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Avvertenza
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Colui che nell’estiva stagione brama di godere le fresche aure dei monti, sia che si rechi nella Svizzera o in altri somiglianti salubri recessi che in Italia pure non mancano, trova dovunque da fare acquisto di tante piccole Guide che lo allettano a visitare le amenità di quei luoghi. Non era egli conveniente che vi fosse una Guida anche per questi bei monti dell’Appennino pistoiese?
In quella parte di essi che propriamente chiamasi la Montagna, da qualche tempo è un convegno più numeroso di chi nella buona stagione la visita non solo, ma vi prende dimora. E ciò perchè vi trova da sodisfare al necessario ed all’utile della vita, e le forze vitali gli si ritemprano per una mite temperatura, per cibi salubri, per amene gite ira le varietà delle valli colte e selvose. Lo alletta quindi lo studio di quella Orografia, della varietà delle piante d’alto fusto, non che della flora; e infine se n’appaga il suo spirito, in mezzo a pacifici abitatori che parlano l'italico idioma sì sonante e sì puro; e quindi per la gran via nazionale che da Pistoia a Boscolungo le dà agevole accesso, e per altre provinciali aperte pe’ suoi dintorni, nell'andar visitando quelle antiche Castella, e quei luoghi che serbano tante storiche ricordanze.
Queste considerazioni ci sono state suggerite nel vedere l'interesse che le numerose famiglie forestiere, stabilite ora in Roma, Firenze ecc., prendono a cotesto bel distretto montuoso del Pistoiese, desiderose di trovarvi un dilettevole soggiorno durante i mesi più caldi d 1 estate, invece di recarsi altrove: e ciò anche per gli articoli pubblicati dalla stampa, segnatamente dalla Gazzetta d’Italia e dal Tourìste di Firenze, fra i quali bisogna notare la relazione indirizzata da un rispettabile inglese, il signor Somerset Burtschaell, al Signor Budden benemerito Presidente della Sezione Fiorentina del Club Alpino Italiano riguardo alle escursioni a Boscolungo di cui citiamo le seguenti parole:
«Nel percorrere ed esaminare più da vicino le diverse regioni d'Italia, ho dimandato più volte a me stesso perchè mai tonti forestieri ed italiani lasciassero ogni anno questo paese, per andare, al giungerò dell’estate, in cerca di un clima più fresco, mentre si potevano trovare nell'Italia stessa, ed a poca distanza delle sue grandi città, luoghi egualmente freschi e salubri. Ad una elevazione dai 600 ai 1200 metri, si può in generale avere in Italia un clima aggradevole nell' estiva stagione; e molti sono i luoghi lungo la catena dell'Appennino, dove i bisognosi di salute possono respirare un’aria pura e salubre, e godere ad un tempo belle e svariatissime scene della natura, e quali forse non trovansi che in pochi altri paesi dell’Europa.
«Non vi ha forse città più fortunata di Firenze a questo riguardo. Ma non so se sien molti gli abitanti della bella Toscana che amino di procurarsi il gradito passatempo di una passeggiata fra le amene foreste di abeti di Vallombrosa, o di poter ammirare l'infinita varietà delle Selve della Montagna e di Boscolungo.»
Per siffatte ragioni abbiamo impreso a pubblicare questa terza edizione della Guida sotto gli auspicii della Sezione del Club Alpino, di cui alcuni soci ci aiutarono già co’ i loro consigli; fra i quali l'egregio suo presidente insieme ad alcuni abitanti di San Marcello e di Cutigliano; fra cui notiamo il sig. Bartolomeo Cini, il sig. Luigi Biondi, il sig. Giuseppe Tonarelli, e il sig. Fontana segretario del comune di Cutigliano; corredandola di più ampie notizie, di alcune relazioni di speciale utilità ai turisti e alpinisti, di diverse vedute dei paesi e monumenti della montagna, disegnate dal vero dai pittori paesisti signori P. C. Guazzo e Luigi Bucco, come di una nuova carta topografica la più esatta e completa per cura del signor G. B. Rimini, segretario del Club Alpino di Firenze, ed eseguita dal signor G. Fer Ferrero topografo dell’Istituto Topografico militare.
