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Del rinnovamento civile d'Italia

Vincenzo Gioberti · 1911 · Free in the US

359,148 words · about 25 h 9 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Vincenzo Gioberti
Language
Italian
Published
1911
Length
359,148 words · about 25 h 9 min
Sections
54 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (54)
  1. Front matter under 1 min
  2. Documenti e schiarimenti under 1 min
  3. Documenti e schiarimenti I. Di alcune critiche del signor Gualterio about 9 min
  4. Documenti e schiarimenti II. Dei gesuiti about 4 min
  5. Documenti e schiarimenti III. Lettera di Daniele Manin a Vincenzo Gioberti about 1 min
  6. Documenti e schiarimenti IV. Dichiarazione risponsiva a uno scritto di Felice Merlo about 14 min
  7. Documenti e schiarimenti V. Capitolo della mediazione anglofrancese about 3 min
  8. Documenti e schiarimenti VI under 1 min
  9. Documenti e schiarimenti VI - 1 Memorando del signor Hummelauer about 2 min
  10. Documenti e schiarimenti VI - 2 Lettera del Conte di Revel about 2 min
  11. Documenti e schiarimenti VI - 3 Note Confidentielle under 1 min
  12. Documenti e schiarimenti VI - 4 Copie de la Dèpêche de Lord Pomsomby about 2 min
  13. Documenti e schiarimenti VII. Memoriale della società federativa italiana ai ministri sardi about 5 min
  14. Documenti e schiarimenti VIII. Dispaccio del generale Delaunay about 3 min
  15. Documenti e schiarimenti IX. Altro dispaccio del generale Delaunay about 2 min
  16. Documenti e schiarimenti X. Lettera al marchese Nerli, inviato toscano in Torino about 1 min
  17. Documenti e schiarimenti XI. Altra lettera all’inviato toscano about 2 min
  18. Documenti e schiarimenti XII. Lettera a Giuseppe Montanelli about 1 min
  19. Documenti e schiarimenti XIII. Discussione della Camera dei deputati di Torino nella tornata dei 21 di febbraio 1849 about 13 min
  20. Documenti e schiarimenti XIV. Lettera a Domenico Buffa about 1 min
  21. Documenti e schiarimenti XV. Discussione della Camera dei deputati di Torino nella tornata dei 23 di febbraio 1849 about 8 min
  22. Documenti e schiarimenti XVI. Di papa Giulio about 8 min
  23. Indice dei nomi about 17 min
  24. Indice del testo under 1 min
  25. Libro primo. Degli errori e delle sventure under 1 min
  26. Libro primo - Capitolo decimo about 1 h 13 min
  27. Libro primo - Capitolo decimoquarto about 30 min
  28. Libro primo - Capitolo decimoquinto about 25 min
  29. Libro primo - Capitolo decimoterzo about 1 h 7 min
  30. Libro primo - Capitolo duodecimo about 1 h 31 min
  31. Libro primo - Capitolo nono about 1 h 34 min
  32. Libro primo - Capitolo ottavo about 29 min
  33. Libro primo - Capitolo primo about 29 min
  34. Libro primo - Capitolo quarto about 9 min
  35. Libro primo - Capitolo quinto about 13 min
  36. Libro primo - Capitolo secondo about 27 min
  37. Libro primo - Capitolo sesto about 41 min
  38. Libro primo - Capitolo settimo about 1 h 6 min
  39. Libro primo - Capitolo terzo about 32 min
  40. Libro primo - Capitolo undecimo about 43 min
  41. Libro secondo. Dei rimedi e delle speranze under 1 min
  42. Libro secondo - Capitolo decimo about 52 min
  43. Libro secondo - Capitolo nono about 1 h 6 min
  44. Libro secondo - Capitolo ottavo about 1 h 3 min
  45. Libro secondo - Capitolo primo about 1 h 1 min
  46. Libro secondo - Capitolo quarto about 1 h 2 min
  47. Capitolo quinto about 1 h 3 min
  48. Libro secondo - Capitolo secondo about 1 h 5 min
  49. Capitolo sesto about 1 h 12 min
  50. Libro secondo - Capitolo settimo about 49 min
  51. Libro secondo - Capitolo terzo about 1 h 3 min
  52. Libro secondo - Capitolo undecimo about 1 h 31 min
  53. Nota about 8 min
  54. Proemio about 28 min

Continue:

