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Avviso dello stampatore
Nella stampata in calce al volume, sarete ragguagliati fedelmente sì delle mie cure per questa edizione, sì del carattere e degli scritti del traduttore di questa operetta. Piacciavi anche di dar all’Errata-Corrige. E vivete felici.
Epistola di Didimo Chierico
Ugo Foscolo
A’ LETTORI SALUTE.
Lettori miei. Era opinione del reverendo parroco in Inghilterra: Che un sorriso possa aggiungere un filo alla trama brevissima della vita; ma pare che egli inoltre sapesse, che ogni lagrima insegna a’ mortali una verità. Poichè assumendo il nome di Yorick, antico buffone tragico, volle con parecchi scritti, e singolarmente in questo libricciuolo insegnarci a conoscere gli altri in noi stessi, e a sospirare ad un tempo e a sorridere meno orgogliosamente su le debolezze del prossimo. Però io lo aveva, or son più anni, tradotto per me: ed oggi che credo d’avere una volta profittato delle sue lezioni, l’ho ritradotto, quanto meno letteralmente e quanto meno arbitrariamente ho saputo per voi.
Ma e voi, Lettori, avvertite che l’autore era d’animo libero, e di spirito bizzarro, e d’argutissimo ingegno, segnatamente contro la vanità de’ potenti, l’ipocrisia degli ecclesiastici, e la servilità magistrale degli uomini letterati: pendeva anche all’amore e alla voluttà; ma voleva ad ogni modo parere, ed era forse, uomo dabbene e compassionevole e seguace sincero dell’evangelo ch’egli interpretava a’ fedeli. Quindi ei deride acremente, e insieme sorride con indulgente soavità; e gli occhi suoi scintillanti di desiderio, par che si chinino vergognosi; e nel brio della gioja, sospira; e mentre le sue immaginazioni prorompono tutte ad un tempo discordi e inquietissime, accennando più che non dicono, ed usurpando frasi, voci ed ortografia, egli sa nondimeno ordinarle con l’apparente semplicità di certo stile apostolico e riposato. Anzi, in questo libricciuolo, ch’ei scrisse col presentimento avverato della prossima morte, trasfuse con più amore il proprio carattere; quasi ch’egli nell’abbandonare la terra volesse lasciarle alcuna memoria perpetua d’un’anima sì diversa dalle altre.
Se dunque, Lettori di Yorick e miei, la novità vi rendesse men agevole la lettura, ascrivetelo (e ve ne esorto per puro amore della giustizia) parte all’autore, parte a me, e parte anche a voi stessi. E quando mai le poche postille da me compilate per amor vostro non giovassero a diradarvi l’oscurità, riposatevi alquanto dalla lettura, e rileggete l’epigrafe del mio frontispizio.
E ve la ho posta perchè mi fu suggerita da un vecchio prete che con un volumetto immortale indusse anch’egli i nostri magnifici sfaccendati, non dirò a ravvedersi, ma a ridere almen da sè stessi della lor vanità: e anch’egli bramò solamente, me Yorick, la cara salute in compagnia della pacifica libertà: e non fu esaudito dal cielo; ma non pianse mai fuorchè per amore, o per compassione. Alcuni di voi, o Lettori, sanno che non s’è potuto trovare la lapide che copre l’ossa di quel buon prete. Ma voi, se non altro pregate pace all’anima sua, e all’anima del povero Yorick; pregate pace anche a me finch’io vivo.
Calais 21. Settembre 1805.
I
VIAGGIO
SENTIMENTALE
DI YORICK
LUNGO LA FRANCIA E L’ITALIA
____
I.