Ponendo niente all’utile fisico e morale che ne ritraggon coloro che si danno a queste belle escursioni, non possiamo a meno di qui ripubblicare le nobili ed opportune parole che, volgendosi in special modo alla gioventù, pronunziava quell’illustre fondatore del Club Alpino, l’onorev. Comm. , al banchetto del Congresso degli Alpinisti Italiani che ebbe luogo in Torino il 10 agosto 1874.
«Correte alle alpi, alle montagne (ei diceva), o giovani animosi, e vi troverete forza, bellezza, sapere e virtù.
«Il corpo vi si fa robusto. Vi trova diletto nello fatiche, vi si avvezza (ed è utile scuola) alle privazioni ed alle sofferenze. Tutto ciò è tanto più importante oggi, imperocchè si direbbe che ai maggiori sforzi intellettuali che per lo sviluppo della civiltà l’uomo debbe fare, sia da cercare il riposo in un corrispondente incremento di fisica attività.
«Nelle montagne troverete il coraggio per istillare i pericoli, ma vi imparerete puro la prudenza e la previdenza per superarli con incolumità. Uomini impavidi vi farete; lo che non vuol dire imprudenti ed imprevidenti. Ha gran valore un uomo che sa esporre la propria vita, e, pure esponendola, sa ricordarsi di tutte le ragionevoli cautele.
«Stupenda scuola di costanza sono poi le Alpi. I momentanei slanci non vi bastano per riuscire. Vuolsi saper durare, perdurare e soffrire. Si direbbe che tornava da una gita alpina il poeta che dettava:
Optatam qui voluti contingere metam Multa tulit puer, sudavit et alsit.
«Anche la vostra lealtà ed onorabilità troverà incremento nelle Alpi. La fida e nobile solidarietà che fa sicuri, e conduce a salvezza gli alpinisti legati alla stessa corda nei passi pericolosi, non è senza effetto sul carattere. Si apprezza praticamente quanto grande sia il valore, e quanto grandi sieno gli effetti di una generosa fedeltà.
«Credete a me, giovani colleghi. Nelle circostanze difficili del vostro vivere vi parrà di essere ad una difficil salita. Un istante di viltà, d’imprevidenza perde tutto. Il coraggio, la previdenza, la costanza, la lealtà può farvi vincere ogni cosa. Vi accorgerete allora del gran valore morale educativo dell’alpinismo.
«Ma non ho finito. Qual è l’effetto del bello e del grande che tanto abbonda nelle nostre montagne?
«Mi ricordo di aver veduto qualche quarto di secolo fa un disegno di un predecessore del nostro collega Teia. Un ballerino stava congedandosi dalla ballerina, e questa gentilmente: «Monsieur, est ce que vous vous êtes amusé?» Ed il fiero isolano: «Mademoiselle, je ne danse pas pour m’amuser, mais pour perspirer.» «Li abbiamo tutti veduti questi alpinisti che, pur di correre, nulla vedono, nulla guardano, sodisfattissimi la sera se hanno percorso un numero di chilometri spropositato; salito e disceso le migliaia di metri che quasi eccedono la potenza dinamica dell’uomo; felici poi se per giunta una mezza dozzina di volte si son trovati sul punto di rompersi il collo.
«Dichiaro che ho il più profondo rispetto per gli uomini di tal tempra, da durare, per esempio, una settimana in simile impresa. La forza va rispettata. E quando incontro questi uomini a grandi passi, con occhi come vaghi a guisa di chi non ha tempo di vedere, penso agli uomini fatali, ai popoli fatali che nulla li arresta.
«Ma negli Italiani, in generale predomina il sentimento. Si guarda, si riflette, e forse più di quel che convenga si fantastica.
«Ora vi ha nelle Alpi e nelle Montagne tanta profusione di stupendi e grandiosi spettacoli, che anche i meno sensibili ne sono profondamente impressionati.
«Il forte sentimento ben presto agisce sull'intelletto; sorge la curiosità, il desiderio di sapere le cose, e le cause delle cose lo quali si vedono. Non si cercherà la cagione di ciò che si vede ogni giorno; l'abitudine crea l'indifferenza: ma gli spettacoli, i fenomeni straordinari, cioè, che ordinariamente non si veggono, destano la curiosità e l'intelligenza umana, E così le montagne producono l’effetto dei lontani viaggi. Quante nozioni s’imprimono fortemente nella mente, quanto desiderio di sapere, quanti propositi, anzi bisogni, di studiare, e indagare, non si riportano dalle escursioni alpine!
