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Ragguagli di Parnaso

Traiano Boccalini · 1910 · Free in the US

14,847 words · about 1 h 2 min to read

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Author
Traiano Boccalini
Language
Italian
Published
1910
Length
14,847 words · about 1 h 2 min
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17 reader sections
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Contents (17)

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Indice

Centuria prima

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Indice

Dedica

ct ct ct ct Quel tempo che avanza alle fatiche de’ miei Commentari, che ogni giorno fabbrico sopra gli Annali e le Istorie del prencipe degli scrittori politici Cornelio Tacito, volontieri per mia ricreazione spendo nella piacevole composizione de’ Ragguagli di Parnaso; ne’ quali, scherzando sopra le passioni e i costumi degli uomini privati non meno che sopra gl’interessi e le azioni de’ prencipi grandi, nell’uno e nell’altro soggetto sensatamente mi son forzato dir daddovero. Son stato ardito presentar a V. S. illustrissima questo primo parto dell’ingegno mio debolissimo, perché essendo Ella quel mio liberalissimo mecenate, che con la viva protezione che si è degnata pigliar di me mi dá ozio di attendere a questi studi, conseguentemente ancora sue tutte vengono ad esser quelle cose che escono dalla mia penna. Conosco benissimo la molta sproporzione che è tra la grandezza di V. S. illustrissima e la bassezza del mio picciol dono; ma l’obbligo di misurar i doni con la qualitá del soggetto al quale si presentano, è solo di quelli che donano per elezione, non mio, che le presento questi frutti dello steril campo dell’ingegno mio per obbligo strettissimo che ho con esso lei, alla quale per debito di gratitudine ho consecrato tutto me stesso. Conservi Iddio lungo tempo prospera la persona di V. S. illustrissima: alla quale facendo umilissima riverenza, prego e auguro il compimento de’ suoi desidèri. Di Venezia, li 21 di settembre mdcxii.

Di V. S. illustrissima e reverendissima

umilissimo e obbligatissimo servidore

Centuria prima - A chi legge

ct Co’ gnatoni sempre famelici, i quali, benigno lettore, allora che fino alla gola hanno pieno il ventre, e che però grandemente essendo satolli delle vivande condite anco con le piú esquisite delicatezze, per dar nuovi gusti al palato, fino si sono chimerati i zuccheri bruschi; molto acconciamente possono esser assimigliati i curiosi virtuosi, voracissimi parasiti de’ libri e insaziabili pacchioni di tutte le piú saporite scienze: i quali, allora che fino all’ultima sazietá hanno crapulato i seri studi di , d’, di , di , di e di altri pregiatissimi autori, anche le ore della ricreazione che si concedono al riposo del corpo, al ristoro dell’animo, non potendo soffrire che passino senza molta utilitá, la stessa lezione di qualche piacevole composizione vogliono che tutta sia studio fruttuoso. Onde per dar sempre delicato pasto ai voraci ingegni loro, fino hanno desiderato i zuccheri bruschi di veder nelle altrui nuove e capricciose composizioni meschiato il serio col piacevole: negozio che a’ virtuosi cosí sempre è riuscito difficile, come agli alchimisti il fissare il mercurio: e il desiderio intenso che gli ambiziosi scrittori hanno di far acquisto della pubblica lode, non punto essendo inferiore all’ingorda avarizia degli alchimisti, ha cagionato che infiniti di essi piú che molto hanno chimerato e sudato per talmente congelare l’instabil mercurio di unir l’utile col dolce, ch’egli stia saldo alla botta del martello di un sodo giudicio che sia inimico della falsa alchimia delle scurrilitá. Nel numero di questi, stimolato dall’ardente sete di quella gloria della quale gl’ingegni migliori degli uomini sono idropici, mi trovo ancor io: il quale in somigliante sofistica alchimia ho soffiato piú anni, e con qual felicitá sta posto nel giudicio che ne farai tu. Questo grandemente mi consola, che se in quest’arte chimica averò gettate le bocce e ’l carbone e cosí consumato l’olio e l’opera, spero nondimeno che appresso di te non solo mi scuserá la difficultá dell’impresa e l’impossibilitá del negozio, ma che tu nel mal successo della cosa loderai quella mia buona intenzione che ho avuta, di giovarti e dilettarti: per la quale tanto ho vegliato e sudato, che in essa piú ho deteriorato la mia salute, che consumato carta e inchiostro. Né a me può apportar biasimo che l’infelice fine che in questa alchimia hanno fatta molti altri letterati, non mi abbia potuto spaventare dall’intraprender negozio di cosí certo pericolo; perché nelle virtuose imprese, che in estremo sono difficili o che all’ardir degli uomini sono impossibili, anzi lode d’animo generoso che biasimo di temeritá altrui acquista il solo aver avuto cuore di tentarle. E nella lotta che altri facesse con Ercole, assai onorata gloria riportarebbe, se, nel primo assalto non lasciandosi gettare a terra, facesse qualche ancorché debole contrasto. Di questo son sicuro, che se io, come quasi parmi di esserne certo, con questi miei Ragguagli di Parnaso non averò, come estremamente mi sono affaticato di fare, conseguito l’intento mio di in un tempo medesimo dilettarti e giovarti, a’ bell’ingegni nondimeno che verranno forse averò agevolata la strada di darti un giorno con le loro nuove e curiose invenzioni quell’util gusto, quella virtuosa dilettazione, che sommamente avendo desiderato, non ho saputo né potuto conseguir io. Né questo spero indarno; perché l’obbligo della presente tanto facil navigazione alle ricche Indie non tanto abbiamo al primo fortunatissimo scopritor di esse , quanto ad , a Ferrante Magaglianes e a quei moderni piloti che con le coraggiose navigazioni loro le hanno data compita perfezione. E l’incomparabil beneficio della stampa, invenzione di cosí gran meraviglia, non tanto riconosciamo da quell’immortal cavaliere Giovanni Magontino, primo ritrovatore di essa, quanto da quelli che con l’industria delle ben impiegate fatiche loro, di rozza che nel suo primo principio ella era, l’hanno ridotta a quella isquisita perfezione che ora vediamo e godiamo: essendo verissimo il detto del magno Tacito, che sempre ha ricco raccolto di lodi colui che semina fatiche virtuose: mercé che largamente con liberalissima mano «suum cuique decus posteritas rependit».