— A questo in Francia si provvede meglio, diss’io —
— Ma, e vi fu ella? mi disse quel gentiluomo; e mi si volse incontro prontissimo, e trionfò urbanissimamente di me. — Poffare! diss’io, ventilando fra me la questione; adunque ventun miglio di navigazione (da Douvre a Calais non ci corre nè più nè meno) conferiranno sì fatti diritti? — Vo’ esaminarli. E lasciando andare il discorso, m’avvio diritto a casa: mi piglio mezza dozzina di camicie, e un pajo di brache di seta nera. — «L’abito che ho indosso (diss’io, dando un’occhiata alla manica) mi farà». — Mi collocai nella vettura di Douvre: il navicello veleggiò alle nove del dì seguente: e per le tre mi trovai addosso a un pollo fricassè a desinare — in Francia — e sì indubitabilmente, che se mai quella notte mi fossi morto d’indigestione, tutto il genere umano non avrebbe impetrato, che le mie camicie, le mie brache di seta nera, la mia valigia e ogni cosa non andassero pel droit d’aubain in eredità al re di Francia — anche la miniatura ch’io porto meco da tanto tempo, e che io tante volte, o Elisa, ti dissi ch’io porterei meco nella mia fossa, mi verrebbe strappata dal collo. — Vedi scortesia! — e questo manomettere i naufragi di un passeggiere disavveduto che i vostri sudditi allettano a’ loro lidi — per Dio! Sire, non è ben fatto: e sì che mi rincresce d’avere che dire col monarca di un popolo tutto cuore e sì incivilito e cortese e sì rinomato per la gentilezza de’ sentimenti —
Ma tocco appena i vostri dominj —
II
II. | CALAIS
Finito ch’ebbi di desinare, compiacqui all’animo mio facendo un brindisi al re di Francia — e non che gli serbassi rancore, io l’onorava anzi altamente per l’umanità della sua indole — e per questa riconciliazione mi rizzai ingrandito di un pollice.
— No — diss’io — i Borboni non sono razza crudele: saranno forse traviati come tanti altri; ma sono pur nati con la dolcezza nel sangue. E quanto io me ne persuadeva, tanto più mi sentiva su per le guance gratissima una specie di suffusione — nè il vino di Borgogna (da due lire almen la bottiglia, come io ne avea bevuto) potea produrla sì calda e sì propizia al mortale.
— Bontà divina! esclamai, sgombrandomi dinanzi d’un calcio la mia valigia: questi beni di quaggiù son poi tali da inasprire gli animi nostri, e ridurre tanti e tanti cordiali fratelli a infellonire e insidiarci, come pur troppo facciamo, incontrandoci nel viaggio brevissimo della vita?
Ove l’uomo sia in pace con l’uomo, oh come il gravissimo de’ metalli gli vola quasi di mano! Traesi la borsa, e sospendendola con due dita, guarda intorno a chi darne almen la metà — Frattanto io mi sentiva le vene dilatarmisi per la vita; le mie arterie battevano in armonia; e tutte le mie potenze vitali adempivano a’ loro uffici con attrito così soave, che io avrei confuso la più saccente fisichessa di Francia; appena con to il suo materialismo si sarebbe attentata di chiamarmi una macchina —
Mi torrei l’impresa, diss’io, di mandarle sossopra il suo Credo.
Nell’armarmi di questa fiducia, la Natura si esaltò in me quanto mai poteva esaltarsi — Io era dianzi in pace col mondo; ma così conclusi la pace con me medesimo —
— Or, esclamai, foss’io re di Francia! — or sì che un orfano dovrebbe ridomandare a me la valigia del suo povero padre.
III
III. | IL FRATE
Com’io finiva la parola, un povero frate di San Francesco entrò in camera a questuare pel suo convento. Nessuno vuol essere virtuoso a beneplacito delle contingenze — oppure uno è generoso come un altro è potente — sed non, quoad hanc — e sia che può — da che non si può logica- mente discorrere sul flusso e riflusso de’ nostri umori, il quale, a quanto io so, obbedirà alle medesime cause influenti nelle maree — ipotesi che ci tornerebbe spesso a men biasimo: e per dir di me solo, son certo che in più incontri mi loderei assaissimo del mio prossimo, se dicesse «che io me la intendo con la Luna, e mi governo con essa»; e non avrei colpa in ciò nè vergogna; anzichè «col mio proprio atto, e consenso»; e ogni colpa e vergogna sarebbe mia.
