà di rappresentare il valore è comune a tutte le altre merci generalmente contrattate. Altri ravvisano il denaro come un pegno per ottenere le merci; ma sotto di questo aspetto egualmente pure le merci sono un pegno del denaro. Queste definizioni non competono privativamente al denaro.
Il denaro è la merce universale; cioè a dire è quella merce, la quale per la universale sua accettazione, per il poco volume che ne rende facile il trasporto, per la comoda divisibilità, e per la incorrottibilità sua è universalmente ricevuta in iscambio di ogni merce particolare. Mi pare, che riguardando il denaro sotto di questo aspetto venga definito in modo che se ne ha una idea propria a lui solo, che esattamente ce ne dimostra tutti gli officj.
Introdotta che sia l’idea del denaro in una nazione, l’idea del valore comincia a diventare più uniforme, perchè ciascuno la misura colla merce universale. I trasporti da nazione a nazione diventano la metà più facili; poichè la nazione, dalla quale si riceve la merce particolare, non ricusa in compensa altrettante merci universali, e così in vece di due condotte difficili e incomode, una diventa di somma facilità; bastavi che sia abbondanza in una nazione, perchè la nazione bisognosa possa soddisfarsi, quand’anche la nazione abbondante non abbia attualmente un bisogno reciproco da soddisfare. Colla introduzione della merce universale si accostano le società, si conoscono, si comunicano vicendevolmente; dal che chiaramente si vede essere il genere umano debitore all’invenzione del denaro più assai, che forse non si è creduto, della cultura, e di quella artificiosa organizzazione di bisogni, e d’industria, per cui tanto distano le società incivilite dalle rozze ed isolate dei selvaggi. Tutte le invenzioni le più benemerite del genere umano, e che hanno sviluppato l’ingegno, e la facoltà dell’animo nostro, sono quelle che accostano l’uomo all’uomo, e facilitano la comunicazione delle idee, dei bisogni, dei sentimenti, e riducono il genere umano a massa. Tali sono le poste, la stampa, e prima di queste il denaro.
Quanto più si va rendendo facile il trasporto; quanto più s’accrescono i bisogni, tanto cresce il Commercio, e paralella cresce l’Agricoltura in un Paese agricolo; essendo che non si dà effetto senza cagione, nè l’uomo coltiva che a misura di soddisfare a’ suoi bisogni, e più coltiva quanto più sono estesi i bisogni, ai quali deve corrispondere coi prodotti della sua terra. Da ciò si conosce quanto a torto da taluni siasi creduto, che l’accrescimento del Commercio fosse nocivo ai progressi dell’Agricoltura, la quale anzi riceve nuova vita, quanto più l’industria e i bisogni vanno crescendo in una nazione.
Prima della invenzione. Se non si renunzia alla fede della Storia antica, prima dell’invenzione del Danaro, cioè della Moneta, s’introdusse una reciproca comunicazione con attività fra Stato e Stato, e fra Uomo e Uomo, in quella guisa che si riconosce in , in , in , nella Sacra Scrittura, e s’è dappoi verificata a’ tempi di in Isparta.
Il Danaro ec. Nelle definizioni è necessaria la precisione. Danaro è una specie di Moneta, che presso i Romani corrispondeva a dieci assi, o libbre di Rame, donde prese la denominazione. La moneta poi, cioè di metallo, coniato con un tale impronto, è composta di due elementi: Metallo, e Conio. Come Metallo è merce, come ogni altra merce; ma come Metallo coniato è tanto particolare, che le monete d’un Paese ordinariamente non sono ammesse in un altro, o si ammettono con lo spogliarle della qualità di Moneta, riducendole a quella di semplice Metallo. Dunque la Moneta non è una Merce universale delle cose; ma bensì una Comune misura delle cose.
I trasporti ec. I trasporti diventano la metà più facili, meno però il trasporto della Moneta.
Quanto più ec. Come l’incognito Autore non è costante nella definizione del Commercio, come osserveremo più abbasso; così non possiamo accordare, che dalla facilità dei trasporti si accrescano i bisogni; e con i bisogni si accresca il Commercio, e l’Agricoltura. È vero però, che l’Agricoltura aumenta in proporzione del Commercio, perchè s’aumenta la Popolazione, e s’aumenta la massa circolante del metallo monetato: cioè il comodo, e il modo di spendere nella coltura, come osserviamo in Italia accadere nei Territorj di Livorno, di Genova, ed oltremonte nel Paludoso suolo d’Ollanda, e nelle Arene del Brandeburgo.
