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Fra Bonvesino
ct ct Sulla vita dell’umile fraticello milanese ben poche notizie son giunte a noi; ma non v’è ragion di dolersene: egli è tutto ne’ suoi scritti: quando avremo letto un saggio delle sue candide poesie e l’affettuoso elogio della sua città, lo avremo pienamente conosciuto e ce lo sentiremo vicino come un amico di cui ci sian noti e cari i più riposti sentimenti.
Fino allo scorcio del passato secolo le uniche fonti per la sua biografia erano alcuni vaghi accenni nelle cronache milanesi di , un epitaffio sulla sua tomba nella chiesa di S. Francesco in Milano, tramadatoci da scrittori del secolo XVII che lo avevano potuto leggere prima della sua dispersione avvenuta probabilmente nel 1698 quando la vecchia chiesa rovinò, e due cronache dei frati Umiliati del secolo XV riferite dal .
Il , pur avendone saccheggiato l’operetta sulle grandezze di Milano, non seppe o non volle dir altro di lui se non che era frater tertii Ordinis, senza neppur aggiungere di qual Ordine monastico sia stato terziario. L’epitaffio suona così: Johannes de Ripa P. — hic jacet — F. Bonvicinus de Ripa — de Ordine tertio Humiliatorum — doctor in gramatica — qui construxit hospitale de Legniano — qui composuit multa vulgaria — qui primus fecit pulsare campanas ad Ave Maria — Mediolani et in Comitatu — dicatur Ave Maria pro anima eius.
Secondo questa iscrizione, posta sul sepolcro da quel Giovanni Riva, Bonvesino, dottore in grammatica, avrebbe appartenuto all’Ordine degli umiliati, avrebbe fondato l’ospedale di S. Erasmo in Legnano, avrebbe pel primo introdotto nella città e nel contado di Milano il segnale dell’ave Maria dato dalle campane. Le due cronache, in un rapido accenno, concordano coll’epitaffio chiamando Bonvesino frate del terz’Ordine degli Umiliati.
Ma nel 1886 vennero in luce due suoi testamenti i quali apportarono qualche notizia nuova e precisa, offrirono argomenti per rettificare quelle tramandate dalle fonti anteriori, e delinearono in certo modo la figura morale di lui: l’uno del 18 ottobre 1304, l’altro del 5 gennaio 1313. Poichè in quest’ultimo Bonvesino, figlio di Pietro della Riva, si dice senex et aeger, vecchio ed ammalato, possiam supporre abbia allora avuto settant’anni, poco più poco meno, e, per conseguenza, sia nato intorno al 1240. Si rileva inoltre che egli era maestro (magister si chiama non doctor) di grammatica, che era frate terziario, di qual Ordine pur troppo non è detto, il che non gli impedì d’ammogliarsi due volte, dapprima con madonna Benghedisia, morta prima del 1304, poi con madonna Floramonte, morta sicuramente prima del 1313; si rileva che doveva godere d’una certa agiatezza possedendo una casa in porta Ticinese nella parrocchia di S. Sisto, e tre fuori di porta Tosa nel luogo detto la Brera del Gallo; case per altro modeste come eran quasi tutte a quel tempo in Milano, dacchè una di queste ultime era affittata per quaranta soldi di terzoli all’anno. Negli ultimi anni dovette ritirarsi dall’insegnamento; infatti non son più menzionati nel secondo testamento la cattedra e i banchi ricordati nel primo, nè i libri di sua proprietà che nel primo ordinava si vendessero a profitto del convento dei frati minori (francescani) nè quelli lasciatigli in pegno da scolari in arretrato coi pagamenti, che destinava all’ospedale della Colombetta insieme coi danari da quelli dovutigli.
