Front matter
ct
ct ct ct
ct ct fi ct ct
Prefazione
on deve parere strano, se una delle maggiori difficoltà, che io abbia trovato, dopo avere scritto questo libro, sia stata la scelta del titolo; nè potrei asserire di esserne pienamente soddisfatto. Lo Stato del Papa, dopo i casi del 1859 e 1860, fu ridotto alla presente provincia romana; tanto che la «dominante», priva del suo miglior territorio, fu paragonata dal cardinale ad una testa senza corpo. Amici chiari ed illustri mi consigliavano intitolarlo: La fine di un altro Regno, o Un’altra fine di Regno, in ricordo della mia precedente sugli ultimi anni del Regno di Napoli; però mi repugnava di essere creduto il necroforo delle vecchie Signorie italiane; nè, d’altronde, si chiamava Regno lo Stato del Papa.
Ho tuttavia voluto seguire il metodo adoperato in quel libro, al quale metodo si deve forse attribuire la fortuna sua, ma confesso che, per la recente vita di Roma, la difficoltà delle ricerche, sia pure per un periodo di venti anni, era più grave. Lo Stato non aveva nulla di omogeneo, e sostanzialmente diversa era la condizione storica delle provincie, di qua e di là dell’Appennino, nè la Santa Sede aveva l’abitudine di pubblicare i suoi documenti diplomatici. Gli ecclesiastici, inoltre, sono, com’è noto, più cauti dei laici nel fare rivelazioni e confessioni.
Per esporre il periodo interessante e drammatico dello Stato del Papa, che comincia col ritorno di Pio IX, e si chiude con la fine del potere temporale, occorreva rendersi conto, innanzi tutto, delle pubblicazioni fatte, che sono una selva; e poi frugare negli archivi privati, e singolarmente negli epistolarii, interrogare i superstiti, ma ben vagliarne le affermazioni e i ricordi. Più volte m’assalsero tali sgomenti, che fui tentato di non farne più nulla. Solo la grande passione dell’indagine potè sorreggermi in un lavoro, che, spesso indiscreto, non doveva parerlo, e che sovente riusciva penoso, perchè veniva a distruggere una leggenda, ad urtare un pregiudizio, od a sfrondare un romanzo. Mi dava coraggio il desiderio di perpetuare la memoria, e, se non fosse presunzione, di fare la fotografia morale di ciò che fu lo Stato del Papa, in quegli anni, ma soprattutto di ciò che fu Roma, senz’avere la pretesa di scoprir la città, e assai meno di adularla: questa città, che visitai la prima volta quarant’anni or sono, abito dal 1871, ed amo senza tenerumi convenzionali.
Roma ha subito, dal XX settembre sino ad oggi, tali mutazioni, da rendere ardua la ricostituzione del suo passato, il quale rispondeva ad un complesso di circostanze storiche, ed era il risultato della sua geografia: città non veramente nel mezzo d’Italia; capitale politica di un piccolo Stato italiano, e religiosa del mondo cattolico; cinta dal deserto e dalla maremma; quasi presso il mare, ma non marittima; soggetta allo sfibrante scirocco; chiusa nelle sue mura, che per due terzi circondavano ville, vigne, orti, canneti malarici e resti di rovine. Eppure la trasformazione edilizia, ch’è stata tanto grande, che la vecchia città quasi più non si ritrova, è nulla rispetto alla rivoluzione morale, che vi sì è compiuta. La piramide si è capovolta. Il laicato, che doveva essere tollerato per la clemenza degli ecclesiastici, si è sovrapposto ad essi: laicato, buono e cattivo, non romano o romanesco, ma nazionale. E con questa nuova forza s’imposero nuovi sistemi e nuove finalità, condannate o sconosciute; e nacquero bisogni, da sembrare persino impossibile che non si fossero sentiti sino al giorno, in cui Roma divenne capitale d’Italia. La vecchia generazione, che può fare ancora dei confronti, va scomparendo; e quando sarà sparita, nessuno saprà più che cosa fosse un tempo questo paese nella sua intimità, nelle sue classi sociali, nella sua economia pubblica e privata, nel suo governo, nelle sue gerarchie, nei suoi rapporti col mondo, nelle cospirazioni politiche, e negl’intrighi; nella confusione, infine, delle due potestà, larga fonte di quei mali religiosi e politici, che avevano sì un’impronta caratteristica, ma che non erano maggiori di quelli delle altre Signorie italiane.
