Front matter
ct DI ct E ct DI ct descritte
DA ISABELLA ALBRIZZI
nata teotochi
Lettera dell'autrice
ct
ct
al m.....
P.... C.... A....
Le vostre replicate ricerche sopra il celebre nostro Scultore e le opere sue, e la più volte addotta mia insufficienza onde rispondervi adeguatamente, da voi sempre mal accolta; mi fecero nascere finalmente, pel desiderio pur di compiacervi, il pensiero di descrivere, come meglio per me si poteva, alcune delle opere sue, senza però distinzione alcuna del tempo in cui furono eseguite, e come mi accadeva di vederle, e di ammirare l’eccellenza. Io dunque ad altro non aspiro, che a risvegliare, s’è possibile in qualche parte almeno, in voi, ed in quelli che per avventura leggeranno queste mie descrizioni, quei medesimi sentimenti, che le produzioni sublimi del più gran Genio dell’età nostra, in fatto di Belle Arti, hanno destato nell’animo mio. Se non vi stancherete di leggerle, e se la vostra approvazione mi sarà dell’altrui garante, in un secondo volumetto vi parlerò di molte altre cose che tutt’ora esistono di lui, e più di quelle vi parlerò, di cui ci avrà egli fino a quel tempo arricchiti, lavorando indefessamente, e con una celerità, prodigiosa trattandosi di marmo, e di perfezione. Mi propongo pure di scrivere la di lui vita, benchè di essa interamente parlino, dirò così, i suoi lavori; tutto in essi, e per essi soli ei vivendo. Pure di sì grande uomo essendo preziosa a sapersi ogni cosa, della di lui patria vi parlerò, e della fulgida luce di più belle speranze foriera, che sparsero i primi tocchi della sua felice matita; e come la Natura con doppia liberalità la doppia via gli aprisse, che corsero i Fidia, ed i Zeusi; e come con la fiducia delle proprie forze quella più difficile di Fidia scegliesse, non però così, che posta l’altra in non cale, orme non vi abbia impresse luminose e profonde. Ho cercato, per quanto mi è stato possibile, di non cadere in alcune pressochè inevitabili ripetizioni di epiteti. Ma quella idea medesima della bellezza, che viene in mille e mille maniere diverse rappresentata da un dotto Scultore, il quale alla infinita varietà della natura che imita, aggiunge la fortunata combinazione del bello ideale che crea, non ha che pochissime voci per essere espressa dallo scrittore. E quali e quante gradazioni infinite non ci sono nella dolcezza, nella soavità, nell’asprezza, nella severità, che il più delle volte non possono che con una sola voce nominarsi! Per distinguerle tutte adeguatamente converrebbe che la nostra lingua anzi che degli uomini, opera fosse di quella medesima Divinità, che seppe mettere nelle cose simili una così meravigliosa dissomiglianza. Troverete in fronte di questo libretto inciso con bell’accuratezza il Monumento dell’Emo. Potrebbe forse taluno di poca avvedutezza tacciarmi, nel far sì con quest’unica stampa che più sensibile si renda la mancanza dell’altre. Ma chi di questa mancanza già non si avvede? Credetti anzi che questa stampa (oltre di che mi piacque ornare il mio libricciuolo d’un soggetto patrio) testimonio dell’esattezza con cui fu da me descritto, varrebbe a conciliarmi la fiducia dei miei lettori anche per quelle che mancano. E del mancar le altre, dirò solo, a mia giustificazione, che la difficoltà somma di farle incidere, ed il tempo lunghissimo che vi sarebbe occorso, m’hanno determinata a pubblicare intanto questo saggio, riserbandomi, se l’accoglienza che gli verrà fatta sarà corrispondente al modestissimo mio desiderio, e se il buon Canova vorrà essermi cortese dei disegni ch’egli solo possiede, di accingermi a dar l’opera sì per le descrizioni, che per le stampe completa. Senza cognizioni, a tant’uopo necessarie, dell’arte sublime della Scultura, io mi sono guardata dall’offenderne l’eccellenza parlandone poco e male; e mi sono semplicemente limitata a descrivere gli effetti che queste opere meravigliose destato avevano nell’animo mio, con la dolce lusinga che avrei potuto eccitare negli altri quella commozione, che io medesima risentiva. Peraltro non mi dissimulo il pericolo di dispiacere ai dotti amatori delle Arti col non arrestarmi ad individuarne le bellezze con quelle minute particolarità, che appunto delle Arti sono proprie; e di dispiacere forse ugualmente, con una troppo scrupolosa descrizione d’ogni cosa, a quelli, che lietissimi sarebbero