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I
ct Già troppo si è detto che le ferrovie hanno spogliato i viaggi d’ogni loro bellezza, e sarebbe tempo oramai di confessare che n’hanno tolto in quella vece di mezzo la stucchevole uniformità.
Dite, di grazia: il carrozzone inzaccherato tutto odore di morchia, di cuoio e di grasso stantìo: la solita fermata all’insegna del Cannon d’Oro, o dei Tre Re; il brodo rifreddo colle sue scandelle a fior d’acqua; la gallina riscaldata, scompaginata e nerastra nel piatto; le mosche a sciami sulla tova- glia, più immonde, più fameliche e più fastidiose che non fossero le arpie ai compagni d’Ulisse; i briganti travestiti in cento guise, perfino (oh colmo d’audacia!) da padroni d’albergo; i paesi tutti che si succedono e si rassomigliano; la stessa via polverosa, fangosa e scabrosa; qua e là le stesse salite a picco e le stesse discese a fiaccacollo; le scosse, i traballamenti e i sobbalzi ad ogni giro di ruota; era questa la poesia del viaggio?
E per contro, i paesi che vi sfilano in bella ordinanza sott’occhi, non lasciandovi che una immagine grata, o fuggevole, di sè; le valli sfondate ad occhi veggenti, senza mestieri di misurarle romanamente a passi, nè di averne a noverare i segnavia con altrettanti paternostri della bertuccia; la maestosa ripidezza dei monti che v’invitano nel loro grembo a pigliare una boccata di fre- sco; la vicinanza della stazione, con ogni cosa che possa tornarvi bisognevole: il volare in cambio di andare e il farla da uccelli senza la fatica del lungo remeggio; infine, la varietà continua dei luoghi, dei visi e delle parlature; è questa forse la prosa?
Per me, il viaggio in carrozza m’ha sempre avuto l’aria d’un uscire di civiltà per affondarsi nella barbarie, laddove il viaggiare in ferrovia mi sembra il passar di continuo da un centro di civiltà ad un altro, e su terreno comune ad ambidue, prolungato da luogo a luogo per tenui ma sicure fila, le quali ogni giorno s’addoppiano, si moltiplicano e s’intrecciano in cosiffatta guisa, che un seicentista redivivo le chiamerebbe una rete di ferro da pigliarci dentro il gran mostro della barbarie, per mandarla finalmente al Museo.
Cotesto è un dirvi chiaro abbastanza che io amo i viaggi in ferrovia, segnatamente se lunghi. In questi, egli c’è da contentare in pari tempo i due gusti, del vedere e del pensare, i quali non sono altro, alla fin fine, che il guardar fuori e dentro di sè. Gli occhi si pascono di veduta, senza turbare, anzi aiutando il pensiero, dandogli e mutandogli dolcemente indirizzo, come il venticello fa colle piume. Di questa guisa si fa molto cammino nelle regioni dell’ignoto; si fantastica bene come nel proprio letto; anzi meglio, imperocchè, mentre la persona riposa, i nervi son tesi, e l’arma se ne sta’n subtilitate, come lasciò scritto messer nella sua famosa ballata.
Si aggiunga che nei lunghi viaggi si può avere la fortuna di rimaner soli in un compartimento di prima classe: s’intende, quando non ci siano di conserva deputati; chè altrimenti si risica di andare appaiati, rinter- zati, inquartati, da Torino a Venezia, e da Brindisi a Susa. Ma per cosiffatte molestie io ci ho un segreto famoso. Il deputato si conosce sempre da quella certa medaglia, e quella lì non c’è pericolo di non vederla; pende, si dondola beatamente sul panciotto, e par che dica agli astanti: guardate, ecco il senno e la salvezza della nazione in viaggio. Voi, dunque, se avete occhi, vedete il fatto vostro, e, fiutato il nemico, potete mettervi sulle difese. Entra egli in un carrozzone? E voi difilato in un altro. La cosa non è difficile; pei viaggiatori di prima, i guardiani son serviziati, che nulla più.
