1. Vere fûr queste gioie e questi ardori
ct ct Questo primo sonetto è quasi proposizione de l’opera: nel quale il poeta dice di meritar lode d’essersi pentito tosto del suo vaneggiare, ed esorta gli amanti col suo esempio che ritolgano ad Amore la signoria di se medesimi.
Vere fûr queste gioie e questi ardori Ond’io piansi e cantai con vario carme, Che poteva agguagliar il suon de l’arme 4E de gli eroi le glorie e i casti amori:
E se non fu de’ piú ostinati cori Ne’ vani affetti il mio, di ciò lagnarme Già non devrei, ché piú laudato parme 8Il ripentirsi, ove onestà s’onori. Or con l’esempio mio gli accorti amanti, Leggendo i miei diletti e ’l van desire, 11Ritolgano ad Amor de l’alme il freno. Pur ch’altri asciughi tosto i caldi pianti Ed a ragion talvolta il cor s’adire, 14Dolce è portar voglia amorosa in seno.
Varianti
9 manca l’arg. — 11 Quasi proposizione de l’opera. 2. 9-11 vari carmi. 3. 9-11 Che potean sostenere il suon de l’armi. 4. Ts3 corregge la gloria.
5. C-9-11 piú costanti cori. 6. 9-11 di che lagnarmi. 7. C Già non [deggio io] devrei che piú lodevol parmi. — 9-11 Meco non ho che più lodevol parmi. 8. C Il pentimento. - 9-11 Vaneggiar breve, ove il pentir s’onori. 9. 85 Or con gli esempi miei nel testo, ma nel commento è al singolare come in C-9-11. — C Or con l’esempio mio gli [amanti] accorti amanti. 10. C [e i miei desiri] e’l mio languire. — 9-11 e i miei martiri. 12-14. C-9-11 ct ma le rime sono trasposte.
Composto quasi certamente nel 1581, quando, dopo la prima edizione delle rime (n.º 8), l’Aldo ottenne di farne una raccolta maggiore, alla quale il sonetto fu preposto (n.º 9). Cfr. la mia Vita di Torquato Tasso, Torino, Loescher, 1895, vol. I, p. 345 e p. 347.
Libro I
Le vicende dell’amore del poeta per Lucrezia Bendidio sono narrate nella mia Vita di T. Tasso, Torino, Loescher, 1895, vol. I, cap. iv. Il canzoniere qui raccolto può essere suddiviso in varie sezioni. I componimenti dal n. 2 al n. 21 riguardano l’innamoramento avvenuto ai bagni di Abano, presso Padova, nel settembre-ottobre 1561; i seguenti, n. 22-30, il periodo di lontananza, dall’ottobre al febbraio 1562, essendo Lucrezia tornata a Ferrara e Torquato rimasto a Padova per gli studi. Un piccolo gruppo formano quelli n. 31-34, composti durante il viaggio che Torquato fece da Padova a Ferrara per assistere alle nozze di Lucrezia col conte Paolo Machiavelli, avvenute nel carnevale di quell’anno: la dimora a Ferrara durante quelle vacanze è illustrata dai componimenti dal n. 35 al n. 55. I n. 56-68 concernono il ritorno agli studi, dal marzo al giugno 1562, e la nuova lontananza che ne derivò. Torquato, tornato a Ferrara per le vacanze estive, trovò mutata la sua donna; tuttavia seguitò a corteggiarla tra continue alternative di speranza e di disperazione, tra gli spassi e le gite a Comacchio e all’isola di Belvedere (n. 82-87); ma a poco a poco all’amore subentrarono la gelosia e poi lo sdegno, e l’idillio finí: ciò è narrato dal n. 69 al n. 113. Cosí il canzoniere racchiude il periodo di un anno come il poeta medesimo confessa nell’esposizione al n. 107. Ma la Bendidio rimase pur sempre per il Tasso la sua donna, e però anche piú tardi le indirizzò alcuni componimenti, che sono quelli dal n. 114 al n. 127, qui posti quasi appendice: l’ultimo noto è del 1585 (n. 128).
