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Notturno

Gabriele D'Annunzio · 1921 · Free in the US

62,993 words · about 4 h 25 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1921 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Notturno_(D'Annunzio)&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Gabriele D'Annunzio
Language
Italian
Published
1921
Length
62,993 words · about 4 h 25 min
Sections
5 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (5)
  1. Prima offerta about 55 min
  2. Seconda offerta about 1 h 48 min
  3. Terza offerta about 1 h 22 min
  4. Indice dei capiversi under 1 min
  5. Annotazione about 19 min

Continue:

Prima offerta

Ho gli occhi bendati.

Sto supino nel letto, col torso immobile, col capo riverso, un poco più basso dei piedi.

Sollevo leggermente le ginocchia per dare inclinazione alla tavoletta che v’è posata.

Scrivo sopra una stretta lista di carta che contiene una riga. Ho tra le dita un lapis scorrevole. Il pollice e il medio della mano destra, poggiati su gli orli della lista, la fanno scorrere via via che la parola è scritta.

Sento con l’ultima falange del mignolo destro l’orlo di sotto e me ne servo come d’una guida per conservare la dirittura.

I gomiti sono fermi contro i miei fianchi. Cerco di dare al movimento delle mani una estrema leggerezza in modo che il loro giuoco non oltrepassi l’articolazione del polso, che nessun tremito si trasmetta al capo fasciato.

Sento in tutta la mia attitudine la rigidità di uno scriba egizio scolpito nel basalte.

La stanza è muta d’ogni luce. Scrivo nell’oscurità. Traccio i miei segni nella notte che è solida contro l’una e l’altra coscia come un’asse inchiodata.

Imparo un’arte nuova.

Quando la dura sentenza del medico mi rovesciò nel buio, m’assegnò nel buio lo stretto spazio che il mio corpo occuperà nel sepolcro, quando il vento dell’azione si fred- dò sul mio volto quasi cancellandolo e i fantasmi della battaglia furono d’un tratto esclusi dalla soglia nera, quando il silenzio fu fatto in me e intorno a me, quando ebbi abbandonata la mia carne e ritrovato il mio spirito, dalla prima ansia confusa risorse il bisogno di esprimere, di significare. E quasi sùbito mi misi a cercare un modo ingegnoso di eludere il rigore della cura e d’ingannare il medico severo senza trasgredire i suoi comandamenti.

M’era vietato il discorrere e in ispecie il discorrere scolpito; né m’era possibile vincere l’antica ripugnanza alla dettatura e il pudore segreto dell’arte che non vuole intermediarii o testimonii fra la materia e colui che la tratta. L’esperienza mi dissuadeva dal tentare a occhi chiusi la pagina. La difficoltà non è nella prima riga, ma nella seconda e nelle seguenti.

Allora mi venne nella memoria la maniera delle Sibille che scrivevano la sentenza breve su le foglie disperse al vento del fato.

Sorrisi d’un sorriso che nessuno vide nell’ombra quando udii il suono della carta che la Sirenetta tagliava in liste per me, stesa sul tappeto della stanza attigua, al lume d’una lampada bassa.

Ella deve avere il mento rischiarato come dal riverbero della sabbia cocente quando eravamo distesi l’uno accanto all’altra su la spiaggia pisana, nel tempo lieto.

La carta fa un fruscìo regolare che nella mia imaginazione evoca quello della risacca a piè delle tamerici e dei ginepri riarsi dal libeccio.

Sotto la benda il fondo del mio occhio ferito fiammeggia come il meriggio estivo di Bocca d’Arno.

Vedo la sabbia corrugata dal vento, rigata dall’onda.

Posso noverare i granelli, affon- darvi la mano, riempirmene la palma, lasciarli scorrere fra le dita.

La fiamma cresce, la canicola infuria. La sabbia brilla nella mia visione come mica e quarzo. Mi abbarbaglia, mi dà la vertigine e il terrore, come il deserto libico quando quella mattina cavalcavo solo verso le tombe di .

Non ho difesa di palpebre né altro schermo. Il tremendo ardore è sotto la mia fronte, inevitabile.

