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Edmenegarda

Giovanni Prati · 1916 · Free in the US

13,009 words · about 55 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1916 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Edmenegarda&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Giovanni Prati
Language
Italian
Published
1916
Length
13,009 words · about 55 min
Sections
6 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (6)
  1. Front matter under 1 min
  2. Canto primo about 8 min
  3. Canto secondo about 12 min
  4. Canto terzo about 8 min
  5. Canto quarto about 17 min
  6. Canto quinto about 10 min

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Front matter

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Indice

Canto primo

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Per le vie piú deserte, in doloroso abito bruno e con un vel sugli occhi passa la bella Edmenegarda, e al queto lume degli astri si raccoglie in una 5romita barca e con le sue memorie vaga piangendo. Misero! che speri, se ti percote Iddio? Non è giá il mondo grandemente pietoso. Egli al banchetto della tua casa volentier si reca 10e ne sparge di rose i penetrali; ma se il cupo dolor veglia alla porta, non aspettare il solito conviva: ei non verrá! La bella Edmenegarda gioí superba i maritali amplessi, 15e sulla fronte di due biondi figli depose un dí senza terror le sue non colpevoli labbra, e chi sa quante donne quei baci invidiâr tremando! Ella era lieta nel felice stato. 20Ma il geloso Avversario d’ogni bene

consumò la sua gioia; e il fatal giorno che si sentí la misera per l'ossa serpere il novo affetto, e la battaglia troppo forte le venne, a Dio si volse 25delirando e sclamò: — La tua tremenda volontá sia compiuta! — Era la canna dal turbine giá franta, e sotto ai morsi del livido colúbro il fiorellino si sperdeva alla terra. Oh! sull’afflitto 30giovine capo la terribil pietra non lanciatela voi, che tante volte perdonati cadeste, e nella polve, cosí percossi dal dolor, vi parve anco la gioia dei felici insulto! 35Ricco era e bello di viril bellezza lo sposo a Edmenegarda. Un incolpato nome d’Anglia recava; i suoi silenzi lunghi; forti gli affetti; accostumata a non mutar propositi la mente, 40s’anco gemesse la ragion del cuore. A molte donne della sua contrada l’altèra e disdegnosa indole piacque. Ei non curò. Ma nella dolce terra d’Italia nostra un dí fisse gli ardenti 45lampi degli occhi a Edmenegarda in viso. Era il loco romito, il sol morente e inchinevoli l’alme alla tristezza. E’ le piacque e fu suo. Parea tessuta dal paradiso la gentil catena. 50Ed ei l'amò di quell'amor che vince ogni memoria di passata gioia, ogni speranza di futuro bene! tremendo amor, che, quando fugge, insolca profondamente l'anima di sangue!

55Deh, custodite, miseri! il bel sogno, che sí celere passa. Ispido verno (né sará tardi) occuperá le vostre vedovili giornate, e orribilmente vi fará scarni, vipera dell’alma, 60la rimembranza. Miseri! suggete l’ultima stilla del celeste nappo. Chi ve la turba... impenitente spiri!

Ben t’avvenga, o dei dogi inclita sposa, lionessa terribile dei mari! 65Eri pur or sul tuo letto di rose come un’egra gentil, cui, sotto l’ombra di dolorosi salici, a rilento si consumano i dí. Ma un fresco e nuovo alito ancora i belli occhi morenti 70ringiovanisce, e sulle forti chiome ti splende un raggio della gloria antica. Oh! tu sei veramente il piú leggiadro fior dell’Italia, a cui la riverente malinconia dello stranier s’inchina, 75mistico fior che in mezzo all’acque vivi! Ben meritava Edmenegarda bella di sorriderti appresso, e, sul materno petto serrando le soavi teste de’ suoi fanciulli, giocondar la fiera 80alma d’Arrigo! — Oh, vedi come azzurro il ciel, placide l’acque! Mi lusinga un desiderio di recarmi a Lido. Ci verrai tu? — Non posso. — Oh che? tel vieta qualche dolce ritrovo? — e sorridendo 85gli accarezzò le chiome. — Edmenegarda,

