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Osservazioni di Giovanni Lovrich sopra diversi pezzi del viaggio in Dalmazia del signor abate Alberto Fortis, coll'aggiunta della vita di Soçivizca

Giovanni Lovrich · 1776 · Free in the US

57,176 words · about 4 h to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Giovanni Lovrich
Language
Italian
Published
1776
Length
57,176 words · about 4 h
Sections
44 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (44)
  1. Front matter under 1 min
  2. Dedica about 1 min
  3. Prefazione about 3 min
  4. Del Corso della Cettina, il Tilurus, o Nastus degli antichi about 1 min
  5. §. 1. Esame se vi è stata mai Città col nome di Cettina, ed etimologia di questo nome about 1 min
  6. §. 2. Caverna sopra la prima sorgente della Cettina about 13 min
  7. §. 3. Delle sorgenti della Cettina about 2 min
  8. §. 4. Rovine di antiche Città, e Fortezze attorno la Cettina insino a Dragovich about 4 min
  9. §. 5. Corso della Cettina da Dragovich insino ad Æquum about 7 min
  10. §. 6. Rovine della Città Æquum about 3 min
  11. §. 7. Delle Colline Vulcaniche, e de' Laghi di Krign about 5 min
  12. §. 8. Dell'acqua di Sutina, e luoghi aggiacenti about 7 min
  13. §. 9. Della Fortezza di Sign; e della fonte salsa di Glavizce about 8 min
  14. §. 10. Della Campagna di Sign about 2 min
  15. §. 11. Delle Rovine di Gardun about 2 min
  16. De' Costumi de' Morlacchi about 1 min
  17. §. 1. Etimologia del nome Morlacchi, loro origine, e lingua about 7 min
  18. §. 2. Etimologia del nome Uscocchi about 1 min
  19. §. 3. Degli Aiduzci about 3 min
  20. §. 4. Educazione about 5 min
  21. §. 5. Capanne, ed utensili about 5 min
  22. §. 6. Cibi about 7 min
  23. §. 7. Governo di famiglia about 4 min
  24. §. 8. Ospitalità about 2 min
  25. §. 9. Morale about 1 min
  26. §. 10. Amicizia about 2 min
  27. §. 11. Inimicizia about 5 min
  28. §. 12. Vestiti de' Maschj about 6 min
  29. §. 13. Armi about 1 min
  30. §. 14. Vesti Donnesche about 6 min
  31. §. 15. Musica, e Poesia about 4 min
  32. §. 16. Danze, e giuochi about 2 min
  33. §. 17. Costume about 2 min
  34. §. 18. Amori about 3 min
  35. §. 19. Matrimonj about 21 min
  36. §. 20. Gravidanze, parti about 2 min
  37. §. 21. Talenti about 2 min
  38. §. 22. Arti about 2 min
  39. §. 23. Agricoltura, e Veterinaria about 7 min
  40. §. 24. Astrologia giudiziaria about 8 min
  41. §. 25. Superstizioni about 19 min
  42. §. 26. Medicina about 8 min
  43. §. 27. Funerali about 5 min
  44. Vita di Soçivizca about 42 min

Continue:

Front matter

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Dedica

A protezione, cui l’E. V. si è degnato donarmi fin da’ primi giorni, che io l’ebbi a conoscere, mi dà coraggio di pubblicar questa mia umile sotto i suoi auspicj. Il suo nome rispettabile darà ad essa quella luce, che darle non puote la debolezza del mio in- gegno. Non è il timor delle censure, che mi abbia mosso a procurar quest’onore, (poichè chi dice la verità non à bisogno di protezioni, e chi non la dice, merita di essere censurato) ma il solo desiderio di confermar la ossequiosa servitù, che le professo. Gradisca l’E. V. questo mio picciolo omaggio, e soffra, che io passi sotto silenzio quegli encomj, che meritamente se le competono, poichè dalla tenuità del mio dire non potrebbono, che acquistare discapito. Mi creda intanto con la più profonda venerazione.

Di V. Ecc.

Prefazione

Ogliono il più delle volte gli errori di certi Scrittori illustri prender dominio tale negli animi di buona parte degli uomini, che si desiderano Secoli, e non anni ad isradicarli. Questo giornaliero pregiudizio mi facea tremar ogni volta, che io pensava di dover pubblicare alcune piccole osservazioni sopra il del Signor Abate. Ma chiamando all’esame la ragione, io vidi, che a motivo di un pregiudizio, non si deve tacer la verità: Tu dunque, o verità, sarai la mia guida, e tu l’unico oggetto delle mie fatiche. Il Fortis nel suo Viaggio così alla sfuggita, come lo fece, parlò presso che di tutti i luoghi i più cogniti della Dalmazia. Oltre la Storia Naturale, ch’era il suo principale scopo, vi unì degli spruzzi di Antichità, e Storia Nazionale, i costumi di un Popolo, per lo avanti poco noti, di tratto in tratto de’ riflessi Economico-Politici, e persino qualche erudizione di lingua Illirica. Se alla forza del suo ingegno avesse unita la esatezza, e si fosse contentato di parlar solamente di Storia Naturale, la sua Opera sarebbe da tenersi in somma considerazione. I suoi discorsi di Antichità, e Storia Nazionale di sovente non sono altro, che cose già dette dagli altri avanti a lui, e quando e’ vuol correggerli, qualche volta non à ragione, che nella eleganza del suo stile. Per quello riguarda ai costumi de’ Morlacchi, benchè molte cose abbia dette con precisione, nulla ostante vi regna un disordine così grande nella loro descrizione, e vi sono de’ sbagli, così madornali, che lo Spirito Nazionale mi obbliga a rimarcarli, acciò di una cosa affatto nova, come questa, non si fidino alla cieca i Leggitori. Io non entro nell’esame de’ riflessi Economico-Politici del Fortis, mentre parmi, che la poca riuscita debba servir loro in qualche modo di confutazione.