Così felice, perchè solo, e libero di fantasticare a mia posta, viaggiavo da Napoli a Verona, nell’agosto del 1872. Avevo fatto una lunga fermata in braccio alla sirena Partenope, bellissima donna che l’Itacense ebbe il torto di non pregiare abbastanza. Se non la conoscete, andateci; la troverete sempre in attesa di forestieri sulla piazza della stazione, e dà le spalle a chi arriva, per far buon viso a chi parte e invitarlo a tornare. Io, con quella metafora del lungo amplesso, ho voluto dire che avevo visitato e rivisitato Pompei, non senza dare una sbirciata ad Ercolano; portato una carta di visita al Vesuvio e parecchie da una lira al Museo nazionale; pranzato molto allo scoglio di Frisio e scarrozzato altrettanto da Chiaia a Posilipo; passeggiato colla serenità d’un martire nell’anfiteatro di Pozzuoli, e fatto traballare il terreno alla Solfatara; consultata la Sibilla nell’antro di Cuma e ricusato lo spettacolo d’una asfissia nella grotta del Cane; desiderata una dozzina d’ostriche del lago Lucrino e una strada da cristiani fino alla tomba di ; risicato di non uscir più dalla grotta Azzurra e presa vendetta alle- gra delle infamie di Tiberio con parecchie sorsate del suo vino di Capri; veleggiato a Sorrento colle aure natali di ; nuotato a Baia nelle acque d’Agrippina; e sempre solo, solo, solo, che non vo’ mettere in conto di compagnia quella macchinetta da spropositi, chiamata Cicerone presso la ingrata posterità del grande oratore romano.
Solo! ah, se ci avessi avuto...! Imperocchè, voi mi capite, in quel mondo di bellezze antiche e moderne, tra quella gara di meraviglie della natura e dell’arte, in quella regione incantata, dove la vita è così bella perchè anzitutto così facile a vivere, io non potevo desiderare che Lei.
Chi, Lei? Si capisce, Lei. Non v’è egli mai avvenuto di amare e di desiderar Lei, senza pure conoscerla? Lei era la fede, la speranza e l’amore, il compendio di tutte le virtù teologali e cardinali della vostra adolescenza, il nume ignoto, ma ardentemente invocato, a cui promettevate il meglio dell’anima vostra, i più bei fiori spiccati dall’albero della vita, innanzi che questo mettesse frutti d’amara scienza per voi. Ed anche dopo di avere amato qua e là, quando le più liete impromesse dell’esistenza vi andavano deluse, i più cari inganni vi erano spersi dal tristissimo vero e neppure avevate un cuore su cui riposare il vostro, a cui dare il tributo di un affetto tanto più forte in quanto che si ravvisa esser l’unico bene rimasto ai mortali, allora, ditemi, non vi accadde allora di pensare nuovamente a Lei, di richiamare la visione smarrita, o male incarnata in tante creature fragili e vane? Lei era l’immagine foggiata secondo i desiderii del cuore; Lei era l’arcana visitatrice, feconda di tante dolcezze al genio solitario, il femminile eterno che sorrise agli ultimi momenti di Fausto, l’idea che inspirò tante mirabili forme di bellezza sovrumana al pennello del Sanzio. Imperocchè, ricordatelo, la Fornarina lo ha spento: ma lei, quella idea sua, tutta sua, lo ha reso immortale.
Qui, lasciando da parte i superbi raffronti, sarebbe il caso di dire qual forma di donna risponda per me al concetto racchiuso in quel modesto prenome. Ma io non darò il mio segreto in balìa delle turbe; mi contenterò di raccontarvi che desideravo Lei, e che avevo sete d’amore; quella sete così forte a vent’anni, più forte a venticinque, fortissima a trenta, o giù di lì. A vent’anni, nell’amore si cerca l’illusione; a venticinque, il piacere; a trenta, l’oblìo. L’oblìo (chi nol sa?) consta d’un terzo d’illusione, poichè gli altri due sono svaniti, e di due terzi di piacere, poichè un terzo, se n’è andato insieme col vigore e la baldanza della gioventù. Triste chiusa al poema!