«Quanti pensieri novelli si affollano alle vostre menti, comunque siate, naturalisti, artisti, filosofi, letterati, ed in genere uomini colti! Perfino concetti di tornaconto vi verranno nell’animo: ma non voglio ora entrare in quest’ordine d’idee.
«Nè basta. Il sentimento del bello e del grande, dopo avere agito sull’intelletto per quella misteriosa armonia che è tra le facoltà umane, opera sul morale.
«Fate l’esame di coscienza, alpinisti provetti. Non vi accadde mai che un pensier men debole venisse ad offuscarvi l’animo sopra una vetta alpina? Non si hanno ivi che generose aspirazioni verso il buono, la virtù, la grandezza. Io non so se un quadro di grande artista, lo scritto di un sapiente, un discorso di eloquente oratore possa produrre nell’animo umano impressioni così profonde e così elevate quanto lo spettacolo della natura sulle vette alpine. Si direbbe che il fatidico excelsior ci sia di guida nelle escursioni, così nel campo intellettuale e morale come nel fisico.
«Se io non vo errato, o signori, l’alpinismo, come combatte nell’ordine fisico le conseguenze della vita troppo sedentaria cui ci astringe l’odierna civiltà, così ci difende nell’ordine intellettuale e morale dai perniciosi effetti del soverchio culto degl’in- teressi materiali, che pure hanno oggi importanza grandissima.
«Fra le tribolazioni della vita vi sono talvolta momenti di sconforto, di sfiducia. Fate una buona salita alpina. Giunti su quelle vette esclamerete col poeta:
«Correte adunque alle Alpi e alle montagne, animosi giovani, che esse hanno grande valore edurativo sotto ogni riguardo».
Possano queste nobili e non meno utili riflessioni allettare ogni classe di persone a visitare la nostra bella Montagna, per la quale con tante maggiori notizie abbiamo impreso a ripubblicare questa Guida.
La montagna pistoiese
Sotto questo nome s'intende quella fertile e pittorica parte de’ gioghi appennini, a maestro di Pistoia, racchiusa tra l'Ombrone e la Lima, che in parte è percorsa dal piccolo Reno, si estende e si eleva fino alle alture di Boscolungo, e della quale San Marcello è capo-luogo, e fa centro. È degna di esser visitata per la fertilità e bellezza delle sue valli, come per le sue storiche rimembranze.
Cenni storici. — Siccome queste catene appennine dividono l'Italia media dalla Gallia cisalpina, così ne valicarono i gioghi tutti i nemici e conquistatori del bel paese, tanto quelli che furon detti barbari stranieri, quanto i barbari interni. Non parleremo degli Etruschi che ne furono i pacifici abitatori. Ma i Romani dopo averli cacciati, e nelle lotte poi coi Liguri Apuani e coi Galli Boi, varcarono questi monti; prima sconfitti, alla fine poi vincitori. Pretendesi che per tai gioghi Annibale discendesse a’ danni di Roma, e non già pel Casentino (opinione per molti validi argomenti ornai combattuta): che i Galli Boi preparassero le mortali insidie a Lucio Postumo, non al di là del sul Bolognese, ma dentro le selve che circondavano l’antica Lizzano. Che Spartaco, udita la sconfitta e la morte di Chirso successa in Puglia, per queste gole venisse a passar l’Appennino, e qui rompesse i due eserciti di Lucio Gellio e di Gneo Lentulo, che consapevoli del suo intendimento, volevano attraversargli il cammino: e qui il feroce gladiatore, che voleva comprendere nella sua, la vendetta degli oppressi, dopo la vittoria sacrificasse trecento Romani all’ombra di Chirso. Di qui Radagasio duce de’ Goti, calato nel Pistoiese, si mosse alla volta di Fiesole ove rimase disfatto. nel 1301 chiamatovi da Bonifazio VIII sotto