— Ma sia che può. Dal punto che io posai l’occhio sul frate, io aveva prestabilito di non dargli un unico soldo; e consentaneamente mi riposi la borsa dentro al taschino — lo abbottonai — mi misi alquanto in sussiego, e me gli feci incontro con gravità; e temo d’averlo guardato in guisa da non dargli molta fiducia. L’immagine di lui mi torna or agli occhi, e vedo ch’ei meritava ben altre accoglienze.
Il frate, com’io giudicai dal calvo della sua tonsura e da’ pochi crini bianchi che soli gli rimanevano diradati intorno alle tempie, poteva avere da settant’anni — Se non che le sue pupille spiravano di un cotal fuoco, rattemprato, a quanto pareva, più dalla gentilezza che dall’età, che tu glie ne avresti dato appena sessanta — Il vero è forse fra’ due — Certo egli n’aveva sessantacinque; e tutto insieme il suo aspetto, quantunque paresse che qualche cosa vi avesse solcate le rughe anzi tempo, torna bene col conto.
Era una testa di quelle dipinte spesso da Guido — dolce, pallida — penetrante, disinvolta da tutte le trivialissime idee della crassa e paga ignoranza china sempre con gli occhi a terra: — guardava diritto; ma come per mirare a cosa di là dal mondo. Come mai uno di quell’ordine conseguisse sì fatta testa, sappialo il cielo che di lassù la lasciò cascare fra le spalle di un frate! ma avria quadrato a un Bramìno; e s’io l’avessi incontrata sulle pianure dell’Indostano, l’avrei venerata.
Il rimanente della sua figura può darsi, e da chiunque, in due tratti: era e non era elegante; tuttavia secondava il carattere e l’espressione: svelto, esile, di statura un po’ più che ordinaria, sebbene quel più si smarrisse per l’inclinazione della persona — ma era l’atteggiamento della supplicazione: e quale mi sta ora davanti al pensiero, ci guadagna più che non perde.
Inoltratosi tre passi nella mia stanza, ristette; e ponendosi la palma sinistra sul petto (tenea nella destra un bastoncello bianco con che camminava) — quand’io gli fui presso, mi se con la storiella delle necessità del suo convento, e della povertà del suo ordine — e con grazia sì schietta, e con tal atto di preghiera negli sguardi ed in tutta la persona — io era ammaliato, non essendone stato commosso —
— Ragione migliore si è, ch’io aveva prestabilito di non dargli neppure un soldo.
IV
IV. | IL FRATE
— Ben’è vero, diss’io, rispondendo all’alzata d’occhi con che conchiuse la sua domanda — ben è vero — e Dio non abbandoni mai chi non ha altro rifugio fuorchè la carità del mondo, la quale temo non abbia assai capitale che basti a tante grandi pretese — e perpetue.
Mentr’io proferiva le parole grandi pretese, ei lasciò correre l’occhio sopra la manica della sua tonaca — Sentii tutto il significato di quel richiamo. — Lo so, diss’io, — una ruvida vesta, e ad ogni terz’anno, con una magra dieta — non è gran cosa. E appunto rincresce alla vera pietà, che potendosi sì poca cosa guadagnar con poco sudore, e con pochissima industria sopra la terra, il vostro ordine brami piuttosto di procacciartela instando per quel capitale che è l’unico avere del zoppo, del cieco, del decrepito e dell’infermo — Lo schiavo che coricandosi va più e più sempre numerando i giorni delle sue tribolazioni, si strugge anch’egli per la sua parte: e se voi, anzichè di San Francesco, foste dell’ordine del Riscatto, povero com’io pur sono, continuai accennando la mia valigia, la vi sarebbe di lietissimo animo aperta per la redenzione dell’infelice — Il frate mi s’inchinò — Ma più d’ogni altro, io soggiunsi, l’infelice della nostra patria ha certamente i primi diritti; ed io ne ho lasciati a migliaja nella miseria su per le spiagge ov’io nacqui — Il frate crollò affettuosamente il capo volendo dire: Pur troppo! la miseria è in tutti gli angoli della terra come nel nostro convento — Ma noi distinguiamo, diss’io posando la mano su la manica della sua tonaca, in risposta al richiamo — noi distinguiamo, mio buon padre, que’ tanti che bramerebbero di sostentarsi col solo pane del proprio sudore — da tanti, che si vogliono sempre satollar dell’altrui; e non hanno per istituto di vita, fuorchè di passarsela nel non fare e nel non saper nulla per l’amore di Dio. Il povero francescano non aprì labbro; le guance gli sfavillarono d’una striscia di fuoco che non potè rimanervi, e in un minimo punto di tempo svanì — avresti detto che tutti i risentimenti della natura si fossero esauriti in quel vecchio; non ne mostrò — ma lasciando cadere il suo bastoncello fra le due braccia, si strinse con rassegnazione le palme una sovra l’altra sul petto; e si ritirò.
