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Dedica
Mia nobile e cara amica,
Dedico a Lei questi due volumi della Fine di un Regno, per attestarle la mia profonda gratitudine. Senza il Suo concorso, io non avrei potuto condurre a termine un’opera, ch’è il resultato di pazienti ricerche fatte in molti archivi privati, ma soprattutto in quello del palazzo Como, che fu della Sua famiglia, e che Suo fratello , con regale munificenza, donò alla città di Napoli. È in questo archivio, che io ho consultati i documenti dell’impresa di Sicilia del 1848 e 1849, e della successiva luogotenenza, e i pochi ricordi del principe di Satriano sui casi di Napoli, nei primi mesi del Regno di Francesco II. Se non è questa tutta la vita di Suo padre, che Ella, così benevola, desidera che io scriva, n’è l’ultimo periodo, il più vivo e interessante per la nostra storia politica. Il primo periodo, compreso nell’epoca napoleonica e murattista, sarà da me narrato sulla scorta delle di lui, le quali, come Ella sa, terminano al 1848.
Il , come tutti gli uomini che lasciano un’orma incancellabile del loro passaggio nel mondo, fu vittima di appassionati e severi giudizi per l’impresa di Sicilia, e per il suo breve governo, come primo ministro di Francesco II. Ma non si fu giusti con lui. L’impresa di Sicilia non era simpatica, anzi fu odiosa per la parte liberale; ma risulta dai documenti, pubblicati per la prima volta in questi volumi, che egli la compì come un dovere militare e civile: dovere che intese altamente e gli costò non poche amarezze, obbligandolo a dimettersi e dandogli la coscienza chiarissima che, col sistema dei Borboni, la Sicilia presto o tardi sarebbe perduta per la Monarchia.
La sua opera nei quattro mesi che fu al Governo, dopo la morte di Ferdinando II, mirò all’alleanza col Piemonte, al concorso delle armi napoletane nella guerra dell’indipendenza e alla formazione di due grandi Stati al nord e al sud d’Italia, confederati a comune difesa e senza stranieri. Ideò una Costituzione assai diversa da quella del 1848, e l’interessante disegno del nuovo Statuto, redatto da , si pubblica qui per la prima volta, ad onore di entrambi.
Io Le devo inoltre, mia nobile amica, non poche notizie sulla vita di Napoli negli ultimi anni dell’antico regime. Veda, che a nessuno, meglio che a Lei, può appartenere questo libro, nel quale con la più sincera obiettività è narrata la vita del Regno nell’ultimo decennio, e di tutto il Regno, mentre invece, come Ella ricorda, il volume, che detti alle stampe nel 1895, era limitato alle provincie del Continente. Oggi l’opera, ricca di documenti, rivelazioni e confessioni nuove, abbraccia l’una e l’altra Sicilia, Non oso affermare che sia tutta la scoria di quel periodo, ma son convinto che, qualunque ne sia lo storico, non potrà trascurare queste pagine, per la cognizione più precisa dei fatti e delle persone, e l’importanza dei documenti. Se considerando questi, il passato sembra meno detestabile, non è men vero che il motto di Cicerone, essere la storia maestra della vita, rivela piuttosto la necessità di scoprire e narrare fedelmente le cagioni intime dei fatti, che non l’efficacia della storia sul miglioramento morale dei popoli. Per il nostro Mezzogiorno invero, l’esaltazione momentanea e l’incorreggibile credulità furono in ogni tempo la cagione storica delle facili mutazioni di dominio e delle molte incoerenze e debolezze morali, che oggi col sistema rappresentativo hanno mutato forma soltanto.
Questo libro non ha pretese, e se leggendolo si riuscirà a spiegare, come potè avvenire che un pugno di uomini, votati alla morte più che al successo, riuscisse a liberare la Sicilia in poche settimane, e in quattro mesi tutto un Regno, che contava 126 anni di esistenza, il fine sarà conseguito. Ad ogni modo io voglio che questo libro porti in fronte il nome di Lei, come augurio di fortuna, e come doveroso omaggio a una santa creatura, che scrive pagine immortali nella storia della carità umana.