fìnta di paciere delle fazioni tra le toscane repubbliche, ma invece a predarle, ed accrescere le discordie, varcò questo giogo al Castel di Sambuca nel Pistoiese; il castello fu poi l’ultimo rifugio dei Bianchi, vinti a Pistoia dopo l’assedio dei Fiorentini e Lucchesi, nel 1306. nel 1326 spintosi da Milano verso Roma per deprimer Pisa, dar la corona ducale a , sterminare i Guelfi, deporre il Pontefice, e crearne uno suo, qui passò con l’esercito. In questi gioghi Castruccio si appostò più volte a’ danni di Firenze e di Pistoia, saccheggiando i paesi. Di qui nel 1673 don Francesco de’ Medici corse con truppe toscane a soccorrere il duca di Mantova: e nel 1643 l’eser- cito di Papa Urbano VII venne da Bologna tentando di sorprender Pistoia. I conti Guidi, le repubbliche di Pistoia e di Firenze; i Cancellieri ed i Panciatichi; i Lucchesi; i Pisani; l'Antelminelli e Filippo Tedici; Cosimo dei Medici; Imperatori e Papi si tesero insidie fra questi monti; e da ogni lafo d’Italia per incutere ai popoli obbedienza e timore con saccheggi ed arsioni, non lasciarono dietro sé che miseria, desolazione e spavento. Per tal continuo pas-, saggio questi vertici e queste valli ebbero sempre grandiose vie, come la via Cassia che volgevasi a Modena, e fors’anco la via Aurelia e la via Clodia. Nel medio evo per la frequenza dei passeggieri vi furono eretti spedali: uno dei quali fino dal secolo VIII da , cognato del re , lungo la strada che dall’Alpe alla Croce sopra Cutigliano, guidava a Fanano, e dove lo stesso santo fondò il primo monastero Nonantolano. Vi ebbero e vi diedero ospizio altri monaci: in prima i Benedettini, poi i Vallombrosani alla Badia di Fontana Taona: i Templari presso Prunetta alla Croce Brandegliana; e gli Eremitani sulla Limentra, in luogo detto Spedaletto, sulla via carreggiabile da Pistoia a Bologna. Dobbiamo notare perfino che fu su questa montagna dove può dirsi si decidesse (per diversi intenti) con le armi, della caduta delle due più illustri italiane repubbliche, della Romana con la morte di Catilina; della Fiorentina con quella del Ferruccio.
Corografia fisica
Corografia fisica. — Fra i gradi 43 49’ — 44 10’ di latitudine settentrionale.
Fra i gradi 8 18’ — e 8 43’ dal meridiano di Parigi.
A settentrione il confine del territorio che descriviamo è da questo lato quello pure delle tre Provincie Toscana, Bolognese e Modenese. Esso, seconda da prima l’acquapende dell’Appennino, traversando l’ e il , e giungendo al Corno alle Scale e alla Uccelliera. Quivi abbandona l’acquapende dell’Appennino, che si spinge verso mezzodì, e si mantiene sulla vetta di Mandromini per discendere sulla sinistra della Orsigna alla stessa sponda del Reno che raggiunge a Pracchia; scende allora sulla sinistra di quel fiume fino al ponte della Via Nazionale, detto della Venturina, poco al di sotto di Pavana, e superiormente a Porretta. Di qui scende ancora per breve tratto lungo la destra del Reno fin sotto la confluenza della piccola Limentra, e con giro tortuoso risale per la destra di questo torrente fino sotto la Sambuca, presso il ponte a Taviano. Taglia allora il monte che divide la piccola dalla grande Limentra, traversandone il crine poco al di sotto di Treppio, e poco al di sopra di Badi. Raggiunge la grande Limentra al di sotto di Lentula, e risale per la destra di detto torrente fin presso Fossato. Quivi, per la falda settentrionale dell’-Appennino di Gavigno, ne raggiunge la vetta al tabernacolo di tal nome, e da quello scende pel versante meridionale alla sinistra del Bisenzio sotto Cantagallo.