Lascio a parte il poco buon ordine tenuto nella descrizione del suo Viaggio. Queste sarebbon troppo rigide censure, mentre, quando si arriva al fine determinato, niente importa, che una cosa si dica avanti, e l’altra dopo. Non so poi, se si dovesse sorpassare ad un Topografo, che fissando parlar di un Contado, occluda due paragrafi intieri di un altro. Così fece il Fortis parlando del Contado di Spalato, che v’inserì due paragrafi spettanti al Territorio di Sign. Ella è lieve colpa questa per quelli, che sanno le situazioni de’ nostri luoghi al par del Fortis, ma per levar il dubbio agl’imperiti, che potessero credere il Contado di Spalato più esteso di quello lo è, io fo questa passeggiera osservazione. Le mie circostanze non mi permettono di ventilare tutta la Opera del Fortis da capo a fondo. Io mi contenterò pertanto di circoscrivere le mie osservazioni al picciolo tratto di paese, che si estende dalle sorgenti della Cettina a Trigl, in cui si racchiudono porzioni del Territorio di Knin, e di Sign. Unirò a queste i costumi de’ Morlacchi, annoterò qualche inavvertente sbaglio di lingua Illirica, che prese il Fortis, ed osserverò qualche altro errore sparso quà, e là nel suo libro. Di Storia Naturale non farò parola, che quando vedrò a chiare note di poter sostentar quel, che io dico, ed amerò più tosto confessar la mia ignoranza, che dir una impostura. Esporrò le mie ragio- ni senz’alcuna sorte d’ingiurie. Questo modo di procedere lascio a quelli, che non sanno come difendersi, e che in vece di risposta, meritan delle busse. Aggiugnerò perfine la Vita di un famoso assassino di strada, che sembrerà un Romanzo, ed è una Storia. Questa cosa, io ben lo veggo, non à che fare colle mie osservazioni, bensì à molta correlazione co’ costumi de’ Morlacchi. Se ciò, che mi sono prefisso ad osservare, farò vedere consentiente alla verità, crederò di aver dimostrato, che avanti di fidarsi del resto della Opera del Fortis, convien maturamente ponderarla. Ma se taluno poi trovasse le mie osservazioni senza fondamento, e senza ragione, io sarò il primo a detestar il conosciuto errore, e non mi vergognerò di confessare: O’ fallato.

Del Corso della Cettina, il Tilurus, o Nastus degli antichi

ct ct ct

Ra i più importanti, e più dilettevoli, oggetti, che possano meritare le riflessioni di un Naturalista nelle nostre contrade, mi sembra potersi ammettere il corso della Cettina, e i suoi contorni. Ma ella non è fatica di pochi giorni, o mesi il farle con utilità, ed esatezza. Questa ragione congiunta alle mie poche cognizioni non mi permise di mescolarmivi troppo in simil materia, ad onta della buona volontà. Chi sa, che un giorno, provvisto di lumi maggiori, non mi sottoponga ad un dilettevole, e laborioso studio, com’è questo? Mi farò lecito per ora, di mano in mano, che andrò osservando le inesatezze del Fortis, di descrivere, ed accennare ciò, che mi comparirà più interessante per un Istorico Naturale.

§. 1. Esame se vi è stata mai Città col nome di Cettina, ed etimologia di questo nome

