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Italia e Grecia

Felice Cavallotti · 1898 · Free in the US

13,856 words · about 58 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Felice Cavallotti
Language
Italian
Published
1898
Length
13,856 words · about 58 min
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Contents (10)

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BIBLIOTECA POPOLARE

CONTEMPORANEA

FELICE CAVALLOTTI

Lettere all'Editore



Mio caro Signor Giannotta,

Conoscevo da tempo il di Lei nome come uno dei più chiari e benemeriti dell’arte libraria in Italia, e di quelli tra i pochissimi che più alta ne intendono e ne mantengono la missione. L’amico d’altronde di Mario Bapisardi e l’editore dei suoi splendidi volumi non aveva bisogno di presentazioni per me.

Per contentare in qualche modo il suo gentile desiderio di mettere qualche cosa di mio nella sua piccola ed elegante collezione, io non saprei proprio, al momento che scrivo, che cosa pensare di offrirle: a meno che — è un’idea come un’altra — non Le dispiacesse di raccogliere in un volumetto, che potrebbe intitolarsi Pro Graecia, oppure Italia e Grecia, i tre discorsi che ho fatto per la causa greca e per gli Italiani in Grecia, l’uno l’autunno scorso a Milano (sul principio dei moti di Candia), l’altro l’11 aprile di quest’anno in Parlamento, e il terzo il 30 maggio di questo anno stesso sui morti di Domokos, Antonio Fratti e suoi eroici compagni, oltre un’epigrafe per Fratti. Questi tre discorsi, che ebbero una qualche eco nel paese, per l’unità del tema costituirebbero, come saggi oratorii, un tutto a sè, e insieme un ricordo per la storia contemporanea della infelice guerra di Grecia di quest’anno e della parte che vi ebbero l’Italia e un pugno di eroici suoi figli.

Aggiungerei altresì al libriccino il mio telegramma che fu letto nella Camera greca, e la splendida risposta che in nome della stessa il presidente della Camera mi mandò.



In breve il volumetto conterrebbe tutto quanto dissi o scrissi per la Grecia nel volgere delle sue recenti peripezie: e la prefazione completerebbe il pensiero, riportandolo dalle sciagure del passato alle speranze non morte di un migliore domani.

Se l’idea, ripeto, di un simile libriccino-ricordo, non Le tornasse del tutto sgradita, potrei mandarle senz’altro il testo dei tre discorsi, ai quali farei solo qualche leggerissimo ritocco, levandone ciò che vi sia di superfluo o puramente occasionale, e completandoli con qualche noticina storica. Fra tutti e tre, credo, formerebbero appunto un 120 o 150 pagine di quei piccoli volumetti della sua raccolta. Ma io Le sottopongo quest’idea unicamente per dimostrarle la sincerità del mio desiderio di compiacerla facendo figurare nella sua collezioncina il mio povero nome in qualsiasi forma: e perchè, al momento che scrivo, non mi trovo aver altro sottomano da poterle offrire. Che se l’idea mia non La contentasse, non ha da far complimenti, e mi basta che Ella mi tenga conto della buona volontà e del desiderio cordialissimo dettatomi dalla molta e viva stima per Lei.

Resta che La ringrazii di aver pensato a porre il mio povero nome tra quelli illustri che fregiano la nuova raccolta, al concetto felicissimo e indovinato della quale non dovrebbe mancare la dovuta fortuna: meritato coronamento di compensi alla sua ammirabile operosità.

Con una affettuosa stretta di mano mi creda

Suo devotissimo Felice Cavallotti.

Caro Giannotta,

Mi scusi e non me ne voglia dei forzati indugi. Non Le posso dir altro. Queste benedette noje, polemiche, vertenze mi hanno assorbito tutti questi giorni. Oggi meno male, finisce in un duello. Spero mi vada tutto bene, e in settimana provvederò a tutto. Intanto dal collega Aggio Le ho fatto spedire le bozze, alle quali sono aggiunte due epigrafi: una per Fratti, una per Alarico Silvestri, altro dei caduti. Le aggiungo qui la bozza ultima che ho ritrovata, e che va però riscontrata coll’originale rispedito, e il telegramma a Canzio corretto. In busta a parte Le mando la copia di una mia lettera al Ministro greco Papagiropoulo pel rifiuto della Commenda greca. Questa lettera fa parte della prefazione che Le manderò; anzi da essa comincio, intanto la dia da comporre.