E con questa donna sognata viaggiava il vostro umilissimo servo; felice perchè ella era sua ed egli la possedeva per diritto.... d’autore; più felice di Pigmalione, perchè nel darle vita e’ non aveva paura, come quell’altro, di romperla. Alle corte, non mi pigliate per matto. Ero chiuso in me stesso come una tellina nel guscio; vivevo colla mia creazione; vedevo che era buona e godevo di non aver profani daccanto, a guastarmi quella pacifica ebbrezza. La gioia è un piacere egoistico, forse perchè ce n’è poca sulla terra, e, quando se n’ha, non si ama spartire.
Avanti, dunque! Tornavo a casa mia, a Verona, come mi pare di avervi già detto, dove (e questo non ho detto ancora) m’aspettava mio padre. Io amo mio padre, quest’uomo che per me ha vissuto, amato e tremato, e che io potrei dire nato a bella posta per me. Questo spirito avido di sapere, curioso di arcane sensazioni, voglioso d’ogni cosa difficile, è suo. La florida salute, che mi consente di vivere senza maledire, e di pigliarmi con sicura baldanza la mia parte di sole, è suo dono. La onesta ricchezza, che mi dà di seguire il mio talento in ogni cosa, egli, egli solo, l’ha accumulata per me. E di questo io gli son grato due volte. Quando posso spendere un po’ di tempo nello studio di una piacevole novità, vedere, che è quanto studiare, muovermi da un luogo, che è quanto attutire i tormenti, se non per avventura, dissipare i dolori incontrati colà, dico entro me stesso: è mio padre; quando posso far cortesia a chi l’aspetta da me e sentire la nobile voluttà di esser utile altrui, è mio padre, sempre mio padre! Una santa donna mi ha data la te- nerezza del cuore e tutte le miti virtù che ci fanno spesso il trastullo degli altri; egli la forza in tutte le sue forme, di salute e di ricchezza, di onori, di potenza e di fama, che ci fanno temere dai più, talvolta anche amare da qualcuno. Gratitudine immensa a mio padre! I figli, per solito, non amano e non ricordano che le madri, le santissime madri. Dei poveri babbi sprecano in pochi anni l’eredità; ed è questo l’unico tributo che pagano alla loro preziosa memoria.
II
ct Immaginate dunque, come, dopo una lunga assenza, mi premesse di correre. Presi la via più spedita, quella da Napoli a Foggia, e di là fino a Bologna, d’onde avrei proseguito sulla linea di Padova. Delizioso viaggio, di cui, come di tante altre fortune, siam debitori all’Italia unita, e bisognerebbe che ce ne ricordassimo sempre, almeno noi altri della generazione presente, che ci godiamo il nuovo, dopo aver tribolato una parte di vita sul vecchio.
La via è, come tutti sanno, incantevole. Partito alle quattro del pomeriggio da Napoli, cominciai a passare in rassegna le viti maritate agli olmi di Casoria e di Aversa. Il ponte e la valle di Maddaloni mi riempirono di stupore; Benevento m’innamorò senz’altro. Credo non ci sia niente di più bello (in ferrovia, ci s’intende) che il veder Benevento a luce di tramonto. E quel fiume che serpeggia malinconico pei colti dell’ubertosa pianura rodendo chetamente le sue rive d’argilla! Per la prima volta ho inteso tutta la verità e la bellezza dell’oraziano:
Noto per amore di precisione, che qui non si trattava del Liri: chè non vorrei mi si appuntasse di aver confuso le acque del Calore con quelle del Garigliano, cosa che neppure Domeneddio s’è arbitrato di fare. Dico che la somiglianza del caso mi fece tornare alla mente quei versi. E ci pensai tanto, che sopravvenne la notte e mi tolse di vedere il rimanente del paese, che era dopo tutto la parte meno gradevole. La valle si restringeva o mi diventava intorno più brulla e più cupa. Intravvidi Montecalvo, che si dipinge nel nome da sè, Ariano che sa di scomunicato, Montaguto, Orsara, che non promettono niente di buono. Del resto, era notte e non posso dirne altro. Di Bovine, so che c’erano molti lumi, indizio d’un popolo illuminato, almeno quando va a letto. Di Foggia non potei ammirare che l’ampia stazione colla sua gran vôlta di cristallo.
