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Confessioni d'un scettico

Gaetano Trezza · 1878 · Free in the US

16,797 words · about 1 h 11 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Gaetano Trezza
Language
Italian
Published
1878
Length
16,797 words · about 1 h 11 min
Sections
28 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (28)
  1. Al lettore under 1 min
  2. I about 2 min
  3. II about 2 min
  4. III about 1 min
  5. IV about 2 min
  6. V about 3 min
  7. VI about 1 min
  8. VII about 2 min
  9. VIII about 4 min
  10. IX about 4 min
  11. X about 2 min
  12. XI about 3 min
  13. XII about 4 min
  14. XIII about 2 min
  15. XIV about 2 min
  16. XV about 4 min
  17. XVI about 3 min
  18. XVII about 3 min
  19. XVIII about 3 min
  20. XIX about 2 min
  21. XX about 3 min
  22. XXI about 2 min
  23. XXII about 2 min
  24. XXIII about 4 min
  25. XXIV about 2 min
  26. XXV about 3 min
  27. XXVI about 3 min
  28. XXVII about 2 min

Continue:

Al lettore

Le Confessioni d’un scettico non appartengono a lui solo; v’è forse un frammento di quella storia nascosta che ciascheduno porta in sè stesso e non osa o non sa rivelarla. Ei si confessa tutto qual fu e qual’è ad una donna che con lui cercò la via della vita, ne sostenne lo spirito dubitante, e ne confortò la solitudine amara dischiudendogli il sogno ineffabile dell’amore. È un scettico che guarda le cose dalle cime scientifiche, senza badare ai vituperi sciocchi del dogmatismo che tramonta.

Firenze 2 giugno 1878.

I

I.

Tu mi domandi la via della vita per camminare più pronta nella vigilia dei sensi. Oh! sai tu che la rivelazione del vero ucciderà le speranze fantastiche nelle quali s’adagia mollemente la tua anima stanca? sai tu che gli Dei si ecclisseranno tutti su quella via dolorosa, e che rimarrai soletta cercandoti intorno come chi cerca un paradiso perduto? sai tu quante fraudi, quanti dolori, quante demenze v’ha seminato la natura per trastullarsi nella sua settimana terrestre?

O anima superba, tu vuoi la pace dal vero, e ti ribelli se la ragione te lo dà fra le lagrime? le vie della natura son scettiche; guai a chi vi si mette per entro senza conoscerle! vuoi tu meco interrogare la sfinge che ti si pianta dinnanzi? vuoi tu profondarti negli abissi dell’essere e inebbriarti di spavento sacro nelle visioni terribili dell’infinito? sei ben presta a disfrondare dalla vita ogni speranza adultera d’oltretomba? immolarti con pieno olocausto alle leggi serene dell’universo senza ridomandare a nessun Dio il prezzo codardo del tuo sagrificio? se sei presta a tanto, vieni, ch’io t’insegnerò la via della vita.

Ti narrerò lo strazio dell’anima mia, le lagrime versate in silenzio, le ribellioni amare, le gioie tragiche, la vittoria disperata. Io ti disnuderò la coscienza come se fossi un Dio che la interroghi. Sento in me un’acre necessità di rivelarmi, perchè ciò che porto dentro a me stesso non è mio ma di tutti coloro che si conquistarono l’ideale attraverso le ombre della carne. Oh! fu ben triste il mattino della mia giovinezza, che per gli altri si apre così riposato così bello! L’estasi virginale d’un sogno pien di mistero, di voluttà, di lagrime, m’affascinò per un istante e poi disparve per sempre. La rimembranza lontana di quel sogno benedetto mi distilla ancora una dolcezza malinconica somigliante all’addio d’un amico. Prima di rifabbricarmi il mio mondo quante ruine attraversai di me stesso! quanti gioghi spezzai con furor procelloso di libertà! I miei fiori d’Adone, i fior del desiderio, gli ho gettati via con uno sdegno sciagurato, e m’esaltai nella mia solitudine infausta come S. Paolo nel terzo cielo.

Il due novembre intenerisce i pietosi sulle tombe dei morti; vuoi tu chinarti un poco a contemplare la mia tomba di vivo? quanti si traggono con sè il cadavere della memoria e non hanno il coraggio di confessarlo. Vieni, te lo confesserò io per tutti. Addio.