Orografia
Orografia. — Le principali montagne del territorio pistoiese appartengono al sistema appenninico. Stanno a tramontana del territorio medesimo, e formano un gruppo molto esteso, e nel quale s'incontrano alcuni dei più elevati appennini di Toscana e d’Italia. Tali sono il elevato sul mare metri 1937,667; il Libro aperto metri 1931; l’Uccelliera metri 1797. Questo gruppo è composto di due catene parallele l'una all’altra, e mantiene sempre la struttura geologica propria dell’Appennino, tranne sulla Lima presso la sua foce in Serchio fin sotto Lucchio, ove s’incontrano i carbonati calcari proprii della catena metallifera, e sul presso la città di Prato, che presenta un sorgimento suo proprio ed affatto indipendente da quello dell’Appennino.
Dall’appennino di Prunetta si diparte un lunghissimo sprone che divide la , cioè il territorio più prossimamente annesso a Pistoia, dalla Val di Nievole. Questo colle si spinge da tramontana a mezzodì, grandemente deprimendosi a Serravalle, ove passa la via regia lucchese, e sotto di essa è la galleria, da E. a 0., di circa chil. 2 per la via ferrata. Prosegue verso mezzogiorno, prendendo il nome di Montalbano; e ripiega poi verso levante, spingendo la sua falda meridionale fino alla destra dell’Arno, dove mette foce l'Ombrone fra le strette di Golfolina, lambendo a destra i poggi d’Artimino e di Comeana, a sinistra quelli di Signa.
Questa catena secondaria di colli conserva quasi sempre il carattere geologico dell’Appennino onde deriva, tranne presso Serravalle ove si mostrano i carbonati calcari, e le copiose sorgive come nei monti della catena metallifera. Forse ciò è dovuto al prossimo poggio di Monsummano, che a guisa di cono sorge nella pianura accanto alla Nievole. Esso ha la struttura della catena metallifera, e nel suo interno si scoperse già una grotta bellissima per le stalattiti e stallamiti che incrostano i massi formanti la volta e le pareti, e che ne adornano il pavimento, e varii laghetti, con una temperatura calda dai 22 ai 29 gradi Reaumur.
Oltre la massa principale appenninica, ed i colli di Serravalle e Montalbano, cui può dirsi frammesso con diverso sorgimento il poggio di Monsummano, non restano a citarsi che le piccole colline delle Cerbaie, che dividono il padule di Fucecchio da quello di Bientina, ora asciugato. Resultano esse dal sollevamento di un terreno d’antica alluvione, composto di sassi e ghiaie tenacemente cementate: hanno origine presso Altopascio e terminano sulla destra dell’Arno, in faccia a Pontedera, con la scogliera del Bufalo. Questi colli non si congiungono per modo alcuno alle ultime colline addossate all’Appennino, ma, come il prossimo monte Pisano, sono affatto isolate.
Idrografia
Idrografia. — Quantunque tutto il gruppo di montagne posto a tramontana debba geologicamente considerarsi come faciente parte del sistema appenninico, importa idrograficamente osservare la criniera
che divide l’acqua fra i due mari Mediterraneo e Adriatico con un andamento singolare.
Essa muove a levante da Montepiano, e spingendosi verso mezzodì, viene al di qua di Lugomano, da dove andando da levante a ponente giunge per la Badia a Taona alla Collina. Da questa s’interna verso tramontana fino a Pracchia, e torna subito a spingersi verso le Piastre e Prunetta, che costituiscono il punto più meridionale di quella criniera. Da Prunetta retrocede verso tramontana, passando per l’Oppio, fino al Corno alle Scale, all’Abetone e al Libraperto, da dove poi esce a ponente dal territorio. Queste inflessioni dell’acquapende fanno sì che, mentre la divisione delle acque tra i due mari avviene sulla catena settentrionale fino al Corno alle Scale, passa poi sulla catena meridionale, mediante il suo spostamento, dal Corno alle Scale a Prunetta, e prosegue da questa parte fino a Montepiano.
Tali sono le inflessioni della catena appenninica che determinano la disposizione delle valli montane, che è come appresso.
La Valle del Bisenzio raccoglie sul versante meridionale tutte le acque da Montepiano al di sopra di Lugomano, mentre sul versante settentrionale si formano le valli della Setta, e della grande Limentra. Quindi da Lugomano alla Collina si formano a mezzogiorno le valli secondarie della Bure e della Brana tributarie dell’Ombrone, ed a settentrione la piccola Limentra che, come la Setta e la grande Limentra, ha la sua foce in Reno. Dalla Collina a Prunetta si determina a mezzogiorno il bacino dell’Ombrone, ed a settentrione quello del Reno, che retrocede fino all’Oppio ed a Mandromini.