Accrescimento e diminuzione della ricchezza d'uno Stato
Ue oggetti principalmente bisogna osservare, e sono annua riproduzione, e consumazione annua. In ogni Stato si riproduce per mezzo della vegetazione e delle manifatture, e in ogni Stato si consuma. Alcuni scrittori hanno attribuita la riproduzione alla sola Agricoltura, ed hanno chiamata una classe sterile quella de’ manifattori; io credo che ciò sia un errore, poichè tutt’i fenomeni dell’universo, sieno essi prodotti dalla mano dell’uomo, o dalle universali leggi della fisica, non ci danno idea d’una attuale creazione, ma bensì d’una nuova modificazione della materia. Accostare, e separare sono i due soli elementi che l’ingegno umano ritrova, analizzando l’idea della riproduzione, e tanto è riproduzione di valore e di ricchezza, se la terra, l’aria, e l’acqua ne’ campi si trasmutino in grano, come se il glutine d’un insetto colla mano dell’uomo si trasmuti in velluto. Quando il valore totale della riproduzione equivale al valore dell’annua consumazione, quella nazione persevera nello stato, in cui è quando tutte le circostanze sieno eguali. Deperisce quella nazione, in cui l’annua consumazione eccede la riproduzione annua, e migliora in vece quello stato, in cui l’annua riproduzione sopravvanza il consumo.
Ho detto che la nazione, in cui l’annua riproduzione pareggia l’annuo consumo, è in uno stato di perseveranza, e vi ho aggiunto quando tutte le circostanze sieno eguali; poichè mutate le circostanze essa potrebbe deperire ciò non ostante; e ciò accaderebbe qualora qualche nazione vicina diventasse più ricca e potente di lei, essendo che la forza, e la potenza, come tutte le altre qualità sì dell’uomo che degli Stati, altro non sono che mere relazioni, e paragoni d’un oggetto coll’altro. Potrebbe un simile fenomeno accadere altresì, qualora diminuendosi la popolazione scemassero in egual porzione gli uomini riproduttori, ed i consumatori, sottraendosi due quantità eguali nel valore d’ambe le parti.
Quando l’annua consumazione ecceda la riproduzione annua, necessariamente la nazione deve deperire, poichè ogni anno diminuisce e consuma del suo capitale oltre i frutti. Ma questo stato, come ognun vede, non può essere permanente al di là d’un certo limite, essendo che, o saran forzati a partirsene tanti consumatori, quanti corrispondono al debito nazionale, ovvero saran costretti a diventar riproduttori, e così pareggiare le partite. La nazione dunque in questo caso dal male medesimo riceve la spinta al rimedio, e non secondandola dovrà diminuire il popolo, e indebolirsi lo Stato finchè si restituisca l’equilibrio.
Nella nazione poi, ove l’annua riproduzione ecceda la consumazione, ivi dovrà accrescersi la merce uaiversale, la quale resa più familiare e comune ivi, che nei finitimi, andrebbe gradatamente incarendo i prezzi delle riproduzioni, per modo che non avrebbero più esito presso gli esteri, i quali d’altra parte si rivolgerebbero per ottenerle, ciò che sarebbe se la merce universale giacesse ivi con poco moto, di che si parlerà in seguito: ma la merce universale acquistata coll’indusiria accrescerà ivi i bisogni, moltiplicherà i con- tratti, e colla celerità maggiore rimedierà e compenserà i cattivi effetti, che la sola massa dovrebbe fare; ed ecco come la natura medesima quando da se sola operasse prenderebbe a trattare gli uomini tutti da madre benefica, correggendo gli eccessi e i difetti in ogni parte, distribuendo i beni e i mali a misura dell’attività e sapienza de’ popoli, e lasciando fra di essi quella sola disuguaglianza di livello, che basti a tenere in moto i desiderj e l’industria: siccome nell’oceano per l’azione dei corpi celesti variandosi l’orizzonte, le acque alternativamente trascorrono, sicchè ne resta impedito l’infradiciamento. Ma gli ostacoli politici cagionati da quel funesto amore, benchè rispettabile, dell’ottimo e del perfetto, che fece talvolta traviare i legislatori, possono, ove più, ove meno, abbastanza però dovunque, per attraversare e ritardare quell’equilibrio, a cui incessantemente tendono le cose morali, non che le fisiche.