È anche opportuno osservare che su Roma cadono, da secoli, i giudizi più disparati, quali non sono caduti mai su altra città del mondo. Viaggiatori e diplomatici, letterati ed archeologi, novellatori e pubblicisti, donne sentimentali ed erudite, d’ogni parte del mondo, hanno creato, ognuno per sè, una Roma convenzionale od unilaterale, con un corredo di esagerazioni, di pregiudizi e anche di critiche, qualche volta giuste, in omaggio alla cultura e alla tradizione.
Occorreva risuscitare, nella sua realtà, questo mondo scomparso da quasi mezzo secolo, per cogliere le vere cause di avvenimenti, i quali, osservati con apriorismi settarii o dottrinali, non sono stati giudicati secondo verità; anzi, spesso, a rovescio. La più rigorosa indagine doveva mirare all’uomo, perchè l’eterna materia della storia è lui: l’uomo, laico o sacerdote, nel suo tempo; con le sue passioni, nobili o volgari; co’ suoi ideali di grandezza morale, o con le miserie del piccolo egoismo. Il fenomeno storico, se non diventa realtà nelle sue varie manifestazioni, anche in quelle, che sembrano più trascurabili, è difficile che balzi fuori in tutta la sua sincerità; e ancor più difficile, quando si tratti di storia contemporanea, e di vicende straordinarie, per le quali si formò l’unità politica di un Paese, che non fu mai unito, ed ebbe termine un potere millenario, che pareva non dovesse finir mai.
Questo libro è in gran parte vita vissuta, così per le memorie mie, come per le altrui. I miei collaboratori sono stati tanti, che non sarebbe possibile indicarli tutti; non pochi sono spariti dal mondo, ed altri son vecchi; ed a costoro il passato torna come un grande ideale, sognato nella giovinezza e raggiunto, o deluso innanzi ad una realtà non preveduta. Le pubblicazioni del tempo, se difettano spesso di precisione e di obbiettività, hanno però la virtù di rivelare le passioni e le esagerazioni del momento. Di questi scritti ho dovuto tener conto, come punto di partenza, per proseguire l’indagine, sempre diretta al fine di riprodurre quel mondo pontificio, sul quale si veniva ingrossando la procella politica, e i cui segni precursori appariscono sin quasi dal giorno che Pio IX ritorna nella sua capitale. Gli avvenimenti, che si compirono nei venti anni, sembrano la conseguenza naturale di quelle leggi storiche, alle quali il papato politico s’illudeva di potersi sottrarre.
Se alla caduta dello Stato del Papa manca la nota tragica, che ebbe quella del Regno di Napoli, non vi manca la nota drammatica; e l’importanza storica dell’avvenimento è maggiore; è, anzi, mondiale, per la doppia qualità del Sovrano, che, venendo a un po’ per volta spodestato dei suoi dominii temporali, rimaneva nella sua capitale religiosa, con la sua corte e i dicasteri, e che nessuno desiderava espulso, anzi tutti eran d’accordo nel volerlo in Roma stessa, garantito e onorato da armi e leggi italiane, a capo della cattolicità. Lo Stato finiva sotto il pontificato dell’uomo più sentimentale e più impulsivo, che abbia avuto la Chiesa, e dopo che questo Papa aveva adoperato, per sorreggerlo, tutte le armi, spirituali e temporali, niuna esclusa; nè mancò di coraggio la sua resistenza fino all’ultimo. Il potere temporale morì, perchè da un pezzo la necessità sua era esulata dalla coscienza dei cattolici, persuasi che, sciolte dal potere politico, la indipendenza del Pontefice e la libertà della Chiesa sarebbero meglio garantite.
Vengono alla luce molti fatti e documenti nuovi, che non si riferiscono solo allo Stato del Papa, ma alla politica italiana. Sono rivelazioni, che, dopo tanti anni, possono farsi senza indiscrezione; che lumeggiano alcuni punti essenziali della nostra storia civile, e correggono non pochi errori. Ho forse lasciata larga parte all’aneddoto, ch’è tentatore. Ma pur ritenendo che esso illustri e ravvivi i fatti, e umanizzi meglio le persone, e molte volte sia anch’esso un documento, riconosco che non bisogna abusarne, per non far degenerare la storia in cronache e frivolezze. E però ho cercato di contener l’aneddoto in giusti limiti, resistendo a tentazioni, spesso molto forti.