Un istrumento del 1290, pubblicato insieme ai testamenti, dimostra come il nostro Bonvesino godesse fama d’uomo devoto e generoso. I frati della Colombetta, non avendo denari per comperare un certo molino, ricorsero a lui tamquam ad hominem devotum et spetialle amicum illius domus ed ebbero quanto loro occorreva. Le sue disposizioni testamentarie confermano questa fama. Egli lasciava eredi universali de’ suoi redditi i poverelli vergognosi (pauperes verecundi), erogatari i frati della Colombetta ai quali assegnava la proprietà dei suoi beni stabili. Destinava un legato di quindici lire di terzoli al convenlo de’ frati minori di S. Francesco, ed altri legali di venti soldi fino a sette lire ai conventi dei Predicatori, degli Eremitani, di S. Maria del monte Carmelo, di S. Maria mater Domini, del terz’Ordine degli Umiliati in porta Comasina, dei frati della Penitenza, alle monache di S. Apollinare, all’ospedal nuovo dei frati di S. Maria, e al cappellano di S. Sisto in porta Ticinese, nonchè venti soldi all’anno agli Ordinari del duomo affinchè facessero dire una messa in pro dell’anima sua sull’altare della Vergine.
Prescriveva infine che il suo corpo fosse sepolto nel monumento da lui stesso fatto erigere nella casa dei franti minori ai quali assegnava quindici lire per le spese de’ suoi funerali.
Nel primo testamento Bonvesino ricorda un fitto pagatogli dai frati dell’ospedale di S. S. Erasmo in Legnano, parte in denaro, cinque lire di terzoli, parte in natura, due staia di noci, tre carri di vino e qualche altra cosa, e lo assegna alla consorte Floramonte finchè viva, riservando solo un carro di vino ai frati a compenso d’una messa settimanale da dirsi per l’anima della sua prima consorte Benghedisia; nel secondo questo fitto appare consolidato in cento soldi di terzoli e lo si lascia a quei frati perchè dicano una messa settimanale a suffragio dell’anima del testatore, colla riserva che, non osservandosi quest’obbligo, il fitto passi alla Colombetta.
Qui taluno domanderà: come mai, avendo fondato quell’ospedale di Legnano, Bonvesino lo esclude dai suoi lasciti e neppur gli condona senza condizioni il fitto di cui era creditore? Già il aveva espresso il dubbio che quell’ospedale potesse essere stato fondato da lui, avendone trovato menzione in documenti anteriori; ora i due testamenti autorizzano ad escluderlo in modo assoluto. Il buon fraticello lo avrà sussidiato, come sussidiò nel 1290 quello della Colombetta, o, se si vuole interpretare alla lettera la parola construxit dell’epitaffio, gli avrà fatto erigere a sue spese una sede più comoda e decorosa.
Un’altra domanda si affaccia spontanea: se Bonvesino apparteneva al terzo Ordine degli Umiliati, come sulla fede dell’epitaffio sono andati ripetendo quanti han parlato di lui, perchè s’è fatto costrurre il sepolcro nella chiesa dei Francescani, mentre a Milano, la città classica degli Umiliati, eran di quest’Ordine cospicui conventi? La monca espressione «tertii Ordinis» di , che ricorre tal quale nel testamento, non potrebbe riferirsi come espressione antonomastica al terz’Ordine di S. Francesco che era in auge a quei tempi mentre quello degli Umiliati andava declinando? E meritano fede assoluta le due cronache riferite dal dove esplicitamente lo si dice degli Umiliati, cronache posteriori a Bonvesino di quasi due secoli, quando ad esse si possono contrapporne due altre, sia pur di minore autorità, conservate nelle biblioteche Trivulziana e Ambrosiana di Milano, dove è detto del terz’ordine fratrum minorum? Non si può dare una risposta decisiva escludendo senz’altro che agli Umi- liati appartenesse, ma si può ragionevolmente supporne che, pur essendo stato terziario di quell’Ordine, abbia poi trovato più confacente al suo spirito veramente francescano la regola dei frati minori che non quella degli Umiliati dediti da gran tempo all’industria e al commercio della lana dove andavano accumulando ricchezze, e si sia fatto terziario di S. Francesco.