Due Oggetti ec. l’applicazione di questi due oggetti non sembra precisa. La riproduzione s’estende ancora ai viventi. Gli animali, e gli uomi- ni formano il principale oggetto dell’Economia Politica. Le Manifatture non si fanno per riproduzione. Una libbra di seta in velluto vale venti volte più d’una libbra di Bozzoli, o di Gallette. Questa materia non è riprodotta, anzi diminuisce, perchè per fare una libbra di Velluto ci vorrà in Bozzoli un peso tredici volte circa maggiore, e di queste molta parte se ne consuma. Meno è riprodotto il valore; mentre non è questo che un risarcimento delle spese fatte nell’allimentare quelle tante persone, che sono state impiegate nei moltiplici lavori necessarj per ridurre il Bozzolo in Velluto, e la compensa dell’interesse del Danaro, e del risico di chi ha dato tali alimenti: sicchè il valore delle manifatture è una vera rappresentazione degli alimenti, e della consumazione degli Operaj. Per conseguenza senza adulterare l’idea che mi dà la parola riproduzione, io direi che essa non mi rappresenta altro che unire, e moltiplicare; ma non mai accostare, e separare. Accosto una pietra all’altra formo una Casa. In buona fisica non si dice è riprodotta una Casa: ma se da due corpi ne nasce un terzo, o se da un grano di Frumento ne nascon cento, io dirò esservi riproduzione, altrimenti le operazioni dell’Aritmetica di sommare, sottrarre, moltiplicare, dividere, saran confuse.
La consumazione pertanto è relativa alla riproduzione, sì ne’ generi, che negli uomini, e negli animali, e i tre stati di equilibrio, di aumento, o di deperimento, sono ben naturali. Ma poichè ristretti gli elementi alla sola consumazione, e riproduzione, non possiamo aver altra idea di Società, che quella d’uomini Pastori, ed Agricoltori, tra’ quali non si verificano i fenomeni della moneta; così l’Autore vi unisce finalmente nel terzo caso l’Industria, e questa è l’elemento principale, e la costante, che deve regolare tutto il calcolo della Politica Economia; e per conseguenza doveva dirsi, che ove l’annua riproduzione, e il valore delle manifatture per una felice esportazione eccede la consumazione, e l’interno bisogno della nazione, ivi deve accrescersi la massa della moneta; donde ne verrà alzamento de’ prezzi ne’ generi, aumento di Popolazione, diminuzione degl’interessi del danaro, accrescimento d’arti, e di agricoltura, che sono i veri segni della Prosperità, e ricchezza d’una Nazione; e che sono effetti non della natura madre inerte e indifferente, ma dell’opera dell’uomo animato, del buon sistema politico, ed economico formato dalla mano benefica, e legislatrice d’un Sovrano, oppure dalla forza d’una Legge, che premj l’industria, impedisca la frode, mantenga una disciplinata libertà fra gl’Individui componimenti la Società, ed allontani più che sia possibile l’anarchia prediletta da chi ama l’arbitrio, e la forza, e che non è atto a conoscere lo stato di barbarie, in cui l’uomo ritornerebbe, allorchè non si conducesse con altre Leggi che con quelle della natura.
Principj motori del Commercio, e Analisi del prezzo
L Commercio in realtà non è altro che un trasporto delle mercanzie da un luogo a luogo. Questo trasporto si fa a misura dell’utile che v’è nel farlo. Quest’utile si misura dalla diversità del prezzo che ha la merce, per modo che non si trasporterà mai a una nazione finitima la nostra merce, se da essa non venga pagata più di quello che si paga dov’ella è, poichè le spese del trasporto, il ritardo di riceverne il prezzo, e il pericolo che si corre con questo ritardo non si soffrono senza compensa. Conosciuti che sian bene gli elementi che formano il prezzo delle cose, si sarà conosciuto il principio motore del Commercio, e si sarà preso il tronco di questo grand’albero, del quale per avventura si sono fissati gli occhi troppo su i rami.