Centuria prima - Ragguaglio I

ct L’universitá de’ politici apre un fondaco in Parnaso, nel quale si vendono diverse merci utili al virtuoso vivere dei letterati.

Il negozio che l’universitá de’ politici per tanti mesi ha trattato con questi ministri camerali, di poter aprire in Parnaso un pubblico fondaco della lor nazione, con amplissimi privilegi per li politici, la settimana passata fu concluso e stabilito; i quali ieri nella piazza del mercato fecero una pomposa e molto ricca mostra di tutte le merci delle quali gli uomini hanno necessitá maggiore: e cosí come il menante non si terrá a fatica il notar qui le piú principali, cosí fermamente crede che a’ galantuomini non sará discaro il leggerle.

Primieramente dunque in quel mirabil fondaco si vende copia grande di borra, dalle persone di bassa mano tenuta vile, ma a gran prezzo comperata dagli uomini sensati di corte; i quali hanno conosciuto che ella è cimatura di quei preziosi panni della prudenza che gli uomini saggi fabbricano con la soprafina lana della tolleranza, e serve per empir i basti della servitú, affine che dolcemente calchino nella schiena dei miseri cortigiani e non facciano loro quei guidareschi, che bruttissimi si veggono in quei, i quali, con tutto che capitai nemici si conoscano delle fatiche, s’inducono nondimeno ad andar in corte con sicura speranza di darvisi buon tempo e di comandar ad altri nel proprio servigio. Per cosa molto singolare è stato notato da molti, che di tanto preziosa borra hanno^fatta compra molto grande alcuni giovani, i quali, con tutto che vivano nelle case loro paterne, di essa nondimeno hanno empiuti alcuni basti piccioli, a’ quali si assuefanno nel servigio delle case private: tutto affine di non andar nelle corti poliedri, e nel ricever la prima volta il pesante basto della servitú cortigiana, assicurarsi di non far quei pazzi spropositi che violentano i maestri di casa, severi cozzoni delle corti, a dar loro crudelissime nervate di amari disgusti, per indurli alla tolleranza di quel faticoso servigio.

Nel medesimo fondaco si vende ancora copia molto grande di pennelli, eccellentissimi per quei prencipi che nelle urgenti occasioni loro sono forzati dipinger ai popoli il bianco per lo nero; e benché questa sia mercatanzia solo da prencipi, se ne proveggono nondimeno anche quegli uomini falsi, che, stando sul traffico delle apparenze, non ad altro attendono che all’infame professione di ridere, d’ingannare e di aggirar la semplice brigata con le belle parole e co’ cattivi fatti.

Tengono ancora numero infinito di occhiali di mirabili e diversissime virtudi; percioché alcuni servono per far veder lume a quegli uomini salaci, a’ quali nel furor delle libidini di modo si scorta la vista, che non discernono l’onor dal vituperio, non riconoscono l’amico dal nemico, lo straniere dal parente, né altra cosa che meriti che gli sia portato rispetto. Cosí grande è lo spaccio che quei mercatanti politici fanno di simil sorte di occhiali, che si è venuto in chiara cognizione che rari sono gli uomini che nelle cose carnali abbiano buona vista.