Avveniva in questi tempi un singolare risveglio della coscienza nazionale. Affascinato dall’ardente parola del fraticello d’Assisi, il laicato si andava in Italia infervorando alle opere di misericordia subentrando al troppo tepido clero sia secolare che regolare, coi suoi consorzi, le sue confraternite, le sue associazioni soggette solo nelle forme esteriori alle discipline ecclesiastiche, nel resto con piena libertà di iniziativa e di movimento; così era sbocciato il terz’Ordine francescano detto dei frati della Penitenza, così un terz’Ordine era venuto a rinsanguare la vecchia industriosa compagine degli Umiliati; niuna meraviglia che Bonvesino, così acceso di carità e di fede, si accostasse a più d’uno di questi collegi di laici devoti: e infatti s’ha notizia d’una terza associazione alla quale era inscritto, la confraternita dell’ospedale di S. Croce di Gerusalemme fuori di porta Romana, che solennemente lo accoglieva nel suo seno il 9 settembre del 1296.
L’autorità dell’epitaffio è ormai molto scemata e si può concludere non esser esso contemporaneo bensì collocato molto tempo dopo la morte di Bonvesino da un lontano parente, quel Giovanni dalla Riva, molto lontano dacchè non se ne parla nei testamenti; collocato quando dell’essere di lui non si aveva più notizia sicura ed esatta. E’ infatti in tutto vago e impreciso; non ricorda l’anno della nascita e della morte, dice che Bonvesino scrisse «multa vulgaria» mentre ha ccritto anche opere latine. L’unica cosa di cui non poteva perdersi o confondersi la memoria era l’uso di suonar l’Ave Maria, al quale doveva esser legato il suo nome; e questa notizia possiamo tener per sicura. ct Avviciniamoci ora all’arte ed alla scienza di Bonvesino dalla Riva.
I poeti francesi e provenzali, che in gran numero percorsero l’Italia nei secoli XII e XIV, ebbero, a seconda dei luoghi, vicende diverse: attratti dallo splendore e dalla protezione della Corte di Sicilia, si fermaron colà fondandovi una scuola nel cui seno sbocciò una poesia indigena foggiata sui loro schemi, ma non priva di vita propria e adatta alla lingua paesana che allora cominciava ad assurgere alla digni- tà di lingua letteraria.Questa poesia prevalentemente cavalleresca, signorile, cortigiana, irradiò ben presto dalla Sicilia e da Napoli nella già colta Toscana e nell’Emilia. Nell’Italia settentrionale, al di qua del Po, questi poeti non trovarono una reggia potente ove raggrupparsi e ridurre a disciplina le loro creazioni, e andaron vagando di città in città, di castello in castello cantando i provenzali versi d’amore e di sdegno, i francesi le imprese gloriose degli eroi carolingi, e trovaron seguaci e imitatori che, pur essendo quelle due lingue intese dal popolo, le modificaron talora, per esser meglio compresi, col patrio, ancora povero e rozzo vernacolo. Si tentò anche di rivestire per intero degli idiomi paesani quei motivi poetici d’oltr’alpe, ma siffatto tentativo, che ebbe un esito trionfale negli idiomi più evoluti, più ricchi e più venusti della Sicilia e della Toscana, qui non riuscì: i dialetti non rispondevano e si ritornava per forza alle lingue straniere.
Ma altri ostacoli impedivano alla poesia franco-provenzale di fruttificar fra noi: essa era avversata dai dotti, tenaci nella difesa del latino, e dalla chiesa paurosa del sensualismo ond’erano improntate le eleganti canzoni d’amore e delle fantasiose leggende cavalleresche così lontane dalla contemplazione delle cose spirituali. L’av- versione della chiesa trovò alleati nel sentimento religioso, diffuso e profondo in tutte le classi, e nel conflitto, allora mollo acido, fra Roma e gli Svevi: poichè la maggior parte di que’ poeti, vivendo intorno alla Corte Siciliana, eran naturalmente portati a sostener la causa ghibellina, lo spirito guelfo prevalente in Lombardia era ostile all’arte loro e procurava di farla scadere nella estimazione popolare.