Il prezzo, esattamente parlando, significa la quantità d’una cosa che si dà per averne un’altra. Se in una nazione, a cui sia ignoto il denaro, un moggio di grano si cambierà in estate con tre pecore, e in autunno vi vorranno quattro pecore per l’istesso moggio di grano, in quella nazione, dico, sarà contrattato il grano a maggior prezzo in autunno, e le pecore saranno contrattate a maggior prezzo nell’estate. Prima dell’invenzione del denaro non potevano aversi le idee di compratore, e di venditore, ma soltanto di proponente, e di aderente al cambio. Dopo l’introduzione del denaro ebbe il nome di compratore colui che cerca di cambiare la merce universale con un’altra merce, e colui che cerca di cambiare una cosa qualunque colla merce universale si chiamò venditore.
Presso di noi che abbiam l’uso della merce universale, la parola prezzo significa la quantità della merce universale che si dà per un’altra merce. Ciò accade, perchè gli uomini generalmente non s’accorgono che il prezzo della merce universale medesima è variabile, e le universali esclamazioni dei popoli si restringono a lagnarsi del prezzo generalmente incarito di tutt’i generi, senza travedere che querele sì fatte rese universali come sono, provano appunto la diminuzione del prezzo della merce universale.
Il prezzo comune è quello, in cui il com- pratore può diventar venditore, e il venditore compratore, senza discapito o guadagno sensibile. Sia per esempio il prezzo comune della seta un gigliato per libbra, dico essere egualmente ricco colui che possede cento libbre di seta, quanto colui che possede cento gigliati, poichè il primo facilmente può, cedendo la seta, avere 100. gigliati, e parimente il secondo cedendo 100. gigliati aver 100. libbre di seta: che se maggior difficoltà vi fosse in uno di questi due a fare il cambio, allora direi che il prezzo comune non sarebbe più d’un gigliato per libbra. Il prezzo comune è quello, in cui nessuna delle parti contraenti s’impoverisce.
Giovi il riflettere, come il prezzo comune dipendendo dalla comune opinione degli uomini non può trovarsi se non in quelle merci, le quali siano comunemente in contrattazione. Le altre merci rare e di minor uso necessariamente debbono avere un prezzo più arbitrario, e variabile, dipendente dall’opinione di pochi, senza il contrasto d’un libero mercato, in cui cozzino in gran numero i reciproci interessi degli uomini per livellarsi.
Quai sono dunque gli elementi che for- mano il prezzo? Non è certamente il solo bisogno che lo constituisca. Per convincerci di questo, basta il riflettere che l’acqua, l’aria, e la luce del sole non hanno prezzo alcuno, eppure di niuna altra cosa abbiam tanto bisogno, quanto di queste. Le cose tutte, le quali comunemente si possono avere, non hanno prezzo alcuno, perchè il bisogno non basta a dar prezzo a una cosa.
Nemmeno la sola rarità d’una merce basta a darle prezzo. Una medaglia, un cameo antico, una curiosità d’istoria naturale, e simili oggetti, benchè fossero rarissimi e di sommo valore presso alcuni, o curiosi, o amatori, pure nel mercato troverebbero comunemente poco, o nessun prezzo.
L’abbondanza d’una merce influisce sul di lei prezzo; ma per nome d’abbondanza non intendo l’assoluta quantità di essa esistente, ma bensì la quantità delle offerte che se ne fanno nella vendita. Ogni quantità di merce occultata alla contrattazione non entra a influire nel prezzo, ed è come non esistente. Dirò adunque che l’abbondanza assoluta non è un elemento del prezzo, ma lo è l’abbondanza appa- rente. Il prezzo precisamente cresce (tutto il resto eguale) colla rarità della cosa che si ricerca.
Il prezzo delle cose vien formato adunque da due principj riuniti, bisogno, e rarità; o sia, quanto più sono forti questi due principj riuniti, tanto più s’innalza il prezzo delle cose; e vicendevolmente quanto più s’accresce l’abbondanza d’una merce, o se ne scema il bisogno, sempre anderà diminuendosi il di lei prezzo, e riuscendo a miglior mercato.