V
V. | IL FRATE
Mi palpitò il cuore nel punto che egli serrava la porta — Freddure! dissi io, affettando di non curarmene; freddure! e lo ridissi tre volte — ma senza pro: ed ogni sillaba discortese da me pronunziata mi ripiombava su l’anima. — Orsia che tu avessi diritto di non esaudire quel povero francescano; non era ella forse pena bastante a confonderlo, senza la giunta d’amare parole? — e considerava i suoi crini canuti — e mi pareva che quella figura sua liberale rientrasse, e m’interro- gasse cortesemente, che ingiuria m’avesse mai fatto? — e perchè mai l’avessi trattato a quel modo? — Avrei dato venti lire per un avvocato — ti sei portato pur male! dissi a me stesso — ma esco appena a fare i miei viaggi; imparerò modi migliori andando innanzi.
VI
VI. | LA DÉSOBLIGEANTE
Per altro l’uomo malcontento di sè comincia a sentirsi ottimamente disposto a un contratto; e questo è pure un compenso. Or il viaggio lungo la Francia e l’Italia sottintende di necessità la carrozza — onde io, poichè la natura suole spronare i suoi figliuoli che si provvedano, me ne andava alla volta della rimessa a comperarmi o noleggiare ciò che mi potesse fare a proposito; quando in un cantuccio di quel cortile una vecchia désobligeante mi diè nell’occhio alla prima; e senza star a pensare v’entrai: nè la mi parea dissonante da’ miei desiderj; e dissi al ragazzo che mi chiamasse monsieur Dessein — ma monsieur Dessein, padrone dell’hôtel, era a’ vespri: e perchè d’altra parte non mi giovava d’affacciarmi al mio frate, ch’io nell’opposto canto adocchiava molto alle strette con una signora smontata allora all’albergo — tirai tra me e loro le tendine di taffettà; e siccome io aveva decretato di scrivere il mio itinerario, mi cavai di tasca il calamajo e la penna, e scrissi il proemio nella désobligeante.
VII
VIII. | PROEMIO
E’ fu, senza dubbio, da molti filosofi peripatetici già notato, che di propria irrepugnabile autorità la Natura piantò termini ed argini certi onde circoscrivere l’umana incontentabilità: il che le venne fatto col tacito e sicuro espediente di obbligare il mortale ai doveri quasi indispensabili di apparecchiarsi il proprio riposo, e di patire i travagli suoi dove è nato, e dove soltanto fu da lei provveduto di oggetti più atti a partecipare della sua felicità, e a reggere una parte di quella soma che in ogni terra ed età fu sempre assai troppa per un solo pajo di spalle. Vero è che noi siamo dotati di tal quale imperfetto potere di propagare alle volte la nostra felicità oltre que’ termini; così nondimeno che il difetto d’idiomi, di aderenze e di dipendenze, e la diversità d’educazione, usi e costumi attraversino tanti in- ciampi alla comunione de’ nostri affetti fuori della nostra sfera natía, che per lo più sì fatto potere risolvesi in una espressa impossibilità.
E però la bilancia del sentimentale commercio prepondererà sempre e poi sempre in discapito dello spatriato venturiere. Poichè dovendo a stima altrui comperare ciò che men gli bisogna — nè potendo forse mai permutare senza larghissimo sconto la propria con l’altrui conversazione — ed essendo quindi perpetuamente costretto a raccomandarsi di mano in mano a’ men’ indiscreti sensali di società che gli verrà fatto di ritrovare, si può senza grande profetica ispirazione pronosticargli il suo estremo rifugio.