ct ct Rima di parlar delle sorgenti della Cettina, mi sia permesso di osservare, d’onde sia venuto questo nome. La maggior parte degli antichi Geografi di comune consenso ammettono una Città, che portava il nome stesso. Gli Scrittori moderni, tra quali anche il Fortis sono di contraria opinione. Il consenso de’ primi potrebbe essere una sufficiente prova di ciò, che asseriscono, la riprovazione degli ultimi, non può essere, che una gratuita asserzione. Imperocchè se intorno alle sorgenti della Cettina vi sono delle rovine di antiche Città, di cui s’ignora il vero nome, cosa vi à da essere di ripugnante, perchè una di queste Città non portasse il nome di Cettina? E tanto è più ragionevole questa congettura, quanto, che i Fiumi pell’ordinario fra noi prendono il nome dal luogo, da cui traggono le loro origini, ed il Fiume Cettina per la stessa causa avrà preso il nome dalla Città, la più rispettabile intorno le sue sorgenti. Ma Cettina, è un termine corrotto di Zentina, o Zentena, e pretendesi, che in tal modo si nomasse una Città, per essere stata la Capitale di cento altre tra Città, e Castelli. In fatti Nastos, (sotto cui nome era pure una volta conosciuta Cettina) che secondo ogni probabilità è parola Illirica, significa sopra cento. Il proprio termine, per dinotar sopra cento, sarebbe per vero dire Nasto. Ma bisogna essere assai digiuni nelle Lettere, e nello scoprimento della verità, per non vedere, che la diminuzione, o l’aggiunta di una lettera a qualche parola, non altera punto il significato, e molto meno alla parola Nasto, mentre chi ci può assicurare, che gl’Istorici Greci, e Latini, che pizziccavano un po’ del barbaro nel convertire i nomi stranieri in lingua propria, non abbiano a Nasto detto Nastos, e Nastus? Gli Autori poi, che chiamavano il Fiume Cettina Nastos, o Nastus, aggiungono esservi anche una Città della stessa denominazione. Le fin quì riferite prove pienamente ci convincono non potersi francamente asserire „che non v’ebbe però mai Città, che avesse il nome di Cettina„ quando la ragione ci dimostra il contrario.

§. 2. Caverna sopra la prima sorgente della Cettina

ct ct L desiderio di acquistar qualche nozione della interna tessitura delle Caverne, e la mia Naturale curiosità mi spinsero a penetrar in più di una ad osservar sul fatto le meraviglie della Natura. A me parve di trovar in tutte qualche cosa di soprendente, sia perchè ve ne sia in effetto, sia perchè la mia piccolezza trovò grande ciò, che ad un altro più versato di me sembrerebbe assai mediocre. Io mi terrò peraltro lontano dall’ingrandire arbitrariamente le cose, che dagli altri in seguito potessero essere dimostrate minori della fama. E perchè nessuno creda, che io abbia vagato per giornate intiere entro le Caverne, non dirò mai Viaggio sotterraneo all’estensione di men di un quarto di miglio. Vantaggi assai piccioli possono, lo confesso, arreccare le mie peregrinazioni sotterranee, ma gli amatori della Scienza Naturale non dovrebbero essermi ingrati, per aver almeno additati loro i siti, ove possano far le loro saggie osservazioni, viaggiando per queste contrade.

In distanza di cento passi all’incirca dalla prima sorgente della Cettina, andando per un Valloncello, a mano sinistra verso la metà del Monte si asconde la imboccatura della Caverna la più magnifica, la più bella, e la più meravigliosa, che io mi abbia veduto sopra le otto fonti principali di questo Fiume. Tosto che si entra nella Caverna, si veggono sassi di mole, non grande, bensì in quantità ammucchiati, rovine probabilmente di antiche muraglie, fabbricate rozzamente a secco. Avanzandosi più oltre per dodici passi, sorge alla sinistra una muraglia men rozza, alta sei piedi, che forma una porta col muro naturale dalla parte opposta, per render più difficile l’introito. In questa, ed altre tali impraticabili, aspre ed orridissime spelonche non piantavan mai gli antichi pretesi Selvaggi del Fortis le loro abitazioni, ma ne’ casi atroci, e lagrimevoli di guerra, che non di rado accadevano, vedendosi essi attorniati da un numeroso stuolo de’ nemici come in ultimo asilo portavano tutto ciò, che aveano di più buono, e di più caro. Parecchi vecchi armati quivi stavano solamente alla custo- dia delle masserizie di uno, o più Villaggi, ed i più giovani d’ambedue i sessi erravano pe’ Monti vicini, onde far qualche scaramuccia contro il nemico. I più vecchi de’ Villaggi quivi contigui ricordansi esser così successo a loro memoria, per la qual cosa si può ragionevolmente congetturar lo stesso de’ tempi trasandati.