Parte II
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Capitolo I
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Il giorno stesso della morte di Ferdinando II, 22 maggio 1859, il duca di Calabria salì al trono, col nome di Francesco II, e l’annunziò ai popoli delle Due Sicilie un proclama magniloquente e quasi mistico, redatto, si disse, dal Murena il quale aveva fama di scrittore purgato. Altri asserì con più fondamento che l’avesse scritto Ferdinando Troja, e il ministro delle finanze lo avesse ritoccato; ma è da credere che furono entrambi a metterlo insieme, come entrambi lo portarono a firmare al giovane Re, che lo trovò molto bello.
Fu detto pure che Francesco II ne avesse scritto, di suo pugno, un altro che cominciava con queste parole: “Essendo cessate le speciali condizioni, per le quali l’Augusta e Santa Memoria del nostro Augusto Genitore si vide costretto di sospendere gli effetti della Costituzione, da Lui liberamente largita, riconvochiamo i col- legi elettorali pel giorno ....„. Presentato però questo proclama nel Consiglio dei ministri, che si convocò dopo la morte del Re, e al quale sarebbe intervenuto anche , questi sarebbe stato il primo a giudicarlo offensivo alla memoria del Re defunto, e con lui furono d’accordo il Troja e il Murena. Prevalse quindi il partito di respingerlo, e Francesco firmò invece il proclama del Troja e del Murena, scrivendovi in calce: “Quantunque io non mi persuada della forma del programma, che vuole sostituirsi a quello da me scritto, cedo malvolentieri alla proposta de miei ministri, sol perchè debba ritenersi maggiore della mia la loro esperienza negli affari di Stato„. Il proclama sarebbe stato poi da lui affidato ad un ministro estero, che si disse il Bermudez “a memoria delle sue proprie convinzioni„. Tutto ciò fu asserito e alcuni autorevoli personaggi mostrano di crederlo, ma non è storicamente accertato e non è verosimile, tenuto conto delle condizioni generali della politica e dell’indole irresoluta e timida del nuovo Re. Se quel proclama fosse stato affidato al Bermudez, questi di certo non avrebbe per tanti anni resistito alla tentazione di farlo noto, tanto egli era incorreggibilmente vanitoso.
Nel proclama ufficiale Francesco implorava la misericordia divina per compiere i suoi doveri, “tanto più gravi e difficili, in quanto che succediamo ad un Grande e Pio Monarca, le cui eroiche virtù ed i pregi sublimi non saranno mai celebrati abbastanza„. Imponeva a tutte le autorità di rimanere in carica; e la Real Maggiordomia e Sopraintendenza di Casa Reale emanava un curioso ordine per il lutto della Corte, obbligatorio per sei mesi.
Il dì seguente, nell’ordine del giorno all’armata di terra e di mare, Francesco faceva noti ai soldati ed alla flotta gli ultimi addii del suo augusto genitore, con invito a voler “insieme con noi innalzare all’Onnipotente Iddio preghiere per la Grande anima di quel Santo Monarca, che, sin negli ultimi istanti di sua vita,sen sovveniva, e Iddio pregava pel paese e per l’armata tutta„. Questo secondo documento intiepidì le speranze dei liberali, che si facevano molte illusioni circa gl’intendimenti del nuovo Re. L’ordine del giorno fu datato da Capodimonte, poichè la mattina del 23 maggio la famiglia reale lasciò Caserta, e non potendo prendere stanza alla Reggia di Napoli, dove doveva farsi l’espo- sizione della salma di Ferdinando II, andò tutta, in carrozze chiuse, in quella villa.
Fin dal primo giorno del nuovo regno corse la voce che Francesco II avrebbe cambiato il ministero, sostituendo il Filangieri al Troja, e la voce parve confermata dal fatto che il 3 giugno, Filangieri fu nominato consigliere di Stato, e con lui, il principe di Cassaro e il duca di Serracapriola, con queste significanti parole: “Ci riserbiamo di avvalerci, sempre che lo stimeremo opportuno, de’ loro lumi e della loro esperienza„.
Gli speranzosi nel nuovo Re magnificavano le cose, che si sarebbero vedute; affermavano che il proclama ai sudditi e l’ordine del giorno all’esercito rivelavano un’eccessiva pietà filiale, ma che Francesco, ascoltando i consigli di suo zio, il , e gli impulsi del suo animo, avrebbe cambiato il ministero, iniziate le riforme, data l’amnistia ai condannati politici e agli esuli; e i più esaltati aggiungevano che avrebbe fatta un’alleanza offensiva e difensiva col Piemonte, per compiere l’impresa nazionale, e largita la Costituzione.
