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Parte prima
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1. Il negriero
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— Accettate il patto?
— Carramba! voi correte come uno steamer a tutto vapore.
— Non amo andare per le lunghe, capitano Nunez.
— Un po’ di pazienza, señor. Simili affari non si trattano lì per lì, specialmente quando non si sa dove si può finire.
— Non vi basta il prezzo?
— Non posso dire che sia meschino, señor.... Toh! Non so ancora il vostro nome.
— Non importa.
— Anzi a me importa molto.
— Chiamatemi barone di Chivry o con qualche altro nome, per me è lo stesso.
— Ebbene, signor barone di Chivry, circa il prezzo non posso dir nulla. Carrai! Trentamila piastre subito e altrettante ad affare compiuto! — disse il capitano. — Non ne guadagno forse tante in un carico di balle d’ebano.
— E dunque? — chiese l’uomo che si chiamava o si faceva chiamare barone di Chivry.
Il capitano scosse il capo, sorseggiò un grande bicchiere pieno di aguardiente (acquavite), poi disse:
— Mettiamo le cose a posto, innanzi a tutto; negli affari voglio vederci chiaro. fi
— Vi ho detto prima che non correte alcun pericolo, e poi, forse che un negriero teme di qualche cosa?
— Ah, non intendo dire che io abbia paura, — soggiungeva il capitano Nunez. — Carramba! Mi sono misurato parecchie volte, sulle coste dell’Africa, cogli incrociatori che volevano mettere il naso nei miei affari e ritogliermi gli schiavi comprati lealmente con tanta polvere, armi e botti di rhum più o meno annacquato. Ma capirete che noi marinai siamo tutti curiosi, e vogliamo sapere esattamente dove si va, se non dove si finisce.
— Siete diffidente, signor Nunez, — disse di Chivry con malumore. — Credevo di trovare in voi un uomo più risoluto e più spiccio. —
Il capitano spagnuolo alzò il capo, aggrottò la fronte e guardò fisso il suo compagno.
— Signor di Chivry, — disse con accento acre, — mi pare che voi andate troppo innanzi colle parole. Per mille fulmini!... Vi sfido a trovare un uomo più risoluto di me.
— Allora, perchè chiacchierate tanto ed esitate?
— Perchè ho le mie buone ragioni. Per guadagnare sessantamila piastre ci deve essere qualche grave motivo, ed io non voglio immischiarmi colle autorità brasiliane, giacchè m’immagino che l’affare che mi proponete debba essere contrario alle leggi.
— Sì e no, — rispose di Chivry con voce tranquilla.
— Ecco un enigma.
— Che vi spiegherò a metà.
— Finalmente! — esclamò lo spagnolo.
— Voglio degli schiarimenti prima.
— Parlate.
— È solida la vostra nave?
— Fu varata quattro anni fa nei cantieri di Cadice; si può quindi dire che è quasi nuova.
— Quanti uomini avete?
— Trenta.
— Che uomini sono?
— Eh, buon Dio, non avrete la pretesa che una nave negriera sia montata da onesti marinai.
— Anzi, meglio così.
— Sono bravi lupi di mare, raccozzati in tutti i porti del mondo, decisi a tutto, anche a fare i pirati se io volessi.
— Bella compagnia! Signor Nunez. — disse di Chivry ridendo. — Tanto meglio!
— Venite al fatto, ora, se non avete da farmi altre domande. —
Di Chivry si bagnò la lingua col bicchiere che teneva dinanzi, poi appoggiò i gomiti sulla tavola, e guardando fisso fisso il capitano, gli chiese a bruciapelo:
— Conoscevi la marchesa d’Araniuez y Mendoza? —
Il capitano spagnolo non rispose: interrogava senza dubbio la sua memoria.
— Apparteneva alla prima nobiltà del Brasile, ma era d’origine spagnola come voi, — continuò di Chivry.
— Aspettate.... — disse lo spagnolo. — Manco da parecchi anni dalla Spagna e non mi sono mai fermato lungo tempo nel Brasile, ma questo nome l’ho udito ancora.... Carramba!... Dimorava a Santos?
— Sì, a Santos.