stati di commoversi sopra la mia semplice asserzione, e non avrebbero voluto affaticarsi a ricomporre un Gruppo, o un Bassorilievo dietro le troppo minute, e forse non abbastanza chiare, mie descrizioni. In ogni modo, non avendo l’orgoglio (che d’ogni singolarità l’amor proprio si crea fonte d’orgoglio) di credere unico il mio modo di pensare, voglio lusingarmi di non dispiacere nè a Voi, per quella tanta analogìa di cuore e di spirito che ci lega, nè a quelli che per avventura penseranno come io penso su questo proposito. Comunque ciò sia, per soddisfarvi aggradite la mia buona volontà, senza rimorso alcuno di essermi stato occasione per cui io abbia perduto il mio tempo, od avventurato il mio amor proprio. Poichè in quanto al tempo, come poteva io meglio impiegarlo che trattenendomi, in compagnia dell’egregio Canova, parlando dei personaggi più grandi della Favola e della Istoria? E riguardo all’amor proprio, certa essendo dell’indulgenza degli uomini in generale per un sesso, verso di cui piuttosto si compiacciono di esercitare la generosità che la giustizia, sotto l’egida possente e sicura dell’altrui amor proprio, io mi lusingo di mettere il mio pienamente a ricovero.
I
MONUMENTO
ct ct
PROCURATORE DI SAN MARCO
e
CAPITANO STRAORDINARIO DELLE NAVI
DELLA VENETA REPUBBLICA
alto rilievo in marmo
I.
Questo Monumento, inalzato dalla Patria riconoscente all’ultimo dei liberi Eroi Veneziani, è ingegnosamente composto, e mirabilmente eseguito. Tutte le figure essendo in parte staccate, egli è un alto rilievo, il quale ha l’appoggio di una lastra di marmo a guisa di muro; e ne forma la base (vedi ingegno dello Scultore!) una di quelle batterie Galleggianti, che l’Emo inventò, e con le quali fulminò i Barbari nell’ultima guerra. Il suo busto rassomigliantissimo è posto sopra una colonna rostrata, che sorge nel mezzo della Galleggiante, ed è bagnata dall’onde del mare. Crederesti quasi di ferro al suo luccicare l’armatura che gli cuopre il petto, e naturale la tinta alquanto abbronzita del volto, a cui aggiunge severità lo sguardo abbassato, e l’ampia fronte, ed i capelli pochi e presso che radi della testa. Tu lo scolpisti, o Canova, in quello stato suo abituale di calma imperturbabile, che tale si mantenne anche allorquando l’ira furibonda di Nettuno squarciò in Eleos il seno dei vascelli a lui confidati; e nulla potendo contro la prora da un tanto nocchiero difesa, di cadaveri, di vele lacerate e d’antenne infrante circondolla, sicchè l’Eroe scrisse con quella rara magnanimità al Senato: «Padri Coscritti, deh! concedete, che per quanto può il mio Patrimonio, indennizzi di un tanto danno la patria.» Un bellissimo Genio alato, il Genio dell’Adria fiorente, quello medesimo, che assistette nelle luminose lor gesta Domenico Michiele in Tiro, Enrico Dandolo due volte a Costantinopoli, Morosini nel Peloponneso, e tanti altri sommi Eroi, quello medesimo col volo dell’acceso pensiero Canova raffigurò, e scolpì. Questo vezzoso giovinetto discende dal Cielo (nè altrove che in Cielo si vestono così pure ed angeliche forme); e col sorriso amabile della compiacenza, sta per porre sopra la testa dell’Eroe una corona civica, che tiene con ambe le mani. Dall’opposto lato la Fama, a cui sorgono sopra le morbide spalle due grandi ali, avendo deposta a’ suoi piedi la tromba, quasi servirsi volesse di un più eterno e più veritiero mezzo di diffondere le gesta del suo Eroe, piega un ginocchio sopra la Galleggiante per iscrivere con un’aurea penna il nome dell’Emo, ed inalza nel tempo medesimo la mano sinistra verso il di lui busto, additandoci ch’è quello l’Eroe di cui vuol rendere eterna la gloria. La dolce serenità, e la somma attenzione che dimostra in quell’atto, ci palesano quanto quel Grande le sia caro, ed in quale indelebile maniera voglia essa alla tarda posterità tramandarne lo splendore. Le forme celesti di questa mirabil Donna sono di una grazia e di una bellezza singolare. Placida e tranquilla nell’attenta e soave sua fisionomia, pare che Canova abbia voluto additarci in questa quella bella Fama, che rimorso alcuno non punge, e che di chiara luce adorna, per correr di secoli non si oscura, ed accompagna indivisibile sempre quei veri Eroi che, se bagnarono le loro mani nel sangue, non lo fecero che pel santo amore della Patria insultata, minacciata, od oppressa.