Alla era seguita, dopo undici giorni, e poi, il 4 giugno, la gran , la quale liberò la Lombardia dall’occupazione austriaca. Si asseriva con insistenza che la Francia e l’Inghilterra avrebbero ristabilite le relazioni diplomatiche col nuovo Re; si dava per certo che Napoleone e Vittorio Emanuele gli avrebbero proposto di unirsi a loro per compiere l’impresa della indipendenza nazionale. Ma invece i primi atti del nuovo Re furono soltanto questi: tolse le doppie direzioni a Scorza e a Bianchini; sostituì a Scorza il magistrato Gallotti, nel ministero della giustizia; al Bianchini, nella polizia, l’altro magistrato Francescantonio Casella; tolse al Murena la direzione dei lavori pubblici per darla all’intendente di Bari, Mandarini. E fu solo, dopo l’imponente dimostrazione per la battaglia di Magenta, che Francesco si ricordò delle parole del padre e nominò il generale primo ministro e ministro della guerra.
La dimostrazione per Magenta fu il primo risveglio delle forze liberali e fece paurosa impressione in Corte. L’incaricato di affari e il console generale di Sardegna avevano illuminati i palazzi della Legazione e del Consolato, alla Riviera di Chiaja; e la Legazione di Francia, al Chiatamone, aveva fatto altrettanto. I liberali, in gran parte studenti, ne presero occasione per affermarsi e affermare ad un tempo le loro simpatie alla causa nazionale, al conte di Siracusa, il cui palazzo era a breve distanza dalla Legazione sarda e al governo francese. La dimostrazione ebbe luogo la sera del 7 giugno e raccolse da due a tremila persone. I dimostranti vennero alle mani con la polizia; Niccola Caccavone ebbe ferita lievemente una mano e perdè le scarpe e la voce. In Corte furono vivacissime le invettive contro Gropello, creduto promotore della cosa, perchè egli aveva, non solo illuminata la facciata del palazzo, ma esposto tra i candelabri un enorme mazzo tricolore, dono di alcune signore napoletane; ma a lui non venne fatta la più lontana allusione per quanto era avvenuto.
Non si trattò di sostanziale mutamento nell’indirizzo del governo; il Filangieri non scelse lui i suoi compagni, né alcun uomo di notevole importanza entrò nel modificato ministero. De Liguoro alle finanze, Rosica all’interno e Ajossa ai lavori pubblici, furono i nuovi direttori. Troja divenne consigliere di Stato, cioè ministro senza portafoglio; Murena passò alla Corte Suprema e Bianchini fu consultore. Del vecchio ministero rimasero Carrascosa, nella stessa sua perpetua qualità di ministro in partibus, e Carafa, al quale gli avvenimenti italiani e la morte di Ferdinando II avevano fatto perdere la bussola. Questo ministero, messo insieme a un po’ per volta, quasi faticosamente, rivelava le incertezze del principe e la varia natura delle influenze, alle quali soggiaceva; spezzava la vecchia compagine e non ne creava una nuova, anzi alimentava l’inquietudine e le diffidenze della Corte e degli zelanti. Francesco, come tutte le nature deboli, credeva di accomodar tutto, giuocando di equilibrio; e univa il Casella e il Rosica, miti e sapienti magistrati, e il De Liguoro, intelligente funzionario del ministero delle finanze, allo zelante e ignorante Ajossa, che nulla sapeva di lavori pubblici, per acchetare la Regina vedova e tutto quel vecchio mondo ferdinandèo, che si agitava e seguiva con animo mal disposto le prime novità, brontolando contro il giovane Re, esagerando e malignando. Rosica era abruzzese, e il giorno stesso che andò al ministero fu trovato scritto sopra una porta interna questo curioso e arguto bisticcio: Quello che non rose il tempo, e non rosero i sorci, Achille .... rosica! Egli era stato intendente di Basilicata, vi aveva fatto mite governo e salvata parecchia gente dopo l’impresa di Sapri. Ajossa, non sapendo una parola di francese, prese con sè un interprete, certo De Lauzières, fratello del noto giornalista. Francescantonio Casella era stato fra gli intimi di sino agli ultimi giorni, anzi ne diresse il modesto mortorio. Suo primo atto, andando al governo, fa il decreto, col quale veniva condonato il rimanente della pena ai condannati politici per i fatti del 1848 e 1849, e poi l’altro per il rimpatrio di alcuni liberali, che erano a domicilio forzoso, e finalmente quello assai più significante, in data 16 giugno, col quale erano abolite le liste degli attendibili. Se ne può immaginare l’impressione! Casella e Filangieri furono fatti segno di grandi dimostrazioni di simpatia da parte dei liberali, mentre i vecchi elementi di Corte non ebbero più freno nelle loro malignazioni e sospetti, battezzando il Filangieri, il Casella e il Rosica per traditori, che portavano in rovina lo Stato e la dinastia. Solo fidavano nell’Ajossa, il quale in quei primi giorni non aveva voce in capitolo.