Di fretta e furia, abbracciandola

Suo aff.mo amico Felice Cavallotti.

Lettera al Ministro greco Papagiropoulo pel rifiuto della Commenda dell’ordine del Salvatore

Con la precedente lettera ricevetti, infatti, la seguente, dell’ottobre 1887, che l’on. Cavallotti allora diresse al Ministro di Grecia in Roma, signor Papagiropoulo, in risposta all’annunzio ufficiale che gli dava di aver ricevuto da Atene per lui il diploma e le insegne di Commendatore dell’Ordine del Salvatore.

On. signor Ministro

e caro amico,

Quando, nei dì che la Grecia, con l’impeto dei sacri entusiasmi, accingevasi al compimento dei propri destini, io venni a chiederle, se per un poeta italiano e per una schiera di compagni suoi ci era un poco di posto sotto le greche bandiere, e la di lei mano strinse con fraterna effusione la mia; e quando nella Camera italiana, innanzi agli egoismi europei, evocavo per la causa di Grecia l’apostrofe del : «O perchè dal turbante dell’infedele non isbarraste tanto di tela che bastasse a coprire le sue membra cristiane?» — in quei giorni, signor ministro, parlava in me semplicemente una gratitudine antica. Alla Grecia, alla sua storia, alla sua arte, ai suoi poeti, dovevo non dimenticabili diletti del- la mente, emozioni care dell’arte, ore liete, ispirazioni serene.

Ma il poeta di Alcibiade, di Leonida e di Aristomene, ma il traduttore di Tirteo aveva anche appreso ad amare la Grecia, due volte madre e maestra della patria mia: prima nella vita del pensiero e nell’arte, poi ne’ sacrifici e ne sublimi eroismi che in questo secolo s’imposero al mondo e rovesciarono la pietra del sepolcro secolare. — Se questo affetto scaldò qualche mia pagina, quale compenso più caro potevo ambire del sapere che la parola del poeta, abbellita, in riva all’Ilisso, di greche forme, ritrovò qualche eco nei cuori di Grecia? Ella me ne offre un altro nel nome del Governo del re; e il sentimento che a me vieta, per coerenza a; miei principii, l’insignirmene, non però mi vieta di intendere e di sentire, con riconoscente animo, la gentilezza del pensiero.

Il governo ellenico certo ha voluto nella onoranza ad un poeta italiano, semplicemente significare il più vero ed antico e gentile dei vincoli che uniscono i due paesi: il più gentile e il più forte: perchè li interessi che a volte addormentano e dividono i popoli, o rendono possibili nel diritto delle genti certe grandi violenze, il tempo li sposta e li muta; ma una cosa sfida e supera il tempo, la poesia, eterna luce, comune lingua, interrogatrice di tombe, fatta di entusiasmi e di ideali, di voci del sangue e di memorie del cuore.

Il governo del re, del quale Ella è meco l’affettuoso interprete, si accerti che il gentile pensiero non andrà, perduto. E della cortese testimonianza di onore, per me eccessivo non accettabile premio, rimarrà — a me accetta caramente — la parte migliore: un saluto della terra di Botzari all’arte italiana, che l’arte italiana raccoglie, augurando non remoto il dì, in cui alla Grecia, superba del suo grande e bel sogno compiuto, l’Italia sorella rammenti, colla voce de’ poeti suoi, la gloria e l’orgoglio di un comune destino. Così sia auspicio di quel giorno l’abbraccio che Italia ed Ellenia ricamberanno fra breve là nella sacra Zacinto inaugurando il marmo di Foscolo.

Voglia Ella ecc.

Suo dev.mo Felice Cavallotti.



Da quanto precede, i lettori avran capito perchè la prefazione in queste pagine è sostituita da due lettere a me indirizzate, l’ultima delle quali mi giunse appunto quand’ero ancora trasognato per la notizia dell’inattesa sventura.

