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ANTONIO AGRESTI
Abramo Lincoln
A. F. FORMÍGGINI
Biografia
fi coccano certe ore, nella giornata dei popoli, che sono come il riassunto dei tempi che le precedettero; che sembrano essere il punto culminante d’un periodo ed al momento stesso il primo istante di un’êra nuova.
Sono ore crepuscolari di angoscia e di gioia; tramonto ed alba ad un tempo.
È in quelle epoche che si svolgono i grandi fatti della storia; i popoli sono allora ad un bivio della loro via di fatti nei secoli.
Sembra, allora, che un’opera di riconquista e di risarcimento, una grande opera di giustizia si compia; sopratutto di giustizia.
Sono lunghi antichi anni di martirio che vengono ad esigere la loro glorificazione; sono ombre di dimenticati ― sovente di vilipese vittime ― che tornano a chiedere il posto che loro spetta nel mondo; sono, sopratutto, fatti nuovi che cancellano vecchie forme, che infirmano leggi adusate, che distruggono male acquisiti diritti; sono vie nuove che si aprono al progresso di uno o di tutti i popoli; passi avanti, rapidi qualche volta, faticosi sempre, ma sempre egualmente gloriosi, verso una meta di eterna giustizia che non appare chiara a tutti gli uomini, ma verso la quale, inconsci, i popoli procedono infaticabilmente, dal giorno che più famiglie si unirono per la caccia, per la difesa, per la offesa; dai primordi della umanità.
È in quelle ore che l’inutile tiranno sente pesare su di sè la inesorabile mano del fato; è in quelle ore che il popolo oppressore sente che l’oppresso può, deve sollevarsi e si solleva; è in quelle ore che una forza, che sembra estranea alle forze degli uomini, padrona degli uomini e delle cose, li strazia, li torce, li tormenta; fa più duri e più ciechi, e più feroci i carnefici, suscita a centinaia i martiri, a migliaia i combattenti e per il lungo cammino, rosso di sangue, sparso di cadaveri, sospinge e trascina ad una opera di giustizia un popolo e con lui e per lui la umanità.
Come e perchè questa giustizia operi è vano, almeno qui, indagare; come esista questa forza e di qual natura sia essa, è ancor vano cercare; riassumendo i fatti, a lunga distanza di tempo, se ne vede l’operato, se ne scorgono i decreti attuati e questo deve essere tanto che basti per gli uomini.
È nelle ore in cui opera questa suprema giustizia, che sorgono d’in mezzo alle folle gli uomini provvidenziali, gli uomini fatali; quelli che sembrano creati per compiere l’opera e quella compiuta scompaiono, trascinati via da un breve morbo, da un colpo di ferro, da una subitanea disfatta; tolti via rapidamente, come rapidamente sorsero, quasi che la forza che li suscitò non voglia permettere loro di essere gli spettatori, e forse i distruttori, della opera da loro, sotto l’imperio di una inevitabile fatalità, compiuta.
Essi vengono come da plaghe remote. Più antichi del loro tempo, per il loro tempo troppo giovani, si rendono immediatamente padroni dei destini del loro tempo; ne intuiscono i bisogni, ne vedono la via, oscura per tutti, a traverso il labirinto inestricabile dei fatti, e per quella via, che è la sola buona, cacciano la folla umana, maledetti, maledicenti, odiati, forti, insensibili ai dolori altrui, più insensibili ancora ai dolori proprii; anime corazzate di fatalità inesorabili, profonde come i più profondi abissi dell’Oceano, terse come sereni cieli di primavera, dritte come lame di spada, serene, dure, pieghevoli ed inflessibili insieme, strumenti perfetti d’un’opera meravigliosa, unica per quel tempo nei tempi.
Vengono, per lo più, da folle oscure, da origini umili e lontane, dagli strati bassi della umanità, dove pare che d’ogni vita fermentino i germi; ed appena comparsi alla luce dei fatti si impadroniscono di ciò che costituisce l’ora necessaria, ed operano.