Front matter

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Indice

Documenti e schiarimenti

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Indice

Documenti e schiarimenti I. Di alcune critiche del signor Gualterio

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Questo scrittore muove contro il mio parecchie critiche, ad alcune delle quali avea giá risposto quattro anni sono. In prima egli trova che il mio libro «non è scevro di utopie, è troppo speculativo, esagera il principio astratto da me vagheggiato e tien poco conto delle politiche combinazioni e degl’interessi materiali». Laonde egli giudica che «io volessi lasciare il campo ad altri pratici scrittori, ad uomini anche piú esperti nella scienza politica e nell’uso degli affari». Se io ebbi tale espettazione, convien dire che sia stata delusa; poiché i piú celebri dei «pratici scrittori» che mi tennero dietro, non che migliorare il mio concetto, lo svisarono piú o meno con grave danno; e gli uomini che governarono il Piemonte non si mostrarono molto «esperti nell’uso degli affari e nella scienza politica», se si dee giudicar dagli effetti. Non vi ha alcuno di essi che abbia avuta esatta cognizione dei tempi e previdenza dei casi probabili, e quindi non abbia errato nelle politiche operazioni. Io non ho nulla da rimproverarmi per questi rispetti. Il mio solo torto fu di troppo condiscendere a un’antica amicizia, se giá il signor Gualterio non ci aggiunge quello di aver troppo creduto alla parola di re . Nel mio Primato non si trova utopia di sorta, poiché la dittatura pontificale ci è lodata come acconcia alle condizioni dei bassi tempi, inopportuna ed assurda nell’etá moderna. Non cosí l’arbitrato, il quale sarebbe stato possibilissimo, solo che il pontefice non avesse lasciata la via presa nel quarantasette. Se fosse ito innanzi allo stesso modo in questi tre anni, chi non vede ch’ei sarebbe oggi, per l’autoritá del nome, del grado, dell’esempio, della religione, arbitro morale e civile di Europa? Ma benché questo non abbia avuto effetto, tuttavia quanto si è fatto nel biennio del Risorgimento italiano e lo statuto piemontese, che ne è l’unico avanzo, ebbero origine dall’entratura di . Né questi avrebbe cominciato se non fosse stato indotto e quasi rapito a farlo dal quadro ideale che io feci del pontificato cristiano, rappresentandolo come la base ed il centro del nostro riscatto e raccogliendo per magnificarlo tutte le memorie del passato e le speranze dell’avvenire. Le apologie rimesse e temperate del non erano una spinta bastevole all’impresa; e le critiche severe dell’, se fossero state sole, l’avrebbero piuttosto impedita che favoreggiata.

Io non ho mai creduto che sia difetto nelle opere politiche l’essere «speculativo» e il «vagheggiare i principi astratti», tale essendo stato il costume di tutti i grandi, da sino al . Imperocché ogni dottrina pratica ha mestieri di una base speculativa che la sostenga, né si dá speculazione senza astrazioni. Ben si richiede che gli astratti si fondino nei concreti e le idee speculative non si scompagnino dal reale dei fatti e della storia; e anche per questo rispetto io non credo di meritar biasimo. Imperocché la parte filosofica delle mie scritture, non che pregiudicare alla pratica, mi ha servito a determinarne i confini e le leggi con una precisione che poscia venne autorizzata e confermata dagli eventi. Né per altro alcuni ristrinsero o troppo allargarono il Risorgimento italiano, se non per aver proceduto all’empirica e trasandati i principi scientifici che doveano governarlo. La dottrina del primato italiano è il fondamento dell’italianitá, e la trascuranza di questa dote essenzialissima partorí quasi tutti gli errori dei municipali e dei puritani. Tanto è pericoloso in politica il voler camminare senza la scorta della scienza e colla sola guida del senso volgare o comune.

Io non so che cosa intenda il signor per quelle «combinazioni politiche» che mi appone di aver trascurato. Se per esse accenna al particolare assetto della lega, degli statuti, degli ordini civili, io credo dell’averle pretermesso meritar lode, non riprensione; perché l’entrare in si fatte determinazioni prima del tempo è inopportuno, anzi ridicolo. Nelle opere di apparecchio non si dee uscire dai generali, come io feci discorrendo largamente di nazionalitá, di confederazione, di riforme, di monarchia consultativa inviata alla rappresentativa, e simili; perché il modo speciale di porre in essere tali cose dipende dai futuri accidenti che non si possono prevedere. Se poi sotto nome di «politiche combinazioni» si allude alla divisione dell’impero ottomano o a simili contingenze europee, non posso pure dolermi di essermene astenuto, sia perché esse non ebbero luogo, e perché i fatti mostrarono che il Risorgimento italiano poteva aver luogo senza di esse.