Alcuni occhiali poi vi sono i quali servono per altrui non far veder lume; e gli stessi politici affermano che, se bene agli uomini tutti, particolarmente nondimeno ai cortigiani piú sono necessari di quei della vista lontana: mercé che avanti gli occhi dei galantuomini spesse volte si parano cose oltra modo spiacevoli; e perché il voltar loro le spalle spesse volte è un tirarsi addosso l’ira degli uomini potenti, il rimirarle è un crudelmente martorizzar se stesso. Il porsi in quella occasione cosí mirabili occhiali al naso, opera che altri libera se stesso dal travaglio di veder le cose stomacose di questo mondaccio tanto corrotto, e alla sciocca brigata si fa credere che altri voglia rimirarle con maggior accuratezza. Altri occhiali servono per conservar la vista a quei poco amorevoli, a’ quali, lo stesso primo giorno della nuova dignitá ricevuta, ella grandemente fino al termine dell’ingratitudine s’ingrossa; dicono quei politici del fondaco, che sono fabbricati con la preciosa materia della tenace memoria de’ benefici ricevuti, e della ricordanza della passata amicizia.

Ma mirabilissimi sono quegli occhiali fabbricati con maestria tale, che altrui fanno parer le pulci elefanti, i pigmei giganti; questi avidamente sono comperati da alcuni soggetti grandi, i quali, ponendoli poi al naso dei loro sfortunati cortigiani, tanto alterano la vista di quei miseri, che rimunerazione di cinquecento scudi di rendita stimano il vil favoruccio che dal padrone venga loro posta la mano nella spalla, o l’esser da lui rimirati con un ghigno, ancor che artificioso e fatto per forza.

Ma gli occhiali ultimamente inventati in Fiandra, a gran prezzo sono comperati dagli stessi gran personaggi e poi donati ai loro cortigiani; i quali, adoperati da essi, fanno parer loro vicinissimi quei premi e quelle dignitadi alle quali non giunge la vista loro, e forse non arriverá l’etá.

Oltre a ciò, nello stesso fondaco, ma però a prezzo carissimo, si vendono gli occhi umani; e sono di ammiranda virtú, poiché non è possibil credere quanto altri migliori le cose proprie, quando le rimira con gli occhi d’altri. Anzi gli stessi politici sopra la coscienza loro affermano che non con altro istrumento altri meglio può giunger alla felicitá di conseguir quella eccellentissima virtú, tanto ambita dagli uomini grandi, del «nosce te ipsum».

Si vendono anche in quel fondaco alcuni compassi: non giá fabbricati di argento, di ottone o di acciaio, ma del puro interesse della piú soprafina riputazione, che si trovi in tutta la miniera dell’onore: e sono mirabilissimi per misurar con essi le proprie azioni; poiché l’esperienza chiaramente ha fatto conoscer ad ognuno, che i compassi fabbricati della vil materia del capriccio e del solo interesse, poco giusti riescono a quelli che ne’ negozi loro desiderano tirar le linee parallele: oltre che simili compassi, a quelli che esattamente posseggono l’arte di ben saperli operare, molto eccellenti riescono per pigliar le misure giuste della latitudine di quei fossi, che altri per sua reputazione è forzato saltar netto, senza correr pericolo di cader nel mezzo di essi e vergognosamente seppellirsi vivo nel fango del l’imprudenza; né con altro istrumento quei scialacquoni che, avendo la borsa da privato, vogliono far spese da prencipe, meglio imparano la necessaria virtú di far il passo conforme alla gamba, che con questi compassi.

Vendono anche gli stessi politici numero grande di bussole usate dagli agrimensori: le quali piú che necessarie sono per ben squadrar prima per tutti i versi quelli co’ quali altri deve trattar negozi gravi o conferir secreti importanti.

Gran spaccio si fa anco in quel fondaco di alcuni ferri, che molto somigliano quei che spesso sono adoperati dai chirurghi e dai cavadenti; e servono per slargar le fauci a quegli infelici cortigiani, che, della necessitá dovendo far virtú, spesse volte sono forzati inghiottir grosse cocozze in vece di picciole pillole masticine.

Tengono ancora copia grande di scope, fatte di circonspezione; delle quali i piú accorti cortigiani si pro veggono per diligentemente nettar mattina e sera le scale da quelle pericolose fave che vi seminano alcuni maligni, che, maggior gusto sentendo in guastar i fatti altrui che in accommodar i propri, solo si esercitano nel vergognoso mestiere di far romper il collo alla riputazione degli uomini onorati.