va’ tu. — Sola? — Che temi? — È tristo il mondo ed io fragile troppo! — E ancor sorrise la infortunata — E poi... da te disgiunta andar m’accora. — A rivederti. Il cielo 90e il mar t’inebri di sue forti gioie; poi riedi a me. Mi troverai, tel giuro, sposo recente! — Inver? Novo portento giá non sarebbe! — La superba!... Addio. Fatele guardia, o fanciulletti!... — A questo 95scherzoso favellar termine pose un’armonia di baci. In aspettando, canticchiava il nocchier sulla sua barca. Arrigo strinse la diletta al core; i bambini traendosi per mano, 100Edmenegarda scese. Onde del mare, contrastatele il varco! Aure del cielo, convertitevi in turbine! Non possa la infelice, non possa! Urti piuttosto, sdruccioli, cada il remator nell’acque... 105Le muoia un bimbo!... Ma che val? Terrena prece non muta i preparati eventi. Ride il ciel, ridon l’acque, i due bambini ridono anch’essi, il gondolier prosegue la sua canzone; Edmenegarda pende 110sul negro abisso. E son tutti d’amore e son tutti di pace i suoi pensieri. Dalle molli rapita ale de’ venti, tocca a Lido la prora. E se non fosse

prepotenza de’ fati, un’altra volta 115io pregherei che ti spezzasser l'onde, malvagia barca, tutti tranghiottendo questi innocenti, a dissipar le fila dell’orrendo peccato. A te da canto susurra, o donna, l’angelo caduto 120tenebrose lusinghe; e una fatale malinconia nel core insinuarsi tu senti giá. Meglio per te sarebbe un tempestoso delirar di sensi, che ti gittasse al marinaio in braccio. 125Schifosa e breve dureria la colpa! Ella prese i fanciulli e lentamente venne sul lido. Nuda e desolata è quella terra e di romite pietre sparsa all’intorno. Non le onora un segno, 130non le guarda una croce: eppur custodi stanno colá d'una progenie estinta. Eternamente le percote il vento, eternamente le flagella il mare, a ricordar che su quel cener pesa 135la sentenza di Dio. Ma l'uom superbo guai se calpesta quelle pietre e ride! Dopo l’ora mortal non ha la creta veritá di giudizio; e agonizzante Cristo pregò dalla sua croce a tutti 140il perdono del Padre! Inculte rose, pochi e pallidi gigli erano intorno a quei nudi sepolcri. Oh dilicata e arguta e forte cortesia di donna! Edmenegarda il piè dei fanciulletti

145rimovea da quei fior, seco pensando: — I figli miei non vi torranno, o meste urne, l’unica gioia, onde si mostra liberale alle stanche ossa la terra! — E sospirò come chi pensi al prezzo 150d’una cara pietá nei faticosi dí del dolore. Un suo bimbo, seguendo con trepido desio per quella costa il vol d’una solinga farfalletta, in una zolla incespicò. Vi narro 155comuni istorie: ma son questi i lievi stami che annodan l’avvenir. Sorgiunse tempestiva la madre e il vispolino trepidando garrí. Ma, in quelle strette paurose dell’anima, non vide 160che disciolto da’ polsi un vezzo d’oro nelle morbide zolle era caduto. Con certo vago noncurar dipinta su vi splendea l’immagine d’Arrigo, bruno, superbo, dispettoso e bello. 165Giorno e notte compagno ella si tenne quel diletto ornamento; ed or tra l’erbe miste d’un giglio egli smarrito giace presso l’avel di giovinetta ebrea, morta d’amore. Ricomposti alquanto 170i conturbati spiriti, s’accorse Edmenegarda della rea ventura, e ne tremò come di lungo affetto che improvviso si rompa. E il suo fanciullo riguardò corrucciata. — Oh tu perdesti, 175mamma, il tuo vezzo! — E tu cagion ne sei.

— Sí, veramente — con voce di pianto proruppe il bimbo. — Non turbarti, o caro: il troverem. Ma voi vi trastullate lá su quell’erbe. Cercherollo io sola. 180Il buon Iddio giá non vorrá che io peni piú lungamente. — Spensierati al gioco obliarono tutto i due bambini. Edmenegarda con rotti sospiri e tormentosa aviditá cercava. 185Avria gemuto ogni piú scabro petto a contemplar quella dolce persona di qua, di lá gittarsi incertamente, curva, carponi, e con le mani bianche frugando in mezzo all’erbe e per le spine, 190e tra il vel delle lagrime le ardenti pupille sulla terra affaticando. Non lontano da lei terribilmente batteva un core a rimirar quegli atti. — Eccola! E indarno, indarno sempre il sogno 195della mia vita io seguirò! Né un guardo, né un sol guardo di lei questa profonda febbre, che m’arde, acqueterá! Che spero? Vedi iniqua fortuna! Ella ha smarrito qualche sua dolce cosa, e gli affannati 200occhi volge alla terra. Oggi soltanto le son sí presso... e non mi vede! Oh sia maledetta la cosa che a sé tira le ostinate pupille e inganna il lungo mio desiderio! Mordere le possa 205i bei diti una serpe, onde sollevi, almen gemendo, quell’amato capo! Una volta, una volta ella mi veda cosí scarnato e misero per lei! — In queste voci di dolor proruppe