Da Prunetta e dall’Oppio andando verso ponente, il territorio non ha più acque che versino nell’Adriatico: perchè l’acquapende dell’Appennino essendo sulla catena settentrionale, restano comprese tra quelle e la catena parallela ad essa verso mezzogiorno, formando la valle della Lima, nella quale versano il Limestre, la Liesina, ed altri torrenti montani. La Lima poi mette foce in Serchio sopra i Bagni di Lucca. A mezzogiorno hanno origine la Nievole, la Borra, il Salsero, e le due Pescie, che tutte si scaricano nel Padule di Fucecchio: quello che già era di Bientina, non riceveva che piccoli rii, e non di questo territorio. A levante poi di Serravalle tutte le acque della montagna, e del piano sono ricevute dal Bisenzio e dall’Ombrone, che il Montalbano costringe a volgere all’insù, nè possono metter foce nell’Arno che sopra la Golfolina. A ponente di Serravalle tutte le acque si raccolgono nel padule di Fucecchio, che essendo diviso dal territorio di Bientina mediante i Colli delle Cerbaie, non ha altro emissario che l’Usciana o Gusciana che mette foce in Arno al di sopra di Pontedera. Gli scoli della pianura a levante sono poco felici, avvegnachè l’Ombrone ed il Bisenzio non li ricevano che molto in basso; ma ben più triste è la condizione della pianura a ponente (la Valdinievole) ove la fiumana minaccia sempre di estendersi.
Fiumi
Fiumi. — L’Ombrone (Umbro minor per distinguerlo da quello che scorre per le Tosche maremme detto Umbro maior) prende origine dai Lagoni di S. Mommè sull’ultima linea dell’Appennino. Scende con diretto corso verso Pistoia, in prossimità di circa un miglio dal lato di ponente. Volgesi poi verso levante, e radendo i colli di Tizzana e di Carmignano, gettasi in Arno a piè de’ colli di Artimino, dopo un corso di miglia 27 circa. La sua destra ripa riceve in principio piccoli torrenti, il più grosso dei quali è il Piestro. Succede il Vincio di Brandeglio, che gli si unisce presso Gello: indi la Torbecchia; poi il Vincio di Montagnana; quindi la Stella, che nasce presso Serravalle, e da cui i Pistoiesi si denominarono Stellatini; e altri fossi di minor conto. Anche i primi, tributari della sinistra ripa, sono piccoli botri. Ma la Brana che scende dai monti d’Uzzo a bagnare le mura di Pistoia, e la Bure che prende origine sopra Baggio, e l’Agna che nasce sopra il Montale, sono torrenti più grossi che scaricano le loro acque in Ombrone nel centro della valle. Gli altri influenti da questo lato son fossi e canali della pianura.
La Lima deriva dalle scaturigini di Boscolungo. Sotto a Cutigliano riceve il Sestaione che nasce da Lagoscuro. Aumentano poi le sue limpide acque la Volata, la Verdiana, e il Limestre, poi la Liesina che sorge in Prunetta; in fine si fa tributaria del Serchio.
Il Reno ha origine dal lato orientale di Pru- netta. Le filtrazioni delle acque e delle nevi alimentano la sua corrente da S. e E., che ingrossata dalla Maresca e dall’Orsigna, si avanza da Pontepetri alle Capanne a N. E., e quindi a N. fino a Porretta presso la quale accoglie la maggior Limentra.
La Nievole scende dai monti d’Avaglio, e bagna la falda orientale di Montecatini; piegasi poi verso il centro della valle, e per diversi canali, dopo un breve corso si scarica nel padule di Fucecchio presso a Monsummano.
La Pescia maggiore (Piscia maior) detta anco Pescia di Pescia, ha origine nell’appennino di Calamecca; d’onde ingrossata da varii torrenti, discende precipitosa per la valle di Forfora; riceve gl’influenti Folognolo e Lanciolana; passa per mezzo della città da cui si denomina, e segue il suo corso perdendosi nel padule di Fucecchio.