Nel medesimo fondaco si vende ancora, ma a peso di oro, il finissimo inchiostro, molto piú prezioso dell’azzurro oltramarino, il quale, dalle penne dei letterati scrittori virtuosamente disteso nelle carte, serve per imbalsamar e render odoriferi i cadaveri dei virtuosi, ove quei degl’ignoranti gettano insopportabil fetore e presto si convertono in cenere; e con questo solo inchiostro nella memoria delle genti si eterna quel nome degli uomini letterati, che in quei che non sanno, subito muore che chiudono gli occhi: balsamo per certo di virtú sopra umana, poiché quei che se ne ungono vivono ancor che muoiano, e dal mondo solo partendosi col corpo, eternamente vi stanziano con la memoria degli scritti loro. Somma grande di danaro cavano ancora quei politici da un olio che vendono, piú volte stato sperimentato esquisitissimo per corroborar lo stomaco de’ cortigiani: affine che, senza indebolir la complessione della pazienza, gli sfortunati francamente possano digerir gli amari disgusti che cosí spesso sono forzati inghiottir nelle corti.

Vendono ancora in alcune picciole ampolle di vetro — e di queste il menante che scrive le presenti cose è stato fortunato di averne una per onesto prezzo — l’odorifero sudor umano, mirabilissimo per profumar quei che con la fragranza dei muschi e dei zibetti delle onorate fatiche loro vogliono poter con la penna in mano comparir tra gli uomini letterati.

Gran spaccio si fa ancora in quel fondaco di alcuni morselletti fatti di finissima pasta reale, molto eccellenti per aguzzar l’appetito di certi ostinati stoici: affine che con somma aviditá sappiano mangiar quelle stomachezze di questo mondo, le quali, con tutto che altrui muovano nausea grande e affatto repugnino al gusto degli uomini buoni, altri nondimeno, per non tirarsi addosso l’ira dei piú potenti e cosí sconcertar le cose proprie, è forzato far ostentazione di sommamente bramarle, e con aviditá grande mangiarle con rabbia di fame.

Di piú si veggono ancora in quella bottega molto grandi vasi di confetti muschiati: ottimi per far odorar il fiato ai secretali, ai consiglieri, a quei senatori delle republiche, che sono obbligati lasciarsi infracidar i secreti in corpo.

In un magazzino poi spartato vendono pastoie da cavalli, fabbricate del ferro della maturitá; e con tutto che da alcuni poco saggi, come istrumenti da bestie, grandemente siano abbonite, gli uomini nondimeno accorti le hanno poste in cosí gran credito, che a molto caro prezzo sono comperate da quegl’ingegni precipitosi che, in sommo spavento avendo la giudiziosa maturitá del procaccio, tutte le faccende loro precipitosamente si dilettano incamminare e fornire per le poste.

Ma niuna altra mercatanzia di quel ricco fondaco ha spaccio maggiore di alcuni ventagli fabbricati non giá di penne di struzzo, di pavone o di altro piú ben colorato uccello, ma di erbe e di fiori; e perché messer Andrea Mattioli, erbolario delfico, tra que’ fiori e quelle erbe ha riconosciuto l’infernal nappello retino, gli accorti virtuosi di Parnaso sono venuti in chiara cognizione che quei misteriosi ventagli non giá servono per altrui far fresco nel caldo della state, ma per cacciar quelle fastidiose mosche dal naso, le quali alcuni mal accorti avendo voluto levarsi con la violenza del pugnale, da loro stessi vergognosamente lo si sono tagliato.

Centuria prima - Ragguaglio II

ct L’ordinaria guardia del territorio di Parnaso, avendo fatto cattura di un poetaccio capitalmente sbandito da Parnaso, gli trova nelle calze un mazzo di carte da giuocare; le quali vedute da Apollo, ordina ch’egli nelle pubbliche scuole legga il giuoco del trionfetto.

Affine che gl’ignoranti con la lordura degli animi loro sopramodo sporchi non profanino i virtuosi luoghi di Parnaso, sono giá molti anni che Apollo fece venir di Sicilia due compagnie di poeti frottolanti e barzellanti, uomini arrischiati nella rima e valenti coi concetti in mano: officio de’ quali è perpetuamente scorrer il paese e tener netta la campagna. Questi, otto giorni sono, fecero prigione un poetaccio capitalmente sbandito da Parnaso, al quale con tutto che fosse stato interdetto l’uso dei libri e l’esercizio della penna, egli nondimeno, al dispetto di Apollo e in dispregio delle serenissime muse, tutto il giorno si vedeva sporcar le carte di versi e fino pretender il sovrano nome di poeta.