Il giallo s’arrossa, il piano si travaglia. Tutto diventa irto e tagliente. Poi, come una mano creatrice foggia le figure nella creta cedevole, un soffio misterioso alza dalla distesa abbagliante rilievi di forme umane e bestiali.

Ora il fuoco solido è trattato come la pietra a scarpello.

Ho davanti a me una parete rigida di roccia rovente scolpita d’uomini e di mostri. A quando a quando sbatte come una immensa vela, e le apparizioni si agitano. Poi tutto fugge, portato via dal turbine rosso, come un mucchio di tende nel deserto.

L’orlo della retina strappata brucia accartocciandosi come il papiro dantesco; e il bruno cancella via via le parole che vi sono scritte.

Leggo: «Perché due volte m’hai tu deluso?»

Il sudore salso mi cola fin nella bocca misto alle lacrime delle ciglia compresse.

Ho sete. Domando un sorso d’acqua.

L’infermiera me lo nega, perché m’è vietato di bevere.

«Tu ti disseterai nel tuo sudore e nel tuo pianto.»

Il lenzuolo aderisce al mio corpo come quello che involge l’annegato stillante di sale, tratto alla riva e deposto su la sabbia sinché non venga qualcuno a riconoscerlo, a chiudergli le palpebre schiumose e a ululare sul suo silenzio.

Quando la Sirenetta s’accosta al mio capezzale col suo passo cauto e mi porta il primo fascio di liste eguali, tolgo pianamente le mie mani che da tempo riposavano lungo le mie anche. Sento che sono divenute più sensibili, con nelle ultime falangi qualcosa d’insolito, che somiglia a un chiarore affluito.

Tutto è buio. Sono in fondo a un ipogeo.

Sono nella mia cassa di legno dipinto, stretta e adatta al mio corpo come una guaina.

Agli altri morti i familiari hanno portato frutti e focacce. A me scriba la pietosa reca gli strumenti dell’officio mio.

Se mi levassi, il mio capo non urterebbe il coperchio dov’è dipinta all’esterno la mia imagine di prima coi grandi e limpidi occhi aperti verso la bellezza e l’orrore della vita?

Il mio capo resta immobile, stretto nelle sue bende. Dalle anche alla nuca una volontà d’inerzia mi rende fisso come se veramente l’imbalsamatore avesse compiuta su me la sua opera.

Sùbito le mie mani trovano i gesti, con quell’istinto infallibile che è nelle membrane delle nottole quando sfiorano le asperità delle caverne tenebrose.

Prendo una lista, la palpo, la misuro. Riconosco la qualità della carta dal lieve suono.

Non è quella consueta che mi fabbricavano a mano pagina per pagina gli artieri di Fabriano ponendovi la filigrana della mia impresa che ora mi sembra tremenda come un supplizio perpetuo. È liscia, un poco dura, tagliente ai margini e agli spigoli. È simile a un cartiglio non arrotolato, simile a uno di quei carti- gli sacri che i pittori mettevano nelle loro tavole.

V’è un che di religioso nelle mie mani che lo tengono. Un sentimento vergine rinnova in me il mistero della scrittura, del segno scritto.

Odo crepitare il cartiglio fra le mie dita che tremano.

Sembra che la mia ansia soffi sul tizzo ardente che ho in fondo all’occhio. Vampe e faville s’involano nel turbine dell’anima.

Sento su le mie ginocchia la mano della pietosa. Le sollevo leggermente per ricevere la tavoletta. È, per me oscurato, come una tavoletta votiva. La lista v'è distesa. Fra il pollice, l’indice e il medio prendo il cannello. Il medio ha tuttora il solco del lavoro ostinato. .

E tremo davanti a questa prima linea che sto per tracciare nelle tenebre.

O arte, arte inseguita con tanta passione e intraveduta con tanto desiderio!

Disperato amore della parola incisa per i secoli!

Mistica ebrietà che talvolta della mia stessa carne e del mio sangue stesso faceva il verbo!

Fuoco dell’ispirazione che improvviso fondeva l’antico e il nuovo in una lega incognita!

La mano soppesava la materia. La materia aveva colore, rilievo, timbro.

La penna era come il pennello, come lo scarpello, come l’arco del sonatore. Temperarla era un piacere glorioso.