L’avvento di Francesco II al trono non fu, nei primi tempi, salutato con feste e tripudii. Il lutto ufficiale lo impediva: lutto così rigoroso, che solo dopo i due primi mesi, si permise alle signore della Corte di portare ornamenti di diamanti e perle, ma espressamente erano loro vietate le pietre preziose di colore. E ci fu anche il lutto consigliato dalla paura, la quale mosse tanta gente a vestirsi suo malgrado di nero; anzi, in quei primi mesi di estate, furono addirittura aboliti i gilets bianchi. Quelli che li portavano, erano tenuti d’occhio dalla polizia, ammoniti o addirittura minacciati.
È inutile riferire i particolari sull’esposizione e la tumulazione della salma di Ferdinando II: si leggono nel Giornale Ufficiale, insolitamente loquace in quei giorni. Il cadavere, compiuta l’imbalsamazione, fu vestito colla divisa di capitano generale dell’esercito e collocato in una cassa aperta; fu poi disceso, la mattina del 28, per una scala segreta e collocato in un carro militare, che usci dal portone a sinistra della Reggia. Da Caserta a Napoli il trasporto si compì per ferrovia, senza pompa. Nella Reggia di Napoli restò esposto negli ultimi tre giorni di maggio, coperto da un velo bianco e sollevato tanto alto, che se ne vedevano appena i piedi. Le guardie del Corpo e gli ufficiali degli usseri, in grande uniforme, montavano la guardia. I gentiluomini, ogni ora, secondo il cerimoniale della Corte di Spagna, facevano mostra di andare a prendere gli ordini dal morto Re, ed invariabilmente ripetevano: Il Re non risponde. Nei primi due giorni, il pubblico fu ammesso a vederlo, dalle 10 della mattina alle 6 della sera; nell’ultimo, dalle 8 a mezzogiorno. Il concorso fu immenso. Nella sala d’Ercole si riversò tutta Napoli, e le provincie vicine dettero largo contributo di curiosi. Nel pomeriggio del 31, il cadavere fu trasportato con grande pompa a Santa Chiara e sepolto nelle tombe reali, dopo una magniloquente orazione di monsignor Salzano e un memorabile accompagnamento.