Aggravò il demerito di quell’uomo miserabile un mazzo di carte da giuocare che gli sbirri, mentre lo cercavano, gli trovarono nelle calze: le quali, per esser mero vizio, portano con esso loro la pena capitale; onde subito essendo state portate ad Apollo, egli sommamente rimase maravigliato della brutta invenzione che hanno saputo ritrovar i viziosi, per gettar il tempo, consumar la riputazione e le facoltadi. Ma molto maggiore si fece lo stupore di Sua Maestá, quando intese che tant’oltre era passata la sciocchezza degli uomini, che chiamavano giuoco quella cosa nella quale tanto crudelmente si fa daddovero, e che dilettazione, trastullo e passatempo stimavano il metter in compromesso quel danaro che si acquista con tanti sudori e che serve a tante cose, che senza lui il moderno mondo riputarebbe Aristotile un ignorante, Alessandro Magno un plebeo. A costui chiese Apollo qual giuoco delle carte sopra tutti gli altri piú gli era familiare; e perché ei gli rispose esser il trionfetto, Apollo gli comandò che lo giuo- casse: e avendo egli ubbidito, non cosí tosto penetrò Sua Maestá i cupi magisteri di simil giuoco, che esclamò il giuoco del trionfetto esser la vera filosofia dei cortigiani, la necessarissima scienza che doveano apprender gli uomini tutti che non voleano viver alla balorda; e mostrando che molto gli dispiacesse raffronto che era stato fatto a quell’uomo, prima l’onorò col nome di virtuoso, e appresso, avendolo fatto sciorre, comandò ai bidelli che la mattina seguente aprissero un particolar ginnasio, dove col salario di cinquecento scudi Tanno quell’uomo singolare per pubblico benefizio dovesse leggere il prestantissimo giuoco del trionfetto, e sotto gravissime pene impose ai platonici, ai peripatetici, a tutti i filosofi morali e ad ogn’altro virtuoso di Parnaso, che dovessero apprendere scienza tanto necessaria: la quale acciò non cadesse loro dalla memoria, gli obbligò ad esercitarsi in quel giuoco un’ora del giorno.

Ancor che ai letterati cosa molto strana paresse che da un giuoco vilissimo da sbirri fosse stato possibile cavar documento alcuno utile alla vita degli uomini, sapendo nondimeno tutti che Sua Maestá giammai non comandò cosa che a’ suoi virtuosi non apportasse frutto grandissimo, cosí volontieri ubbidirono, che la scuola di quel giuoco fu frequentatissima. Ma come prima i letterati scoprirono i magisteri cupi, i secreti reconditi e gli artifici ammirandi dell’eccellentissimo giuoco del trionfetto, fino all’ottavo cielo commendarono l’alto giudizio di Sua Maestá, celebrando e magnificando per tutto, che né la filosofia, né la poetica, né le mattematiche, né l’astrologia e le altre piú pregiate scienze, ma che solo il mirabilissimo giuoco del trionfetto, a quelli particolarmente che negoziavano nelle corti, insegnava l’importantissimo secreto, che ogni cartaccia di trionfo piglia tutte le piú belle figure.

Centuria prima - Ragguaglio LXI

ct Domizio Corbulone, per alcune parole dette da lui nel suo governo di Pindo, le quali prima per pubblico editto da Apollo erano state dichiarate tiranniche, dalla quarantia criminale severamente essendo processato, con molta sua lode alla fine vien liberato.

Percioché la cittá di Pindo e tutto il suo popolatissimo tenitorio, per la soverchia piacevolezza usata da alcuni governatori che per lo passato vi sono stati, si era empiuta di numero grandissimo di sicari e di pericolose fazioni, le quali grandemente inquietavano la pace de’ buoni, la maestá d’Apollo, per frenar con l’esemplar castigo de’ piú sediziosi tanta licenza de’ suoi sudditi, due mesi sono mandò a quel governo il rigorosissimo Domizio Corbulone: il quale in pochi giorni si portò di modo, che da una somma sedizione in una pacifica quiete ridusse il popolo di quello Stato. Ed occorse che, chiedendo egli ad alcuni suoi confidenti in qual concetto egli fosse del popolo, liberamente gli fu risposto che il rigore che avea usato contro molti, di modo avea spaventato l’universale, che tutti l’odiavano. Per quella risposta fuor di modo si rallegrò Corbulone, e a quei suoi amorevoli rispose le trite parole: — «Oderint, dum metuant»: — le quali, come delitto capitalissimo, subito furono riportate ad Apollo. Malamente sentí Sua Maestá cosí atroce accusa, e commise la causa alla quarantia criminale: e perché per decreto di Sua Maestá, pubblicato molto tempo prima, è stato dichiarato che qualsivoglia prencipe, per legittimo, per naturale e per ereditario ch’egli si sia, che avesse ardito dir parole tanto insolenti e temerarie, incontanente incorresse nella pena d’esser tenuto, avuto e riputato un abbominevolissimo tiranno, e che gli officiali che, anco per inavvertenza, le si fossero lasciate uscir di bocca, venissero puniti di pena capitale, Corbulone dalla quarantia criminale fu citato ad informar la corte. Il quale il giorno seguente comparve avanti i giudici, da’ quali con severitá grande fu la causa ventilata; e mentre il popolo tutto di Parnaso aspettava di veder qualche rigorosa dimostrazione contro quell’officiale, favoritissimamente con participazione di Sua Maestá fu veduto essere assoluto, e con molto maggiore autoritá rimandato al suo governo. Avendo quei signori della quarantia dichiarato che ne’ prencipi che hanno il miele della grazia in mano, quelle parole erano vergognosissime e affatto tiranniche: onoratissime, in bocca di un officiale che non altro ha in poter suo, che il solo odioso aculeo della giustizia; quel prencipe veramente essendo mirabile, che da’ suoi popoli sa farsi amare e riverire: quell’officiale sufficientissimo, che ha genio da farsi temere e ubbidire.