Si dirà forse che io non ho voluto trascurare alcune piccole cose. Lo riconosco, e non mi pento. L’epoca della storia convenzionale è passata: della vecchia storia ridotta alle guerre, alle ambasciate, agl’intrighi della diplomazia e alla vita delle corti, e narrata in periodi pomposi e rettorici. Oggi la storia è chiamata a riprodurre tutte le manifestazioni umane, tutta la vita sociale nella forma più semplice. Anche il documento dev’essere trasfuso nella narrazione, anzi transustanziato, come si direbbe in linguaggio ecclesiastico, e non mai abbandonato a sè stesso, e materialmente riprodotto sol per mostrare di averlo rinvenuto.
Se il solo annunzio di questo libro ha bastato a risuscitare una letteratura aneddotica, ben vedo che la pubblicazione di esso solleverà una rifioritura di memorie e di ricordi intimi, e sarà un bene, perchè io non pretendo di aver detto tutto. A me basta, come già fu per la , aver tracciato il solco profondo in un vasto campo, il quale, coltivato più intensamente, può dare frutti maggiori per la più intima conoscenza dei tempi.
Non voglio chiudere questa avvertenza, senza inviare una parola riconoscente a quanti, vivi o scomparsi, mi hanno reso più agevole questo lavoro, aiutandomi nelle ricerche, cedendo alle mie insistenze, e accettando in pace le mie persecuzioni. Ricordo, a preferenza di tutti, due uomini, i nomi dei quali sono congiunti strettamente alla storia d’Italia, al periodo più glorioso di essa, il marchese e il conte .
Roma, Natale del 1906.
Capitolo I
ct ct
— Vi benedico, benedico la vostra famiglia, benedico il vostro Regno, benedico il vostro popolo. Non saprei che dirvi ad esprimervi la mia riconoscenza per l’ospitalità, che mi avete data, disse il Papa, congedandosi dal suo reale ospite. — Non ho fatto niente, rispose il Re, non ho che adempito il dovere di cristiano. — Sì, ripigliò il Papa con voce commossa, la vostra leale affezione fu grande e sincera. — L’addio si compì alle ore 6 pomeridiane del 6 aprile 1850, all’Epitaffio, ultimo limite della frontiera tra Fondi e Terracina, e fu riprodotto dal nel quadro, che trovasi al Vaticano nella sala delle congregazioni. Nel quadro si vede , che abbraccia ; il principe ereditario è in ginocchio innanzi al Papa, il quale ha alla sua destra i cardinali e , i prelati , maggiordomo; , maestro di camera; , cameriere segreto, e monsignor Stella, che viaggiavano con lui. Sono riprodotti inoltre il ministro dei la- vori pubblici, , detto «Iacobinetto» o «Camilluccio» per la sua minuscola statura; il , che in quei giorni fungeva da ministro delle armi, e altri minori, andati ad incontrare il Papa all’Epitaffio.
Dalla parte del Re si vedono suo fratello il conte d’Aquila, il loro cognato don Sebastiano di Spagna, monsignor Garibaldi, nunzio pontificio a Napoli, e altri dignitari. Unico personaggio a cavallo è il maggiore Alfredo Dentice di Frasso, nella sfarzosa divisa di ussaro della guardia reale. Quest’ufficiale, appartenente all’alto patriziato del Regno, e fratello minore di , che fu deputato di Brindisi e poi senatore del regno d’Italia, ebbe il comando dello squadrone, che scortò il Papa da Caserta a Terracina, comando che cedette poi al maggiore Resta, nell’ultimo tratto da Terracina a Genzano. E Ferdinando II volle dare a Pio IX un attestato di riverenza singolare, accompagnandolo non sino a Portella, limite della frontiera napoletana, ma sino all’Epitaffio, frontiera pontificia, e facendolo scortare da soldati napoletani sino alle porte di Roma, così come le poste napoletane fornirono i cavalli sino a Terracina.