Degl’«interessi materiali» non tacqui generalmente, e non ve ne ha un solo che io non ne abbia almeno fatto menzione. Ma non mi parve di dover trattenermi a lungo sopra di essi per piú ragioni. Ciò in prima sarebbe stato superfluo, perché l’importanza di tali interessi è cosí nota, cosí trita, cosí volgare, che gli uomini per questa parte non han d’uopo di essere addottrinati. Quanto all’entrare nell’inchiesta particolarizzata di cosí fatte materie, gli stessi motivi che mi distolsero dalle minutezze politiche me lo vietarono. Oltre che, mal si affaceva all’economia del lavoro che avea per le mani il mescere alle considerazioni dei beni morali e civili (che sono i piú rilevanti, perché base degli altri, e tuttavia i piú negletti) delle intramesse sulle strade ferrate, i banchi, i traffichi, le officine, ripetendo fuor di luogo le cose dette bene e autorevolmente dagli autori che ne fanno special professione. Era bensí a proposito l’insistere anco sui progressi materiali, ogni qual volta taluno di essi fosse trasandato per la desuetudine e cadesse in acconcio il richiamarvi l’attenzione de’ miei compatrioti. E io il feci rispetto alla marinaresca e alle colonie, mostrando che per via della confederazione si poteano ravvivare in Italia queste due fonti di gloria, di potenza, di ricchezza, spente da tanto tempo. E notai la tendenza odierna a riportare il centro dei commerci nel Mediterraneo, che ne fu il primo seggio; veritá che fu poscia ripetuta da molti scrittori dentro e fuori della penisola.

Piú grave è il rimproccio che mi fa il signor pel contegno da me usato intorno a un celebre instituto. «La quistione dei gesuiti fu politicamente inopportuna, massime per i modi ch’io tenni; perché la storia delle sventure della mia patria doveva avermi appreso che non nelle divisioni ma nella concordia sola poteva essa sperare salute». Mi par gran cosa che io abbia ignorata la necessitá di questa concordia, quando essa fu il tema principale de’ miei scritti politici (e in particolare di quello che incominciò la giostra gesuitica), venne da me posta a base e a regola del Risorgimento e da niuno fu predicata con maggiore efficacia. Il che tanto è vero che prima di assalire i gesuiti io cercai di allettarli. Ma riuscito vano l’intento e chiarito col fatto che essi erano il principale ostacolo al miglioramento delle sorti italiane, conveniva rimuoverlo o deporre ogni speranza. Una veritá non dee far dimenticare le altre; e se è cosa savia l’offrir pace al nemico che può riconciliarsi, è follia l’abbracciare nelle cose di Stato il nemico implacabile. Tutto adunque si riduce a sapere se i gesuiti erano tali; e che fossero, n’ebbi non dubbia prova dall’accoglienza che fecero al mio , in cui parlavo di loro con amorevolezza. Imperocché, lodandolo in aperto, lo sfatavano in secreto; e cosí gli nocevano doppiamente, screditandolo presso i governi ed i principi coi biasimi e presso il pubblico colle lodi.

«Questa estesa e potente corporazione non era né antico né cieco istrumento austriaco, essendo anzi le questioni fra lei e quel governo da poco tempo cessate, e l’alleanza sul solo reciproco interesse basata». Ciò basta a giustificarmi; perché, avendo l’Austria e la Compagnia oggidí , non si poteva muover guerra all’una e far carezze all’altra o tacerne. Strano sarebbe l’osteggiare il minor nemico e non il maggiore; e i gesuiti, come nemici interni e corruttori degl’intelletti coll’abuso della religione, sono ed erano piú formidabili del Tedesco. Né importa che la loro alleanza fosse recente, ché io scriveva pe’ miei tempi e non per quelli di .

«La discussione e la lotta dava forza, destava l’attenzione e procacciava soccorsi a quell’instituzione e con essa al suo partito, che come tutti i partiti nelle lotte si avvalorava». I soccorsi furono cosí efficaci che il gesuitismo venne sterminato da tutta la penisola. E il suo bando sarebbe stato perpetuo senza i moltiplici errori delle sètte liberali, dei governi e dei principi che spianarono la via al ritorno. Questi errori la diedero vinta ai padri, non la polemica del mio libro, poiché questa gli avea cacciati. Senza di essa sarebbero stati in piedi; e in vece di un Risorgimento effimero, non avremmo avuto Risorgimento alcuno. Prima di scrivere i io consultai dal mio esilio alcuni italiani oculati e moderatissimi; e tutti mi risposero d’accordo ch’era vano lo sperare migliori condizioni all’Italia finché c’erano i gesuiti.