II
ct
ED
ct
gruppo in marmo
II.
Tremò nell’atto La man paterna, e un improvviso pianto Scese inondando le senili gote.
Così l’immaginoso ci dipinge Dedalo, quell’industre Ateniese che acciecato da rea invidia per Perdicca suo nipote, avendolo ucciso, fu dal Senato d’Atene cacciato in bando. Dedalo rifuggì in Creta, ove quel Re amollo di sì crudo amore, che gli vietò di uscir più dal suo regno. Il fatal decreto eccitò quel forte Ingegno, a cui erano tolte tutte le vie usitate di uscire, a tentare la via inusitata dell’aria, applicando a sè stesso ed al figlio suo, a guisa dei volanti uccelli, forti penne sul tergo. Nell’atto appunto di assettare ad Icaro le piume ce lo rappresenta l’immortale Scultor di Possagno. Mentre il padre appoggia l’ala al destro braccio del figlio, s’inchina alquanto per innanzi alla di lui sinistra, onde osservare se quel punto sia bene scelto, se ivi debba veramente attaccarla. L’attenzione la più scrupolosa, l’inquietudine la più viva, il più tristo presentimento gli si dipingono a gara sul volto; e fors’anche in quel momento, l’importuna memoria del suo passato delitto, risvegliando il suo rimorso, accresce l’angoscia sua. Grida in noi sempre una colpevole coscienza, e viepiù allora col terribile suo grido ci atterrisce ove si tratti di commettere noi stessi, o chi più di noi stessi c’è caro, ad incerto e pericoloso destino. Il giovinetto Icaro intanto, lieto dell’inusitato viaggio che sta per intraprendere, rivolge verso la propria spalla la testa, e guardando con fanciullesco sorriso il lavoro del padre, e nulla curando i di lui saggi avvisi, dimostra tutta l’impazienza di vederlo compiuto. Un piedino, ch’egli tiene alquanto sollevato da terra, come se già già l’ali lo inalzassero, c’insegna quanto il vivo desiderio dell’animo si spande sopra tutte le nostre membra, e dello stesso desiderio fortemente le investe. Dedalo è grave della persona sua sopra la terra, come quello che ha gravato l’animo da cordoglio.
Questo gruppo, non ispoglio certamente di molto merito, ma oscurato poscia dal fulgido lume dei suoi fratelli, e queste ali medesime, tuttochè mal atte a sostenere l’imprudente figliuolo di Dedalo, parvero pure un felice presagio all’accorto Senato di Venezia. Da questo medesimo lavoro egli riconobbe che la bella Fama di Canova vestirebbe sul Tebro penne più ferme, ed a più eccelso e sicuro volo destinate; ed a Roma con felice e coronato augurio inviollo.
III
ct ctctct
gruppo in marmo
III.
Roma, madre feconda d’alte e sublimi idee, Roma tosto ch’ebbe in sè il giovinetto Canova, sii sommo gridogli: ed egli a quel magnanimo grido col Teseo Vincitore del Minotauro altamente rispose; e vinse, scolpendolo con mirabile successo e senza il filo misterioso di un’Arianna, pressochè tutte le difficoltà gigantesche da cui trovò circondata la divina arte sua. Il Minotauro, che mostro mezzo uomo e mezzo bue credettero alcuni, ed altri che non avesse che la testa di bue, come ci viene qui rappresentato, è ucciso, ed abbandonato sopra un sasso, a cui stanno da un lato la testa e le braccia del mostro, e dall’altro le gambe pendenti. Le fibre, i muscoli, tutto fa in lui mirabile prova dell’assenza della vita, dell’impero della morte. Teseo viene rappresentato in un momento di riposo dopo la battaglia, e seduto sopra il Minotauro medesimo. Egli appoggia la mano sinistra sopra la clava in aria trionfale, ed ha la destra abbandonata sulla coscia dell’ucciso nemico. La testa è alquanto inclinata, ed inclinata alquanto ha la persona, manifestando in una certa stanchezza la difficoltà della pugna ch’ebbe a sostenere. Nel nobilissimo volto però lampeggia la soddisfazione per l’ottenuta vittoria. E quale vittoria in vero per Teseo! Non è già d’un suo particolare inimico, di cui trionfa con sì insultante disprezzo; no, è dell’inimico della Patria sua, che rende ormai libera con questa generosa uccisione da un orrido e vergognoso tributo. La figura di Teseo è bella di bellezza ideale. Grande energia di muscoli, robustezza di membra, eroica nobiltà in tutta la persona, e nei tratti del volto specialmente. Ogni uomo che l’ammira vorrebbe rassomigliargli; ed ogni donna si sente in petto il cuore d’Arianna.