Così il colpo che squarciò la gola dell’Amico infelice, gli recise altresì la vagheggiata speranza di veder riunito in questo volumetto quanto, con fervore di patriota, con immaginosa parola di artista, egli disse e scrisse per la Grecia nel volgere delle sue recenti peripezie, riportandosi dalle sciagure del passato alle speranze non morte di un migliore domani. Anzi, la prefazione, che doveva essere la sintesi dell’animo Suo nella questione Ellenica, rimase vagolante nel cuore del poeta gentile e, forse, come incerta immagine, questa Egli carezzò nella mente inquieta nelle tristi ore che precessero lo scontro fatale!

Alla memoria di Lui è, per ciò, ben dovuto l’omaggio del Parlamento greco, omaggio che è la più nobile, la più alta manifestazione di affettuosa gratitudine che a straniero possa rendere la Rappresentanza d’una Nazione sorella.

Questo ed il plebiscito di dolore che, nel gior- no nefasto, amici ed avversari congiunse concordi, sono il tributo dovuto alle virtù dell’Uomo dalla fiera energia, all’indomito battagliero.

Poichè, senza distinzione di parte, in ciò tutti convengono: che la grande e maschia figura di Felice Cavallotti, nelle lotte incruenti per l’Arte o sui campi di battaglia, letterato o uomo politico, poeta o garibaldino, inspirato fu sempre alla grandezza della Patria, al bene dell’Umanità.

Qui non è luogo, nè a me è dato commemorarlo. Modesto figlio del lavoro, mi sia, soltanto, concesso di salutare riverente la memoria del lavoratore instancabile, che col cuore, con la mente, col braccio, fu esempio raro, se non unico, di patriottica combattività irrequieta. E ciò mi sia concesso da queste pagine che portano qualcuno dei suoi ultimi pensieri ed il ricordo d’una delle migliori cause ch’Egli ebbe sempre strenuamente a difendere: quella degli oppressi!

13 marzo 1898.

Pro Candia

Pro Candia

Discorso improvvisato nel Comizio per gli insorti di Candia, tenutosi in Milano, nel Ridotto del Teatro della Scala, la sera del 17 Settembre 1896.

Io vi ringrazio, o cittadini, vi ringrazio dal cuore del saluto cortese.

Ho sentito, qui venendo, che le cose di Candia sarebbero accomodate, e che gli insorti avrebbero, a quest’ora, accettato le proposte degli ambasciatori, riconciliandosi col sultano. L’ho sentito, ma non l’ho creduto; perciò mi è caro che vi siate radunati e sono lieto di trovarmi in mezzo a voi.

Ho sentito che gli ufficiali greci, andati in Candia, hanno fatto ritorno ad Atene, dove la ipocrisia delle forme li ha consegnati agli arresti; e che Candia avrà la sua brava assemblea rappresentativa, dove turchi e cristiani si distribuiranno fraternamente le parti, e, come a Montecitorio, i posti di destra e di sinistra (ilarità) e la croce e la mezzaluna vi appariranno intrecciate, come sui turbanti dei turchi che accompagna- vano alleati le bande del cardinale Ruffo contro i repubblicani di Napoli (applausi): e che l’insurrezione è una pagina ormai chiusa, rilegata nel libro della storia.

L’ho sentito, ma non lo credo: perciò è bene che vi siate radunati ed io ben contento di trovarmi tra voi.

Lo sono per l’idea che vi ha raccolti e che piace anche a me: se anche non manchi chi voglia mettervi in guardia contro di me, come uno fuori del grembo della chiesa (ilarità). Ma che volete? Anche gli eretici ricordano con gratitudine il latte materno che li ha nutriti: e poichè la Grecia madre, nei miei anni belli e lontani, con qualche poco del suo latte mi nutrì, non vi sorprenda un eretico parlar con affetto della sua madre intellettuale. (Applausi).