— Ed era nominata per le sue immense ricchezze.
— Precisamente.
— E mi ricordo che un suo figliastro commise delle pazzie senza numero, costringendo la marchesa a scacciarlo.
— Può essere, — disse di Chivry, — ma io lo ignoro.
— Si dice anzi che fosse fuggito dopo aver commesso non so quale delitto, ora che mi ricordo.
— Potrebbe essere, — ripetè il francese che diventava attento.
— Proseguite, signor di Chivry, — disse lo spagnolo.
— Continuo, signor Nunez. Avete mai saputo che la marchesa avesse un altro figlio, ma questo nato dal suo matrimonio col marchese Mendoza?
— No, signor di Chivry, non essendomi mai interessato di quella famiglia. Quello che vi ho detto lo seppi per caso, in non so quale taverna di Santos o di Rio Janeiro.
— Ebbene, ve lo dico io.
— E così, cosa volete concludere?
— Che io vi pago sessantamila piastre in denaro sonante, se voi mi aiutate a rapire quel ragazzo.
— Per rapirlo! — esclamò lo spagnolo, facendo un gesto di stupore. — Per mille corvette sventrate, tanto vale quel ragazzo!... Scherzate, signor di Chivry?
— No, parlo seriamente, — rispose il francese con voce grave.
— Ma pensate che sessant...
— Ci ho pensato, signor Nunez.
— E tutto si riduce a questo?...
— No, avete da fare dell’altro.
— E cioè?
— Imbarcare il ragazzo e trasportarlo nel golfo del Messico, nella laguna della Madre sul Rio Miguel.
— Ma perchè?
— Alto là, signor Nunez. Vi ho detto tutto quello che sapevo e non vado più innanzi, perchè di più non ne so. Accettate o rifiutate il patto? In due mesi, se voi volete, avrete finita ogni cosa, e guadagnata la somma.
— Ma dove si trova il ragazzo, innanzi tutto?
— In una fattoria isolata presso Porto Alegre, nella laguna dos Patos.
— Ma come faremo a rapirlo?
— Questo si vedrà più tardi; ma ciò riguarda me.
— Qual età ha il ragazzo?
— Deve avere sedici anni, — rispose di Chivry dopo alcuni istanti di meditazione.
— Non lo conoscete voi, dunque?
— Non l’ho mai veduto. —
Lo spagnolo fece un nuovo gesto di stupore.
— Ma ditemi, signor di Chivry, agite per conto vostro o di altre persone?
— Ciò non vi può interessare.
— Ditemi almeno cosa volete fare di quel ragazzo.
— Trasportarlo alla foce del Rio Miguel, ve lo dissi già.
— Ma per qual motivo?
— Ecco ciò che ignoro anch’io.
— Un’ultima domanda.
— Parlate, ma che sia l’ultima.
— Siete venuto appositamente qui per cercare un capitano poco scrupoloso?
— Può darsi.
— La polizia brasiliana non s’immischierà nei nostri affari?
— La fattoria deve essere isolata, e quando si accorgeranno del rapimento, noi saremo lontani. Accettate, sì o no?
— Accetto, — disse lo spagnolo, dopo un momento di esitazione. — Non sarà forse una buon’azione, e forse mi porterà sfortuna; bah! sessantamila piastre non si guadagnano sempre, e si può tentare la sorte. —
Questo dialogo facevasi ai primi d’aprile del 1842, in una taverna di Rio Janeiro, a breve distanza dalla spiaggia. I due personaggi sopra citati non si somigliavano punto. Quello che si chiamava il capitano Nunez, era un giovanotto sui ventisette o ventotto anni, di statura alta, slanciata, la tinta bruna come in generale l’hanno gli spagnoli, gli occhi neri e vivaci, e la capigliatura nera come l’ebano.
Anche non conoscendolo, s’indovinava a prima vista che doveva essere un uomo di mare non solo, ma un carattere energico, risoluto, rotto a tutte le avventure, malgrado fosse così giovane.