IV
ctctct ct
in marmo
IV.
E se non piangi, di che pianger suoli?
Umanità, pietà, generosità, tutte le amabili virtù, che Natura schiudendo i benefici suoi tesori di rado ai mortali concede, inevitabile punto ci rapisce per sempre; nè ad alleviare alquanto l’immenso nostro dolore altro rimane che la dolce memoria, o l’emblematica rappresentazione di queste care e preziose figlie del Cielo. E chi poteva meglio rappresentarci quelle dell’immortale , figlia di Maria Teresa, di colui, che ne ha i germi tutti nel cuore, nella mente l’archetipo, e nell’obbediente scarpello il più fido e felice esecutore? Il Duca , sposo (per rinchiuderne in una parola l’elogio) degno della consorte sua, potè in qualche modo confortare il proprio dolore dicendo ad un Canova: rendila tu nel marmo immortale, e risplendente qual essa fu sopra la terra, e qual essa lo è tutt’ora nel mio cuore; e fa’ che l’opera la più insigne, la più commovente e patetica che sia mai uscita dall’immaginoso pensiero e dal tenero cuore di Canova, pienamente corrisponda alla nobile brama d’Alberto.
Posta sopra un basamento, da cui sporgono innanzi due gradini, una Piramide di marmo di Carrara che si alza da terra circa trentadue palmi, ed è larga in proporzione, simile nella sua figura a quelle, che solevano erigere per la superba spoglia dei loro Re gli Egizj, forma, dirò così, il fondo di questo magnifico Monumento; e quattro gruppi la parte drammatica eloquentissimamente compongono.
Vedesi il primo a sinistra dello spettatore, e rappresenta la Virtù sotto le forme di una giovane matrona dignitosamente mesta, la quale, dopo di aver montati i due gradini diagonalmente ricoperti di un magnifico tappeto, si trova nel mezzo della Piramide, alla porta delle ceneri, sul di cui architrave sta scolpita la seguente iscrizione: christinae . avstriacae . alberti . saxoniae principis . conivgi . Essa appoggia la pura sua fronte sopra l’urna cineraria, che tiene divotamente con ambe le mani. I suoi lunghi capelli sciolti e sparsi sopra le spalle vengono raccolti da una emblematica corona di ulivo, che le circonda il capo. Vestita di una ricca tunica, dagli omeri le cade il peplo grandiosissimamente ripiegato, il quale stendendosi per tutta la persona le riveste sì anche le braccia, che accresce il rispetto con cui essa tiene l’urna contenente le ceneri dell’estinta sua amica. Queste ampie vesti che la ricuoprono, un emblema a me rappresentano di quella candida modestia, con cui le tante sue virtù, indarno però, di occultar tentava quell’egregia Donna. La sommità dell’urna serve di appoggio all’estremità di due belle ghirlande di fiori, dei puri fiori, che, con idea profondamente morale e religiosa, al doppio ufficio furono destinati di ornare il palpitante seno delle vergini spose, e il muto orror delle tombe. Scendono queste, e passano con grazia e con naturalezza per le braccia di due giovani Sacerdotesse, e cadono loro fino al ginocchio. Precede l’una, e l’altra siegue la Virtù. Arrivata al limitare della tomba la più giovinetta, che volge interamente il dorso allo spettatore, sta nel punto, piegando dolcemente il suo corpicciuolo, d’inoltrarvi il piede sinistro, quasi arretrandolo, pel naturale ribrezzo che sentir deve una fanciulla tristamente commossa nel punto d’entrare in un sepolcro. Onde illuminare a sè medesima l’oscurità di quel tetro sentiero, essa abbassa alquanto la facella che ha in mano e la testa per meglio vederci. L’attitudine di questa fanciulla, i suoi bei capelli sciolti che si spargono in simetriche masse, il suo semplice ed elegante vestito, il suo passo modesto, tutto è così amoroso in lei, così pieno di grazia, che io non credo che matita o scarpello abbia mai destate senzazioni più tenere ed affettuose, senza il soccorso della eloquente fisionomia. L’altra di età alquanto maggiore, che mirasi di profilo, di un carattere semplicissimo, è acconciata e vestita come la sua compagna. Le braccia e le mani che in lei si veggono sono corrispondenti, per la loro bellezza e per la purità dei loro contorni, a tutto il restante della bellissima persona. Segue essa la Virtù con divoto e mesto passo, abbassando il tenero suo volto verso il petto e le mani, con cui tiene una facella accesa, ed appoggiata sopra la spalla sinistra, per funebre pompa soltanto, e come colei che seguendo la Virtù d’altra scorta non abbisogna. Queste tre figure sono così meravigliosamente aggruppate, mercè l’unanime sentimento che le guida, le ghirlande di fiori, ed il tappeto sopra cui sono collocate, che sole basterebbero a formare uno dei più bei monumenti che veder si potesse.