Il viaggio durò otto giorni, perchè compiuto a piccole tappe, per strade malagevoli, e sotto non infrequenti piogge. Il Papa faceva sosta la notte, secondo le necessità di allora. Partito in ferrovia il giorno 4 aprile, terza festa di Pasqua, da Portici, dormì a Caserta; e da Caserta mosse il dì seguente, col Re e i principi in berlina di corte, tirata da sei cavalli, molto comoda, ma pesante, costruita a Napoli e con le maniglie formate da chiavi pontificie, senza triregno. Fece colazione a Capua da quell’arcivescovo, , e dormì a Sessa. Il di seguente sostò, prima al ponte del Garigliano, dove si erano riunite le popolazioni di Traetto e dei vicini paesi, per ricevere la benedizione, e poi a Gaeta. Qui giunto, si recò al duomo, ascoltò la messa, ammise al bacio del piede il clero, i seminaristi, il comandante la fortezza, l’ufficialità e le autorità tutte. Nel palazzo arcivescovile era preparato un pranzo sontuoso; e finito questo, il Papa benedisse le truppe e la popolazione dalla loggia dell’episcopio, mentre il forte di Santa Maria e le navi da guerra facevano le salve, e le campane suonavano a festa. Nella ber- lina rimontarono, col Pontefice, il Re e il duca di Calabria; e quando, giunti all’Epitaffio, il Re e i principi ne discesero, vi salirono il maggiordomo e il maestro di camera, che non lasciarono più il Papa fino a Roma.
A Terracina, dove si giunse ad un’ora di notte, erano convenuti , ministro dell’interno; il delle finanze e il della giustizia. Vi erano pure il cardinale Asquini, i principi Torlonia e Borghese, e la principessa Giuseppina Lancellotti, venuti direttamente da Roma e da Velletri, per la via più breve di Cisterna. Pio IX vedeva per la prima volta quelle terre de’ suoi Stati, e una prima penosa impressione dovè provarla quando, lasciato il ferace piano di Fondi, coperto da belle vigne, da maestosi alberi di sughero e da piccole selve di agrumi in fiore, entrò ne’ suoi dominii. Fra Portella e l’Epitaffio correva una zona neutra, lunga quattro chilometri, quasi nuda, e fra il mare e le colline, coperte da rada boscaglia, serpeggia la strada, che è l’Appia antica. La bassa campagna è paludosa. Il lago di Fondi, che era nel territorio pontificio, e le terre circostanti, nido in ogni tempo di contrabbandieri e di malandrini, possono considerarsi come il principio delle paludi Pontine.
Da Terracina a Cisterna corre la magnifica strada della bonifica; ma dopo pochi chilometri la strada biforca, e a destra, per la valle dell’Amaseno, un ramo risale per Piperno, Ceccano e Frosinone. Fu scelta questa, ch’è la più lunga e malagevole e per cui le ruote della vettura affondavano nella mota, ma il Papa volle visitare Frosinone e Velletri, capoluoghi di provincie, e far brevi tappe a Ceccano, Valmontone, Ferentino e Alatri.
Di tanto in tanto s’incontravano gruppi di ciociari, guidati da preti, più curiosi che entusiasti. Alcuni archi di trionfo, molto primitivi, erano stati innalzati dallo zelo dei Capitoli e dei delegati apostolici di Frosinone e Velletri. Il Papa fece sosta dovunque gli si diceva esistere qualche memoria sacra, o dove incontrava gruppi di terrazzani e rappresentanze ecclesiastiche, invocanti il bacio del piede. All’abbazia di Fossanuova visitò la cella dove morì san , e s’inginocchiò innanzi al crocifisso, che parlò al filosofo. Pio IX viaggiava modestamente, senza gli scialacqui, che resero famoso il viaggio di Gregorio XVI a Terracina, sette anni innanzi. Di ricevimenti signorili, durante il viaggio, ve ne furono due soli: uno a Valmontone, dal principe don Filippo Doria; e l’altro a Velletri, dai Lancellotti. Il principe Doria fece le cose grandiosamente. Aveva fatto venire tutta la famiglia, e tra le molte decorazioni, ond’era insignito, aveva prescelto, per la circostanza, il gran cordone dei: Santi Maurizio e Lazzaro. Sotto Montefortino, oggi Artena, fu 08sequiato dai principi Borghese e Aldobrandini, e giunse la sera del 10 aprile a Velletri. Era stanco, e prese alloggio al palazzo della legazione, che l’anno prima aveva ospitato Ferdinando II e Garibaldi. Il dì seguente visitò chiese e conventi, parlò ai fedeli, ricevette il generale , comandante l’esercito di spedizione nel Mediterraneo. Così era chiamato il comandante dell’armata di occupazione. Il generale Baraguay cumulava anche l’ufficio di ambasciatore di Francia. Era alto, secco e monco del braccio sinistro, perduto alla . I suoi aiutanti di campo, a farlo apposta, si chiamavano Dieu e Foi. Il Papa restituì la visita alla principessa Lancellotti, nel bel palazzo Ginnetti, rammentandole, graziosamente, la promessa fatta a Terracina, di ricambiarle la visita a Velletri.