Epperò io dicevo, or sono quindici giorni, in un ritrovo fraterno, — ed amo di qui ripeterlo tra voi, — che la questione, della qua- le la rivolta di Candia non è che mi episodio, — uno dei tanti cruenti episodî! — non consente altre soluzioni tranne una sola e vera; fuor della quale non resta che un alternarsi periodico di conflitti e carneficine, e non sono che tregue brevi, ingannevoli, preparatrici di tempeste maggiori. La sola soluzione, io dicevo, è il ritorno di Candia alla Grecia (approvazioni): affinchè dallo aggiungersi delle membra divelte al corpo materno, sia soddisfatta, colla ragione del cuore e colla ragion della natura, anche la ragione della pru- denza di Stato: agli occhi della quale una Grecia più forte e più completa è l’unica deviatrice sul Bosforo delle cupidigie che vi si contendono il campo e preparano bufere alla pace d’Europa.

È una questione, come vedesi, intimamente connessa ad un’altra, la quale ogni giorno più formidabile s’impone alla coscienza europea: cioè il cessare, sul Bosforo, di uno stato di cose che è un insulto all’umanità e contro cui insorge la protesta di tutto il mondo incivilito. (Applausi).

Certamente, lo so, non è giu- sto incolpare un povero diavolo di ministro, tanto galantuomo che per questo se n’andò, se, innanzi al Parlamento, non gli bastò l’animo di parlar lì su due piedi dello smembramento dello impero mussulmano, non avendo sottomano le corazzate necessarie: non è giusto anche per questo che nello svolgersi delle questioni più ardenti europee c’è una parte assegnata ai governi ed una parte assegnata ai popoli; ed è inutile lo scambiarle.

E se è un sogno pretendere che la diplomazia di questa decrepita Europa muti abito, natura, tradizioni, ipocrisie (approvazioni), non è e non dev’essere un sogno l’augurarsi che nazioni sorte in nome di un diritto nuovo, in nome di principii che sono il loro diploma di nobiltà e la gloria del secolo, anche nelle ore più tristi si ricordino di quella fede di battesimo, di quella origine loro, e vi attingano il sentimento di alti e augusti doveri innanzi alle offese sanguinose al diritto; e dove tacciano per poco lo strepito del- le armi e gli urli e i lamenti delle carneficine, non si contentino di pregar pace ai morti, ma contro gli eccidî e il diritto calpestato alzino gagliarda la protesta: la quale non indarno si leva, quando, fatta voce di milioni di cuori, diventa intimazione della coscienza universale, e intorno ai Governi crea nell’aria le grandi correnti, la forza invisibile, irresistibile, che finisce per avvolgerli, trascinarli e segnar loro, per forza o per amore, la via! (Applausi).

Ne abbiamo sott’occhio in questi giorni stessi l’esempio.

Mentre voi qui vi adunate e vibra qui il fremito di tanti cuori italiani, laggiù in Inghilterra un fremito non dissimile agita le moltitudini, percorre da un capo all’altro tutti gli ordini della nazione, dalle sale dorate alle officine dei lavoratori. È bastata la voce di un gran vecchio, al quale sembra che un Iddio abbia commesso di pronunciare per tutto questo secolo, all’orecchio dei violenti d’ogni paese, la parola più alta, più fiera, più giusta che il diritto e la giustizia abbiano pro- nunciato giammai. (Grandi applausi: grida di Viva Gladstone!)

È bastata la voce del grande vegliardo, denunziante a un libero popolo gli orrori della barbarie ottomana, perchè in sussulto gli rispondessero tutte le anime inglesi: e già la formidabile corrente dell’opinione prepara, moltiplica i Comizi di città in città, raduna somme colossali, si sovrappone alle divisioni dei partiti: già assedia il governo conservatore con voce di rampogna per la sua inerzia diplomatica, e con voce di minaccia si prepara ad obbligarlo a fare i conti con lei.

In Italia, pur troppo, queste grandi correnti non sono così facili a determinarsi, ad agire, ad imporsi. Appena è se i disastri e le migliaia di morti han destato per un momento, di soprassalto, l’anima del paese, la quale già pare ricoricarsi sull’altro fianco, rassegnata a vedere i colpevoli girare liberi, spavaldi, impuniti (applausi) e le loro oneste tradizioni rifiorire, fra il plauso degli ingenui obliosi che si prestano inconsci alla rifioritura.