Lo spirito umile e superbo tremava nel considerare la risma compatta e intatta da trasmutare in libro vivente.

La qualità dell’olio per la lampada era eletta come per un’offerta a un dio severo.

E nelle ore di creazione felice la sedia dura diveniva un inginocchiatoio scricchiolante sotto le ginocchia che sopportavano la violenza del corpo inarcato.

Ora il mio corpo è in una cassa, disteso e costretto.

Ieri il mio spirito si squassava come una grande aquila presa in una tagliuola. Oggi è raccolto, attento, sagace.

Ma il cuore batte senza misura.

Palpo la carta. La mano che tiene la matita è convulsa, quasi dolorosa.

A un tratto, nel campo ardente dell’occhio m’apparisce la figura di , quale la vidi nei primi tempi della sua follia, salendo alla sua prigione su per un’erta petrosa e abbagliante ove branchi demoniaci di capre mordicchiavano l’erbe arsicce.

Lo vedo, in una stanza angusta come una cella, agitarsi tra porta e finestra col movimento continuo della fiera in gabbia.

Una gran testa chiomata e barbata di profeta impazzito al vento del deserto, mal sostenuta da un corpo esile e curvo su due gambe rotte dalla fatica e tenute in piedi da una resi- stenza invitta, quali dovevano essere quelle di su le impalcature della .

Egli ha la mano destra in tasca, mentre gestisce con l’altra, e non distoglie mai quella, quasi fosse impedita.

Mi stringono ora la medesima pietà e la medesima angoscia che mi assalirono quando seppi come da anni, fin dal principio della sua demenza, egli avesse nella mano nascosta un pezzo di cera rossa da modellare e ripetesse di continuo col pollice e l’indice il movimento che fa il modellatore per ammollirla e assottigliarla.

Percosso nella fronte, destituito della potenza di creare, egli non aveva conservato se non quell’atto istintivo, quel movimento plastico, quella consuetudine tecnica d’artiere , di fonditore a cera persa.

Ora è là, nell’inferno del mio occhio bendato, vivente d’una vita terribile.

Mi guarda dal profondo della tristezza disperata.

È divenuto vecchio. La criniera e la barba sono bianche, incolte, sconvolte dalla tempesta e dal destino come quelle regali del padre di Cordelia.

La sua mano non è più nascosta: ha il frammento di cera rossa tra il pollice e l’indice. Scarnita, tutta nervi e ossa, simile a una radice malviva dell’anima, ripete il movimento senza fine.

Ora il suo capo scompare, il suo corpo scompare, divorati dal fuoco che arde sotto la mia palpebra come sotto il coperchio d’un forno fusorio.

Resta la mano, la mano sola, come d’un naufrago dell’incendio.

E la cera non si fonde: è là, color di grumo sanguigno, tra il pollice e l’indice che non s’arrestano mai.

La visione assume un’intensità così cruda che faccio uno sforzo per non gridare di spavento e di dolore. Folgori di follia mi traversano il cervello.

Ho l’impeto di strapparmi l’occhio dall’orbita per non più vedere.

Sono nella notte, ma la mia notte è di fiamme in travaglio.

La pietosa s’è allontanata. Odo venire dalla stanza attigua il lieve stridore della carta ch’ella taglia.

Dominando il tremito, pongo la punta della matita sul margine della lista.

Ho per un attimo la sensazione confusa di non stringere il cannello di legno ma il pezzo di cera rossa e tiepida. È un attimo d’indefinito orrore.

Finalmente scrivo sul cartiglio invisibile.

Scrivo queste parole:

«O sorella, perché due volte m’hai deluso?»

Ansioso chiamo la creatura vigilante, che accorre.

Le dico: «Prendi, guarda se puoi leggere quel che ho scritto».

Ella porta via la lista che suona come una foglia di palma.

Silenzio.

Gli istanti mi sembrano eterni, battuti dal cuore sbigottito.

Ascolto.

Dall’altra stanza, la voce melodiosa legge senza pause le parole che certo le sembrano sibilline; «O sorella, perché due volte m’hai deluso?»

La prima volta ella di poco sopravanzò la gloria nell’uccidere il mio compagno che s’era con me giurato pel viaggio senza ritorno.