Così avvenne che i girovaganti trovatori nella lingua d’oc ed in quella d’oil non fossero tra i migliori che trovavano altrove più degne accoglienze e degenerassero in modi e in atteggiamenti più da buffoni che da poeti: buffoni infatti il popolo li chiamava, di che un dei più autorevoli, Girard de Ricquier, lagnavasi nel 1275 dicendo:
Frattanto col progressivo migliorare della condizione delle plebi, i dialetti indigeni s’erano a poco a poco disimpacciati dagli involucri del latino, si erano lentamente affinati e predisposti a soppiantare la letteratura d’oltr’alpe cercando di eliminare le differenze che distinguevano l’un dall’altro per convenire in un tipo in certo modo uniforme come uniformi erano i sentimenti predominanti nell’anima del popolo dal Piemonte a Venezia, dalla Liguria a Mi- lano. Si formò così una lingua letteraria diversa dai dialetti parlati nei singoli territori, con caratteri comuni quantunque in certe parti tenesse or dell’uno or dell’altro secondo la patria dello scrittore.
Trovata la lingua sgorgò dal cuore del popolo una larga vena di poesia nuova, differente non solo da quella cortigiana e cavalleresca, ma anche da quella popolare che anche in Sicilia e in Toscana si faceva strada sempre inspirandosi all’amore e ai piaceri: una poesia prevalentemente religiosa e morale. E i poeti furon parecchi: un anonimo genovese volgeva nel novello idioma le vite dei santi, fra Giacomino da Verona faceva una di quelle descrizioni del paradiso e dell’inferno che tanto piacquero al medio evo, non priva di qualche bellezza, specialmente per l’avvicendarsi di scene ora spaventose ora grottesche come quella, per esempio, dove son descritti i diavoli occupati a martoriare i dannati:
Un anonimo bergamasco versificava la salve regina e il decalogo:
a Cremona, a Lodi, a Bergamo, a Pavia seguivan tali esempi. A Milano, nel 1274 componeva un poema di lunga lena in versi ora alessandrini, ora ottonari, storia rimata del nuovo e del vecchio Testamento:
E, dopo aver invocato Iddio e lo Spirito Santo, s’avvia a raccontare:
Infatti, sulle traccie della Bibbia, ei tesse la palingenesi dell’umanità; narra la creazione dell’universo e dell’uomo, il peccato originale e le sue conseguenze culminanti nella lotta dell’anima colle passioni, passa in ordinata rassegna i sette vizi capitali: svolge quindi la storia del riscatto divino con un succedersi di scene che vanno dall’Annunciazione alla fuga in Egitto e al ritorno in Nazaret dopo la strage degli innocenti; quindi la vita e la passione di Cristo intercalata di aneddoti e di episodi d’un ingenuità sorprendente, la risurrezione, l’ascensione e le successive apparizioni agli apostoli: infine traccia un commovente quadro del Giudizio universale. ct Di tutti questi rimatori di gran lunga il maggiore è Bonvesino. La sua produzione poetica, di circa ottomilacinquecento versi, chè tanti ne son a noi, quantunque suffusa di un denso spirito di religione e di carità, non si ispira solo all’ideale religioso o al fine di raccogliere i lettori o gli ascoltatori nella contemplazione divina, ma persegue anche intenti morali ed educativi: in lui non parla solo l’asceta, ma l’uomo pratico, l’osservatore attento che vive nel mondo e dal contrasto dei vizi e delle virtù ricava e, con commovente ingenuità, esprime un alto ideale etico.
È per di più, a differenza degli altri, un uomo colto, conoscitore di quelle forme di poesia che avevano avuto in passato molta efficacia sul popolo, sicchè l’uso di quelle forme adattate a un contenuto nuovo, originale, dànno all’opera sua una varietà di temi, d’immagini, d’atteggiamenti che manca agli altri. La coltura e la sensibilità artistica si fondono in quest’umile maestro di grammatica sì da farne il più cospicuo rappresentante della primitiva letteratura volgare nell’Italia del nord.
Le sue composizioni poetiche così insolitamente varie si possono dividere in due gruppi: le dialogiche, sul modello di quei contrasti che per tutto il medio evo furon cari al popolo, dove due o più personaggi erano introdotti a disputare, e i volgari, poemetti dall’andatura più calma ed uniforme, di indole narrativa o didattica. Ma anche entro queste divisioni la materia si atteggia in differenti modi.