Però lasciatemi almeno salutare come un buon sintomo il fatto che questa rassegnazione, dirò così mussulmana, ai mali nostri (ilarità) non abbia di tanto attutito il sentimento dei cuori, che non vi arrivi il grido dei dolori altrui e delle offese violente ai diritti d’altrui. Sì, io saluto come una buona promessa codesta, che i cuori italiani, ancora piangenti le migliaia di vite spente combattendo per una causa non nostra ed ove il diritto non era per noi (approvazioni), sentano come il bisogno di offrire in ammenda e- spiatrice un altro po’ di sangue italiano e un altro po’ di danaro italiano, per difendere, almeno una volta, una causa giusta e santa, un diritto che è stato il nostro, quello medesimo onde siamo sorti noi. (Applausi). Sono ammende che onorano i popoli che le fanno.

Benedetto questo risveglio di cuori, che ne promette e se ne promette degli altri! Sia voce od alito di rimorso, o sia ritorno di memorie che riparlano di giorni belli e lontani, — benedetto questo soffio caldo di poesia che ritorna a passare sull’anima della nazio- ne, a rammentarle le ragioni vere e le sole per le quali una Italia è venuta al mondo, e i popoli l’hanno, al suo apparire, salutata festosi.

Così a me il ritrovo di questa sera ricorda giorni lontani di una più bella età. È un ricordo non inutile ad evocarsi, specialmente quando certe notizie telegrafiche arrivano (mostra un dispaccio, arrivato in quel mentre al banco della presidenza, dell’on. Mazza che annuncia disciolto dall’autorità il Comitato filellenico di Roma) non inutile per noi e per l’uomo di Stato che precisamente in questi giorni dirige, negli affari esteri, la politica del nostro paese.

Correvano i primi mesi del ’63. Studente matricolino d’università, io scarabocchiavo nei giornali di Milano e cogli entusiasmi dei vent’anni mi affacciavo alle prime battaglie della politica e della stampa: e come in questi giorni, e assai più che in questi giorni, un fremito intenso, generale correva la penisola.

S’era sparso un annunzio: una altra nazione schiava aveva fatto come noi: a Varsavia erano stragi; nelle steppe si combatteva; la Polonia era insorta.

Erano giorni, per il nuovo regno d’Italia, tutt’altro che sgombri di nuvole, di sopraccapi e di pericoli.

Il Regno era sorto da quattro anni appena, e non anco era stato riconosciuto da tutti: e c’era, fra i pochi che gli avevano reso questo favore, la Russia. L’esercito, disorganizzato, si stava appena formando. Venezia era ancora in mano dell’Austria, Roma era in mano del papa, e in casa nostra, nel Mezzodì, imperversava più che mai furibondo il brigantaggio, terribile piaga raggiungente in quei dì, per le proporzioni, quasi le forme d’una guerra civile. Ma ancora era tanto vicina, tanto ancora presente nei cuori, negli animi dagli Italiani la poesia del nostro riscatto e dei miracoli che lo avevano compiuto! E dei riflessi di lei era ancor tanto piena tutta l’aria italiana! Un cittadino che avesse detto in quei giorni: «lasciamo star Roma e Venezia, andiamo a vedere lontano nel mondo, se ci sia qualche pezzo di terra non nostra da pigliare,» l’avrebbero semplicemente lapidato.

Bastò invece quel grido: «la Polonia è insorta!» perchè nell’aria italiana divampasse l’incendio.

Tutta la penisola si scosse da un capo all’altro: e scriveva da Caprera a Clemente Corte:

«Approvo tutto quel che farete per i poveri Polacchi, ai quali è nostro sacrosanto debito mostrare che la democrazia italiana è sempre solidale con tutti i popoli che combattono per la loro nazionalità e libertà.»

Così scriveva Garibaldi e non poteva far più che questo, perchè neanche un anno da Giornata dell'Aspromonte era corso e la palla colpevole inchiodavalo ancora sul letto del dolore. (Applausi).

Ma dove non era lui era fatale ci fosse almeno l’ombra di lui: Francesco Nullo risponde all’appello e, anima d’eroe, guida da Bergamo alle steppe di Polonia il drappello votato al sacrificio e alla morte.