La seconda volta, con un gioco fatale di ore, ella donò a un altro la bella sorte a cui quegli medesimo m’aveva designato riconoscendomene degno per diritto divino.

Un angelo o un demone della notte soffia su l’incendio chiuso del mio occhio perduto.

Le faville innumerevoli sprizzano nel vento.

Ho il capo arrovesciato indietro, ho il capo abbandonato, penzoloni nel vuoto.

Non sento più il guanciale, non sento più il letto.

Odo un rombo confuso, odo il fragore del volo, odo il crepitio del combattimento.

Una mano pietosa e rude m’ha discostato, m’ha sospinto. Il mio capo è forato: penzola nel vuoto, dal bordo della carlinga che vibra.

L’ombra dell’ala destra m’è sopra:

l’astro arioso dell’elica mi corona.

Non è più fuoco, ma sangue che sprizza. Non più faville ma stille. Il pilota eroico riconduce alla patria il poeta sacrificato.

O gloria immensa!

Qual pugno divino o umano gittò ai solchi della terra una semenza più augusta?

Nella rapidità guerriera il sangue inesausto si sparpaglia come il grano ventilato.

Ogni fiotto si divide in miriadi, come la polvere della cascata scrosciante ove si crea l’arcobaleno. Non cola ma vola, non cade ma s’alza.

Al paragone di questo aspersorio sublime, che è mai il teschio d’Orfeo fluttuante sopra la lira?

Il nuovo mito è il più bello.

Guardo il mio viso trasfigurato nei secoli prossimi della grandezza.

L’anima non fugge ma è tuttora appresa alla ferita come alla face lo splendore che nella raffica si spicca e si rappicca, cessa e si riattiva, si piega e si risolleva, non tenuto se non da un legame invisibile che la volontà di ardere rende più forte della tempesta.

Lungo dolore convertito in giubilo subitaneo, lunga miseria trasmutata in apice di purità, l’anima guarda il meraviglioso viso che ora è veramente il suo viso, quello che tanto desiderò ella avere e non potette.

Ella sapeva la morte essere una vittoria, ma non così grande.

Immortale, ella è tuttavia radiosa nella morte, e il vento del volo funebre non la svelle.

La carne era il suo peso, ed ora è il suo rapimento.

Il sangue era la sua turbolenza, ed ora è il suo miracolo.

La vita era il suo limite, ed ora è la sua libertà.

Ella è portata dal corpo come dall’impeto d’una bellezza creatrice.

Nessun capo di confessore e di martire sul ceppo fu mai bello come questo capo su quest’orlo fragile dell’abisso mattutino.

Nessun’aquila colpita fu così fiera nell’insanguinare la luce col battito delle sue penne.

Questo sangue sfavilla in eterno come il latte dell’iddia biancheggia in eterno per la notte.

Ecco la terra, ecco la meta.

L’ultima stilla s'è diffusa nel rombo del volo.

Su le ali incolumi il pilota eroico riconduce alla patria il corpo esangue del poeta sacrificato.

L’annunzio è presente come una folgore e remoto come la memoria d’una gesta.

Tutti i lidi d’Italia fremono come i lembi delle sue bandiere.

La gloria s’inginocchia e bacia la polvere.

Chi ha rappresentato i ciechi come veggenti rivolti verso il futuro? come rivelatori dell’avvenire?

Quale Tiresia metteva la sua bocca d’indovino nel sangue dell’ariete nero sgozzato sopra la fossa, tale da più notti io bevo il mio sacrificio; e non vedo il futuro, né vivo nel presente.

Ma solo il passato esiste, solo il pas- sato è reale come la benda che mi fascia, è palpabile come il mio corpo in croce.

Sento il fiato e il calore delle mie visioni.

Nel mio occhio piagato si rifucina tutta la materia della mia vita, tutta la somma della mia conoscenza. Esso è abitato da un fuoco evocatore, continuamente in travaglio.

Chi s’accosta al mio letto è men vivo del trapassato che mi fissa col volto di bragia, come sorgendo da un avello rovente dell’Inferno.

Non scrivo su la sabbia, scrivo su l’acqua.

Ogni parola tracciata si dilegua, come nella rapina d’una corrente scura.