Indice
Nota
Le vicende dell’amore del poeta per Lucrezia Bendidio sono narrate nella mia Vita di T. Tasso, Torino, Loescher, 1895, vol. I, cap. iv. Il canzoniere qui raccolto può essere suddiviso in varie sezioni. I componimenti dal n. 2 al n. 21 riguardano l’innamoramento avvenuto ai bagni di Abano, presso Padova, nel settembre-ottobre 1561; i seguenti, n. 22-30, il periodo di lontananza, dall’ottobre al febbraio 1562, essendo Lucrezia tornata a Ferrara e Torquato rimasto a Padova per gli studi. Un piccolo gruppo formano quelli n. 31-34, composti durante il viaggio che Torquato fece da Padova a Ferrara per assistere alle nozze di Lucrezia col conte Paolo Machiavelli, avvenute nel carnevale di quell’anno: la dimora a Ferrara durante quelle vacanze è illustrata dai componimenti dal n. 35 al n. 55. I n. 56-68 concernono il ritorno agli studi, dal marzo al giugno 1562, e la nuova lontananza che ne derivò. Torquato, tornato a Ferrara per le vacanze estive, trovò mutata la sua donna; tuttavia seguitò a corteggiarla tra continue alternative di speranza e di disperazione, tra gli spassi e le gite a Comacchio e all’isola di Belvedere (n. 82-87); ma a poco a poco all’amore subentrarono la gelosia e poi lo sdegno, e l’idillio finí: ciò è narrato dal n. 69 al n. 113. Cosí il canzoniere racchiude il periodo di un anno come il poeta medesimo confessa nell’esposizione al n. 107. Ma la Bendidio rimase pur sempre per il Tasso la sua donna, e però anche piú tardi le indirizzò alcuni componimenti, che sono quelli dal n. 114 al n. 127, qui posti quasi appendice: l’ultimo noto è del 1585 (n. 128).
2. Era de l’età mia nel lieto aprile
Era de l’età mia nel lieto aprile, E per vaghezza l’alma giovinetta Gía ricercando di beltà ch’alletta, 4Di piacer in piacer, spirto gentile: Quando m’apparve donna assai simíle Ne la sua voce a candida angeletta; L’ali non mostrò già, ma quasi eletta 8Sembrò per darle al mio leggiadro stile.
Miracol novo! ella a’ miei versi ed io Circondava al suo nome altere piume; 11E l’un per l’altro andò volando a prova. Questa fu quella il cui soave lume Di pianger solo e di cantar mi giova, 14E i primi ardori sparge un dolce oblio.
3. Su l’ampia fronte il crespo oro lucente
Su l’ampia fronte il crespo oro lucente Sparso ondeggiava, e de’ begli occhi il raggio Al terreno adducea fiorito maggio 4E luglio a i cori oltre misura ardente:
Nel bianco seno Amor vezzosamente Scherzava, e non osò di fargli oltraggio; E l’aura del parlar cortese e saggio 8Fra le rose spirar s’udia sovente. Io, che forma celeste in terra scòrsi, Rinchiusi i lumi e dissi: Ahi, come è stolto 11Sguardo che ’n lei sia d’affissarsi ardito! Ma de l’altro periglio non m’accòrsi: Ché mi fu per le orecchie il cor ferito 14E i detti andaro ove non giunse il volto.
4. Avean gli atti soavi e ’l vago aspetto
[C-Ts1-Brn - 4-8-9-11-12-13-15-20-24-29-33-67-85-87-141-166-169-181-182-224-260-268-328. - Fatto spirituale dal Selva.]
Avean gli atti soavi e ’l vago aspetto Già rotto il gelo ond’armò sdegno il core; E le vestigia de l’antico ardore 4Io conoscea dentro al cangiato petto; E di nudrire il mal prendea diletto Con l’esca dolce d’un soave errore:
Sí mi sforzava il lusinghiero Amore, 8Che s’avea ne’ begli occhi albergo eletto. Quando ecco un novo canto il cor percosse, E spirò nel suo foco, e piú cocenti 11Fece le fiamme placide e tranquille: Né crescer mai né sfavillar a’ venti Cosí vidi giammai faci commosse, 14Come l’incendio crebbe e le faville.
5. Colei che sovra ogni altra amo ed onoro
Colei che sovra ogni altra amo ed onoro Fiori coglier vid’io su questa riva; Ma non tanti la man cogliea di loro 4Quanti fra l’erbe il bianco piè n’apriva. Ondeggiavano sparsi i bei crin d’oro, Ond’Amor mille e mille lacci ordiva; E l’aura del parlar dolce ristoro 8Era del foco che de gli occhi usciva.