Ci sono in essi tutte le capacità, tutte le forze, tutte le audacie; essi creano intorno a se stessi ― per lo scopo supremo dell’opera loro ― gli uomini, i fatti, i tempi; affermano un principio, dichiarano una verità, ed è quella la loro prima, la loro ultima parola; ed è, sempre, una parola che ― più o meno chiaramente ― assomma in sè, riassume, rischiara un’opera di giustizia.
«Se bisognerà che ogni goccia di sangue sprizzata di sotto la frusta sia pagata con una goccia di sangue tratta dalla spada; se bisognerà che ogni soldo della ricchezza accumulata col sudore degli schiavi sia disperso in questa guerra per la salute dell’Unione, dovremo dire che c’è una giustizia inflessibile che presiede alle cose degli uomini e che i decreti della Provvidenza sono evidentemente giusti».
Così Abramo Lincoln nel proprio Messaggio del marzo 1863 al Congresso, quando chiedeva 300 milioni di dollari e 700 mila soldati per continuare la guerra.
La terribile guerra di secessione che doveva costare, alla fine, un milione di uomini fra morti e feriti e più di 12 miliardi e 300 mila dollari.
Lincoln fu appunto uno di quegli uomini fatali che arrivano al momento necessario, quando qualche cosa nella vita d’un popolo muore e qualche cosa nasce; quando c’è bisogno d’una mano salda, d’una volontà irriducibile, d’uno strumento unico, a quella sola opera atto; quando la vita di un popolo dipende da una parola detta o taciuta, da un dovere duro ma serenamente compiuto, da un sacrificio di tutte le ore, di tutte le forze, di tutte le energie raccolte in una mano possente che non le abbandona altro che quando il grande fatto è compiuto; ed è la morte che schiude allora l’ostinato pugno.
Abramo Lincoln è così.
Egli arrivò sulla scena e la grande tragedia incominciò. Anzi incominciò proprio perchè egli e non un altro arrivò su la scena.
Se nella elezione del 1860 i 500.000 voti che decisero della sua elezione a presidente fossero stati guadagnati da uno dei suoi competitori Douglas, Breckenridge o Bell — non importa quale — le sorti degli Stati Uniti sarebbero state allora, e sarebbero oggi, diverse. Ma, contro le previsioni di tutti, i voti dei deputati al Congresso furono per Lincoln. Egli solo ne raccolse più dei tre avversari riuniti insieme.
Infatti le cifre della elezione popolare di Abramo Lincoln, il 5 dicembre 1860 sono le seguenti: Lincoln 1866462 voti contro 1375157 dati a Douglas, 847953 dati a Breckenridge, e 590631 dati a Bell.
Questi voti del popolo ebbero per risultato al Congresso, il 13 febbraio 1861, 180 voti dati a Lincoln, 72 a Breckenridge, 39 a Bell e 12 a Douglas.
Lincoln era dunque l’eletto dal popolo.
E la ridda feroce incominciò.
È che egli rappresentava la infallibile giustizia, e arrivava nell’ora opportuna, nel momento inevitabile, armato di tutta la forza e la fatalità dei fatti che devono essere.
Eppure non pareva l’uomo più atto, non era neppure quegli che aveva per sè le maggiori probabilità.
I due candidati repubblicani William H. Seward e Salmon P. Chaase, specialmente il Seward, erano più noti di lui e nel partito repubblicano avevano più credito e più seguito.
Due soli Stati portavano e sostenevano Lincoln: lo Stato dello Illinois e lo Stato di Indiana. Di più si sapeva che alcuni Stati del Sud erano pronti a separarsi dalla Unione se alla Presidenza fosse stato nominato un partitante della abolizione della schiavitù.
E non solo questo ma i tre competitori di Lincoln al Congresso i difensori — sotto una od un’altra forma — dello schiavismo, Douglas, Breckenridge, Bell erano tre delle più note personalità della Unione.
Eppure Lincoln vinse. L’onesto Abramo fu nominato, malgrado le minaccie degli avversari e la campagna ostinata menata contro di lui, che, durante il tempo della lotta, era rimasto a Springfield senza quasi prendervi parte.
E perchè ciò dunque? E da chi, come gli veniva quella forza che fece di lui il tormentatore ed il salvatore della Unione?