Il 3 giugno si riaprirono i teatri, e si apri la serie dei funerali, in Napoli e nelle provincie. Non vi fu Accademia o pubblico istituto, seminario o confraternita, Ordine cavalleresco o capitolo collegiale, che non si credesse in dovere di celebrar suffragi all’anima del morto Re. Fu una gara in tutto il Regno e, naturalmente, si distinsero le città di Napoli e Palermo. Ogni esequie era chiusa dal così detto elogio funebre. Elogi, che non si sarebbero fatti di Carlo V o di Luigi XIV o di Napoleone, vennero con gran sicumera tributati a Ferdinando II. Fra i più eloquenti oratori ricordo don Antonio Radente, che parlò in Sant’Antonio Abate; don Domenico Scotto Pagliara, il quale, col Quaranta, col Quattromani e col Barbati, fu l’epigrafista latino di occasione; monsignor Musto, don Antonio Cerbone, il canonico Frungillo, che parlò nel duomo; il padre Cerchi, che a San Giacomo, nel funerale fatto celebrare dai ministri, recitò un’orazione sul tema: Nullus illi similis in legislatoribus; e l’abate don Giustino Quadrari, che, nel funerale dell’Università, al Gesù Vecchio, parlò sul tema: Viginti autem et novem anni regnavit, et fecit rectum coram Domino; e basti ciò a provare a qual colmo di esagerazione può pervenire un falso misticismo, pervertito dalla rettorica. Ma vinse tutti gli altri il funerale fatto celebrare dal municipio di Napoli nella chiesa di San Lorenzo, parata a lutto e avente nel mezzo una tomba di stile greco-egizio su alto basamento. Da un lato c’era Partenope piangente e dall’altro il Genio borbonico. Pontificò Salzano; parlò il canonico Scherilio e Quattromani ridettò altre iperboliche epigrafi. Si era alla metà di luglio e ancora si celebravano esequie per Ferdinando II, in tutto il Regno, compresa la Sicilia. A Catania, il Decurionato ne fece celebrare uno in duomo, e un altro se ne celebrò nella chiesa collegiata, dove l’elogio fu letto dal canonico Giuseppe Coco-Zanghi. Questo canonico divenne poi notissimo, perchè in un periodico Catanese, La Campana, pubblicò un articolo per dimostrare, che le tre A del nome di Sant’Agata contengono un grande mistero, essendo quelle pronunziate dal profeta Daniele, quando, nella fossa, disse: “A, A, A, Domine, nescio loqui„. E concludeva, che le tre A di Agata avrebbero fatta uscire illesa la vergine dalla fornace, ora mutata in chiesa della Carcarella, in Catania. Di questa stranezza filologica molti risero, ma il Coco, morto, ebbe il suo busto in bronzo nel giardino Bellini, tra gl’illustri catanesi. Su tal busto, don Salvatore Bruno, ex canonico della cattedrale, professore di greco nell’Università e arguto spirito, fece il seguente epigramma:
A Palermo pronunciò l’elogio funebre nella cappella Palatina il padre Cumbo, rettore dell’Università, e in San Domenico, nel solenne funerale, fatto celebrare dal Senato, parlò il padre Romano, gesuita, ma in Sicilia si ebbe più misura.
A Roma, per cura del cardinale Girolamo d’Andrea, fu celebrato un solenne ufficio funebre in Sant’Andrea della Valle, con iscrizioni storiche. V’intervennero il sacro collegio, la prelatura, l’anticamera nobile del pontefice e il personale delle legazioni di Napoli, d’Austria, di Spagna e di Toscana.
Dopo il suo ritorno da Palermo, il generale aveva vissuta a Napoli una vita affatto privata. Frequentò assai poco la Corte, non nascondendo il suo malumore contro Ferdinando II e contro il Cassisi per le cose di Sicilia. Egli era devoto ai Borboni per giuramento di soldato, non per comunanza di vedute, aveva volontà propria e uno spirito affatto moderno. Religioso senza bigottismo e forse volterriano in gioventù, egli rideva delle superstizioni di Ferdinando II, perchè capiva che, costruendo chiese, sciogliendo voti e coprendosi di amuleti, non si puntellava un trono pericolante. Assunto al governo, credeva di poter rinnovare tutta la compagine dello Stato, ma per riuscire gli mancavano due condizioni essenziali: la fiducia del principe e compagni di governo, capaci d’intenderlo e di secondarlo lealmente. Questi compagni, tranne il Casella e il Rosica, non erano di sua fiducia; non poteva tollerare Ajossa, ma gli fu giuocoforza tollerarlo. Parecchi, tra i quali l’, gli fecero più tardi rimprovero di aver accettato il governo in quelle condizioni. Nonostante, avrebbe forse superato tutte queste difficoltà, se avesse avuto vent’anni di meno, ma nè lui, nè altri poteva superarle nelle condizioni che ho descritte, e fu vittima del suo ideale, quello di conciliare le esigenze dei nuovi tempi con la dinastia dei Borboni.
Filangieri si mise all’opera con molta fede e buona volontà. Come primo atto mandò via il Cassisi da ministro di Sicilia a Napoli e lo sostituì con Paolo Cumbo, a lui devoto; tolse allo Spaccaforno la direzione dell’interno e lo sostituì con don Michele Celesti, al quale era rimasto affezionato; ne ci volle poco per indurre il Re a consentire ai decreti su riferiti, e particolarmente a quello circa gli attendibili. Alcune sue ordinanze, per l’umile argomento cui si riferivano, provocarono commenti umoristici; ma altre furono consigliate, come quelle intese a rendere meno orribili le prigioni, da doveri di cristiana carità.