Fermò suo corso il rio, pur come vago Di fare specchio a quelle chiome bionde 11Di sé medesmo ed a que’ dolci lumi; E parea dire — A la tua bella imago, Se pur non degni solo il re de’ fiumi, 14Rischiaro, o donna, queste placid’onde. —
6. Io mi credea sotto un leggiadro velo
Io mi credea sotto un leggiadro velo Trovar inerme e giovenetta donna, Tenera a’ prieghi, o pur in treccia e ’n gonna, 4Come era allor che parvi al sol di gelo: Ma, scoperto l’ardor ch’a pena io celo E ’l possente desio ch’in me s’indonna, S’indurò come suole alta colonna 8O scoglio o selce al piú turbato cielo. E lei, d’un bel dïaspro avvolta, io vidi Di Medusa mostrar l’aspetto e l’arme, 11Tal ch’i’ divenni pur gelato e roco; E dir voleva, e non volea ritrarme, Mentre era fuori un sasso e dentro un foco: 14Spetrami, o donna, in prima, e poi m’ancidi.
7. Giovene incauto e non avvezzo ancora
Giovene incauto e non avvezzo ancora Rimirando a sentir dolcezza eguale, Non temea i colpi di quel raro strale 4Che di sua mano Amor polisce e dora. Né pensai che favilla in sí breve ora Alta fiamma accendesse ed immortale; Ma prender, come augel ch’impenna l’ale, 8Giovenetta gentil credea talora. Però tesi tra’ fior d’erba novella Vaghe reti, sfogando i tristi lai 11Per lei, che se n’andò leggiera e snella; E ’n gentil laccio i’ sol preso restai, E mi furo i suoi guardi arme e quadrella 14E tutte fiamme gli amorosi rai.
8. Donna, sovra tutte altre a voi conviensi
Donna, sovra tutte altre a voi conviensi, Se luce e reti suona, il vostro nome; Perché m’abbaglio a lo splendor del viso E caggio poi con gli abbagliati sensi Al dolce laccio; e da le bionde chiome Legato sono, e da la man conquiso Che basta a la vittoria inerme e nuda; 8Più bella e casta ov’è men fera e cruda.
9. Se d’Amor queste son reti e legami
Se d’Amor queste son reti e legami, Oh com’è dolce l’amoroso impaccio! Se questo è ’l cibo ov’io son preso al laccio, 4Come son dolci l’esche e dolci gli ami! Quanta dolcezza a gl’inveschiati rami Il vischio aggiunge ed a l’ardore il ghiaccio! Quanto è dolce il soffrir s’ io penso e taccio 8E dolce il lamentar ch’altri non ami! Quanto soavi ancor le piaghe interne; E lacrime stillar per gli occhi rei, 11E d’un colpo mortal querele eterne! Se questa è vita, io mille al cor tôrrei Ferite e mille, e tante gioie averne; 14Se morte, sacro a morte i giorni miei.
10. Mira, Fulvio, quel sol di novo apparso
Mira, Fulvio, quel sol di novo apparso Come sua deità ne mostra fuore! Mira di quanta luce e quanto ardore 4Quest’aere intorno e questa terra ha sparso! Qual dea l’inchina tu, ch’angusto e scarso Fôra a’ gran merti suoi mortale onore: Io per me vo’ ch’anzi l’altar d’Amore 8Le sia in vittima il cor sacrato ed arso. Ed or dentro la mente un tempio l’ergo Ove sua forma il mio pensier figura 11E di Lucrezia il nome incide e segna: E in guardia eletta di sí degno albergo Sederà la mia fé candida e pura 14Perch’a gli altri desir rinchiuso il tegna.
11. Fulvio, qui posa il mio bel sole, allora
Fulvio, qui posa il mio bel sole, allora Che l’altro fa ne l’Ocean soggiorno; Qui poscia appar quand’apre Febo il giorno, 4Febo, che n’è di lei nunzio ed aurora; E quinci prima uscire il vid’io fôra Di vermiglio splendor le membra adorno; E se quei per ministre ha l’ore intorno, 8Questi Amore e le Grazie ha seco ognora. Or com’è che qui presso a chi vi guarda S’offran di fior sí vaghe forme e nove 11Né sian arsi da lui qual solfo od esca? Lasso, egli dolce i fior nutre e rinfresca Con la virtú che da’ begli occhi piove, 14E solo avvien che i cor distrugga ed arda!