Centuria prima - Ragguaglio LXII

ct Per la promozione di Diogene cinico a grado maggiore essendo vacata l’onorata cattedra della tranquillitá della vita privata, Apollo ne provede il famoso filosofo Crate, che la rifiuta.

Diogene cinico, quegli che per tanti anni con molto frutto universale e infinita sua gloria particolare ha esercitato il carico di lodar nella pubblica cattedra di queste scuole la povertá, la solitudine e la quiete dell’animo, per le persuasioni del quale lo stesso Attalo, re de’ tesori, fece quell’ammirabile risoluzione di gettar le sue ricchezze per abbracciar la setta stoica, che in Parnaso è stata di tanta edificazione, due mesi sono per li suoi grandissimi meriti fu esaltato alla sublime dignitá di arcifanfano delle serenissime muse. Onde cosí nobil luogo essendo rimaso vuoto, Sua Maestá lo diede al famoso Crate; il quale ier mattina andò ad Apollo, e contro l’aspettazion d’ognuno rifiutò cosí nobil carico, liberamente dicendo che, per la promozion di Diogene a quella immensa dignitá grandemente essendo stata deturpata la cattedra della povertá e della quiete dell’animo, non gli dava il cuore di poter esercitar l’officio suo con quell’ardore, con quella schiettezza e semplicitá di cuore, che ricercava il bisogno di quel carico: percioché il primo giorno ch’egli si fosse posto ad esercitarlo, di necessitá si sarebbe gonfio d’ambizione, e in lui sarebbe entrato quell’ardentissimo desiderio d’ottener la medesima dignitá che avea conseguita il suo antecessore, che dall’animo suo, ancorché compostissimo, avrebbe cacciata quella semplicitá, che ai concionatori fa ragionar col cuore, non con la bocca: e che la necessitá dell’ambizione e la violenza del desiderio nasceva non da vizio, ma da quell’onorato zelo, che anco i piú mortificati filosofi di Parnaso hanno intensissimo della loro riputazione. Percioché quando in progresso di tempo da Sua Maestá non avesse ricevuti gli onori medesimi ch’erano stati fatti a Diogene, il mondo avrebbe giudicato il tutto accadere, non per sua umiltá, non perché egli di tutto cuore ai pubblici magistrati anteponesse la vita privata, la quiete a’ negozi, la povertá alle ricchezze: ma perché Sua Maestá in lui non avea trovati quei meriti, che avea conosciuti in Diogene. Di maniera tale che, con l’animo tanto commosso e alterato dalla violenza dell’ambizione, non gli dava il cuore, con speranza di far frutto, di predicar le lodi eccellentissime dell’umiltá, del disprezzo delle ricchezze, e della vanitá delle grandezze mondane; non essendo possibile che si trovi uomo alcuno di cosí efficace eloquenza, che sia sufficiente a persuader altrui quella sorte di vita, che gli ascoltanti conoscono essere abborrita da chi la predica.

Centuria prima - Ragguaglio LXIII

ct Molti popoli, consumati da’ lussi delle mense e dalle pompe del vestire, per moderar tanti dispendi, chieggono la prammatica ai prencipi loro; e non l’ottengono.