Riflettasi che quando si parla di commercio, o sia di permutazione di una cosa coll’altra, col nome di bisogno non s’intende già un sinonimo del desiderio, ma s’intende unicamente la preferenza che si dà alla merce che si ricerca, in paragone della merce che si vuol cedere. Dunque bisogno significherà l’eccesso della stima che si fa della merce che si desidera, in paragone di quella che si vuol cedere. Da ciò ne deriva che in quel paese, in cui la merce universale sia in grande abbondanza, se il bisogno delle merci particolari non sarà proporzionatamente grande, essa verrà a riuscire per conseguenza di minor pregio nella estimazione comune, e bisognerà cederne quantità maggiore per ogni merce particolare. Ma siccome l’effetto della merce universale, gradatamente e ripartitamente su molti entrando in uno Stato, si è di accrescere sempre più le voglie per le merci particolari, nè verrà quindi, che quanto la merce universale sarà meno ammassata, e più suddivisa in molti, tanto più conserverà di valore, e meno alzerà il prezzo delle merci particolari.
L’abbondanza apparente, cioè quella che contribuisce alla formazione del prezzo, cresce col numero delle offerte, e scema col numero delle medesime. M’intendo con ciò di dire che l’abbondanza apparente si misura col numero de’ venditori. Per conoscere questa verità si consideri, che se in una Città vi fosse alimento bastante per nutrire il popolo per un anno, ma questo alimento fosse in potere di un uomo solo, quel solo venditore condurrebbe al mercato giornaliero la sola quantità proporzionata alla vendita di quel giorno, e così le offerte sarebbero ridotte al minimo grado, l’abbondanza apparente sarebbe la minima possibile, conseguentemente il prezzo sarebbe il massimo possibile, dipenden- do dalla sola discrezione di quel solo dispotico venditore.
Questa medesima vittovaglia suppongasi divisa in due venditori; se essi faranno un accordo fra di lor due, siamo nel caso di prima; ma se diventano emuli, e nasce fra di loro la gara di accumulare più sollecitamente la merce universale, allora si vedranno raddoppiate le offerte; ciascuno dei due porterà al mercato la porzione bastante per il giornaliere consumo, l’abbondanza apparente sarà accresciuta, e il prezzo diminuito.
Accrescasi con questa norma il numero de’ venditori, ella è cosa evidente che quanto più questo numero cresce, tanto più l’accordo fra di essi si rende difficile; tanto più si rende probabile l’emulazione e la concorrenza, tanto più dunque crescerà l’abbondanza apparente, e tanto più si diminuirà il prezzo della merce. L’abbondanza apparente dunque si misura col numero de’ venditori.
Si è detto, che il bisogno si misura sull’eccesso della stima che si fa della merce che si desidera in paragone di quella che si vuol cedere. Questo è vero, considerando ogni individuo separatamente; ma con- siderando la massa totale della società, con qual norma misureremo noi la quantità del bisogno? Dico che il numero de’ compratori sarà la vera misura del bisogno. Per conoscerlo ritorniamo a un consimile esempio: Siavi un solo monopolista d’una merce; si è veduto che allora l’abbondanza apparente sarà minima; ma se di essa merce vi sarà un solo compratore, anche il bisogno sarà minimo, poichè il prezzo dipenderà dal conflitto eguale di due sole opinioni. Che se in vece d’un solo compratore il monopolista abbia due compratori, allora potrà accrescere le sue domande, e così a misura che il numero de’ compratori crescerà, crescerà pure il bisogno constitutivo del prezzo. Il numero dunque de’ compratori è quello, dal quale deve desumersi la quantità del bisogno, che influisce nel prezzo. Crescasi il numero de’ venditori, tutto il resto eguale, l’abbondanza crescerà, e il prezzo anderà ribassando; crescasi il numero de’ compratori, tutto il resto pure eguale, e il bisogno crescerà, e il prezzo anderà accrescendo. Il prezzo adunque delle cose si desume dal numero de’ venditori paragonato col numero de’ compratori; quanto più crescono i primi, o si diminuiscono i secondi, tanto il prezzo si anderà ribassando, e quanto più si vanno diminuendo i primi e moltiplicando i secondi, tanto più si alzerà il prezzo. Siami permesso usare il linguaggio di quella scienza che considera le quantità, poichè di queste appunto si tratta, nè altrimenti so esprimermi con esattezza. Il prezzo delle cose è in ragione diretta del numero de’ compratori, e inversa del numero de’ venditori.