«Se i gesuiti non potevano essere tirati verso il movimento italiano, senza dubbio potevano non aversi nemici, almeno non cosí accaniti e cosí possenti nemici». Il signor non conosce i gesuiti. La libertá e la civiltá essendo la loro rovina, i padri avrebbero fatto in ogni caso tutto il loro potere per impedirne l’introduzione in Italia, e specialmente in Roma, che è il centro della loro potenza. L’opposizione loro sarebbe stata forse piú ipocrita, e quindi tanto piú nociva. — «L’esempio del Belgio potrebbe confortare questo concetto, e quanto accadde in Sicilia giustificherebbe pienamente il mio asserto». Nel Belgio la causa della libertá è, come in Irlanda, accidentalmente congiunta con quella del clero cattolico; e la Compagnia è costretta a tollerarvi gli ordini liberi, perché il potere che ci possiede ebbe origine dalla rivoluzione che gl’introdusse. Il contrario avea luogo in Italia. E tuttavia anche nel Belgio gl’influssi gesuitici nocquero e nocciono ai progressi civili. L’esempio di Sicilia conferma la mia sentenza, poiché i gesuiti non ci avrebbero fatto mostra di liberali senza il loro sfratto dall’altra Italia. La paura di perdere quell’ultimo asilo li costrinse a mutar tenore; laonde l’ipocrisia politica dei padri nell’isola nacque dagli effetti della mia polemica nella penisola. Né tale ipocrisia sarebbe durata, come non durò in Francia. L’esempio di questa è tale che toglie ogni replica, e mostra quale sarebbe stato l’esito del Risorgimento italiano (ancorché non fosse mancato per altre cause) se i gesuiti non si scacciavano. Nei princípi del quarantotto i padri e tutti i loro creati, chercuti e senza chierica, applaudirono alla nascente repubblica. Ma fin d’allora cominciarono contro di essa una guerra sorda e insidiosa, che poscia divenne aperta e ha ridotta la Francia a essere sotto forma di libertá uno dei paesi piú servi di Europa. Chi non vede che per l’Italia, posta in condizioni di gran lunga men favorevoli al vivere libero, il morbo che affligge la Francia sarebbe stato la morte? I gesuiti amici sono mille volte piú pericolosi e temibili che nemici.

«Il Gioberti apparve andar dietro agli esagerati ed ai romanzieri. Niuno ha dimenticato che in quel tempo il partito radicale faceva dei gesuiti il tema favorito delle sue declamazioni in Francia». Ma niuno pure dee aver dimenticato che in quel tempo i liberali piú moderati di Parigi erano avversi ai padri e li volevano espulsi dalla Francia. Non erano declamatori e radicali il signor che parlamentava, e il signor che spediva a Roma un legato a tal effetto, né che accettava ed eseguiva la commissione. Non era radicale e declamatore , il quale scrivea nel tempo medesimo contro i radicali e contro i gesuiti. — Ma i gesuiti aveano contro eziandio i radicali. — E che perciò? Dunque odieremo la libertá, l’uguaglianza, i progressi civili, perché i radicali ne sono amatori? Che logica è questa?

«Un libro, che avrebbe avuto e doveva avere per il bene della sua patria l’universale assenso, fu soggetto di acerbe controversie e provocò gli scritti ancora piú acerbi del padre ». E che importa, se a malgrado i contrasti bastò a rivolgere in meglio le sorti d’Italia per qualche tempo? Gli «scritti acerbi» del padre Curci furono una benedizione, poiché confermarono le conclusioni del mio, mostrando col fatto quasi in uno specchio qual sia la scienza, la creanza, il pudore, la lealtá, la morale e la religione dei buoni padri. Solo è da dolere che tali scritti non sieno stati cosí frequenti e copiosi come il bene d’Italia richiederebbe. Ce ne vorrebbe almanco uno per ogni mese. Ma cosí scarsi come furono, bastarono pure a mettere la Compagnia in cielo e ad arricchire di una nuova voce la nostra lingua, della quale il padre Curci è cosí benemerito come il padre Escobar della francese.

«Come il del aveva fatto presentire all’Austria per sé un gran pericolo, i e le polemiche che da quelli furono occasionate gliene additarono il piú efficace e sicuro rimedio». Se gli austriaci non avessero avuto altro rimedio che la Compagnia profuga, sarebbero stati freschi. I rimedi furono i príncipi e le fazioni interne, specialmente i puritani della bassa Italia e i municipali del Piemonte. Né però vinse affatto la prova, poiché dura la libertá subalpina. Or chi non vede che lo statuto sardo avrebbe giá avuta la sorte di quelli di Toscana, di Roma e di Napoli, se i gesuiti non fossero stati espulsi dal Piemonte o ci avessero fatto ritorno?

Documenti e schiarimenti II. Dei gesuiti

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Il lettore ritroverá nel mio Gesuita moderno le prove di tutte queste asserzioni. Ma per coloro che non avessero in pronto il detto libro, pongo qui sotto alcuni nuovi testi autorevoli per corroborare parecchi degli aggravi accennati nella presente opera.