12. Mentre adorna costei di fiori e d’erba
Mentre adorna costei di fiori e d’erba Le rive e i campi, ogni tranquillo fonte Parea dir mormorando: — A questa fronte 4Si raddolcisce il mio cristallo e serba. Se non disdegna pur ninfa superba Riposto seggio ove il sol poggi o smonte, Ed ogni verde selva ogni erto monte 8Par che l’inviti a la stagion acerba. — Ma sembrò voce uscir tra’ folti rami: — Donna con sí gentile e caro sdegno 11Non è nata fra boschi o poggi ed acque; Ma perché ’l mondo la conosca ed ami Scesa è dal cielo in terra, e dove nacque 14Di sua bellezza onor celeste è degno. —
13. Lasciar nel ghiaccio o ne l’ardore il guanto
Lasciar nel ghiaccio o ne l’ardore il guanto Amor piú non solea, Da poi che preso e ’n suo poter m’avea Nel laccio d’oro ond’io mi glorio e vanto. 5Mentr’io n’andava ancor libero e scarco Il candor m’abbagliò di bianca neve Sí che non rimirai la rete e i nodi: Poi che fui còlto e di spedito e leve Tornai grave e impedito e caddi al varco, 10Coperse il mio diletto e ’n feri modi Sdegnò la bella man preghiere e lodi. Ahi, crudel mano, ahi, fera invida spoglia, Chi fia che la raccoglia Né sdegni i baci e l’amoroso pianto?
14. Occhi miei lassi, mentre ch’io vi giro
Occhi miei lassi, mentre ch’io vi giro Nel volto in cui pietà par che c’inviti, Pregovi siate arditi Pascendo insieme il vostro e mio desiro. 5Che giova esser accorti e morir poi D’amoroso digiun, non sazi a pieno, E fortuna lasciar ch’è sí fugace? Questo sí puro e sí dolce sereno Potria turbarsi in un momento, e voi 10Veder la guerra ov’è tranquilla pace. Occhi, mirate, or che n’affida e piace Il lampeggiar dei bei lumi cortesi, Con mille amori accesi Mille dolcezze, senza alcun martiro.
15. Dov’è del mio servaggio il premio, Amore?
Dov’è del mio servaggio il premio, Amore? — In que’ begli occhi al fin dolce tremanti. — E chi v’innalza il paventoso core? — Io: ma con l’ali de’ pensier costanti. — E s’ei s’infiamma in quel sereno ardore? — Il tempran lagrimette e dolci pianti. — Ahi, vola ed arde e di suo stato è incerto! — 8Soffra, che nel soffrire è degno merto.
16. Se mi doglio talor ch’in van io tento
Se mi doglio talor ch’in van io tento D’alzar verso le stelle un bel desio, Penso — Piace a Madonna il dolor mio — ; 4Peró d’ogni mia doglia io son contento. E se l’acerba morte allor pavento, Dico — Non è, se vuole, il fin sí rio — ; Tal che del suo voler son vago anch’io 8E chiamo il mio destino e tardo e lento. Non cresce il male, anzi ’l contrario avviene, S’ella raddoppia l’amorosa piaga 11E sana l’alma con sue dolci pene. Miracolo è maggior che d’arte maga, Trasformar duolo e tema in gioia e spene 14E dar salute ove piú forte impiaga.
17. Bella è la donna mia se del bel crine
Bella è la donna mia se del bel crine L’oro al vento ondeggiar avvien ch’io miri, Bella se volger gli occhi in vaghi giri 4O le rose fiorir tra neve e brine; E bella dove poggi, ove s’inchine, Dov’orgoglio l’inaspra a’ miei desiri; Belli sono i suoi sdegni e quei martiri 8Che mi fan degno d’onorato fine.
Ma quella ch’apre un dolce labro e serra Porta de’ bei rubin sí dolcemente 11È beltà sovra ogn’altra altera ed alma: Porta gentil de la prigion de l’alma, Onde i messi d’Amor escon sovente 14E portan dolce pace e dolce guerra.