II

II.

Tu lo vedi: nella storia contemporanea c’è uno strazio tragico di due parti che si ribellano l’una contro dell’altra, e ciascheduno di noi ne porta i segni dolenti. Io m’interrogo spesso e mi pare che nella mia coscienza siasi già piantato un cono adamantino che la divise in due mondi avversi. Donde ciò?

V’ha in noi un mondo fuori della ragione che ci entrò per le vene in un’ora ebbra d’assurdi. Ci siam posti il giogo sul collo da tanti secoli, e l’abbiamo sostenuto coll’entusiasmo feroce dell’adorante; qual maraviglia se la libertà dell’intelletto redento non si conquista se non disfacendo una parte di noi stessi? qual maraviglia se lo spirito umano sa troppo di schiavo? Il medio evo ci ha tutti, più o meno, consunti; l’eredità sana dello spirito antico deviò le sue correnti fecondatrici degli organi, la ragione si oscurò davanti alla tetraggine della fede, il sentimento irruppe con le sue febbri ascetiche a devastare l’educazione scientifica omai cominciata, e l’uomo si credè redento nella grazia mentre s’era disfatto nella natura.

Oh! la nostra parte migliore è veramente disfatta dentro di noi! Ci siamo composti colle proprie mani un gineceo per isdraiarvisi come in un letto inerte; e pur oggi rechiamo gli occhi abbacinati e maceri da quel letargo dal quale ci hanno scossi tre secoli di scoperte. Noi ci moviamo brancolanti fra la nuova luce perchè ci resta ancora impressa intorno le ciglia contristate la caligine antica. Da ciò l’irrequietezza dolorosa d’un rinascimento incerto; da ciò le velleità che non si maturano mai nell’adulta virtù dell’intelletto conscio di sè; da ciò l’ecclissi superstite che si distende per tutte le vie della coscienza, e l’occulta fraude che ci avviluppa consumandoci nell’ impotenza eterna d’Amleto.

Fa d’uopo di risanarci da quella peste ascetica che ci corrose il nerbo della ragione comunicandoci quel delirio dell’oltretomba che ci stimola ancora il desiderio; fa d’uopo di aprire le stalle d’Augia putrefatte nel mondo moderno e lasciare che vi ricircoli la luce possente del vero; fa d’uopo di richiamare lo spirito dall’esiglio della materia rimaritandolo con la vita che sgorga perennemente dalle sacre mamelle della natura; non per inebriarsene in un’estasi inerte, come Faust, ma per riprodurne in noi stessi le parti più alte. Fa d’uopo di concordarci alle cose, rifecondarsene, ricrearle in quell’ideale ch’è la cosa più vera dell’universo, e che sornuoterà sola al naufragio dei mondi, infuturando nell’eternità coloro che lo riflettono in un’ora del tempo. La nostra salute è qui tutta.

Ma quanti credi tu che la conoscano? quanti che la riproducano? quanti che la trasmettano dopo di loro? Ah! il regno di Dio non è che di pochi, perchè soltanto i pochi se lo conquistano col miglior sangue dell’anima! I più s’abbandonano al torrente della demenza e spariscono dalla vita senza comprenderne il senso divino. Addio.

III

III.

«Auch ich war in Arkadien geboren;» potrei dire con Schiller; anch’io respirai nell’Arcadia della fede ed attossicai gli anni vergini della mia vita colle fraudi ascetiche del sentimento. Anzi, te lo confesso, la fede m’entrò con tanto impeto, vi si profondò con tanta tenacità d’entusiasmo che m’esaltai sopra me stesso. Era un’insania che mi si colorava colle sembianze del vero. Io la portai lungamente dentro di me; e quando alla fine la strappai dalla coscienza, a guisa di chi strappa la maschera dal volto dopo una notte fantastica d’orgia, l’anima mia, come fosse divelta dall’intimo suo, mi diè sangue per ogni vena, e lo strazio atroce sopravisse alla vittoria stessa della ragione.

Ti narrerò in un’altra lettera la tragedia che sostenni, le lagrime che versai, il dolore disperato d’un abbandono ch’io credeva impossibile. Ma, ripensando a quel mio passato ascetico, non ti nascondo che ora ne provo una quasi rabbia di pentimento. Ora non comprendo più quella battaglia che mi pare uno scherno della ragione; quelle lagrime mi paiono vili, e quella disperazione una stizza di fanciullo inesperto delle grandi vie che la scienza dischiude agl’intelletti maturati nel vero.