Passata la prima porta dopo la imboccatura della Caverna, si può volgere a mano destra, e gindosene carponi per otto passi in circa, si fa il giro di altri quattordici, ora curvandosi più, ed ora meno attorno una serie di Colonne, e varj altri lavori comuni degli stillicidj. Ma tornando addietro all’istesso passo di prima, da cui si a deviato, si vede un bellissimo, e superbissimo Salone di lunghezza di trentaquattro passi Geometrici, e larghezza venti otto. Le varie, e magnifiche Colonne, che lo adornano, lo dividono quasi in due, e da una parte di esse, servendo come di base, vi è una picciola collinetta marmorea, su cui lì alzano sparse quà, e là diverse punte stalattitiche. Il giro di cadauna di queste Colonne eccede dieci passi Geometrici. Quanti anni, o per meglio dire Secoli saran passati, avanti che le acque venissero a formar così enormi Più che le rimirava io, e più mi sembravano degne di ammirazione. La loro tessitura esterna, sono tanti strati perpendicolari, che calano dalla cima al fondo, come si osservano nella costruzione di alcuni Monti, e specialmente nel famoso Vallone di Sutina, poco più di tre miglia lontano da Sign. Ma la differenza, che passa tra gli strati perpendicolari de’ Monti a questi formati dagli stillicidj si è, che i primi si combaciano talmente tra di loro, che appena vi può passare frammezzo una punta di coltello, fra i secondi poi vi passa liberamente la palma della mano, sendo in più luoghi al di dentro concave le Colonne, e lo sarebbono ancora più, se novi stillicidj con altri bizarri lavori non le otturassero. Vedute queste Colonne, chi avesse voglia di proseguire la strada a mano sinistra per poco tratto di cammino, chinandosi un poco, può andarsene in una Saletta, ove pure si presentano all’occhio curiosissimi scherzi delle acque. Ma avanti di penetrar più addentro è necessario passar per un sentiero molto malagevole. Non basta il dover andare a quattro piedi per terra, convien serpeggiare in qualche luogo, ed è meglio immerger la faccia nel fondo fangoso, su cui si serpeggia, che restar offeso dalle acute, e taglienti punte di stalattiti, che sopra il capo, e la schiena pendenti se ne stanno. Varcato questo impraticabile angusto passo, si arriva in una picciolissima circolare Saletta, e da questa si passa in un altra più picciola ancora. Ivi la strada sotterranea comincia andar all’insù. I Morlacchi, ch’erano meco a nessun patto vi voleano salire, ma io mi vi arrampicai poco a poco insino alla vetta, che si vedea dal basso, e che non era gran fatto alta. Da qui la strada torna all’ingiù, e vi sarei andato io solo, se non mi avesse disuaso il poco buon sapino. In questo luogo io trovai due pezzi di legno di selce, marciti dall’acqua, di cui erano ben pregni, nè so, come potessero qui trovarsi, se non vi fossero stati portati da qualcuno, che quivi sia giunto avanti di me. Non si potrebbe dare, che l’acqua per quinci scorresse ne’ tempi rimoti, e li abbia deposti? E se ciò fosse, resta da capirsi, come non sia seguita la stalattitica incrostazione de’ legni stessi. Ma lasciano queste cure, e questi esami agli uomini sistematici, che sulle cime di questi Monti vi trovan vestigi dell’an- tico corso della Cettina, e potran darci forse de’ lumi colla stessa chiarezza anche su questo proposito.

Ritornati finalmente al Salone, da cui si partimmo, s’incamminamo a mano destra, passando come sotto un mezzo arco di Ponte, verso la seconda Sala, lunga passi ventiquattro, e larga sette, ove non v’è gran copia di fatture degli stillicidj, se si eccettui un angolo da parte sinistra, che può trattener la curiosità per qualche momento. Si presenta sul finire di questa Sala una porta naturale, formata da due Colonne, attaccate ad altri lavori, che perciò non ben le si distinguono. L’accidental combinazione delle goccie di acqua non potea architettare una porta con più magnificenza, e perfezione, che a prima vista a qualunque occhio comparisce fatta dall’arte, e non dalla Natura. I Morlacchi, che l’avean veduta per lo avanti, mi parlarono, come di una cosa prodigiosa, ed ebbero ragione. Passata questa porta, entrammo nella terza Sala, lunga sedici passi, e larga nove. Ella è una Sala, che merita più di tutte le altre di essere ponderata per la moltiplice varietà de lavori degli stillicidj, e la serie de’ piccioli Colonati, che subito volgendosi a sinistra ascondono due porte, che servono d’ingresso a due rami di questa Caverna. A piedi della porta sinistra si vedono varie vasche, che colla loro unione esterna formano due recipienti pieni di acqua limpidissima, ed in mezzo di uno di essi vi è un lavoro di acqua, che apparentemente sembra essere una spongia. Io penetrai solamente nella destra porta, unitamente a due Morlacchi per osservar questa parte sotterranea, e vi trovai sommo diletto, e piacere. Noi vagammo per cinquanta passi sempre all’ingiù, saltellando da precipizio in precipizio sopra masse straordinarie di sassi sfaldati dal volto, sotto cui eravamo, con continuo rischio di romperci i piedi, e di fiaccarsi il collo. Convien credere, che questi sfaldamenti sieno successi ne’ tempi assai lontani, da che grandissimi pezzi degli stillicidj si formarono sopra i sassi stessi. Il fondo marmoreo, su cui camminavamo, i volti che sopra noi vedevansi, moltissime delle fatture stalattitiche, che osservavansi eran di gran lunga più tetre, e più nere di quello, che i Pittori, ed i Poeti ci sanno pingere, ed ideare i Demonj, ed il baratro Infernale. Uno de’ Morlacchi, ch’era meco, esclamò „se questo non è un ramo dell’Inferno, e quale mai sarà„? L’altro gli rispose „Vorresti tu, che nell’Inferno vi fossero così belli lavori?„ In fatti, se si osserva l’orrida nerezza di questo antro da una parte, i varj, e moltiplicati lavori della Natura dall’altra, si potrà ben dire, che in questo Inferno vi è qualche buon pezzo di Paradiso, e degno mi comparisce de’ riflessi di qualunque saggio, e diligente perscrutatore de’ secreti Naturali. Io non mi persuaderò mai, che la nerezza di questo angolo Cavernoso provenga dal fumo, cui gli antichi Selvaggi potevano comunicare alle pareti, anzi mi persuado, che forse quivi neppur vi penetrassero, e resto assai strasecolato, che il Fortis nel suo viaggio sotterraneo dia la colpa della nerezza agli antichi barbari, che abitarono colà dentro. Percorso lo spazio di cinquanta passi, benchè si potesse gir più oltre, noi tornammo a spuntar nella Sa- la, da cui si eramo traviati per veder questa tetrissima Catacomba, a cui in nessun modo può paragonarsi, quantunque tetro anch’esso il luogo della Caverna, che visitò il Fortis, cui dà il nome di vero tratto dell’Inferno di , attissimo a ruminar le tristissime di .