. Il padre Massei racconta quelle di suo confratello; il quale, fra le altre cose, «disteso nudo sul letto si faceva colare per tutto il corpo, massimamente nel ventre, la cera bogliente». Il loda il costume di far digiunare i bambini da latte e «la bella usanza di ferirsi ogni dí di quaresima in cinque diverse parti il corpo». Vedi pure altrove. Se lo svisarsi è interdetto, quanto piú il distruggersi?

. Il padre Vincenzo Carafa, settimo generale della Compagnia, «mai non si lasciò persuadere di punto rallentare quell’aspra maniera di trattare il suo corpo alla peggio, come faceva, . Perciocché diceva: — Come non debbo io adoperare gli sproni che mi aiutino a finire in piú brieve tempo quel corso che porta fuori di queste miserie alla beatitudine di veder Dio? — E ne dava l’esempio del beato Luigi Gonzaga, che delle penitenze si valse anco ». «Venni in pensiero che io doveva con ogni maniera di mortificazioni, sí dell’anima come del corpo, maltrattarmi e non concedermi mai niente che mi fosse in piacere, e cosí odiar me stesso, eziandio se avessi ad accortarmi la vita, come fuor di ogni dubbio fece il beato Luigi Gonzaga, non che senza colpa d’indiscrezione, com’egli medesimo nel morire si protestò, ma con grande accrescimento di merito». Questo padre aveva un’umiltá singolare, poiché, interrogato «se, dovendo morire, nulla gli pungerebbe il cuore con rimordimento di coscienza, rispose: — O figliuol mio, di che vogliono aver rimorso i santi alla morte?».

. , che fu senza dubbio uno dei gesuiti piú civili e discreti del suo tempo, chiama gl’israeliti «un vil gregge d’uomini, i piú ignoranti, i piú meccanici, i piú avari, i piú bugiardi... che vivano nel nostro commercio; sordidi, viziosi, disonorati, abborriti per ogni luogo». E queste parole si leggono nella . È egli da stupire che nove vescovi del Piemonte educati a questa scuola protestassero contro la legge che accomuna alla generosa schiatta i diritti civili? Gli ebrei però non debbono averla a male, poiché il cardinale gesuita non si mostra piú gentile verso le donne, e scrive che il loro sesso, «essendo imperfetto nell’individuo, sarebbe un mostro nella spezie, se non fosse necessario a perpetuarla con la generazione; onde la natura il fe’ non fuori dell’intenzione sí come i mostri, ma intendendone per fine il generare». Non ti par egli di leggere il celebre ? E il disprezzo della donna, non che migliorare i costumi, forse non li corrompe? La riverenza del sesso frale non è un portato e un progresso del cristianesimo?

. «Pari anch’essere la consolazione dell’animo, veggendo che quelle guerre non servivano tanto a distruggere gli avversari di Fasciba quanto i nemici di Cristo. Ciò erano i bonzi... Averne Fasciba oramai quasi del tutto spento quattro delle maggiori sètte e fatto de’ lor corpi orrendo macello». Fu dato «a distruggere al fuoco il noviziato nostro e due chiese che v’avevano. Benché non senza qualche consolazione per la vendetta che una zelante e animosa donna fedele ne fece», la quale pose fuoco in un monistero e in un tempio di bonzi, «tutta giubbilante finché durò a consumarsi quel sacrificio delle sue mani». Il fatto piú enorme di questo genere che le storie rammentino è la strage degli ugonotti, nominata da Bartolomeo (apostolo). Ora il , attribuitone il primo suggerimento a san Francesco Borgia generale della Compagnia, soggiunge che «non poté il santo parlare o piú efficacemente o piú a grado del cuore di quel zelantissimo Carlo IX di Francia, a cui null’altro che la troppa brieve vita di soli venticinque anni non ancora compiuti tolse il poter ultimare l’impresa, che avea cominciata, di spegnere nella Francia il fuoco dell’eresia col sangue de’ medesimi eretici». Altrove ripete lo stesso. «I pensieri di quel zelantissimo re di spegnere col sangue degli eretici il fuoco dell’eresia, che ogni di piú si allargava in quel regno a distruggervi la fede cattolica, pochi mesi tardarono a scoprirsi nel Consiglio segreto che tenne a’ ventitré di agosto di questo medesimo anno 1572, e nell’esecuzione che se ne cominciò il dí susseguente in Parigi: né altro che la troppa brieve vita di sol venticinque anni non compiuti gli tolse di condurre a fine l’incominciato». Duole solo al buon padre che per la morte immatura del principe l’ecatombe di tante migliaia sia stata scarsa. E, a compiere l’edificazione del lettore, egli commenda la «pietá straordinaria» e la «mente capacissima» di Caterina de' Medici; e racconta che «quella gran donna» poco innanzi alla carnificina ragionò col Borgia lungamente «delle cose dell’anima», e volle «il rosario» che egli «portava a cintola».