La Pescia minore, o di Collodi perchè passa sotto a questo castello, bagna la Vallecola che nel medio evo ebbe nome di Valle Ariana. Vi ha pure la Pescia nuova, così detta perchè il suo alveo fu aperto di nuovo nel secolo XVI alla destra della Pescia maggiore, deviando una parte delle sue acque a ostro del Borgo a Buggiano ad oggetto di colmare quella vasta pianura.
Regime idraulico dei fiumi
Regime idraulico dei Fiumi. — Quanto ai fiumi, non ci occuperemo di quelli che versano nell’Adriatico, come il Reno, le due Limentre, e la Setta, essendo che non cadano di essi sul nostro terreno che i più elevati tronchi. Trascorrono sopra un suolo dell’arenaria-macigno, ed è ai medesimi provveduto bastantemente dalla natura con ripe composte da dirupate scogliere, e con cateratte di vivo masso. Ma diremo di quelli posti sul versante meridionale dell’Appennino.
La Valle dell’Ombrone ha gli Appennini da tramontana, da dove scendono le maggiori e più impetuose sue acque; è recinta a ponente e mezzodì dai colli di Serravalle e Montalbano, talchè si apre a levante, in senso inverso alla gran valle dell’Arno, ove pure deve scaricare le sue acque. Da questa configurazione che, quantunque bizzarra, è comune a tutte le vallate a destra dell’Arno, nasce che gli scogli della pianura sieno lenti e difficili; perchè gli alvei dei maggiori fiumi e torrenti, che a guisa di acquedotti delle acque montane scorrono elevati sulla pianura, sdegnano il modesto tributo delle sue acque; le quali solamente col seguitarne il corso, ed attendere che sia passata la superba fiumana, trovano tardi e a stento il modo di riversarsi nei detti fiumi. Non è questo il luogo di ricercare qual fosse lo stato antico del nostro territorio, che per molti dati apparisce essere stato nella maggior parte una palude che si estendeva dai dintorni di Pistoia a quelli di Firenze; nè ci tratterremo a far congetture intorno alle ragioni per le quali potè essere sgombro dalle acque questo suolo sì ubertoso, contentandoci di osservare come le stesse colmate naturali dei fiumi, la rimozione operata dalla mano dell’uomo, o dall’impeto del fiume medesimo di qualche cateratta di masso che sostenesse le dette acque nello stretto della Golfolina, possono essere state sufficienti a procurare uno scolo a queste campagne; le quali poi nei tempi più prossimi debbono la loro prosperità alla cura grandissima onde quelli scoli furono mantenuti. Nondimeno la peculiare condizione del territorio, quella cioè che le acque precipitano dall’Appennino, solcandone la falda meridionale, (sempre molto inclinata, ma non sempre solida) per distendersi poi in una pianura quasi orizzontale, doveva rendere ed ha reso difatti i fiumi arginati, pensili sulle campagne, continuamente minacciandole di gravissimi danni. I quali provenivano anche dagli straordinari diboscamenti e divelti fatti da assai tempo sull’Appennino, onde quel suolo commosso era più facilmente trasportato per le forre nei fiumi. Noteremo soltanto i devastamenti terribili portati dall’Ombrone al suolo circostante, ai quali indarno si tentò di provvedere nel 1723 con lo scavamento di un nuovo alveo, e con la spesa di oltre centomila scudi. La gravezza di questi pericoli non isfuggì al'ingegno alacre e penetrativo del prof. di Pistoia, il quale fino dal 1821 immaginò un vasto sistema di Serre o Briglie nei tronchi montani dei fiumi, onde trattenere le terre ed i sassi, che le acque asportavano pel troppo rapido clive, e così, restituendo la solidità alle corrose pendici, diminuire il riempimento degli alvei nella pianura. Tale grandiosa idea con felici risul-
tamenti fa posta ad effetto, in prima sull’Ombrone, poi sugli altri torrenti. Ma nonostante la utilità delle Serre, che anco il celebre idraulico Mingotti tanto raccomanda, attesa l’improvvida maniera con la quale in antico furono collocati gli argini che restrinsero l’alveo dei fiumi, mentre la natura continuò il suo processo d’innalzamento del detto alveo, avviene che questi argini, sebbene rialzati più volte, sono ancora mal sicuro schermo alle grandi fiumane. Se l’arte fosse stata meno improvvida, ed avesse tenuto gli argini discosti dal fiume, in modo da lasciare ad esso una zona di terreno per deporvi le sue alluvioni, il fiume ben diretto avrebbe stabilito il suo corso in mezzo a detta zona, formando tra la ripa e gli argini delle ampie golene, che avrebbero assicurato questi ultimi dalle corrosioni del fiume. Per tal modo la natura avrebbe impiegato le sue forze ad aumentare e rendere insuperabili quelle difese, che improvvidamente l’arte sola volle apprestare. Il qual pensiero secondo che narra l’illustre ingegnere in un suo articolo nel Calendario Pratese 1849, raccomandando questo sistema, non era sfuggito al prelodato professor . Provvedono ora alcune deputazioni idrauliche residenti in Pistoia, ai lavori delle serre, come agli altri ripari occorrenti; dai quali, fatti a dovere e opportunamente, dipende in gran parte la prosperità di questo territorio.