I popoli soggetti ai prencipi che risiedono in Parnaso, essendo venuti in cognizione che i lussi e le vanitadi del vestir moderno talmente sono cresciute, che non si trova patrimonio, per grande ch’egli si sia, che la vanita delle donne e l’ambizione degli uomini in poco tempo non mandino in ultima perdizione, e chiaramente conoscendo che i disordini delle pompe, giá salite tant’oltre, che l’intiera dote, ancorché esorbitantemente grande, non arriva a comprar le sole gioie per una giovane che si marita, sono la sola cagione perché i padri piú non possono maritar le figliuole loro; ed essendosi anco notato che le delizie della gola da alcuni anni in qua cosí bruttamente si sono avanzate, che la moderna crapula diserta quelle famiglie che l’antica parsimonia fece grandi, pochi giorni sono di comun consenso si presentarono tutti avanti i prencipi loro, a’ quali fecero stretta instanza che qualche utile rimedio si porgesse all’evidente rovina loro. Gratissima a tutti i prencipi fu la risoluzion fatta da’ popoli loro; e allora fu che conobbero verissimo quello che hanno scritto molti, che le prammatiche solo allora devono esser pubblicate a’ popoli, che essi stessi instantemente le ’chieggono: poiché, quando contro lor volontá sono comandate, rade volte producon frutto buono, mercé che la prodigalitá non prima spaventa i scialacquatori, che essi in faccia non abbiano veduto l’orrendo e spaventevol mostro della povertá. Tutti i prencipi dunque di comun consenso, da uomini intendentissimi, fecero far molto eccellenti prammatiche: nelle quali, risecati i lussi e le cose superflue, solo si vedeva il decoro e la riputazione del vestir onorato, e v’era il gusto e le delizie del mangiar per vivere, non di crapular per mandar in rovina la vita e le facultá. E poiché opera tanto desiderata fu condotta al suo fine, i prencipi comandarono che alli diciotto del corrente fosse pubblicata; ma accadette che la sera delli dicessette i gabellieri, gli affittuali e i daziari si presentarono tutti avanti i prencipi loro, a’ quali dissero che quando avessero fatta pubblicar la prammatica che intendevano essere stata compilata, domandavano difalco alle gravi imposte che pagavano: percioché le maggiori rendite delle gabelle cavandosi tutte dalle sete che venivano di Napoli, dagli orifilati che erano portati da Firenze, da’ drappi pomposissimi che erano fabbricati in Milano e da altre delizie appartenenti al vestire e al viver degli uomini, che da paesi lontani erano portate, per quella prammatica le dogane infinitamente venivano a calar di prezzo. Tanto confusi per cosí fatto avviso rimasero i prencipi, che la mattina vegnente, allora che i deputati delle nazioni comparvero per ricever l’editto che dovea esser pubblicato, risposero loro che, avendo essi uditi i giusti richiami de’ loro daziari, meglio informati di tutto il negozio della prammatica, risolveano di non voler in modo alcuno difformar le cose proprie per riformar le altrui: che vedessero d’inventar qualche prammatica che non toccasse gl’interessi loro, che per la sviscerata caritá e per la patema dilezione ch’eglino aveano verso i loro fidelissimi vas-^ salii, avrebbono data loro ogni possibil soddisfazione: ma che il voler votare la borsa pubblica per empir la privata, era desiderio fraudolente e in tutto contrario a quella ben ordinata caritá, che stima azion crudele spolpar se stesso per ingrassar altri. Per cosí risoluta e interessata risposta molto sconsolate e afflitte si partirono quelle genti; e confessarono tutte che il sanar i disordini de’ popoli, allora che la medicina qualche poco offendeva gl’interessi delle pubbliche gabelle, erano cure disperate, cancheri immedicabili.