Perchè dunque la cappa di piombo della religione ci siede sul collo, e ci vieta di alzare fieramente la testa ed interrogare le cose come sono? perchè la servitù detestata del dogma ci logorò le potenze più fresche degli organi, fiaccandole per tanti secoli sotto la sferza papale? perchè quella codardìa d’intelletto che non osa affrontare i divini pericoli del vero scientifico? perchè l’inerzia disonesta che ci fa chiudere gli occhi alla nostra salute e ci fa così sbigottiti delle nostre stesse conquiste? perchè bestemmiamo la verità chiamandola triste, allettiamo speranze nell’oltretomba, e ci ribelliamo al fato reputandolo un giogo che ci schiaccia non una legge divina da riprodurre in noi stessi?

È un dramma pien di dolore ch’io ti narrerò come s’è prodotto dentro di me in quegli anni terribili e sacri nei quali mi si dischiudeva la ragione dall’orizzonte della fede. Addio.

IV

IV.

I figliuoli della grazia si ribellarono alla ed ora portano il danno d’una ristolta ed infausta. La Grazia di Dio è traforata nella coscienza dell’uomo e ha convertito in un limosinante del regno cieli; ella seminò le ruine per tutte le della vita, anzi della vita non fece che in un mondo non; ella ci ha resi impotenti e, quel ch’è trasformò l’impotenza in un abito umana segnandola come schiava e destinata ai supplizi ineffabili della geenna eterna. Un tal servaggio di spirito chiamò redenzione; e quando ci vide attraversare le forche caudine d’un dogma fabbricato da lei, s’applaudì come d’una grande salute partecipata dal cielo e dalla terra.

Ahimè! quanto diversa da quella Charite olimpica che uscì fresca di pudor virginale dalla schiuma del mare, ondeggiata mollemente dai zefiri sulla sua conca odorosa, che lampeggiava d’un riso sereno sugli esseri inebbriati alla voluttà de’ suoi sguardi, e mentre guidava le feste di Orcomeno dai veli decenti trasparivano le membra ambrosie atteggiate alla danza! La santa Venere con forma e con nome di Grazia era in quel tempo la Dea della vita, i cuori si esaltavano nell’ebbrezza del suo culto, ed anche la religione era gioia di spiriti sani.

Il medio evo capovolse quel mondo sì bello, e contristò di pianto ascetico la natura che avea generato le forme olimpiche della beltà. D’allora la grazia divenne mi- nistra di predestinazioni tragiche, e nascondendosi per entro alle pieghe d’un volere impervio ai dubitanti della terra, si pianta come un giogo in mezzo della vita, ne spezza le potenze che contrastano a lei, e crea un cimitero di schiavi là dove potrebb’essere un paradiso di liberi. Che redenzione infausta fu quella! che libertà sciagurata ci recò l’apocalissi del regno di Dio la quale annunziava cieli nuovi e terra nuova! che frutto ne venne dall’avere abbandonato le vie della natura per traviarsi miseramente nelle vie della grazia! quanti secoli perduti per sempre alla ragione umana! quante battaglie stolte in cui si versò il miglior sangue dell’anima per conquistarsi un regno de’ cieli impossibile!

Ah! se penso al danno immenso del quale rechiamo le cicatrici ancora vive dentro di noi, alla salute del mondo moderno contristata dalla morbosità medievale, a quel gruppo di demenze accampate nel cervello a guisa di specie stabili della fede, all’arduità dell’educazione scientifica che ci spoppi dai miti filosofici e ci disuggelli l’epoptea redentrice del vero; se penso a quella, direi quasi, ostinazione superba di fatuità impenitente che ci aggioga, più o men, tutti ad un dogma condannato per sempre, allora m’assale un tedio ribelle dell’intelletto che dubita di sè stesso e si crede trastullo di qualche nemesi sconosciuta che lo defraudi, e mi domando con l’amarezza che vien dalla morte se il sogno non è meglio del vero, e se la natura creando i suoi folli non abbia loro concesso le scorribande fantastiche nella breve settimana dei sensi.