A traverso la punta dell’indice e del medio mi sembra di vedere la forma della sillaba che incido.

È un attimo, accompagnato da un luccicore come di fosforescenza.

La sillaba si spegne, si cancella, si perde nella fluida notte.

Il pensiero sembra correre sopra un ponte che dietro lui precipiti. L’arco poggiato alla riva è distrutto, sùbito crolla l’arco mediano. L’ansia raggiunge la riva opposta con uno sgomento di scampo, mentre il terzo arco cede e sparisce.

Scrivo come chi caluma l’àncora, e la gomena scorre sempre più rapida, e il mare sembra senza fondo, e la marra non giunge mai a mordere né la gomena a tesarsi.

Come il rapimento di una melodia che sorge improvvisa da un’orchestra profonda; come la rivelazione d’un verso che sveglia il suono segreto dell’anima; come il messaggio del vento che è la rapidità dell’infinito in cammino; con uno spirito senza riva, con un corpo senza forma, con un gaudio che sembra terrore, io sento l’idealità del mondo.

Il mio compagno è nell’isola dei trapassati, laggiù, dietro il muro salso di mattone, dietro la cortina lugubre dei cipressi. È nel quadrilatero di terra dove sono sepolti i marinai, esattamente collocato nella cassa di piombo che vidi suggellare con la fiamma sibilante.

Sta sotto il cippo di pietra istriana che fu confitto a capo del tumulo di zolla.

E il suo cippo è come un quadrante solare, dove il braccio teso d’ è come lo stilo di bronzo che sopra il nome scolpito segna l’unica ora: l’ora dell’estremo coraggio.

Il mio compagno è morto, è sepolto, è disciolto.

Io sono vivo, ma esattamente collocato nel mio buio com’egli nel suo. Respiro ma sento che il mio respiro passa per labbra violacee com’erano le sue nelle prime ore, dischiude una bocca divenuta quasi insensibile, indurita dal sapore metallico dell’iodio che circola nel mio corpo.

Gli somiglio anche nella ferita: rivedo la falda di cotone che copriva la sua orbita destra spezzata dall’urto.

Così la sua morte e la mia vita sono una medesima cosa.

Dalla sua immobilità di laggiù viene a me quel che di lui seppi amare; da questa mia immobilità gli va incontro quanto in me fu degno ch’egli l’amasse.

Se bene io soffra, se bene egli non soffra più, per l’uno e per l’altro la carne è abolita mentre gli spiriti si ricongiungono.

L’ultima sua parola da me udita su la riva fuggente, la sua mano livida e gelida sfiorata da me con le labbra un attimo prima che il coperchio me la nascondesse: tra quella voce e quel gelo vissi con lui o morii con lui?

V’è un luogo dell’anima, là dove il nero fiume e il fiume chiaro confluiscono.

È il luogo della nostra amicizia superstite. Le nostre imagini vi si rispecchiano e vi si confondono.

Non è più un’apparizione; è una presenza continua che respinge chi si accosta.

Ma la prima apparizione mi ritorna con un’aura di terrore.

È la vigilia del seppellimento.

Il mio dolore è tuttavia impigliato nella sua carne disfatta.

È la sera di santo Stefano. Il suo fuoco è acceso. Sono seduto là dov’egli soleva sedere. Di tratto in tratto egli mi annienta. Mi perdo in lui.

Non odo più quel che presso di me dicono i vivi.

Cinerina è là, con quel suo strano viso geniale che mi fa pensare al giovinetto , con quei suoi oc- chi più grandi del solito a cui arricchiscono lo sguardo la malinconia e l’ironia mescolate come un misterioso collirio. Anche è là, per consolarmi, per farmi credere che vi sono ancora amici nel mondo, che vi sono ancora compagni giurati alla guerra.

— Che tempo fa, fuori?

Cinerina dice che alle sette, quando è venuta, c’era un cielo limpido e stellato. Manfredi dice che ora c’è una nebbia fitta.

Sono le dieci. È tempo di andare. Renata ha sonno.

Metto il mio gran mantello grigio sopra la mia grossa maglia d’aviatore. Tutti gli atti, nell’anticamera, si ripetono come quando egli era là. Ma il suo piccolo mantello nero non è appiccato alla pátera dorata, né si ode la sua voce graziosa e ironica.