Questo è il grande mistero del come la Giustizia — che ha per secondi, su l’orologio della eternità, i secoli umani — presiede allo svolgersi della vita della umanità; e non possiamo, non ci è dato scrutarlo.
Come per tutti i misteri troppo breve è la nostra vita, e troppo oscuro e troppo folle il nostro sapere.
Ma noi possiamo ricordare chi fu.
Non c’è in lui nessuna traccia di passato memorabile, nessuna di quelle possibilità che sono date dalla ricchezza, nessuna forza gli viene dalle attrattive fisiche.
D’umile origine, povero, brutto; un’anima indomita, una coscienza diritta, una volontà d’acciaio; ecco Abramo Lincoln.
Nell’agosto del 1619 venti negri sbarcavano da una nave olandese nel porto di Cesapeahe nella Virginia. Erano i primi schiavi che toccavano il suolo Americano. Essi venivano a portare ai coloni il soccorso delle loro braccia nel penoso lavoro del pioniere. L’emigrazione non esisteva, allora, col carattere che ha assunto fin dalla seconda metà del secolo XIX. Il lavoro agricolo, specialmente sulle vaste terre vergini, ha bisogno per essere largamente redditizio, di macchine e di molte braccia. Non esistevano macchine agricole nel XVII secolo. La tratta sopperì alla penuria.
Gli schiavi furono portati in America per cooperare, insieme ai primi coloni, allo sviluppo agricolo delle terre del Sud.
Ed i primi schiavi non ebbero a dolersi dei loro padroni. La miseria, le crudeltà vennero più tardi.
Più tardi quando un lavorio lento di corruzione dei coloni e di abbruttimento degli schiavi fu operato dallo esercizio della superiorità fisica ed intellettuale dei primi a confronto dei secondi; e dello sfruttamento feroce, disumano, esoso, degli schiavi da parte dei loro padroni.
Poco più di un anno dopo lo sbarco nel sud dei primi schiavi, ai primi di novembre nel 1620, una nave inglese, il May Flower; sbarcava nel Nord, nella baja di Massachusetts, un gruppo di puritani, che, esuli volontari dalla patria, venivano a cercare sul vergine suolo d’America libertà di fede.
Erano, questi esuli, i Padri Pellegrini; gli avi di coloro che proclamarono la indipendenza degli Stati Uniti dalla Inghilterra. Essi furono i primi coloni degli Stati del Nord, e furono i loro discendenti, i figli della Nuova Inghilterra, che primi vollero abolita la schiavitù.
Infatti i fondatori della Repubblica, Franklin, Washington, Jefferson, avevano stabilito che col 1808 la tratta dei negri cesserebbe di essere permessa agli Stati Uniti e che la schiavitù dovrebbe essere abolita.
Nessuno degli avi di Lincoln era con i Pilgrims Fathers; con i capi di quelle quattrocento famiglie che costituirono e costituiscono l’aristocrazia degli Stati Uniti. La nobiltà dell’antica origine non fu uno dei fattori dell’ascesa di Abramo Lincoln.
Tuttavia il suo primo antenato fu un Quachero, Samuele Lincoln, che nel 1637 si stabilì con due fratelli a Hingham nel Massachusetts. Ma la famiglia visse oscura.
Accurate ricerche fecero trovare dei fabbri, dei tessitori, dei falegnami, degli agricoltori in questo parentado; nessuno di essi è notevole. Sono onesti, nè più nè meno dei tanti braccianti e operai che nascono e muoiono senza storia. Taluno di essi, il padre di Abramo fra questi, è anche analfabeta.
Verso il 1770 troviamo la famiglia nella contea di Kentuchy dove il nonno di Abramo, di nome Abramo egli pure, è ucciso dagli Indiani.
Nel 1778, in Rochingham, nella Virginia, nasce Tomaso, il padre di Abramo. Onesto uomo, ospitale, attivo, lavoratore, ma sfortunato. Lo troviamo volta a volta falegname e agricoltore, secondo le opportunità ed i momenti, ed obbligato, il 13 giugno 1806, a firmare con una croce il proprio contratto di matrimonio con Nancy Hanks, nata nella Virginia, e, dicesi, figlia naturale di certa Lucia Hanks, d’uno stato sociale più alto di quello dei Lincoln.