L’altro invece, quello che si faceva chiamare di Chivry, era un uomo sulla quarantina, di statura media, colle spalle larghe e la muscolatura robusta. Aveva la testa grossa, anzi quadra come l’hanno i bretoni, una fronte spaziosa sulla quale si vedevano delle profonde rughe, due occhi grigi e che somigliavano tuttavia a quelli delle aquile, una capigliatura lunga e un po’ brizzolata, e una barba ancora nera ed incolta.
Nei modi aveva qualche cosa di ruvido, ma nelle sue parole si indovinava che un tempo doveva aver avuto una coltura superiore, e in certi suoi tratti si capiva che non doveva essere un uomo volgare; e quantunque indossasse uno strano vestimento, mezzo messicano e mezzo yankee, che somigliava a quello che portano gli scorridori delle immense praterie del Far-West o del Llano estacado, non pareva che appartenesse ad alcuna razza americana.
Di dove veniva e chi era? Nessuno lo sapeva.
Era sbarcato una settimana prima da uno steamer proveniente dal Golfo del Messico, aveva preso alloggio in uno dei migliori alberghi della città, spacciandosi pel barone di Chivry; poi si era messo a fare delle indagini misteriose nelle taverne del porto, fermandosi per delle ore intere dinanzi alle navi ancorate lungo il quai, e soprattutto dinanzi al brick del capitano Nunez, che era giunto quindici giorni prima con un carico di quattrocento negri destinati per le fazende dell’interno.
Poi era scomparso per alcuni giorni senza che nessuno sapesse dove si fosse recato; ma appena di ritorno erasi messo in cerca del capitano Nunez e trovatolo nella taverna, senz’altro gli aveva proposto il pericoloso affare.
Lo spagnolo, che prima d’allora non lo aveva mai visto e che anzi aveva deciso di ripartire il giorno dopo per la costa africana a caricare un’altra grossa partita di schiavi, dapprima aveva creduto di aver che fare con un pazzo o con un ubriaco; ma quando vide lo sconosciuto aprire un portafoglio gonfio da scoppiare e stendere sulla tavola delle tratte autentiche pel valore di centocinquantamila piastre, i suoi dubbi si cangiarono in uno stupore non facile a descriversi.
E doveva infatti essere sorpreso nel vedere indosso a quell'uomo, che pareva un povero messicano spiantato, una somma relativamente enorme, e che poteva guadagnare in gran parte, e senza correre i gravi rischi della tratta degli schiavi, in quel tempo proibita dalle nazioni europee, le quali mantenevano sulle coste africane degl'incrociatori potentemente armati e bene equipaggiati. Nunez aveva esitato in sul principio, non sapendo di quale affare si trattasse, e un po’ anche dopo, non volendo aver che fare colla polizia brasiliana, colla quale viveva in buoni rapporti; ma poi aveva finito col cedere. Dopo tutto, i negrieri non sono persone scrupolose, e si appigliano a qualunque mezzo pur di guadagnare danaro, e il capitano Nunez lo amava l’oro. E poi era cosa che riguardava il signor di Chivry e toccava a lui condurre a buon fine il rapimento del fanciullo. Sbarcatolo nel luogo stabilito, avrebbe intascato le altre trentamila piastre e non si sarebbe più occupato nè dell’uno nè dell’altro.
— Dunque è stabilito, — riprese il signor di Chivry, dopo d’aver vuotato un altro bicchiere di aguardiente. — Voi, capitano Nunez, accettate il patto.
— Avete la mia parola, — rispose il negriero.
— Farà delle obiezioni il vostro equipaggio?
— Per quale motivo? — Pel rapimento del ragazzo.
— Vorrei che qualcuno osasse alzare la voce. Carrai! Sanno bene, i miei marinai, che io non ischerzo e che non permetto osservazioni. State tranquillo, conosco i miei lupicini e so che hanno paura della mia persona. Carramba! Ho delle buone catene a bordo; e, se non bastano, ho anche del solido canapo per fare un cappio da appendere al più alto pennone della mia nave. Voi capite cosa significa questa operazione, che manda all’altro mondo un uomo per quanto sia grosso e robusto.
— Comprendo, — disse di Chivry ridendo. — Allora ho la vostra parola.
— L’avete.
— Qua la mano.