L’altro gruppo, non meno, anzi forse più del primo commovente, che a qualche distanza ed a guisa di processione, gli vien dietro, è composto da una giovane, che alla soavità del suo bel volto, ed al pietoso suo ufficio si ravvisa per la santa Beneficenza. Semplicemente da un Greco vestito ricoperta, e nuda solo la metà inferiore delle braccia, una fascia a tre giri le ravvolge leggiadramente i capelli, lasciandone uscire nella sommità della testa alquante ciocche oltre modo graziose. In questa eloquente figura lo scultore ad emular giunse il poeta, perchè la più sublime poesia nulla di più affettuoso direbbe, che già detto e scolpito non venisse tosto nel cuor d’ognuno che ammira questa donna di Paradiso. Ha essa già montato il primo gradino, e tiene dolcemente e mestamente alquanto ripiegata la graziosa sua testa verso la terra; ed in terra pure tiene fisi gli occhi, quasi che non osi alzargli, e vedere tanto suo danno. Con bell’atto pietoso ha le mani abbandonate in croce sotto del seno, e porge il braccio diritto ad un povero vecchio cieco, che ricurvo seguendola, nel di lei braccio ospitale ha già passata la mano sinistra con cui tiene la sommità di una ghirlanda di fiori, onde farne offerta alle ceneri di Lei che più non è, mentre con la diritta s’appoggia ad un bastone, ed in quello fa forza per montare il primo gradino che alla tomba conduce. Egli s’avanza con quel passo lento ed incerto ch’è proprio del suo misero stato; e rivolgendo la faccia, sopra cui sta dipinta la dolente anima sua, verso il sepolcro, ove sente inoltrarsi la funerea pompa, par che dica, in lei tutto ho perduto. La interessante fisio- nomia di questo vecchio, le sue forme appassite ma non ignobili, la squisita sensibilità che dimostra, tutto ci avverte ch’egli non nacque nello stato abietto in cui lo vediamo: e questa trista riflessione, che accresce la compassione ch’egli ci desta, viepiù riesce sensibile a noi viventi del secolo decimottavo, risvegliando nella nostra mente mille tetri fantasmi, e mille amare reminiscenze. Il di lui vestito è composto di un grosso panno, che, attaccato alla spalla destra ed allacciato ai lombi, lo ricuopre dalla cintura fino poco sopra al ginocchio. Al manco lato gli sta presso una bambina, che, malgrado la tenerella sua età di soccorso pur essa bisognevole, serve a reggerlo in piedi, facendogli quasi puntello alla coscia sinistra, nell’atto che l’alza per montare il gradino. Questa innocente fanciulla semplicemente acconciata, e non meno semplicemente vestita da una leggera tunichetta, che assettata sotto del petto le ricuopre solo la metà inferiore della persona, tiene l’afflitto suo volto alquanto inclinato al seno ed alle mani, che ha giunte in atto di chi priega; e stringe con esse l’estremità di quella ghirlanda di fiori che cade dalle mani del vecchio. La soave Beneficenza, che ci rappresenta questo patetico gruppo, è vicina a quelle due estreme e penose età della vita, che tanto del di lei soccorso abbisognano; e sono una felice e parlante allusione di quella sollecita e vigilante virtù, che più d’ogn’altra distingueva la Principessa Cristina. Una ricca ghirlanda di fiori, che giace a terra, riunisce il breve spazio che resta fra il primo e questo secondo gruppo, il quale occupando il gradino inferiore, forma una bella linea diagonale, che, dopo aver soddisfatto pienamente il cuore, l’occhio pure meravigliosamente soddisfa.