Non era quanto si aspettava, ma il presidente dei ministri non aveva le mani libere, nè poteva fare assegnamento sull’iniziativa, o almeno sopra un intelligente concorso dei suoi compagni di governo, ne credeva prudente allarmare troppo il timido Re e la Corte sospettosa, la quale non aveva fiducia in lui e lo rivelava senza mistero.
Rivolse le sue cure all’esercito, rimasto con lo stesso ordinamento datogli da lui nei primi anni di Ferdinando II. Aspirava a farne un esercito di combattimento, all’altezza delle milizie moderne, non un istrumento di regno, come aveva fatto il defunto Re. Capiva quanto fosse necessario rilevare politicamente il Regno di fronte all’estero, tornare in buoni rapporti con la Francia e l’Inghilterra, soprattutto con la Francia, ed entrare in accordi col Piemonte, nell’interesse dei due maggiori Stati d’Italia e delle due Monarchie, strettamente imparentate. I tempi erano grossi e occorrevano decisioni pronte e radicali.
Quando venne ricevuto dal nuovo Re il barone Hübner, per presentargli le congratulazioni dell’imperatore d’Austria, Filangieri non era ancora ministro. Quel ricevimento ebbe luogo il 4 giugno e destò nuove inquietudini nei liberali, perchè si diffuse la voce che l’Hübner fosse venuto per negoziare una lega fra Napoli e Vienna. Ma risorsero le speranze, quando giunsero, quasi contemporaneamente, il conte di Salmour e il barone Brenier, che Napoleone III tornava ad accreditare presso la Corte di Napoli, dandogli per segretario quel barone Aymè, mezzo napoletano e mezzo francese, che doveva, più tardi, avere una parte in quei tenebrosi intrighi di Corte, che precedettero l’Atto Sovrano del 25 giugno, e soprattutto quando Filangieri consigliò il Re a mandare uno dei suoi gentiluomini a rallegrarsi con Napoleone III e con Vittorio Emanuele della vittoria di Solferino. Il Re scelse per tale missione il duca di Bovino, genero del Filangieri, come colui, il quale dava maggiori garanzie di essere meno liberale. Ma questa nomina, tutta d’iniziativa del Re, ebbe tale successo d’ilarità, che il Filangieri scongiurò il Sovrano di scegliere altri, e fu scelto il principe d’Ottajano.
Nel 1859, il Collegio medico contava più di 300 alunni, distinti in quattro corsi: dei fisici, degli antepratici, dei pratici e dei chirurgi. N’era rettore il canonico Caruso, calabrese, la cui devozione a Ferdinando II e al ministro Murena toccava il fanatismo. Alto, bruno, robusto, peloso come un orso, era allora nel vigore degli anni. Gli occhi neri e le folte sopracciglia gli davano un aspetto quasi truce. Rozzo e privo di cultura, era amministratore del giornale La Verità, che dirigeva il prete Scioscia di Pescopagano, e aveva diretto il ricovero di mendicità nella badia del Morrone, lasciandovi pessima fama. Quando egli fu chiamato a capo del collegio medico, la disciplina di questo lasciava molto a desiderare. Frequenti le fughe notturne dei collegiali, le serenate nel fondo dei pozzi e altre cosette galanti. Caruso, per ristabilir la disciplina cominciò a pretendere che studenti e professori gli baciassero la mano, e tutti gliela baciavano, perchè in poco tempo egli era divenuto lo spavento degli uni e degli altri. Quattro soli professori non si piega- rono mai a quest’atto servile e furono: il Manfrè, medico del principe don Luigi e nemico implacabile del rettore, il De Renzis, don Salvatore de Renzi e il Perrone, al quale il Caruso fece un giorno una solenne ramanzina alla presenza dei suoi alunni. Caruso spingeva il rigorismo ai peggiori eccessi. Egli non solo vigilava le azioni, ma si studiava d’intuire i pensieri dei giovani, e guai se li scopriva men che ortodossi, in religione e in politica. I prefetti, poveri e piccoli preti di provincia, pagati a sei ducati il mese, gli riferivano tutto, e le punizioni che andavano dai rimproveri al piatto capovolto, dal carcere lieve al penale e dall’espulsione alla consegna alla polizia, fioccavano senza pietà. La sorveglianza, cke egli esercitava e faceva esercitare sugli alunni, era divenuta insopportabile. Compariva all’improvviso nelle camerate, e se trovava da ridire su qualche cosa, non risparmiava ingiurie e schiaffi, e spesso incolpava gli alunni di mancanze immaginarie.