18. Tra ’l bianco viso e ’l molle e casto petto
Tra ’l bianco viso e ’l molle e casto petto Veggio spirar la calda e bianca neve E dolce e vaga, onde tra spazio breve 4Riman lo sguardo dal piacer astretto:
E, s’egli mai trapassa ad altro obietto Là dove lungo amore ei sugge e beve E dove caro premio al fin si deve 8Ch’adempia le sue grazie e ’l mio diletto, Cupidamente or quinci riede or quindi A rimirar come il natio candore 11Dal candor peregrin sia fatto adorno: — E mandino a te — dico — Arabi ed Indi Pregiate conche e dal tuo novo onore 14Perdan le perle con lor dolce scorno. —
19. Quella candida via sparsa di stelle
Quella candida via sparsa di stelle Che ’n ciel gli dèi ne la gran reggia adduce, Men chiara assai di questa a me riluce 4Che guida pur l’alme di gloria ancelle. Per questa ad altra reggia a vie piú belle Viste il desio trapassa: Amor è duce,
E di ció ch’al pensier al fin traluce 8Vuol che securo fra me sol favelle. Gran cose il cor ne dice, e s’alcun suono Fuor se n’intende è da’ sospir confuso; 11Ma non tacciono in tanto i vaghi sguardi. E paion dirli: — Ahi! qual ventura o dono Quello che a te non è coperto e chiuso 14Rivela a noi, mentre n’avvampi ed ardi! —
20. De la vostra bellezza il mio pensiero
De la vostra bellezza il mio pensiero Vago men bello stima ogn’altro obietto; E se di mille mai finge un aspetto 4Per agguagliarlo a voi, non giunge al vero: Ma se l’idolo vostro ei forma intero Prende da sí bell’opra in sé diletto, E ’n lui pur giunge forze al primo affetto 8La nova maraviglia e ’l magistero.
Fermo è dunque d’amarvi; e se ben v’ama, In sé stesso ed in voi non si divide, 11Ma con voi ne l’amar s’unisce in guisa Che non sete da lui giammai divisa Per tempo o loco; e mentre ei spera e brama 14Vi mira e mirerà qual prima vide.
21. Donna, crudel fortuna a me ben vieta
Donna, crudel fortuna a me ben vieta Seguirvi e ’n queste sponde or mi ritiene, Ma ’l pronto mio pensier non è chi frene 4Che sol riposa quanto in voi s’acqueta. Questo vi scorge ora pensosa or lieta, Or solcar l’onde, ora segnar l’arene Ed ora piagge ed or campagne amene 8Su ’l carro sí com’ei corresse a meta. E nel materno albergo ancor vi mira, Fra soavi accoglienze e ’n bel sembiante, 11Partir fra le compagne i baci e ’l riso. Poi, quasi messaggier che porti avviso, Riede e ferma nel cor lo spirto errante 14Tal che di dolce invidia egli sospira.
22. Tasson, qui dove il Medoaco scende
Tasson, qui dove il Medoaco scende A dar tributo d’acque dolci al mare, Al crud’Amor d’onde turbate e amare 4Da me tributo non minor si rende; E tra queste ombre, ove non luce e splende Raggio che le mie notti apra e rischiare, Cerco il mio Sol, né suo vestigio appare 8Se non l’ardore onde mill’alme accende; Che scorgo appresso il foco, ovunque io guarde, Che già diffuse sua beltà fra noi, 11E descritto si legge in mille carte. Lasso! ei ben volle in sua memoria parte Di quel lasciarne ond’uom si strugge ed arde, 14Ma tutti portò seco i raggi suoi.
23. Io non posso gioire
Io non posso gioire Lunge da voi, che siete il mio desire; Ma ’l mio pensier fallace Passa monti e campagne e mari e fiumi; 5E m’avvicina e sface Al dolce foco de’ be’ vostri lumi; E ’l languir sí mi piace Ch’infinito diletto ho nel martire.
24. Già non son io contento
Già non son io contento Lunge da voi, che sete il mio tormento, In cosí dolce modo M’arde il pensier; ma s’egli a voi mi giunge 5Io vi rimiro ed odo Allora piú vicin che son piú lunge, Ed amo ed ardo e godo Piú del mio foco se maggior il sento.
25. Come vivrò ne le mie pene, Amore
Come vivrò ne le mie pene, Amore, Sí lunge dal mio core, Se la dolce memoria non m’aita Di lei ch’è la mia vita? 5Dolce memoria e spene, Imaginata vista e caro obietto, Voi siete il mio diletto La mia vita e ’l mio bene; Ma pur mezzo son io tra morto e vivo, 10Poi che del cor son privo.
26. Se ’l mio core è con voi, come desia
Se ’l mio core è con voi, come desia, Dov’è l’anima mia? Credo sia col pensiero: e ’l pensier vago È con la bella imago;
5E l’imagine bella De la vostra bellezza è ne la mente Viva e vera e presente E vi spira e favella: Ma pur senza il mio core è la mia vita 10Dolente e sbigottita.