Si smontava colà per aspettare al varco il convoglio diretto a Brindisi, e c’era per conseguenza il viavai, il tramestìo, il gridio, di tutte le stazioni d’incontro. Giunse il treno aspettato, e fu tosto un aprirsi di sportelli, uno scendere e un salir frettolosi, chi per tracannare un beverone alla bottega da caffè, chi per guadagnarsi un posto nei compartimenti meno abitati, e magari nei vuoti. Io, senza pigliarmi tanto fastidio, fui pronto a ficcarmi in un ammezzato (se lo permettete, chiamo così il coupé dei francesi), dove fu mia prima cura di accendere un sigaro, il vade retro più efficace pei cacciatori importuni di cosiffatte agiatezze.
Intanto i popoli pedestri duravano un po’ di fatica a raccapezzarsi, per aver due palmi di sedile su cui metter dimora. Come suole accadere in simili casi, i viaggiatori più comodi facevano le mostre di dormire e occupavano il posto di tre; altri, simulando un compagno disceso lì per lì e pronto a tornare, avevano messo una valigia per rappresentarlo degnamente nel posto vuoto che amavano tenersi per giunta alla derrata; gherminelle audaci, ma lecite, a quanto pare, delle quali veniam petimusque damusque.... ma no, smettiamola col latino, se no, chi ci ferma? Dirò dunque in volgare che ne facciam tutti, quando abbiamo trovato da sedere e guardiamo dall’alto al basso i nuovi venuti; e ce ne lagniamo poi tutti e mandiamo a settecentomila settecento settantasette diavoli i taciturni gaudenti, quando siamo noi sul predellino a domandar l’elemosina.
Ora, mentre io vivevo abbastanza sicuro, mercè la sopratassa pagata e il sigaro acceso, in un cantuccio del mio ammezzato, lo sportello, non chiuso ancora dai guardiani del treno, si spalancò d’improvviso ed una forma nera si trafugò dentro sollecita; ma non tanto nera, nè tanto sollecita, che io non avessi modo di ravvisare in essa una donna, anzi una dama, da quella foggia d’abiti da viaggio, di eleganza britannica, che ci fanno della donna un quid medium tra la fascia d’ombrello e la cortina a festoni d’una sala da pranzo.
Era giovine o vecchia? Bella o brutta? Mistero. Un fitto velo le scendeva dalle falde del cappellino sul volto, ostacolo alla fuliggine del carbon fossile e divieto agli sguardi curiosi. Per giunta, il lumino che ci vigilava dall’alto, rammentava quello di cui ebbe a poetare il : ct Senonchè, bella o brutta, giovane o vecchia, era una donna, e quasi un’ospite, poichè là dentro io mi ci vedevo già come in casa mia. Feci dunque il primo atto di buona creanza, buttando il sigaro dal finestrino; un sigaro a mala pena cominciato, che andava come una canna di camino. Ciò non avvenne senza un pochino di stizza: homo sum et nihil humani.... Ahi maledetto latino! Insomma siam tutti carnali, come diceva il mio portinaio, filosofo a ore perse, e qualcosa bisogna pur condonare a un viaggiatore disturbato nella sua solitudine.
La viaggiatrice si accorse dell’atto, non già del moto involontario da cui era internamente accompagnato, e in quella che stendeva la mano per collocare sulla rete il suo ombrellino, la valigetta e gli altri nonnulla, di cui ognuno ha seco la parte sua in viaggio, cortesemente mi disse:
— No, fumi liberamente, la prego; non voglia scomodarsi per me. —
La voce, un tal poco tremante, era simpatica. Io ebbi una buona ispirazione, e, alzandomi a mezzo dal mio cantuccio, risposi:
— Signora, il fumare è una mala cosa e sono contento ogni qualvolta mi si offre una ragione, o un pretesto, a non farla. — Ella accolse le mie parole con un lieve cenno del capo.
— Tanto meglio; — soggiunse a mezza voce, quasi parlando fra sè: — un uomo cortese! —
Quella frase, detta così a fior di labbra, mi scosse. Notai allora quel po’ di turbamento che traspariva dalla sua voce, e ricordai la furia con cui era salita là dentro.