Usciamo. Mastichiamo la nebbia.

La città è piena di fantasmi. Gli uomini camminano senza rumore, fasciati di caligine.

I canali fumigano.

Dei ponti non si vede se non l’orlo di pietra bianca per ciascun gradino.

Qualche canto d’ubriaco, qualche vocìo, qualche schiamazzo.

I fanali azzurri nella fumea.

Il grido delle vedette aeree arrochito dalla nebbia.

Una città di sogno, una città d’oltre mondo, una città bagnata dal Lete o dall’Averno.

I fantasmi passano, sfiorano, si dileguano.

Renata cammina davanti a me come allora, e Manfredi le va al fianco. Parlano come Renata e il mio compagno parlavano. Di quando in quando la nebbia si frappone fra me e loro.

Passiamo i ponti. Le lampadine lucono come i fuochi fatui in un camposanto.

La Piazza è piena di nebbia, come una vasca è piena d’acqua opalina.

Le Procuratie vecchie sono quasi invisibili. La cima del campanile si dilegua nel vapore.

La Basilica è come uno scoglio in un mare brumoso.

Le due colonne della Piazzetta sono simili a due colonne di fumo escite da due mucchi eguali di cenere.

Alla i fanali dei battelli accostati.

La musica leggera nel Caffè Orientale, dietro le porte opache: un’aria di danza.

Il canto degli ubriachi.

I fantasmi errabondi.

I morti passeggiano stanotte, come nella notte tra e il .

Ci accommiatiamo nel vestibolo dell’Albergo Danieli. Spero che Renata dorma stanotte.

Ritorno verso la Casa rossa, solo. Il mio amico è con me, in ispirito. Un rimpianto profondo mi stilla dal cuore.

Guardo la riva dove approdava il suo canotto, dove ogni sera ci stringevamo la mano e ci dicevamo: Arrivederci.

Nella Piazzetta un uomo si volta al rumore del mio passo.

Si volta ancóra, si allontana, diventa un’ombra fumida, si perde.

Entro sotto le Procuratie rischiarate dalle lampade azzurre. Mi stupisco udendo una famiglia numerosa parlare delle cose usuali, con la stupidità pesante di chi viene dalla gozzoviglia. Sono vivi? Sono morti? Li sorpasso. Diventano ombre.

Di là dal ponte di , mentre penso, con un brivido, che dovrò passare davanti al vicolo della Corte Michiel, scorgo qualcuno che cammina al mio fianco senza rumore, come se avesse i piedi nudi.

È qualcuno che ha la statura del mio compagno, la sua corporatura stessa, la sua andatura.

Ha un vestito neutro, indefinibile, di color grigiastro, con un berretto anche grigiastro.

È silenzioso, d’un silenzio singolare, come se non abitasse in lui alcuna voce né alcun soffio.

Cammina senza tacchi, senza scarpe, senza sandali.

Ho una sensazione istintiva di terrore. Rallento il passo. Lo vedo dinanzi a me.

L’andatura è quella del mio compagno. Dopo un poco egli si ritrova al mio fianco, là, dinanzi al passaggio che mette nella Corte Michiel. La via è deserta.

Accendo la lampadina alla voltata, e rallento il passo. Riesco a tenere due o tre metri di distanza. Egli non si volge mai.

Il suo passo è così tacito e così strano che i rari passanti lo guardano arrestandosi un poco.

Siamo a . La nebbia entra in bocca, occupa i polmoni. Verso il Canalazzo fluttua e s’accumula.

Lo sconosciuto diventa più grigio, più lieve; si fa ombra.

Allora affretto il passo per non perderlo.

Sotto la casa dove a sera si ode sempre un pianoforte, sotto la casa dov’è l’antiquario, egli scompare all’improvviso.

Non è caduto nel canale, non ha passato il ponte, non è entrato in una porta. Porte e botteghe sono chiuse. Le esploro con la mia lampada. Ritorno indietro per accertarmene.

Poi corro su pel ponte e faccio di corsa la calle, per accertarmi che non mi sono ingannato e ch’egli non è tuttavia davanti a me.