27. Pensier, che mentre di formarmi tenti
Pensier, che mentre di formarmi tenti L’amato volto e come sai l’adorni, Tutti da l’opre lor togli e distorni 4Gli spirti lassi al tuo servigio intenti,
Dal tuo lavoro omai cessa, e consenti Che ’l cor s’acqueti e ’l sonno a me ritorni, Prima che Febo, omai vicino, aggiorni 8Queste ombre oscure co’ bei raggi ardenti. Deh! non sai tu che piú sembiante al vero Sovente ’l sogno il finge e me ’l colora, 11E l’imagine ha pur voce soave? Ma tu piú sempre rigido e severo Il figuri a la mente, ed ei talora 14La ritragge al mio cor pietosa e grave.
28. Giacea la mia virtú vinta e smarrita
Giacea la mia virtú vinta e smarrita Nel duol, ch’è sempre in sua ragion piú forte, Quando pietosa di sí dura sorte 4Venne in sogno Madonna a darle aita;
E ristorò gli spirti, e ’n me sopita La doglia a nova speme aprí le porte: E cosí ne l’imagine di morte 8Trovò l’egro mio cor salute e vita. Ella, volgendo gli occhi in dolci giri, Parea che mi dicesse: — A che pur tanto, 11O mio fedel, t’affliggi e ti consumi? E perché non fai tregua a’ tuoi sospiri, E ’n queste amate luci asciughi il pianto? 14Speri forse d’aver piú fidi lumi? —
29. Onde, per consolarne i miei dolori
Onde, per consolarne i miei dolori, Vieni, o sogno, pietoso al mio lamento? Tal ch’al tuo dolce inganno omai consento 4Cinto di vaghe imagini e d’errori. Le care gemme e i prezïosi odori Dove furasti, e i raggi e l’aure e ’l vento, Per farmi nel languire almen contento, 8Pur come un de le Grazie o de gli Amori? Forse involasti al ciel tua luce, e ’l sole Teco m’apparve? E dal fiorito grembo 11Parte sentia spirar gigli e viole; E sentia, quasi fiamma ch’al ciel vole, La bella mano, e quasi fresco nembo 14Sospiri e soavissime parole.
30. Aura, ch’or quinci intorno scherzi e vole
Aura, ch’or quinci intorno scherzi e vole Fra ’l verde crin de’ mirti e de gli allori, E destando ne’ prati vaghi fiori 4Con dolce furto un caro odor n’invole, Deh, se pietoso spirto in te mai suole Svegliarsi, lascia i tuoi lascivi errori, E colà drizza l’ali ove Licori 8Stampa in riva del fiume erbe e viole. E nel tuo molle sen questi sospiri Porta e queste querele alte amorose 11Là ’ve già prima i miei pensier n’andaro.
Potrai poi quivi a le vermiglie rose Involar di sue labbra odor piú caro 14E riportarlo in cibo a i miei desiri.
31. Amor, tu vedi, e non hai duolo o sdegno
Amor, tu vedi, e non hai duolo o sdegno, Ch’al giogo altrui madonna il collo inchina: Anzi ogni tua ragion da te si cede. Altri ha pur fatto, oimé, quasi rapina 5Del mio dolce tesoro; or qual può degno Premio agguagliar la mia costante fede?
Qual piú sperar ne lice ampia mercede De la tua ingiusta man, s’in un sol punto Hai le ricchezze tue diffuse e sparte? 10Anzi pur chiuse in parte Ove un sol gode ogni tuo ben congiunto. Ben folle è chi non parte Omai lunge da te, che tu non puoi Pascer se non di furto i servi tuoi. 15Ecco già dal tuo regno il piè rivolgo, Regno crudo e ’nfelice: ecco io già lasso Qui le ceneri sparte e ’l foco spento. Ma tu mi segui e mi raggiungi, ahi lasso!; Mentre del mal sofferto in van mi dolgo, 20Ch’ogni corso al tuo volo è pigro e lento. Già via piú calde in sen le fiamme i’ sento E via piú gravi a’ piè lacci e ritegni; E come a servo fuggitivo e ’ngrato, Qui, sotto al manco lato, 25D’ardenti note il cor m’imprimi e ’l segni Del nome a forza amato; E perch’arroge al duol ch’è in me sí forte Formi al pensier ciò che piú noia apporte.