— A voi, signor di Chivry, — disse il negriero porgendogliela. L’avventuriero messicano o nordista che fosse, riaprì il portafoglio e mise dinanzi al capitano tre tratte pagabili a vista, del valore di diecimila piastre ognuna.
— Eccovi la metà del prezzo, — disse.
— Che pagatore, — disse il negriero, — e che galantuomo fiducioso, sopra tutto! Se io fossi un briccone e questa notte levassi l’áncora senza aspettare voi?
— Non fuggirete, capitano Nunez.
— Grazie della vostra opinione. Quando partiremo per recarci a rapire il fanciullo?
— Non è necessaria la vostra compagnia.
— No?... Tanto meglio, signor di Chivry. Mi dispiaceva impicciarmi nell’affare del rapimento. Ma cosa dovrò fare intanto? Datemi le vostre istruzioni.
— Nulla; attendetemi sul vostro legno e niente di più.
— Partirete solo per la laguna dos Patos?
— No, ho assoldato alcuni uomini di buona volontà, i quali mi aiuteranno.
— Partirete allora domani col battello costiero.
— No, capitano.
— No?!... — esclamò lo spagnolo stupito. — Forse anche il ragazzo è qui?
— Se vi ho detto che non lo conosco ancora.
— È vero, ma allora come farete per averlo?
— Se io m’imbarco sul battello costiero, come vorreste che io conducessi con me senza chiasso un ragazzo di sedici anni? M’immagino che il figlio della marchesa non sia tale da seguirmi senza opporre resistenza, e metterebbe in subbuglio i marinai e i passeggieri del battello.
— Carramba! Che uomo prudente! — esclamò il negriero con sincera ammirazione. — Mi direte almeno come vi recherete laggiù.
— Con un’imbarcazione a vapore che ho preso a nolo la scorsa settimana.
— Ma come farete a condurre il ragazzo?
— Lo addormenterò con un potente narcotico e lo condurrò a bordo del vostro legno, rinchiuso in una cassa.
— Ma si lascerà prendere?
— Ho in testa un piano che forse riuscirà. Nel caso, ricorrerò alla forza.
— Quanti uomini avete assoldato?
— Sei, signor Nunez.
— Volete alcuni marinai?
— Non sono necessari.
— Come vi piace. Quando sarete di ritorno?
— Oggi è venerdì, — disse il barone. — Da qui a Porto Alegre, quale distanza corre?
— Circa settecento miglia.
— La mia imbarcazione fila dieci nodi all’ora, quindi calcolo di impiegare circa sette giorni fra andata e ritorno; un altro lo occuperò nel rapimento. Potrete quindi tenervi pronto per la mezzanotte del 14 aprile, alla bocca del porto, dinanzi al faro.
— Sta bene; ci sarò.
— Badate che le vele siano sciolte e tutto l’equipaggio a bordo.
— Sarò puntuale come un orologio. —
Di Chivry gettò sulla tavola una manciata di reis, poi si alzò.
— Addio, capitano, — disse. — Fra poche ore, parto pei porti del sud.
— Buona fortuna, signor di Chivry.
— Tengo la vostra parola.
— E d’onore.
— Arrivederci, adunque. —
Strinse un’ultima volta la mano del negriero, si gettò sul braccio un ricco serapè messicano e uscì con rapidi passi, dirigendosi verso il quai.
2. La costa brasiliana
Trovatosi all’aperto, il signor di Chivry si arrestò alcuni istanti come per orizzontarsi; poi si diresse verso il molo che era ingombro di vascelli appartenenti a tutte le nazioni del mondo, e fissò i suoi occhi su di un brick della portata di milledugento o milletrecento tonnellate, che stava ancorato nel mezzo della baia.
Lo osservò per parecchi minuti, ammirando la svelta e alta alberatura, le forme slanciate della sua carena, l’acutezza del suo sperone, e contando i sabordi attraverso i quali si allungavano le bocche di quattro cannoni di grosso calibro.
— Il legno è solido e deve filare come una rondine marina, — mormorò. — Quel Nunez può vantarsi di possedere un bel veliero.