Pria di passar da questa all’altra Sala s’incontra a destra una Colonna, alta sedici piedi in circa, attorniata da varie semicolonne, e pani di Zucchero, ora candidissimi, ora nero-candidi sparsi tutti all’intorno, e sembran spuntar dalla terra, e vegetar a guisa delle piante. Tutti questi pani di Zucchero sono più grossi al fondo, che verso la cima, ma sopra di essi pendono altrettanti corrispondenti, che lasciano cader perpendicolarmente le loro goccie, di cui buona parte convertendosi in Corpo solido fa, che col tempo i pani di Zucchero stessi diventino tante Colonne. Penetrammo dopo ciò in una Sala di passi ventiuno di lunghezza, e sette di larghezza, proporzione troppo esatta, se li rifletta alla costruzion del caso. Ma l’altezza irregolare del volto, ove di due passi, ed ove meno, non corrisponde al resto della opera. Quivi per le angustissime fenditure di strati disequilibrati non in gran copia pendono all’ingiù alcune cannette degli stillicidj col solito forelino nel mezzo. Si osservano però degli strati dalla parte destra di questa Sala posti in ordinata positura orizzontale. Due Colonne, che sono sul finire di essa, e che formano una rozza porta, furono a me per ben tre volte, che quì m’internai, le Colonne di Ercole. Dico Colonne di Ercole, poichè nessuno ardiva di oltrepassarle, anzi per meglio dire di calarsi da un altezza di circa settanta piedi. A fissar bene gli occhi al basso, la difficoltà di calarsi sembrava dieci volte maggiore di quello, lo era. Tutti i Morlacchi, ch’erano meco, avanti di entrare promettevano di superar qualunque ostacolo possibile, e trovandosi al caso tutti unanimi cangiavano di pensiere. In fatti egli è un passo sì pericoloso, che può intiepidire i più temerarj, ed i più arditi Naturalisti. Ma alla fin fine a forza di mie persuasioni si lasciò un Morlacco legar alla corda, e risolvette andar all’ingiù. La Natura avea provveduta la discesa infino a mezza strada di tanti scalini, che senza verun appoggio si potea discendere, ma quando questi mancarono, il Morlacco non volle proseguir più innanzi. Allora io discesi in compagnia di due altri all’istesso passo. Niente valsero le mie abbondanti promesse, perchè qualcuno si lasciasse calare al luogo, ove fissato avea di andarmene. Tanto era il terrore, che imprimeva questa discesa alli più accostumati ad una vita ferrea! Io per non provar il dispiacere di aver tentato quattro volte indarno a superar un passo di tanta conseguenza, e spinto dall’amor proprio, che alcuno in avvenire non lo superasse, posto in non calle ogni pericolo, che potea incontrare, mi allacciai la fune, e mi lasciai calare al luogo desiato, e dietro me vennero anche due de’ Morlacchi. Quando fummo al basso, ebbimo motivo di comprendere, ch’eravamo discesi da un’altissima volta, che formava verso il fine due archi, divisi in mezzo da una natural muraglia, di non picciolo, e maestoso Ponte, sotto cui le acque avendosi formati due spaziosi canali, di Verno si scaricano in somma abbondanza, per quanto apparisce anche dal letto innanzi il Ponte stesso, per cui ella deve scorrere precipitivolmente. I due archi del Ponte presi insieme ànno sedici piedi di corda, e quasi il doppio di saetta. Dall’Architettura naturale del Ponte, che deve senza dubbio la sua formazione alle acque, io congetturai, che in poca distanza una qualche acqua dovesse ritrovarsi, e alla parte destra mi posi a rintracciarla. Ma qual orrore! Che Abisso! Quali rovine di sassi precipitati da tutte le parti all’intorno! Qual timore, che già già non precipitin degli altri, quasi pendenti in aria? Qual profonda malinconia occupa lo spirto in questa caliginosa Spelonca? La notte stessa, che ci trovò in questo stato, di quanto non diminuì il coraggio de’ miei due Compagni, quasi che non fosse quì una notte perpetua! Io gl’incoraggiva, ed avea bisogno di essere incoraggito, e mentre si avvanzammo qualche passo innanzi, udimo un romore di acqua, che facea ribombare la Caverna in suono, così rauco, che nient’era più opportuno, per aggiugnere tristezza a tristezza. Ma oh prodigiosa varietà della Natura! I miei compagni s’intimorirono di più, ed io ripresi coraggio. L’allegrezza di aver udito il mormorio di un’acqua sotterranea mi fece obbliare tutti i pericoli in un punto. Noi s’incamminammo a passi lenti verso lo strepito, e ad ogni istante ci pareva di avere l’acqua avanti gli occhi. Ci premeva di non mettere il piede in fallo, perchè in tal caso era superfluo il pentimento. Diversi Monticelli, o per parlar co’ termini più proprj, banchi di fanchiglia ci fecero quasi quasi tornar addietro. I miei Compagni però ebbero la bontà di farmi strada, ed io seguendo le loro pedate, sopra questi pericolosi banchi, giunsi alla riva di un Regio sotterraneo Fiume. Il suo fondo mi è sembrato considerabile, e la sua quantità di acqua bastante, perchè dalla sua diramazione dovessero riconoscere il principio le sorgenti tutte della Cettina. La notte, che quivi ci sopragiunse, non ci permise di andar più innanzi, e per addattarmi alla paura de’ miei compagni, questo fu il limite della mia peregrinazione. Mi fu narrato da un vecchio del Villaggio Jarebizca, che diversi amici sfacendati sull’albore del lungo giorno di State si misero in capo di vagar per tutte le parti della Caverna, e che appena verso sera escirono della stessa. Questi riferivano, mi assicurava esso, di aver passato il Fiume sotterraneo, come sopra una specie di Ponte, e che per istrada s’incontrarono in due grandissimi Laghi circolari, e pretendevano di essere arrivati infino al Fiume, o Torrente Kerçich, che trae la sua origine molte miglia sopra Kerka, con cui si unisce dopo la caduta di Topolie. Da un famoso assassino di strada, che in qualche giornata critica si eleggeva per domicilio questa Caverna, mi fu ella descritta nel modo stesso, che io la vidi, e mi assicurò di aver passato anch’egli più volte il Fiume sotterraneo sopra un Ponte, e la sua relazione si uniformava a puntino con quella del buon vecchio di Jarebizca, ed aggiunse „chi avesse voglia di vagar ancora più, lo può liberamente, mentre non si arriva mai al fine.„ Le uniformi relazioni di due Compagnie, che vi sono state, e che una non sapeva quel, che avea veduto l’altra, dovrebbero renderci il fatto fuori di ogni dubbio certo; nullaostante però io non mi fo mallevado- re delle relazioni altrui, quali se fossero vere, diverebbe un assioma indubitabile, che i Fiumi Kerka, e Cettina riconoscono sotterraneamente le stesse origini. Ma non è la sola Cettina, che abbia il Fiume sotterraneamente sopra le sue sorgenti. Si trovano in più luoghi delle nostre contrade de’ Fiumi sotterranei, poichè quasi tutti derivano dalla Turchia. Per questa ragione ogni grosso capo di acqua, che si perde nella Cettina à sempre una, o più Caverne sopra le sorgenti.