Ahime! da quanti secoli ci passa innanzi il torrente della demenza, e con che tumultuare osceno si devolve per le vie della vita! quanta parte del genere umano vi si ruina per entro e vi naufraga! che fanno i pochi magnanimi i quali siedono sulle cime del tempio epicureo? contemplano da lungi il torrente sorridendo sui naufraghi. Addio.

V

V.

Eppure, non so tacertelo, la demenza della fede mi fu ben dolce sul mattino della mia vita, allorquando la fantasia si dischiude commossa ai primi tepori del sentimento ancor vergine. Forse tu non sai come si apprende e si profonda nello spirito giovinetto il desiderio delle cose divine, e per che modo la natura gli si porga circonfusa in un mistero che si perde nell’infinito; ei vi si compiace, vi si esalta, vi si spaura, vi s’intenerisce, vi s’abbandona senza saperne il perchè. Le parole della fede gli sembrano arrivare da un cielo arcano, le riceve senza ostacolo, gli destano ebbrezze ineffabilmente nuove, gli rimangono impresse con tanta vivacità che gli pare di non potersene distaccare senza distaccarsi dal più intimo di sè stesso. Che vuoi? le imparò dal labbro di sua madre; la preghiera semplice e casta di Dio s’innalzò dal suo letticciuolo domestico benedetta dalle lagrime, santificata dal dolore, custodita dall’ affetto. La fede così distillata nel cuore coi baci materni v’echeggia anche dopo che la ragione s’è ribellata a quel sentimento; e gli parebbe di contristare sua madre se cacciasse da sè il divino ospite introdotto nel suo cuor di fanciullo da una mano si pia. Le leggende dell’evangelo gli si cangiano in un mondo vivente, ed ei vi si getta con l’avidità di un timore dilettoso. Non è il dogma bizantino, sillogizzato dalle scuole medievali, che soggioga l’intelletto acerbo, e l’idillio popolare di quelle leggende, la terribilità tastica di quell’apocalissi, il dramma psicologico di quel Getsemani che ci colpisce, ci affascina, ci vince.

Quel non so che di solenne e di sacro che esce da una cattedrale, tiene avvinte alla fede le anime devote che la frequentano più che non valgano i sillogismi di cento dottori. Il suono profondo d’un organo che s’aggira per gli archi e che sembra la voce dei supplicanti atterrati in faccia agli altari, io l’odo ancora attraverso vent’anni di ribellione scientifica. Sai tu che se nella solitudine delle mie notti vigilate nello studio mi viene all’orecchio una squilletta che dalla torricciuola d’un chiostro solingo risvegli gli anacoreti che dormono, io mi sento gli occhi umidi di pianto, l’anima mi balza nel petto, e mi sto lì fiso ad ascoltare quel suono come di persona accorata che chiami, e mi risovvengono i dì giovinetti della mia fede, le canzoni modulate nel coro, le festicciuole devote dei semplici, e la gioia serena e fresca che io provava ritrovandomi fra le teste ascetiche di salmeggianti, solcate dagli anni e dal dolore?

Quel mio mondo sparì per sempre nè io certo domanderei che mi fosse ridonato per riavere la pace che mi fu tolta, ma non so dimenticarlo. È una visione dolce e tenera che mi torna sovente alla memoria e mi fa sospirare come verso il paradiso perduto. Sognai di Dio e con Dio esaltandomi di lui ed in lui; l’amai, l’adorai col cuor ebbro di vita vergine e nuova; gli domandai il suo segreto ed il mio, il mio destino ed il suo; ragionava con lui come se l’avessi vicino; mi pareva qualche volta di udire la sua voce dietro la quale io correva con l’ardor trepidante del desiderio; ma quel sogno non era che una fraude degli organi allucinati, quella voce non altro che l’eco ripercosso dai labirinti del mio cervello. Ben so questo: eppure non mi pento di avere sognato Dio a tal modo. Da quel volo per l’infinito io me ne tornai coll’anima nata e non potrò giammai rifare in me stesso quello stato del sentimento, non potrò riprodurre le note misteriose che udii in quell’estasi piena; ma la poesia di quelle settimane inconscie della fede non è perduta. Dio fuggendo dalla mia ragione vi lasciò segnata un’imagine di sè stesso nell’ ideale che porto con me come conquista superstite d’un mondo sepolto. Addio.

VI

VI.