Si portò dall’altra parte dello scalo, e guardò a poppa del legno, sul cui cassero si scorgeva un altro cannone, di quelli così detti da caccia, grossi pezzi che usano portare le navi negriere. Aguzzò gli occhi, fissandoli sul coronamento, sotto cui, in lettere dorate, si leggeva: Albatros-Cadice.
— Il nome è proprio adatto, — disse il signor di Chivry sorridendo. — La nave filerà come l’uccellaccio di cui porta il nome. Benissimo! Ora possiamo partire. —
Levò l’orologio che portava nella larga fascia rossa che cingevagli i fianchi, e guardò.
— Le due, — disse. — Siamo esatti; gli uomini mi devono aspettare e la macchina deve essere sotto pressione da dieci minuti. —
Si calò sugli occhi il largo cappello, una specie di sombrero messicano con un’immensa tesa, si avvolse nel serapè malgrado che il caldo fosse intenso e si rimise in cammino, lungo la riva. fi
Giunto di fronte all’isola dei Cobras, e precisamente nei pressi della chiesa di San Bento, in un luogo sgombro di navi e pel momento deserto, si arrestò dinanzi ad una grande scialuppa a vapore ancorata presso lo scalo, e dalla cui ciminiera uscivano nembi di fumo nerissimo, misto a scintille.
La montavano sei uomini, sei marinai a giudicarli dalle vesti che indossavano, ma che avevano certe fisonomie particolari da rassicurare poco. Due erano bianchi, gli altri quattro erano meticci, uomini di potente muscolatura, e dotati di un’agilità e di una vivacità straordinaria.
Vedendo giungere il signor di Chivry, lo salutarono fissandolo in volto.
— Siamo pronti? — chiese il francese.
— La macchina è sotto pressione, — rispose uno dei due bianchi, che pareva il capo.
— Le mie armi?
— Sono a bordo, rinchiuse nella cassa della Eccellenza Vostra.
— I viveri?
— Sono stati imbarcati fino da ieri sera.
— Partiamo. —
Balzò nella scialuppa, si sedette a poppa prendendo la barra del timone, poi disse:
— Avanti, e a tutto vapore. —
I meticci allontanarono la scialuppa con una scossa vigorosa, l’elica si mise in movimento mordendo furiosamente l’acqua, e i sette uomini furono trasportati attraverso alla baia, in una rapida corsa.
Il signor di Chivry spinse dapprima la scialuppa verso l’isola dei Cobras, per evitare la triplice fila di velieri e di vapori che si estendeva dinanzi ai docks, poi virò di bordo, mettendo la prua fra le due penisole che chiudono l’ampia baia, alle cui estremità si vedevano giganteggiare i forti di San Joao e di Santa Cruz.
In quindici o venti minuti superò il passo, lasciò a tribordo l’isola Tucinha e la rapida imbarcazione si slanciò muggendo e fischiando sulle acque dell’Oceano Atlantico, tagliando coll’acuto sperone le lunghe ondate che venivano dal largo, e lasciandosi a poppa una scia spumeggiante che si perdeva in lontananza.
— La rotta? — chiese il capo dell’equipaggio, avvicinandosi al francese col berretto in mano.
— L’imboccatura del Rio Grande del Sud.
— Si va laggiù, signore?
— Sì, signor Juvencio de Aguiar, — rispose seccamente il signor di Chivry.
— È la che faremo il colpo, Eccellenza?
— Vedremo.
— Là o altrove, poco importa.
— Lo credo.
— Il signore paga come un proprietario di miniere, e noi obbediremo sempre.
— Lo spero.
— Desidera altro?
— Una risposta.
— M’interroghi.
— Sono fidati i vostri uomini?
— Vostra Eccellenza non avrà da lagnarsi di loro.
— Pronti a tutto?
— Anche a dar fuoco a una città, se Vostra Eccellenza lo desidera.
— Basta così: alla vostra macchina, e badate che la scialuppa non rallenti la corsa, poichè ho i giorni contati.
— Il carbone non mancherà prima di giungere alla foce del Rio, anzi spero che andremo più innanzi senza imbarcarne altro.