Nel contrasto, o tenzone, che nei poeti provenzali si ispira sempre a soggetti amorosi, Bonvesino chiama a disputare le più svariate cose: l’uomo, la divinità, il demonio, gli animali, le piante e perfino i mesi dell’anno; fatti per esser recitati nei trivii, questi poemetti hanno in sè tutti gli elementi per interessare e commuovere le credule plebi or raccogliendole in cupo terrore, or muovendole al riso.
Il più originale e drammatico è quello tra il diavolo e la Vergine. Il diavolo si lamenta perchè la Vergine lo perseguiti strappandogli la preda dei peccatori:
La Madonna ribatte che ella non fa ingiustizia ma opera di misericordia,perchè il peccatore, quantunque traviato, è sempre figlio di Dio:
Satanasso fa il loico svolgendo, per altro, una logica sì calda e appassionata da lasciar trasparire come un vago rammarico d’esser dannato, una vaga aspirazione allo stato di beatitudine che il suo peccato gli ha fatto perdere: anch’io, esclama, son creatura di Dio e tu dovresti rispettarmi, per un peccato fui maledetto in eterno mentre l’uomo, peccasse mille volte, trova sempre il perdono:
non solo ma
«Va via punax, va via serpente antigo» risponde la Vergine, il tuo peccato fu sì iniquo che non può trovar remissione: tu non fosti spinto da alcuno, ma per superbia offendesti Dio, e per sopraggiunta hai sempre continuato ad offenderlo; il peccatore invece è soggetto a mille tentazioni, e innanzi tutto alla tua, è esposto a mille pericoli ed e giusto che il pentimento lo redima: tu
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ed è giusto altrettanto
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E qui sentite un po’ a quali argomenti ricorre il loico: se io non avessi fatto mangiar il pomo ad Adamo non esisterebbero i tanto da te prediletti peccatori, nè Cristo sarebbe stato da te concepito perchè venisse al mondo a salvarli. Poi, vedendo che non riesce a spuntarla, se la piglia con Dio, il vero colpevole perchè non lo ha creato buono:
Ma Dio, ribatte la Vergine, ti ha fatto bello e buono al par degli altri angeli e ti ha dato l’arbitrio sì che tu potessi scegliere, com’essi han fatto, tra il bene e il male, e tu solo hai peccato: come potrebbe esistere la gloria eterna se uno, avendo la possibilità di far il bene, non avesse anche quella di far il male?
E l’altro: sta bene, mi ha dato l’arbitrio, ma egli sapeva che avrei peccato e non doveva crearmi.
Con questa convinzione impreca e giura che farà sempre peggio. E Bonvesino con- clude: non avendo potuto convincer la Vergine, «lo Satanax»
l’uomo che è «kativo e malo» non sa resistere al suo assalto e s’arrende,
Come si vede il Satana di Bonvesino è ben diverso da quello in cui la fantasia popolare del medio evo aveva trasformato il superbo angiolo rivale di Dio della poesia semitica, facendone come il servitore dei maghi e delle streghe, un personaggio per lo più grottesco e stupidamente goffo, o, se pur talora terribile, d’una terribilità volgente al ridicolo: Bonvesino, elevandosi al di sopra delle puerili concezioni de’ suoi contemporanei, ne ha fatto un serio ragionatore, un logico inflessibile, gli ha dato un senso di umanità che lo rende capace di commuoversi e di deplorare la sua perdizione: l’umile rimatore sapeva talora assurgere all’altezza di un vero poeta.
Alcuni degli argomenti sottili portati da Satana in questo contrasto ricompaiono in quello del peccatore e della Vergine. Al peccatore pentito che le si rivolge invocando picca dice Maria:
e ricorda i patimenti di Cristo e il proprio dolore di madre. Ma l’altro la invita ad esser misericordiosa dacchè è pentito e le ricorda dover ella ai peccatori se fu glorificata e scelta per madre di Dio; e conchiude:
La Vergine perdona; e il poeta continua svolgendo per proprio conto gli argomenti del peccatore pentito e le ragioni che inducon la Madonna ad arrendersi a chiunque disperato sinceramente la invochi; e racconta la novelletta d’un contadino il quale, desolato per l’ingratitudine del figliuolo, invoca Satana perchè lo aiuti a darsi la morte: Satana viene e lo impicca; ma, quando sente stringersi il collo, il misero pronuncia il norme di Maria: Satana fugge, la corda si spezza ed egli è salvo.