Dall’opposto lato a dritta dello spettatore, e sopra il gradino medesimo che fa base al primo gruppo, si vede un magnifico Leone giacente, che appoggia il largo suo mento sopra le zampe che tiene incrociate, rivolgendo alquanto la testa grave della più dolorosa espressione verso la tomba, in atto di avvertirci che di quella vuol essere il fido ed eterno custode, come pure dello stemma della Principessa, il quale appoggiato alla parete della Piramide viene a collocarsegli presso la testa. Sopra il secondo gradino sta seduto, un Genio, il quale, gettata la sua clamide sopra il dorso del Leone, su quello s’abbandona mestissimamente, tenendo sopra la giuba ripiegato il braccio diritto, onde la mano gli serva d’appoggio alla faccia, che su quello lascia languidamente cadere; e stende la sinistra sopra lo scudo gentilizio della Casa di Sassonia, posto fra il primo ed il secondo gradino, in atto di additarci che a quella egli appartiene. I suoi occhi sono dolorosamente rivolti verso quell’urna che le ceneri rinchiude d’ogni passata sua gioja. Questo bel Genio di forme veramente celesti occupa con tutta la persona i due gradini della Piramide su’quali è steso, avendo un’estremità della clamide ripiegata in modo, che passando sopra la di lui coscia destra e sotto la sinistra, gli cuopre la metà della persona, si stende sopra tutti i gradini, e forma tappeto alle delicate sue membra. Essendo allusivo questo magnifico gruppo, nel Leone alla costante fermezza d’animo di Cristina, nel Genio sensibile al tenero affetto d’Alberto per essa, che nell’appoggiarsi al Leone pare che pur tuttavia alla di lei fermezza si raccomandi onde non soccombere al suo estremo dolore, non potea essere né più felicemente ideato, nè con maggior perfezione scolpito. Il Re degli animali dispiega qui la maestosa possanza delle superbe sue forme, ed il sentimento morale di dolore che non è straniero all’altera anima sua; mentre che all’eleganza dei puri contorni delle belle membra del Genio, ai suoi vaghi capelli che si dividono in anella, e gli adornano il collo gentile, alla sua dolce fisionomia, il Genio dell’amore, della riconoscenza, dell’amicizia, in lui si ravvisa.
Sopra la porta della tomba finalmente si vede il quarto gruppo, ben diversa scena rappresentante, e quale conviensi a Lei, che lasciato il terreno soggiorno sta per godere di un’eterna gloria. Scolpita in bassorilievo havvi la figura della Felicità, di grandezza naturale, che volando da sinistra a destra, e rivolgendo alquanto il dorso volando da sinistra a destra, e rivolgendo alquanto il dorso agli spettatori, tien sollevato il Ritratto vivo e parlante della Principessa formato a medaglione, e circondato da un serpente, simbolo dell’eternità. Questa amabile figura, come appunto la felicità medesima, non puossi adeguatamente descrivere. La leggerezza della sua mossa, il bel carattere della giovinetta sua testa, l’ovale grazioso del sereno suo volto, i suoi vaghi capelli che sopra la testa leggiadramente si annodano, e che poi sciolgonsi all’aria, le mani vezzose, i piedi, e per fino la leggiadra sua veste che in ondeggianti pieghe l’aria volge e rivolge in mille maniere diverse, tutto è del gusto il più scelto, della più felice esecuzione. Dall’opposto lato un vago Genietto lietissimo le porge la palma della gloria alle sue virtù ben dovuta.
Favorita dal Cielo per gli aurei suoi doni sparsi sulla felice tua culla, favorita dal Cielo, pur sei nel tuo sepolcro, o Cristina, ove sì belle e risplendenti stanno le tue Virtù, mercè le quali innamorando altrui, giovar t’è dato pur fino oltre alla tomba: quella tomba, ove le fredde tue ceneri verranno riscaldate mai sempre dalle lagrime dì tenerezza per Te, d’ammirazione per Canova, da chiunque vive divoto d’ogni bell’arte e della più pura virtù.
V
ct
statua in marmo
V.