Era un giorno d’autunno ed io saliva la prima volta un collicello ridente incoronato di verde; la brezza mattinale impregnata dall’erba e dai fiori mi battea per la fronte, ed io aspirava con riposata giocondità quell’incognito indistinto che usciva dal profumo selvatico dei campi. Le striscie argentine del * * * si moveano scintillanti lungo le rive flessuose, e la sonorità piena e profonda delle sue acque mi arrivava all’orecchio come il rumore d’un organo che vien da lontano. Limpida e mite si diffondeva la luce per tutti i seni di quella valle che somiglia una conca di paradiso. Lo strepito delle vendemmie echeggiava d’intorno, e tremolavano al vento le siepi sgocciolanti di rugiada. Dall’orizzonte che mi s’apriva d’innanzi io discerneva ad uno ad uno i gruppi leggeri e svelti delle collinette che circondavano la valle illuminarsi fra loro come in un concento di luce.

Io leggeva il viaggio fantastico dell’odissea, e quelle pagine fresche, vivaci, animate ancora nei flutti del mare mi comunicavano un’ebbrezza di sentimento sino a quel dì sconosciuta. Fu là che ti vidi sopra un terrazzo del tuo giardino domestico e mi parve che in quel punto s’infondesse nella natura qualcosa di virginale e di tenero acquistandolo da’ tuoi sguardi. Il tuo riso mi entrò per le vene come una virtù lieta che mi disserrava da un sonno inerte; e quel sereno inconscio che raggiava da tutta la tua persona mi circonfuse d’un abito arcano, ed attonito di me stesso sentiva scaturirmi dal cuore una, direi quasi, fontana di fate.

La sera discesi soletto dalla collina, e, chiudendomi nella mia stanza d’anacoreta, provai la prima volta il bisogno di piangere e piansi come un fanciullo. Addio.

VII

VII.

Mi ritornano a mente le audaci settimane del quarant’otto. Fu d’ allora che nel mio petto acerbo si risvegliò un’ansia febbricitante di pensieri, di desideri, di dubbi; fu d’allora che attraversai le grandi tempeste che doveano purificarmi più tardi come in un nuovo lavacro di spirito. Il mondo moderno sepolto fino d’allora a’ miei occhi mi venne su come da una profondità lontana, e dispogliandomi lo scoglio ascetico che io portava da tanti anni, sentii quel tumultuare acuto delle potenze che si commovono quasi stimolate da una virtù nuova. Oh! quel primo dischiudersi vivace, impetuoso, improvvido forse, d’una vita lungamente compressa, quel primo ribellarsi ad una servitù detestata, quel primo lampo che passa traverso la notte della coscienza illuminandone gli abissi, discoprendoti la parte inconscia di te stesso, è una delle rivelazioni più feconde della vita. Chi non l’ha provato non intenderà mai l’ebbrezza vergine e sacra del maturarsi nel vero. Il quarant’otto colle sue demenze politiche, colle sue rivoluzioni acerbe, co’ suoi disastri colpevoli, comunicò non di meno una scossa titanica all’ intelletto moderno. Fu come il voltarsi impaziente dell’Encelado europeo di sotto al giogo enorme che lo aggravava da tanti secoli. Il giogo gli rimase ancora sul collo ma ti annunciava le ribellioni venture che l’avrebbero abbattuto per sempre.

I grandi problemi scientifici della società contemporanea soffocati sotto la cappa di piombo d’un’educazione infausta mi s’ rono innanzi; m’accorsi la prima volta di quella guerra intellettuale e sociale che si dibatteva nelle coscienze, e la mia che s’era adagiata serenamente nella sua fede d’ infanzia, provò come un arcano turbamento di tutta sè stessa. Erano le prime esperienze dello spirito dubitante, e l’avidità d’ interrogare a mio modo le cose, di ricompormi in una fede tetragona alle scoperte scientifiche se si potesse, o d’abbandonare il vecchio cenacolo d’un Dio moribondo, cominciò da quell’anno.