L’ultima tappa fu compiuta il 12 aprile, che cadeva di venerdì. Non vi mancò chi ne trasse triste oroscopo. Si partì alle otto, e ad Albano vi fu colazione, offerta dal cardinal Patrizi, che vi era vescovo. Avendo Pio IX chiesta una tazza di brodo, gli fu risposto che non ve ne era... perchè venerdi! Nè se l’ebbe a male, anzi, ridendo, se ne compiacque col rigoroso cardinale. Il seguito s’era fatto più numeroso per la gente accorsa da Roma. Genzano, dove si era trovato schierato uno squadrone di cacciatori d’Africa al comando del colonnello De Noüe, che assunse il servizio di scorta, era stata l’ultima tappa dello squadrone di ussari napoletani, i cui ufficiali furono ringraziati dal Papa, ed ammessi al bacio del piede innanzi alla chiesa di quel comune. E di là, per Albano, discendendo fra le fertili vigne di Marino e di Grottaferrata, si procedeva innanzi allegramente fra curiosi, il cui numero andava crescendo a misura che il corteo si avvicinava alla porta.
L’entrata in Roma era stabilita alle quattro. La folla si spingeva dalla porta San Giovanni sulla grande via verso Albano. Le osterie rigurgitavano di gente allegra, ma la folla più fitta sì concentrava sulla spianata. Le rappresentanze erano schierate sugli scalini della basilica. Prevaleva in tutti la curiosità di rivedere il Papa dopo 17 mesi, e dopo tante vicende. Le truppe francesi e pontificie erano schierate lungo il percorso, fino a San Pietro. Gli spari cominciarono da Ariccia, e proseguirono, a intervalli, fino all’alberata di Santa Croce in Gerusalemme, a misura che si vedevano comparire sulla piazza i piumati corrieri a cavallo, che annunziavano, di mezz’ora in mezz’ora, l’arrivo del corteo. Il sole era coperto da vagante nuvolaglia, che più volte minacciò la pioggia. Sopra gli scalini di San Giovanni lo spettacolo assumeva le proporzioni della grande teatralità. Spiccava il gruppo rosso dei cardinali, quello paonazzo dei prelati e del municipio, e i vivaci colori del corpo diplomatico, dei collegi, dei seminari e degli ordini monastici, che tutti avevano avuto ingiunzione dal cardinal vicario di trovarsi colà a quell’ora.
La commissione governativa dei tre cardinali, detta il «triumvirato rosso», aveva notificato al popolo che il Papa rientrava ne’ suoi dominii «per mezzo delle valorose armate cattoliche»; e lo zelante cardinal Patrizi aveva disposto il contemporaneo suono delle campane di tutte le chiese, e per due ore di seguito, appena il cannone di Castel Sant’Angelo avesse dato il segno dell’arrivo del corteo alla porta, e che per tre giorni si recitasse la preghiera pro gratiarum actione, e non più la colletta pro Papa. Anche la commissione provvisoria municipale aveva bandito il ritorno del Pontefice, dopo aver deciso che andrebbe a presentargli le chiavi della città nella forma più solenne. Furono coniate espressamente due piccole chiavi femmine, volendosi riprodurre la cerimonia medievale in ogni particolare.
Presidente della commissione era il principe , presidente dei Lincei, traduttore del de republica di , e scrittore di un opuscolo sul rinvenimento e autenticità delle ceneri di Raffaello al Pantheon. Ne facevano parte il marchese Bartolomeo Capranica; l’avvocato Lorenzo Alibrandi; Vincenzo Pericoli, padre del defunto monsignore, e quel piccolo e vivace avvocato Pulieri, amico indivisibile di , tanto indivisibile, che, morto Iacobini, si disse che il Padre Eterno, come se lo vide dinanzi, gli domandasse: E come sta Pulieri?