Nell’escir della Caverna, pieno di giubilo di aver veduto un maestoso Fiume sotterraneo, dopo esservi stato tre volte, senza poterlo vedere, io mi avvenni di sovente in alcuni pezzi di ossa, che i Morlacchi proclamavano de’ Santi Martiri, quando erano veramente ossa di capre, mangiate quivi in santa pace da chi non potea mangiarle liberamente altrove. Queste pretese, ed immaginarie ossa de’ Santi, facevano credere a’ Morlacchi, che chi era in peccato mortale non potea penetrar in tutte le parti della Caverna, come chi era innocente. Essi, ed io formavamo il numero di dodici Persone, e liberamente abbiamo vagato per tutte le parti della stessa, ove ci spinse la nostra volontà, conchiusero perciò, che tutti noi fossimo innocenti. Io li lasciai nella loro buona opinione, ma mi venne voglia di saper chi li à imbevuti d’idee, così strane, e mi dissero che i Calogeri (perchè questi erano Morlacchi del rito Greco, co’ quali io parlava) fanno loro credere, come un articolo di Fede, che in tutte le Caverne, che si trovano pe’ Monti, i Santi Eremiti abitassero una volta, e diventa irreligionario, chi non vi presta credenza intiera. Ma non finiscono quì le stravaganti idee, che ànno i Morlacchi, amanti del maraviglioso in proposito del- le Caverne. Credono, che in cadauna di esse abitino le Fate, che mangiano i cuori de’ bambolini, o i Demonj alla custodia de’ Tesori. Ma delle assurde opinioni intorno le Fate, e della sciocca avidità degli scava-tesori si dirà a luogo più opportuno.

Io non farò parola alcuna della Caverna visitata dal Fortis, cheche io sia stato più addentro di lui. Ò voluto solamente misurar la sua estensione, ed il viaggio sotterraneo, fin dove io giunsi, non eccede cento, ed ottanta passi Geometrici. La vasca, cui il Fortis, oltre la sua naturale bellezza, seppe qualche poccolino adornare colla forza del dire, mi è sembrata degna di essere scavata, e conservata. Non saprei indovinare, com’esso poi incorso sia nello sbaglio di dar origine, o comunicazione alla Cettina col Lago di Busco-Blato. Se ciò lì potesse dare, passerebbe per verità anche quel verso di

In caput alta suum labentur ab aquore retro Flumina.