Una febbre impetuosa di studi m’accese le vene, mi si dislargarono le attività risvegliate, e facendomi via degli ostacoli credei che la conquista del mio vello d’oro alfin m’ arridesse. Quante notti vigilate con ansia procellosa! che abbattimenti dopo l’estasi piena! che rabbia d’interrogazioni audaci! quanto spasimare di dubbi che pullulavano a piè della verità discoverta! Ah! la via della ragione è come la via della croce, tu v’insanguini i passi se vuoi salirla. Eppure io non mi pento della mia fede nel vero, rinnoverei gli assalti colla stessa pertinacia d’allora per conquistarmelo, e s’ei mi rivelasse la fraude di sè non mi lamenterei del mio fato. Chi sa che il vero non sia forse l’eco riflesso dai laberinti arcani del nostro cervello? che se la natura avesse collocato la fraude nel cuor di sè stessa, attirandovi, eterna sirena, le anime pellegrinanti sul mare dell’infinito, sarebbe poco pel saggio rivelarla qual’è? se la vita è una fraude perchè non si dovrebbe comprenderla? se le leggi dell’universo non odono le querele stolte del sentimento dovremo per ciò bestemmiarne gli effetti? L’ideale che ci splende nel nostro cervello e si spegnerà domani cogli organi è men divino per questo? non è bella l’oasi che ti rinfresca le vie del deserto? chi conosce la vita qual’è dominandola con la virtù dell’intelletto, è ben più saggio di tutti coloro che se ne fanno un Calvario di ascetici. Addio.

VIII

VIII.

Vuoi tu ch’io narri la battaglia atroce che sostenni per conquistarmi la libertà dell’intelletto contrito dai gioghi celesti? chi vuol restaurare in sè stesso i danni patiti da una fede che lo divide dalla ragione e dalla scienza, e lo annega nelle visioni del sentimento ebbro d’assurdi, convien che s’apparecchi ad una guerra ostinata di cui gli rimarranno anche dopo la vittoria le cicatrici dogliose; convien che disfaccia ad una ad una le demenze che si accampano tenacemente nel suo cervello, e si cangiano in un abito dilettoso della ragione.

Le demenze della mia fede m’erano tanto care ed esercitavano in me tanta efficacia da non potermene distaccare senza che tutte le mie potenze si risentissero dello strazio. La religione cattolica costituisce un bel mondo fantastico che gira intorno al sentimento dell’uomo, lo affascina colle sue leggende, lo domina colla sua centralità, lo esalta co’ suoi misteri, per modo che la ragione obbediente s’addorme sotto il giogo di Dio, divenuto leggero e dolce. Ella ci trasferisce nel sovranaturale e nel miracolo, e ci avvezza a riguardare le cose attraverso un prisma d’oltretomba che le colora a sua somiglianza.

Provati a tor via dalla religione la sua parte fantastica ed ella ti si disfà tra le mani. La religione è un fenomeno che si produce fuor dalla scienza, e se la gitti, per così dire, in un’atmosfera scientifica tu la uccidi. Che resta omai del cristianesimo moderno dopo ch’ei fu costretto ad attraversare la filiera della ragione? Non ti parlo del cattolicismo papale giacchè tu ben sai ch’egli ha perduto ogni efficacia sugli spiriti educati al nuovo concetto della natura. Ei s’è concentrato nel suo passato che l’ha reciso per sempre dall’avvenire umano; sillogizzò con feroce logica i suoi dogmi, scavandosi il proprio sepolcro verso del quale si movono in pellegrinaggio i tartufi superstiti del medio evo. Ma il cristianesimo stesso da al Lessing, dallo Schleiermacher allo Strauss, dal Parcker al , dallo Schwartz al Biedermann, senza pontefici, senza chiese, senza dogmi, può ben dirsi cangiato in un ideale romantico del sentimento ma non è più una religione; egli è un fenomeno storico sottoposto alle leggi stesse degli altri fenomeni. L’assurdo contro al quale repugna la scienza è il clima verace della fede. Il credo quia absurdum esprime il fenomeno profondo della religione meglio di tutti gli adultéri filosofici del mondo moderno. Oh! tu non sai forse la virtù dell’assurdo nella storia dello spirito umano; egli ci attira nelle sue reti e vi ci lega per modo che non ci vien dato spiccarsene se non dopo una lunga battaglia contro noi stessi. L’imperio ch’ei tiene pur oggi dopo tante vittorie scientifiche è immenso; e le religioni superstiti traggono di là quella efficacia che non avrebbero se fossero nate dalla ragione conscia di sè. Chi sa che nei laberinti del nostro cervello non s’annidi qualche occulta perversità d’organi che loro vieti per sempre la contemplazione sincera e sana del reale qual’è? perchè ci piace cotanto di pennelleggiare le cose col sentimento come se ciò ch’è dentro di noi costituisca la norma del vero? donde ci viene la brama infausta dell’assurdo in cui si perde e si annega ogni virtù di ragione? perchè sì tenace la resistenza dei fantasmi falsi, sì tarde e sì dolorose le conquiste scientifiche? perchè non è concessa che a pochi magnanimi l’epoptea redentrice del vero? perchè pur dopo la vittoria proviamo uno sbigottimento di noi stessi e ridomandiamo con lagrime il paradiso perduto? perchè mi commovo tutto e m’intenerisco a ripensare le settimane della mia fede, le ore tragiche del dubbio, ed il terrore che mi diè la nuova rivelazione scientifica? tu non sai forse quanto sia tormentoso l’interrogare quel Dio che ieri adoravi nel casto silenzio del cuore; il domandarci la prima volta: — perchè credo io? che è la natura? che è la grazia? che è Dio? a che la vita e la morte? a che la nemesi eterna di colpe trasmesse col sangue? a che la vendetta ed il sagrificio di un Dio? la caduta e la rinascita? —