Oh! sii pur la ben venuta dal Cielo, bella e vezzosa Coppiera di Giove, amabile Dea dell’eterna gioventù! Dove, le disse quel sì soave e sì industre Poeta,
Dove per te, celeste ancella, or vassi, Che di te l’aurea, eterna mensa or privi? Come degni cangiargli astri nativi Con questi luoghi tenebrosi e bassi? O Canova immortal, che indietro lassi L’Italico Scarpello, e il Greco arrivi, Sapea che i marmi tuoi son molli e vivi, Ma chi visto t’avea scolpire i passi? Spirar qui vento ogni pupilla crede, E la gonna investir, che frettolosa Si ripiega ondeggiando, e indietro riede. E Natura, onde legge ebbe ogni cosa, Che pietra e moto in un congiunti vede, Per un istante si riman pensosa.
Ignuda le morbide spalle ed il ricolmo petto, la parte inferiore del suo bel corpo è vestita d’un leggerissimo velo rassettato sotto del petto con maravigliosa finezza di minutissime pieghe, e scendente fino al ginocchio. Una fascia gentilmente la stringe, e va con grazia ad annodarsele dietro alle reni, formando un vago nastro. Questa veste gelosa, spinta però indietro dall’aria resistente, come accade a chi corre con velocità, è tanto sul nudo compressa, che lo ricuopre sì, ma non lo cela allo sguardo avido di contemplarla. Qual mossa divina! quanta morbidezza di carni; quanta delicatezza! Nè più felice che qui mi parve altrove mai Canova con quel suo meraviglioso artificio, col quale egli sa rendere morbido, molle, ed al color vero ed al moto quasi delle vive carni similissimo, il suo lavoro. I capelli folti ed inanellati, ove pare che con leggerissimo soffio Zeffìro per entro scherzi e li divida, sono contenuti da un gentil diadema d’oro che le cinge le tempie. Ella sta nell’atto di prepararsi a versar l’ambrosia, alzando il braccio destro nella di cui mano tiene un bel vaso d’oro, ed adattandovi sotto un elegante nappo dello stesso metallo, che tiene con la sinistra. La sua dolce fisionomia è lieta, ma composta. E come nol sarebbe? Fa essa attentamente il suo ufficio, e dee comparire innanzi al Re degli uomini e degli Dei. Affrettiamoci però di contemplarla; essa sta nell’atto di partire; eccola che già move, e t’accresce, col timore che ti desta di perderla, il piacere che provi nell’ammirarla. Ebe divina, se pur mortale tu fossi, ah! non avresti duopo d’un sì gentile artificio.
VI
ct ctct ct
statua di marmo
VI.
Non è già viva, nè Dea questa, che pur viva e Dea comparisce, ed offre in sè medesima a chi la contempla la meraviglia del sommo potere dell’arte divina della Scultura, e quell’Augusta Donna rappresenta, che fu mezzo onde in terra dell’ampio suo potere facesse pompa Natura. Non meno grandiosa per la nobiltà dei lineamenti del sereno volto, che l’anima nobilissima discuopre, che grande di tutta la persona ce l’offre il sublime Scultore, tranquillamente assisa sopra una sedia di forma antica, appoggiando i piedi su d’un elegante sgabello, vestita ed acconciata alla maniera delle Greche Divinità. Meravigliosa è la compostezza e la dolcezza con cui essa rivolge alquanto la testa a sinistra, ed appoggia con bella e dignitosa negligenza il braccio manco allo schienale della sedia medesima, mentre con la destra mano raccoglie con leggerezza e con grazia le larghe pieghe della superiore sua veste. Una grande, dolce e lusinghiera idea tutta occupandole l’anima, si spande nel rassomigliantissimo ed eloquente suo volto. Canova fissa e determina, siccome in Lei, così nello spettatore questa grande, questa sublime idea: ognuno se ne penetra; e grida Napoleone!
VII
ct ctct
statua colossale di marmo
VII.
Napoleone!
Quel Grande, alla cui fama angusto è il mondo! Vedilo! La testa è alquanto inclinata a sinistra, ed oh! come pensa profondamente in quella pietra, e bilancia i destini del mondo! Con lo sguardo penetrante e raccolto, indizio dell’alta occupazione della vasta sua mente, egli percorre, e signoreggia la terra.