210il giovine Leoni. Era di casa patrizia nato. Tra follie consunse l’etá ridente. Nelle bische, ai balli splendea su tutti e beffeggiava il casto sospir dei fidi o non felici amanti. 215Ma nel viso gentil d’Edmenegarda un dí scontrossi e ne tremò. Del suo turbamento si rise, e non pertanto anelò rivederla: e una cocente torbida fiamma al fatuo cor s’accese. 220Da quell’ora solingo egli passeggia; non piú lieti convegni, orgie notturne, riso e feste d’amici. Arde il leggiero schernitor degli affetti, arde. La cerca, la perseguita ovunque, e, se per caso 225un lampo de’ suoi belli occhi rapisce, gela ed avvampa di convulsa ebbrezza. A lui la notte, in pria fredda e deserta, or tutta è un sogno del celeste viso, e il giorno un’acre voluttá superba 230di ricomporlo nell’ardente idea. E come in quell’istante ogni movenza d’Edmenegarda, e le fuggenti trecce, e il fluttuar degli scomposti veli ei divorava! — Quanta cura!... Or dunque 235smarrito ha il paradiso? — E anch’ei si pose sdegnosamente a ricercar. Né appena l'orme e gli occhi per caso avea sospinti presso l’avel della fanciulla ebrea, che sotto al gioco dell’obliqua luce 240un lampo uscí dalle non peste zolle. Il vezzo è giá nella sua man. Vi scòrse le sembianze d’Arrigo. A Edmenegarda volò.

— Guardate!... Io lo trovai!... Guardate. Aman tutti, ed io solo, io senza amore 245passerò dalla terra! — E, nei convulsi moti dell’ira il fatal vezzo infranto, gittollo ai piedi della donna e sparve. Fu l’opera d’un punto. Ella non seppe domar gli occhi; il mirò; di nessun’altra 250cosa le calse; piangere l’intese... E a goccia a goccia, come piombo ardente, nei tumulti del core impaurito sentí stillarsi quel terribil pianto. Ne gemettero gli angeli. Percossa 255quell’infelice dell’orrendo caso, si stringe a’ figli; ma sudor le gronda la chioma e il volto, e gelido è l’amplesso. Tenta pensar d’Arrigo, ma turbata le traballa l’imagine alla mente; 260tenta pregar, non puote. Intorno gli occhi slancia tremando; li raccoglie ai figli. Gli apre, gli chiude, misera! non puote, e gli apre ancora avidamente e cerca... Chi?... Piangetene, o cieli! Consumata, 265consumata nell’anima è la colpa. Ed ahi sí presto! Che misteri asconde di dolor, di fortezza e di peccato questa superba e lagrimabil creta! Tu pregherai, tu penserai, ma indarno. 270O Edmenegarda, il demone con molte fatiche ha comperato la sua preda; per anni molti ei la vorrá. Che importa, se tu ti slanci al tuo legno fuggendo? Che importa, se la bruna navicella 275va come lampo, e pur gridi affannata

al remator che acceleri la corsa? Che vai, se il tempo col desio divori? Tendi gli orecchi. Non ti fere un novo romor nell’acque? Volgiti! non odi? 280Come larva notturna, che persegue l’agitato pensier del viandante e gli fa tardo il passo, il respir greve, or rotti or doppi i battiti del core, presso il navil d’Edmenegarda un altro 285venía solcando; e la medesim’onda, che dall’uno, dall’altro era percossa. O Edmenegarda, volgiti! non odi?... Ahi, che duro pallor t’ha ricoperta! che abbandono di sensi! I tuoi fanciulli 290ti credono dormente, e si fan cenno, ponendo il dito sulle rosee bocche, di non turbarti quell’amabil sonno.