La coppia si stabilì ad Elizabethtown, nella contea di Hardin, e qui nella povera capanna costruita da Tomaso stesso, Abramo Lincoln nacque il 12 febbraio nel 1809.
La madre gli insegnò a leggere, quando egli era ancora bambino. Quasi presaga che non per molti anni essa avrebbe potuto essere a fianco di lui, si sforzò a deporre nella giovine anima del fan- quei germi che dovevano dare tanto splendida fioritura dipoi, e teneramente lo amò.
Di lei, egli più tardi, diventato il primo cittadino del suo paese, soleva dire: «Quello che io sono, quello che io spero di essere e di continuare ad essere lo devo a lei». Alla umile Nancy Hanks che, nella sua povertà, un libro solo potette dargli, ma grande, la Bibbia.
Più tardi egli riuscì, rubando il sonno alle sue notti e le ore di studio ai passatempi, ad istruirsi, ad educarsi, ad allargare la cerchia delle proprie cognizioni; ma la Bibbia rimase sempre il suo libro prediletto e preferito, la sua guida costante, la miniera profonda dalla quale egli seppe trarre inesauribili tesori di vasto pensiero e di forza.
Sua madre morì quando egli non aveva ancora compiuto i dieci anni, ed un anno e due mesi di poi, nel dicembre del 1819, Tomaso dava a suo figlio una matrigna, Sara Bush, il cui carattere ed il cui temperamento dovevano avere una grande influenza sulla vita giovanile di Abramo, col suo affetto e col suo esempio, nel sopportare serenamente, essa non nata povera, la povertà.
Perchè nella povertà trascorse la vita di Lincoln e nella povertà egli educò il suo corpo a tutte le fatiche, la sua volontà a tutte le battaglie.
Fino da ragazzo egli seppe la pena del lungo, duro lavoro. Aiutò il padre nelle opere agricole, lo aiutò nei mestieri manuali: poi si fece boscaiuolo; a diciannove anni era barcaiolo, a ventuno commesso di un certo Offutt, a New Salem.
Questo Offutt era proprietario di una bottega di droghiere ed i ritagli di tempo lasciatigli dal lavoro, permisero a Lincoln di istruirsi un po’ più. Lesse allora Esopo, il Pilgrim’s Progress, la Vita di Washington, il Comento alla Costituzione del Blackstone; in questo ultimo libro egli trovò gli elementi di quella sua scienza giuridica che gli fu parecchio utile più tardi.
Durante un breve periodo di tempo, e prima di diventare commesso di Offutt, egli fu impiegato come agrimensore, e molto ebbe caro questo ufficio che, com’egli soleva dire, «metteva in armonia l’anima ed il corpo con la natura».
Ma povero era pur sempre. Poveri erano i diversi mestieri ai quali egli successivamente si dava: povero anche egli fu quando, dopo il fallimento dello Offutt, egli tentò di diventare proprietario a sua volta e stabilitosi a Decatur aprì per conto suo una Grocery Soph, specie di drogheria e pizzicheria insieme.
Si acquistò qui la fama ed il titolo di onesto Abramo. Titolo del quale egli si compiacque sempre e col quale spesso firmò lettere ad amici, anche dopo che egli fu assunto alla più alta dignità della Repubblica. Ma forse perchè onestà e traffico sono termini antitetici, forse anche perchè, come nota uno dei suoi biografi, «a Lincoln piaceva occuparsi di raccontare storie e discutere di politica, e Berry, il suo socio, era eternamente ubbriaco» la piccola bottega fallì e Lincoln si trovò di nuovo senza impiego e, naturalmente, senza mezzi.
Intanto egli si era sposato, in una sua breve permanenza a Lexington, a Maria Todd che in poco tempo gli diede tre figli.
Si era al 1832 e Lincoln non aveva ancora nessuna via aperta innanzi a sè. Il suo pane era incerto; incerta la vita della sua famiglia, incerto egli stesso sul come risolvere il problema della esistenza. Allo scoppio della guerra fra lo Stato dell’Illinois ed una tribù di Pelli-Rosse egli si arruolò ed ebbe il grado di Capitano. Ma la campagna durò solo tre mesi, ed egli se ne tornò a casa senza avere avuto l’occasione di essere al fuoco.