La calle è deserta. Deserto è il campo di San Maurizio.

Lo ritroverò forse nella calle strettissima che conduce alla Casa rossa? Il cuore mi trema. Una falda di nebbia mi striscia su la gota. Una frotta di ubriachi urla laggiù, in fondo al traghetto.

Ho messo la bocca nella pienezza della morte. Il mio dolore s’è saziato nella bara come in una mangiatoia. Non ho poi potuto sopportare altro nutrimento.

Rivivo i giorni funebri, ora per ora, attimo per attimo. Con gli occhi bendati, cerco di vedere. Con la fronte che mi duole, cerco di comprendere.

Quel che è accaduto sembra iniquo.

La più dura necessità può apparir bella. Ma questo evento improvviso non ha altra bellezza se non questa che gli dà la mia passione.

Noi conoscevamo il pericolo a cui ci eravamo votati con una libertà che non si rivelava se non a noi stessi in qualche sorriso fugace. Sapevamo che la nostra impresa era disperata, e non desideravamo di sfuggire alla bella sorte.

Negli ultimi giorni le figure della nostra esistenza si disegnavano ingrandite sul cupo orizzonte marino. La malinconia energica del commiato inalzava il pregio d’ogni ora trascorsa.

Costanza nell’azione viva, nell’inerzia di Venezia, nella caligine della città sparente che la guerra sembrava aver vuotata perfino degli ultimi rimasugli vitali.

Doppio taglio dell’azione ogni giorno affilato, che pareva fendere la massa opaca e pigra della tristezza circostante.

La coppia virile, la coppia da battaglia, rinata nella creazione dell’ala umana, conduttore e feritore, arma d’altezza, arma celeste, maneggiata da una sola volontà, come la duplice lancia del giovine greco.

Il compagno è il compagno.

Non v’ha oggi al mondo legame più nobile di questo patto tacito che fa di due vite e di due ali una sola rapidità, una sola prodezza, una sola morte.

Il più segreto brivido dell’amore non espresso è nulla al paragone di certi sguardi che, nelle ore leggère, riconfermano tra i due la fedeltà all’idea, la gravità del proposito, il sacrificio taciturno di domani.

Ora la morte che doveva prendere i due, ne prese uno, un solo, contro il patto, contro l’offerta, contro la giustizia, contro la gloria.

Alla cima della gloria, per la coppia alata, è l’olocausto: il sacrificio in cui è arsa tutta la vittima.

La sorte del fuoco è la lor vera sorte.

La loro ala rombante diviene il lor rogo fiammeggiante.

Come nell’ottava bolgia, essi sono due «dentro ad un fuoco», ma il fuoco non è diviso. Non parlarono in alto; non ebbero bisogno dell’orazion piccola per essere acuti; né parleranno nei crolli della fiamma.

Come il volo era un silenzio ceruleo misurato dal canto ritmico della combustione, così l’olocausto si risolve in nero silenzio.

La necessità eroica della coppia alata, quando sia sopraffatta, è l’arsione totale.

Chi si rende prigione, e cede la sua ala, si può dire veramente che pecchi contro la patria, contro l’anima e contro il cielo. Sventurato o svergognato, perde ogni diritto alla gloria.

Portato dal fuoco, il combattente aereo è un incendiario in vita e in morte.

Beati i due compagni eroi le cui ossa irriconoscibili sono mescolate nella barella come tizzoni fumanti!

I giorni d’angoscia, le notti di veglia ritornano.

Il passato è presente, con tutti i suoi aspetti, con tutte le sue vicende.

Risoffro il mio dolore, ripiango il mio pianto.

L’amico mio è dissepolto e poi riseppellito.

Un gesto, una parola, un odore, una luce, il rombo di un’elica, il guizzo d’una baionetta, la piega d’una bandiera, il gocciolio d’un torchio, il lividore crescente d’una mano intorno alle unghie quasi bianche, la macchia indistinta sul pavimento, il rugghio della fiamma dardeggiata contro la commessura del piombo, il rimbombo della prima palata di terra sopra la cassa ripercosso dall’eternità: tutto l’orrore funebre con tutti i suoi aspetti si rispecchia nella mia lucidità implacabile.