. A quella appartengono gli amuleti e il culto dei «cuori» e delle «concezioni». Dei primi esempio stranissimo ci dá il Bartoli, dove recita di un capitano che «dovea a Dio tutte le sue vittorie come tutte fossero miracoli, perché all’entrare in campo si metteva per entro lo schienale il fusto d’una croce lunga oltre ad un braccio, tanto che ella gli avanzava sopra il cimiero». I cuori di Gesú e di Maria e la concezione immacolata di questa non bastano ai padri, ma ci aggiungono il cuore e, se non la concezione intemerata di san Giuseppe, almeno il suo purificamento in grembo alla madre. Onde il loda quei «segnalati dottori i quali affermarono esser lui stato santificato insin dal seno materno» . Non occorre aggiungere che intorno a queste divozioni il biasimo cade solamente su quello che non è approvato universalmente dalla Chiesa.

Dei fatti sovrannaturali, con cui i gesuiti e i loro clienti cercano di accreditarsi, abbiamo un saggio nei freschi miracoli di Rimini, di Fossombrone e della diocesi di Camerino, a similitudine degli avvenuti in Roma sul fine dello scorso e nel principio del presente secolo, dei quali si legge un racconto divulgato da Giangiuseppe Rossignol della Compagnia. Dal che si vede che la taumaturgia dei gesuiti non è pellegrina né in via di progresso e che, quantunque si aggiri intorno agli occhi, non è molto oculata né ragionevole.

Documenti e schiarimenti III. Lettera di Daniele Manin a Vincenzo Gioberti

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Cittadino illustre,

Iersera tardi giunse a me ed a’ miei colleghi l’indirizzo 9 corrente firmato da quindici onorevoli deputati del parlamento sardo. Questo governo non crede che gli convenga darvi risposta ufficiale.

Ond’io mi prendo la libertá di scrivere privatamente a voi, che onoro e venero per le doti altissime d’ingegno e di cuore e della cui stima sento non essere indegno; poiché se in alcune opinioni siamo discordi, concordiamo nello affetto e nello zelo per la causa nazionale e nella risoluzione di fare per essa qualunque sagrifizio, fin quello delle nostre opinioni.

Rimettere in campo quistioni politiche, e cosí introdurre un elemento di discordia nella popolazione e nella milizia mentre siamo strettamente circondati da truppe nemiche, sarebbe atto imprudente, che porrebbe in gravissimo pericolo la sicurezza di questa cittadella delle libertá italiane, la quale dall’11 agosto si mantenne e si mantiene inespugnata, perché abbiamo instaurata e conservata la concordia. Quando per opera dell’esercito sardo od altrimenti le nostre condizioni militari migliorassero, noi avremmo maggior libertá d’azione. Ma oggi sarebbe tradimento andare incontro ad un pericolo sicuro per la lusinga d’un aiuto incerto. Si ripassi il Ticino: poi parleremo.

Vogliate, prego, far gradire agli egregi vostri colleghi la significazione della viva nostra riconoscenza per l’interessamento che mostrano verso questa prode cittá e l’attestazione della nostra profonda stima.

E voi, sommo, non isdegnate nel novero de’ vostri ammiratori

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Documenti e schiarimenti IV. Dichiarazione risponsiva a uno scritto di Felice Merlo

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S. E. il signor professore Felice Merlo, ministro di grazia e giustizia, pubblicò ieri nel Risorgimento e in altri giornali una dichiarazione in cui taccia di «asserzione erronea» ciò che mi venne detto sul suo conto nell’opuscolo intitolato ; aggiungendo che io sono atto a «capacitarmene pienamente tosto, come, riflettendovi sopra, avrò riconosciuta la veritá». Invitato da queste parole, io riandai colla memoria le cose asserite; e non che «capacitarmi» di esser caduto in errore, mi sono vie piú convinto e certificato di avere esposta la «veritá» esattamente, eziandio per quanto riguarda il prelodato ministro. E mi credo in obbligo di farne pubblica fede, quantunque la cosa sia in se stessa di picciolissimo rilievo; affinché, posta in dubbio una parte, non si debiliti tutto il resto del mio discorso, e i buoni cittadini non rimettano della vigilanza opportuna rispetto a un ministero, che dee piú che mai eccitarla per la natura de’ suoi princípi e il tenor successivo del suo reggimento.