Ahimè! il primo dubbio che ti trapela nello spirito annuncia sempre il dissolversi più o men presto della fede! è come un lampo che t’illumina gli abissi del pensiero sui quali affacciandoti provi quel ribrezzo doloroso che vien dalla solitudine nell’infinito. Quel cielo arcano che si sospendeva intorno a’ tuoi desideri si dilegua di subito come rapito dal vento del deserto; quelle speranze nudrite nelle dolci visioni dell’infanzia, consolate di lagrime virginali, benedette dalla pietà della madre che te le depose nel cuore, ti fuggono via come colombe esterrefatte dalla tempesta. Dal capo santo di Cristo ad uno ad uno tramontano i raggi della sua deità, e sulla croce abbracciata con sospiri ineffabili tu non vedi più il redentore del cielo e della terra, ma un martire della propria coscienza ebbra d’ideali impossibili. Il sovrannaturale co’ suoi terrori d’oltretomba, colle sue apocalissi messianiche, colle sue predestinazioni indeprecate, colle sue demenze ascetiche, co’ suoi cicli paradisiaci, ti si discioglie dall’intelletto, e ti trovi d’innanzi la natura co’ suoi gruppi meccanici, colle sue migrazioni eterne, colle sue leggi scettiche.

A quella rivelazione tragica mi si ribellò la parte di me stesso educata nelle speranze molli del cuore; l’avidità tormentosa ed acre che mi portava su tutte le vie della ragione mi cadde abbattuta come da subito colpo; io giacqui lungamente oppresso e come attonito della mia propria scoperta. Quella religione davanti alla quale s’era inchinata la mia mente come davanti ad un verbo infallibile, mi si mostrò niente più che un fenomeno della storia; quel Dio che adorai tanto non mi parve che l’eco della mia coscienza, ed io contemplava per l’ultima volta il crepuscolo d’un mondo che moriva per sempre.

Guardai quel crocefisso a piè del quale mia madre mi conduceva la sera ad inginocchiarmi ed a pregare insieme, e provai una tenerezza amara, un pentimento per doverlo abbandonare sì presto, uno strazio di memorie che mi s’affollavano intorno; mi chiusi il volto fra le mani, e stetti così muto ed impietrato in un dolore che non ha nome.

Oh! credi fa d’uopo che sia ben forte l’efficacia del vero se può dividerci da tante speranze, fortificarci nella battaglia d’un Getsemani atroce, avvezzarci a sorridere virilmente alla morte, sostenerci contro la guerra oscena di tanti codardi che antepongono al vero la pace. Addio.

IX

IX.

Oh! potessi rivelarti il «tempio sereno» dove abita il saggio dopo le battaglie tragiche sostenute per conquistarselo! Se il volgo fosse men codardo e si sbigottisse meno sulla via dolorosa che conduce a quel paradiso dei liberi, oh! come tutti volerebbero con l’ardor del desiderio a quelle sommità beate! con quanta virtù sdegnerebbero i gioghi dell’oltretomba per affacciarsi all’infinito vivente! con quanto impeto di fede rinnovellata domanderebbero alla santa natura ed alle sue leggi eterne quella redenzione nel vero ch’è la più alta salute della ragione!