E talvolta vedo me stesso com’egli avrebbe potuto vedermi dalla sua bara.

Sono talvolta il cadavere e colui che lo contempla.

I grandi sprazzi di luce si succedono con una rapidità spasimosa co- me in quella notte d’agosto quando andavamo insieme, simili a due ciechi, stretti l’uno contro l’altro, per la riva inondata dall’acquazzone, feriti dal taglio dei lampi incessanti ogni volta che aprivamo le palpebre.

Domando una tregua per fissare la sua faccia quale io la vidi l’ultima volta. Voglio ritrovare in me quella parte remota di me che forse sapeva quella essere l’ultima volta, mentre io non lo seppi.

In che modo mi svegliai quella mattina? Quale fu il sogno che accompagnò l’anima al limitare della luce?

Come gli alberi di fronte al sole obliquo, gli atti hanno dietro di loro un’ombra lunga che nessuno misura.

Ecco, sono alzato, sono vestito, ho il mio mantello, ho il mio coraggio d’ogni mattina. Nulla mi lega alla casa. Questa casa è meno che una tenda passeggera. Sono libero, col mio disegno; e il mio disegno m’è tutto.

La vita non ha se non il pregio dell’arme da lancio che il pugno brandisce aspettando di scagliarla. Così le ossa sembrano diminuite di peso. Di tutta la carne non vive se non il cuore.

Esco. Questa piccola casa ha una porta di ferro che si richiude di colpo.

Bora. Pioggia. Il canale ulula.

Il motoscafo di Sant’Andrea romba alla riva. Porto con me le valige e il sacco dei messaggi.

La laguna agitata.

L’acqua che spruzza.

Il motorista siciliano con cui converso.

Egli mi racconta i suoi naufragi nell’Oceano Pacifico e su la costa di Trieste.

Arrivo a Sant’Andrea. Beppino mi attende. Ha il suo vestito nuovo con giacca blu e bottoni d’oro e pantaloni corti nei gambali. Strana sensazione. Il mio sguardo di miope non lo riconosce sùbito. Qualcosa d’indefini- bile fluttua in quell’attimo fra me e lui.

Scendo a terra traversando i barconi. Egli mi accompagna, con quella gentilezza quasi deferente ch’egli ha sempre conservata anche nella nostra familiarità, lungo la riva fangosa dove la bora soffia più violenta.

Entriamo nella casa di legno.

Il corridoio caldissimo.

La stufa che arde, rossa.

Mi conduce nel suo studiolo, mi mostra il visco che ha ricevuto e che vuol portare nel velivolo per la buona fortuna. Fa mettere in serbo le valige e il sacco.

È l’ora della colazione.

I tre ufficiali francesi vengono alla nostra tavola.

Fiori, piatti speciali, ricercatezza, tutto in mio onore!

Seggo accanto al mio compagno.

Conversazione generale. Si parla del mistero, del mondo occulto, e poi della fortuna, dei talismani, dei feticci, dei malefizii. Beppino ascolta; dice di tratto in tratto qualche parola fresca, originale, profonda.

Ci alziamo per prendere il caffè.

Egli mi mostra alcune stampe allegre che devono decorare il corridoio. Si parla di libri da porre in uno scaffale, nel «quadrato»; si parla di Sant’Andrea, delle nuove costruzioni, della primavera prossima...

Sono con noi Manfredi Gravina, , .

Si parla dell’apparecchio inventato da Gigi Bresciani.

L’avaria «utile».

Il tipo di questo giovine veronese: biondo, mingherlino, pallido, con le basette, con la bocca sottile, con gli occhi chiari, con un’aria di piccolo ufficiale inglese del tempo di Orazio Nelson.

Beppino si diverte ad aizzare Alberto Blanc costruttore di bombe incendiarie e di telemetri.

Qualcuno descrive il furore di Mi- raglia quando gli fu annunziata la commissione giapponese. Si parla della «psiche» giapponese, poi di quella cinese. Manfredi parla con acume del gran signore cinese, dell’impossibilità di entrare nella sua intimità, della sua cortesia impenetrabile.

Sono le due. Bisogna partire. Il motoscafo è pronto.

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