Innanzi tratto giova avvertire che il pregiudizio di smemorataggine milita assai meno contro di me che contro l’illustre opponitore. Il mio scrittarello infatti ha la data dei trenta del passato, e la dichiarazione del professore Merlo porta quella degli undici del corrente: dal che s’inferisce che io posi subito mano a redarguire l’accusa fattami (avendo impiegati quattro giorni a stendere la risposta), laddove il ministro indugiò quasi una settimana prima di ribattere la mia. Or chi non sa che quanto i fatti sono piú recenti, tanto la memoria di essi è piú fresca e piú viva? Chi non vede che, se il professore Merlo ebbe mestieri di parecchi giorni per raccapezzare la ricordanza del succeduto e stendere una protesta di poche righe, questa sola circostanza detrae molto all’autoritá delle sue parole? Se egli aveva a dolersi di me ed era ben chiaro e certo del fatto suo, perché non diede subito fuori il suo richiamo? Non è questo lo stile dei valentuomini suoi pari, ai quali pesa il menomo ritardo quando si tratta di mantenere intatto l’onore? Ché se i colleghi dell’egregio ministro volessero altresí purgarsi e procedessero ragguagliatamente colla stessa lentezza, non basterebbe lo spazio di un mese alla giustificazione di tutto il Consiglio. E siccome la memoria delle cose passate scema coll’andar del tempo, potrebbe succedere che, dove io presso la metá di settembre sono imputato di aver voluto la guerra a ogni costo, fossi convenuto verso la fine di ottobre come partigiano della pace ad ogni prezzo; e che un ministero, riputato pacifico nello scorcio della state, acquistasse credito di guerriero all’entrar dell’autunno.

La presunzione mnemonica è dunque tutta in mio favore. Altrettanto risulta dal riscontro della narrazione fatta dal professore Felice Merlo colla mia; perché quella mal si accorda col proprio tenore e con altre cose giá attestate da chi la scrisse, laddove la mia consuona seco stessa ed è corroborata dalle confessioni medesime dell’avversario. Questi infatti in una lettera dei 28 di agosto, soscritta da lui e dal conte di Revel e pubblicata nel numero 206 della Concordia, dice che esso conte «ricevette il 9 [di agosto] a sera avanzata e per istaffetta una lettera autografa di S. M., che lo incaricava di formare il ministero d’accordo col signor , quando potessero intendersi; ed in difetto, col professore Merlo». Ora i fatti susseguenti mostrarono che il conte di Ottavio Thaon di Revel non avendo potuto meco accordarsi, ed «essendosi» a meraviglia «inteso» col professore Merlo (poiché lo elesse a collega), il programma di questo dovea tanto conformarsi a quello del conte quanto il programma del conte dal mio dissentiva. E siccome il mio disparere col conte di Revel riguardava l’autonomia italiana e l’unione del Piemonte coi ducati e coi lombardoveneti, le quali io voleva mantenere intatte ed egli era pronto a intaccarle per conseguire la pace; ne segue che il professore Merlo su tali due articoli dovette concorrere colla sentenza del suo collega. Tal è la conclusione irrepugnabile, risultante dal fatto che i signori Merlo e Revel attestarono nella loro lettera, se questo fatto si riscontra colla presente composizione del Consiglio; e io non dissi altro nella mia operetta, le cui asserzioni sul conto del professore Merlo vengono in tal modo giustificate e poste in sodo dal professore medesimo.

Vero è che il professore Merlo dichiara di non avermi piú veduto «dal momento in cui il signor conte di Revel lo chiamò a sé, affinché in mia surrogazione avesse a concorrere alla formazione del ministero sino alla pubblicazione del suo programma; sicché durante tutto il tempo delle sue trattative per la combinazione ministeriale non avendo parlato con esso me, resta escluso che egli abbia potuto raffermarmi il supposto orale e primitivo programma». Ma egli basta che mi abbia raffermato il programma (non giá supposto ma reale) prima e dopo tale intervallo di tempo, non solo colle parole ma eziandio col fatto, accettando di dar opera e di appartenere a un ministero onde io era escluso pel nostro dissenso sui punti fondamentali. Se infatti sin da principio il professore Felice Merlo fu destinato a supplirmi nella formazione di quello, intendendosela col conte di Ottavio Thaon di Revel, egli è chiaro che giá si sapeva il suo consenso col conte; il che risulterá ancor piú aperto dalle cose che seguiranno. Se il professore Merlo accettò in appresso di esser collega del conte, non poteva aver massime e dottrine diverse. Egli mi dichiarò tali dottrine e tali massime nei vari colloqui ch’ebbe meco; e ciò è bastevole a mostrare che il programma orale del professore Merlo non discordava da quello del conte di Revel e del cavaliere Pinelli. Ma io temo che anche sul punto cronologico il professore non sia ingannato dalla sua memoria. Imperocché io lo vidi nell’intervallo corso tra i due abboccamenti da me avuti col conte suo collega. Ora per le ragioni accennate nel mio scritto è troppo improbabile che esso conte abbia voluto passare quei tre giorni oziosamente e che, non avendo potuto convenir meco per la composizione del ministero, non si sia a tale effetto altrove rivolto. E a chi doveva principalmente rivolgersi se non al professore Merlo, secondo la formale ingiunzione del principe? Strano sarebbe se, trovato impossibile il mio concorso, avesse lasciato passare tre giorni prima di conferir la cosa colla persona eletta dal re per cooperare in mia vece alla scelta dei nuovi ministri. Si aggiunga che quando il conte ebbe la gentilezza di venire a rivisitarmi, egli mi accennò di avere giá posto mano all’esecuzione dell’incarico ricevuto; e benché mi tacesse i nomi degli assortiti, chi vorrá credere che il professore Merlo fra essi non primeggiasse? A chi toccava la lode di essere il primogenito negli ordini del governo novello, se non all’uomo che dovea partecipare al privilegio glorioso di padre nella sua formazione?