Canto secondo

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Sfiora le eccelse cupole, tra gli archi vagola e trema sugli azzurri flutti con la pietá d’un fuggitivo amante il sol che muore; ed un suo raggio estremo, 5ferendo i vetri alla romita stanza, posa sul crin d’Edmenegarda. Oh sole, no, non lasciarla. Anche su lei risplendi: è bella ancor questa colpevol fronte. Simigliante ad un naufrago, che manda 10l’ultimo grido, e vinta la persona, le disperate mani incrocia al petto e piega il capo sotto l'onde e spira; cosí la combattuta Edmenegarda col suo dolce peccato, ahi! s’addormenta. 15— Tutti son lungi; ed io qui sola il noto rumor sospiro degli amati passi! E ancor non viene! Ei non dovria lasciarmi il mio Leoni a questo tetro sogno. Non teme ei forse ch’io svegliar mi possa? 20sí consumata nel fallir sarei? Oh infame il giorno che mi fûr recate

queste note d’amore! — E su dal seno una lacera carta ella traendo, v’infisse i lumi, la baciò, la strinse 25tra le palme e gemette. — Io ben rammento che, appena l’ebbi, la gittai nel foco; ma estinto il soffio del dimòn l’avea. Lungo era l’atto a lacerarla intera... io nol potei! — Che sogna la demente? 30Arsa l’avrebbe? Ah, se stridea la fiamma lí pronta a divorarla, indi ritorti avria gli occhi la misera. E se un primo impeto pur ve la traea, sparmiato giá non avrebbe le sue belle vesti 35e le man dilicate, onde salvarla dalle súbite vampe. Oh! qual periglio può rattener la donna innamorata, quando la punge quell’acuto immenso empio patir? Deh, non parlar di queste 40creature sí fragili e possenti, tu non nato ad intendere che il vile gaudio d’averle e d’obliarle sempre! — Duro è l’indugio. E ancor non vien! — Si desta da lunge un’eco: Edmenegarda ascolta 45avidamente, le si fan le gote porpora viva... Il suo Leoni è giunto. — Addio, diletta! — Ella si tacque; e, un lungo sospir traendo, con le molli braccia gli cinse il collo e lo baciò. — Divina

50sei veramente! Durassero eterne quest’ore! Stolto! io non credea che tanta in sé chiudesse voluttá la terra! Dov’è sembianza che alla tua somigli? Chi non daria per queste chiome un regno, 55per baciar mille volte, com’io faccio, queste tue chiome, e, a forza di baciarle, stemperarsi d’amor, com’io mi stempro?... Sí, Edmenegarda! Piega la tua testa qui sul mio cor!... Deh, senti come batte 60un cor d’Italia. Ah, questi miei non sono, non son gli amplessi del superbo inglese!... — Leoni mio, non proseguir! Ti prego a mani giunte, non mi far morire! Troppa è l’ebbrezza che nel cor mi versi; 65ma per pietá non proferir quel nome! Io non ho forza a sostenerlo! Taci! — Ei ti disama; non t’amò giammai. Co’ suoi gelidi modi ei ti contrista, gentil rosa d’amor! Ben meritava 70d’aversi a moglie una rubesta donna delle cantiche rupi, e non la dolce Edmenegarda mia! — Deh! piú non dirne; mi son pugnale avvelenato all’alma le tue parole! Ei sí ancor mi ama Arrigo, 75troppo umano e cortese a questa sua miseranda colpevole! Che fôra, s’ei risapesse? Oh mio Leoni! Un serpe mi rode il core! Io lo disamo, io sola; e si tormenta il misero a vedermi 80tramutata cosí! — Può far portenti la pietá nei gentili. Ed ella intensa la sentía per Arrigo. Arse Leoni in quel fiero sospetto, e sulle labbra