Se il Commercio adunque da nazione a nazione altro non è che il trasporto delle merci; se questo trasporto è cagionato dall’utile, se questo dipende dalla sola diversità del prezzo; se questo prezzo è constituito dal paragone fra il numero de’ compratori e il numero de’ venditori, ne verrà per conseguenza che una nazione tanto più troverà sfogo all’eccedente delle sue merci presso gli esteri, quanto più sarà grande il numero de’ venditori di essa merce presso di lei, e piccolo il numero de’ venditori presso la nazione, a cui deve trasmetterla, e vicendevolmente piccolo il numero de’ compratori interni, e grande il numero de’ compratori esteri. Così una nazione tanto meno riceverà di merci estere, quanto più venditori ne avrà e meno compratori, e quanto meno venditori e più compratori ve ne saranno ne’ paesi stranieri.
Il Commercio in realtà non è altro che un trasporto delle mercanzie da un luogo a luogo. Il Commercio non è un trasporto; questi n’è il mezzo, ma il Commercio è un comunicazione delle merci.
Guadagno sensibile. Questa deffinizione del prezzo comune appartiene piuttosto al prezzo giusto: il prezzo comune è il prezzo, nel quale conviene costantemente il mercato delle merci, come il prezzo adeguato è il limite, al di sopra del quale, o al di sotto si regolano le altercazioni dei diversi contratti.
Per livellarsi. Il prezzo comune delle cose rare è il prezzo che hanno queste cose presso i respettivi ricercatori: è più arbitrario, cioè è meno conosciuto, ed ha una concorrenza più ristretta.
Come non esistente. Le cose non offerte alla vendita influiscono nel prezzo come possibilmente offeribili; le cose state offerte, e sottratte in seguito dall’offerta influiscono nel prezzo; le cose non esistenti presso di noi, non offerte alle nostre vendite, ma offerte altrove influiscono sul prezzo delle offerte, che si fanno alla nostra vendita.
Di commercio, o sia di permutazione di una co- sa coll’altra. Quì il Commercio è sinonimo di permutazione; al principio di questo paragrafo è sinonimo di trasporto: dunque trasporto, e permutazione sarebber sinonimi.
Quella che si vuol cedere. Il bisogno non è la preferenza che si dà alla merce, che si ricerca sopra quella che si offre; tuttociò è un effetto del bisogno: dunque bisogno non significa eccesso di stima di una cosa sopra l’altra. Quando le cose sono contrattate, la stima è eguale da una parte, e dall’altra. Il bisogno ch’entra come elemento nel prezzo delle cose sarà un vero desiderio, ma la valutabilità di questo bisogno non sarà la energia del desiderio particolare di chi cerca una tal merce, ma la maggiore, o minor ricerca della maggior parte, il che si misura dalla comune utilità: dunque in ragion composta del bisogno comune, e della rarità si stabiliranno i prezzi delle cose.
Merci particolari. La merce universale, cioè il danaro non accresce le voglie de’ posseditori, dà però la facoltà di soddisfare alle voglie già esistenti. Molto meno poi accresce il numero di quelle cose, che contribuiscono al soddisfacimento delle voglie medesime. Egli è vero, che durante l’accrescimento della massa del danaro si anima l’industria, ma sia tutto si riduce al primo stato. Ma se secondo l’Autore accresce sempre più il numero delle voglie per le merci particolari, vi sarà in proporzione dell’aumento di questa merce universale un eccesso di stima per le merci particola- ri, che alzerà il prezzo di esse. Accrescersi sempre più le voglie per le merci particolari è una contraddizione.
Raddoppiate le offerte. Il solo Proprietario, o Offeritore di una merce, li due Offeritori della medesima offriranno rispettivamente in proporzione dei bisogni loro. La diminuzione del prezzo è in proporzione dell’aumento delle offerte; ma il numero di queste offerte è proporzionale ai bisogni delli offeritori, e l’emulazione, o la gara a diminuire il prezzo nasce dal timore di perdere quel che ricercano a vicenda.
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