Tornò a casa con l’impiego di direttore delle poste a New Salem. Ma vi durò poco, che insufficiente era lo stipendio ed abbandonò New Salem per Springfield. Qui egli si stabilì definitivamente.
Di qui comincia quella che può essere chiamata la vita politica di Lincoln.
Vita di un uomo tutto dato ad un’idea e per essa angosciato, povero, eroico, martire, immortale.
Quando a Springfield vennero i messi del Congresso Americano a partecipargli la sua elezione a Presidente, essi non ebbero da lui per ristoro altro che acqua e pane: egli non aveva niente di più da offrire. Povero anche allora, povero fino al di là della morte.
Povero e brutto. Della sua bruttezza faceva sovente soggetto di scherzo, fra gli amici, egli stesso.
Era lungo e magro, camminava dinoccolato, aveva mani e piedi enormi. Ecco come lo descrive John Russel, corrispondente del Times, rendendo conto di un dibattito tenutosi in contradditorio fra lui e Douglas nel 1858.
Il ritratto non è lusinghiero: «Noi vedemmo arrivare sulla piattaforma — scrive il Russel — una magra, ossuta figura lunga sei piedi e quattro pollici (1 m. 90 cm.) un po’ curva, dondolante, sgraziata, vestita con nessun garbo e che aveva un modo di gesticolare che destava il riso. Questa figura era Lincoln. Egli ha una faccia che inquieta. È brutto e piace. Quando parla fissa in faccia alle persone i suoi occhi grigi, fondi ed acuti che brillano sotto la folta incolta capigliatura, sotto la fronte vasta, solcata di molte rughe. Ha la bocca larghissima, le labbra, specialmente la inferiore, grosse; il naso lungo e forte; le braccie smisurate e alle mani enormi soltanto i suoi enormi piedi possono essere paragonati».
Lincoln non si preoccupava dell’effetto che il suo fisico poteva fare sugli ascoltatori dei suoi discorsi. Anzi, questa bruttezza, era un argomento che egli sapeva volgere a proprio favore.
Durante la campagna elettorale per la presidenza, il 17 Luglio 1858; egli pronunciava a Springfield un discorso contro la politica di Douglas e diceva: «.... Tutti gli ardenti politicanti del suo partito (Douglas) e quelli che negli anni decorsi sono stati del suo partito, lo considerano come il futuro presidente degli Stati Uniti. Essi hanno scorto nella sua paffuta, rosea, florida faccia la promessa di uffici, di impieghi, di sinecure, di cariche e di missioni all’estero.... pronte ad essere afferrate dalle loro ingorde mani.... Al contrario nessuno si aspetta che io possa essere eletto Presidente. Nella mia povera, smunta, rugosa faccia nessuno può scorgere altro che leggi strettamente applicate, lotta di principi e nessuna speranza di prebende e favori».
Questa era in verità la grande forza di Lincoln. Nulla egli doveva alla società, di nessun vantaggio gli era stata prodiga la natura; egli era il self-made-man più genuino. L’uomo che veramente si era fatto da sè.
Ed aveva cominciato questa opera a Springfield, quando, abbandonando New Salem ed il posto di direttore delle poste, si era improvvisato avvocato.
Non bisogna troppo meravigliarsi della facilità con la quale Lincoln poteva cambiare mestieri e professioni.
Gli Stati Uniti erano, al tempo di Lincoln, molto più spopolati che non sieno oggi. Il paese vastissimo, incolto, offriva occasioni a tutte le energie, e non era possibile, e quasi non lo è neppure oggi, chiedere ai cittadini lauree e diplomi. La lotta per la vita, la concorrenza dava, e dà, il predominio al più abile; operava, ed opera, automaticamente la selezione fra i professionisti.