Il gruppo dei cardinali era formato, innanzi tutto, dai tre membri della commissione di Stato: Della Genga, Vannicelli e Altieri; dal Barberini, arciprete di San Giovanni, e dal Patrizi, vicario di Roma. Tornarono col Papa l’Antonelli, il Dupont e l’Asquini; il cardinal Mattei preferì attendere il Papa a San Pietro, dove era arciprete. Essendo presenti in Roma i cardinali Ugolini, Bofondi, Vizzardelli, Castracane, Ferretti, Spinola, Lambruschini e Orioli, nessuno seppe spiegarsi perchè questi eminentissimi non si facessero vivi in quel giorno.
La consegna delle chiavi fu la prima cerimonia compiuta innanzi alla basilica. Il Papa, preceduto dallo squadrone francese, e fra le grida: Viva il Papa! Santo Padre, la benedizione! attraversò la porta, e la vettura si fermò agli scalini della basilica. Ne discese fra grida assordanti. I commissari municipali 8’ inginocchiarono innanzi a lui, e l’Alibrandi lesse un indirizzo. Con meraviglia di tutti, l’Odescalchi non comparve, e chi attribuì l’assenza a indisposizione, e chi a stravaganza. Pareva che a lui rincrescesse trovarsi a capo della città di Roma, per nomina provvisoria di un governo provvisorio. Compiuta la cerimonia della consegna, il Papa si trovò circondato dal corpo diplomatico ne’ suoi sfarzosi costumi. Il più semplice di quei personaggi, anche perchè non aveva decorazioni, era il colonnello Caff, ministro degli Stati Uniti, giunto a Roma fin dal febbraio per godersi il carnevale, buontempone e filantropo, che in una occasione elargì 500 scudi di elemosine. Però nessuno credeva ch’egli fosse un diplomatico, tanto che il Giornale di Roma non ne pubblicò il nome fra i presenti. Di ciò egli si dolse, e volle una rettifica, che fu fatta due giorni dopo. Fra i diplomatici si dava maggior tono il , come salvatore del Papa; più loquace era il Bargagli, tornato a rappresentare la Toscana; più tronfio e decorato il Martinez de la Rosa, ambasciatore di Spagna, l’unico che avesse tal grado e perciò decano del corpo diplomatico. Il De Bouteneff rappresentava l’imperatore di Russia e re di Polonia; il barone De Reumont, il re di Prussia; il conte Esterhazy era incaricato d’Austria; il De Maester del Belgio, e il conte Giuseppe Ludolf rappresentava Napoli. Per la Francia, infine, il maresciallo Baraguay cumulava le due cariche, come si è detto.
Si entrò in chiesa. La benedizione fu data dal cardinal , arciprete della basilica, che aveva ottenuto la porpora a 36 anni, grazie al nome. Compiuta la benedizione, il Papa andò in sacrestia; e, messosi in assetto per l’ingresso ufficiale, entrò in una vettura di lusso, aperta lateralmente, tanto da lasciar vedere tutta la persona. Indossava il rosso sulla sottana bianca, e portava il cappello rosso. Aveva incontro i monsignori De Medici e Borromeo; allo sportello destro cavalcava il , e a sinistra il principe Altieri, comandante le guardie nobili. Seguivano le vetture dei cardinali, i carrozzoni del municipio, e quelli del corpo diplomatico. Il corteo, lungo e pittoresco, ricordava una grande processione del 500. Pio IX era di una palese giocondità, che venne notata, come ne fu notata la floridezza del volto. Pareva ringiovanito, durante l’esilio. Scambiava commenti e barzellette coi due prelati, di umor faceto anch’essi, singolarmente il De Medici, fedele ai suoi idiotismi partenopei. Il Papa alzava la mano, e benediceva graziosamente la folla, che, prostrata al suo passaggio, gridava: Viva Pio IX! Santo Padre, benediteci! Però le grida diventavano meno frequenti, via via che si procedeva. Il fece una magnifica esposizione di arazzi e fiori alla sua villa in via del Colosseo, nè alcuno avrebbe preveduto che, cinque anni dopo, egli sarebbe stato condannato per vuoto di cassa al Monte di pietà. Si andava lentamente, e si impiegò quasi un’ora per giungere a San Pietro, dove il Papa ricevè la benedizione dal ; baciò il piede del principe degli apostoli, e a passo frettoloso si avviò al Vaticano per la scala interna, non più nascondendo il bisogno di riposo.