Fresco, originale, ed anche denso di pensiero, è il contrasto dell’anima col corpo. Il Creatore esorta l’anima ad essergli fe- dele; — ma come lo poss’io, quella risponde, se il corpo mi fa continua guerra?
E il Signore: frenalo questo corpo e dirigilo; questa lotta ci vuole per guadagnare la ricompensa eterna:
L’anima confortata si rivolge al corpo:
Ma io, protesta il corpo, son creato di lotta «e in terra vojo mete cura»: la natura lui ha dato le orecchie per udir belle canZoni,
Finalmente, stretto dalle argomentazioni e dagli inviti ora affettuosi, or minacciosi dell’anima raduna a consiglio le membra e a ciascuno raccomanda di far giudizio:
Senonchè le membra dan la colpa dei loro trascorsi al cuore che le governa, il cuore la dà agli occhi, i quali scattano seguiti da tutti i compagni che s’accordan nel dargli addosso:
Come appendice a questo contrasto la visita dell’anima del peccatore e di quella del giusto ai rispettivi corpi sepolti: la prima impreca contro il "companion malvax" che l’ha perduta e data al demonio, e il corpo le risponde accusandola a sua volta di non essere stata abbastanza energica per ritrarlo dal peccato, l’altra loda, benedice e ringrazia il proprio corpo che ricambia i complimenti.
Meno filosofico ma pieno di leggiadria è il contrasto fra la rosa e la viola. La rosa superba, usurpando la priorità nel prender la parola che spetterebbe alla violetta, prima a fiorire, decanta la sua beltà, il suo profumo, la sua maggior grandezza per contro la viola:
e vanta il suo colore, il suo profumino gentile e la gioia che infonde negli animi al suo primo apparire.
E l’altra:
E così via a botta e risposta fino a che interviene il casto giglio a giudicar la contesa proclamando, non occorre dirlo, vittoriosa la viola. Bonvesino, d’accordo col giglio, ricava dal dibattito la sua morale:
Del medesimo tipo è il contrasto fra la mosca e la formica: anche qui nelle opposte argomentazioni sono una varietà, una grazia e anche una significazione morale notevoli. La mosca, dopo avere rimproverato alla formica il suo perenne travaglio e vantato i propri ozi, continua:
E quando la formica le ha dimostrato la gran differenza che passa tra il faticare e il non far nulla, "ma tu vivi di furto" esclama, al che la formichetta: Dio m'ha creata per servir d'esempio all'uomo,
ed è giusto che viva un poco a sue spese. E poiché la mosca esalta le sue ali ed ha la sfrontatezza di simboleggiare in esse lo amor di Dio e del prossimo indispensabili all'uomo per montare in cielo, le rinfaccia l'adoperar quelle ali solo per dar fastidio al prossimo, quindi contrapponendo simbolo a simbolo:
Il contrasto dei mesi, di cui Bonvesino lasciò una doppia redazione, in volgare e in versi latini, è forse il notevole in quanto si riconnette a un genere di componimenti le cui origini risalgono all'antichità e il cui soggetto, prima ancora che nella poesia, ebbe espressione nelle arti figurative in occidente e in oriente: simboli di stagioni e rappresentazioni di mesi trovansi persino nei monumenti egizî. Il medio evo elaborò gli antichi tipi di mesi secondo il suo gusto, specialmenle in Francia, in Inghilterra e in Italia e li disseminò in chiese e in monumenti pubblici, come nella stupenda fontana di Perugia, e nelle miniature dei libri d'ore. Se ne impadronì poi la poesia popolare: il conflictus veris et hiemis del IX secolo, se non pur della della fine dell’VIII, attribuito a Beda, è un vero contrasto fra le due stagioni che ebbe molte derivazioni nei secoli XIII e XIV nelle lingue romanze e anche in inglese e in tedesco. Analogamente alle stagioni si misero in contrasto i mesi in numerosi poemetti destinati anch'essi alla recitazione in mezzo al popolo come le bosinade lombarde, tra i quali questo di Bonvesino è forse il migliore.