Qui sta il nodo del mio discorso; e le sue fila mi guidano a dirittura (ove il su e giù di questa désobligeante mi lasci tirare innanzi) sì alle efficienti che alle finali cause de’ viaggi —
Gli scioperati vostri si svogliano del loro fuoco paterno, e ne vanno lontani per alcuna ragione o ragioni derivanti per avventura da una di queste cause generali —
Infermità di corpo,
Imbecillità di mente,
Inevitabile necessità.
Quanti per terra o per acqua viaggiano travagliandosi d’orgoglio, di curiosità, d’albagía, d’ipocondría, suddivisi e combinati in infinitum, sono tutti mossi dalle prime due cause.
Alla terza causa soggiace tutto quanto l’esercito de’ pellegrini martiri, specialmente chiunque si mette in cammino col del clero; come a dire delinquenti dati in custodia ad alcuni pedagoghi eletti dai magistrati — o giovani gentiluomini esiliati dalla crudeltà de’ congiunti o de’ tutori, e custoditi da alcuni pedagoghi d’Oxford, d’Aberdeen, e di Glascovia.
Avvi un’altra classe ― nè forse merita distinzione, tanto è scarsa di numero, se in opera come la mia non fosse d’assoluta necessità d’osservare quanto più rigorosamente ogni precisione a scansare la confusione de’ caratteri ― Vo’ dire degli uomini che traversano i mari, e si domiciliano e vivono da forestieri con intento di economia per varj motivi e sotto varj colori; ma poichè risparmiando i danari a casa loro potrebbero risparmiare a se medesimi e agli altri molte inutili noje; e d’altra parte i loro motivi d’andare attorno non sono poi così complicati quanto quelli delle altre classi pellegrinanti, noi distingueremo questi signori col nome di
Semplici Viaggiatori.
Laonde l’universalità de’ viaggiatori può ripartirsi per capi così:
Viaggiatori scioperati
Viaggiatori curiosi
Viaggiatori bugiardi
Viaggiatori orgogliosi
Viaggiatori vani
Viaggiatori ipocondriaci.
Seguono i Viaggiatori per necessità:
Il Viaggiatore delinquente, e il fellone,
Il Viaggiatore disgraziato, e l’innocente,
Il Viaggiatore semplice
Ultimo (se vi contentate)
Il Viaggiatore sentimentale.
E qui intendo di me — e però mi sto qui ora seduto a darvi ragguaglio del mio viaggio — viaggio fatto di necessità, e pour besoin de voyager quanto ogni altro di questa classe.
Non già ch’io non mi sappia che in grazia dei miei viaggi e delle mie osservazioni, poichè le sono tutte di stampa affatto diversa da quelle de’ miei precursori, potrei aggiudicarmi una nicchia tutta mia propria — se non che romperei forse i confini sulla giurisdizione del viaggiatore vano, presumendo di farmi guardare dal popolo prima ch’io almeno non abbia alcun merito alquanto migliore della novità della mia vettura.
Per ora il lettore mio si contenti se da quanto potrà qui discernere e meditare s’abiliterà ad assegnarsi (s’ei fu mai viaggiatore) il luogo e il grado che più in questo catalogo gli si adatta — E’ sarà così men lontano di un passo dalla cognizione di sè medesimo; da che si potrebbe giurare che tutto ciò che egli aveva già inviscerato nell’anima, l’accompagnò in tutti i suoi viaggi, nè si sarà poscia sì fattamente alterato ch’ei non possa tuttavia ravvisarlo.
Colui che primo trapiantava la vite di Borgogna al Capo di Buona Speranza (nota che era olandese) non sognò mai di bere in Affrica di quel vino stesso spremuto su’ colli francesi da quella vite — non sono sogni da uomo flemmatico questi; — ma fuor di dubbio aspettavasi di be-
re un liquore vinoso; se poi squisito, scipito, o tollerabile, quel buon uomo non era sì nuovo de’ fatti di questo mondo da non sapere ch’ei non ci aveva che fare; ma che il successo pendeva tutto da quell’arbitro che comunemente chiamasi Caso. Ad ogni modo sperava; e così sperando, Mynheer per una presuntuosa fiducia nell’acume del proprio cervello e nella sagacità del suo accorgimento, arrischiava di capitombolare e con la sagacità e con l’acume nella sua nuova vigna, e denudando le sue vergogne farsi favola del paese.