Il Lago di Busco-Blato è cinquanta miglia più sotto le sorgenti della Cettina, cui per dar origine, converebbe, che facesse tutto questo giro all’insù e contr’ogni Legge della gravità. I due Fiumi Ruda, e Grab, che si scaricano nella Cettina sopra Trigl, dopo ch’ella à fatto più di di corso, potrebbono comunicare di Busco-Blato. Quel Lago alle volte si nasconde per due, o tre anni, e poi di nuovo torna alla luce. La Cettina per quel, che ànno osservato gli abitanti del Villaggio Jarebizca, e di altri circonvicini, à costantissima analogia colla escrescenza de’ Laghi di Zcerni Lugb nello Stato Ottomano, venticinque miglia lontani dalle sue sorgenti. Sarebbe da esaminare, se que’ Laghi comunicano con altri Laghi ancora, o Fiumi, per poter fissar la vera origine alla Cettina, e tutte le congetture, che si fanno senza osservazioni, mi sembrano aeree, e di nessun momento.

§. 3. Delle sorgenti della Cettina

ct ct E sorgenti della Cettina a prenderle rigorosamente le son’ otto. Elleno nascono dalle ra- dici de’ Colli, presso che circolari, che si estendono intorno a due miglia. Tre di queste sorgenti mi comparvero degne di particolar attenzione. La prima che viene detta Glavasc è in forma di un Lago elittico, che dà maggior copia d’acqua di tutte le altre. Un pò più sotto di essa verso la parte del Monte v’è un Lago ascoso da una volta, che si vede stando all’infuori, da cui solamente di Verno esce l’acqua, e vi si pescano di molto squisite Trote. La seconda sorgente chiamata Jarebizca ch’è pur un profondissimo Lago, ma non tanto esteso, come il primo, giace mezzo ascoso fra dirupi, che lo circondano, senza la grata ombra degli Alberi, che vide il Fortis. Forse i Morlacchi, che sono capitali nemici degli Alberi stessi, come avremo l’agio di osservare altrove, non li avranno lasciati esistere fino al presente. Io gettai più volte de’ sassi in questo Lago, e passò sempre più di un minuto pria, che li perdessi di vista, senza che avessero toccato il fondo. Dicono gli abitanti di questi contorni, che in esso si trovan delle Trote di quindici, o sedici libre in circa, e vengono costantemente a passeggiare nel Lago due, o tre giorni avanti la pioggia per goder il Ciel sereno. Ella è una fortuna de’ Villici aver di tali predizioni Meteorologiche, ma ne ànno di più belle. Ora non è tempo di riferirle. Tutto a suo nicchio. La terza sorgente, nomata Cotlussa (ch’è la prima venendo da Verlika, e l’ultima rispetto alle altre sorgenti della Cettina) distante due miglia dalla prima, non dà grande abbondanza di acqua in tempo di State, ma nel tempo di Verno da una Caverna, che le sta a lato destro, prorompe l’acqua con tal impeto, che forma un torrente formidabile, qual dopo il corso di poco più di un miglio si unisce colla Cettina. Io m’internai in quella Caverna, e dopo aver qualche poco vagato, senza esser giunto al fine, me ne tornai addietro. La scheggia di sapino, che io avea in mano, mi fu quasi spenta in poca distanza dell’ingresso nella Caverna, accidente successomi questa sola volta fra tutte le gite sotterranee, che io ebbi a fare. Vogliono i Morlacchi, che vi sia dalla parte opposta di quella Caverna un buco corrispondente, e quinci derivano la causa di quel venticello. Il Colle, che porta il nome stesso della sorgente Cotlussa è di un’impasto marmoreo, che somiglia in qualche modo al marmo volgare Veronese, differente da quello de’ Colli, poco distanti di Jarebizca. Le altre cinque picciole sorgenti, che sgorgano per di sotto i sassi, non ànno particolarità veruna da osservarsi. Elleno si uniscono dopo poco corso con le tre maggiori, le quali tutte in lontananza d’intorno due miglia formano un solo maestoso canale.