I mesi riuniti e in capitulo cioè a dire a consiglio, rinfacciano l'un dopo l'altro al gennaio i suoi vizi e le sue colpe. Dice febbraio:
E marzo:
Su questo metro l'un dopo l'altro, vantando i propri meriti, danno a gennaio del fannullone e dello sfruttatore, lo dichiarano indegno di stare alla testa dell'anno e deliberano di spodestarlo. Già s'apprestano a effettuar il loro divisamento e corrono alle armi: Bonvesino li presenta proprio come il popolo era abituato a vederli nelle pitture e nelle sculture: febbraio con la forca, marzo colla tromba, aprile con un ramo fiorito, maggio armato a cavallo, giugno col falcetto,
settembre ha la mazza con cui stringe le botti, ottobre la pertica delle castagne, novembre un coltello da beccaio, dicembre la scure d'acciaio con cui spacca la legna. Gennaio li affronta tutti con una mazza in mano e, quando li vede atterriti buttar le armi, si sfoga a ribattere tutte le accuse, ad una ad una, e decanta i propri meriti, tra gli altri quello di combinar matrimoni :
I mesi, un po' persuasi, un po' impauriti, se ne stan muti a testa bassa: final- aprile s'avanza e invoca a nome di tutti il perdono dal calunniato signor dell'anno:
e seguita con paroline amabili si da intenerirlo: il perdono è concesso e Bonvesino, al solito, ricava la sua morale:
I "volgari" sono o religiosi o morali o l'uno e l'altro ad un tempo.
Il poemetto delle lodi alla Vergine non è, come avrebbe fatto un de' poeti minori di questa scuola, una pura versificazione delle litanie, ma è anche intessuto di graziose narrazioni di miracoli. Racconta Bonvesino di un castellano che, circondato da una masnada di bricconi, ne fa d'ogni colore, pur avendo l'abitudine d'invocar ogni giorno il nome di Maria e per questo, senza saperlo, s'era tenuto per quattordici an- il diavolo in casa in funzione di "canaver" o cantiniere, impotente, in causa di quella invocazione, a farsi conoscere e perderlo com'era sua intenzione; racconta d'un pirata che aveva pregato Maria di non farlo morire senza confessione: travolto in un naufragio, quando già tutti i suoi compagni eran morti, il suo corpo fu interamente roso dai pesci, e solo la testa rimase intatta e viva galleggiando fino a che, passata vicino una nave ov'erano alcuni frati minori, questi non la ebbero confessata; racconta con ingenuo garbo la drammatica storia di Maria egiziaca, ed altre novelle fra le quali è veramente ammirabile quella di frate Ave Maria: un cavaliere va in un monastero a far penitenza, ma il monaco datogli per istruirlo non riesce a fargli entrar nella testa che l'Ave Maria : null'altro egli sa dire nella lunga vicenda delle ore di preghiera. Dopo la sua morte ecco germogliare sulla sua tomba una pianta:
Accorrono i monaci stupiti e, datisi a cercar le radici della pianta, le trovano abbarbicate al cuore del defunto. Quanta poesia in questo particolare!
La novella s'intreccia così al canto lirico e gli dà novità e varietà. Ouantunque ec- narratore, Bonvesino non ha certo inventato queste storie; in parte eran comprese nelle vite dei santi, in parte s'erano andate formando nel più recente medio evo e correvano per le bocche del popolo; ma i suoi racconti, a giudicare da quelli di cui si conoscon le origini, han sempre una freschezza e una schiettezza che li distinguono da tutte le altre redazioni.
Men varia è la vita di S. Alessio dove l'autore segue passo passo il testo in prosa che noi leggiamo negli atti dei santi pubblicati dai Bollandisti; ma di gran lunga a quesla superiore, per varietà di motivi e forza drammadica, è il racconto della passione di Giobbe: con innegabile senso di arte Bonvesino esprime il graduale precipitar del disgraziato di sventura in sventura sino all'estrema rovina e la sua rassegnazione che di mano in mano si trasformna in una vera voluttà del soffrire.