Tutta Roma fu illuminata quella sera, e singolarmente i quartieri popolari di Borgo, della Regola e dei Monti. Il rione della Regola, abitato dai vaccinari fedelissimi al Papa, rigurgitava di gente allegra e clamorosa. Temendosi disordini, le due polizie, la pontificia e la francese, avevano eseguito parecchi arresti. Sulle facciate di molte chiese si leggevano, fra i lumi, epigrafi allegoriche. Dal dì seguente e per parecchio tempo, non vi fu chiesa, dove non si celebrassero tridui di grazie con relativi Te Deum; nè accademia, seminario o collegio, dove non si festeggiasse il fausto ritorno. Fra le accademie va ricordata quella di San Luca; e fra i tridui, quello del Caravita, promosso dalla principessa di Piombino, dalla principessa , che era un’Archinto di Milano, più nota col nome familiare di «Biciaccia» per i suoi modi un po’ boriosi, e per distinguerla dalla «Bice» che era la marchesa Sacchetti, e dalla «Bicetta» ch’era la contessina Cini. Fra le promotrici di tridui si distinsero la marchesa Antici e la duchessa Braschi. Con i tridui grandiosi si avvicendavano i funerali per i soldati francesi, caduti durante l’assedio. Il Pontefice ne ordinò uno solenne in Santa Maria in Trastevere per i fucilati di San Calisto, vittime del feroce ; e ordinò inoltre un gran Te Deum da doversi cantare nelle chiese principali, in ogni anniversario dell’entrata del in Roma, e che fu cantato fino al 3 luglio del 1870.
Pio IX ardeva dalla voglia di uscire, e tre giorni dopo si recò a Santa Maria Maggiore. La mattina ricevè in udienza solenne il corpo diplomatico, in nome del quale parlò l’ambasciatore di Spagna. Uscì alle tre senza alcuna pompa, e dopo una breve sosta nella , andò dritto all’ospedale militare francese in Sant’Andrea del Quirinale. Distribuì ai feriti corone, crocefissi e medaglie; parlò loro delle famiglie, della patria e della religione; e quelli, esaltati e commossi, gridavano: Vive le Pape! La visita fece tale effetto nell’armée expédilionnaire che, due giorni dopo, il generale en chef diresse alle truppe un ordine del giorno così concepito:
Soldats! A peine entré dans cette ville, dont votre courage lui a ouvert les portes, et où vous l’avez reçu avec un respect si religieux, le Saint-Père a voulu témoigner à l’armée française combien il avait apprécié son dévoûment et sa discipline, combien il avait sympathisé aux fatigues qu’elle a endurées, aux dangers qu’elle a courus pendant le siège; il est allé visiter à l’hôpital Saint-André vos camarades blessés par l’ennemi ou atteints par la maladie - chacun de vous reconnaîtra cette marque de sa bonté, cette preuve de sa sollicitude paternelle; - S. S. a voulu bien bénir ceux qui jeudi prochain ne pourront pas se réunir à vous pour assister à la bénédiction qui doit appeler sur les drapeaux de l’armée française la victoire, dont votre valeur et votre patriotisme sont les gages.
Si può immaginare se tal linguaggio iperbolico non dovesse affinare l’arguzia dei romani verso il Baraguay, già fatto segno, per le sue stranezze, alle ironie più mordaci. E il giorno dopo, il Papa vide sfilare innanzi a lui, in piazza San Pietro, i 14,000 uomini dell’esercito «liberatore». Il comandante supremo aveva fatto venire in Roma le truppe distaccate ad Albano, a Frascati e a Tivoli. Il Papa, circondato dalla sua anticamera, e stando fra i cardinali Dupont e , impartì, da una loggia espressamente costruita sulla gradinata della basilica, la benedizione apostolica.