Morto Ferdinando II e caduto il Murena, gli alunni deliberarono di ricorrere al nuovo Re e inviarono parecchie suppliche a lui e al direttore Scorza. Si disse che l’alunno di Alfedena, venuto poi in fama nella professione sua, scrivesse il ricorso al Re; l’alunno Francesco Colucci di Bari, che fu più tardi garibaldino e giornalista, ne scrisse un altro allo stesso Scorza, ma non se ne vide effetto. E fu allora che si deliberò d’insorgere. I tempi erano un po’ mutati, e le notizie della guerra d’Italia accendevano le teste. L’insurrezione fu organizzata dagli antepratici e dai fisici che si misero, durante la messa, in relazione con le altre camerate, mercè forti mance ai servi, e fu diretta, oltre che dal De Amicis e dal Colucci, dagli alunni Fedele Ranieri, calabrese, Alfonso Guarino, napoletano, Pietro de Caro di Benevento, Enrico de Renzi, figliuolo del professore, e Giovanni Antonelli: erano anche nella cospirazione gli alunni Di Monte, Ursini, Ria, Fiorito e Lobello. Doveva aver luogo la sera della festa di San Luigi, che ricorre il 21 giugno: festa, per la quale il rettore aveva domandata ad ogni giovane una piastra di contributo, volendo celebrarla più solennemente che negli altri anni, ma a quella tassa gli alunni si erano rifiutati. La resistenza insolita aveva reso furioso il Caruso e moltiplicate le punizioni.
Venne dunque la sera del 21 giugno. A un’ora di notte, si vide una fiammella alla seconda finestra della camerata degli antepratici messa fuori dall’Ursini. Era il segnale convenuto, cui rispose altra fiammella dall’ultima finestra della camerata dei fisici, al secondo piano. Si era stabilito di gridare: abbasso Caruso, fuori Caruso, e cacciarlo dal refettorio: il resto veniva da sè. A due ore di notte, l’ora della cena, scesero tranquillamente gli alunni in refettorio, meno i chirurgi, timorosi di compromettere la laurea medica. I più esaltati portavano di nascosto i ferri anatomici. Recitato il benedicite, mentre l’alunno di turno, salito sul piccolo pergamo, cominciava a leggere un trattato di anatomia (quella sera la lettura era sul terzo paio di nervi), dai banchi dei pratici, addossati al muro, a sinistra della grande porta, si udì il primo grido: abbasso Caruso. Il rettore corse verso il luogo, donde era partita la voce, ma alle sue spalle le grida si moltiplicarono e il fracasso divenne infernale: trecento gole urlavano e trecento braccia battevano con forza i coltelli sui vassoi in segno di minaccia.
Caruso, da principio, non ebbe paura, anzi credè poter domare la tempesta. Difatti non si mosse. Le grida si udivano dalla strada Costantinopoli e da Forìa, e la notizia di una rivolta al Collegio medico si diffuse, in breve, nel vicinato. Il Caruso, pallido e ansante, visto che non riusciva a ristabilire l’ordine, decise ritirarsi, ma prima si arrestò sui gradini della porta piccola e di là, con lo sguardo fisso sui dimostranti, con le mani nelle ampie tasche della zimarra, ruppe in parole di minaccia, ordinando al lettore con tutta la sua voce di riprendere la lettura. Fu la più imprudente delle provocazioni, perchè i giovani, perduta la testa, cominciarono a scaraventare contro di lui piatti, bicchieri, bottiglie e quanto era sopra le tavole. Quella sera si servivano a cena le triglie fritte, e anche queste volarono contro il rettore. Non c’era tempo da perdere. Il prefetto Guadagno, inviso anche lui, aprì la porta, ne cacciò fuori il Caruso e ne prese il posto, mentre questi mandò ad avvisare la polizia.