Ma lasciamo questo da parte, come un punto accessorio e non richiesto al mantenimento della mia sentenza. Io dico nel mio opuscolo che il programma orale del conte di Revel «mi fu raffermo da due dei suoi colleghi e miei amici, il professore Merlo e il cavaliere , i quali (e specialmente il secondo) vennero da me piú volte in quei giorni e usarono lo stesso linguaggio. Il Pinelli si espresse nei termini piú efficaci e piú vivi intorno alla necessitá della pace e all’impossibilitá della guerra; il Felice Merlo fece altrettanto, benché piú concisamente». A questo mio discorso il professore Merlo oppone due osservazioni: i. che egli e i suoi colleghi volevano una pace onorevole; 2. che io voleva la guerra a ogni costo ed era alieno da ogni pratica di pace. Ascoltiamo le sue parole:

Dichiaro sull’onor mio che nei miei colloqui col signor , tenuti dopo i disastri del nostro esercito, non ho mai detto una sola parola che lasciasse supporre esser io disposto a consentire ad una pace ad ogni costo, qualora fossi per entrare in un ministero; ché per lo contrario, tanto nella prima quanto in tutte le altre successive conferenze che ebbi col signor conte di Revel per la combinazione ministeriale e cogli altri miei colleghi che di mano in mano vi si accostavano, non si parlò mai d’altro scopo che d’una pace onorevole, e niuno meglio del signor Gioberti sa quale e quanta sia la differenza tra una pace onorevole ed una pace ad ogni costo..................

Se poi il signor Gioberti supponesse avergli io raffermata l’opinione politica che egli attribuisce al predetto signor conte nella mattina del 20 agosto, in cui ebbi a visitarlo, dico che, ben lungi d’aver parlato di pace ad ogni costo, gli ho spiegato che tutta la differenza tra il pubblicato ministeriale programma e l’opinione del signor Gioberti consisteva in ciò: che il primo ammetteva la previa trattativa d’una pace onorevole, l’altro non ammetteva trattative di sorta e stava per la guerra ad ogni costo; e mi fu risposto da lui che la pace onorevole non l’avremmo ottenuta dall’Austria; ed io replicai che in tal caso il ministero non sottoscriverebbe mai ad una pace diversa.

Io non ho mai detto che il professore Merlo, il conte di Ottavio Thaon di Revel e i loro colleghi volessero una pace che nel loro concetto fosse disonorevole; anzi ho implicitamente accennato il contrario, chiamandoli nel mio «uomini onorandi e di buone intenzioni» e dando loro quelle lodi che si leggono nella mia scrittura sui . Ma si tratta di vedere se la pace, chiamata e giudicata «onorevole» dal professore Merlo e dai suoi consorti per errore non d’animo ma d’intelletto, sia veramente tale; e se non sia anzi da riputarsi ignobile e vile, chi comprenda i veri interessi d’Italia e stimi dirittamente il decoro della nazione. Qui sta il punto della controversia e non nelle parole. Ora io dico che, a giudizio di tutti i veri italiani, ignobile e vile è ogni pace che non mantenga assolutamente intatta l’autonomia italiana e inviolato il patto costitutivo del regno italico. Ciò dissi in termini espressi al professore Felice Merlo e agli altri suoi colleghi da me menzionati; ed essi in termini non meno formali dichiararono di aver per onorato un accordo che salvasse il Piemonte, ancorché offendesse l’unione contratta e l’indipendenza assoluta dell’Italia settentrionale. La dichiarazione del professore Merlo su questo capo discorda dunque solo in sembianza dal mio racconto, e consuona seco in effetto.

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