Intanto per tutta Italia le sottoscrizioni pubbliche moltiplicavansi: nelle case si facevano filacce pei feriti: l’agitazione dalle vie si propagava al Parlamento, assediava il Governo. E Milano, a cui, come sempre, la gran fiamma siccome a centro affluiva, Milano per la prima volta dal costituirsi del nuovo Regno, ebbe in quei giorni il suo primo libero Comizio. Più che tremila cittadini, in una domenica del febbraio di quell’anno, gremivano l’antico teatro della Stadera e si stipavano a cielo aperto, senza bisogno dei biglietti riservati, come quello che ho dovuto prendere per venire stassera dentro qui. (Ilarità).

Ho presente, come oggi, l’imponente spettacolo, perchè facevo in quel Comizio da reporter, rubando il tempo alle lezioni di scuola.

Presiedeva , il grande filosofo milanese: ed erano tra i maggiori oratori Sineo, il vecchio deputato onore e vanto della tribuna subalpina, padre del ministro attuale, e Giacomo Oddo che tanti ricordano fra noi, bollente tempra siciliana, anima in quei giorni di tutte le riunioni popolari. Ricordo ancora Sineo richiamante i Sovrani dell’Europa alla fede dei patti della Santa Alleanza del 1815, poichè quella alleanza era stata annunziata, ai popoli ingannati, come un patto di liberazione e di giustizia: e Giacomo Oddo, con la voce stentorea, alla santa alleanza dei principi contrapporre la santa alleanza dei popoli, fratelli e solidali nelle lotte della libertà: e al grido dei due nomi congiunti: «Viva la Polonia e Garibaldi!» l’imponente Comizio unanime approvare la for- mazione dei Comitati di soccorso per i combattenti di Polonia e per le loro famiglie.

E alla voce della città rispondeva, come dissi, la voce del Parlamento, al quale erano giunte, da ogni parte d’Italia, petizioni. Curioso a notarsi, proprio in quei giorni faceva le sue primissime armi, come nuovo ministro degli esteri, l’in allora fulvo : e fu precisamente nelle interpellanze sulla Polonia che egli fece in Parlamento il suo primissimo debutto. Aveva di fronte terribili avversari: An- tonio Mordini, , i violenti esagerati di quell’epoca, i quali pretendevano nientemeno dalla Camera deliberazioni con cui si dichiarasse di voler lì per lì la ricostituzione della Polonia; il che era come pretendere che la debole Italia lì per lì rompesse guerra al colosso moscovita e all’Austria e alla Prussia, nella spartizione polacca solidali. A risoluzioni di questo genere il giovane ministro non si sentiva di venirci, e fino a qui si capisce: pure, in quell’aria calda e fors’anco nei più recenti suoi ricordi personali del maestro antico, egli trovò parole che, in bocca sua, date le condizioni del nuovo Regno, potevano apparire una dimostrazione di coraggio.

Annunziò che il governo (presieduto da Minghetti) non avea esitato ad associarsi alla Francia ed all’Inghilterra in un’azione comune in favore della Polonia, a Pietroburgo, verso il governo moscovita; respinse sdegnosamente l’accusa, mossagli dai Crispi e compagnia, di essersi mostrato troppo ligio ai trattati del Quindici: affermò altamente e sde- gnosamente che dalla fedeltà alle origini dell’Italia e al suo diritto pubblico si erano inspirate le istruzioni da lui date al nostro rappresentante in Pietroburgo. Che più?

Arrivò persino ad accettare l’ordine del giorno proposto dalla Commissione della Camera, per il quale si ordinava trasmettersi le petizioni dei cittadini al ministro degli esteri, affinchè il governo non tralasciasse niuna delle pratiche più opportune e più efficaci in favore dell’insorta Polonia.

Ebbene! per quanto allora Mor- dini e Crispi gridassero che quell’ordine del giorno era troppo poco e pretendessero dal Governo risoluzioni spavalde che lo avrebber portato a metter Roma e Venezia in disparte per rompere guerra al gigante del Nord, a noi, lontani di venti e più anni da quel giorno, può parere ancora un sogno che nel Governo e nel Parlamento di Italia i ricordi delle origini recenti parlassero e influissero ancor tanto da trascinarli a voti di quel genere. Ed io mi domando con curiosità se il ministro che trovò allora il coraggio di quelle parole e di quel contegno, non senta un ricordo di quel giorno parlargli confusamente nello spirito mentre l’Italia fraternizza cogli insorti di Candia e d’Oriente.