§. 4. Rovine di antiche Città, e Fortezze attorno la Cettina insino a Dragovich

ct ct Arie Città, e Fortezze antiche si annoverano attorno la Cettina, ma scarse sono le vestigia. Due miglia sopra la prima sorgente a mano destra si osservano i ressidui di una Fortezza, nomata Lucovaz, di cui le mura erano fabbricate a secco, secondo l’antico gusto di architettura della nostra Nazione. Sopra la stessa sorgente, volgendosi più tosto un poco a sinistra, lungi quasi quattro miglia, v’è la Fortezza, Glavasc, ora distrutta, che una volta divideva la Bosnia dalla Dalmazia. Mi fu raccontato, che v’è qualche spaziosa Caverna intorno a Glavasc, e chi sa, che per entro a questa ancora non si faccia vedere il Fiume Cettina. Glavasc secondo alcuni de’ nostr’Istorici era la residenza di un Ban, Prencipe particolare, che si conservò indipendente da ciascuno per tre cento anni, e più, ma nel 1522. nella decadenza delle forze Ungariche fu presa da Turchi, e saccheggiata. In poca distanza v’era Babin-Grad, vale a dire Fortezza della vecchia. Un pò sotto alle sorgenti della Cettina vi sono delle rovine di una Chiesa, detta dell’Ascensione. Ivi era, per quanto dicesi, la residenza di un Vescovo ne’ tempi rimoti. Il cimiterio, ove si seppellivano i Morti, merita di essere ammirato per le spropositate masse, tutte di un pezzo di marmo, che servono di coperchio a più di dugento sepolture. Ve ne sono però anche di mediocri. È probabile, e direi quasi certo, che a proporzione della dignità, che taluno avea, gli si ponessero maggiori, o minori moli de’ sassi sopra il Sepolcro. In ciò si avrà fatto naturalmente consistere la pompa, e la magnificenza, come gli Egizi nelle loro piramidi. „Giaciono lontane dal Monte dice il Fortis, di, modo, che non è possibile l’immaginarsi, che senza molto ben intese macchine gli antichi abitatori di quelle contrade abbiano potuto condurle fino a quel luogo.„ Io sono di parere, che le macchine adoprate a questo uso fossero semplicissime, e le meglio intese di tutte fossero le spalle degli abitanti. I Morlacchi credono, che sotto l’enormi moli di que’ sassi, che servono di sepolcri, vi dovessero essere de’ tesori ascosi, e per trovarli ànno provato più volte questi fantastici a scavar sotto i Sepolcri stessi. Alcuni de’ sassi sono immersi per quattro, o sei piedi nella terra, oltre l’altezza esterna e dopo che si à bene scavato sotto, non si trova che delle ossa de’ morti. Fu trovato anche un abito all’Ungherese, ricamato di oro, ed appena comparve all’aria, cominciò andar in pezzi. I Morlacchi del rito Greco vo- gliono, che la Chiesa dell’Ascensione fosse di essi loro di prima posizione, secondo alcuni Mss. de’ Calogeri; quelli del rito Latino contrastano loro questa verità. Non nostrum inter vos tantas componere lites. De’ ressidui di rovine Romane è fabbricata la Chiesa stessa, ed in un angolo si legge questo avvanzaticcio di una Iscrizione. ct è probabile che la seguente, da me veduta a Verlika, sia portata pur da questi contorni. Come questa, così tutte le altre io non farò altro, che trascrivere, lasciando la cura agli antiquarj di rilevarle. ct Tre miglia, andando sempre in giù lungo le rive della Cettina, si conservan tradizionali memorie, che vi fosse stata una Città, detta Krescevich, fabbricata a piedi di una picciola collinetta. Si pretende, che questa fosse la Città Cettina. Ma sia ella questa, sia un’altra, purchè abbiamo prove, che vi sia stata, ciò poco importa. Per tutto il tratto della pianura, che si chiama Pasco-poglie, insino a questa Città restano memorie, che vi fosse stata la piantagione del riso ai tempi degli Ungheri, che non lasciavano così trascurate le Campagne, come sono elleno a giorni nostri. La cosa non è fuori del verisimile. Il terreno, e la facilità dell’acqua, che gli si può dare in ogni modo, che si vuole, mi sembrano opportuni per la piantagione di questo prodotto. Da Krescevich è distante quasi un miglio Gariak, ove la Cettina fa una piccolissima caduta, e serve per far girar parecchie ruote di Mulini. Dalla parte del Monte in poca distanza su di una collina, ragionevolmente elevata, sorgeva una Rocca, ora affatto distrutta, cui dicono i Morlacchi Gradina. Il Fiume bagna le radici della collina, ed il suo corso è rapido anzi che no, caratteri attribuiti da all’Arduba degli Antichi, nè v’à luogo, che meglio se li possano convenire. Io però penderei a credere, che l’Arduba sia stata, ov’è Knin oggidì, come scrivono molti de’ nostr’Istorici. Che se Dione Cassio, parlando di Arduba non à fatto menzione di due Fiumi, che confluiscono insieme, ed il corso lo à qualificato rapido, che non lo è della Kerka in quel luogo, questo è, com’egli disse, che i gravi Senatori di Roma proposero un Decreto, per cui Cesare in età di anni cinquantasette avesse il diritto di goder tutte le Femmine, ch’e’ vedesse, così poteva con la stessa esatezza lasciarci scritto, che Arduba era bagnata da un Fiume rapido, che la circondava quasi tutta, quando in fatto fosse la confluenza di due Fiumi, che la circondavano. Vero è, che se Arduba non fosse stata, ove presentemente è Knin, non sarebbon stati tutti gli Scrittori delle cose Illiriche unanimi su questo punto. Ma tornando alle rovine di Gradina, questa Rocca dimostra essere stata di qualche stabilimento Romano. Vi si trovarono in essa molte Iscrizioni, che secondo il solito costume si convertirono in Cro- ci, o muraglie di casa. Io trovai, per non so qual fortunato accidente, la seguente Iscrizione, che non è ancora fatta in pezzi ct In questi contorni giornalmente si scavano delle Iscrizioni, e varj basso-rilievi, che indicano essere de’ buoni tempi. Perchè si conservassero, converrebbe premiar i Morlacchi, che le trovano, e non aggiugner loro l’obbligo di condurle alla Città più vicina. In questo modo è naturale che in quante s’incontrano, tante ne facciano in pezzi.

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