— Sta bene: al vostro posto. —
Il francese trasse una piccola bussola, la guardò con profonda attenzione per orizzontarsi; indi diede mezzo giro di timone lanciando la scialuppa al largo, in modo da evitare la profonda insenatura che la costa brasiliana descrive, cominciando da Rio Janeiro e terminando presso l’isola di Santa Caterina.
Un profondo silenzio, rotto solo dai muggiti della macchina che funzionava rabbiosamente, regnò ben presto a bordo della rapida imbarcazione. Il francese era ricaduto nelle sue meditazioni e guardava distrattamente le onde che venivano a infrangersi contro la prua: il macchinista non pareva occupato che a riempire la macchina di carbone, onde la velocità si mantenesse costante, e gli altri stavano seduti sui banchi colle braccia incrociate, senza pronunziare parola.
Il mare si manteneva tranquillo, ed il cielo era così limpido, da permettere di scorgere i profili acuti della Sierra di Layes, quantunque la distanza fosse ragguardevole: se non avveniva qualche cambiamento di tempo, la scialuppa, che divorava la via con cre- scente rapidità, poteva ritornare a Rio Janeiro prima del giorno stabilito.
Calata la notte, il signor di Chivry fece accendere i fanali per evitare qualche collisione; cosa non difficile a succedere in quei paraggi che sono tanto frequentati dalle navi provenienti dai porti dell’Europa o dai porti del sud, che esercitano un grande traffico con quelli dell’impero brasiliano.
Verso la mezzanotte, dopo d’aver raccomandato agli uomini di quarto di fare buona guardia, il signor di Chivry aprì la sua cassetta, levò un paio di pistole, le caricò con cura studiandosi di farsi vedere dai suoi uomini, se le mise alla cintura e avvoltosi nel suo serapè, si sdraiò su di un banco per prendere un po’ di sonno. Da quelle diverse manovre si capiva, che dei suoi uomini si fidava molto poco, e che temeva qualche brutto tiro.
Nulla però accadde durante quella prima notte; i suoi arruolati se ne stettero tranquilli ai loro posti, procurando di non scemare la velocità della scialuppa, la cui macchina sbuffava incessantemente e con tale violenza da far vibrare e scricchiolare la prua, la poppa e le costole del piccolo legno.
All’alba il francese, che aveva dormito tranquillamente come si fosse trovato in un comodo letto anzichè sul duro banco d’un battello, si ripose al timone. Corresse la rotta dirigendo la scialuppa verso la costa americana, essendo l’Oceano un po’ agitato, ed essendo sicuro di aver evitata tutta la profonda insenatura; poi volgendosi a Juvencio de Aguiar, gli chiese bruscamente:
— Conoscete la laguna dos Patos?
— Sì, Eccellenza, — rispose il capo degli arruolati.
— L’avete percorsa?
— Più volte.
— È frequentata?
— Da pochi battelli a vapore e da pochi velieri che si recano a Porto Alegre.
— Meglio così. —
Guardò l’Oceano per qualche istante, poi riprese:
— Conoscete Porto Alegre?
— Ci sono stato due volte.
— Avete mai veduto una vasta possessione che si chiama San Joao do Livramento? —
Il capo pensò alcuni istanti, frugando e rifrugando nella sua memoria; poi disse:
— Vostra Eccellenza intende parlare della borgata di Sant’Anna do Livramento che si trova sulla collina dello stesso nome?
— No.
— Aspetti un po’...; sì, è così, si trova in riva al Rio Jacuhy a dieci o dodici miglia da Porto Alegre.
— Conoscete il proprietario?
— Non so chi sia.
— Lo dite sinceramente?
— Può credermi; non sono avvezzo a mentire. —
Un sorriso sardonico spuntò sulle labbra del signor di Chivry a quella affermazione, che suonava male in bocca a un tale individuo, poi borbottò:
— Tanto meglio.
— La costa! — esclamò in quell’istante uno dei quattro meticci.
Il francese, che stava sempre al timone spinse la barra all’orza, facendo descrivere all’imbarcazione un mezzo giro a tribordo, poi guardò attentamente verso l’ovest.