Lincoln ammesso al Foro nel 1836 si fece ben presto distinguere e notare. Alcune sue difese, nelle quali egli spiegò quelle doti di chiarezza e di arguzia che gli erano particolari, nelle quali egli mise in opera quella sua eloquenza fatta di sentenze brevi e di parabole, che egli aveva imparata nella Bibbia e che ne fece uno dei più efficaci oratori degli Stati Uniti, sono rimaste memorabili. Tutti ora ricordano, per esempio, quella difesa, nella quale, perorando a favore di un accusato di omicidio, provò, con l’almanacco alla mano, che la affermazione di un testimone dichiarante di avere riconosciuto l’omicida al lume della luna era falsa: la luna sorgeva molto più tardi dell’ora indicata dal testimone. E l’altra causa di una compagnia di Navigazione contro la Ferrovia di Rock Island, nella quale egli mise a contribuzione le nozioni che egli aveva acquisite un tempo come agrimensore e come barcajolo. Queste difese e varie altre gli guadagnarono stima e fama.
Anche in questa professione egli tenne a dimostrare che continuava ad essere lo stesso onesto Abramo che un tempo era droghiere, e là dove altri avvocati riuscivano a farsi copiose rendite con poco lavoro, egli si accontentava di guadagnare tanto che bastasse a tirare avanti, senza troppe sofferenze, sè e la famiglia.
È noto che egli non si fece pagare altro che tre dollari una causa ove egli riuscí a ricuperarne 600 pel proprio cliente.
Le occupazioni professionali assorbirono, dal 1849 al 1854, tutta l’attività di Lincoln.
Nel 1843 egli era socio nello Studio di Wil- liamHenry Herndon e divenne presto uno degli avvocati più accreditati ed ascoltati del Foro dello Illinois. La sua opera politica, durante questi anni, ha dovuto essere notevole, quantunque ce ne rimangano, ora, poche tracce se nel 1854 lo troviamo candidato dei repubblicani allo Stato dello Illinois e se egli si presenta poco di poi candidato al Senato contro Joel Aldrich Matteson, uno schiavista.
Da questo momento la vita di Lincoln non gli appartiene più. Egli continuerà ancora sì, a perorare in Tribunale, egli farà ancora parte attiva del Foro dello Illinois, e sarà ancora un valente socio nello Studio dello Herndon; ma la sua via ormai gli è aperta dinanzi ed egli la percorrerà con la fatale sicurezza dei predestinati.
Fra gli schiavi ed i loro oppressori sta, ormai, una forza che si chiama Abramo Lincoln.
Anzi a difesa degli Stati Uniti è Abramo Lincoln, per la Costituzione, per la Unione, per la Repubblica.
La questione della schiavitù non è, per lui, altro che secondaria, benchè abbia origine in essa, e trovi in essa le sue radici, il dissidio profondo che tende a scindere in due corpi, antagonistici, gli Stati della Unione.
Infatti, assumendo la Presidenza, il 4 marzo 1861, Abramo Lincoln nel Messaggio al Congresso affermò: «Il mio scopo principale è di salvare la Unione. Se posso ottenerlo affrancando gli schiavi, lo farò: se dovrò non liberare gli schiavi, lo farò: se dovrò in alcuni Stati liberarli e lasciarli soggetti in altri questo ancora farò; ma quello che io voglio e che ogni cittadino deve volere è la salute della patria e questa sta nella Unione. Io la manterrò».
Ma i proprietari di schiavi intendevano appunto separarsi dalla Unione per mantenere incontrastabilmente la schiavitù. Essi volevano la fine degli Stati Uniti.
Lincoln venne al momento opportuno.
La questione della schiavitù era, ormai, matura e bisognava fosse risoluta secondo che giustizia voleva.
Fino dal 1831 Lloyd Garrison aveva posto il problema della abolizione dinanzi agli Stati del Nord.
È vero però che egli era stato ferocemente deriso, che le sue parole e la sua propaganda erano state respinte dalla grande maggioranza del Congresso, composto di uomini eletti dai sudisti e perciò appartenenti al partito democratico, fautore e sostenitore della schiavitù. Ma egli non aveva seminato invano.
Non foss’altro egli aveva fatto notare come, in seguito a continue modificazioni, la famosa Missouri compromise era stata praticamente annullata e ne veniva di conseguenza che la volontà e la legge dei fondatori della Repubblica, determinati ad abolire la schiavitù, era stata violata.