dal core offeso gli suonâr parole 85sino allor non proferte. — E cieca or tanto fatta sei tu? Veder ne lo potessi sotto i vecchi palagi, com’io ’l vidi, passeggiar sorridendo! Egli divora tutte degli occhi queste nostre donne, 90e, immemore di te, forse possiede nel suo vil desiderio altre sembianze, che un raggio, un’orma della tua non hanno. — Leoni, è tempo di tacer! — Non anco, Edmenegarda! Lasciali i rimorsi 95a lui, che vola a comperati amplessi, e svergogna cosí questo suo dono non meritato dal Signor! — Le guance d’Edmenegarda in una calda fiamma si tramutâro. — Ascoltami, Leoni! 100Tu menti; è vano il dubitar; tu menti! Deh, cosí basso non cader! Non farmi piú pesante la colpa! Almen mi lascia questa alterezza, che in vulgar persona io non locai l’affetto. Intender tanto 105non credea dal tuo labbro. Arrigo è fiero, Arrigo mio, piú di quant’altri alberga la vostra Italia. Ei non sapria macchiarsi di gelose menzogne. Egli, il mio sposo, pria di mentir, morrebbe. Or via, mi guarda; 110gli occhi ho pieni di lagrime!... Sei pago? — Edmenegarda! Se le atroci ambasce, che mi schiantano il cor, le risentisse una fragile donna, ella saría sepolta giá. Dissimular che giova? 115voi l’amate, l’amate!

— Oh cosí fosse! Perché trarmi dal core anche il rimorso? — No, Edmenegarda! Non lo dir! Ma vedi! Vedi come per te cieco son fatto! Questa indomita febbre è la mia parte 120d’aria e di sole. Io morirei senz’essa. Credi, non sente amor chi lo divide! Edmenegarda mia, vile io non sono! Questi crudi, che a voi, povere e frali, insegnaron la colpa, e poi non sanno 125sentir la gioia dell’avervi intere, paghi d’un bacio che a sbramar li venga, questi tutti son vili! — Dallo sguardo d’Edmenegarda, ai concitati accenti, lampeggiò l’allegrezza, e intorno al collo 130gli ripose le braccia; e figli e sposo svaniron lenti dalla sua memoria sotto il vel dell’oblio, che il novo affetto continuatamente iva tessendo piú fitto sempre. Ma sorrider lieta 135giá non sapeva. — Oh mio Leoni! Infauste giornate il cor mi presagisce. Ah sempre amami, sempre com’io t’amo; e queste parole mie non obliar. La terra mi tesserá dolori, avvilimenti; 140io sarò forte a sostenerli. In core mi languirá la prece, e disperata io non cadrò. Se mi mancasse il pane, non saliranno i miei lamenti a Dio; me l’avrò meritato! Ma, se mai 145tu... mi lasciassi... — Angiolo mio! Quai fole per la mente ti passano? Sorridi,

Edmenegarda. Or via; caccia dall’alma queste vaghe paure! E non ti basta l’amor mio tanto? — Oh sí, mi basta! E vedi 150ch’io son tranquilla. Ma tu pur, diletto, non affannarmi; non voler ch’io tremi dell’ire tue! Qual gloria indi n’avresti? Che resta a noi, se non amarci? — A queste voci d’affetto sospirò Leoni 155di profonda amarezza, ed esitando la man le porse, come con quell’atto perdón le dimandasse dell’averla contristata cosí. Sul core afflitto ella serrò la cara mano... e tacque! 160Molti dolori chi molto ama oblia! Sceso era giá dall’orizzonte il sole e in grembo alle romite aure del loco movea un suon di reconditi sospiri rotti da qualche inebriato accento. 165Ma quella sera sulle dolci mura calâr tetri i crepuscoli; alle imposte mugolarono i venti; e sembrò voce quasi di pianto il mormorar de’ flutti. Anche l’addio delle tremanti bocche 170alla forzata ilaritá del volto non rispose quel dí. Nelle fatali soglie si nascondea la preparata ira del Nume: un innocente bimbo. Il sottil laccio tra la siepe al falco 175ghermisce il collo, e la invisibil goccia colmo alle ripe l’oceán travolve. Per quelle sale con aerei passi trasvolando Leoni, non s’avvide