Una delle prime visite fatte da Pio IX fu al Gianicolo, dove erano ancora freschi i segni dell’assedio, e fresche le memorie dei combattimenti. Vi andò il giorno 29. Giunto sulla fiancata del , discese dal legno, e dalle guardie nobili si fece spiegare molte cose; volle osservare quei punti di villa Spada e di villa Corsini, dove si era più combattuto; e, varcata la porta, sempre a piedi, si fermò un pezzo innanzi al Vascello, ridotto una rovina, e poi entrò nella villa Doria, lodando il principe, che aveva costruita una tomba per i francesi caduti nelle mischie, e costruiva la cappella. Rivelo più curiosità che commozione. Si disse anzi che il Papa si recasse al Gianicolo, per compiacersi dei successi degli assedianti; e fu forse sotto questa impressione, che il dì seguente, 30 aprile, primo anniversario dell’ultima fortuna militare della repubblica, sulla porta di parecchie chiese, e sui muri di alcuni palazzi abitati da invisi personaggi, si trovarono scritto in rosso le parole: preti, il sangue dei martiri grida vendetta! Per quante indagini si facessero, non si riusci a scoprire l’autore di questo scritto.
La prima festa, dopo il ritorno del Papa, fu data dal principe , la sera del 16 aprile 1850, preceduta da un’accademia di musica. Molti invitati, e in gran numero ufficiali dello stato maggiore francese, sette cardinali, molti prelati e tutto il corpo diplomatico. Il principe ostentava una letizia esilarante. Enchantè! enchantè! ripeteva con la sua voce piccola e carezzevole, andando incontro alle dame, ai diplomatici, agli ufficiali francesi, ma sopratutto ai cardinali. Non si ballò che dopo la mezzanotte, quando gli eminentissimi lasciarono le sale, e le danze si protrassero sino all’alba. Non vi furono altre feste sino alla nuova stagione, ma si deve ricordare il ballo dato la sera del 2 aprile nel palazzo Poli, ad iniziativa di 27 giovani patrizi, che si quotarono a dodici scudi ciascuno, e che riusci brillante e affollato, ed al quale intervenne il generale Baraguay con lo stato maggiore, e il corpo diplomatico. Il biglietto d’invito merita di essere riprodotto, perché rivela lo studio di schivare qualunque senso di gerarchia fra gl’invitanti, nessuno volendo parere dammeno dell’altro. Era fatto così:
fi
Qualche superstite afferma che questo ballo non ebbe il carattere politico, che gli venne attribuito, ma così parve, anche perchè ebbe luogo dieci giorni prima dell’ingresso del Papa, e nel gennaio ve n’era stato un altro. Se gl’invitati erano giovani di poco mondo, non è men vero che appartenevano quasi tutti a famiglie guelfe, anzi il ballo sembrò addirittura ispirato dallo stesso sentimento, che li aveva mossi a disprezzare le minacce anonime, ed a prender parte alle feste del carnevale di quell’anno. Fra gl’invitanti figurava, con suo fratello Giuseppe, il principe , che poi si fece prete, e divenne cardinale. Allora contava 22 anni, e nel 1848 aveva seguito, in divisa di ufficiale della civica, suo padre, il , al campo di Carlo Alberto.
I principi romani, che si dimostravano più apertamente soddisfatti del ritorno del Papa, erano e . Furono primi a tornare in Roma dopo l’ingresso dei francesi; avevano fatta la villeggiatura, il primo a Castelgandolfo, ed il secondo a Frascati; e si recarono a Terracina a incontrare il Papa. Gli altri tornarono a un po’ per volta, quasi timidamente. Quando s’inaugurò la stagione teatrale del 1850 al Tordinona, molte famiglie principesche non vi comparvero, nonostante che vi cantasse il celebre tenore Naudin. Chi trovò il pretesto che il Poliuto non piaceva, che la Luisa Miller annoiava, e chi disse che la nuova illuminazione del teatro, à carcels, feriva la vista. In verità il patriziato non si sentiva ancora sicuro, e le piccole dimostrazioni nei teatri, che la polizia non riusciva ad evitare, non lo invogliavano ad andarvi. Una sera fu dovuto chiudere l’Argentina, perchè la prima ballerina non volle accettare un mazzo di fiori dagli ufficiali francesì, e vi fu un grandissimo baccano, con arresti.
The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.
Loading the full text…
The end
You’ve reached the end of Roma e lo Stato del Papa.