Uscito il rettore dal refettorio, continuò il baccano. Vennero svelte le lunghe e massiccie panche di quercia e i ferri dei lumi; e armati di panche e di ferri, i giovani corsero al corridoio del secondo piano, che precedeva l’appartamento del rettore. Egli vi si era asserragliato; la porta, ben solida, resi- steva agli urti dei pali e delle panche, adoperate come leve. Alcuni scesero in porteria e sbarrarono l’ingresso. Erano le 11, e ancora gli alunni, schiamazzando, cingevano d’assedio l’appartamento del rettore, cercando di romperne la porta, quando, con le lagrime agli occhi, giunse il vicerettore, un buon vecchio cui tutti volevano bene e, a mani giunte, li pregò di consegnargli le chiavi della porteria, perchè un battaglione di Svizzeri aveva circondato il collegio e gli zappatori stavano per sfondarne la porta. Era vero e si udivano già i primi colpi. Consegnate le chiavi, i giovani tornarono nelle rispettive camerate. Entrarono gli Svizzeri, ma in atteggiamento benigno. In porteria s’insediò il commissario del quartiere, Capasse, che arrestò venticinque alunni e li chiuse nel vicino carcere di Sant’Aniello, affidato alla custodia del padre Cutinelli e del padre Planes, gesuiti. Furono tra gli arrestati gli alunni Ursini, Di Monte, Ria, Fiorito, Lobello, Antonelli, Pugliatti, Severino, Rossi, Zanello, Sollazzo, Libroia, Nicoletti, De Lellis e Casciuolo.
La mattina il Collegio era occupato militarmente. Dopo la messa, i giovani furono chiamati nella sala dell’accademia, una gran sala, coi banchi disposti ad anfiteatro e destinata alle lezioni d’anatomia. Vi trovarono il generale Lanza in grande uniforme e il direttore Scorza, che raccomandarono la calma. Lanza parlò in gergo, com’egli soleva, e fu bonario. Caruso assisteva, ma non disse verbo. Aveva la mano fasciata da una benda nera, poiché s’era fatto salassare dalla paura.
Dopo pochi giorni, assunse le funzioni di rettore il sacerdote Scacchi, che era stato vicerettore ed allora dirigeva il conservatorio di San Pietro a Maiella; fu poi nominato rettore il canonico Lamberti, parroco di Sant’Anna di Palazzo, che vi restò sino alla rivoluzione, quando quell’ufficio fu secolarizzato e venne conferito a , reduce dall’esilio. De Meis fu l’ultimo rettore del Collegio medico, travolto anch’esso nelle rovine dei vecchi ordini. Vivaio di medici e di chirurgi valorosi, non di ciarlatani, più o meno fortunati, il Collegio medico era a Napoli popolare. Anche oggi si ricordano quei giovani, vestiti di bleu in inverno e di verde bottiglia in estate, col cappello a punta, tutto nero e i gigli borbonici ricamati sull’alto bavero dell’uniforme. La prigionia dei giovani non durò più di tre mesi e non vi fu processo. Durante la pri- gionia furono consigliati di fare una supplica al Re, perchè alla direzione del Collegio fossero posti i gesuiti, ma non vollero, benché loro si promettesse la grazia sovrana.
Ma assai più grave di questo baccano incruento di giovani medici, ribelli al rettore, fu l’insurrezione militare che scoppiò a due settimane di distanza. Parlo di quella dei soldati Svizzeri, che ebbe un epilogo così sanguinoso e conseguenze politiche tanto gravi.
La rivolta fu ampiamente narrata dal Giornale Ufficiale. Io aggiungerò che lo spavento dei cittadini fu in quella notte addirittura indescrivibile. Gli Svizzeri furono sempre riguardati dai napoletani con terrore, soprattutto dopo il 16 maggio. Vederli in sommossa attraversare Napoli di notte dal Carmine a Capodimonte, a passo di carica, a suon di tamburo, armati di tutto punto e con le bandiere conquistate nei loro quartieri; e udire i frequenti colpi di fucile e le grida di gioia selvaggia e di vendetta, ad un tempo, contro i loro ufficiali, era tale uno spettacolo, da giustificarne la paura. Sarà bene narrare con la maggiore precisione come andarono le cose.
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The end
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