del fanciulletto, che di lá per caso 180passava. Urtollo; e il poverino a terra giacque ferito nella bella fronte. Leoni come lampo gli si tolse dagli occhi. Accorse alle dolenti strida la madre. — Oh santa Vergine! rispondi: 185rispondi, angelo caro. Che hai tu fatto? — Mamma, non io; ma quel signor del Lido... — Taci; t’inganni, non è ver. Non deve un bel fanciullo lagrimar. Se taci, se non parli ad alcuno, io ti prometto 190che un bell’abito avrai, ma de’ piú belli che si veda in Venezia. — Ed asciugando il poco sangue del picciolo viso, molte feste gli fece. Alle carezze inusitate da gran tempo e al gaio 195promettere, il fanciul serenò gli occhi subitamente; e non finía la madre di carezzarlo. Una crudel tempesta da molti giorni si mescea frattanto nell’anima d’Arrigo. Ove fuggito 200era quel dolce, quell’amabil riso d’Edmenegarda sua? Perché sí mesto il sonar della voce e sí frequente lo scolorir del volto? Onde quel vago sviarsi de’ pensieri e quel profondo 205compatir delle colpe? E se festiva talor si mostra, perché mai traluce dalle note e dai gesti un doloroso sforzo dell’alma? La cagion del fiero mutamento qual era? Ella altre volte

210d’Arrigo a canto procedea superba, l’ondeggiar delle vele e il variato gioco de’ raggi e il luccicar dell’acque lietamente notando. Ai vaghi aspetti era gelida adesso e di mirarli 215rifuggía quasi. Nel leggiadro core altre volte un desio caldo la punse di visitar le insigni opre dell’arte in compagnia d’Arrigo: or da gran tempo non vedea quelle sale, e senza cura 220abbellía la persona, e senza affetto educava i suoi fiori. — In che le spiacqui? — talor diceasi Arrigo — e donde nasce quel tormentoso infastidir di tutto? quei rotti sonni? quel tremar talvolta 225nelle mie braccia? Oh che?... forse?... — E dal bruno fronte gocciava qualche fredda stilla. Poi, ripensando alle celesti gioie da Edmenegarda avute, e a quella tanta vita d’amor pei figli, e a sé guardando, 230giovine e bello e da tanti anni amato, con timida allegrezza, ebbe vergogna di dubitar. Né sí profondo infitta gli restò come pria dentro al pensiero una persecutrice ombra, che sempre, 235con la sua dolce Edmenegarda uscendo, su’ lor passi incontrava. — Oh l’importuno! Che pretende costui? — proruppe un giorno con la sua donna Arrigo. — E che? vorresti impedirgli la via? — Si ricambiâro

240ambo un sorriso; e fu sí casto e pieno e confidente, che potea di mille sospettose paure esser compenso. Ma quando acuta i visceri penètra la vipera del dubbio, ella consuma 245fieramente la vita, e non è forza ch’indi la tragga. Nel fervor dei prandi, nella vicenda de’ convulsi giuochi, tu crederai di seppellir quel mostro; ma sorgerá. Nelle sonanti corse, 250tra i tumulti del dí, nella notturna melodia d’un’angelica canzone, che di tepido oblio l’anima incanta, tu crederai di seppellir quel mostro; ma sorgerá. Né sull’altar di Dio, 255dove si placa ogni tempesta umana, la prece e il pianto t’usciranno in pace. — Vieni, Adolfetto mio: dolce è la sera; vieni a San Marco. Vi vedrai di molti vispi fanciulli. Tu sta’ ritto e bello. 260Fa’ loro invidia. — Vezzeggiando al padre, batté palma con palma il fanciulletto tutto contento, ed abbellir si fece. Nero il turbante, come neve il collo, ceruli i guardi, cerula la veste, 265biondi i capelli, inanellati e lieve per l’omero scorrenti, era Adolfetto un angelico incanto. E parea nato quel soave fanciullo a render miti con la tanta bellezza anche le fiere. 270Sei pur vaga, o Venezia, e lungamente memorabile e cara alle pietose fantasie del mio cor! Chi porta gli occhi la prima volta sull’eterne torri del tuo San Marco e non sospira, è degno

275d’assiderarsi alle perpetue brume del Boristene. Chi trascorrer lascia le gentili tue donne e non si sente rapito all’aria de’ leggiadri aspetti, non merta mai bacio d’amante. E quando 280al grazioso favellar festivo non esilara il cor, l’ultima Islanda io ben dirò che gli fu madre. Al cupo tempestar della mente e agli odii ingrati della terra natale, e a qualche arcano 285e tremendo peccato, in queste tue ospiti rive, dopo lunga guerra, trovò riposo un esule; e talvolta brillò la gioia ne’ fulminei sguardi del poeta d’Aroldo. Alle solinghe 290ore di quella traviata i canti del poeta d’Aroldo eran compagni. E quella sera le correan a forza la mente e gli occhi sui dolenti casi di Parisina. Alla fatal lettura, 295ecco repente tramortir la lampa, stridere i vetri: ella riapre e chiude piú volte il libro, e pallida, d’intorno sguardando, le parea dalla oscillante parete lampeggiar l’ombra del duca. 300Popolata è la piazza, e sotto il doppio ordin degli archi in allegria passeggia la varia gente. Assiso era col padre il fanciullin da un canto. E con le bianche dita sfogliava una recente rosa, 305che la gentil fioraia, in trapassando, data gli avea. Dal doloroso petto sospirò Arrigo a contemplar divelta la beltá di quel fior.