— Grazie, signora; — ripigliai, approfittando della sua ultima parola, — capisco che non son molti, e che anzi la più parte...
— Pur troppo, non son fior di cavalieri! — diss’ella. — Ma scusi... io dimentico...
— Oh non si trattenga per me. Ella non dirà mai del mio sesso tutto il male che ne penso io. E... non m’abbia per indiscreto... ha forse avuto qualche molestia?
— Ah, ne arrossisco! — esclamò, recandosi... istintivamente le mani sul volto. — Intendo; — diss’io, con amarezza. — L’hanno veduta probabilmente sola in viaggio.... —
Gli atti della viaggiatrice mi dimostrarono che avevo dato nel segno.
— Ma non è una indegnità, signore? — aggiunse ella, con accento di profonda afflizione. — Da quando in qua....
— Sicuro; — interruppi io, per risparmiarle il fastidio dell’invettiva; — da quando in qua è egli proibito ad una donna, a nostra madre, a nostra sorella, alla madre dei nostri figli, di passare liberamente per via come facciamo noi, e senza la noia delle nostre pretensioni galanti? Da quando in qua non le è più concesso di andare pe’ fatti suoi, senza pagare il pedaggio al primo venuto, che ami scoccarle una boccata di fumo sul viso, o una impertinenza all’orecchio? —
Mentre io parlavo in tal guisa, ed ella era per adagiarsi al suo posto nell’altro scompartimento del sedile, si affacciò allo sportello un uomo, che io a tutta prima credetti un guardiano del treno venuto per cosa dell’ufficio suo, puta caso, per sincerarsi se tutt’e due i viaggiatori dell’ammezzato avessero pagato la giunta sul prezzo della corsa. Difatti, cacciata la testa avanti e veduta la signora tuttavia ritta dinanzi al sedile, costui messe il piede sul montatoio in atto di salire. Ma qui, il poco lume della nostra lampada mi consentì di vedere in faccia il nuovo capitato e di ricredermi intorno alla mia supposizione.
Non era un guardiano; era un viaggiatore, giovane all’aspetto, signorilmente vestito, colla sua borsa di cuoio ad armacollo e una berretta scozzese piantata alla spavalda sulla fronte. La foggia del vestire e l’acconciatura della barba in due ventole folte e prolisse, arieggiavano il milordo inglese; ma le fattezze più risentite del volto e due neri occhioni, coi quali pareva volesse sorbirsi il prossimo come si farebbe un uovo fresco, lo diceva d’altra razza; non so poi se latina o schiavona. Scegliete voi. Io, sbirciatolo appena di sotto al braccio della viaggiatrice che mi nascondeva a’ suoi occhi, e innanzi che un gesto d’ingrata sorpresa della mia compagna di viaggio mi avesse dato indizio più certo dell’esser suo, avevo fiutato il mio uomo.
È un brutto coso, il cacciatore di donne in ferrovia. Specie nuova, non ancora classificata dai naturalisti, vuol essere studiata un tantino, perchè tutti possano averne i connotati alla mano. Comincio a dire che nessun carrozzone, nessun compartimento gli serve, e va innanzi e indietro dall’uno all’altro, curiosando e cercando, come un bracco da leva, fin tanto non siano tutti i viaggiatori a posto ed egli non abbia adocchiato il migliore per sè. Vede una donna nulla nulla piacente, che viaggia da sola, e lui pronto a ficcarsi dentro, senza badare se sia dama o pedina. Ci sono uomini nel compartimento? Spera che se ne vadano alla prima stazione. Intanto, s’industria a far servizio, a farsi scorgere, a farsi gradire. Alza o abbassa il cristallo del finestrino, secondo il bisogno; tira innanzi o indietro la cortina secondo la direzione del sole: risponde non chiesto, interroga a mezza bocca, si butta innanzi, vuole apparir manieroso, e non è che frammettente e importuno. Vi fa gli occhi languidi, mia bella signora, aspettando l’occhiata che voi gli darete, per mera curiosità od anche solamente per caso; tasta il terreno col piede, per incalzare, se trova un piedino di buona volontà, per domandarvi scusa e appiccar discorso, se ritirate il vostro da’ suoi toccamenti villani; si atteggia, fa il bocchino, si ravvia i capegli, si cava un guanto per farvi ammirare il diamante a casco che metterà ai vostri piedi, solo che voi lo vogliate; si tira i manichini, fa mille vezzi e moine; farebbe magari eziandio carte false, per darvi ad intendere che si specchierebbe volentieri nei vostri begli occhi, per aggiustarsi il nodo della cravatta e darvi il colpo di grazia.