Ch’io scorgo in riva al Po Letizia e Pace 30Scherzar con Imeneo, che ’n dolce suono Chiama la turba a’ suoi diletti intesa. Liete danze vegg’io, che per me sono Funebri pompe, ed una istessa face Ne l’altrui nozze e nel mio rogo accesa; 35E, come Aurora in oriente ascesa, Donna apparir, che vergognosa in atto I rai de’ suoi begli occhi a sé raccoglia, E ch’altri un bacio toglia Pegno gentil del suo bel viso intatto, 40E i primi fior ne coglia, Que’ che già cinti d’amorose spine Crebber vermigli infra le molli brine. Tu ch’a que’ fiori, Amor, d’intorno voli Qual ape industre e ’n lor ti pasci e cibi 45E ne sei cosí vago e cosí parco, Deh, come puoi soffrir ch’altri delibi Umor sí dolce e ’l caro mèl t’involi? Non hai tu da ferir saette ed arco? Ben fosti pronto in saettarmi al varco
50Allor che per vaghezza incauto venni Là ’ve spirar tra le purpuree rose Sentii l’aure amorose; E ben piaghe da te gravi io sostenni, Ch’aperte e sanguinose 55Ancor dimostro a chi le stagni e chiuda; Ma trovo chi l’inaspra ognor piú cruda. Lasso! il pensier ciò che dispiace e duole A l’alma inferma or di ritrar fa prova E piú s’interna in tante acerbe pene. 60Ecco la bella donna, in cui sol trova Sostegno il core, or, come vite suole Che per sé stessa caggia, altrui s’attiene: Qual edera negletta or la mia spene Giacer vedrassi, s’egli pur non lice 65Che s’appoggi a colei ch’un tronco abbraccia. Ma tu, ne le cui braccia Cresce vite sí bella, arbor felice, Poggia pur, né ti spiaccia Ch’augel canoro intorno a’ vostri rami, 70L’ombra sol goda e piú non speri o brami.
Né la mia donna, perché scaldi il petto Di nuovo amore, il nodo antico sprezzi, Che di vedermi al cor già non rincrebbe: Od essa che l’avvinse essa lo spezzi; 75Però ch’omai disciorlo, in guisa è stretto, Né la man stessa che l’ordío potrebbe. E se pur, come volle, occulto crebbe Il suo bel nome entro i miei versi accolto Quasi in fertil terreno arbor gentile, 80Or seguirò mio stile, Se non disdegna esser cantato e cólto Da la mia penna umíle; E d’Apollo ogni dono in me fia sparso S’Amor de le sue grazie a me fu scarso. 85Canzon, sí l’alma è ne’ tormenti avvezza, Che, se ciò si concede, ella confida Paga restar ne le miserie estreme. Ma se di questa speme
Avvien che ’l debil filo alcun recida, 90Deh, tronchi un colpo insieme, Ch’io ’l bramo e ’l chiedo, al viver mio lo stame E l’amoroso mio duro legame.
32. Amor, colei che verginella amai
Amor, colei che verginella amai Doman credo veder novella sposa, Simil, se non m’inganno, a còlta rosa 4Che spieghi il seno aperto a’ caldi rai. Ma chi la colse non vedrò giammai Ch’al cor non geli l’anima gelosa;
E s’alcun foco di pietade ascosa 8Il ghiaccio può temprar, tu solo il sai. Misero! ed io là corro ove rimiri Fra le brine del volto e ’l bianco petto 11Scherzar la mano avversa a’ miei desiri! Or come esser potrà ch’io viva e spiri, Se non m’accenna alcun pietoso affetto 14Che non fian sempre vani i miei sospiri?
33. Io veggio in cielo scintillar le stelle
Io veggio in cielo scintillar le stelle Oltre l’usato e lampeggiar tremanti, Come ne gli occhi de’ cortesi amanti 4Noi rimiriam talor vive facelle.
Aman forse là suso, o pur son elle Pietose a’ nostri affanni, a’ nostri pianti? Mentre scorgon le insidie e i passi erranti 8Là dove altri d’Amor goda e favelle? Cortesi luci, se Leandro in mare O travïato peregrin foss’io 11Non mi sareste di soccorso avare: Cosí vi faccia il sol piú belle e chiare, Siate nel dubbio corso al desir mio 14Fide mie duci e scorte amate e care.
34. Fuggite, egre mie cure, aspri martiri
Fuggite, egre mie cure, aspri martiri, Sotto il cui peso giacque oppresso il core, Ché per albergo or mi destina Amore 4Di nova speme e di più bei desiri. Sapete pur che, quando avvien ch’io miri Gli occhi infiammati di celeste ardore, Non sostenete voi l’alto splendore 8Né ’l fiammeggiar di que’ cortesi giri, Quale stormo d’augei notturno e fosco Battendo l’ali innanzi al dí che torna 11A rischiarar questa terrena chiostra.