— Perché sospendi, Adolfetto, il tuo giuoco? A chi riguardi 310sí fisamente? Di’; conosceresti quel signor bruno? — Se il conosco! e molto male ei mi fece! — Che? — Spinsemi a terra. — Dove? — Fuggendo per le nostre sale. — Tu sogni? — Babbo mio, deh! non guardarmi 315sí corrucciato. — Parla, angelo, parla! — La mamma corse ed egli era scomparso. — Ed è quello? — Sí, quello. — In lontananza forse t’inganni. — Oh no. — Quando ripassa, guardalo attento. — Ripassò Leoni. 320— Dunque? — Gli è quello! — Arrigo si coperse di mortal pallidezza; i polsi un tratto gli si allentâro; e sotto alla vergogna sospirò di morire. Il paradiso della sua vita si chiudea per sempre! 325Ma dopo gli urti di quel primo affanno, che ogni forza, ogni senso gli scompose, dell’aere diffuso al refrigerio, pietosamente assursero in Arrigo i secondi pensieri. — Ella tradirmi!

330Ella sí amante, che parea vivesse del soffio mio! Tradirmi ella, mendica e allo splendor delle mie nozze assunta! Ella che sempre io nominai coi nomi piú giocondi e soavi!... Arrigo, acqueta 335l’anima ardente. E non potria quel folle essersi appena avventurato un giorno a tentar le mie soglie, e cosí offesa Edmenegarda dispregiar quell’atto, da non curarne o vergognar tacendo? 340Talor maestro di sospetti è il caso perfido e vile. Ma... quel novo stato di tristezza che l’occupa! Parlarle uopo è una volta. Oh incanutir le chiome mi possano oggi! Mi diserti il cielo 345d’ogni ricchezza, un misero sepolcro copra i miei figli; ma non sia l’orrendo fallo, non sia! — Da una lampada d’oro sul letto nuzial d’Edmenegarda una timida luce si diffonde 350velatamente. Ella è soletta, e il capo stanco reclina tra le ardenti palme. E pensava, pensava! E in quei pensieri era un torbido assalto di paure, di rimorsi, d’amor, di pentimenti, 355e indomato un disio di sovvenirsi, e un lungo sforzo d’obliar. Da quella mutua battaglia alfin scosse la testa. Arrigo entrò. Lieve un tremor sul labbro, lieve un pallor; non altro. E a lei vicino 360si pose. — Arrigo! — Edmenegarda! È tempo

ch’io vi favelli. Rammentate i giorni del nostro amore? Ei furon lieti! e forse non torneranno piú ! — Tristo è il presagio, Arrigo mio! — Sentite, Edmenegarda. 365Qualche mistero di dolor vi siede nell’anima profonda. Io non vorrei aver fatto una misera. Quel giorno che legai la mia fede (oh cosí amaro non credea mi tornasse il ricordarlo!), 370quel giorno, come adesso, io tenea stretta nelle mie la tua mano... e questi accenti m’uscîr dal core: — Edmenegarda, eterni so che non duran sulla terra affetti. O inesorata li spegne la morte, 375o li lacera il mondo. Io credo e spero che mi amerai. Ma... se una volta stanca di me tu fossi, se al tuo cor non pari trovassi il mio, se di tristezza e noia i tuoi giorni languissero, prometti 380che parlerai, prometti! — E a te piangente parve strano quel dir; tu non credevi che quest’ora arrivasse. Edmenegarda, tu nol credevi! Or via; parla una volta: che ti contrista? Questa lunga e dura 385serie di giorni desolati è troppo. Parla; ti versa nel mio cor. Non sono l’amico tuo? — Fu dieci volte spinta quella infelice a rivelar la colpa. Ma il terror, ma l’amor, ma quella stessa 390bontá d’Arrigo, a cui tanta ferita giá recar non sapea, miseramente la rattennero, e tacque. — Oh piú non dirmi