Lo so che gli anni calmano gli entusiasmi: e che su quelle parole del ministro è passato un lungo letargo di anni; pure io me lo chiedo egualmente nell’ora, che all’Italia, sorta a grande potenza, si domanda una iniziativa assai meno grave, assai meno perigliosa di quella che si permise in quel tempo: si chiede la semplice iniziativa del portare nel concerto europeo la sua propria professione di fede, far valere la sua fede di nascita, pronunciar le parole che le sue origini le dettano, rappresentarvi la parte che le assegnano il suo diritto pubblico e la sua storia.

Questa è la parte del governo, e del come ei l’adempia darà giudizio il paese. Tocca intanto al paese adempiere la propria.

Ho letto, non ricordo dove, che i giovani italiani, cui l’annunzio delle lotte di Creta invoglia a volare laggiù, farebbero meglio a tenersi in serbo per altri còmpiti in casa nostra. E fin quando dovranno tenersi in serbo? Lo so che in casa nostra altri còmpiti aspettano la gioventù, aspettano anche le braccia virili. (Applausi). Ma se l’aria d’Italia è tanto morta — e giuro che non è per colpa mia — da non offrir loro, chi sa fin quando, le occasioni feconde, a che costringerle inoperose? È servire la patria il tenerne alto il nome dovunque si combatte per il diritto. (Applausi). Così Garibaldi, quando il destino più scuro incombeva sull’Italia, recava, con armi liberatrici, l’onore del di lei nome oltre i mari. Così Francesco Nullo, nei giorni dolorosi della nazione, si recava fra i Polacchi a morire; e mai il nome italiano ebbe omaggio più alto e più vero degli onori militari che alla salma dell’eroe bergamasco volle resi il generale moscovita.

Lasciateli andare, i volontari della libertà, lasciateli andare dove il cuore li porta! E noi verso i combattenti adempiamo il dovere dei liberi. (Applausi). Che ancora una volta, almeno, si dica che se, come un tempo, si incontrano vaganti, disperse pel mon- do, lontane dalla patria, armi italiane, sono ancora, come un tempo, armi cui benedice la poesia degli infelici, cui ride la poesia dei cuori, la santa poesia del diritto. (Applausi).

La Grecia è ben degna di questo ritorno di noi su noi medesimi: l’incendio che arde, a breve tratto di mare dalle spiagge italiche che furono la Magna Grecia, a breve tratto del mare che vide il corso della nave d’Ulisse, quest’incendio si direbbe che l’abbia acceso un qualche sapiente destino a noi pio, per dirci, in un’ora tri- ste, una parola che ci rialzi i cuori, per dirci la parola buona, la parola del sangue che ci richiami sulle vie della nostra missione e della nostra storia. (Applausi).

Lasciateli andare i volontari dove li aspettano i precursori! Laggiù è l’ombra di Damiano Rittatore, che lo zelo cortigianesco battezzava assassino, ma che sui campi di Spagna colse la fronda dello eroe, sui campi di Grecia colse la palma del martire. Ivi è l’ombra di caduto oscuro gregario a Sfacteria, con- segnando il corpo alla terra e il nome all’immortalità.

Oh sì! la Grecia è degna di questa agitazione italiana, di questo affetto italiano, di questo ridestarsi di entusiasmi d’Italia per lei! perchè là, nel suo suolo, è ancora e sempre il focolare delle fiamme a cui primamente si scaldarono i nostri affetti; ivi è la prima luce a cui le nostre menti si schiusero, ivi sono gli altari del bello, i sacri cieli dell’arte a cui si aprirono, mandando inni, i nostri cuori! (Applausi fragorosi).

Vadano i giovani cui batte ra- pido il sangue, vadano pure dove il cuore li porta, mentre la vecchia arcigna diplomazia va ripetendo alla povera Grecia i tristi moniti un giorno flagellati dall’ironia del grande livornese.