Torniamo a noi. Riconobbi l’uomo, notai l’atto della mia compagna di viaggio e balzai in piedi senz’altro. Non so come io venissi a capo di assottigliarmi; ma il fatto sta che scivolai prontamente dall’altro lato della vettura. Mi vide quegli e si fermò sul montatoio; forse in cuor suo s’augurò di non essersi fatto tant’oltre; ma era tardi e bisognava far fronte.
Anch’io m’ero buttato innanzi di troppo; ma già, son fatto così e non c’è verso di cambiarmi. Tutte le prepotenze m’hanno sempre dato sui nervi e quella del finto inglese, che accennava a voler entrar terzo in un ammezzato dove ci si va per esser soli, e due che non si conoscano l’un l’altro ci sono già in troppi, mi parea prepotenza di prima qualità, prepotenza cappata fra tutte, e tale da non doversi comportare in nessun modo, niente affatto poi là, sotto gli occhi d’una donna.
— Signore, — gli dissi adunque, facendo il viso arcigno e la voce severa, — c’è pieno.... per Lei.
— Che? come? — farfuglió il messere, colto alla sprovveduta. — Ci sono due posti vuoti.... l’ammezzato è per quattro, e vo’ vedere....
— Non vedrà niente e scenderà di qui, o per l’anima mia.... — Non scenderò; l’uomo che ha da farmi paura non è ancor nato. —
E mentre così diceva, tra la confusione e la rabbia, egli aveva già messa la mano sulla intelaiatura dello sportello per aiutarsi a salire.
Mi avvidi allora che ci voleva un gran colpo.
— Non entrerà, perdio! — risposi, a voce bassa, ma con accento vibrato. — Ella ha insultato una donna, che ha dovuto cercar rifugio qui dentro dalle sue persecuzioni villane. Faccia un passo e le mando il cervello per aria. — (Avevo, già si capisce, cavato di tasca e fatto balenare a’ suoi occhi un arnese da ciò). — Se poi chiede ai guardiani che lo mettano dentro ad ogni costo, si serva: faremo uno scandalo, ed Ella sarà svergognato davanti a tutta l’udienza. —
Il mio avversario rimase lì, istupidito tra i due corni del dilemma. Io colsi il buon punto per offrirgli uno scampo e metter fine all’alterco.
— Del resto, — soggiunsi, — se il mio atto le spiace, a quella stazione che le parrà meglio scenderemo tutt’e due, ed io le darò il resto del carlino. In piombo o in acciaio, a sua scelta.
— Sta bene; — diss’egli, sbuffando; — io scendo ad Ancona. Anzi no, scenderemo a Grottamare. Ci ho una palazzina di campagna.... e terra da seppellirci più d’uno.
— Ottimamente! — risposi ghignando, come portava il discorso. — Ancona, o Grottamare, per me è tutt’uno. Ho tempo da perdere.
— Ed ella mi renderà conto....
— Tutto quel che vorrà. —
Intanto i guardiani, finito il viavai della folla irrequieta dei viaggiatori, si facevano innanzi a chiudere gli sportelli. — Partenza, signori, partenza! — e i rintocchi frequenti del campanello rincalzavano le parole.
Lo sconosciuto fu sollecito a scendere; mi diede ancora una torva guardata co’ suoi occhioni da spiritato; mi fe’ un gesto minaccioso col braccio e colla mano distesa, e sparì, per andarsi a cercare un posto, probabilmente per ripigliarsi il suo, abbandonato pur dianzi.