Pregi ben diversi che nelle pedestri rime del Bescapè ha il poemetto sul giudizio universale preceduto dalla descrizione dei quindici miracoli destinati a prannunziarlo. Bonvesino ha tocchi delicati là dove dipinge lo smarrimento dei peccatori davanti a Dio che sta per giudicare: la loro pena non gli inspira un rude compiacimento, ma un mite senso di pietà e si direbbe talora che egli soffra con loro:
Quindi, udita la condanna, ecco fra le turbe un tragico insorgere di recriminazioni, onde il poeta sa trarre efficaci contrasti : il padre investirà il figliuolo maledicendo al troppo amor paterno che lo ha indotto in peccato:
e il figlio si farà contro al padre:
stesso avverrà tra fratelli : tutti quanti furon funestamenle affratellati nel peccato si troveranno uniti e contrastanti nella pena.
Nel « volgare delle elemosine il nostro poeta insegna che s'ha da fare per onorar Dio e salvar l'anima; tre cose specialmente: amare la Vergine, confessarsi spesso, far elemosina; ma il soggetto predoninante è quest'ultimo che si svolge dal verso 105 al 1050. Anche qui, nonostanti quelle ripetizioni talora stucchevoli che ricorrono in tutte le sue composizioni, è varia la vicenda degli argomenti, frequente il succedersi di graziosi apologhi seguiti ciascuno dalla consueta « amoralità ». L'elemosina va fatta con criterio, particolarmente ai religiosi che van per il mondo a predicare, ai poveri frati rhe vivono in contemplazione, ai propri vicini bisognosi:
Nè s'ha da dar solo il savrabbondante :
Benemerita elemosina è quella che si fa a certi ospedali dove i frati curano ammalati infetti, fuggiti dagli stessi lor cari che ne hanno schifo: in quegli asili del dolore
Il poeta porta l'esempio di S. Gioachino che dava ai poveri i due terzi delle sue entrate, quello della donna caritatevole risuscitata da S. Pietro per ridonarla ai poveri, quello di S. Bonifacio fanciullo che vuotò il granaio per distribuirne il grano ai poveri, e, quando vide la madre per ciò desolata, pregò il Signore che la consolasse, e d'un tratto il granaio si ritrovò colmo come prima. Narra la leggenda di S. Donato bambino, fatto cuocere nel caldaio dal demonio e risuscitato da due angeli che sedevano in veste di poverelli alla mensa ospitale del padre del bimbo, e quella del re che abbracciava tutti quanti sapeva colpiti da malanni e da miserie e, accortosi che tale abitudine spiaceva al fratel suo, mandò un giorno alla casa di lui il tubatore a suonar clamorosamentle come soleva fare coi condannati a morte; e, quando il fratello ebbe mandato molti suoi amici a intercedere per lui, che, dopo tutto non aveva fatto nulla di male, gli disse : - tu hai mandato i tuoi amici a intercedere perchè li risparmi la vita; io faccio lo stesso: mi procuro molti amici perché intercedano per me presso il Re del cielo: la differenza sta in ciò, che tu ti preoccupi della vita corporale, io della celeste.
Lo spirito pratico di Bonvesino e la sua esperienza della vita si rivelano nei tre poemetti « della vanità », delle « zinquanta cortesie da tavola », e della vita scolastica, quest'ultimo scritto in versi latini, ed anche nel volgarizzamento dei distici di Catone sui costumi (de morihus), diffusissimi nelle scuole medioevali, che il buon maestro di grammatica aveva tradotto certo per uso de' suoi scolari e de' suoi colleghi.
Il volgare della vanità è un sermone in dispregio delle vanità umane, tema comune alla letteratura medioevale, corredato dai due apologhi esopiani del cane che, rincorrendo la propria ombra, lascia rimboscare la lepre, e dell'altro cane che, specchiandosi alla fontana, si lascia cader la carne di bocca per addentare quella della propria immagine.
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