Centuria seconda

ct ct ct ct ct

Indice

Dedica

ct ct ct ct È incredibile quanto la facilità della stampa abbia difficultato il negozio dello stampare, perché questa da morte a vita non solo ha risuscitati gli scritti, consumati già dalla vecchiezza e lacerati dal tempo, dei più famosi letterati antichi, ma di cosi gran quantità ha empiuto il mondo de’ nuovi, che gli amatori delle buone lettere con pochi danari hanno potuto provedersi di una molto numerosa supellettile di libri: cosa che ha cagionato che in infinito sia cresciuto il numero de’ virtuosi, dai quali felicemente essendo stata maneggiata la penna, hanno occupati i luoghi tutti dello scrivere anco più curiosi; e perché con la moltitudine delle materie ne’ letterati anzi si accende che punto si estingua la sete che perpetua hanno di sapere, gl’infiniti volumi delle dotte fatiche altrui hanno cagionato che il gusto de’ virtuosi non solo in una soverchia esquisitezza sopramodo si sia alterato, ma ch’abbia prorotto in una inesplebile aviditá di sempre voler cose nuove. Di maniera tale, che in questi tempi presenti quelli che con gli scritti loro vogliono eternarsi nella memoria degli uomini, fa bisogno che navighino fino alle Indie, se alla mensa dei tanto svogliati letterati moderni vogliono portar frutto alcuno che da essi sia ricevuto con applauso, gustato con piacere. Delle cose politiche e morali seriamente hanno scritto molti begl’ingegni italiani, e bene; con gli scherzi e con le piacevolezze, niuno, ch’io sappia. Questa piazza come vota, questa materia come nuova mi son forzato di occupare e di trattar io, con quella felicitá che dirá il mondo. È ben vero che l’impresa altrettanto mi è riuscita difficile, quanto i piú saggi letterati negocio, se non impossibile, molto arduo almeno hanno sempre provato dilettar con le facezie il lettore e non lo stomacar con le buffonerie; trattar materie alte e servirsi di concetti bassi; parlar di uno e intender di un altro; scoprirsi e non volere esser veduto; dir de’ sali e non inciampar nelle insipidezze; punger con la satira e non mordere con la maledicenza; scherzare e dir daddovero; trattar cose politiche e non offender chi domina; nelle persone degli uomini morti riprender i vizi de’ vivi; con modesto artificio ne’ tempi passati censurar le corruttele del secolo presente, e in un medesimo suggetto far quella gran forza di Ercole, quell’ultima gagliardia dell’ingegno umano, che altrui acquista la vera corona della lode, di mischiar l’utile col dolce. E benché agli uomini circonspetti e zelanti della propria riputazione ninna altra risoluzione apporti spavento maggiore, che venire all’atto tremendo di pubblicar al mondo le proprie fatiche e sottoporle al giudici© universale degli uomini, altrettanto vari ne’ capricci, quanto grandemente severi nelle censure; io nondimeno con animo franco e con sicura speranza di recar onorato grido al nome mio, non giá persuaso dagli amici o comandato da’ padroni, come in somigliante occasione hanno detto molti, ma volontariamente e di mio moto proprio mando questi miei scritti alla luce del mondo, accioché sieno letti dagl’ingegni piú curiosi. Né questa confidenza che tengo di me e delie cose mie, nasce perché io confidi dell’ingegno mio, da me conosciuto meno che mediocre, piú di quello che si conviene ad un uomo modesto; ma perché, per utili e curiose avendo V. S. illustrissima approvate queste mie vigilie, mi rendo sicuro che non si troverá uomo che non sia per stimare atto di somma temeritá l’ardire di censurarle: prencipe, nel quale l’altezza dell’ingegno, l’esquisitezza del giudicio, la copia di tutte le piú scelte scienze si vede che sono uguali alla grandezza del sangue, alla ricchezza del patrimonio col quale Iddio l’ha fatta nascere in questo mondo, che non solo io, al quale per essere nato servidore l’affezione può abbagliare il giudicio, ma ognuno che l’ode discorrere sopra qualsivoglia materia piú elegante, talmente di V. S. illustrissima rimane ammirato, nonché appagato, che a piena bocca la celebra per uno di quei ben sensati libri vivi, che in poco tempo fanno dotti quelli che hanno fortuna di sentirli ragionare. Miracolo altrettanto maggiore, quanto in questi tempi presenti, ne’ quali la somma felicitá degli uomini vien posta nel posseder molto, non nel saper assai, il veder un prencipe suo pari che veramente meriti il nobilissimo titolo di letterato, è tenuto portento rarissimo, mostro di natura singolare: e pur V. S. illustrissima fino dalla sua prima fanciullezza cosí sempre ha sudato per fare acquisto delle virtudi, e cosí vi si affatica ora, come se queste avessero dovuto essere il suo piú ricco patrimonio, e ora le acquistassero non solo il vitto, ma la riputazione. Ma, ritornando agl’interessi miei, son forzato palesar a V. S. illustrissima certo scrupolo che alcuna volta mi nasce nell’animo, il quale grandemente mi fa dubitare della certezza dell’esito felice di queste mie fatiche: ed è ch’Ella, di sicurissimo giudicio nella censura di qualsivoglia sorte di composizione, facilmente si sia potuta ingannare nelle cose mie. Grande appresso di me è la ragione che cosí m’induce a dubitare, perché nella lunga pratica ch’io ho di lei, piú volte mi sono avveduto ch’Ella di modo svisceratamente si affeziona a que’ suoi amorevoli che conosce innamorati delle virtú, che la passione dell’amore fino ha operato che nelle cose loro Ella non ha vedute quelle imperfezioni che esquisitamente averebbe notate nelle altrui. Ma, quando da questa soprabbondanza di amore di V. S. illustrissima verso me e le cose mie debba nascere il mio biasimo, mi rendo certo che quegli a’ quali queste mie fatiche capiteranno nelle mani, di modo rimarranno maravigliati dal vedere che in questa etá, nella quale vivono molti uomini segnalati che fino sono giunti alla vergogna di farsi idoli persone ignorantissime, se ne truovi uno che sia giunto alla virtú di talmente perdersi nell’amare i seguaci delle buone lettere, che a me abbia tollerata l’arditezza di metter in compromesso la riputazione di un suo pari per salvar la mia, che magnificheranno l’eccesso di V. S. illustrissima ed iscuseranno gli errori miei. Accetti V. S. illustrissima con la solita sua benignitá il picciol dono di questi miei sudori che ora le porge l’animo mio grande; e consenta che incontro ai gravissimi debiti ch’io ho con esso lei, possa notar questa picciola partita a credito mio. Il che le chieggo non giá per desiderio ch’io abbia di disobbligarmi da lei, ma per gustar la dolcezza che sentono gli onorati servidori, quando verso i benefici padroni loro esercitano la tanto lodevole virtú della gratitudine. Prosperi Iddio lungo tempo la persona di V, S. illustrissima, alla quale con ogni riverenza bacio la mano. Da Venezia, li 21 di settembre mdcxiii.

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