Infatti la Missouri compromise, votata nel 1820, e proposta dal deputato Giacomo Tallemadge, stabiliva che da quell’anno stesso in poi, non sarebbero stati più ammessi i negri negli Stati della Unione e che arrivati al venticinquesimo anno di età, i figli di schiavi avrebbero dovuti essere emancipati.
La proposta del Tallemadge era stata una specie di risposta alla ammissione del Missouri negli Stati della Unione.
Appunto allora, 1819, il Missouri aveva chiesto di entrare nella Unione conservando la schiavitù.
La compromise sostenuta dal Tallemadge aveva voluto essere una rivincita ed un primo passo verso l’abolizione della schiavitù.
Ma quel primo passo non era stato seguito da altri su la medesima via; anzi c’era stato un ritorno indietro, un voltafaccia, un regresso.
Lincoln doveva venire a riprendere quel che era stato abbandonato, e risollevare quel che era stato abbattuto.
Nel 1850 fu portata, dinanzi al Congresso, una questione gravissima. Gli Stati dei Sud, gli Stati schiavisti chiedevano che fosse permessa la caccia, l’arresto e la restituzione ai padroni, degli schiavi fuggiti e riparatisi negli Stati del Nord.
Una fiera lotta si era impegnata su la questione e gli Stati del Sud, riuscendo nel 1854 a mandare al Senato il Douglas, cui si opponeva quale candidato dell’Illinois il Lincoln, ebbero ragione della controversia.
La Missouri compromise fu ritirata, la caccia agli schiavi fu autorizzata, la legge Kansas Nebraska, che permetteva l’estradizione dei negri riparatisi negli Stati del Nord, legge che Lincoln considerava la legalizzazione di un delitto, ebbe nuovo vigore e si sentì che la lotta contro lo inumano sistema precipitava verso la sua forma ultima e più violenta.
Precipitava perchè ormai (1856) il partito repubblicano si era definitivamente organizzato ed aveva iscritto quale suo primo scopo da raggiungere l’abolizione della schiavitù.
Era allora Presidente degli Stati Uniti, e fino dal 1853, lo schiavista Franklin Pierce ed i sudisti si preparavano alla elezione del 1857 nella quale dovevano trionfare ancora una volta con la elezione del Buchanan.
Ma per l’ultima volta.
Grande era il fermento negli Stati. Gli uomini del Nord ricordavano la volontà e le parole dei fondatori della Repubblica, gli uomini di Sud si dichiaravano pronti ad ogni estremo pur di non affrancare gli schiavi.
Il Channing, il pastore ardente di carità cristiana, aveva condannato la schiavitù, e col Vangelo alla mano, aveva chiamate tutte le maledizioni dell’inferno sull’anima dei padroni degli schiavi.
, col romanzo Uncle Tom’s Cabin, aveva rivelato al mondo come anima umana l’anima del negro, aveva fatto piangere per la dolorosa miseria di uomini strappati, dall’egoismo di altri uomini, all’affetto delle loro famiglie; , il grande poeta, aveva fatto fremere e palpitare la propria generazione cantando, in versi di suprema bellezza, i dolori, le angoscie, le vergogne della schiavitù.
E quelle angoscie e quei dolori erano rabili. Il romanzo della non era che il racconto fedele dei patimenti dei miseri negri soggetti alle prepotenze ed alle crudeltà dei bianchi. Essa invocava pietà per anime cristiane, pietà per corpi umani, pietà per famiglie di derelitti non di altro colpevoli che di essere nati in schiavitù. Ma parlava a cuori di bronzo.
Il bianco, quando è padrone di uomini di colore, è bestialmente crudele.
Per un padrone umano, per una famiglia di padroni non feroci c’erano cento famiglie, cento padroni e padroncini e padroncine tigri più che uomini.
Già le necessità stesse della schiavitù erano crudeli. Quando in una famiglia di schiavi i figli si moltiplicavano in numero troppo grande per le possibilità o le necessità del padrone questi vendeva alcuni dei figli, o i genitori, o la madre e i più piccoli figli..