Le religioni ci deviarono, più o men tutte, dalla natura appunto perchè sono concette fuor dalle sue leggi e contro le sue leggi. Le religioni costituiscono tutte una, direi quasi, carta fantastica su cui l’uomo registra le demenze degli organi credendole rivelazioni di Dio. Ma un concetto scientifico della natura disfà la tela penelopea del sentimento. Anche qui, come sempre, è la natura che ci salva, e lo studio delle sue leggi che crea nel nostro cervello quel clima storico nel quale il fenomeno delle religioni diventa impossibile. Discacciato il sovranaturale dalla natura e dalla storia, donde potrebbero omai rigermogliare le religioni che vi si fondano tutte? Dove collocherai tu il demiurgo dell’universo se un di là dall’universo non c’è? Se la vita è un fenomeno eterno dell’essere eterno, che ne farai d’un creatore che la tira dal nulla in un’ora del tempo? che ne farai d’una videnza che pianta le leggi nelle cose, le governa a suo talento, le interrompe ad ogni lagrimetta di supplicanti? che vuol dir la preghiera innanzi la necessità delle leggi meccaniche?

L’astronomia colle sue nebulose feconde, co’ suoi cieli costellati nello spazio immenso, co’ suoi spettróscopi rivelatori della chimica siderale, tolse via per sempre il paradiso di Cristo. La geologia colle sue flore e le sue faune preistoriche, co’ suoi strati antichissimi, testimoni di mille rivoluzioni sepolte, fe’ disparire l’inferno medievale come un sogno atroce di fantasie sciagurate. La fisiologia colle sue scoperte istologiche, co’ suoi gruppi di cellule, co’ suoi centri nervosi, distrusse il mito d’uno spirito impaludato, non si sa come nè donde, negli organi, e disciolse la fede che ci dipingeva gli Elisi uranici al di là della terra. Il cielo è dapertutto; la terra è pur essa una parte di cielo destinata a dissolversi in un incendio del sole; la fauna umana è l’effetto d’una evoluzione di faune anteriori che diverrà, pur essa, un fossile pietrificato nei nuovi ipogei sul quale eserciterassi, per ozio, la curiosità dei venturi.

Tu dunque vedi che le religioni sono impossibili omai per un cervello moderno educate alla scuola scientifica della natura. L’avvenire le discaccierà tutte dal suo seno, e vivrà solo superstite a tanti naufragi quell’ideale che ciascuna età si trasmette di mano in mano come lampana di vita nelle panatenee cosmiche le quali si rinfrescheranno ad ogni stagione del tempo.

Oh! dimmi, non è bella, non è grande la nuova rivelazione della vita purificata dalle ombre tragiche dell’oltretomba? il paradiso dei liberi che portano Dio nel proprio cervello e partoriscono la giustizia di secolo in secolo, come un’eredità sana di spiriti consociati nel bene, non ti pare più degno d’essere conquistato della beatitudine inerte del paradiso cattolico dove non si va che per grazia, nel quale non entra la maggior parte del genere umano predestinata alle gemonie di Satana? Chi non sa creare Iddio nella propria coscienza e ne aspetta le rivelazioni fuor dalle leggi della natura, non comprenderà mai la dilettosa virtù del sagrificio che si esalta e si feconda in sè stesso come in un cielo di spirito, non sentirà mai scaturire dal cuor mondo le acque della salute.

Io t’ho raccontato ciò che provai nelle settimane dolenti del dubbio, allorquando mi pareva che la ruina della mia fede tirasse con sè la ruina della vita, eppure avvezzandomi a poco a poco agli insegnamenti austeri della natura, sentii distillarmi nella coscienza redenta una pace nuova come di chi partecipa alle serene leggi dell’essere e si ristora nelle rivelazioni certe della scienza. Non v’è paradiso migliore di quello che la scienza dischiude agli intelletti vigilanti nel vero. Le gioie più sincere e più alte dell’uomo sono le gioie scettiche, cioè quelle che derivano dall’intuizione fica delle cose non colorate da nessun prisma romantico, non travestite da nessun dogmatismo, non adulterate da nessun mito del sentimento.

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