Ciò quanto ai corsi naturali delle acque, e al modo usato nel regolarli. Ma oltre di questo, si è pensato di profittare del benefico elemento, conducendolo in canali manufatti o gore, che servono a muovere non pochi opificii, e alla irrigazione dei terreni. Dell’utile che dalle acque correnti ne è derivato alle manifatture del ferro e della carta sulla montagna pistoiese, e anche nei dintorni di questa città, ne parleremo in appresso. Ma quanto alla irrigazione, tanto utile per l’agricoltura, è d’uopo confessare che è assai limitata, mentre le acque dell’Ombrone non si raccolgono, nè si deviano che con mezzi molto imperfetti, pe’ quali gran parte di essa va perduta. Infatti a maestro di Pistoia, a Gello, presso il ponte Asinaio, una chiusa a secco con piccoli pali e rami è il solo mezzo che s’impiega per raccogliere le acque di quel fiume: le quali, secondo la legge Bartolina del 1525, tradotte in apposita gora, che poco oltre suddividesi in due (la gora e il goricino) e penetrano in città, non bastano in estate ai bisogni delle manifatture e della irrigazione. A questo però intendevano nel 1853 le cure del Municipio Pistoiese perchè fossevi provveduto.
Valle di Nievole
Valle di Nievole. — Poco è da dire sul regime delle acque che scorrono tra la catena dei monti di Calamecca e l’Appennino, scaricandosi per la Lima nel Serchio: imperciocchè quei precipitosi torrenti scendono incassati fra i monti, in modo molto simile al Reno, alle due Limentre, ec, come sopra dicemmo. Solo in alcuni punti trovandosi addossata al nucleo solido del monte una crosta terrosa assai profonda, le corrosioni di que’ rapidi corsi d’acqua hanno potuto cagionare in quel non solido terreno delle imponenti frane, o distacchi. Tale fu l’avvallamento che distrusse sulla sinistra della Lima il villaggio di Lizzano; e tale fu lo scoscendimento che procurava il Limestre al di sotto di Cavinana, gravemente minacciando quello storico castello. La costruzione di varie serre ha restituito a quei terreni la necessaria solidità. Sul versante meridionale le acque scendono rapide pei fianchi del monte, ove i diversi bacini o botri danno origine ad altrettanti fiumi o torrenti che si scaricano nel padule di Fucecchio. Però qui non occorrono serre come nella montagna pistoiese. I fiumi poi nella pianura sono contenuti fra gli argini in modo assai analogo a quello usato nella pianura pistoiese e, come quelli, addivengono ben presto pensili e minacciosi sulla campagna; sicchè reclamano i medesimi rimedi che notammo pei pistoiesi.
Quanto ai canali manufatti, sono da osservarsi più che altro quelli della Pescia di Pescia, la più ricca di acque perenni; le quali raccolte in apposite gore, danno moto a non pochi edifizi idraulici di cartaie, ferriere, filatoi da seta, ec., che impiegano molti operai. L’acqua corrente non è in tal quantità da procurare estese irrigazioni: nondimeno è usata con tale straordinaria solerzia e industria nell’orticultura, per modo che intorno a Pescia fanno corona non campi, ma orti feraci di buoni erbaggi, e di piantonaie, che costituiscono un ramo di commercio molto utile ed attivo.
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