Così va per l’appunto pel povero viaggiatore navigante e posteggiante lungo i reami più colti del globo a caccia di cognizioni e incrementi.
Cognizioni e incrementi s’acquisteranno, nol niego, navigando e posteggiando per essi; ma se utili cognizioni, e incrementi da farne poi capitale, qui tu getti le sorti — e bada, che ove tu sia avventuroso, poco frutto o nessuno ti daranno poi quegli acquisti, se tu non gli adoperi con sobrietà ed avvertenza — Ma perchè le sorti corrono a dismisura contrarie sì all’acquisto che all’uso, parmi che farebbe da savio chiunque impetrasse da sè medesimo di viversi pago senza cognizioni e incrementi d’altri paesi; massimamente ove egli abbia una patria che non n’ha penuria assoluta — e davvero, e’ mi è più e più volte costato de’ gran crepacuori, considerando quanti mali passi misura il viaggiatore curioso di ammirare spettacoli e d’investigare scoperte; cose tutte ch’egli, come Sancio consigliava tempo fa a Don Chisciotte, potrebbe a piè asciutto vedere nella propria contrada. È secolo questo sì ridondante di luce, che tu non trovi, non che paese, ma nè cantuccio forse d’Europa, ove i raggi non s’incrocicchino e vicendevolmente non si permutino — Il sapere, in molte sue derivazioni e in più incontri, è come la musica per le vie dell’Italia ove può goderne chi nulla paga — Ma non v’è terra illuminata dal sole — Dio m’ascolta, al cui tribunale dovrò un dì comparire a dar conto di questo libro; non parlo io no per millanteria — ma non v’è terra illuminata dal sole ove abbondi più moltiplicità di sapere — ove le scienze abbiano più diligenti cultori o rendano frutti più certi che qui — ove le arti siano più favorite, e promettano di salire a tant’altezza sì presto — ove la Natura (giudicatela in complesso) meriti d’essere meno incolpata — ove in somma si trovi più ingegno e maggior varietà di caratteri, che ti sveglino l’intelletto — or, o miei diletti compatriotti, ove andate voi dunque? —
— Stiam qui solamente, mi dissero, guardando questo calesse —
— Padroni miei riveriti, diss’io, uscendo d’un salto, e salutandoli di cappello — E ci dava assai da pensare, mi disse l’uno ch’io conobbi per viaggiatore curioso, da che mai provenisse quel moto — Dall’agitazione, risposi freddissimamente, di chi scrive un proemio — Non ho udito mai, disse l’altro, che era un viaggiatore semplice, di proemio scritto in una désobligeante — Sarebbe riescito migliore, risposi, in un vis-à-vis.
Siccome un inglese non viaggia per vedere inglesi, io m’avviai alla mia camera.
VIII
VIII. | CALAIS
M’accorsi ch’io solo non poteva ombrare tanto quel corridojo donde io passava tornandomi alla mia camera; ed era di fatti monsieur Dessein, padrone dell’hôtel, tornato appunto da’ vespri, che col suo cappello sotto l’ascella mi veniva dietro officioso per farmi risovvenire del mio bisogno. Io aveva già bell’e cancellata dal mio libro quella désobligeante; e monsieur Dessein parlandone, si ristrinse nelle spalle, come se non la facesse per me: e però mi si piantò subito nel cervello che quella derelitta spettasse a qualche viaggiatore innocente il quale tornando al paese l’avesse rimessa nell’onestà di monsieur Dessein che le trovasse padrone alla meglio. Quattro mesi erano scorsi da che era venuta a riposarsi nel cantuccio di quel cortile da tutto il suo giro d’Europa; giro a cui s’era accinta già benemerita e raffazzonata; e fu inoltre svitata due volte sul Moncenisio; nè avresti detto che tante vicende l’avessero ridotta men misera — ma peggio che peggio standosi nel fondo del cortile di monsieur Dessein per tutti quei mesi incompianta. Veramente non si poteva dire gran che in suo favore ― alcun che ad ogni modo ― e quando poche parole possono scampare la miseria dalla desolazione, io maledico chi n’è spilorcio.