Io pure mi ritrassi dall’uscio, mentre il guardiano, veduta la nuova abitatrice dell’ammezzato, balzava sul montatoio per chiedere la giunta sul prezzo della corsa. La mia compagna di viaggio metteva mano al portamonete; io frattanto, ad agevolare il negozio, pagai speditamente in sua vece e ritirai dalle sue mani il biglietto, per consegnarlo al guardiano. Cotesto mi consentì di vedere che la viaggiatrice andava fino a Bologna, ultima stazione delle ferrovie meridionali. Il guardiano spiccò dal suo taccuino un foglietto di carta, vi scrisse con due tratti di matita la sua brava ricevuta, che, passando ancor essa per le mie mani, andò in quelle della signora; indi richiuse lo sportello e via, che il suo còmpito era in tal guisa finito.
Anche il mio era compiuto col suo. Accettai dalla mia compagna di viaggio la restituzione, o, per dire più veramente, il ricambio della moneta pagato al guardiano, e ritornai al mio posto, dopo aver fatto un inchino e balbettato alcune frasi di consuetudine, in risposta a’ suoi rendimenti di grazie.
Poco stante il fischio della vaporiera, lo scricchiolio dei carrozzoni e la scossa conseguente, annunziavano la nostra partenza da Foggia.
Foggia, capoluogo della Capitanata, oasi del Tavoliere di Puglia, ricca venditrice di frumento, di lane e di capperi in composta, il tuo nome ubertoso e il tuo grato ricordo non m’usciranno mai più dalla mente.
III
ct M’ero rannicchiato nel mio cantuccio, col proposito fatto di non aprir bocca, per non riuscire e sopratutto per non parere importuno alla mia sconosciuta. Del resto, lì per lì, non m’importava di lei nè punto nè poco; bensì mi premeva di far vedere col mio esempio a quella donna, come ad ogni altra in quel caso, che gli uomini non sono poi tutti uguali. È questa una verità, sia detto così di passata, che io vorrei posta in sodo meglio di tante e tante altre che hanno corso dappertutto e sono come la moneta spicciola della nostra filosofia civile. Certe massime son buone e abbastanza giuste in politica e in religione; ma niente più in là. In zoologia, verbigrazia, o in antropologia, se vi par meglio, ci sarebbe molto a ridire.
Tacevo dunque e cercavo di pensare ad altro; alla veduta di Benevento, al mio , a Pescara che mi aspettava, co’ suoi ricordi letterarii e matrimoniali di Vittoria Colonna, a Recanati, che rammenta ai viaggiatori , a Loreto, agli angioli architetti, e che so io.
La mia sconosciuta, per altro, non reputò conveniente il silenzio.
— Signore, — mi disse ella con nobile accento, sebbene titubante per onesto ritegno femminile, — io sarei una donna immeritevole della sua generosa protezione, se non La ringraziassi con tutta l’anima di quello che ha fatto per me. Ma, di grazia, come ha potuto indovinare che quell’uomo....
— Fosse il suo persecutore? — interruppi. — Tre cose me l’han detto in un punto: il guardare ch’egli ha fatto qui dentro e la sua furia d’entrare dopo averla veduta; il gesto di terrore e di ribrezzo fatto da Lei nello scorgere il nuovo venuto; da ultimo la tracotanza di lui. Certe cose s’indovinano più assai che non si giunga a conoscerle dai fatti. Mi sono forse ingannato?
— No; — rispose la viaggiatrice; — e poichè Ella intende così facilmente, non occorre neppure che io le racconti....
— Che dice Ella mai, mia buona signora? Si risparmi una spiegazione incresciosa. Io so bene che cosa possono sillabare all’orecchio d’una figlia d’Eva questi pronipoti del serpente. Ma quest’uno, vivaddio, ha trovato il fatto suo, e non fischierà più per un pezzo. — Ah! mi duole che per cagion mia....
— No, Ella non c’entra per nulla. Ho fatto il debito mio di cavaliere e nient’altro. Vorrei che si facesse così per mia moglie... se avessi moglie, e se viaggiasse da sola. Perdoni, sa, la mia schiettezza, e ci veda appunto l’animo mio, alieno da ogni sorta di galanteria. Odio i tentatori, ma debbo aggiungere che mi pare un’imprudenza lo esporsi alle tentazioni in tal modo.