Canova, tu t’inalzasti sull’ali medesime di quel Genio fortunato, che ai luminosi destini di Napoleone il Massimo presiede; e massimo divenisti come il gran soggetto da te richiedevalo. Ammirabile per la nobiltà e grandiosità delle forme è questa statua sublime, che tiene nella destra mano il mondo, a cui sta sopra la Vittoria, e lo tiene con quella sicurezza e fermezza medesima, con cui Napoleone lo regge e governa. Nella sinistra impugna una grand’asta, simbolo del Trionfo che per ogni dove lo siegue, e mercè cui si rese il mondo soggetto. Un semplice manto, attaccato alla spalla sinistra e scendente fino a terra, senza punto adombrare questa eccelsa figura, le accresce maestà. Napoleone, la sola mente forse di Canova potea concepire la grande anima tua, scolpirla tutta nell’augusto tuo volto, e riunire in quella tacita eloquenza le tue glorie passate, le presenti, ed i felici presagi della tua grandezza futura. Achille ebbe Omero; ma Omero era poeta, ed il poeta è quello che parla. Tu in questo marmo sei grande della tua propria grandezza. Tu solo, parlante e respirante quale ti sculse Canova, Tu solo sarai la prova maggiore ai secoli futuri delle favolose tue gesta.
VIII
ct ctct
statua di marmo
VIII.
Arrestati, troppo cara e troppo sfuggevole Bellezza, Grazie tutte arrestatevi, disse Canova; ed arrestolle, scolpendo di grandezza naturale, rassomigliantissima, sopra un bel lettisternio giacente, e su triplice origliere appoggiata all’uso delle Veneri, Paolina Borghesi. Coperta dai lombi in giù, essa tiene il fatal pomo in una mano; e malgrado le stragi da esso occasionate, e delle quali ci favella Omero, ognuno sarebbe per essa dell’avviso di Paride.
IX
ct ct
basso rilievo in gesso
IX.
Questo bassorilievo ci rappresenta l’amabile Carità nel pietoso suo esercizio, e c’invita pur anco soavemente all’esercizio medesimo. Ah! se un essere umano dopo di aver ammirato questo quadro patetico, non cerca avidamente uno sfortunato sopra cui collocare un beneficio, Cielo pietoso, fa ch’egli non abbia mai legame alcuno col figliuol mio!
In una estremità del quadro si vede una tavola con molti pani, ed a lei vicina la Carità, rappresentata da una giovane soavemente atteggiata, e contenta del pietoso suo ministero. La metà superiore della persona è ignuda, coperta l’altra da un lino, che si vede aversi ella ravvolto negligentemente e frettolosamente indosso, non avendo avuto il tempo di rassettarlo, come colei che chiamata dall’indigenza, delitto crederebbe la perdita di un sol momento. Con le raccolte estremità della veste, essa cuopre alla meglio un bambino che tiene stretto al seno col braccio sinistro, e con la destra mano dolcemente inchinandosi, offre un pane ad un fanciullino dell’età circa di tre anni, il quale prendendolo avidamente con ambe le mani, guarda la sua benefattrice; ma la guarda con quel sentimento di riconoscenza che viene, dirò così, puramente dai sensi, e che non è peranco perfezionato dalla idea morale e sublime della riconoscenza dell’animo. Questo fanciullo è coperto da una grossa tunica, ed è seguito da un giovinetto che, con gli occhi umilemente abbassati, e le mani giunte in atto di chi priega per urgente bisogno, tiene tutta la persona, e particolarmente la testa, atteggiata a umiltà, palesandoci con un certo ribrezzo che dimostra del proprio stato, quanto egli sia poco naturale all’uomo non peranco da una lunga esperienza umiliato e vinto. Egli ha indosso un rozzo vestito proporzionato alla sua indigenza. Le belle membra della Carità, che rimangono in parte scoperte, formano un contrasto singolare con quelle che rimangono ignude dei poveri, le quali sono perfettamente in uno stato di soffrente natura, che non deve, nè può essere abbellito dall’arte. Un vecchio cieco, con le spalle ignude, non avendo che un grosso panno cinto ai lombi, il quale viene a cadergli poco sopra il ginocchio, curvo, languido, s’appoggia con la mano sinistra alla spalla del giovinetto che lo precede, e con la destra ad un bastone per sostenersi. Certo del benefìcio che lo aspetta, poichè a replicate prove la Carità lo sparse sopra di lui, il suo volto non domanda, ma ringrazia. Il sentimento consolante della ricono scenza trova pure ove collocarsi tra le profonde rughe del suo volto abbattuto per dolcemente rasserenarlo. Ah, la più dolce, e pura voluttà dell’animo non conosce, chi dell’esercizio della carità, e del sentimento della riconoscenza vive digiuno!
The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.
Loading the full text…
The end
You’ve reached the end of Opere di scultura e di plastica di Antonio Canova.