— Or, foss’io padrone di questo hôtel! dissi posando la punta del mio indice sul petto a monsieur Dessein; mi piccherei di tormi a ogni costo di dosso questa malaugurata désobligeante — la quale sta dondolandovi de’ rimbrotti quante volte voi le passate davanti —
Mon Dieu! disse monsieur Dessein — io non ci ho interesse — Lasciamo star l’interesse, diss’io, che le anime di certa tempra, monsieur Dessein, sogliono connumerare fra’ loro affetti — sono persuaso che mettendovi, come uomo, negli altrui panni, voi ad ogni notte piovosa, volere e non volere, vi sentirete cascare il cuore — voi, monsieur Dessein, ci patite quanto la macchina —
Ho sempre notato, che ove il complimento ab- bia del dolce e del brusco, un inglese sta in sempiterno sospeso s’ei lo piglia o lo lascia; un francese non mai: monsieur Dessein mi fece un’inchino.
E rispose: c’est bien vrai — ma io baratterei affanno per affanno, e giuntandoci: la si figuri, signor mio caro, s’io le vendessi un calesse che si sfasciasse prima ch’ella fosse a mezza via di Parigi — la si figuri come mi starebbe il cuore sapendo d’aver dato sì tristo saggio de’ fatti miei ad un uomo d’onore, e senza scampo vedendomi a discrezione d’un homme d’esprit.
La dose era condizionata appuntino secondo la mia ricetta; me la sono dunque sorbita: e poi ch’ebbi restituito l’inchino a monsieur Dessein, ci siamo senza altre sofisticherie di coscienza incamminati verso la rimessa a dare un’occhiata al magazzino de’ suoi calessi.
IX
IX. | SU LA VIA
E’ pare che questo sia naturalmente un mondo tutto guerra; da che il compratore (foss’anche d’una meschina sedia da posta) non può muoversi fuor della porta per venire a un’accordo col venditore e non mirarlo subitamente con quell’occhio e con quella disposizione d’animo, con cui andrebbe seco ad eleggere il campo nel Hyde-park a duellare. Quanto a me spadaccino dappoco, nè da stare a petto a monsieur Dessein, io mi sentiva ne’ precordj tutta la rotazione de’ moti proprj alla congiuntura — io passava con gli occhi da parte a parte monsieur Dessein — ei camminava; ed io lo considerava di profilo — poi di prospetto — avrei giurato ch’egli avesse faccia d’ebreo — anzi di turco — lo malediva con tutti i miei Dei — e lo raccomandava al demonio —
— Adunque una miseria di tre o quattro louis d’or, ed era quel più ch’ei mi poteva frodare, attizzerà così il nostro cuore? — Bassa passione! esclamai voltandomi naturalmente come chi in un subito si ravvede — bassa, villana passione! la tua mano sta contro d’ogni uomo, e la mano d’ogni uomo contro di te — Dio ne guardi! disse ella coprendosi d’una mano la fronte, perch’io m’era voltato a occhio a occhio incontro alla gentildonna da me poc’anzi veduta in ragionamenti col frate — e ci seguitò inosservata — Certo, Donna gentile, diss’io, Dio ne guardi! e le offersi la mano — ella portava de’ guanti neri aperti soltanto nel pollice, e nelle due prime dita; onde accettò senza ritrosía — ed io la guidai alla porta della rimessa.
Cinquanta e più diavoli aveva monsieur Dessein chiamati addosso alla chiave, prima d’accorgersi che la non era quella della rimessa: e a noi pure pareva mill’anni di vedere aperto; sicchè standoci attenti all’ostinazione di quella chiave, io teneva la signora per mano quasi senza saperlo, quando monsieur Dessein ci lasciò con le mani così congiunte, e co’ visi rivolti alla porta della rimessa. Torno fra cinque minuti, diss’egli.