— È vero; — rispose ella con voce impressa di compunzione; — ma se io potessi scusarmene? La cosa sarebbe lunga a dirsi, e qui, tra....
— Tra sconosciuti, dica pure! — soggiunsi io, vedendo che ella si peritava di compier la frase.
— No, non vorrei dir questo. Il servizio reso porta gratitudine, che è più d’ogni attinenza sociale. Ma infine, che le dirò? Vi possono essere.... vi sono anzi dei casi nella vita, ne’ quali anche una donna debba armarsi di coraggio e mettersi in balìa degli eventi. E allora avviene, — soggiunse ella sorridendo, — che questa donna esca sola di casa sua e prenda un bordone a guisa di pellegrino, o un biglietto di ferrovia, come una libera figlia dell’America settentrionale.
— Gran paese, signora, e costumi degni d’un gran paese! — esclamai. — C’è dello strano talvolta, ne convengo, nè ogni cosa di laggiù può accettarsi ugualmente; ma dopo tutto, in quella società così nuova e così giovane, che dovrebbe per conseguenza reputarsi più rozza, il rispetto, l’ossequio per la donna è a gran pezza più profondo che da noi, figli di cinque o sei civiltà, l’una più famosa dell’altra.
— Forse, — notò argutamente la sco- nosciuta, — in que’ paesi son meno leziose le donne.
— O come? — diss’io ammirato.
— Sì; non è forse la nostra finta debolezza che fa gli uomini arditi? —
L’osservazione era giudiziosa e sottile come tutte quelle che sogliono fare le donne quando la loro graziosa personcina non entra in causa. Per altro, cortesia voleva che io non gliel’ammettessi per buona.
— Ella usa misericordia al mio sesso, e gli fa troppa grazia; — risposi. — Io le ho già detto, per conto mio, in che concetto lo tengo.
— Perdoni, ma io non sono del suo avviso. Io stimo gli uomini.... in genere.
— Com’io le donne, signora. Le apprezzo tutte e senza secondi fini, poichè non ne amo alcuna in particolare; mentre odio gli uomini in genere, per amarli qualche volta in numero e caso. Che vuole? ognuno ha il suo metodo, e il mio mi sembra il più certo, per non aver sopraccapi. —
Uno scoppio di risa, subitamente represso dalla dignità e da ciò che si chiama comunemente la convenienza, accolse la dichiarazione del mio metodo.
— I suoi amici, — soggiunse la sconosciuta, per temperare l’effetto della sua ilarità, — debbono esserle grati di queste sue consuetudini. Non è un tesoro d’affetti che si sparpaglia troppo, il suo. Le donne, per contro, non hanno a rallegrarsi.
— Perchè?
— Perchè Ella mostra di apprezzarle poco, se, apprezzandole in genere — (e ripetendo il verbo la mia compagna di viaggio si messe argutamente a spicciolare le sillabe), — Ella non ha creduto conveniente di sceglierne una. — Ah sì, trovarla, signora mia; questo è il guaio.
— Eh via! perchè non avrà voluto cercare.
— Cercare! — risposi, tenendo il discorso in su quel tono di urbana festività che il caso aveva portato tra noi. — O che mi consiglia Lei? La donna a cui un uomo per bene ha da far punto e basta, non è mica.... scusi il paragone veh!... non è mica una starna, da andarci col bracco da fermo. Io voglio ammettere che ce ne sian mille, o giù di lì, nella cerchia delle nostre attinenze, in quello che un uomo comunemente chiama il suo raggio di azione; eppure, il più delle volte, tra queste mille non c’è la donna destinata per noi. Ne vuole una prova? Guardi un po’ la più parte dei matrimonii, fatti, come suol dirsi, nel vicinato, che esempi di felicità scambievole ci danno! E guardi altresì il caso di tanti e tanti uomini, non so se più accorti, o più fortunati, che la loro felicità l’hanno aspettata d’oltremonti, o d’oltremare, o fuori paese sono andati essi medesimi a trovarsela. Poi, Le dirò un mio peccato. Scusi, signora; son uomo e posso confessarmi liberamente. Ella, del resto, non mi tradirà.
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The end
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