A dodici o quindici miglia appariva un gruppo d’isole, le quali spiccavano nettamente sul purissimo orizzonte.
Era il gruppo di Santa Caterina formato dall’isola omonima, da San Francesco e d’altre piccole terre, e che dà il nome a quella provincia, che si estende lungo il litorale per cinquecento miriametri.
Santa Caterina è la più importante, e si può anzi dire che il suo porto, che si chiama Desturro, e che ha una popolazione di circa 8000 anime, è uno dei più frequentati del Brasile e uno dei più belli.
Il litorale dipendente dall’isola si chiama Layes, ma non è che un distretto, quantunque abbia una superficie vastissima. È un territorio elevato, fertile e salubre, bagnato da molti affluenti del Paraguay e dell’Uruguay, attraversato da una lunga catena di montagne, che chiamasi Sierra di Layes.
Quantunque abbia una estensione di circa 800 miriametri quadrati, ha una popolazione molto scarsa: è assai se tocca le 110,000 anime, e questa è composta più di tedeschi che di brasiliani. È indubitato però che a questo vasto territorio è riserbato un bell’avvenire, anche per la sua vicinanza colla Repubblica Argentina, col Paraguay e coll’Uruguay.
La scialuppa che non distava molto dall’imboccatura del Rio Grande del Sud, si mise a seguire la costa brasiliana che appariva qua e là montuosa e coperta da immense boscaglie.
Verso sera il signor di Chivry fece rallentare la corsa, essendo diventati frequenti gl’incontri delle navi ed essendosi il cielo coperto di grossi nuvoloni. Per maggior precauzione si avvicinò ancor più alla costa per rifugiarsi in una delle tante insenature, nel caso che l’oceano diventasse troppo cattivo.
Tutta la notte larghe ondate, colle creste coperte di candida spuma e che un fresco vento dell’est spingeva addosso alla costa, urtarono la scialuppa facendola rollare disperatamente. Il signor di Chivry non lasciò un solo istante il timone, e più volte fu costretto a far vuotare l’acqua, che le onde avventavano al disopra dei bordi.
Verso l’alba però il vento cadde e l’Oceano riprese la sua calma. La scialuppa era allora poco lontana dalla larga foce del Rio Grande o meglio dalla laguna dos Patos.
A mezzogiorno il capo degli arruolati si avvicinò al signor di Chivry.
— Ci siamo, — disse.
— Dov’è il passo?
— Laggiù, all’estremità di questa lunga penisola.
— Prendi il timone dunque.
— Devo far preparare le armi?
— Non sono necessarie per ora.
— Ma dove andiamo?...
— Dove voglio io.
— Come piace a Vostra Eccellenza.
— Entriamo nella laguna e bada di non urtare. —
Il capo degli arruolati lanciò l’imbarcazione verso l’ovest, là dove si vedeva aprirsi nella costa una larga imboccatura.
Passò come una freccia fra l’isola dos Marinheiros e la città di Rio Grande, che è situata sulla sponda settentrionale della laguna, alla foce del così detto Rio del Sud, fondata nel 1737 dal brigadiere Josè da Silva Paes, un tempo capitale di tutta la provincia, ed ora innalzata a capitaneria generale; poi piegò verso il nord e si trovò in mezzo ad un ampio braccio di mare. Quel vasto tratto d’acqua era la laguna dos Patos, o meglio delle Anitre, la quale si prolunga per dugento chilometri fino oltre Porto Alegre, prendendo più sopra il nome di Guahuba.
È alimentata da parecchi fiumi, fra i quali primeggiano il Guahuba, il Jacuhy, il Grevàtahy, il Rio do Sinos, il Camacuam e il San Gonzales, che unisce la laguna a quella di Mirim situata sulla costa dell’Oceano, all’estremità della provincia di San Pietro del Rio Grande.
Nel momento in cui la scialuppa entrava nella laguna, questa sembrava deserta, e solamente in lontananza qualche battello a vapore o qualche piccolo legno a vela apparivano: invece immenso era il numero delle anitre che volteggiavano per l’aria, facendo un baccano assordante.