«Grecia, che sei tu mai?» (Così alla vecchia arcigna dal fondo del carcere rifaceva il verso).

«Tu m’hai l’aria di nata tisica, di orfana accattona, regalata di una tunica sdruscita e d’un cercine da bambina: bada che non ti salti mai la pazzia di lasciarti scaldare in seno un cuore, perchè noi a quel posto ci abbiam messo un protocollo e questo ti ha da bastare; e le tue ossa, le tue vene, il tuo sangue devono comporsi con gli articoli di lui. Su, comincia a mostrarti degna di quel poco di vita che ti abbiamo impartita, col saperti sdrajar bene, lunga distesa, dentro la bara che la nostra munificenza ti largì».

E la Grecia dolorosa a rispondere:

«A cui la colpa se mi trovo dannata a struggermi in perpetuo nell’impotenza? Di chi la colpa se non di coloro che mi ministrarono la risurrezione col quartuccio e col compasso mi misurarono la vita?

Oh perchè dal turbante dello infedele non isbarraste tanto di tela che bastasse a coprire le mie membra cristiane? Cristo non sarebbe stato santo se, risuscitando Lazzaro, lo avesse risuscitato sol dalla cintola in su, e dalla cintola in giù lo avesse relitto defunto nella tomba. (Applausi fragorosi).

Ai morti che più non sentono, compartire senso di morte, ridando loro metà di vita, è tale orribile tormento che neppure Lucifero lo avrebbe imaginato.»

Così dice la Grecia, aspettando un’alba migliore: e un’alba che non le fallirà, perchè la ragione storica, come la ragione politica, vogliono che solo una Grecia forte salvi l’Europa dalle scosse tremende che le serba la liquidazione dell’eredità mussulmana.

Fare risorgere (io dicevo or sono venti anni) fare risorgere il regno di Grecia, questa frase di Wellington, che era un codino, non è più un sogno di politica senti- mentale, è un alto calcolo di prudenza di Stato.

E in attesa che parli la ragione di Stato, parli intanto la ragione dei cuori. (Applausi).

E giusto è che essa dica la sua parola da Milano, dove nei giorni solenni della patria, affluiscono le vampe dell’anima italiana.

E tratti pure frattanto e inacerbisca i problemi, sotto color di aggiustarli, sotto la diplomazia. (Applausi). E raccolgasi, anche, come ho letto nei fogli, l’assemblea dei Candiotti. Io, questa assemblea non so ora figurarmela che quale essa apparve nella fantasia di un generoso figlio di quell’isola, quale apparve alla mente di un poeta di Candia, del poeta greco moderno, .

Narra egli, nei canti popolari, una delle tante rivolte di Creta. Ecco, prima di riprendere le armi, i Cretesi si radunano sulle montagne a deliberare delle sorti dell’isola: sede dell’assemblea è una alta vetta denudata, imbiancata dalle tempeste, alle cui falde sono macchie di mirti, di castagni e di ulivi: e sorge nell’assemblea un oratore, uno dei savii e pru- denti, e i consigli della prudenza esprime religiosamente così:

«Se è destino che ciascuno di noi abbia a morire in questa guerra e la vedova sua ne porti il lutto, anche la Vergine Maria lo ha portato, la Vergine che noi veneriamo: e noi non valiamo più di lei. Ella pure aveva un figlio: e, nato Dio, non isdegnò lasciarsi mietere dalla falce della morte ed essere calato nel sepolcro.

«Se noi moriremo per la libertà come il Cristo, noi, figli di Creta, noi figli di Grecia, risusciteremo come lui. Andrà il nostro nome per la Morea e per la Romelia e quante volte le campane di Grecia suoneranno a martello noi rivivremo nei canti!» (Applausi).

Così parlava l’oratore, che era un savio: e a queste discussioni dell’assemblea di Creta, a queste, sì, ci credo. (Applausi).

E se cuori italiani volano laggiù, nel nome di quanto per l’Italia fu santo, che benedizioni italiane li accompagnino, come alcioni sfioranti le onde del mare che cantava, che , volando al sacrificio, traversò.

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