E già, se a’ certi segni il ver conosco, Vicino è il sol che le mie notti aggiorna, 14E veggio Amor che me l’addita e mostra.
35. Veggio, quando tal vista Amor impetra
Veggio, quando tal vista Amor impetra, Sovra l’uso mortal madonna alzarsi,
Tal che rinchiude le gran fiamme ond’arsi 4Meraviglia e per tema il cor impetra. Tace la lingua allor e ’l piè s’arretra E son muti i sospiri accesi e sparsi, Ma nel volto potrebbe ancor mirarsi 8L’affetto impresso quasi in bianca petra. Ben essa il legge e con soavi accenti M’affida, e, forse perché ardisca e parle, 11Di sua divinità parte si spoglia. Ma sí quell’atto adempie ogni mia voglia, Ch’io non ho che cercar né che narrarle, 14E per un riso oblío mille tormenti.
36. Questa rara bellezza opra è de l’alma
Questa rara bellezza opra è de l’alma Che vi fa cosí bella e ’n voi traluce Qual da puro cristallo accesa luce? 4È sua nobil vittoria e quasi palma? O gloria od arte e magistero è d’alma Natura? o don celeste? o raggio e duce
Ch’al vero sole, onde partí, conduce, 8Ed aggravar no ’l può terrena salma? Le sembianze e i pensier, gli alti costumi Tutti paion celesti, e s’io n’avvampo 11Non par ch’indi mi strugga e mi distempre: Lontano io gelo, ed ombre oscure e fumi Par ch’io rimiri: in cosí dolci tempre 14De’ begli occhi me illustra il chiaro lampo!
37. Non fra parole e baci invido muro
Non fra parole e baci invido muro Piú s’interpose o fra sospiri e pianti, O mar turbato a’ duo infelici amanti 4Quando troppo l’un fece Amor sicuro; O nube ch’a noi renda il ciel men puro E la notturna e bianca luce ammanti, O terra che le copra i bei sembianti, 8O luna che ne faccia il sole oscuro; O dolor d’altro intoppo, a’ suoi pensieri Rotto nel mezzo il volo, alcun sostenne 11Perché volar piú non presuma o speri,
Quanto io di quel ch’a’ miei troncò le penne: E benché sian di lor costanza alteri, 14Par che nel pianto d’affondarli accenne.
38. Stavasi Amor quasi in suo regno assiso
Stavasi Amor quasi in suo regno assiso Nel seren di due luci ardenti ed alme,
Mille famose insegne e mille palme 4Spiegando in un sereno e chiaro viso; Quando rivolto a me, ch’intento e fiso Mirava le sue ricche e care salme: — Or canta — disse — come i cori e l’alme 8E ’l tuo medesmo ancora abbia conquiso; Né s’oda risonar l’arme di Marte La voce tua, ma l’alta e chiara gloria 11E i divin pregi nostri e di costei. — Cosí addivien che ne l’altrui vittoria Canti mia servitute e i lacci miei 14E tessa de gli affanni istorie in carte.
39. Erba felice, che già in sorte avesti
Erba felice, che già in sorte avesti Di vento in vece e di temprato sole Il raggio de’ begli occhi accorti onesti 4E l’aura di dolcissime parole, E sotto amico ciel lieta crescesti, E qualor piú la terra arsa si duole Pronta a scemar il fero ardor vedesti 8La bella man che l’alme accender sòle;
Ben sei tu dono avventuroso e grato Ond’addolcisca il molto amaro e sazio 11Il digiuno amoroso in parte i’ renda: Già, novo Glauco, in ampio mar mi spazio D’immensa gioia, e ’n piú tranquillo stato 14Quasi mi par ch’immortal forma i’ prenda.
40. La terra si copria d’orrido velo
La terra si copria d’orrido velo E le falde di neve a mille a mille Cadeanle in grembo (onde a sé pria rapille 4Sott’altra forma il dio che nacque in Delo), Quand’ecco i’ scorgo in vivo foco il gelo Cangiarsi e ’n fiamme le cadenti stille, E qual gemma ch’al lume arda e sfaville 8Splender le nubi e serenarsi il cielo. Mentre in altrui sí strani effetti ancora Risguardo, in me gli provo, e ’l ghiaccio sfarsi 11Sento e le nubi de’ miei duri sdegni.
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The end
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