di sí dolenti cose! A te ben noto esser dovria perché sí mesta ho l’alma! 395Son questi i giorni che a’ miei dolci colli gir mi lasciavi, e della madre in seno io deponeva i verecondi arcani del mio felice vivere! Da un anno, sai ch’ella... è morta! — E, a quella pia memoria, 400le cadeva una lacrima, confusa col rossor di meschiar l'urna materna alla prima menzogna. — Edmenegarda!... Null’altro?... Questo... veramente questo v’amareggia?... Null’altro? — E perché fiso 405cosí mi guardi? — Tutto in quell’occhiata Edmenegarda intese; e la sostenne imperterrita. — Ascoltami! Un atroce dubbio m’agita l’anima. Piú a lungo, viltá sarebbe il mio tacer. Conosci... 410certo Leoni? — Un gelido trabalzo urtolle il core, ma passò qual lampo. — Lo conoscete? — Arrigo mio, perdona se ti sorrido... Io sí che lo conosco quello scortese. Un dí, male avviato, 415d’ignote genti a dimandar qua venne; e, nel partirsi, inavvertito, a terra spinse Adolfetto nostro. — E, proferendo le mendaci parole, un’aria assunse di maraviglia, d’innocenza e pace. 420Ei la guardò; ma l'ineffabil riso tuttavia nei sereni occhi brillava.

Caderle ai piedi, stringerla, baciarla e ribaciarla, e non finir di dirle mille accorate e mille dolci cose 425fu per Arrigo un punto. Era obliato l’orgoglio inglese in quegli atti d’amore! E l’abbracciava il misero!... Un istante che allentato si fosse il tempestoso urto di quella ebbrezza, avria sentito 430tremar sotto gli amplessi orribilmente le colpevoli membra, e sotto i baci farsi di gelo la convulsa bocca.

Canto terzo

ct

O giovinette, gioia vereconda delle case materne, a cui dovrebbe vergin campo d’amori esser la terra, quand’io vi veggo rotear ne’ balli, 5di rose e gigli incoronate il crine, quand’io v’ascolto ne’ giocondi crocchi le memori narrarvi ore del chiostro, o le speranze del futuro amante, non vi sorrido; ma pietá mi stringe 10dolorosa di voi, che imprenderete la dura via tra poco. Una celeste larva è l’amor, che spanderá d’ebbrezza la vostra notte; ma sull’alba gli occhi vi nuoteran, senza saperlo, in pianto. 15Deh, se piú tarda del desio vi splende la vision delle ridenti nozze, deh non v’incresca, o giovinette, il vostro vergine asilo e il queto orto materno! Deh non vi punga di mutar la pace 20di quelle mura col rumor del mondo! Guai se una volta lacrimaste i tempi non redituri! E, se di spose e madri

a quel tremendo ministerio eccelso Dio vi destina, di piú forte gente 25fate ricca la terra! Incliti amori e pietose virtuti al secol novo date una volta; e la gentil fortezza degli atti vostri avrá corone e canto. Ma fra quanta di rei turba infelice 30(ahi poche e stanche!) i verginali capi riposerete alla fiorita landa voi, coraggiose martiri, venute la frale ad espiare anima d’Eva! E tu, mio Genio, pellegrin ti reca 35sul precipite abisso. E quando ascolti altre misere incaute approssimarsi, álzati e grida col furor negli occhi d’Edmenegarda il nome. E se la turba dall’impeto è travolta, allor dell’ali 40fátti un velo alla fronte, e piangi e prega. Passan l’ore sull'uom, passano i giorni, che triste o lieto, irremutabil sempre, numera il Sol. Ma le speranze, i sogni, gli odii, gli amori, e l'incalzarsi eterno 45delle memorie, e l’avvenir celato, e i durissimi tedi, e il faticoso dibattersi dell’alma, e il trovar pace dopo fieri cimenti, ahi tarda e breve e guerreggiata con orrenda gioia 50da Satána e dall'uom; questi misteri non li numera il tempo. Anni ed istanti con pari vol misurano. Nessuno quei dell’altro indovina. Han vita e moto e sepoltura in noi; sin che lo strale 55fischia della suprema ora nell’alto, guizza il lampo di Dio sulle tenèbre... e quell'ambage non è piú. Chi tenta,

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