Or un colloquio di cinque minuti equivale ad uno di cinque secoli co’ visi verso la strada: in questo caso tu devi attingerlo dalle occasioni e dagli oggetti esteriori — ma cogli occhi confinati ad una parete tu lo attingi tutto quanto da te. Un solo attimo di silenzio, dopo partito monsieur Dessein, sarebbe stato micidiale alla congiuntura — non v’ha dubbio; la signora si sarebbe rivoltata — onde avviai immediatamente la conversazione —
— Ma quali si fossero allora le mie tentazioni (perch’io scrivo non l’apologia, ma la storia delle fralezze del mio cuore lungo il mio viaggio) si vedranno descritte qui con quella naturalezza con cui le provai.
X
X. | LA PORTA DELLA RIMESSA
Allorchè dissi al lettore che non mi giovava d’uscire della désobligeante perch’io vidi il frate alle strette con una signora smontata in quel punto all’albergo — io gli dissi il vero; ma non tutto il vero; perch’io mi sentiva più che mai allettato dalla sembianza avvenente della signora; e intanto il sospetto mi martellava dicendo: Vedi che il frate le narra ogni cosa di te. In questa mia perplessità, mi sarebbe piacciuto che il frate fosse nella sua cella.
Ove il cuore precorra l’intelletto, libera sempre da mille travagli il giudizio — ed io mi persuasi subito che quella donna fosse una delle creature predilette dalla Natura — tutta via non ci pensai più; e attesi a scrivere il mio proemio.
Nel nostro incontro in mezzo alla via l’impressione tornò: e la vereconda franchezza con che mi porse la mano fu indizio per me del buon senso e dell’ottima educazione di quella dama; e nel guidarla io sentiva intorno alla sua persona tale voluttuosa arrendevolezza che confortò di dolcissima calma tutti i miei spiriti.
— Dio mio! oh come un’uomo condurrebbe sì fatta creatura intorno il globo con sè!
Io non aveva ancor veduto il suo volto — e non mi premeva: l’effigie fu presto dipinta; ed assai prima che noi fossimo all’uscio della rimessa la fantasia aveva bella e pennelleggiata tutta la testa, e si compiaceva dell’adottata sua diva, quanto se si fosse tuffata per essa nel Tevere — Pur tu se’ una sedotta e seducente mariuola; e sebbene ci frodi sette volte al giorno con le pitture e con le immagini tue, tu hai sì dolci malìe, e tu abbellisci le immagini tue delle fattezze di altrettanti angeli di luce, ch’ei saria gran peccato a inimicarsi con te.
Quando fummo alla porta della rimessa, la signora abbassò dalla fronte la mano, e mi lasciò vedere l’originale — un volto di forse ventisei anni — d’un trasparente bruno vaghissimo, schiettamente adornato senza cipria nè rouge — e non era regolarmente bello; ma spirava un non so che, che nel mio stato d’allora m’attraeva che nulla più — mi toccava il cuore; ed immaginai che vestisse i caratteri d’un sembiante vedovile, e che il cordoglio avendo già superati i primi due parossismi si trovasse allora in declinazione, e andasse adagio adagio rassegnandosi alla sua perdita — se non che mille disgrazie diverse poteano avere dipinto di tant’afflizione quel volto; ed io mi struggea di saperlo — e se le bon ton della conversazione me l’avesse consentito come a’ dì d’Esdra, l’avrei interrogata senz’altro: — E che mai ti tormenta? e perchè se’ tu inquieta? e perchè è si turbato l’animo tuo? — Insomma io mi sentiva della be- nevolenza per lei; e disegnai — s’io non poteva la mia servitù — d’offerirle, non foss’altro, com’io poteva il mio obolo di cortesia.
Sì fatte erano le mie tentazioni — e così l’anima mia le ascoltava, quand’io rimasi solo con la signora, e con la sua mano nella mia, e co’ visi rivolti all’uscio della rimessa: e più presso di quello che fosse essenzialmente necessario.
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The end
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