— Devo tenermi lontano dalle coste, Eccellenza? — chiese il capo dell’imbarcazione.
— Sì, finchè si può, — rispose il francese. — Non amo che ci vedano.
— E andiamo?
— A Porto Alegre ora.
— Ci giungeremo tardi.
— Bisogna che io mi trovi colà prima che si chiudano le trattorie e i caffè.
— Conta di pernottare a Porto Alegre?
— Lo vedremo. —
Poi il francese volse le spalle al capo e si mise a guardare distrattamente la costa orientale, che era la più vicina e che appariva coperta da grandi alberi, fra i quali si distinguevano senza fatica taluni di quei jatolà, alti più di trenta metri, con un tronco che ha sovente una circonferenza di dieci, e non pochi cabaca, alberi che producono frutta così enormi da adoperarne i gusci come recipienti.
La terza notte calò, ma Porto Alegre non era ancora in vista. Il francese, per la prima volta dacchè si era imbarcato, cominciò a dare segni d’impazienza.
Si vedeva guardare spesso l’orologio e si udiva borbottare:
— Più presto!... Più presto!... —
Alle nove il capo dell’equipaggio, che aguzzava gli occhi verso il nord, additò al signor di Chivry dei punti luminosi che apparivano sulla linea oscura dell’orizzonte.
— Che cosa sono? — chiese.
— È Porto Alegre, — rispose il capo.
Il francese mise un sospirone mormorando:
— Il marchesino è mio!... —
3. Il rapimento
Porto Alegre, capoluogo della provincia di San Pietro del Rio Grande del Sud, è situato all’estremità della laguna delle Anitre, a cavalcioni d’una piccola penisola che prolungasi da levante a ponente nel Rio Guahyba.
Quantunque sia città quasi recente, essendo stata fondata nel 1743 da una colonia di Azzorriani, è oggi una delle più ricche e delle più notevoli del Brasile.
La sua popolazione, al tempo della nostra storia, non toccava le 30,000 anime; ma oggi passa le 50,000. Ha molti edifici considerevoli, parecchie fabbriche erette dalla colonia tedesca che è la più numerosa e da quella italiana, un arsenale da guerra, una bella cattedrale, scuole e un porto comodo che può accogliere numerose navi.
La sua importanza e il suo commercio crescono giornalmente, e maggiormente cresceranno quando la ferrovia l’unirà al suo porto naturale che è quello di Santa Caterina, e da cui non disterà allora che poche ore.
La scialuppa, diretta dal capo, entrò a tutto vapore nel porto, e gettò l’ancorotto dinanzi alla banchina, in un luogo che in quel momento era deserto.
Il signor di Chivry si assicurò di aver alla cintola le pistole e con un salto fu a terra.
— Mi attenderete qui, — disse rivolgendosi verso il capo. — Intanto imbarcherete il carbone necessario pel ritorno.
— Faccio però osservare a Vostra Eccellenza che può smarrirsi e che io conosco la città, — disse de Aguiar.
— Non andrò lontano per sapere quello che mi occorre. — fi
Si avvolse nel serapè, si calò sugli occhi il cappello con l’ampia tesa, guardò a destra e a sinistra come per orizzontarsi, poi si allontanò rapidamente inoltrandosi in una larga via, in fondo alla quale si vedevano brillare ancora dei lumi.
Fatti tre o quattrocento passi, si fermò dinanzi ad un albergo, le cui stanze apparivano illuminate.
— Proviamo, — disse, — l’oro non manca. —
Entrò e andò a sedersi ad una tavola isolata ordinando al garzone una bottiglia di vecchio vino di Spagna.
Mentre il garzone stava sturandola, mise sulla tavola una sterlina fiammante dicendo:
— Vuoi guadagnarla? —
Il garzone lo guardò stupito, gettando su quel pezzo d’oro uno sguardo avido.
— È per me, signore?... — gli chiese.
— Sì, se saprai rispondere a quanto ti chiederò.
— Sono ai vostri ordini.
— Conosci i dintorni di Porto Alegre?
— Meglio di qualunque altro, signore.
— Sai dirmi dove si trova la tenuta di San Joao do Livramento?
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The end
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