Erano le famiglie violentemente e brutalmente separate dall’interesse di un terzo. Il mercato era atroce. Chi vendeva, vendeva generalmente al mercante il quale non vedeva negli schiavi altro che un genere che doveva dargli denaro, quanto più denaro era possibile. Egli non aveva pietà dello strazio della madre separata dai figli, non aveva compassione del dolore del marito strappato alla sposa.
Ma c’era anche di peggio, c’era anche di più. Spesso lo schiavo non era che una posta di giuoco. Quando il padrone si era giuocato tutto il denaro che possedeva, gli rimanevano ancora gli schiavi come ultima risorsa e perdeva anche quelli. Ed era anche allora la vendita, ma la vendita dall’oggi all’indomani, la separazione brutale che non aveva altro rimedio che nella morte o nella fuga. Ed al suicidio ricorrevano spesso gli schiavi.
Su gli ultimi tempi della schiavitù, appunto nell’epoca in cui Lincoln combatteva la sua battaglia antischiavista, sembrava che una frenesia di suicidio avesse invaso l’anima dei negri. Si uccidevano per disperazione, si uccidevano per dispetto. A tanto gli aveva portati l’oppressione feroce dei padroni!
I maltrattamenti dei bianchi avevano fruttificato germi d’odio nell’anima dei negri e quando le rivolte parziali scoppiavano, erano massacri spietati da tutte e due le parti. I negri bruciavano le coltivazioni, le piantagioni, le case dei bianchi; i bianchi cacciavano i negri come si cacciano, in Siberia, le torme di lupi affamati. Avevano addestrato i cani alla caccia del negro, e spesso vi erano padroni che si compiacevano nell’assistere allo sbranamento del negro ribelle.
I cento, i duecento colpi di frusta erano le punizioni normali per colpe lievi dello schiavo; spesso questi moriva sotto il bastone.
Padroni e schiavi, salvo rarissime eccezioni, vivevano in una atmosfera di violenza e di odio. Lo schiavo anelava alla libertà e la cercava con tutti i mezzi a sua disposizione; il padrone considerava lo schiavo come una bestia feroce della quale era costretto a servirsi, ma che non poteva ad ogni istante non trattare come una bestia feroce.
Gli spiriti più nobili negli Stati Uniti erano insorti contro questo che era un flagello delle anime umane.
Scrittori, sacerdoti, uomini politici, poeti e pensatori gridavano ai cittadini americani: «Badate, l’esercizio della violenza vi deprava!» Gridavano che la schiavitù era la cancrena che lentamente rodeva l’organismo sociale, gridavano che bisognava porre termine alla schiavitù per il bene della patria, per carità cristiana, per il bene e l’interesse di popolo. E non erano ascoltati. Anzi, quando la voce loro si faceva troppo alta, le severità della legge si acuivano contro di loro.
Al momento in cui ferveva la campagna elettorale a favore di Lincoln, Garrison era chiuso in una carcere del Sud e solo la guerra doveva riuscire a dargli la libertà.
Ma un sacrificio era necessario alla grande causa.
Bisognava che la vita di un eroe fosse immolata e che il martirio santificasse, ancora una volta nei tempi, l’immortale diritto dell’uomo alla libertà.
Era necessario che un delitto ne precedesse un altro: e che uno stesso uomo si trovasse alla consumazione delle due colpe.
E l’eroe ci fu, ci fu il martire, ora, come doveva esserci più tardi.
John Brown tentò sollevare gli schiavi della Virginia. Egli fu l’eroe e il martire.
Il 2 dicembre 1859 tutte le chiese del Sud suonarono a festa le loro campane quand’egli, con fermo piede ed animo sereno, ascese il patibolo.
E dovevano suonare a lutto ed a gloria più tardi.
Fra i giudici che condannarono a morte John Brown fu un certo John Wilkies Boot. Lo ritroveremo più tardi.
Egli è il passato che riappare nelle ore di sangue.
Lincoln in quest’anno 1859, menava fieramente la campagna antischiavista contro il Douglas e pronunciava la sua storica frase: «Se la schiavitù non è un delitto, nulla al mondo può essere chiamato delitto».
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